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Thursday, March 16, 2017

Da Mark Rutte una lezione ai nostri europeisti "liberali"

Pubblicato su L'Intraprendente

Good news dalle elezioni politiche in Olanda. Affluenza record. La destra liberale del primo ministro uscente Mark Rutte "tiene" (pur scendendo a 33 seggi dai 41 del 2012), mentre il temuto partito di Geert Wilders avanza, arriva secondo (da 15 a 20 seggi), ma non sfonda. I laburisti, che erano al governo con Rutte, sprofondano. Euroburocrati ed europeisti tirano un sospiro di sollievo, ma i brindisi che si vedono e leggono sui social e sulla stampa sono del tutto fuori luogo... Non hanno ancora capito niente se pensano che in Europa si possa continuare così. Rutte ha "tenuto" proprio perché è tra i pochi che lo hanno compreso.

I temi di Wilders sono stati al centro della campagna elettorale e non sono stati affatto respinti dagli elettori, né emarginati dalle altre forze politiche. Non solo, infatti, il suo partito ha guadagnato seggi, ma se il premier Rutte ha potuto limitare le perdite, riconquistando la maggioranza relativa, è proprio perché li ha in qualche modo fatti propri, non negati. La spinta impressa da Wilders al dibattito politico in Olanda ha comunque determinato un radicale cambiamento del quadro partitico, spostando a destra il partito di Rutte e l'asse del prossimo governo.

Qualcuno avverta i "compagni col trolley", stamattina esultanti, che Rutte ha frenato Wilders perché di destra e perché liberale. Entrambe le cose. E' un liberista, i suoi riferimenti sono Margaret Thatcher e Ronald Reagan. E la precondizione che gli ha permesso di reggere è uno stato dell'economia pressoché perfetto: disoccupazione ai minimi, Pil in crescita del 2%, conti pubblici da "tripla A". Questa volta, anziché una grande coalizione con i laburisti, usciti asfaltati dalle urne, farà un governo di centrodestra. E sarà interprete in Europa di posizioni più intransigenti e nazionaliste, sia sui bilanci che sull'immigrazione.

Rutte ha accettato di confrontarsi con Wilders sul suo campo, senza negare l'evidenza di alcuni problemi, e per certi versi con le sue stesse armi. A gennaio ha inviato ai giornali una lettera aperta il cui messaggio a tutti gli immigrati era molto chiaro: rispettate le nostre regole e aderite ai nostri valori tradizionali, o andatevene. E' stato anche fortunato e abile a sfruttare la crisi con la Turchia per dimostrarsi leader forte e nazionalista, respingendo l'assurda pretesa dei ministri del governo turco di tenere comizi in Olanda a sostegno del referendum costituzionale per la riforma presidenzialista voluta da Erdogan.

Insomma, l'argine contro la destra nazionalista e anti-islamica di Wilders ("ultradestra xenofoba" sono termini che lasciamo volentieri al giornalista collettivo) non è stata la sinistra, ma una destra liberale e conservatrice che non ha avuto complessi nel dare risposte chiare ai cittadini su temi quali l'immigrazione, la sicurezza e la sovranità.

Anche i nostri europeisti "liberali" di "Forza Europa" avrebbero molto da imparare da Mark Rutte, che invece di negare i temi posti da Wilders (e dalla realtà) li ha fatti propri. Wilders è stato frenato non proponendo più accoglienza e "più Europa", ma parlando di nazione e confini. Rutte non ha una visione federalista dell'Ue, non crede nell'esercito comune e nel controllo condiviso dei confini, è contrario alla condivisione del debito e realista sull'immigrazione. "L'idea stessa di un'Europa sempre più unita è morta e sepolta", ha detto Rutte al World Economic Forum, lo scorso 19 gennaio, avvertendo che "il modo più veloce per smantellare l'Ue è continuare a parlare della creazione passo dopo passo di una sorta di superstato europeo". Il miglior modo per difendere l'Ue è rispondere alle preoccupazioni dei cittadini, non snobbarle trincerandosi dietro un europeismo di maniera.

Monday, April 23, 2012

La giornata: lunedì nerissimo e tasse da allarme rosso

Lunedì nerissimo per le Borse europee. Milano perde quasi il 4%, è sotto la soglia dei 14.000 punti, lo spread è salito fino a 410 punti. A preoccupare i mercati i risultati del primo turno delle presidenziali francesci (più Hollande che Le Pen, a mio avviso), la crisi politica in Olanda dopo il fallimento delle trattative sulle misure di austerity per ridurre l'elevato deficit, e come se non bastasse il dato negativo del manifatturiero in Germania.

Nel frattempo prosegue con tutti i connotati del bluff il dibattito sulla spending review. Passera, Giarda, Patroni Griffi, Grilli, nemmeno una parola di chiarezza, solo mezze frasi, per di più contraddittorie, che non fanno presagire nulla di buono da questa ormai mitologica spending review. Non se ne capiscono la natura (razionalizzazione o tagli in profondità?), il target (5-6, 13, o 20-25 miliardi?) né l'utilizzo degli eventuali risparmi (taglio delle tasse o nuove spese?). Di sicuro nella delega fiscale di ridurre le tasse non se ne parla.

