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Monday, June 06, 2016

Il centrodestra può ripartire solo da Milano, i romani cercano un Marino al cubo

Tutte le forze politiche ricevono da queste elezioni amministrative indicazioni e ammonimenti

CENTRODESTRA - E' piuttosto evidente che il centrodestra torna ad essere competitivo quando 1) è unito, 2) è alternativo a Renzi e alla sinistra, 3) si presenta con il volto di uno come Parisi e non con quello del duo Salvini-Meloni...

L'analisi dell'"esperimento" romano per il centrodestra è piuttosto facile e sta tutta in un tweet di Francesco Storace (che sosteneva Marchini): "Siamo andati così male che almeno non abbiamo sulla coscienza il mancato ballottaggio di Giorgia Meloni".

Già, perché se si tratta della mozione degli affetti e del "celodurismo" di destra, può anche commuovere il 20% della Meloni "da sola", ma la realtà è che la prova di forza per la leadership nel centrodestra è persa malamente. Malamente perché la Meloni arriva terza staccata da Giachetti e senza nemmeno poter recriminare sul boicottaggio da parte di Berlusconi: è troppo distante da Giachetti (4 punti percentuali, 24,8 a 20,7) e troppo pochi (anzi forse nulli) i voti spostati da Berlusconi su Marchini, che ha preso più o meno quanto prese nel 2013 da solo. I suoi voti non sarebbero andati comunque alla Meloni, nemmeno se Berlusconi non lo avesse sostenuto. Diverso il discorso se Marchini avesse preso il 14-16%, o se il distacco della Meloni da Giachetti fosse stato intorno all'1%, allora sì Giorgia avrebbe potuto prendersela con Berlusconi.

La verità è che Salvini e Meloni hanno fatto carte false per giocare su Roma la propria prova di forza, per dimostrare la loro leadership nel centrodestra, e hanno preso la legnata. Questo non vuol dire che Berlusconi e Forza Italia se la passino bene, ma la controprova l'abbiamo a Milano. La lezione per il centrodestra è che con il profilo Salvini-Meloni fai il duro ma arrivi terzo. Per provare a vincere il profilo giusto è quello di Parisi. Il problema per Salvini è che in città che hanno ovviamente problemi anche grandi, come Milano, ma tutto sommato funzionicchiano, funzionano candidati moderati (più dell'80% degli elettori milanesi appoggia le proposte di Sala e Parisi), mentre in città allo sbando, dove c'è il caos, come a Roma, lo spazio della protesta lo occupa agevolmente il M5S. Per riassumerla con un tweet, scegliamo quello di Marco Taradash: "Un centrodestra di governo può rinascere solo dal centro(destra). Da Milano insomma, non da Roma". Uniti, in alternativa a Renzi e alla sinistra, ma con il volto di Parisi, non di Salvini-Meloni.

ROMA E MILANO - Ma la differenza tra Roma e Milano non è solo il profilo dei candidati... E' anche, e soprattutto, drammaticamente il profilo degli elettori... A Roma manca la borghesia, manca un ceto produttivo. La maggior parte delle famiglie dipende da uno stipendio pubblico, che sia statale o comunale, di un'amministrazione o di una partecipata. E anche le imprese, edilizie e non, dipendono dalla spesa pubblica improduttiva, centrale o comunale. Tanto che tutti i candidati hanno coccolato i 60 mila dipendenti tra comunali e municipalizzate (180 mila voti con i rispettivi famigliari?).

Ciò ovviamente non impedisce ai romani di lamentarsi delle cose che non vanno, ma la maggior parte di loro è parte del problema.

E i romani vogliono un Marino al cubo. Le motivazioni per cui elessero Marino nel 2013 sono le stesse per cui oggi votano Virginia Raggi. Attribuiscono al voto per una figura lontana dai partiti tradizionali e autoproclamatasi onesta, incorruttibile (che però non sia un ricco signore borghese e belloccio), un valore palingenetico. Credibilità? Competenze? Curriculum? Proposte? Se ne fregano... Nessuno forse se lo ricorda, ma già votando Marino i romani avevano votato contro l'establishment del Pd. Marino si candidò in polemica con il Pd, promettendo indipendenza dai vertici, ostentando la sua lontananza dal partito e la sua provenienza dalla "società civile", la sua "moralità". L'allora leadership del Pd, bersaniana, aveva appoggiato David Sassoli e i renziani Paolo Gentiloni. Gli elettori di sinistra scelsero Marino alle primarie e i romani lo incoronarono col 60%. Solo dopo pochi mesi questo 60% era scomparso. Non riuscivi più a trovarne uno che avesse votato per Marino... Da questo punto di vista, cioè le motivazioni di voto dei romani, la Raggi è un Marino al cubo e sì, può far peggio dei partiti. Ma statene certi, del 60% con cui verrà eletta sindaco dopo pochi mesi non si troverà nessuno.

IL M5S - Il successo a Roma del M5S è indiscutibile, così come del ballottaggio a Torino. Eppure, anche per il Movimento dal voto arriva alcuni warning. Innanzitutto, continua a non far presa sull'astensionismo. L'astensione in crescita, quasi la metà nelle grandi città, indica che la maggior parte degli elettori schifati dai partiti tradizionali preferisce restare a casa piuttosto che votare M5S. E con bassa affluenza, le percentuali, ovviamente, crescono. Inoltre, il M5S riesce a inserirsi alla grande nel vuoto delle forze politiche tradizionali e nelle situazioni allo sbando come Roma, intercettando il voto di protesta, ma non è ancora in grado di giocarsi la partita in situazioni "normali", tra proposte di governo credibili.

RENZI E IL PD - Non che sia andata bene al Pd renziano, ma le analisi che sentiamo/leggiamo e sentiremo/leggeremo nei prossimi giorni sono esageratamente negative. Il voto delle amministrative è sempre più "local" e sempre meno test nazionale. Dipende sempre più dalle realtà locali e dai candidati sindaci. Ed è giusto che sia così. E non esistono più da un pezzo le roccaforti. Ormai, se hai governato male una città, o semplicemente la gente si è stancata, puoi perdere. Anche a Torino e Bologna. Detto questo, il Pd è in vantaggio a Torino e Bologna, se la gioca a Milano ed incredibilmente è al ballottaggio a Roma dove la situazione era davvero disperata (dove va reso merito a Giachetti). Aspetterei, insomma, prima di parlare di avviso di sfratto a Renzi. Prima, dovranno farsi avanti alternative credibili a livello nazionale: con Salvini da una parte e Di Battista dall'altra può ancora dormire sonni tranquilli. Sui limiti strutturali del Pd, su Renzi deve intervenire, ha detto tutto Mario Sechi: il Pd, anche Giachetti a Roma, si è di nuovo rinchiuso nel suo recinto, rivolgendosi solo all'elettorato di sinistra, "ante-Renzi", e questo gli toglie molte possibilità di espandere i suoi voti ai ballottaggi e, ancor più preoccupante per Renzi, al referendum costituzionale di ottobre.
"Per miopia ideologica, vizio antico, tic antropologico, presunzione di autosufficienza che non c'è. Dov'è il renzismo che apriva le porte a chi voleva fare politica pur venendo da altre storie politiche? ... A chi farà appello il Pd? Come intende espandere il suo bacino elettorale? Adotta la strategia vista nelle elezioni comunali? Parla al suo elettorato ristretto (e mobile) che non è maggioranza nel Paese o pensa finalmente a qualcosa di più grande? Bisogna invece inseguire i voti potenziali di chi è rimasto a casa, di chi non è un militante del Pd ma ha un interesse per il futuro dell'Italia. Il renzismo è a un bivio: o si compie mostrando agli elettori un'offerta politica senza pregiudizi e steccati, oppure deraglia. Servono idee e cambi di passo nel partito, subito"
I "RADICALI" - Sono arrivati 1 a Roma e Milano. Decidano loro se grazie all'effetto morte di Pannella, a cui hanno fatto ampiamente ricorso sia Magi e Bonino a Roma che Cappato a Milano, o nonostante quell'onda emotiva. Se l'effetto Pannella ha contato, a questo si deve il superamento della "soglia psicologica" dell'1%, altrimenti sarebbero rimasti sotto. Se viceversa non ha contato, allora evidentemente gli elettori devono aver "riconosciuto" ben poco di Pannella in quelle liste...

Thursday, May 19, 2016

Una grande, forse irripetibile occasione sciupata

Tante battaglie. Alcune vinte, ma troppo poche. E alcune nemmeno battaglie ma poco più che scorribande. Altre, è stata già una vittoria averle combattute, in questo Paese. Ma la guerra - e ammetterlo, riconoscerlo, non diminuisce la sua grandezza - è persa. Basta guardare all'Italia oggi, a come è ridotto questo Paese, dall'"alto" della sua classe dirigente fino al "basso" della più dimenticata periferia... Un Paese rimbambito, rammollito, assuefatto agli opposti e convergenti statalismi. Statalismi di lotta e di governo. Un Paese che probabilmente è ancora più illiberale oggi di come Pannella l'ha trovato all'inizio della sua storia politica. Un Paese in cui per tentare di far passare qualcosa di liberale bisogna far ricorso all'argomento della mera convenienza pratica, non alla forza, dirompente, dell'idea stessa di libertà, che così poco evidentemente riesce a far presa sugli italiani...

