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Monday, May 08, 2017

Tre illusioni con le quali evitare di coccolarsi dopo la vittoria di Macron

Pubblicato su formiche

Ci sono almeno tre illusioni con le quali sarebbe meglio non coccolarsi dopo l'entusiasmante cavalcata di Emmanuel Macron verso l'Eliseo.
Illudersi di aver ri-trovato nell'europeismo una sorta di antidoto ai cosiddetti populismi (sempre ammesso che sia corretto definirli tali, ma non vuol essere questa la sede per approfondire questo aspetto).
Illudersi che la cura Macron possa bastare per guarire la Francia, e l'Unione europea.
Illudersi, come stanno facendo i "renziani", che Macron sia il "Renzi francese" o, viceversa, che Matteo Renzi possa diventare il "Macron italiano".

Punto primo. Ammesso che l'Europa da debolezza si sia trasformata in un punto di forza per Macron, funzionando quindi da "antidoto" contro la Le Pen, non è detto che possa funzionare in altri contesti e contro altri populismi. Siamo onesti: con Macron ha vinto l'europeismo o la paura del lepenismo? Una combinazione dei due, probabilmente: il primo lo ha aiutato ad arrivare al ballottaggio (anche se altrettanto decisivo è stato l'azzoppamento per via mediatico-giudiziaria del candidato gollista Fillon), ma è stata la seconda a portarlo all'Eliseo. Molti degli elettori che al secondo turno hanno fatto convergere il loro voto sul leader di "En Marche" non lo hanno certo fatto inebriati dall'Inno alla gioia. La vittoria di Macron, avverte il Wall Street Journal, "è molto più un rifiuto dell'estrema destra del Front National che un appoggio al suo programma".

Oltre ai suoi indiscutibili meriti personali, il suo successo si deve a una spregiudicata e brillante operazione di maquillage giovanilista e dissimulazione politica, che ha fatto apparire come outsider ed estraneo agli screditati partiti tradizionali l'ex ministro dell'economia del governo socialista di Hollande, uno dei più impopolari della storia della V Repubblica. I socialisti più assennati, riformisti, cercheranno di riciclarsi in "En Marche" (come l'ex premier Valls), con la benedizione di Hollande, mentre il partito fa la fine di una "bad company" sulle cui spalle sono stati caricati tutti i debiti politici degli ultimi cinque anni. Ma soprattutto, Macron è arrivato all'Eliseo perché la sua avversaria era gravata da un retaggio ideologico che al ballottaggio non le ha permesso di attrarre sufficienti voti da appartenenze politiche diverse. Nonostante quasi maggioritari in Francia (il 49% circa al primo turno), i sentimenti anti-establishment e anti-europeisti di spezzoni di elettorato divisi ideologicamente lungo l'asse novecentesco destra-sinistra non hanno potuto trovare la saldatura in un movimento post-ideologico. Pur cominciando a mostrare le prime crepe, infatti, la maggior parte degli elettori francesi ha esercitato ancora una volta la "conventio ad excludendum" nei confronti del lepenismo, un meccanismo peculiare del sistema politico francese che in altri contesti non scatterebbe nei confronti di altri populismi.

Il risultato di Marine Le Pen è ambivalente: da una parte può far pensare che sia uscita dal ghetto dell'impresentabilità (percentuale del 2002 raddoppiata e milioni di voti in più rispetto al primo turno), e che questa volta il "patto repubblicano" non abbia del tutto marginalizzato il FN, ma dall'altra mostra tutti i limiti di una identità politica che non riesce a uscire dal proprio recinto ideologico e nemmeno a sfondare nella destra repubblicana, pur in assenza di un candidato gollista. E' probabile che Marine la partita per l'Eliseo non l'abbia mai giocata per davvero... E infatti nelle sue prime parole subito dopo la chiusura delle urne non ha posto l'accento sulla soddisfazione per il risultato, ma sulla necessità di ulteriore rinnovamento del FN, parlando di "nuova forza politica" e di un'alleanza tra patrioti e repubblicani. In vista delle legislative di giugno, con il gioco delle desistenze, anche la presenza in Parlamento del FN è fortemente a rischio.

Il "modello Macron" quindi non è esportabile, né i fattori che hanno condannato Marine Le Pen alla sconfitta sono applicabili agli altri movimenti cosiddetti "populisti" e "sovranisti". Non c'è, quindi, una "lezione" delle presidenziali francesi valida per forze politiche e contesti nazionali diversissimi tra di loro. Le peculiari caratteristiche del sistema politico francese - l'elezione diretta in due turni del presidente e il "patto repubblicano" contro l'estrema destra - hanno giocato un ruolo decisivo. Molto più dell'europeismo più o meno critico di Macron.

Bisogna resistere alla tentazione di includere tutti i movimenti anti-establishment e anti-europeisti in una sorta di "internazionale del populismo", come se condividessero meriti e demeriti di vittorie e sconfitte. Come ha osservato Daniele Capezzone, c'è una differenza sostanziale - che l'"inviato collettivo" non ha saputo né voluto vedere - tra i fenomeni anti-establishment che si sono affermati nel mondo anglosassone (Trump e Brexit) e quelli che invece stentano ad affermarsi nel mondo europeo-continentale. Non avremmo avuto la Brexit, probabilmente, se una parte del mondo conservatore, soprattutto thatcheriano - politici, intellettuali ed economisti - con la sua autorevolezza non avesse delineato una prospettiva positiva ed economicamente sostenibile, anche se certamente non facile, per il Regno Unito fuori dall'Ue, quella di una "global Britain", un superhub globale capace di attrarre risorse e investimenti, offrendo un sistema business-friendly, a tasse basse e burocrazia attenuata. Donald Trump e Marine Le Pen, spesso accostati nelle analisi dei mainstream media, hanno visioni dell'economia e del ruolo dello Stato agli antipodi. E Trump non si è presentato alla guida di un partito di estrema destra dalle radici fasciste, ma ha incanalato la protesta anti-establishment all'interno di uno dei due partiti tradizionali, il Partito repubblicano, di fatto rilanciandolo.