Su tasse e spesa pubblica è ancora una volta la Corte dei Conti a tuonare. Dopo aver constatato, già nel dicembre scorso, che il governo stava mirando al pareggio di bilancio nel paradosso di un ulteriore aumento del livello di intermediazione del bilancio pubblico, oggi intervenendo davanti alle commissioni Bilancio il presidente Giampaolino ha confermato che il carico fiscale supererà il 45%; ha avvertito che forzando «una pressione già fuori linea nel confronto europeo», e generando quindi «le condizioni per ulteriori effetti recessivi», il «pericolo di un cortocircuito rigore-crescita non è dissipato nell'impianto del Def». Anzi, «prendendo a riferimento il 2013, l'anno del pareggio di bilancio, si può calcolare che l'effetto recessivo indotto dissolverebbe circa la metà dei 75 miliardi di correzione netta attribuiti alla manovra di riequilibrio».

Proprio in considerazione dell'allarme per gli effetti recessivi delle tasse, la Corte dei Conti suggerisce di «aggredire» la spesa, ma «non solo nei suoi aspetti patologici quali sprechi e sperperi», e di «riconsiderare drasticamente» alcune organizzazioni della pubblica amministrazione.

Mentre le reazioni italiane al primo turno delle presidenziali francesi si dividono tra patetiche e schizofreniche, e Bersani giura che non è tentato dal voto a ottobre sull'onda del probabile successo di Hollande (invece l'idea sembra prendere piede nel Pd), novità positive arrivano dall'India. La Corte Suprema infatti ha deciso di ammettere il ricorso presentato dall'Italia sull'incostituzionalità della detenzione dei due marò. Così il caso passa nelle mani della massima autorità giudiziaria federale ed esce dalla giungla politico-giudiziaria dell'insignificante Stato del Kerala. E' probabile che a livello federale abbiano maggior peso sia il diritto internazionale che i rapporti con l'Italia.

Tuesday, September 21, 2010

Anche in Svezia suona la sveglia

Dopo l'affermazione nella liberale Olanda del partito di Geert Wilders, i partiti nazionalisti e anti-immigrazione prendono piede anche in Danimarca e in Svezia, le patrie della socialdemocrazia scandinava e di modelli sociali generosi e tolleranti. Come osserva Il Foglio, «gli establishment europei, accecati dall'ideologia del politicamente corretto, prima fingono di non vedere, poi si dicono scioccati da questa avanzata». L'analisi mi sembra scontata. Se i partiti di governo - di centrodestra o di centrosinistra - vogliono contenere l'«avanzata» e disinnescare possibili derive intolleranti e xenofobe, non devono demonizzarli, ma comprendere che intercettano e danno una rappresentanza politica a un disagio reale. E' quanto stanno facendo Sarkozy in Francia, dove Le Pen è fortemente ridimensionato, e Berlusconi in Italia, dove la Lega è sì influente, ma anche molto più "moderata" e ormai interna al "sistema" rispetto ai partiti anti-immigrazione del nord Europa. Inoltre, essendo un partito radicato solo in una parte del Paese, è più "popolare" e rappresenta istanze territoriali (come il federalismo) che l'hanno spinta a maturare un profilo "di governo".

L'immigrazione incontrollata alimenta un senso di insicurezza e di ingiustizia sociale, e spesso è davvero - inutile negarlo - fonte di criminalità e di costi sociali che gravano sui ceti medi e più deboli. Un malinteso senso di tolleranza, inoltre, produce vere e proprie sacche, zone franche del diritto in cui pullulano una cultura e spesso un'ideologia politica incompatibili con i principi fondamentali che regolano la convivenza civile in Europa. Sono questioni tremendamente importanti, che non vanno né negate né sottovalutate, ma vanno affrontate con determinazione, respingendo il "negazionismo" e il "politicamente corretto" tipico di Bruxelles, proprio per evitare l'insorgere e l'aggravarsi di fenomeni di xenofobia.

Ma è un altro il dato epocale delle elezioni svedesi di domenica scorsa, purtroppo oscurato dall'affermazione dei "Democratici di Svezia". I socialdemocratici ridotti ai minimi storici e il centrodestra liberale al 49,3 per cento. Se "dalla culla alla tomba" è lo storico slogan di un certo modello di welfare statale, almeno in Svezia sembra esserci finito quel modello nella tomba... E viene premiato l'approccio decisamente riformatore del premier Fredrik Reinfeldt: aumento dell'età di pensionamento, lotta agli sprechi, privatizzazioni, riduzione delle tasse.

Monday, July 12, 2010

Calcio batte calci

Alla fine vince la squadra più completa del Mondiale. Più completa per la qualità individuale in ogni reparto e nel gioco, ma anche per saggezza tattica, pazienza, maturità e sangue freddo (che sembra un ossimoro trattandosi degli spagnoli). Favorita alla vigilia, eravamo rimasti in pochi a crederci dopo la sconfitta dell'esordio contro la Svizzera. E anche dopo le vittorie con un solo gol di scarto, ha continuato ad essere sottovalutata. Prima Brasile e Argentina (il trionfo della scuola sudamericana su quella europea, si diceva sarebbe stato questo Mondiale), poi la Germania avevano impressionato di più. Ma le lacune erano evidenti, mentre la Spagna continuava a sembrarmi la più completa, anche senza strafare e soffrendo. E piano piano è arrivata lontano.