Guai quindi a lasciarsi confondere dalle commemorazioni. Celebrare conquiste e vittorie di Pannella è fuori luogo, significherebbe accontentarsi, scambiare per libertà qualche lumicino flebile e intermittente acceso nelle tenebre... Troppo poco rispetto agli sforzi, enormi, profusi. Pannella è stato sì un gigante. Ma forse più di vita e di libertà, che di politica e liberalismo. Di errori ne ha commessi, ma va detto che le forze avversarie erano soverchianti e quelle alleate non alla sua altezza. Purtroppo, l'amarezza di questo giorno è resa ancora più profonda dal dover constatare, con tutta onestà, che Pannella ci lascia più testimonianza che reale cambiamento in senso liberale. Pannella è quello che ha (quasi sempre) ragione, e con decenni di anticipo, ma non quello che vince. Resta l'amaro in bocca di una grande, forse irripetibile occasione sciupata.

Ma si sa, che la vita è un brivido che vola via
è tutto un equilibrio sopra la follia.
Forse è stato questo il senso del suo vagare, forse era giusto così...
Ed era sbagliato aspettarsi qualcosa di più e qualcosa di diverso.
Ma è stato comunque un bel rumore. Ciao Marco.

Monday, March 28, 2011

Ipocriti!

La coalizione internazionale guidata dalla Nato in Libia non prende posizione per nessuna delle due parti in lotta, avrebbe assicurato poche ore fa alla Bbc il segretario generale dell'Alleanza Anders Fogh Rasmussen dopo le critiche da parte russa (secondo Mosca l'intervento in atto non sarebbe autorizzato dalla risoluzione dell'Onu). Bando alle ipocrisie, com'era ovvio, e auspicabile, l'intervento militare alleato non si è limitato a proteggere i civili dalle bombe di Gheddafi. Interpretando il mandato Onu in modo più esteso, l'intervento di fatto ha offerto, nonostante le numerose e ripetute smentite, una vera e propria copertura aerea agli insorti, che hanno così potuto rompere l'assedio di Bengasi e riprendere ad avanzare.

Un intervento, quindi, che oltre a proteggere i civili ha di fatto ribaltato, appena in tempo utile, le sorti del conflitto a favore dei ribelli. Un esito inevitabile e ragionevole. Con loro e non con Gheddafi ci siamo schierati, sarebbe onesto dirlo - e rivendicarlo - anziché nascondersi dietro l'alibi dell'intervento "umanitario". Non furono "umanitari" i bombardamenti contro la Serbia di Milosevic. Non lo sono quelli di oggi contro le forze di Gheddafi. Nonostante l'espressione «cambio di regime» venga ancora ipocritamente respinta per allontanare lo spettro di Bush, prima demonizzato poi riabilitato nei fatti, è innegabile che questo - e giustamente - sia l'obiettivo ultimo dell'intervento: cacciare Gheddafi. Diverse le circostanze politiche, molto diversa la Libia dall'Iraq, diverso l'impiego della forza, diversa (peggiore) l'organizzazione della coalizione, ma di questo si tratta. Nonostante a sinistra - siccome adesso alla Casa Bianca c'è Obama - molti si affaticano a spiegare perché in Libia sì può mentre in Iraq non si doveva (Libia vs. Iraq instruction for dummies), e a destra - solo perché Berlusconi con Gheddafi ha concluso molti affari e anche un trattato di amicizia, e perché in Libia l'Italia ha (aveva?) cospicui interessi - molti adottano le stesse infantili argomentazioni della sinistra contro la guerra in Iraq. Ipocriti!

P.S.
E tra l'altro mi chiedo: perché Pannella e i radicali non danno vita ad una bella iniziativa per l'esilio di Gheddafi, quindi a sostegno dei tentativi di Berlusconi, ostacolati evidentemente da quei "criminali" di Obama, Sarkozy e Cameron che vogliono la guerra a tutti i costi?!

Friday, December 10, 2010

Pannella ha perso il suo partito?

Con la loro gloriosa - sì, gloriosa - storia è normale che si interpreti il «dialogo» intrapreso in questi giorni da Pannella con i più alti e nobili obiettivi politici, come hanno fatto stamattina Biagio Marzo, su L'Opinione, e lo storico Ciuffoletti, sul Quotidiano nazionale. Certo, i radicali sono contro le ammucchiate e per il bipartitismo, ma in questa fase il «dialogo» bifronte pannelliano ha raggiunto innanzitutto lo scopo di recuperare un minimo di ascolto dalle parti del Pd, dopo mesi di indifferenza e angherie. Manfrina, insomma. Ma il quesito inedito che ancora nessuno si è posto (forse per una malintesa idea di rispetto nei confronti del leader radicale), e che invece sarebbe ora di porsi è il seguente: volendo giocare una partita diversa, più ambiziosa, rispetto a quella per la mera visibilità, Pannella, ad oggi, avrebbe davvero la forza politica di imporre ai suoi deputati e senatori, e al suo movimento, scelte non scontate?

Temo di no. Conserva il suo straordinario fiuto, quindi si è reso conto che in questa crisi i radicali non potevano restare immobili e silenti. Ma da mesi si sono aperte, tra maggioranza e opposizioni, vaste praterie politiche (sulla giustizia, sulla scuola e l'università, sulla politica di stabilità dei conti pubblici, e persino sulla politica estera) che i radicali - e solo loro - avrebbero potuto cavalcare e da cui invece si sono mantenuti a debita distanza. Ormai il 14 dicembre è alle porte. Non sarà il "giorno del giudizio" che molti si aspettano, nemmeno per il bipolarismo. Se anche il governo dovesse cadere, non è detto che si apra la fase auspicata dai terzopolisti, ma certo martedì prossimo il voto per il bipolarismo coincide con la fiducia o con l'astensione, mentre i radicali voteranno scontatamente la sfiducia, rimandando al dopo ulteriori valutazioni. Ma sinceramente ogni seria interlocuzione con Berlusconi, o con il blocco Pdl-Lega, è quasi del tutto da escludere (probabilmente da ambo le parti). E' venuto progressivamente a mancare in questi anni nel «mondo radicale» un contrappeso alle posizioni culturalmente di vecchia sinistra, e persino antagoniste e antiberlusconiane, che si sono invece sempre più radicate e rafforzate. Pannella ha tentato di tenere la barra dritta sulla sostanziale equivalenza tra il «capace di tutto» e i «buoni a nulla», sull'analisi del «monopartitismo imperfetto», dell'alternativa radicale a tutto, ma sono ormai degli orpelli rispetto a un posizionamento politico avvertito sempre più dai radicali - dirigenti e militanti - come appropriato. Hanno scelto il loro "meno peggio".

Il «dialogo» di questi giorni è quindi figlio della tattica, è fine a se stesso. Ma seppure volesse verificare se esistano le condizioni per aggiustare o cambiare rotta - e non ci giurerei - non credo che oggi Pannella avrebbe la forza di imprimere una svolta non scontata ai radicali, per la quale si troverebbe a scontrare con una irriducibile opposizione da parte di Emma Bonino innanzitutto, di quasi tutti i suoi parlamentari (forse solo Rita Bernardini lo seguirebbe) e di quel «mondo radicale» com'è diventato oggi, di cui lo stesso Pannella registra già in queste ore, con «dolore», la «rivolta rabbiosa» al suo «dialogo» con Berlusconi. E' triste, lo so. Ma Pannella ha perso il pieno controllo strategico del suo partito e gli incontri, l'iniziativa di questi giorni ha anche, come corollario, l'effetto (forse deliberato forse no) di perpetuare l'illusione che sia lui a condurre i giochi e a poter ancora disporre dei "suoi" parlamentari.

Thursday, November 18, 2010

Doccia gelata sui bollenti spiriti

La giornata è all'insegna del raffreddamento degli ardenti spiriti dei finiani, che oggi, meno sicuri dei loro numeri, cominciano a temere di aver compiuto il classico passo più lungo della gamba. Giorni fa lasciavano intendere di non essere disponibili ad un reincarico del premier, oggi parlano di un Berlusconi-bis; oggi, nel suo videomessaggio, un confuso Fini non rinnova la richiesta di dimissioni, ma dice che Berlusconi ha il dovere - «l'onore e l'onere» - di governare (ma non doveva dimettersi?). Allo stato attuale la "maggioranza" che sostiene il governo Berlusconi potrebbe contare alla Camera su 309-310 seggi, al netto dei 36 finiani: ancora -6 dalla maggioranza assoluta, dunque. Francamente, ritengo ancora improbabile che il governo riesca a ottenere la fiducia anche alla Camera (mentre al Senato è molto probabile). E non è scontato che sia auspicabile, visto che comunque sarebbe troppo fragile per sostenere riforme di rilievo e durare fino alla fine della legislatura.