E per venire al caso dell'Italia, il prossimo grande "malato d'Europa" atteso al varco delle elezioni politiche, i cosiddetti sovranisti e populisti possono contare, al contrario della Le Pen, sulla capacità (Lega e M5S l'hanno già dimostrata) di attrarre voti sia da destra che da sinistra. Possono far leva su una situazione economica peggiore di quella francese e su una maggiore impopolarità dell'Euro. E infine approfittare di un sistema elettorale che al contrario di quello francese è confusionario e tende a deresponsabilizzare l'elettore.

Punto secondo. L'indubbio trionfo di Macron non dovrebbe indurre a facili entusiasmi. Come detto, è figlio più della paura che di autentica convinzione nelle doti e persuasione dei programmi del nuovo presidente. La sua strada è in salita, a cominciare dalle legislative di giugno, e il rischio di una debolezza nel palazzo e nel paese è forte.

La Francia è ancora il "malato d'Europa", o il più grande tra i malati d'Europa: incapace di riformarsi, incapace di assimilare gli immigrati e proteggersi dalla minaccia terroristica, incapace ormai di giocare un ruolo di contrappeso rispetto all'egemonia di Berlino. Riuscirà la Francia con Macron a recuperare la sua posizione, il dinamismo, e a sviluppare un'agenda europea che possa convincere i tedeschi della necessità di un reale cambiamento? Un fragile mandato e un modesto programma di riforme rischiano di non bastare. Il programma di Macron è omeopatico rispetto ai mali che affliggono la Francia e l'Ue. "Liberale" solo per i parametri di una politica francese da destra a sinistra da sempre statalista e assistenzialista. In realtà, è moderatamente riformista e saldamente socialdemocratico. Macron propone di ridurre l'incidenza della spesa pubblica sul Pil dal 57% al 52%. I tagli di spesa verrebbero quasi compensanti da un piano di investimenti pubblici da 50 miliardi (sanità, infrastrutture, pubblica amministrazione, digitale, formazione, "transizione ecologica", qualsiasi cosa voglia dire...). Propone di tagliare le tasse su imprese, lavoro e famiglie, ma di aumentarle su redditi da capitale, carburanti e "giganti della Rete". La riduzione della pressione fiscale sarebbe assai modesta: dal 44,5% al 43,6% del Pil.

Sul fronte del mercato comune, il suo "Buy European Act", dagli echi trumpiani più che liberali (un protezionismo a livello europeo anziché nazionale), e l'immancabile "politica fiscale comune", con la nomina di un ministro dell'economia dell'Ue e l'azzeramento di qualsiasi concorrenza fiscale tra i Paesi membri. Il che ovviamente vorrebbe dire livellamento verso l'alto (i livelli di Francia e Germania), non verso il basso, di tassazione e spesa pubblica. Il tutto condito con una buona dose di politica industriale e dirigismo come da tradizione francese. E poi c'è il tema cruciale della settimana lavorativa di 35 ore, su cui Macron è stato ambiguo (mentre Fillon ne aveva promesso l'abolizione).

Siamo sicuri che sia la ricetta giusta, ammesso che venga attuata, per rilanciare l'economia francese e, quindi, l'Europa? La Francia, con la spesa pubblica al 57% del Pil e la disoccupazione al 10%, avrebbe bisogno di "riforme radicali", avverte il WSJ. Inoltre, la già modesta agenda riformista di Macron potrebbe incontrare l'opposizione di molti degli elettori che lo hanno votato solo in funzione anti Le Pen e, senza un partito forte alle spalle, con una coalizione parlamentare da inventare, persino quei minimi obiettivi potrebbero essere mancati. Un'alleanza con i Repubblicani potrebbe aiutarlo sulle riforme economiche e la sicurezza nazionale, ma allo stesso tempo rischia poi di lasciare al Front National e all'estrema sinistra il ruolo di uniche opposizioni nel Paese. Una "fredda" continuità potrebbe quindi rivelarsi la cifra prevalente della presidenza Macron, alimentando divisioni e tensioni nel Paese, quella "nevrosi" di cui ha parlato lo scrittore Houllebecq. Il progetto europeo è quindi lungi dall'essere salvo, a meno che non sia in grado di generare opportunità economiche e maggiore sicurezza, mostrando allo stesso tempo più rispetto per i cittadini europei infastiditi dall'arroganza dei tecnocrati di Bruxelles.

Infine, il terzo punto. Macron non è Renzi e per Renzi è ormai troppo tardi per "fare il Macron italiano"... Macron è anzi la prova del suo fallimento, è ciò che Renzi avrebbe potuto essere se avesse fatto altre scelte.
1) Macron non è un politico di professione e ha una specifica competenza in campo economico.
2) Macron si è presentato alle prime elezioni utili, non ha tramato nel palazzo per arrivare al potere senza legittimazione popolare.
3) Ma soprattutto, Macron non si è bruciato per scalare e riformare un partito irriformabile, l'ha rottamato puntando su una sua startup politica.

Potrà sembrare paradossale, ma la storia politica di Renzi ha più similitudini con quella di Marine Le Pen: ha rottamato i "padri" costituenti del suo partito in nome del rinnovamento, finendo però - proprio nella battaglia decisiva - per essere risucchiato nel recinto ideologico di un partito irriformabile.