L'Olanda ha comprensibilmente impostato la partita nel distruggere il gioco avversario e nel ripartire in contropiede. Per poco non gli riusciva la beffa, ma quando giochi in questo modo devi essere cinico e non sciupare troppe occasioni. Va detto però che neanche nella fase "destruens" l'Olanda è stata perfetta: ha fermato il gioco dell'Invincibile Armada per lunghi tratti, ma più con le cattive che con le buone. E solo l'arbitro ha tenuto in partita gli arancioni. De Jong andava espulso già al primo tempo, e la partita avrebbe preso tutt'altra piega; van Bommel, già ammonito, meritava il secondo giallo in almeno altre due o tre occasioni; e anche Robben sul finale andava espulso per doppia ammonizione (una perdita di tempo per cui poco dopo si è preso il giallo Xavi). Per non parlare del rigore negato.

Un bel mondiale, forse il migliore tra gli ultimi tre. Dove anche le squadre per necessità o natura più difensive si sono poste il problema della qualità in avanti, mentre tutte le nazionali hanno mostrato passi avanti dal punto di vista dell'organizzazione del gioco. Dove i campioni più attesi forse hanno deluso, ma tra conferme e sorprese non sono stati pochi i giocatori di valore che si sono fatti notare. Tutti gli spagnoli, ovviamente. Iniesta il migliore al mondo, la sintesi tra mediano e fantasista più riuscita nel calcio moderno, un giocatore unico, gol a parte. Decisivo Casillas, la cui esperienza ha pesato nel confronto con tutti gli altri portieri, e immenso Puyol. Nell'Olanda solido e indispensabile De Jong. E' spiccato poi il talento dei tedeschi Muller e Ozil, mentre nell'Uruguay (se avesse avuto un portiere degno di questo nome chissà...) due conferme (Forlan e Suarez) e tante sorprese (Perez e Fucile).

Monday, July 05, 2010

Brasile-Argentina, dalla Finale annunciata allo stesso finale

C'è un comune denominatore nell'amara - quanto strameritata - eliminazione di Brasile e Argentina: il non saper reagire al primo vero momento di difficoltà del Mondiale, come se nei giocatori e nei ct fossero convinti che tutto sarebbe andato liscio fino all'inevitabile esito positivo. Avevano ragione i critici casalinghi delle rispettive nazionali a non farsi abindolare dalle facili vittorie nel girone e agli Ottavi. Incontrando le prime squadre vere, quelle splendenti corazzate di talenti si sono sciolte come neve al sole. Complici le scelte sbagliate dei loro ct - nelle convocazioni e negli assurdi puntigli - ma anche la presunzione. Fin qui le similitudini.

Mentre Dunga e i brasiliani hanno peccato di arroganza, e reagito nervosamente al pareggio fortunoso dell'Olanda - rosicando, si direbbe da noi - gli argentini sono sorprendentemente mancati dell'unica cosa di cui tutti eravamo convinti fossero provvisti: il carattere. Flebile la reazione dopo lo svantaggio, neanche dopo l'intervallo c'è stata una scossa. E ciò dovrebbe farci capire che non basta qualche pacca sulle spalle e qualche bacio a rendere un allenatore davvero carismatico. La squadra di un allenatore davvero carismatico reagisce e lotta, non declina verso la sconfitta compiaciuta comunque del suo talento.

Maradona ci aveva quasi convinti del miracolo. In realtà, senza l'aiuto di Rosetti questa Argentina avrebbe avuto difficoltà a passare contro il Messico. In realtà, tutte le lacune che si indicavano alla vigilia, ed emerse anche all'esordio contro la Nigeria, hanno pesato: portiere e difensori scadenti e poco filtro a centrocampo (mentre Zanetti e Cambiasso venivano lasciati a casa); il gioco lasciato troppo ai solisti (Messi, Tevez e forse anche Di Maria insieme sono ridondanti); poco movimento senza palla, tutti ad aspettare il pallone sui piedi o la giocata risolutiva di qualche big.

Le vittorie di Olanda e Germania sono state la vittoria dell'organizzazione e del gioco di squadra contro la pretesa improvvisazione dei singoli. Insomma, nulla di nuovo, nulla di soprendente, l'eterna disputa del calcio. Non so se Messi e Robinho non sono all'altezza dei giocatori di una volta, oppure - e protendo per questa seconda - se il calcio è cambiato e ormai quasi tutte le squadre dal punto di vista atletico e organizzativo non concedono troppo ai fuoriclasse. Ma sarebbe ingiusto dare l'idea che Olanda e Germania sono squadre prive di talenti (Robben e Snejider lo sono, come Muller e Ozil). Hanno saputo però meglio mettere questi talenti al servizio della squadra.

Dopo le prime partite i commentatori ci avevano ripetuto fino alla noia che questo sarebbe stato il Mondiale della scuola sudamericana, e invece è stata la rivincita del calcio europeo (3 squadre su 4 in semifinale) e per la prima volta nella storia dei Mondiali una squadra europea potrebbe vincere fuori dai confini dell'Europa (alla faccia di Blatter, che vuole togliere posti alle squadre europee). L'esito drammatico di Uruguay-Ghana conferma che il calcio è cosa serissima, e come la vita sa essere crudele. Papere dei portieri a parte (altro che jabulani!), gran spettacolo! Addolora lo psicodramma degli africani, dal paradiso all'inferno in pochi secondi. Ma sarebbe ingiusto dire che l'Uruguay non ha meritato. Ha creato grandi occasioni, senza dimenticare che l'azione del Ghana al 120' era viziata da fuorigioco e un netto rigore su Abreu poco prima.