I numeri, però, contano rispetto agli scenari futuri. E con questi numeri alla Camera, e quanto più Berlusconi si avvicina a quota 316 (considerando che il Senato dovrebbe riconfermargli la fiducia), ogni ipotesi di governi ribaltonisti, "tecnici" o di transizione, sarebbe da escludere. Ed è ciò che più allarma i finiani, insieme all'atteggiamento del presidente Napolitano, che certo non ha offerto sponde nell'incontro dell'altro giorno al Quirinale sulla calendarizzazione dei lavori delle camere e dei dibattiti sulla fiducia. L'uscita dal governo non sembra aver provocato quel cedimento strutturale che forse qualcuno si aspettava.

E' passato quasi inosservato questo comunicato di ieri di Pannella, ripreso oggi solo dal Sole 24 Ore, che si è spinto a titolare "Premier a caccia di nove deputati. Pannella tratta: da noi sei voti". Sei sono i seggi che mancano a Berlusconi e proprio sei sono i deputati radicali. Il Sole corre troppo, ma cosa ha dichiarato il leader radicale? Questa volta il suo rimprovero a Berlusconi (per essersi azzardato a ribadire "o fiducia, o voto"), è in forma di «dialogo», non di «sterile polemica», ha premesso, in conclusione ribadendo che «quando ci si riconosce carattere e dignità di interlocutore politico, che sia Bersani, Berlusconi, Bossi o Di Pietro, noi lo riteniamo non solamente utile ma anche necessario. Che si tratti di capi o vice-capi della maggioranza o dell'opposizione».

Un segnale di disponibilità al dialogo, insomma. E che tra i leader citati manchino Fini e Casini (il cosiddetto Terzo polo) non sembra affatto una dimenticanza. Troppo presto per capire se ci troviamo di fronte ad una nuova "pannellata". Al momento, sembra più un segnale di avvertimento rivolto al Pd. Due giorni fa i gruppi parlamentari del Pd si sono riuniti con Bersani a Montecitorio e i radicali avevano chiesto che fosse invitato Pannella. Il niet dei democratici è stato vissuto come un nuovo schiaffo in un lungo record di indifferenza. E' dalle elezioni regionali che i vertici Democrat stanno scientemente ignorando i radicali, a cui in caso di elezioni anticpate non potrebbero certo assicurare 9 posti in lista sicuri (6 alla Camera e 3 al Senato).

Politicamente per i radicali (o meglio, i radicali di una volta) ci sarebbe una prateria. Basti pensare ai temi economici, alla grande questione della crisi dell'eurodebito e, in particolare, del debito italiano, o alla giustizia. Il problema è che ormai il loro encefalogramma politico è piatto. Da anni hanno puntato tutto sulla bioetica, sull'immigrazione (a porte spalancate, barconi compresi), sulle carceri, su Tarek Aziz e sulla montatura dell'esilio di Saddam, sulle battaglie pseudo-legali contro le liste di centrodestra, assumendo sempre più i toni e gli slogan dell'antiberlusconismo e i contenuti di una sinistra antagonista piuttosto che blairiana. Se prima la critica a Berlusconi e alla deriva clericale era riequilibrata da una sintonia di fondo con gli elettori del centrodestra, ormai la distanza è a livello antropologico, e c'è l'orgoglio di rimarcarlo, di vantarsene, come d'altronde il resto della sinistra.

E anche se Pannella volesse tornare a stupire, anche se avesse intuito uno spazio di manovra, i suoi non glielo consentirebbero - Bonino in primis («non c'è alcuna apertura di credito» in particolare a Berlusconi, e l'appello è in primo luogo a Bersani, ha subito corretto il tiro). Quindi, credo sia ancora una volta solo manfrina. Ottenere un po' di visibilità, un po' di titoli di giornali, per farsi ricevere da Bersani. Certo, resta il fatto che nessuno come loro teme le elezioni, e non essendo per nulla interessati a operazioni terzopoliste o ribaltoniste, arrivato il fatidico 14 dicembre potrebbe astenersi. Ma che il loro malessere nei confronti del Pd, e il loro interesse a che la legislatura prosegua, prenda le forme di un dialogo politico con Berlusconi e il centrodestra (sui temi e non sui posti, s'intende), ci credo poco.

Friday, April 30, 2010

Pannella se ne faccia una ragione

Christian Rocca torna a smontare la tesi assurda pannelliana secondo cui sarebbero stati Bush e Blair ad impedire l'esilio di Saddam Hussein perché volevano a tutti i costi la guerra e segnala un articolo del New York Times in cui si riporta che nella sua autobiografia Laura Bush si chiede che cosa sarebbe successo se il francese Chirac e il tedesco Schroeder si fossero davvero impegnati a convincere Saddam ad accettare l'esilio («if one of them could have persuaded Saddam to go into exile, if they could have conveyed that the United States was not bluffing»). A conferma, ancora una volta, che gli americani l'esilio lo volevano, anzi l'avevano ideata loro la proposta, e che era Saddam a non volerlo perché francesi, tedeschi (e russi) ebbero un ruolo determinante nel far credere al dittatore che sarebbero stati capaci di fermare gli americani.

Sono anni che lo scriviamo. Tesi confermata da diplomatici, dal numero due del regime iracheno (Tarek Aziz), ma evidente a tutti anche tra quel febbraio e quel marzo del 2003. Così André Glucksmann, in un'intervista a La Stampa: «Avrei preferito che il Consiglio di sicurezza all'unanimità esigesse l'esilio di Saddam Hussein, come avevano suggerito un certo numero di Stati arabi. E forse sarebbe stato possibile ottenerlo con una forte minaccia militare. Purtroppo la Francia, la Germania e le manifestazioni pacifiste hanno incoraggiato Saddam Hussein a credersi protetto». Non ci voleva la Cia per accorgersene. Lo ripetiamo per l'ennesima volta. Non è che Francia, Germania e Russia non volevano la guerra. Volevano che Saddam restasse dov'era e hanno agito di conseguenza. Punto.

Saturday, March 13, 2010

Tradimento e inganno o speranza d'alternativa?

Mai come oggi forse nella storia radicale, e nella loro personale, Marco Pannella ed Emma Bonino sono stati così distanti in modo così eclatante. Divergenze nel corso degli anni ce ne sono certamente state, e anche di notevoli, ma mai sono emerse in modo così vistoso. Tenere un piede fuori, ma anche uno dentro Piazza del Popolo, non è cosa facile, anche per i contorsionismi radicali:

Bonino stamattina, poche ore prima della manifestazione:
«Mi auguro e voglio che sia non tanto e non solo una manifestazione contro un regime da basso impero, ma una manifestazione di proposta e soprattutto di speranza. Credo sia possibile un nuovo inizio per preparare un'alternativa».
Pannella oggi a Radio Radicale:
«Questa mobilitazione e questo linciaggio dell'avversario sono un logoro gioco delle parti. A Piazza del popolo si compie oggettivamente l'ennesimo tradimento, l'inganno del popolo serio e buono che vi sarà convogliato».
Due strade che sono destinate a dividersi? Non si può escludere, ma certo si rafforza l'impressione di due separati in casa, animati evidentemente da ambizioni e ossessioni diverse.

Friday, March 12, 2010

Dal caso Italia al caso mezza Italia

Liste forse escluse, l'immagine del Pdl ai minimi, candidati deboli, Berlusconi non può che personalizzare su di sé la campagna elettorale per provare a vincere (o a questo punto a non pedere) le regionali, aiutato dallo schieramento avversario che, persa un'occasione buona per dimostrare fair play e sensibilità democratica, sembra non riuscire ad esprimere altro che dipietrismo contro Berlusconi. La manifestazione di domani rischia di dare una mano al premier, ancor di più dopo il nuovo caso intercettazioni che coinvolge Berlusconi, il direttore del Tg1 Minzolini (che guarda caso si era schierato con decisione contro questo uso delle intercettazioni, tanto che è stato subito punito), e il commissario dell'Agcom Innocenzi, reo evidentemente di essersi permesso di sollevare dubbi sulla correttezza di Annozero.

Il "caso" è tutto qui, ma scoppia al momento giusto, per Travaglio e Di Pietro, finendo per estremizzare ancora di più la manifestazione di domani a Piazza del Popolo, complicando così la posizione del Pd.

Se a Bersani è bastato solleticare l'ego di Pannella («ah, se avessi saputo venti o trent'anni fa che avrei avuto una mezz'ora di Pannella tutta per me...») per tenere buoni i radicali con la loro proposta di sanatoria e rinvio del voto (non sostenuta dall'unica "radicale" in questo momento in grado di esercitare un minimo di influenza sul centrosinistra, essendo candidata alla presidenza del Lazio, e cioè Emma Bonino), Di Pietro è irrefrenabile e a prescindere da attacchi o no al presidente Napolitano domani in piazza, è intenzionato ad approfittare delle circostanze per rastrellare consensi tra gli elettori più arrabbiati e frustrati della sinistra. E pazienza se ciò produca un vantaggio per Berlusconi...