Thursday, March 16, 2017

Da Mark Rutte una lezione ai nostri europeisti "liberali"

Pubblicato su L'Intraprendente

Good news dalle elezioni politiche in Olanda. Affluenza record. La destra liberale del primo ministro uscente Mark Rutte "tiene" (pur scendendo a 33 seggi dai 41 del 2012), mentre il temuto partito di Geert Wilders avanza, arriva secondo (da 15 a 20 seggi), ma non sfonda. I laburisti, che erano al governo con Rutte, sprofondano. Euroburocrati ed europeisti tirano un sospiro di sollievo, ma i brindisi che si vedono e leggono sui social e sulla stampa sono del tutto fuori luogo... Non hanno ancora capito niente se pensano che in Europa si possa continuare così. Rutte ha "tenuto" proprio perché è tra i pochi che lo hanno compreso.

I temi di Wilders sono stati al centro della campagna elettorale e non sono stati affatto respinti dagli elettori, né emarginati dalle altre forze politiche. Non solo, infatti, il suo partito ha guadagnato seggi, ma se il premier Rutte ha potuto limitare le perdite, riconquistando la maggioranza relativa, è proprio perché li ha in qualche modo fatti propri, non negati. La spinta impressa da Wilders al dibattito politico in Olanda ha comunque determinato un radicale cambiamento del quadro partitico, spostando a destra il partito di Rutte e l'asse del prossimo governo.

Qualcuno avverta i "compagni col trolley", stamattina esultanti, che Rutte ha frenato Wilders perché di destra e perché liberale. Entrambe le cose. E' un liberista, i suoi riferimenti sono Margaret Thatcher e Ronald Reagan. E la precondizione che gli ha permesso di reggere è uno stato dell'economia pressoché perfetto: disoccupazione ai minimi, Pil in crescita del 2%, conti pubblici da "tripla A". Questa volta, anziché una grande coalizione con i laburisti, usciti asfaltati dalle urne, farà un governo di centrodestra. E sarà interprete in Europa di posizioni più intransigenti e nazionaliste, sia sui bilanci che sull'immigrazione.

Rutte ha accettato di confrontarsi con Wilders sul suo campo, senza negare l'evidenza di alcuni problemi, e per certi versi con le sue stesse armi. A gennaio ha inviato ai giornali una lettera aperta il cui messaggio a tutti gli immigrati era molto chiaro: rispettate le nostre regole e aderite ai nostri valori tradizionali, o andatevene. E' stato anche fortunato e abile a sfruttare la crisi con la Turchia per dimostrarsi leader forte e nazionalista, respingendo l'assurda pretesa dei ministri del governo turco di tenere comizi in Olanda a sostegno del referendum costituzionale per la riforma presidenzialista voluta da Erdogan.

Insomma, l'argine contro la destra nazionalista e anti-islamica di Wilders ("ultradestra xenofoba" sono termini che lasciamo volentieri al giornalista collettivo) non è stata la sinistra, ma una destra liberale e conservatrice che non ha avuto complessi nel dare risposte chiare ai cittadini su temi quali l'immigrazione, la sicurezza e la sovranità.

Anche i nostri europeisti "liberali" di "Forza Europa" avrebbero molto da imparare da Mark Rutte, che invece di negare i temi posti da Wilders (e dalla realtà) li ha fatti propri. Wilders è stato frenato non proponendo più accoglienza e "più Europa", ma parlando di nazione e confini. Rutte non ha una visione federalista dell'Ue, non crede nell'esercito comune e nel controllo condiviso dei confini, è contrario alla condivisione del debito e realista sull'immigrazione. "L'idea stessa di un'Europa sempre più unita è morta e sepolta", ha detto Rutte al World Economic Forum, lo scorso 19 gennaio, avvertendo che "il modo più veloce per smantellare l'Ue è continuare a parlare della creazione passo dopo passo di una sorta di superstato europeo". Il miglior modo per difendere l'Ue è rispondere alle preoccupazioni dei cittadini, non snobbarle trincerandosi dietro un europeismo di maniera.

Tuesday, June 21, 2016

Trump e Brexit: ribellione contro il politicamente corretto

Una rabbia cieca verso l'establishment politico e una paura irrazionale dell'immigrazione. Sarebbero questi, secondo la maggior parte degli osservatori, i due fattori che più alimentano fenomeni definiti populistici come la candidatura di Donald Trump alla Casa Bianca, al di là dell'Atlantico, e al di qua l'ampio consenso all'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea, su cui i cittadini britannici decideranno il prossimo 23 giugno.

Prima dell'assassinio della deputata laburista Jo Cox i sondaggi registravano una maggioranza di favorevoli alla cosiddetta Brexit, con vantaggi anche superiori ai 7 punti percentuali, ma anche oggi il consenso è ampio tanto da rendere l'esito del referendum ancora incerto. Il 41% degli intervistati indica l'immigrazione tra i temi più importanti per la sua decisione di voto e circa la metà ritiene che il problema sarebbe gestito meglio dalla Gran Bretagna fuori dall'Ue. Fondati o meno, gli argomenti allarmistici della campagna pro Ue potrebbero aver sortito l'effetto opposto. Qualche giorno fa il presidente dell'Eurogruppo, e ministro delle finanze olandese Dijsselbloem metteva in guardia: "In Olanda di referendum sull'Ue ne abbiamo avuti due, e la mia esperienza è che una cosa che sicuramente non funziona è quella di minacciare gli elettori con conseguenze terribili: non è un buon approccio".

Ma c'è qualcos'altro, oltre la paura? L'editorialista del New York Times Thomas B. Edsall ha cercato di indagare il meccanismo psicologico alla base del risentimento che sembra animare i sostenitori di Trump, giungendo alla conclusione che è in atto una vera e propria ribellione nei confronti delle norme del politicamente corretto - che si tratti di immigrazione e minoranze, di parità di genere, religioni, o di qualsiasi altro tema.

