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Tuesday, February 03, 2015

Mattarella, il paternalismo socialdemocristiano ci porta in Grecia

La vecchia logica del "nessun nemico a sinistra" a cui si è piegato Renzi (logica da 24%, non da 40) e l'insostenibile subalternità culturale del centrodestra

Cosa ci si poteva aspettare dal discorso alle Camere del nuovo presidente Sergio Mattarella? Esattamente ciò che ha pronunciato: il ricordo di Tachè, l'accenno ai marò (minimo sindacale, sarebbe stato gravissimo se li avesse dimenticati), l'enfasi sulla guerra al terrorismo (nessun applauso) sono stati gli unici passaggi non scontati. Per il resto, un discorso buono per tutte le stagioni, banalotto, tanto polveroso paternalismo dc e tanta retorica assistenzialista. Dal punto di vista economico-sociale, per le sue citazioni ha accuratamente selezionato gli articoli del cosiddetto "patto sociale" della Costituzione: più diritti e garanzie che libertà. Cattolicesimo sociale, direbbe qualcuno. Paternalismo dc, direi, anzi socialdemocristiano. Peccato che sia terribilmente out of time. Quella lunga lista di "diritti" e assistenzialismi è esattamente IL problema (LA follia) di questo Paese. Continuare a spacciare le pesanti droghe socialisteggianti e assistenzialiste - purtroppo sì, è vero, ancora scolpite nella nostra Costituzione - e per di più a un Parlamento che da sinistra a destra è un tossico di spesa pubblica, non è esattamente ciò che ci serve. Suona comodo e rassicurante, ma non è ciò che può farci uscire dalla crisi. Mattarella rappresenta la Grecia in noi che avanza...

E' stato un discorso di illusioni, non di speranze, di vecchie e pericolose illusioni scritte nella nostra Carta e nel Dna socialdemocristiano. Anche nella frase che probabilmente leggeremo domani sulle prime pagine dei giornali: «L'arbitro dev'essere e sarà imparziale... ma i giocatori lo aiutino con la loro correttezza». Non accadrà, all'occorrenza l'arbitro potrà anche segnare dei gol (è questo il senso del richiamo alla correttezza dei giocatori...): non per malafede, ma perché nel nostro sistema politico-istituzionale sono saltati regole e schemi. Completamente e irrimediabilmente. L'elezione diretta del presidente della Repubblica è urgente per dare alla carica la legittimazione popolare diretta richiesta dal ruolo che è ormai chiamato a svolgere in un sistema maggioritario.

Dal punto di vista strettamente politico si è trattato di un discorso "governativo": in nessun passaggio può essere suonato il campanello d'allarme di Renzi. Anzi, è arrivato un esplicito endorsement al percorso di riforme costituzionali (riforme che cambiano qualcosa - in peggio - per non cambiare, in realtà, nulla).

RENZI - Eppure, il premier non può dormire sonni tranquilli, come ho già scritto nel post precedente. Il problema è che Mattarella non è esattamente l'immagine di quel rinnovamento che Renzi aveva promesso in ogni ambito, suscitando grandi aspettative. Certo, magari non potrà fargli ombra come personalità, ma il suo grigiore finirà per ingrigire un bel po' anche lui, per intaccare nell'opinione pubblica la sua immagine di innovatore e "rottamatore".