Bersani si è presentato all'assemblea dei radicali riducendo a 180 gradi la loro battaglia a 360 gradi per la legalità. Se per i radicali l'illegalità è sistematica, riguarda tutte le liste e tutte le regioni, per il segretario del Pd il «pasticcio» liste è «tutto loro», del centrodestra, «la palla della confusione e del pasticcio è tutta di là, lasciamogliela di là. Non indeboliamoci da soli». In una parola: approfittiamone - e di corsa! Non per ristabilire la legalità, ma per vincere, una volta tanto: «Andiamo davanti agli elettori, andiamoci tranquilli e, soprattutto, andiamoci per vincere. Abbiamo mobilitato il nostro popolo, lasciamo perdere i cavilli e i ricorsi».

Due posizioni apparentemente inconciliabili, si dirà, ma c'è un però. Emma Bonino con il loro appoggio rischia di farcela ad essere eletta governatrice del Lazio. Quindi, evitare rotture. Bersani si permette addirittura di liquidare come «cavilli» la battaglia di legalità dei radicali, un azzardo che una volta avrebbe suscitato le ire di Pannella, mentre l'altro giorno solo sorrisi e abbracci per il segretario del Pd che candida Emma e ha la pazienza di ascoltare un'ora di discorso dell'anziano leader radicale.

Ufficialmente i radicali restano sulla linea del rinvio delle elezioni in tutte le regioni e con uno scatto d'orgoglio si sono rifiutati di esserci sabato, ad una manifestazione che ha tutt'altro obiettivo che la legalità, ma se un piede è fuori, allo stesso tempo cercano di tenerne uno dentro Piazza del Popolo. Ci sarà la Bonino, infatti (la cui presenza è «doverosa per serietà», essendo sostenuta da tutta la coalizione di centrosinistra presente sabato). Pannella fa bene a sottolineare «Emma una di noi», perché altrimenti non ci si crederebbe. Quella che interessa ai loro alleati, e che purtroppo hanno servito con le loro ultime denunce e i loro ricorsi, è una legalità a metà, per escludere solo le liste del centrodestra. Così il "caso Italia" diventa il "caso mezza Italia".

Friday, March 05, 2010

Bonino tra battaglia di legalità e ambizione di governo

Su il Velino:

A fronte dei suoi compagni di partito, il segretario Staderini e l'ex europarlamentare Marco Cappato, che ieri chiedevano a gran voce l'annullamento delle elezioni in tutte le regioni, le dichiarazioni di Emma Bonino lasciano intravedere una candidata tutta proiettata verso il voto, in pieno "flirt" con una possibile vittoria a tavolino. «Dura lex, sed lex», è la risposta pronta alle recriminazioni della sua avversaria. È comprensibile la difficoltà della Bonino, stretta tra una "battaglia di legalità" che portata alle estreme conseguenze, come fanno i dirigenti del suo partito, non può che condurre ad una autodenuncia dell'intero sistema politico, e quindi all'annullamento delle elezioni, e una campagna elettorale che se non altro per rispetto della coalizione che sostiene la sua candidatura va portata avanti, nonostante quanto sta accadendo e magari puntando l'indice sulla sciatteria e l'incapacità dei propri avversari.

Già l'iniziativa dello sciopero della fame e della sete aveva messo in luce le contraddizioni. «Assolutamente no», gli elettori del Lazio «non possono avere la certezza di poter votare Emma», avvertiva Pannella a la Repubblica, adombrando un possibile ritiro, coerente dal suo punto di vista con la totale mancanza di legalità, ma suscitando allarme e disappunto nelle file del centrosinistra. La stessa Bonino è dovuta intervenire, smentendo il suo leader, per rassicurare Bersani ricordandogli di essere «persona leale» («se prendo un impegno lo porto a termine»).

L'analisi che fanno i Radicali della realtà del nostro Paese, e quindi la loro linea politica, l'intransigenza della loro denuncia dell'illegalità, fino all'ultimo timbro, e della non-democrazia italiana, è difficilmente compatibile con la traiettoria della carriera politica di Emma Bonino, oggi arrivata ad un punto particolarmente stridente: commissaria europea con Berlusconi, ministro del governo Prodi, ora vicepresidente del Senato e candidata del centrosinistra alla presidenza della regione Lazio. Difficile ottenere tutto ciò in un "regime". Che non sia un "regime"? Non si spiega come Emma Bonino possa starsene tranquillamente a fare campagna elettorale in un Paese da cui Pannella minaccia di fuggire in esilio restituendo il passaporto. C'è qualcosa di stonato e l'iniziativa dello sciopero della sete non può bastare alla Bonino per conciliare l'anima di lotta "partigiana" (così la definisce Pannella) e l'ambizione di governo.

Una contraddizione che infatti riemerge anche in queste ore...
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Wednesday, February 24, 2010

L'errore madornale di Bonino è un dazio a Pannella

Con l'intervista di oggi a la Repubblica Pannella ha gelato il Pd: «Assolutamente no», gli elettori del Lazio «non possono avere la certezza di poter votare Emma. Quello che faremo non lo sappiamo noi e non lo può sapere nessun altro». La Bonino, dunque, potrebbe ancora decidere di ritirarsi dalla partita a causa delle illegalità nelle procedure elettorali denunciate dai radicali. Bersani, che porta la responsabilità di aver convinto il suo partito a sostenere la candidatura della leader radicale, ovviamente non può far altro che negare che ci sia un "caso Bonino", sostenere i radicali in una battaglia per la legalità «che merita ascolto», e garantire l'impegno degli amministratori locali del Pd per l'autenticazione delle firme a sostegno delle loro liste. Ma a questo punto esige una conferma della candidatura e la Bonino, pur non rinunciando al suo sciopero (per potersi guardare allo specchio e dire di aver «fatto di tutto per i diritti dei cittadini»), sembra volerlo rassicurare, dicendosi «persona leale» («se prendo un impegno lo porto a termine»). Parole che sembrano smentire l'ipotesi ritiro evocata (o forse minacciata) da Pannella.

Sabato, alla scadenza della presentazione delle liste, sarà tutto finito. Ma bisognerà vedere con quali strascichi nei rapporti con il Pd e quantificare i danni sulla campagna elettorale. Nel Pd infatti c'è chi ritiene che la battaglia legalitaria come tratto più riconoscibile della campagna possa risultare efficace nel momento in cui s'impongono fragorosamente all'attenzione dell'opinione pubblica nazionale inchieste su corruzione e riciclaggio. Ho sempre creduto invece che insistere sul profilo radicale della Bonino, già piuttosto marcato, avrebbe considerevolmente ridotto la sua capacità di mobilitazione dell'elettorato di centrosinistra e di attrazione di quello di centrodestra, in un modo che potrebbe risultare determinante, visto il testa a testa che risulta dagli ultimi sondaggi.

C'è da dire che la Bonino non è mai stata realmente in vantaggio. Se nelle prime settimane risultava dai sondaggi sopra alla sua avversaria di qualche punto era perché la Polverini era ancora poco nota. Ma quando gli elettori hanno cominciato a capire che era lei la candidata del centrodestra, l'illusione è finita e i margini tra le due candidate si sono avvicinati a quelli che dividono le due coalizioni. La mia personale previsione è che la Polverini vincerà di 4-5 punti (a meno di clamorosi autogol).

Ho fin dall'inizio sostenuto che la principale difficoltà della Bonino in questa campagna sarebbe stata quella di ottenere il totale e convinto appoggio da parte di tutto il Pd e dei partiti di sinistra, riuscire a mobilitare tutte le forze interne, e che per questo non avrebbe avuto alcun bisogno di insistere sul suo "brand" d'origine, già sufficientemente noto, perché se lo avesse fatto sarebbe emersa quella "diversità radicale" che rischia anzi di alimentare i malumori nei confronti della sua candidatura e alienarle sia i voti moderati che quelli di sinistra. «Non credo che commetterà questo errore», scrivevo alcune settimane fa. Mai avrei pensato che potesse caderci, eppure eccoci qua, sia pure per far piacere a Pannella, mosso evidentemente dall'invidia ma in difficoltà anche per una linea che traballa sempre di più.

Rivelatore un passaggio della sua intervista di oggi a la Repubblica: «Sia chiaro: la Bonino è la Bonino, non è mica una di loro. E' solo un'alleata che testimonia, con la sua candidatura, una virata positiva del Partito democratico». La Bonino è la candidata di tutto il centrosinistra, voluta dal Pd, e quale miglior modo, per rimarcare la sua identità radicale, se non farle mettere in gioco la sua campagna pur di prendere parte all'ennesima battaglia nonviolenta e legalitaria dei suoi compagni e di aiutare il suo partitino nella dura lotta delle liste minori in cerca di visibilità? La denuncia del "regime" e della non-democrazia italiana - almeno nei termini assunti negli ultimi anni, che portano Pannella a minacciare addirittura di restituire il passaporto e di andare in esilio all'estero - stenta a sembrare credibile al cospetto della carriera della Bonino: commissaria europea con Berlusconi, ministro del governo Prodi, ora vicepresidente del Senato e candidata del centrosinistra alla presidenza del Lazio. E' questa stonatura a preoccupare Pannella e lo sciopero della sete è un dazio che Emma (e il Pd) deve pagare per attenuarla.