A questo punto, anche se non brillante, la Spagna continua a sembrarmi la squadra più completa. Grande qualità in tutti i ruoli (anche in panchina), carattere e saggezza tattica (cose che mancavano agli spagnoli fino a qualche anno fa). La Germania vive un momento di grande esaltazione psicologica, ma non è completa in tutti i ruoli come la Spagna: difficilmente portiere e difensori spagnoli concederanno ai tedeschi di passare in vantaggio così facilmente come con Inghilterra e Argentina, e poter quindi colpire in contropiede. Apertissima anche la sfida tra uruguaiani e olandesi: ai primi mancherà la classe di Suarez davanti, ma potrebbe essere più pesante l'assenza del perno del centrocampo olandese, De Jong, che rende la squadra solida difensivamente come forse l'Olanda non è mai stata.

Monday, June 30, 2008

Espana, Olé

Una bellissima Spagna si aggiudica meritatamente gli Europei 2008. L'Italia è stata l'unica squadra contro la quale gli spagnoli non sono riusciti a vincere e se la Federazione non avesse tempestivamente richiamato Lippi c'è da scommettere che Donadoni avrebbe usato anche questo argomento per negare la brutta figura che ci ha fatto rimediare. Secondo questa logica, l'Olanda, che ha battuto tre a zero l'unica squadra che non ha perso contro la Spagna, potrebbe autoproclamarsi vincitore morale.

Ma parliamo della Spagna, una nazionale che spesso in queste competizioni parte a razzo nel girone per poi sciogliersi ai primi scontri a eliminazione diretta. Gran possesso palla, ma il difetto degli spagnoli (simile a quello dei portoghesi) è che "si piacciono" troppo nel palleggio. Quest'anno gli è bastato aggiungere un pizzico di concretezza per diventare una squadra estremamente competitiva. Hanno sbagliato molte occasioni per chiudere la partita, ieri sera, e i tenaci tedeschi avrebbero potuto castigarli, ma la differenza tecnica in campo è apparsa evidente.

In generale è stato un torneo da cui è emerso che nel calcio di oggi per vincere devi saper giocare (dal punto di vista tecnico) e giocartela (dal punto di vista tattico), che le fiammate estemporanee o il "catenaccio" possono risolverti una partita, ma non farti arrivare fino in fondo. E non sempre è stato così.

Ballack ha confermato di essere un giocatore molto sopravvalutato, mentre gli spagnoli hanno dimostrato di essere un gruppo molto giovane ma affiatato, dotato tecnicamente, e ora con una discreta esperienza di alto livello. La mia impressione è che questa squadra possa fare molto bene anche ai prossimi Mondiali e possa aprirsi un ciclo. Su tutti, confesso di avere un debole per Fabregas, letteralmente sontuoso (ha solo 21 anni e già alle spalle splendide annate nell'Arsenal).

Una nota la merita la Semifinale giocata contro i russi. Chi ha visto la partita si sarà chiesto dove fosse finita la Russia dei supplementari con l'Olanda e se le isole Far Oer avessero preso il suo posto. Intendiamoci: ci sta di sbagliare una partita, di non riuscire a ripetere le belle giocate fatte vedere nei Quarti, ma un tale calo fisico non può che accentuare certi sospetti che avevo avuto, anche perché gli spagnoli venivano da un Quarto di finale finito ai rigori e con un giorno in meno di riposo. I russi erano totalmente fermi, ma particolarmente deludente, assente dal gioco, è stato il talento Arshavin, che contro l'Olanda al 120° minuto era ancora capace di scatti brucianti. Il passaggio in Semifinale avrà comunque fatto schizzare in alto la sua valutazione...

Sunday, June 22, 2008

Che benzina usano i russi?

La Grande Olanda, super-favorita, è stata eliminata dai russi che hanno sfoderato una prestazione straordinaria. E così tre quarti su quattro si sono conclusi con l'eliminazione di altrettante prime classificate nel proprio girone (Croazia e Olanda addirittura a punteggio pieno). Vedremo stasera se Spagna - Italia sarà o no l'eccezione.

Olanda - Russia è stata una bellissima partita. Vinta meritatamente ai supplementari dai russi. Ma nessuno ha sollevato i dubbi che ieri sera a me sono venuti guardando la partita. Di solito capita ai supplementari che una squadra dimostri di avere più birra dell'altra, ma francamente la differenza ieri tra russi e olandesi mi è sembrata davvero eccessiva. In fondo, gli olandesi erano riusciti a pareggiare nei minuti finali dei tempi regolamentari. Al termine dei '90 minuti i russi avevano dimostrato un gioco particolarmente agile e veloce, ma gli olandesi erano sempre stati pericolosi e in partita.