In molti elettori bianchi, osserva Edsall, è radicata la convinzione che il multiculturalismo imposto per legge, quella rete di leggi e direttive antidiscriminatorie a livello statale, locale e federale, e altri atti regolatori volti a implementare politiche di discriminazione positiva, siano stati progettati "per portare gli americani alla sottomissione", e che il politicamente corretto sia un mezzo censorio e coercitivo per silenziare la loro opposizione, per esempio all'immigrazione legale e illegale. E il rifiuto dei Democratici e in generale della sinistra americana di ascoltare, di concedere una qualche legittimità al malcontento dell'America bianca per la perdita di potere e status a vantaggio di minoranze e ondate di immigrati da tutto il mondo non farebbe altro che gettare benzina sul fuoco.

Per comprendere questa rivolta di ampi settori dell'opinione pubblica contro tutto ciò che suona politicamente corretto, Jonathan Haidt, professore presso la New York University, suggerisce di ricorrere al concetto di "reattanza psicologica", descritta come "la sensazione che si prova quando cercano di impedirti di fare qualcosa che hai sempre fatto, e percepisci che non hanno alcun diritto o giustificazione per fermarti. Così raddoppi i tuoi sforzi e lo fai ancora di più, solo per dimostrare che non accetti il loro dominio. E gli uomini, in particolare, sono preoccupati di dimostrare che non accettano il dominio". "Questa reazione - scriveva nel 1966 Jack W. Brehm, il primo a sviluppare questa teoria - è particolarmente comune quando gli individui si sentono obbligati ad adottare una particolare opinione o ad impegnarsi in un comportamento specifico. In particolare, una diminuzione percepita nella libertà accende uno stato emotivo, chiamato reattanza psicologica, che suscita comportamenti volti a ripristinare questa autonomia".

Tradotto al fenomeno Trump, secondo Jonathan Haidt "decenni di politicamente corretto, teso a rappresentare gli uomini bianchi eterosessuali come cattivi e oppressori, ha causato un certo grado di reattanza in molti, forse nella maggior parte di loro". Sia nei luoghi di lavoro che nel mondo accademico, Haidt sostiene che l'approccio accusatorio e vendicativo di molti attivisti per la giustizia sociale e sostenitori del multiculturalismo potrebbe in realtà aver accresciuto in molti il desiderio e la volontà di dire e fare cose non politicamente corrette. Da una ricerca di Simon Hedlin e Cass Sunstein, emerge che alcune persone respingono una politica o un'azione, anche se chiaramente nel loro vantaggio, quando si sentono spinte o costrette a prendere la decisione "giusta".

Trump, che prende a pugni il politicamente corretto, e per questo viene sanzionato moralmente, demonizzato dai suoi avversari e dai media, rappresenta un riscatto per quanti non ne possono più di sentirsi istruiti su come "non sta bene" pensare, parlare o comportarsi, e quindi si immedesimano in lui. Non si tratta di condividere questa o quella sua proposta, o l'intero suo programma. In politica non c'è legame più difficile da spezzare dell'immedesimazione, dell'empatia, tra un leader e i suoi elettori. La dichiarazione del presidente Obama sulla strage a Orlando, in Florida, epurata da ogni riferimento alla matrice islamista dell'attacco, è il tipico esempio del politicamente corretto contro il quale si ribellano Trump e suoi sostenitori.

Tornando al di qua dell'Atlantico, sul consenso alla Brexit, e in generale sul successo dei movimenti euroscettici, non c'è solo la paura. Anche l'europeismo negli anni è diventato un tabù del politicamente corretto, tanto da suscitare repulsione viscerale in un numero sempre maggiore di cittadini europei, a prescindere dai singoli problemi e Paesi. Emblematiche dell'atteggiamento miope delle elite europeiste sono le parole di Mario Monti, che bolla il referendum britannico come "abuso di democrazia".

La sensazione di perdita di identità, culturale e socio-economica, di fronte a grandi cambiamenti sia demografici che economici alimenta, anche in modo esagerato, paure e insicurezze dei ceti medi e medio-bassi. Ma bisogna chiedersi senza pregiudizi se sono totalmente ingiustificate, irrazionali, o se invece trovano un qualche riscontro nella realtà. E se c'è dell'altro, oltre la paura, ossia una legittima resistenza culturale e politica, sebbene istintiva. Si tratta di fantasmi, oppure è in corso da decenni una ridefinizione, da parte delle elite dominanti, di linguaggi e comportamenti, un processo di imposizione di narrazioni, agende, legislazioni, sostenute ricorrendo al politicamente corretto, sempre più spesso anche a dispetto di qualsiasi dato di realtà?

Conquistata la piena eguaglianza formale di fronte alla legge, estirpando odiose discriminazioni di genere e razziali, è iniziata sia al di là dell'Atlantico, sia al di qua (sebbene con qualche ritardo), una lunga fase di politiche risarcitorie, di discriminazione positiva, volte a garantire un'eguaglianza anche sostanziale. Una legislazione di favore sostenuta facendo leva sul politicamente corretto e sui sensi di colpa del resto della popolazione. Che si tratti di minoranze o di parità di genere, il sistema delle quote protette in tutti gli ambiti, dai posti nelle scuole alle liste elettorali, fino ai cda delle aziende, ne è il tipico esempio.

Poi c'è il fenomeno della nuova immigrazione che, sempre per "correttezza politica", viene gestito nel mito del multiculturalismo, dell'apertura delle frontiere e dell'accoglienza umanitaria come assoluto morale, nell'illusione che un salario o un sussidio, un permesso di soggiorno o un facile accesso alla cittadinanza, magari chiudendo un occhio su qualche "intemperanza" da tollerare in nome del relativismo culturale, possano bastare a raggiungere una piena e vera integrazione.