Monday, January 25, 2010

Nessuna scorciatoia, caro Pd

Scherzi da primarie. Negli States ne sanno qualcosa sia i Democratici che i Repubblicani. E' la democrazia, baby, e non puoi farci niente. Capita infatti che gli elettori capovolgano le scelte e le preferenze dei vertici dei partiti. Spesso anche lì i vertici sostengono il candidato più moderato, capace secondo i loro schemi di attrarre l'elettorato indipendente, mentre la base si entusiasma per quello più radicale. E' capitato anche di recente tra Obama e Hillary Clinton e abbiamo visto come sono andate a finire le "secondarie", come le ha sarcasticamente chiamate D'Alema per sottolineare come Vendola fosse sì in grado di vincere le primarie, ma non di battere poi il centrodestra alle elezioni vere e proprie. Non lo darei per certo, vista la confusione che regna nel campo avversario e alcune scelte discutibili.

L'errore madornale, strategico, culturale di quel "genio" di D'Alema è che pensa di sfondare al centro alleandosi con l'Udc e non cambiando se stesso e il Pd. E' ovvio che la base si ribelli e veda in Vendola un candidato molto più affine e congeniale alla sua identità. C'è chi vede in questa contraddizione «due partiti», ma in realtà è sempre lo stesso. D'Alema pretende che il Pd sia solo l'ennesima evoluzione nominalistica del Pci-Pds-Ds, un partito di sinistra - sia pure non massimalista - che può andare al governo solo se alleato con una forza di centro. L'operazione Pd ha senso invece solo se l'obiettivo è diverso: conquistare lo spazio centrale dell'elettorato cambiando e modernizzando se stesso. Ma per fare questo i vertici dovrebbero innanzitutto investire questo periodo all'opposizione non nella tessitura di un'alleanza con l'Udc, il cui obiettivo è quello di sgretolare il bipolarismo, ma in una battaglia culturale interna al loro partito, mettendo in gioco se stessi.

Insomma, non possono pretendere di incarnare una linea di opposizione antiberlusconiana, di inseguire Di Pietro sul terreno del giustizialismo, di non modernizzarsi sui temi del lavoro e della sicurezza, e poi pretendere che la base accetti di allearsi con l'Udc al posto di Vendola. Nel merito vogliono continuare a fare "la sinistra", poi però quando si tratta di studiare la tattica per arrivare al potere, quindi di «allargare» il centrosinistra, cercano improbabili scorciatoie: allearsi con un partito di centro invece che conquistare loro stessi il centro e l'elettorato indipendente con un nuovo profilo e una nuova proposta politica.

Due parole anche sul Pdl, in cui sembra regnare la confusione. Nel centrosud Berlusconi ha lasciato troppo campo libero. In Puglia la scelta di Palese sembra debole (come quella di Caldoro in Campania). Due regioni in cui la corsa sembrava in discesa e invece ora sembra essersi oltre modo complicata. Per non parlare di una non impossibile impresa della Bonino nel Lazio. Interessante, a proposito, l'articolo di Vittorio Macioce, oggi su il Giornale. Diversamente da Macioce, secondo me Pannella teme molto più la vittoria che la sconfitta della Bonino. «Se i radicali vanno a governare, fosse pure solo una regione, significa che qualcosa nel mondo non funziona. C'è un trucco: o il mondo è cambiato, oppure i radicali non sono più radicali». Vincere significherebbe «cercare di amministrare e governare una regione da radicali, mentre i tuoi alleati, i tuoi soci, continuano a fare le cose come da tradizione, con le clientele e i soldi da distribuire. Quella domanda è lì, come una scommessa o una maledizione: e se il potere finisse per contaminare un partito orgogliosamente diverso? Emma griderà, bestemmierà, e non accetterà di sentirsi sporca. Ma in lei, nel partito, nella sua gente qualcosa sarà cambiato. Per sempre. E per Pannella questa è una morte un po' peggiore».

E' vero che la Bonino si gioca molto della sua statura e del capitale politico dei radicali, ma molto dipenderà anche da come perde. Se di pochi punti, o di una decina. Nel primo caso, sarà colpa di un Pd allo sbando e nessun altro avrebbe comunque potuto far meglio di lei. Nel secondo, vorrà dire che Emma avrà perso tutto il suo charme di donna di governo e delle istituzioni. Al contrario, la Polverini e Fini si giocano tutto, non c'è paracadute, non c'è alibi:
«È l'ora della conta, quella che ti dice quanta carne c'è nel portafoglio di Fini. È valutare il peso della variabile Casini, capire se il suo gioco di percentuali sposta la bilancia a destra o a sinistra. Non è una partita che Gianfranco si gioca da solo. Bene o male con lui c'è il Pdl, c'è la Roma capitale di Alemanno, ci sono i buoni uffici di Letta e l'ombra di San Pietro. C'è tutto il peso dei palazzi di Caltagirone. C'è tutto questo. Ma c'è anche una logica che non fa sconti. Questa volta la sconfitta non si paga in solido. Se davvero sulla ruota del Lazio esce il rosso Bonino c'è un solo uomo a cui toccherà passare alla cassa. Ed è Gianfranco Fini».

Tuesday, September 02, 2008

Il punto su "Iraq libero"

Riporto integralmente questo articolo di Christian Rocca su Style perché credo che chiuda l'argomento. L'ho scritto innumerevoli volte anche su questo blog: la proposta "Iraq libero", l'esilio di Saddam Hussein, non aveva alcuna possibilità di realizzarsi. Non perché Bush voleva a tutti i costi la guerra (nella telefonata con Aznar dice espressamente che preferirebbe non sparare un colpo), ma perché Francia, Germania, Russia e le piazze pacifiste erano dalla parte di Saddam, nel senso che lo volevano al potere, e gli hanno fatto credere di poter fermare gli Stati Uniti.
Marco Pannella da anni parla di una sua fantasmagorica proposta "Iraq Libero", ovvero di una soluzione politica della crisi irachena che, con l'esilio di Saddam, avrebbe evitato la guerra. Se Pannella leggesse il libro di Douglas Feith, "War and decision", appena uscito in America, potrebbe liberarsi di questa storia e passare prontamente ad altro.

I fatti: Pannella aveva lanciato la sua campagna il 20 gennaio 2003, un giorno dopo che La Repubblica aveva titolato in prima pagina che a Washington stavano lavorando all'ipotesi di "un esilio dorato" per Saddam (parole di Donald Rumsfeld, mica di Marco Cappato). Col tempo, Pannella si è dimenticato che "Iraq Libero" era nei piani della Casa Bianca ben prima che in quelli dei radicali e anche che la meravigliosa idea di sbarazzarsi di Saddam senza guerra non è andata in porto per il piccolo particolare che il medesimo Saddam, forte delle rassicurazioni del presidente francese Jacques Chirac e del valoroso popolo della pace, pensava di farla franca. Qualche tempo fa i giornali hanno pubblicato la trascrizione di una telefonata tra George W. Bush e l'ex premier spagnolo Jose Maria Aznar precedente la guerra. La lettura di quel testo conferma tutto, malgrado Pannella l'abbia interpretato come la prova che Bush (cioè l'autore originale della proposta di Pannella) non volesse l'esilio di Saddam.

Nel marzo del 2003, pochi giorni prima dell'intervento armato, gli americani offrirono ancora una volta a Saddam la possibilità di lasciare l'Iraq in 48 ore. La risposta ufficiale del suo ministro degli Esteri, Naji Sabri, è stata questa: "L'unica strada per evitare la guerra è che se ne vada il primo guerrafondaio del mondo". Intendeva Bush, più o meno la stessa posizione odierna di Pannella, il quale addirittura cerca una sponda politica in Dennis Kucinich, una specie di Giulietto Chiesa dell'Ohio, noto per aver visto gli Ufo nel giardino dell'attrice Shirley McLaine e per aver mandato in bancarotta, da sindaco, la città di Cleveland.