Improvvisamente, ai supplementari, è come se i russi avessero messo il turbo e gli olandesi fossero crollati. Ripeto: di solito una delle due squadre si dimostra più resistente dell'altra, ma in generale i ritmi della partita si abbassano comunque per entrambe. Insomma, la birra che avevano in corpo i russi a me è parsa sospetta. La differenza troppo marcata, anche perché l'Olanda è una squadra molto forte fisicamente e veloce a sua volta. Soprattutto, dopo 120 minuti di gioco puoi certamente correre di più del tuo avversario, ma sul piano del "fondo". Si sono visti, invece, certi scatti, una rapidità nel saltare l'uomo in spazi brevi, e una lucidità sotto porta, che ai supplementari io non ricordo di aver mai visto. E non in uno o due giocatori, ma in tutti, compresi quelli che giocavano dall'inizio.

Insomma, a me qualche dubbio è venuto. Hiddink è un ottimo allenatore, molto esperto, per di più olandese, e ha preparato molto bene la partita con un avversario che conosce benissimo. Sempre Hiddink guidava la Corea del Sud ai mondiali di Corea e Giappone, nel 2002. In quell'occasione i coreani giunsero addirittura in Semifinale, grazie a un cammino sorprendente che destò non poche polemiche. Non solo per la partita vinta contro l'Italia grazie al famigerato arbitro Moreno e per altri clamorosi errori arbitrali a suo vantaggio, ma anche per l'incredibile tenuta atletica della squadra, mentre è noto che tenuta atletica e forza fisica siano i maggiori handicap dei giocatori asiatici.

Wednesday, June 18, 2008

Italia adelante!

Italia ai Quarti, con merito, perché nell'arco delle tre partite ha fatto senz'altro più e meglio di Francia e Romania. Adesso, ovviamente, a sentire tv e a leggere i giornali siamo passati dalle stalle alle stelle. Non è così, altro che "notte perfetta".

La Nazionale ieri ha confermato tutte le sue carenze. Dobbiamo la vittoria con la Francia innanzitutto alla Francia stessa, che si è dimostrata davvero ben poca cosa in questa competizione. Tranne il talento ancora acerbo di Benzema e gli ultimi fuochi d'artificio di Henry; la dobbiamo alla prestazione maiuscola di alcuni singoli: De Rossi, Buffon e Pirlo su tutti, ma anche Cassano e la difesa. Toni c'è, ma sembra ormai entrato nella tipica psicologia dell'attaccante in crisi d'astinenza. Sa di esserlo, non si può dire che giochi male, è nel vivo dell'azione, tiene bene palla a fa salire la squadra, ma sul più bello è precipitoso, insicuro, e finisce con lo sbagliare gol che con maggiore convinzione avrebbe buttato dentro. Il problema è che in questi tornei le partite sono poche e non si può aspettarlo in eterno.

Tornando alla squadra, ci troviamo con il paradosso di una partita giocata bene dalla maggior parte degli azzurri individualmente, ma non collettivamente. Continuano a non segnare su azione, e non è un caso: un gol in mischia su calcio d'angolo (con la Romania); un rigore e un autogol su calcio di punizione da 35 metri (con la Francia) contro una squadra in dieci per 70 minuti. Ci stanno i momenti di difficoltà, perché i francesi non ci stavano a perdere e hanno dato tutto. Non è quello, è che non siamo in grado di sviluppare un gioco che ci permetta di segnare su azione. Ci sono questi lanci lunghi per Toni, che o di testa o arpionando il pallone con i suoi trampoli dovrebbe buttarla dentro.

Cassano è stato troppo "disciplinato", nel senso che da lui ci si aspetta un po più d'iniziativa, che entri in area saltando l'uomo. I centrocampisti non si inseriscono; nessuna triangolazione che penetri nella difesa avversaria palla a terra. Insomma, ci hanno tenuto in gioco le doti individuali e la forza di volontà, ma creiamo per lo più tanta confusione, sia davanti che dietro. Intendiamoci, la confusione si può rivelare positiva, nel senso che è imprevidibilità, e un paio di partite ai Mondiali scorsi le abbiamo vinte anche così, ma certo ci rende discontinui e anche imprevedibilmente fragili quando la partita non dovesse girare bene come ieri sera.

I nostri hanno comunque le qualità per esplodere in qualsiasi momento e battere chiunque. Ha ragione Van Basten, che di esperienza ne ha: «Dai Quarti si riparte da zero, tutto può accadere». Adesso c'è la Spagna. Squadra che spesso nelle partite a eliminazione diretta si scioglie come neve al sole dopo un girone dominato alla grande, e che comunque tende a giocare un buon calcio senza chiudersi, il che ci favorisce. Sempre ricordandoci che Toni non è un attaccante da contropiede, per quello serviva Pippo Inzaghi (e sarebbe servito comunque). Sapremo presto quanto il successo di stasera sia merito nostro o demerito dei francesi. Bisogna concludere, infatti, che nel cosiddetto "girone di ferro", dominato da una Olanda stellare (con 9 "riserve" batte la Romania di Mutu 2 a 0), Italia, Francia e Romania hanno tutte deluso, giocando molto al di sotto delle aspettative. Intanto, con le squalifiche di Pirlo e Gattuso credo proprio che Donadoni non potrà fare a meno di far giocare Aquilani. Adelante.