Queste politiche sono o fallite, o ritenute ormai ingiustificate e ingiuste da un numero sempre crescente di cittadini. Vengono viste come una forzatura delle "regole del gioco", dei favoritismi o, peggio, come un tentativo di ristrutturare dall'alto la società.

Nel gioco di tutele e risarcimenti da concedere alle varie minoranze a colpi di politicamente corretto, risentimenti e rivendicazioni reciproche si sono amplificate, anziché placarsi, innescando un processo di destrutturazione delle nostre società, che rischiano di non essere più comunità di individui portatori di uguali diritti e doveri, ma un insieme di gruppi e minoranze non solo "disintegrati", ma in competizione tra loro per ricevere privilegi e sussidi dal potere pubblico. Talmente tanti gruppi e minoranze a cui è stato riconosciuto un trattamento di favore, o di cui si sono tollerate forme di illegalità, anche gravi, che chi è rimasto fuori dal giro dei "favoristismi" si sente a sua volta una minoranza, e come tale nutre il suo risentimento. Uomini, bianchi, cristiani ed eterosessuali fanno parte di questa nuova "minoranza", che non ha bisogno di particolari protezioni, ma essendo da decenni additata come responsabile delle peggiori discriminazioni, è ora alla ricerca di riscatto, innanzitutto ribellandosi al politicamente corretto sotto qualsiasi forma si presenti.

Oltre a bollare come populistici certi fenomeni, e liquidarli come figli di una paura irrazionale, dovremmo interrogarci sui danni arrecati dai professionisti del politicamente corretto e dalla pigrizia intellettuale della classe politica e del mondo mediatico.

Friday, November 08, 2013

L'unico centrodestra possibile

Anche su Notapolitica e L'Opinione

L'intervento di Giovanni Orsina su La Stampa del 3 novembre ha il merito in indicare con precisione i tre dilemmi su cui si giocano l'identità e il futuro del centrodestra in Italia: bipolarismo, rivoluzione liberale, rapporti con l'Europa. Purtroppo, nel principale partito di centrodestra, il Pdl, sembra essere in corso una gara a chi riesce a trafugare la salma politica di Berlusconi e ad esibirla nella propria teca, così da poter rivendicare il titolo di successore e garantirsi un futuro politico. Ma la leadership di Berlusconi è qualcosa che si può ereditare, o piuttosto si conquista sul campo incarnando ciò che di buono il berlusconismo ha rappresentato per l'elettorato di centrodestra? Di fronte a questo spettacolo tra "falchi" e "colombe", "lealisti" e "governativi", è comprensibile guardare al dito anziché alla luna, e porsi dunque domande che Orsina definisce «miopi e contingenti».

Ma per quanto lo scontro in atto possa essere dominato da ambizioni (o miserie) personali, da una certa dose di reducismo e dai più futili motivi, è pur vero che ai diversi fronti contrapposti corrispondono in realtà altrettante visioni politiche su come dovrebbe essere il centrodestra italiano. Possiamo dunque ironizzare e dirci disgustati quanto vogliamo, ma qualcosa per cui valga la pena discutere e dividersi c'è eccome. Siamo infatti ad un crocevia. Con la rara e brevissima parentesi della destra storica l'Italia non aveva mai conosciuto una destra di governo, nonostante gli italiani "non di sinistra" siano probabilmente da sempre un'ampia maggioranza nel paese. La stessa idea di destra, o di centrodestra, è stata messa immediatamente al bando dopo il fascismo. Durante la Prima Repubblica abbiamo avuto prima un centro, poi un centrosinistra.

Silvio Berlusconi ha sdoganato l'idea di una destra di governo non solo e non tanto perché ha sdoganato gli ex-Msi, ma perché per la prima volta nella storia della Repubblica è riuscito a vincere le elezioni e a governare per molti anni a capo di una coalizione di centrodestra, in grado di non lasciare rilevanti vuoti politici né alla sua destra né al centro. Ora questa eredità è a rischio a causa dell'inevitabile tramonto della sua leadership: sia per errori suoi, sia per un'incessante opera di criminalizzazione giudiziaria e demonizzazione politico-culturale nei suoi confronti, non solo in quanto leader vincente ma forse soprattutto in quanto incarnazione di un centrodestra di governo, idea di per sé scandalosa e insopportabile agli occhi di molta parte dell'establishment, sia pubblico che privato, e della sinistra reduce del comunismo, ancora prigioniera del mito della resistenza tradita.

Ecco, dunque, il bivio: ipotesi a) torniamo verso un sistema (più simile a quello della Prima Repubblica) con un partito di centro e di governo, com'era la Dc, cioè incline ad una gestione consociativa e concertativa dello status quo, e una destra anche rilevante elettoralmente ma politicamente marginale. Si tratterebbe di un sistema potenzialmente a misura di Pd: avvantaggiandosi della frantumazione del centrodestra potrebbe ritrovarsi sempre al governo, sia che l'elettorato si sposti a sinistra, ovviamente, sia che si sposti a destra (conservando la maggioranza relativa e aprendo al centro dei "presentabili"). Ipotesi b) andiamo verso un sistema più compiutamente bipolare (una sorta di evoluzione e maturazione della Seconda Repubblica), in cui al di fuori di una coalizione o di un partito unitario di centrodestra non resta pressoché alcuno spazio politico.