Ora Pannella chiede al Congresso americano di indagare su "Iraq libero". In realtà non ce n'è bisogno, perché il libro di Feith spiega tutto. Feith era il vice di Rumsfeld al Pentagono ed è ovviamente di parte. Ma il suo libro è inconfutabile, perché si basa sui documenti ufficiali dell'Amministrazione, opportunamente desecretati e riportati in copia fotostatica. Feith ha anche aperto un sito, waranddecision.com, dove ha messo decine di altri documenti. A pagina 539 del libro c'è un memo del Pentagono, datato 23 agosto 2002, dal titolo "Amnistia e cambio di regime" con l'elaborazione della strategia per evitare la guerra e concedere l'esilio a Saddam. Sul sito, invece, si trovano le dettagliatissime 4 pagine "Strategia dell'ultimatum, esilio come alternativa alla guerra" (4 marzo 2003) con il piano diplomatico per l'esilio e la bozza di una risoluzione Onu che garantiva a Saddam e 13 suoi parenti e sodali l'immunità per i loro crimini. Saddam preferì di no. Urge campagna: "Pannella libero".
Aggiungo solo una nota e una osservazione. Il piano di esilio che Saddam sarebbe stato pronto ad accettare (secondo Gheddafi che lo avrebbe detto a Berlusconi!?) prevedeva che l'ex dittatore portasse con sé mille uomini (10 mila secondo un'altra versione), un miliardo di dollari e tutte le informazioni sulle armi di distruzione di massa (che anche lui fosse convinto di averle?). Praticamente uno stato intero, quasi una provocazione, se fosse vera. Inoltre, l'esilio di Saddam era solo la prima parte della proposta di Pannella. La seconda, l'amministrazione controllata dell'Iraq da parte dell'Onu, sarebbe stata un disastro alla luce della guerra terroristica che è stata scatenata da al Qaeda e da altri gruppi dopo la caduta del regime. Un protettorato Onu non avrebbe retto una settimana.

Friday, June 06, 2008

Si può essere anche altro-europeisti

Rispondendo a una domanda del direttore di Radio Radicale, Massimo Bordin, il ministro degli Esteri Frattini ha con sincerità ammesso che l'idea spinelliana, federalista di Europa, cara ai radicali, «oggettivamente non ha trovato risposta nel trattato di Lisbona», che invece «rimarca il ruolo degli stati». E' ad oggi «un'idea che gli stati membri dell'Europa non hanno condiviso». Un dato di fatto che mi pare evidente da molto tempo. Ciò che non riesco a capire è come mai, se a prevalere nettamente è la visione intergovernativa, convinti spinelliani e federalisti come Pannella e Bonino non perdano occasione per sposare l'europeismo di maniera dei Napolitano, dei Monti e dei Padoa-Schioppa, per prendere per oro colato qualsiasi cosa provenga da Bruxellles, e non si mettano invece all'opposizione dei tecno-burocrati e dei professionisti dell'europeismo politicamente corretto, insieme ai pochi che rimproverano all'Europa un deficit di democrazia. Chi l'ha detto che gli euroscettici debbano passare tutti per anti-europeisti. Si può essere anche altro-europeisti. L'impressione è che il loro europeismo spinelliano e federalista lo usino nella polemica politica nei confronti di Sarkozy o della Lega Nord, ma abbiano invece rinunciato a combattere contro i veri nemici della visione federalista, che sono quasi tutti a Bruxelles e fanno parte dell'establishment culturale, economico e burocratico.

Thursday, June 05, 2008

Difficile fare la faccia dura e indignata

«Sarebbe facile non stringere la mano a Mugabe. Un po' più complicato è non stringerla...».

Qui Fabrizio Roncone, sul Corriere della Sera, veniva interrotto dal suo intervistato, Marco Pannella, con queste parole: «... Al rappresentante cinese? Certo, al rappresentante cinese, tanto per fare un esempio, sarebbe assai meno facile... Perché, forza, diciamolo, scriviamolo con chiarezza che con certi Paesi, a volte, si fanno persino affari commerciali e quindi poi è un bel po' più difficile, mettersi lì, a fare improvvisamente la faccia dura e indignata». A chi si riferiva Pannella? Un ministro, tra i tanti, al quale è risultato difficile «fare improvvisamente la faccia dura e indignata» coi cinesi è stata Emma Bonino. Era una frecciatina all'ex ministro radicale?

Sunday, March 16, 2008

Pechino sta vincendo la guerra delle immagini

Sembra che l'ultimatum minaccioso lanciato dalle autorità cinesi ai ribelli tibetani, di consegnarsi entro la mezzanotte di lunedì (le 17 in Italia), si spieghi con il fatto che alcune centinaia di monaci e studenti sono rimasti asserragliati in un quartiere centrale di Lhasa dopo gli scontri dei giorni scorsi. Truppe e mezzi blindati cinesi hanno circondato l'area e la capitale tibetana sembra deserta tranne che per i carri armati nelle strade del centro. Lo riferisce Marco Pannella a Radio Radicale, citando fonti locali. Nel frattempo, Emma Bonino ha contattato i principali governi europei per capire se sia possibile che la Nato punti i suoi satelliti su Lhasa per sapere in tempo reale cosa accade effettivamente. Pare però che solo gli americani siano in grado controllare con i satelliti ciò che accade a Lhasa.

Minacciare Pechino di divulgare le immagini satellitari della repressione, se davvero fosse tecnicamente possibile riprenderle, può costituire una convincente forma di pressione.

In effetti, ciò che distingue questa da altre recenti rivolte represse da regimi autoritari, come quella dei monaci buddisti birmani contro la giunta militare, è che la guerra delle immagini pare che la stia vincendo Pechino, che nonostante i molti e avanzati mezzi di comunicazione di oggi - internet e telefonini su tutti - sembra conservare abbastanza agevolmente il controllo mediatico della situazione, e saperlo usare a propri fini.

Nessuna scena degli scontri tra tibetani e forze di polizia cinesi è trapelata, né le reazioni di protesta all'estero hanno raggiunto l'opinione pubblica cinese. Bloccato l'accesso al sito YouTube.com, vietati i telefonini e staccate le linee telefoniche a Lhasa.

Le prime immagini delle violenze nella capitale tibetana sono quelle apparse sulla tv di Stato Cctv (fonte: Reuters). Brutali e selezionate con cura. Tibetani che assaltano, saccheggiano e incendiano negozi di proprietà dei cinesi han, qualche qualche pestaggio e scene di caccia all'uomo. Della degenerazione delle proteste in scontro etnico, a causa dell'esasperazione della popolazione tibetana per la decennale politica di cinesizzazione del Tibet e discriminazione, abbiamo già parlato.

L'intenzione di Pechino, mostrando solo le violenze dei tibetani e addossandone la responsabilità, con linguaggio stalinista, alla «cricca del Dalai Lama», è chiaramente quella di giustificare l'imminente e durissima azione repressiva. Scaduto l'ultimatum, infatti, sarà la volta non solo della rappresaglia nei confronti dei ribelli ancora asserragliati a Lhasa. Lo stesso minaccioso riferimento «a chiunque ospiti e nasconda i rivoltosi» prelude a un terrore più ampio e indiscriminato, d'altronde già sperimentato in passato: perquisizioni a tappeto, retate di massa, deportazioni, torture.

Mentre Papa Ratzinger, nell'Angelus della Domenica delle Palme, ha del tutto ignorato quanto sta accadendo in Tibet, evidentemente ritenendo più importante il flebile dialogo in corso con Pechino, questa mattina il Dalai Lama ha parlato lanciando due messaggi chiari. Primo: in Tibet è in atto «un genocidio culturale», ha denunciato invocando «un'inchiesta internazionale». I tibetani vivono in uno «stato di terrore», una «discriminazione sistematica», «nella propria terra sono trattati da cittadini di seconda classe». Secondo: è tornato a ripetere che «noi vogliamo autonomia, non separazione», riconoscendo così l'integrità della Cina e la sua sovranità sul Tibet. «Io voglio i Giochi, il popolo cinese deve sentirsi orgolioso. La Cina merita di ospitare le Olimpiadi», ha inoltre aggiunto bocciando l'ipotesi di un boicottaggio.

Il governo tibetano in esilio a Dharamsala, nel nord dell'India, conferma che «i morti sono almeno ottanta» e annuncia che i membri del Parlamento sarebbero intenzionati ad iniziare uno sciopero della fame. Intanto, la protesta continua a estendersi. Nella provincia cinese dello Sichuan migliaia di monaci hanno manifestato e una stazione di polizia è stata assaltata. Di sette tibetani uccisi è per ora il bilancio degli scontri. Assaltata anche l'ambasciata cinese all'Aia, in Olanda.

Da Lhasa i racconti dei testimoni oculari, dei parenti degli esuli, si arricchiscono di particolari inquietanti: oltre agli assalti ai negozi cinesi e alle auto date alle fiamme, gli spari sulla folla, la catasta di cadaveri ammassati davanti al Tsuglagkhan, i feriti lasciati senza cure dai medici cinesi:


«La gente viene colpita dai finestrini di auto in corsa, dagli oblò dei carri armati, mentre le pattuglie di poliziotti e soldati distribuiti in tutti i crocevia strategici sparano ad altezza d'uomo».