Monday, June 16, 2008

Il no degli irlandesi a questa Europa moloch burocratico

da Ideazione.com

Un solo Stato membro, per di più di piccole dimensioni, non può bloccare un processo politico che riguarda i 27 Stati dell'Unione Europea. E' il commento di gran lunga più abusato sulla vittoria dei "no" nel referendum sul Trattato di Lisbona che si è svolto in Irlanda lo scorso 12 giugno. Ma anche il più ingannevole. Anche i grandi quotidiani hanno titolato, più o meno: "L'Irlanda decide per tutti". «Non si può immaginare che la decisione di metà degli elettori di un Paese che rappresenta meno dell'1 per cento della popolazione dell'Ue possa arrestare il processo di riforma». Parole del presidente della Repubblica, Napolitano, ampiamente condivise dal ministro degli Esteri Frattini e dai due principali partiti, Pdl e Pd.

Tuttavia, una dichiarazione di una tale arroganza e superficialità da parte del capo dello Stato ci costringe a formulare un'obiezione. Si sarebbe potuta accusare l'Irlanda di bloccare tutti gli altri Stati membri, solo nel caso in cui a tutti i cittadini dell'Ue fosse stata offerta la possibilità di esprimersi e se, tra di essi, solo gli irlandesi avessero espresso un parere negativo. Non sappiamo, infatti, quale sarebbe potuto essere l'esito di un referendum negli altri 26, ma è lecito presumere che il Trattato di Lisbona sarebbe uscito sconfitto in più d'uno, se non nella maggioranza, dei Paesi europei. L'unica cosa che non si può fare è dare per scontato che nel voto popolare i "sì" avrebbero vinto ovunque.

Questo Trattato ha una storia. Concepito per rafforzare l'azione delle istituzioni europee, nasce come ripiego della ben più ambiziosa, a partire dal nome, Costituzione europea, affondata nel giugno del 2005 dai "no" referendari francesi e olandesi. Quello dei francesi fu certamente un "no" anti-global e anti-liberale ad un'Europa che liberale non era, ma che veniva accusata di non essere abbastanza statalista e protezionista. Un "no" sia gollista, che "lepenista" e di estrema sinistra. In Olanda, invece, l'affermazione dei "no" appariva immune dai pregiudizi francesi, e dovuta per lo più alla percezione che le tradizionali politiche orientate al libero mercato fossero minacciate dalla burocrazia di Bruxelles. «La maggioranza del no è proteiforme, contraddittoria. Coagula angosce differenti, amalgama le insoddisfazioni e senza alcun imbarazzo intercetta i pregiudizi dell'estrema destra come dell'ultrasinistra». Il giudizio che esprimeva allora André Glucksmann è valido anche oggi per il "no" degli irlandesi.

Hanno certamente pesato le spinte nazionaliste e le paure della globalizzazione, ma sarebbe riduttivo esaurire con esse l'analisi del voto. Ci sarebbe da chiedersi, infatti, come mai quasi in tutti i Paesi europei i partiti che rappresentano questi stati d'animo escono minoritari dalle elezioni politiche. Così come appare riduttivo parlare di un semplice "problema di comunicazione". Compatto il sistema politico e sociale irlandese (quasi tutti i partiti e i maggiori sindacati) si sono attivamente schierati per il "sì". Ma autonomamente, quasi istintivamente, gli irlandesi hanno deciso il contrario. Ci dev'essere dell'altro, se ormai, ogni qual volta i popoli europei hanno modo di esprimersi sui trattati partoriti a Bruxelles, li bocciano sonoramente. C'è in quei "no" – francesi, olandesi, irlandesi e altri – una componente decisiva di europeisti delusi da questa Europa, da questo Trattato, da questi leader.

«Dublino dà lezioni di democrazia all'Europa», è il titolo di un acuto commento uscito sul Wall Street Journal sabato 14 giugno: «Gli irlandesi hanno battuto un colpo per la democrazia in Europa questa settimana, bloccando un gioco di potere delle elite politiche del continente», prendendo il Trattato di Lisbona per ciò che realmente è: un tentativo di riesumare sotto mentite spoglie la costituzione bocciata da francesi e olandesi esattamente tre anni fa. Una costituzione che, secondo le pretese dei suoi estensori, avrebbe dovuto garantire all'Europa una presenza nel mondo simile, per peso e dimensioni, a quella degli Stati Uniti. Ciò sarebbe dovuto avvenire con un presidente del Consiglio non eletto e senza una politica estera e di difesa comune. Solo considerando questi aspetti, appare chiaro come siano stati saggi alcuni popoli europei a rispedire il progetto ai mittenti. «La costituzione europea ha 448 articoli. 441 in più di quella degli Stati Uniti. Solo per questo andrebbe bocciata», commentava George F. Will, sul Washington Post.

L'Europa è stata sorda alla sconfitta del progetto costituzionale nei precedenti referendum. I burocrati e i professionisti dell'europeismo politicamente corretto si sono limitati ad aggirare l'ostacolo dei referendum nazionali, anziché impegnarsi a comprendere lo scetticismo dei cittadini europei e convincerli a superarlo. La "Costituzione" si è chiamata "Trattato"; sono stati introdotti cambiamenti solo "cosmetici"; e si è chiesto ai governi nazionali di non sottoporre il Trattato a referendum popolare. Ventisei Paesi stavano quindi procedendo alla ratifica per via parlamentare, quando dall'Irlanda, la cui Costituzione impone di sottoporre a referendum anche i trattati, come forma di garanzia del mantenimento della neutralità del Paese, puntuale è giunta la nuova bocciatura. «I burocrati di Bruxelles non sanno reagire ai cambiamenti», ha osservato Vaclav Klaus, presidente della Repubblica Ceca.