Non credo affatto che Mattarella fosse la sua prima scelta. Quando si parla di capolavoro di Renzi bisogna intendersi. Ha scelto la via meno rischiosa per eleggere il nuovo capo dello Stato rapidamente, senza psicodrammi, intestandosi i meriti dell'operazione, così da poter al più presto archiviare la pratica e tornare a parlare di cose concrete. In questo una scelta molto saggia, e certamente vincente, perché ai cittadini (escludendo quel milione - per lo più di parassiti - che vive e parla di politica) del nuovo presidente frega assai poco. Ma la sua è stata una scelta né originale né coraggiosa: si può parlare di "capolavoro" solo perché Berlusconi e Alfano hanno di nuovo fatto la figura degli utili idioti? No, a mio modo di vedere è stata una vittoria tattica ma non strategica. Più uno scampato pericolo immediato. Di capolavoro si sarebbe potuto parlare se fosse riuscito a consolidare il suo potere portando al Quirinale un suo uomo (o donna): non nel senso di un suo servo, ma una figura in grado - per età, per esperienze politiche e per consapevolezza riformatrice - di rappresentare un'epoca di cambiamento, l'"era renziana", e anche un Pd diverso, meno ripiegato sulle sue due culture politiche fondatrici, ex comunista e sinistra dc.

Non è stata, insomma, una scelta da "partito della nazione", coerente con la strategia di un leader che ambisce a rivolgersi all'elettorato moderato, ex berlusconiano, per portare il Pd oltre la sua storica soglia di consenso. La scelta di ripartire dal Pd, di ricompattare innanzitutto il proprio partito è stata una scelta in parte dettata da realismo, suggerita dalla realtà dei numeri parlamentari, ma in parte anche dalla logica "nessun nemico a sinistra". Una logica vecchia e minoritaria, perdente, alla Bersani (e infatti Mattarella era anche tra i candidati di Bersani nel 2013). Una logica da Pd al 24%, non al 40. Attenzione, non sto dicendo che portando Mattarella al Colle Renzi si sia giocato tutto il consenso al di fuori del vecchio Pd che era riuscito ad aggregare: da qui alle prossime elezioni ci sono ancora molti mesi e molte scelte da compiere. Ma certo questa scelta in particolare, probabilmente per evitare guai peggiori, è stata dettata da una logica di vecchia appartenenza, da 24% e non da 40.

CENTRODESTRA - Per una volta non parliamo del complesso di superiorità, culturale e morale, della sinistra. L'elezione di Mattarella ha messo in chiara luce il patologico complesso di inferiorità del vecchio centrodestra: nessun esponente di FI o di Ncd ha osato criticare nel merito, oltre che nel metodo, la candidatura imposta da Renzi. Il problema è che Renzi non li avrebbe consultati, non avrebbe proposto una rosa di nomi, non che Mattarella rappresenta, come ha ben ricordato Piero Ostellino nell'editoriale di domenica, «quanto di più illiberale abbiano prodotto, da noi, la cultura politica egemone e il sistema politico». Né hanno saputo opporre una loro candidatura, tanto che il preferito di Berlusconi e dei suoi nelle ultime tre elezioni presidenziali è stato Giuliano Amato, un socialista della Prima Repubblica, presidente del Consiglio di centrosinistra nella Seconda, uno che ha messo le mani nelle tasche degli italiani appena ha potuto e accumulato ogni sorta delle prebende che ingrossano la nostra spesa pubblica.

E' il segno di qualcosa di più grave di una subalternità culturale, è una totale assenza di identità culturale. Gli esponenti di ciò che resta del principale partito del vecchio centrodestra letteralmente non sanno chi sono, da dove vengono e dove vogliono andare. Uno smarrimento accentuato dal declino di Berlusconi, dal momento che non possono più aggrapparsi, come fino a qualche anno fa, alla sua lucidità (un pallido ricordo) e al suo orgoglio (ormai ferito). Il berlusconismo come surrogato di una cultura politica non basta più. E se per la mancata realizzazione della promessa "rivoluzione liberale" Berlusconi può invocare qualche alibi - dall'aggressione mediatico-giudiziaria all'opposizione di nemici interni ed esterni - il fatto che i vent'anni della sua leadership abbiano lasciato un tale deserto di cultura politica è un fallimento di cui porta per intero la responsabilità.