Entrambi i blocchi che si stanno confrontando in questo momento nel Pdl sembrano puntare dritti verso il primo scenario, anche se ciascuno, in cuor suo, forse s'illude di lavorare al secondo. Il Pdl nella versione degli "alfaniani", "defalchizzandosi" e inseguendo il mito della stabilità a scapito del merito delle politiche, aprirebbe un fossato alla sua destra rischiando di ritrovarsi elettoralmente rilevante ma subalterno alla sinistra, in sostanza un avversario da battere agilmente o, al massimo, da cooptare in un governo di "larghe intese" qualora il Pd non trovasse alla propria sinistra numeri sufficienti e forze responsabili con cui governare. D'altra parte, il rischio che la nuova Forza Italia si riveli numericamente consistente ma politicamente marginale, perché mera ridotta post-berlusconiana, nostalgica e rancorosa, priva di vocazione maggioritaria, europea e di governo, c'è tutto.

Ciò che gli uni e gli altri dovrebbero capire è che se l'obiettivo è davvero un centrodestra maggioritario in un sistema bipolare, il Pdl (o Forza Italia, o comunque si chiamerà) ha bisogno sia dei falchi che delle colombe, dei moderati come degli intransigenti. Come ogni altro grande partito in una democrazia bipolare. Certo, poi non si possono non segnalare le contraddizioni delle attuali categorie, per cui gli esponenti di spicco degli "alfaniani" sono tra i più estremisti (vedi Giovanardi, Sacconi, Quagliariello, Formigoni, Roccella) su temi rispetto ai quali ormai qualsiasi destra con vocazione maggioritaria nel mondo occidentale non può più permettersi di arroccarsi. Se con il termine "moderati" si intende moderazione nelle politiche e una tendenza al compromesso, e con il termine "radicali" una maggiore nettezza identitaria e intransigenza, un partito di centrodestra che abbia vocazione maggioritaria e di governo in un sistema bipolare non può fare a meno né degli uni né degli altri.

A patto però - e torniamo ai «dilemmi» di cui parlava Orsina - che ci sia chiarezza sulle condizioni, riguardanti sia l'assetto del sistema politico sia l'identità del partito, alle quali può esistere un centrodestra in Italia: bipolarismo/presidenzialismo, approccio fusionista, centralità di temi come tasse e giustizia, europeismo critico. Insomma, tutti gli ingredienti del miglior berlusconismo, quello del '94. Non è che non possa esistere un centrodestra senza Berlusconi in persona. Ma o fa rima con il berlusconismo, nel senso degli ingredienti appena citati, o semplicemente non è. Diversamente, avremmo solo un centro e una destra, l'uno subalterno l'altra marginale.

La scelta bipolarista e presidenzialista dev'essere quindi netta e perseguita con determinazione, e su questo purtroppo l'ala governativa del Pdl è spesso ambigua. Non si tratta solo di sistemi elettorali o istituzionali: ad un esito neocentrista si può arrivare anche se ci si proclama (come da sempre Casini) alternativi alla sinistra, qualora una linea troppo compromissoria e rinunciataria su questioni fortemente identitarie finisca con il provocare una scissione, o del partito o dell'elettorato di centrodestra. E' vero che Berlusconi non ha mantenuto la grande promessa della "rivoluzione liberale", ma nell'elettorato la richiesta di vera e propria liberazione dall'oppressione fiscale e burocratica si è semmai accresciuta, assumendo toni esasperati. Tasse e giustizia sono forse i volti più emblematici e intollerabili dell'insano rapporto fra Stato e cittadini, che in Italia somiglia più al rapporto tra Sovrano assoluto e sudditi. Di qui la centralità delle tasse (da tagliare, tagliando la spesa pubblica) e della giustizia (da riformare).

Il problema dei "governativi" del Pdl è che accettando che l'esperienza delle "larghe intese" prosegua nonostante la decadenza di Berlusconi (per mano del partito alleato, prim'ancora che per effetto della mera applicazione di una sentenza di condanna), e mostrandosi disponibili a sacrificare sull'altare della "stabilità" anche temi centrali come tasse e giustizia, fino alla rottura con il proprio partito, hanno ridotto il loro potere contrattuale al tavolo del governo e alimentato nel Pd la tentazione di giocare sugli "strappi" per provocare la spaccatura del Pdl.

Quasi tutti i provvedimenti del Governo Letta prevedono nuove tasse come coperture finanziarie, anche la cancellazione delle rate Imu per il 2013, e la legge di stabilità per il 2014 prevede il ritorno dell'Imu sulla prima casa e un aggravio generale della tassazione sugli immobili e sul risparmio (una patrimoniale ormai vicina a 40 miliardi), a fronte di sgravi più che altro redistributivi, che a giudizio della Banca d'Italia non compensano nemmeno l'effetto del fiscal drag. La legge di stabilità, così com'è, è davvero invotabile per chiunque abbia in mente un futuro di centrodestra. D'altronde, sulle tasse la disponibilità al compromesso richiesta da Letta e Saccomanni, e che Alfano sembra pronto ad accordare, appare davvero incompatibile con lo spirito "rivoluzionario" del '94 (e del 2001) a cui tutti a parole dichiarano di voler tornare. Ai livelli a cui siamo giunti, un approccio radicale al tema delle tasse in Italia è l'unico plausibile per mantenere un rapporto con l'elettorato di centrodestra, a costo di venire accusati di populismo e irresponsabilità dalla sinistra.

La sensazione è che l'ala governativa del Pdl abbia anteposto la "stabilità" non solo alla difesa del suo leader da una prematura decadenza, ma anche al merito delle politiche e, ciò che è peggio, agli assi fondanti del berlusconismo, per il semplice calcolo che sopravvenendo a breve l'incandidabilità di Berlusconi proprio la durata del governo avrebbe di per sé garantito un morbido passaggio della leadership del partito ad Alfano, ancora segretario.