Certo è che, come quello dei francesi e degli olandesi, il voto di dissenso degli irlandesi non ha riguardato l'articolato in sé, che ovviamente neanche conoscono (così farraginoso e difficile da leggere). Per gli elettori non si tratta di strappare un migliore accordo a Bruxelles, qualche concessione in più che solo gli addetti ai lavori potrebbero scorgere tra le mille pieghe di un trattato. E' una bocciatura dell'Europa com'è oggi, di cui il Trattato di Lisbona è la suprema espressione: una burocrazia, sulla quale i cittadini europei avvertono di non avere il minimo controllo, che produce nuova burocrazia appesantendo quelle nazionali.

E' falsa un'altra accusa che in queste ore viene lanciata all'indirizzo dell'Irlanda, cioè che sia uscita dal sottosviluppo grazie ai soldi dell'Ue. Certo, i fondi comunitari hanno fatto molto, ma molto di più hanno potuto le politiche economiche liberali adottate negli anni scorsi dai governi irlandesi che si sono succeduti con il consenso dei propri cittadini. Proprio gli irlandesi hanno mostrato all'Europa come risolvere alcuni problemi economici che gravano sull'intero continente. Hanno usato la stabilità e le prestazioni dell'euro, la leva fiscale, per attrarre capitale, raggiungendo un livello di benessere inedito per il loro Paese. Con il loro "no" hanno detto chiaro e tondo all'Ue che non sono disposti a farsi legare le mani dai burocrati di Bruxelles.

«Andare avanti» fu anche la parola d'ordine di tre anni fa, nel tentativo dell'establishment europeo di annacquare, di far finta di niente, di neutralizzare il dibattito che sarebbe potuto scaturire su quale modello di Europa, di imporre una sorta di pensiero unico sull'Ue, che pare possa e debba essere solo inter-governativa. Anche oggi sembra che si preferisca nascondere la testa sotto la sabbia. La realtà è che siamo giunti ad un punto che richiede o un ulteriore grande slancio verso un'unione politica, democratica, federalista, che però dovrebbe essere guidato da leader adeguati e lungimiranti, oppure di accontentarci di quanto già abbiamo. Il modello inter-governativo si è rivelato forse il più pragmatico, ma bisognerebbe ammettere che oggi è anche quello più limitante. Non si può estendere a dismisura senza veder comparire slabbrature dal punto di vista del controllo democratico.

La lezione da trarre dal "no" degli irlandesi è che i politici europei devono esporre i loro grandi progetti alla luce del sole, non di nascosto, soprattutto se essi diluiscono la sovranità nazionale. Scelte più difficili attendono l'Europa, ma non erano nelle urne di Dublino. Secondo il WSJ, «l'Ue non ha bisogno di un nuovo trattato per giocare un importante ruolo nel mondo, ma di volontà politica, sulla guerra al terrorismo così come sul libero commercio». Invece, è l'Europa dei piccoli grandi sussidi che preservano lo status quo; l'Europa dei vincoli burocratici cui strappare tutele e privilegi nazionali. Non è l'Europa dei grandi progetti in politica estera, o sull'energia. La ex costituzione, il nuovo Trattato e le stesse istituzioni europee, smarriscono i diritti fondamentali nell'ipertrofia burocratica dei "nuovi diritti" e in una selva intricata di tecnicismi per bilanciare i diversi pesi dei governi nazionali. Istintivamente i cittadini europei – abbiamo motivo di ritenere non solo gli irlandesi – vedono nell'Europa di oggi, e nel Trattato di Lisbona, un "moloch", un nuovo assolutismo, soft, burocratico e imperscrutabile.

Saturday, June 14, 2008

Italia, troppo poco per meritare i Quarti

Ieri sera la nazionale italiana ha giocato senz'altro meglio che nella partita di esordio persa con l'Olanda (che si è dimostrata una grande squadra, battendo anche la Francia per 4 splendidi gol a 1).

Ma gli innesti, seppure positivi (soprattutto Chiellini e De Rossi, ma tranne Perrotta) non sono bastati. La partita è stata a dir poco rocambolesca. Condizionata dall'arbitraggio, perché il gol di Toni era regolare, anche se per la dinamica dell'azione la sua posizione era molto difficile da valutare dal campo. Sarebbe quindi sbagliato recriminare troppo per questo errore arbitrale, anche perché avevamo altri 45 minuti per segnare e l'Italia ha creato tantissime occasioni che soprattutto Toni ha sciupato. Potevamo vincere, dunque, ma anche perdere, se Panucci non ci avesse salvati da un errore clamoroso di Zambrotta e Buffon da un errore dello stesso Panucci.

A questo punto però, soprattutto guardando il secondo tempo, c'è da chiedersi se in questa squadra ci siano troppi ex giocatori (Zambrotta, il lentissimo Pirlo, Gattuso, Camoranesi, solo pallidi ricordi dei giocatori che conoscevamo), oppure se non sia stata completamente sbagliata la preparazione atletica. Perché ieri sera i nostri sembravano aver speso tutto già all'inizio del secondo tempo. Grazie soprattutto a Cassano abbiamo avuto alcune occasioni, ma la maggior parte mi sembravano camminare per il campo sfiniti, nessuno brillante, capace di puntare e saltare l'uomo. Sono mancati i ritmi e le accelerazioni necessari a mettere davvero in difficoltà la difesa rumena.