Friday, November 08, 2013

L'unico centrodestra possibile

Anche su Notapolitica e L'Opinione

L'intervento di Giovanni Orsina su La Stampa del 3 novembre ha il merito in indicare con precisione i tre dilemmi su cui si giocano l'identità e il futuro del centrodestra in Italia: bipolarismo, rivoluzione liberale, rapporti con l'Europa. Purtroppo, nel principale partito di centrodestra, il Pdl, sembra essere in corso una gara a chi riesce a trafugare la salma politica di Berlusconi e ad esibirla nella propria teca, così da poter rivendicare il titolo di successore e garantirsi un futuro politico. Ma la leadership di Berlusconi è qualcosa che si può ereditare, o piuttosto si conquista sul campo incarnando ciò che di buono il berlusconismo ha rappresentato per l'elettorato di centrodestra? Di fronte a questo spettacolo tra "falchi" e "colombe", "lealisti" e "governativi", è comprensibile guardare al dito anziché alla luna, e porsi dunque domande che Orsina definisce «miopi e contingenti».

Ma per quanto lo scontro in atto possa essere dominato da ambizioni (o miserie) personali, da una certa dose di reducismo e dai più futili motivi, è pur vero che ai diversi fronti contrapposti corrispondono in realtà altrettante visioni politiche su come dovrebbe essere il centrodestra italiano. Possiamo dunque ironizzare e dirci disgustati quanto vogliamo, ma qualcosa per cui valga la pena discutere e dividersi c'è eccome. Siamo infatti ad un crocevia. Con la rara e brevissima parentesi della destra storica l'Italia non aveva mai conosciuto una destra di governo, nonostante gli italiani "non di sinistra" siano probabilmente da sempre un'ampia maggioranza nel paese. La stessa idea di destra, o di centrodestra, è stata messa immediatamente al bando dopo il fascismo. Durante la Prima Repubblica abbiamo avuto prima un centro, poi un centrosinistra.

Silvio Berlusconi ha sdoganato l'idea di una destra di governo non solo e non tanto perché ha sdoganato gli ex-Msi, ma perché per la prima volta nella storia della Repubblica è riuscito a vincere le elezioni e a governare per molti anni a capo di una coalizione di centrodestra, in grado di non lasciare rilevanti vuoti politici né alla sua destra né al centro. Ora questa eredità è a rischio a causa dell'inevitabile tramonto della sua leadership: sia per errori suoi, sia per un'incessante opera di criminalizzazione giudiziaria e demonizzazione politico-culturale nei suoi confronti, non solo in quanto leader vincente ma forse soprattutto in quanto incarnazione di un centrodestra di governo, idea di per sé scandalosa e insopportabile agli occhi di molta parte dell'establishment, sia pubblico che privato, e della sinistra reduce del comunismo, ancora prigioniera del mito della resistenza tradita.

Ecco, dunque, il bivio: ipotesi a) torniamo verso un sistema (più simile a quello della Prima Repubblica) con un partito di centro e di governo, com'era la Dc, cioè incline ad una gestione consociativa e concertativa dello status quo, e una destra anche rilevante elettoralmente ma politicamente marginale. Si tratterebbe di un sistema potenzialmente a misura di Pd: avvantaggiandosi della frantumazione del centrodestra potrebbe ritrovarsi sempre al governo, sia che l'elettorato si sposti a sinistra, ovviamente, sia che si sposti a destra (conservando la maggioranza relativa e aprendo al centro dei "presentabili"). Ipotesi b) andiamo verso un sistema più compiutamente bipolare (una sorta di evoluzione e maturazione della Seconda Repubblica), in cui al di fuori di una coalizione o di un partito unitario di centrodestra non resta pressoché alcuno spazio politico.