Riguardo l'Europa il discorso è più complesso. Sia "lealisti" che "governativi" sono ambigui. Come ha osservato Panebianco sul Corriere, occorre «evitare di esorcizzare l'ondata antieuropeista usando sciocchi e logori termini passepartout (che non spiegano nulla) come il termine populista». Ma un centrodestra con vocazione maggioritaria e di governo non può nemmeno "flirtare" con pulsioni "no euro" e anti-tedesche, né con irrealistici isolazionismi dal sapore autarchico. Dunque, contestare la retorica europeista "mainstream", rappresentare con forza il più che fondato malcontento verso l'Europa che stiamo costruendo, un moloch burocratico e iper-statalista, ma la critica all'austerità da parte del centrodestra  non può tradursi in nostalgia per le politiche fiscali lassiste e inflazionistiche, dovrebbe puntare a smontare la cultura economica dominante sia a Bruxelles che a Roma, per la quale tassare è l'unico modo per rispettare i vincoli di bilancio e gli investimenti pubblici l'unico per crescere.

Concludendo, la questione centrale è se questo paese abbia diritto ad avere una destra o un centrodestra vincente e di governo, nei cui confronti non vigano una demonizzazione e una persecuzione permanenti, da parte non solo degli avversari politici ma anche di poteri che dovrebbero essere neutrali se non neutri, o se invece sia condannato ad una non scelta tra una sinistra post-comunista e un centro neo-democristiano culturalmente subalterno.

Friday, June 06, 2008

Si può essere anche altro-europeisti

Rispondendo a una domanda del direttore di Radio Radicale, Massimo Bordin, il ministro degli Esteri Frattini ha con sincerità ammesso che l'idea spinelliana, federalista di Europa, cara ai radicali, «oggettivamente non ha trovato risposta nel trattato di Lisbona», che invece «rimarca il ruolo degli stati». E' ad oggi «un'idea che gli stati membri dell'Europa non hanno condiviso». Un dato di fatto che mi pare evidente da molto tempo. Ciò che non riesco a capire è come mai, se a prevalere nettamente è la visione intergovernativa, convinti spinelliani e federalisti come Pannella e Bonino non perdano occasione per sposare l'europeismo di maniera dei Napolitano, dei Monti e dei Padoa-Schioppa, per prendere per oro colato qualsiasi cosa provenga da Bruxellles, e non si mettano invece all'opposizione dei tecno-burocrati e dei professionisti dell'europeismo politicamente corretto, insieme ai pochi che rimproverano all'Europa un deficit di democrazia. Chi l'ha detto che gli euroscettici debbano passare tutti per anti-europeisti. Si può essere anche altro-europeisti. L'impressione è che il loro europeismo spinelliano e federalista lo usino nella polemica politica nei confronti di Sarkozy o della Lega Nord, ma abbiano invece rinunciato a combattere contro i veri nemici della visione federalista, che sono quasi tutti a Bruxelles e fanno parte dell'establishment culturale, economico e burocratico.

Monday, August 27, 2007

Nessun veto francese ai negoziati Ue-Turchia

La radicata avversione di Sarkozy all'ingresso della Turchia nell'Ue costituiva per Pannella, la Bonino e i radicali di Torre Argentina, il sommo e più "radicale" motivo di dissenso con il candidato presidente, nonché il sintomo di un anti-europeismo incompatibile con la visione radicale di Stati Uniti d'Europa (come se i professionisti dell'europeismo, i Napolitano e i Padoa Schiopppa, fossero compatibili...). Non importa se rispetto alla sua avversaria Sarkozy si dimostrava più preparato e riformatore dal punto di vista socio-economico. Quella contrarietà alla Turchia nell'Ue spiegava tutto di lui e bastava per combatterlo come una sciagura per l'Europa, addirittura peggio di Le Pen.

Ebbene, questa avversione non sembra essere sparita d'incanto, ma neanche così radicata. Se venisse avviata una «profonda riflessione» sul futuro dell'Ue a 27, «la Francia non si opporrà all'apertura di nuovi capitoli di negoziati tra la Ue e la Turchia nei mesi e anni a venire». Così lo stesso presidente francese, che torna a spiazzare i suoi critici. Tale riflessione, ha spiegato, potrebbe essere avviata da un «comitato di 10-12 saggi di alto livello», di cui ha proposto la formazione entro la fine dell'anno.

Sarkozy ha comunque ribadito la sua preferenza per la formula dell'«associazione», prevedendo che «sarà un giorno riconosciuta da tutti come la più ragionevole», ma non opporrà un veto a priori sull'apertura dei capitoli di nagoziato.

Tuesday, June 26, 2007

Altri mugugni "europeisti"

Mentre arriva puntuale il grido di dolore di una delle più autorevoli vestali dell'europeismo "politicamente corretto", il presidente Napolitano, che denuncia i «meschini ripiegamenti» sul ruolo dell'Europa, sembra più lucido Mario Monti, per il quale il «minitrattato rappresenta un maxiprogresso». Qualcuno, invece, avrebbe preferito che fosse ignorato il voto dei francesi e degli olandesi, essendo abituato nel proprio paese ad ignorare gli esiti referendari.

Anche Monti si dice sorpreso «che ci sia stata sorpresa» di fronte alla richiesta del presidente francese Sarkozy di eliminare dal testo il riferimento alla «concorrenza libera e non distorta» tra gli obiettivi dell'Unione europea. Già negli anni della Convenzione, ricorda, «la politica della concorrenza venne spesso attaccata. In prima linea erano la Francia di Jacques Chirac e la Germania di Gerhard Schröder». Eppure, non erano in tanti a lamentarsene. Solo ora che all'Eliseo c'è Sarkozy qualcuno scopre che i francesi sono protezionisti.