L'impressione che ho avuto ieri sera quindi è che sia mancata soprattutto la condizione fisica. Rimane una squadra messa male in campo da un ct inesperto (che continua a ignorare Aquilani) e costruita peggio, su un'unica soluzione offensiva: cross e colpo di testa di Toni; cui manca un giocatore da assist e da triangolazioni per gli inserimenti da dietro; Pirlo non ne ha le caratteristiche, perché ormai da anni anche nel Milan parte da dietro, gioca più da regista arretrato e spesso si concede qualche pausa di troppo. Del Piero e Cassano sono due seconde punte e hanno giocato il primo troppo decentrato e il secondo troppo lontano dalla porta avversaria.

Non si può fare a meno di osservare che la Federazione ha sbagliato a non imporsi su Donadoni per fargli accettare i discorsi di Nesta e Totti. Il secondo era comunque infortunato, ma il primo ci sarebbe stato utilissimo. In fondo, a 31 anni, chedevano di essere risparmiati per le partite più importanti e d'altra parte sarebbe stato interesse della nazionale stessa poterli avere in discreta forma anche in vista dei prossimi mondiali. Altri giocatori in passato (basti ricordare Baggio) hanno giocato eccellenti mondiali a 33 anni.

Onore all'Olanda. Ha ottenuto sei punti in due partite umiliando campioni e vice-campioni del mondo. Trovo giusto che contro la Romania Van Basten faccia riposare qualcuno dei suoi in vista delle prossime partite. Italia e Francia, con un punto, non hanno nessun diritto di pretendere che l'Olanda le aiuti laddove da sole non ce l'hanno fatta. Per favore, nessun piagnisteo come quattro anni fa con Svezia-Danimarca.

Adesso non ci resta che la partita con la Francia. Chiediamo soprattutto che ci venga risparmiata la beffa dopo il danno. Forse meriteremo l'esclusione, ma non facciamoci battere dalla Francia, rischiando di regalargli il passaggio del turno. Questo proprio no. Visto il contesto è la peggiore partita che si potesse immaginare. Troveremo due squadre entrambe deluse e rancorose, incattivite. Donadoni esca di scena con onore. E in silenzio.

P.S.: Prosegue lo scandalo delle telecronache Rai, con i soliti errori, le faziosità, e la "chicca" di Bagni, che due minuti prima del gol di Mutu aveva definito deludente la sua prestazione.

Tuesday, June 10, 2008

Azzurri impresentabili, Rai indecente

Dolcissima mi è stata ieri sera la vittoria della liberale Olanda contro la clericale Italia. Donadoni ha presentato in campo una formazione rappresentativa di quell'Italia dove non conta il merito ma contano le relazioni, le clientele. Perdonatemi se la butto in politica. Ma il ct non ha solo sbagliato formazione, che può capitare. Ha tenuto in panchina il centrocampo della Roma che per un soffio non ha vinto lo scudetto, per far giocare tutti e tre i suoi "amichetti" del Milan, una squadra in crisi proprio per il suo centrocampo e solo quinta in campionato. Già non mi andava giù che non giocasse Aquilani. Quando poi, poco prima del fischio d'inizio ho saputo che non giocava neanche De Rossi, forse il miglior centrocampista europeo insieme a Gerrard, ho deciso che avrei tifato per l'Olanda. Provate a mettere sul mercato Aquilani e Ambrosini e poi ne riparliamo.

Cannavaro è insostituibile, ma Donadoni avrebbe dovuto partire con Zambrotta a destra, Grosso a sinistra (come ai mondiali) e Panucci centrale, perché insieme Barzagli e Materazzi non possono proprio giocare. Per le prossime li escluderei entrambi provando Gamberini, che peggio di come ha giocato Barzagli ieri sera non credo che possa giocare. A centrocampo fuori Ambrosini, Gattuso e Camoranesi, che sono cotti. Dentro De Rossi, Aquilani e Perrotta, con Pirlo dietro le punte (Del Piero e Toni). Grosso e Zambrotta a fare le fasce.

Una nota sulle telecronache della Rai, semplicemente scandalose e indecenti, piene di errori tecnici e faziosità. Un commentatore, domenica, arrivava a dire che la Polonia meritava il pareggio contro la Germania, pur non avendo mai tirato in porta. "Fraseggio stucchevole", veniva definita l'azione che avrebbe portato al 2-0 per i tedeschi.

Ieri sera Bagni e Civoli hanno dimostrato di non conoscere il regolamento: non esiste la posizione passiva del difensore. Nei primi minuti hanno emesso sentenze irrispettose su alcuni giocatori olandesi. Engelaar "impresentabile" (avrebbe dominato il centrocampo), Van Nisterlrooy e Van Bronckhorst definiti più o meno esplicitamente "finiti". Van Nisterlrooy incontenibile e Van Bronckhorst avrebbe dominato la fascia sinistra per tutta la partita, avviando e concludendo l'azione del terzo gol. Infine, la chicca: durante il secondo tempo, proprio quando Bagni, riferendosi agli olandesi, azzardava un "non sono abituati a difendere e tutto quello che hanno speso nel primo tempo ora lo pagano, stanno camminando", quelli partivano in contropiede e infilavano Buffon per la terza volta.