Friday, February 22, 2008

Va di lusso ai radicali

[Premessa: i radicali godono di un'ottima copertura mediatica. Pensate cosa si sarebbe detto se fosse stato Mastella a chiedere 15 seggi e 5 milioni di euro per concludere un accordo elettorale, senza alcun riferimento e preoccupazione per il programma da sottoscrivere. Comunque, una volta, un paio di anni fa, la sola presenza dei radicali sarebbe stato per me motivo sufficiente per appoggiare e votare qualsiasi lista in cui si fossero trovati. Non più oggi, alla luce dell'esperienza del Governo Prodi. Sarà bene ricordare che qui non ci si era illusi che Prodi potesse realizzare quelle riforme liberali necessarie al nostro Paese, ma si confidava nel fatto che i radicali (almeno loro, se non i socialisti dello Sdi) in Parlamento, e per la prima volta al governo, non avrebbero rinunciato a denunciarne gli errori e a rilanciare l'alternativa liberale, non appiattendosi, invece, su qualsiasi scelta governativa per accreditarsi come "affidabili"; insomma, che costituissero una garanzia. Non hanno avuto il coraggio di porre alcuna questione come pregiudiziale politica, nemmeno nel caso dell'esclusione dal Senato. Certo, all'opposizione (com'è probabile che si troveranno dopo queste elezioni) sarà più facile per loro non appiattirsi sulle posizioni del Pd e di Veltroni - e spero in un loro rilancio - ma per me vale l'atteggiamento remissivo e il mediocre livello degli eletti fin qui dimostrati, che proprio da loro non mi sarei mai aspettato.]

Oggi sul nuovo Ideazione quotidiano:

Nove deputati; un ministro in caso (remoto) di vittoria del Pd; 3 milioni di euro in 5 anni (600 mila l'anno); qualche spazio in tv. E passa la paura. Emma e i ragazzi si sono sistemati, l'hanno vinta sul Papà-Pannella che avrebbe voluto continuare a coltivare il sogno di una battaglia solitaria contro tutti, contro “Veltrusconi”. Ma dopo aver gettato al vento occasioni d'oro - come nel biennio 1999-2001, in seguito a quel grande successo dell'8,5 per cento preso alle elezioni europee - negli ultimi anni Pannella si è piegato ad un paterno realismo, pensando anche al futuro dei suoi “ragazzi”. Una signora offerta quella del Pd, di quelle che non si possono rifiutare, anche considerando che l'alternativa era restare di nuovo fuori dal Parlamento. E i radicali, con lo stile che li contraddistingue, si sono persino permessi di accettarla mostrando di turarsi il naso (“Ci assumiamo la responsabilità di subire l'impostazione alternativa di inserimento di candidati radicali nelle liste del Pd, nonostante continuiamo a ritenerla meno efficace”). Ma non c'è ombra di dubbio che quella di ieri notte sia stata la decisione più sensata. Rimane un mistero, infatti, come un partito che ha sempre fatto del bipartitismo una bandiera, proprio oggi che le scelte di Veltroni e Berlusconi sembrano favorire la tendenza verso quel tipo di sistema, potesse impuntarsi come un cespuglio qualsiasi sulla visibilità del proprio simbolo sulla scheda elettorale.

Il vero dissidio, tra Emma e Marco, si è consumato all'inizio...


Continua su Ideazione.com

Thursday, February 21, 2008

Rendersi irricevibili per apparire irrinunciabili

Qui si è sempre stati certi che alla fine l'accordo Pd-Radicali si sarebbe fatto. Conviene troppo ad entrambi. Ieri, invece, i principali organi di informazione diffondevano segnali negativi sull'esito della trattativa. Interpretavano male quel rilancio di Emma Bonino (15 eletti e 5 milioni di euro) che invece ha centrato in pieno l'obiettivo di rivelare il reale interesse di Veltroni. Domani comunque, su Ideazione.com, un mio commento sull'intera vicenda.

Prima che si concludesse, a notte inoltrata, la riunione della direzione radicale, Il Foglio metteva in prima pagina per il giornale di oggi una riflessione acuta su quella straordinaria abilità dei radicali, e di Pannella, di uscire da queste situazioni come gli irricevibili eppure irrinunciabili culturalmente: «Il vittimismo pannelliano come arte che trascende le leggi della politica». E comunque vadano le cose, almeno sul momento, sembra sempre un successo, per lo meno d'immagine:

«C'è vittimismo e vittimismo. Quello dei radicali è una categoria della politica con un proprio fondamento storico, quasi teologico, e un ritorno d'immagine esemplare. E' un'arte della fuga - a volte simulata che vale al contempo come il più sonante richiamo identitario. Il mancato apparentamento con il Partito democratico veltroniano è un caso di scuola. Dietro l'estenuante sciabordìo di Emma Bonino sulla battigia veltroniana, c'è la mirabile strategia di Marco Pannella: rendersi irricevibili e poi costruire sul rifiuto ottenuto la propria cattedrale del martirio, depositandovi le reliquie della vittima radicale. Nota bene: estromessi o no dai democrat, i pannelliani sono in ogni caso bersaglio di un veto, quantunque non esplicito se non nella parole in libertà di Paola Binetti. Insomma il Pd non vuole grane con il Vaticano e, per autodisciplinarsi e chiudere il portale dell'apparentamento, non ha neppure bisogno che qualcuno glielo vada a dire. Giusto o sbagliato è la politica.
(...)
Marco Pannella. E' lui il teorico del vittimismo (anche corporale) come arma di persuasione collettiva. Ed è stato lui a concepire quella richiesta inaccettabile con la quale i Radicali si sono avvicinati al loft promettendo in cambio di sottoscrivere programma e regole di comportamento. Quale richiesta? Qualcosa come quindici parlamentari più non si sa bene quanti aiuti finanziari. Tutto naturalmente sotto la luce del sole, come nel consueto e irreprensibile stile pannelliano... E' un successo e lo è a prescindere dall'esito della trattativa. Perché il negoziato scorreva da giorni sul letto di un'irrinunciabilità culturale, impersonata da Pannella e dai suoi, che travalica i dettagli del politicismo per diventare patrimonio nazionale. Ecco il segreto dei radicali: essere divenuti credibili, ogni qualvolta si manifesta il pericolo della solitudine elettorale, nel presentarsi al pubblico o agli interessati come un sovrappiù la cui assenza impoverisce. Se poi l'accordo si trova è grazia che cola, sennò è meglio: soli contro la casta, soli contro le televisioni addomesticate dalla nuova par condicio bipartitica (Pd-Pdl), soli contro i ricchi e i soliti politici mai privi di domicilio parlamentare...»

Tuesday, February 19, 2008

La campagna anti-abortista mina vagante per il PdL

Quanto sia dannoso per il PdL inciampare sul tema dell'aborto lo dimostra l'insistenza con la quale quotidianamente il Corriere della Sera si sta sforzando di renderlo centrale nella campagna elettorale, apparendo persino come il più autorevole sponsor della lista di Ferrara. Berlusconi e Fini sembrano essere consapevoli dei rischi che corrono e infatti oggi sembrano voler negare a Ferrara l'apparentamento con il PdL, e di conseguenza anche la sua candidatura al Campidoglio.

Non solo la posizione anti-abortista in sé, ma anche i toni punitivi e laceranti di Giuliano Ferrara sono in grado di bruciare elettoralmente chiunque vi si avvicini, se è vero - com'è vero - che la metà di quel 30% di elettori ancora indecisi è composto da donne. Mieli lo ha capito e anche oggi, dopo quello di Battista qualche giorno fa, c'è un editoriale sul tema dell'aborto firmato da Claudio Magris, che cita il "laico" Norberto Bobbio. Né si capirebbe altrimenti l'interesse del Corriere per una lista, quella di Ferrara, che si candida a entrare in Parlamento, l'assemblea legislativa, senza proporre sul tema specifico né una nuova legge né una modifica di quella esistente. «Visto che nessuno vuol toccare la legge 194, non ha senso presentare una lista elettorale che si proponga di andare al Parlamento solo per non fare leggi», come osserva lo stesso Magris.

E' come se Maurizio Costanzo presentasse una "Lista per il Ponte sullo Stretto" ma solo per sensibilizzare l'opinione pubblica, senza proporre un progetto per realizzarlo concretamente e, magari, più velocemente e a costi ridotti. Tra le tante urgenze del Paese, permetterete, ci sono fatti e dibattiti ben più rilevanti.

L'economia - tasse, spesa pubblica, lavoro, salari, riforme - è il tema destinato a rimanere saldamente al centro della campagna elettorale. Poi ci sono due temi, importanti ma marginali, uno dei quali in grado di mettere in difficoltà il PdL - l'aborto, appunto - e l'altro il Pd. Si tratta della politica estera, che rimane un tema ostico per il Pd, mentre esalta l'unità del PdL.

Certo, correndo da soli i Democratici si sono liberati della sinistra massimalista e anti-americana. Nel Pd nessun leader, dirigente o militante oserebbe dirsi pregiudizialmente contrario alle missioni internazionali o all'uso della forza. Ma anche se sulla politica estera il Pd sembra ormai aver acquisito una certa compattezza al proprio interno, il tema rimane spinoso a livello elettorale. Dovendo infatti allargare il proprio bacino di voti al centro senza perderne a sinistra, una linea troppo interventista potrebbe infastidire gli elettori più "pacifisti"; viceversa, una linea troppo ambigua e molle, potrebbe non bastare per convincere gli elettori di centro.

Anche i radicali Pannella & Bonino sembrano essersi convinti che pur rimanendo temi importanti quelli dell'aborto e della laicità, tuttavia in questo momento la priorità è l'emergenza economica.