I danni dei professionisti dell'europeismo

EuropeistiLe vestali dell'europeismo politicamente corretto si sono scandalizzate per l'esito deludente del vertice del Consiglio europeo di Bruxelles, dal quale faticosamente è uscito un accordo di basso profilo sul nuovo trattato dell'Unione. Emesse e ritirate patenti di europeismo; solenni discorsi di retorica europeista alternati a piagnistei e accuse. All'indice la Polonia dei fratelli Kaczynski. Ora che all'Eliseo c'è Sarkozy si scopre che i francesi sono protezionisti, mentre restano tra i "buoni" Italia, Spagna e Germania. Anche Blair finisce nella lista dei "cattivi". Non importa se grazie all'accoglimento delle sue richieste il premier britannico potrà evitare al trattato di dover passare per la stretta via referendaria, scongiurando quindi un'altra, probabile, sonora bocciatura, questa volta dagli inglesi.

Tra le cause dell'impasse c'è un equivoco di fondo sul concetto stesso e la funzione di una costituzione. Essa deve innanzitutto provvedere a regolare il funzionamento democratico delle istituzioni e a dichiarare i già noti diritti dei cittadini. Se invece, attraverso il trattato costituzionale, si pretende di far prevalere certe legislazioni del lavoro e protezioni sociali, un modello di politica economica, e persino una visione di politica estera, è inevitabile che non si trovi un accordo.

Si tratta degli ambiti della decisione politica ordinaria, non di un assetto che si vuole costituzionale. Tra l'altro, il rischio concreto è che su temi delicati come le garanzie dei cittadini, la giustizia, il modello economico e sociale, si perpetuino e, anzi, si diffondano, i mali del continente da cui giustamente i cittadini britannici, per esempio, intendono tutelarsi. Meglio una virtuosa competizione tra le varie legislazioni nazionali che un'omologazione alle politiche centraliste, dirigiste e protezioniste che ci stanno condannando al declino.

Alla base delle odierne difficoltà c'è anche un'analisi sbagliata della bocciatura, nel giugno del 2005, del nuovo trattato costituzionale da parte dei cittadini francesi e olandesi. All'indomani del voto i leader europei annunciarono «un periodo di riflessione». Per molti il tempo avrebbe dovuto sanare le ferite, "sbianchettando" gli esiti referendari, consentendo così alla macchina di ripartire esattamente dal punto in cui ci si era fermata, come se nulla fosse accaduto e se si potessero archiviare quei milioni di "no" senza prima aver posto sotto severo esame l'approccio "europeista" che aveva partorito la bozza costituzionale uscita sconfitta.

Da sole, l'estrema destra nazionalista e xenofoba e l'estrema sinistra anti-americana, anti-capitalista e anti-global, non sarebbero mai riuscite a bocciare la nuova costituzione europea. Quei "no" anti-liberali dei francesi a un'Europa che liberale non era – e che pur essendo statalista e protezionista, socialdemocratica e gollista, veniva accusata di non esserlo abbastanza – non avrebbero mai raggiunto il 55% dei voti, se non avesse pesato una terza forza non organizzata, che si finge di non vedere. Quella dei sinceri europeisti – liberali, democratici, federalisti – delusi da questa Europa, che non se la sono sentita di approvare un farraginoso trattato intergovernativo, una selva intricata di "nuovi diritti" e ipertrofia burocratica, massima espressione dell'establishment europeo e di una sorta di pensiero unico sull'Europa (il solo "politicamente corretto") che in totale dispregio del costituzionalismo liberale ha ridotto il sogno europeo a un incubo burocratico. La nuova costituzione, con i suoi 448 articoli, 441 in più di quelli necessari se guardiamo alla Costituzione Usa, poneva le basi per un nuovo assolutismo, soft e burocratico.

Non basta dire: "più Europa". Bisogna capire "quale Europa". E il dibattito su "quale Europa" è stato del tutto atrofizzato, negli anni, dalle oligarchie tecno-burocratiche di Bruxelles, dai professionisti di quell’europeismo politicamente corretto: gli ideologi dell’Europa intergovernativa e comunitaria. Per meglio demonizzare il dissenso verso il loro modello, si sono scelti gli avversari più comodi, alimentando gli istinti e le fobie di estrema destra ed estrema sinistra e "silenziando", invece, con arroganza e aridità ideale, quegli europeisti che con buone ragioni oppongono a questa Non-Europa una diversa e più attraente idea di Europa, democratica e federale: gli Stati Uniti d’Europa.

Ormai ci si muove nell'ottica del modello intergovernativo, divenuto ideologia ufficiale dell'europeismo. Per cui "più Europa" coincide con il rafforzamento di quel modello e i soli europeisti patentati sono coloro che lo sostengono. Gli stessi federalisti sono caduti nella trappola e si riducono ormai a considerare il rafforzamento del modello intergovernativo come un successo anche un loro, mentre in realtà proseguire su quella via allontana la prospettiva federale.

Il modello intergovernativo è parte del problema, ma nonostante le sconfitte i chierici dell'europeismo lo ritengono l'unica soluzione. E' strutturalmente inadeguato a far compiere all'Europa il salto di qualità verso l'unione politica. Se infatti, nel muovere i primi passi, all'Unione erano indispensabili le spinte dei governi e delle élite intellettuali, finanziarie e burocratiche, oggi l'unione politica non può che trovare la sua compiutezza e legittimità nei cittadini europei, tramite un assetto democratico e federalista.

Se la scelta è tra una versione debole e una forte di un potere intergovernativo da cui prende forma un Superstato visto come vincolo burocratico a cui strappare tutele e privilegi nazionali, allora è preferibile che rimanga debole. Finché non verrà superata la logica dell'UE come camera di compensazione degli interessi dei singoli stati membri, che è propria del modello intergovernativo, e non verranno invece individuati nei cittadini i soggetti di interessi e diritti cui la politica europea, nelle sue nuove istituzioni, democratiche e federali, dovrà rispondere, è più prudente che il Leviatano europeo non accresca troppo i suoi poteri.

Da LibMagazine