Come pensano i radicali di convincere Veltroni a fare coalizione con loro?
«Diremo: mettiamo al centro del programma due temi. La giustizia e le riforme economiche e strutturali richieste da Bankitalia, dalla Ue, dal Fondo monetario internazionale e dall'Osce, riforme come quelle sollecitate dagli economisti Ichino e Boeri».
Quindi, nessuna pregiudiziale laicista?
«Non chiediamo giuramenti laicisti. Non possiamo pretendere che Veltroni e Rutelli si mettano a fare i laici...»
(Marco Pannella, Corriere della Sera, 13 febbraio)

«Non è vero che i temi eticamente sensibili debbano essere espunti dalla campagna elettorale... pur essendo inteso che anch'io condivido che l'urgenza del nostro Paese è soprattutto, in questo momento, quella delle riforme economiche, oltre che di quelle del "sistema Paese", o partitico in generale».
(Emma Bonino, Radio Radicale, 18 febbraio)

Tornando all'aborto, nel merito, l'editoriale di Magris è a tratti imbarazzante. Innanzitutto, non si capisce perché dirsi atei sia in sé dimostrazione di «tracotanza». Poi, è inesatto dire che la donna «dispone di una vita altrui». Dispone di una nascita. C'è un diritto alla vita, ma c'è anche un diritto alla nascita? No, non può esserci, perché può piacere o meno, ma è la donna che accettando di far crescere un altro essere vivente all'interno del suo corpo detiene il "potere di nascita". Capisco che chi crede che la vita sia un dono che viene direttamente da Dio, di cui la donna è solo un mezzo, possa obiettare.

Ma la realtà è che per garantire davvero un «diritto alla nascita» lo Stato dovrebbe commettere un sopruso, un atto di violenza totalitaria sul corpo della donna, fatto ancora più aberrante. Da questo vicolo cieco non si esce. Al centro delle preoccupazioni del legislatore in uno Stato laico ci sono gli individui, non Dio.

Si tratta, è vero, di una «scelta sempre dolorosa», perché non troverete una sola donna che decida per capriccio se divenire o meno veicolo di una nuova vita. Si può parlare di doveri rispetto alla vita nascente, ma non si può parlare di due «diritti incompatibili» tra di loro. Fino al momento della nascita il corpo è uno, quello della donna, l'unico cittadino della situazione a godere di diritti. L'altro organismo è in simbiosi con esso, ma i due formano un tutt'uno sul quale ha più senso che decida la donna piuttosto che lo Stato.

Un'altra affermazione che da laici e liberali proprio non ci convince, tra quelle di Bobbio riportate da Magris, è che per un laico possa essere «valido in senso assoluto, come un imperativo categorico, il "non uccidere"». Se il "non uccidere" fosse davvero inteso «in senso assoluto, come un imperativo categorico», non solo nessuna guerra - neanche quella che ha liberato l'Europa dal nazifascismo - sarebbe giustificata, ma non lo sarebbe alcuna legittima difesa di fronte a un'aggressione. Nel nome di una pretesa, astratta in quanto assoluta, "sacralità della vita" si giustificherebbero l'assassinio e la violenza, l'oppressione dello Stato sull'individuo.

Monday, February 18, 2008

Dove sono le riunioni di Direzione?

Sembra che alla fine una delegazione di radicali troverà ospitalità nelle liste del Pd. Il "ragionamento" di Emma Bonino è chiaro e apparentemente fondato: «Se, così come a Di Pietro, il Pd si fosse aperto in coalizione alla Lista Emma Bonino avremmo abbastanza tranquillamente raggiunto il 2%: il che vuol dire 12 deputati e 3 senatori, vuol dire 5 milioni di rimborso elettorale/finanziamento pubblico, vuol dire una possibilità di voce autonoma nell'ambito della campagna elettorale televisiva. Tutte cose che Di Pietro avrà, comunque vadano le elezioni».

Dunque, se ai radicali il Pd negasse, come probabile, le stesse condizioni concesse a Di Pietro, cioè l'apparentamento con il proprio simbolo, i radicali accetterebbero di candidarsi nelle liste del Pd solo a precise condizioni: 12 deputati e 3 senatori; 5 milioni di euro; spazi televisivi. Vedremo.

Peccato che sia l'equiparazione della Lista Emma Bonino all'Italia dei Valori di Di Pietro a non reggere. E' già abbastanza improbabile che i radicali riescano a raggiungere il 2% presentandosi con il proprio simbolo in una coalizione, quindi figuriamoci il 4% da soli. Ecco perché Di Pietro, che invece a questi numeri poteva ragionevolmente puntare, ha potuto strappare condizioni migliori.

La verità è che Veltroni è interessato solo all'immagine di Emma Bonino, da spendere con gli industriali del Nord, e che Pannella la tratta come si tratterebbe un calciatore con Berlusconi. Vedremo quanto riuscirà a sganciargli il leader radicale.

Da parte sua, la Bonino ha voluto smentire le indiscrezioni secondo cui sarebbe molto più propensa di Pannella ad un accordo con il Pd. «Un cliché insopportabile perché stucchevole: io non sono il clone di Marco e viceversa, ma sulle grandi decisioni ci siamo sempre trovati d'accordo».

Però noi ci chiediamo: dove sono le riunioni di Direzione che con grande vanto venivano pubblicate sui siti radicali? Così, solo per curiosità, vorremmo che almeno a cose fatte venissero pubblicate su internet, insieme alle altre, anche le riunioni in cui i leader radicali hanno esaminato, discusso, e deciso l'accordo con il Pd. Una pretesa che rivolgiamo a loro e non ad altri partiti, perchè i radicali e non altri si sono in passato vantati della trasparenza dei loro momenti decisionali e della pubblicazione on line delle riunioni di Direzione. Se certi sospetti sono solo «insopportabili cliché», perché non scansarli mostrando il dibattito interno sull'accordo con il Pd?

Friday, February 15, 2008

La politica ha il dovere di individuare le priorità

Quello dell'aborto è un tema importante, come quello della laicità. Ma questo Paese ha problemi ben più urgenti da affrontare e non può concedersi di rimanere impigliato nella rissa tra Ferrara e Pannella, maestri nell'attirare attenzione ma ormai incapaci di guardare di poco oltre il loro smisurato ego.

Le questioni che dovrebbero essere centrali in questa campagna elettorale sono invece quelle ricordate da Giavazzi, oggi sul Corriere della Sera, e di cui abbiamo parlato anche qui: la riduzione delle tasse e della spesa pubblica; il potere di acquisto dei salari («abbiamo stipendi greci e prezzi tedeschi») e una spesa sociale «che non aiuta chi ne ha davvero bisogno».

La differenza tra i salari italiani e quelli europei «è più ampia per i giovani e si restringe via via che passano gli anni: a 55 anni scompare perché i nostri salari crescono con l'età più rapidamente che nel resto d'Europa. In altre parole, in Italia l'anzianità è più importante del merito nel determinare la progressione di carriere e stipendi». Dunque, sarebbe utile sapere chi dei candidati premier «proporrà l'eliminazione degli scatti di anzianità — a cominciare dai contratti dei dipendenti pubblici, in primis dei docenti universitari — per destinare più risorse al merito».

Perché in Italia i salari sono, in media, del 30% inferiori rispetto a Francia, Germania e Gran Bretagna? Perché i nostri lavoratori pagano in busta paga la certezza di non poter essere licenziati. E' una rigidità che comporta costi per le aziende e questi si riflettono sui salari. Una sorta di «premio di assicurazione»: «Un lavoratore con un contratto a tempo indeterminato è di fatto illicenziabile e il mancato salario è un prezzo che egli paga per "assicurarsi" contro il rischio di licenziamento. Non si possono chiedere al tempo stesso salari più elevati e garanzie contro i licenziamenti». Chi tra Pd e PdL proporrà una maggiore flessibilità in uscita per tutti, anche per i lavoratori a tempo indeterminato e anche per i dipendenti pubblici, così da non far gravare tutti i rischi della flessibilità solo sui giovani co.co.pro.?

Sulla produttività influisce anche lo stato penoso dell'istruzione, della nostra scuola secondaria e della nostra università. Dai test Pisa i nostri studenti risultano al 35mo posto sui 40 Paesi studiati nel 2006. «Ciò che più colpisce è la loro scarsa dimestichezza con il metodo scientifico», osserva Giavazzi. Che fare? Non l'ennesima burocratica riforma, «bisogna introdurre più concorrenza fra le scuole. Per farlo occorre dare alle famiglie la possibilità di scegliere: le scuole cattive rimarranno senza studenti e ci sarà la coda per iscrivere i figli alle migliori». Le prime andranno chiuse e i docenti licenziati, le seconde premiate con maggiori risorse e stipendi più alti ai docenti. Ma le famiglie dovranno essere informate per poter scegliere: «Le scuole dovrebbero pubblicare dati sui loro allievi: quanto tempo hanno impiegato a trovare un lavoro? Quanto guadagnano? In quanto tempo si sono laureati? Dove, con che voti?».