Entrambi i blocchi che si stanno confrontando in questo momento nel Pdl sembrano puntare dritti verso il primo scenario, anche se ciascuno, in cuor suo, forse s'illude di lavorare al secondo. Il Pdl nella versione degli "alfaniani", "defalchizzandosi" e inseguendo il mito della stabilità a scapito del merito delle politiche, aprirebbe un fossato alla sua destra rischiando di ritrovarsi elettoralmente rilevante ma subalterno alla sinistra, in sostanza un avversario da battere agilmente o, al massimo, da cooptare in un governo di "larghe intese" qualora il Pd non trovasse alla propria sinistra numeri sufficienti e forze responsabili con cui governare. D'altra parte, il rischio che la nuova Forza Italia si riveli numericamente consistente ma politicamente marginale, perché mera ridotta post-berlusconiana, nostalgica e rancorosa, priva di vocazione maggioritaria, europea e di governo, c'è tutto.

Ciò che gli uni e gli altri dovrebbero capire è che se l'obiettivo è davvero un centrodestra maggioritario in un sistema bipolare, il Pdl (o Forza Italia, o comunque si chiamerà) ha bisogno sia dei falchi che delle colombe, dei moderati come degli intransigenti. Come ogni altro grande partito in una democrazia bipolare. Certo, poi non si possono non segnalare le contraddizioni delle attuali categorie, per cui gli esponenti di spicco degli "alfaniani" sono tra i più estremisti (vedi Giovanardi, Sacconi, Quagliariello, Formigoni, Roccella) su temi rispetto ai quali ormai qualsiasi destra con vocazione maggioritaria nel mondo occidentale non può più permettersi di arroccarsi. Se con il termine "moderati" si intende moderazione nelle politiche e una tendenza al compromesso, e con il termine "radicali" una maggiore nettezza identitaria e intransigenza, un partito di centrodestra che abbia vocazione maggioritaria e di governo in un sistema bipolare non può fare a meno né degli uni né degli altri.

A patto però - e torniamo ai «dilemmi» di cui parlava Orsina - che ci sia chiarezza sulle condizioni, riguardanti sia l'assetto del sistema politico sia l'identità del partito, alle quali può esistere un centrodestra in Italia: bipolarismo/presidenzialismo, approccio fusionista, centralità di temi come tasse e giustizia, europeismo critico. Insomma, tutti gli ingredienti del miglior berlusconismo, quello del '94. Non è che non possa esistere un centrodestra senza Berlusconi in persona. Ma o fa rima con il berlusconismo, nel senso degli ingredienti appena citati, o semplicemente non è. Diversamente, avremmo solo un centro e una destra, l'uno subalterno l'altra marginale.

La scelta bipolarista e presidenzialista dev'essere quindi netta e perseguita con determinazione, e su questo purtroppo l'ala governativa del Pdl è spesso ambigua. Non si tratta solo di sistemi elettorali o istituzionali: ad un esito neocentrista si può arrivare anche se ci si proclama (come da sempre Casini) alternativi alla sinistra, qualora una linea troppo compromissoria e rinunciataria su questioni fortemente identitarie finisca con il provocare una scissione, o del partito o dell'elettorato di centrodestra. E' vero che Berlusconi non ha mantenuto la grande promessa della "rivoluzione liberale", ma nell'elettorato la richiesta di vera e propria liberazione dall'oppressione fiscale e burocratica si è semmai accresciuta, assumendo toni esasperati. Tasse e giustizia sono forse i volti più emblematici e intollerabili dell'insano rapporto fra Stato e cittadini, che in Italia somiglia più al rapporto tra Sovrano assoluto e sudditi. Di qui la centralità delle tasse (da tagliare, tagliando la spesa pubblica) e della giustizia (da riformare).

Il problema dei "governativi" del Pdl è che accettando che l'esperienza delle "larghe intese" prosegua nonostante la decadenza di Berlusconi (per mano del partito alleato, prim'ancora che per effetto della mera applicazione di una sentenza di condanna), e mostrandosi disponibili a sacrificare sull'altare della "stabilità" anche temi centrali come tasse e giustizia, fino alla rottura con il proprio partito, hanno ridotto il loro potere contrattuale al tavolo del governo e alimentato nel Pd la tentazione di giocare sugli "strappi" per provocare la spaccatura del Pdl.

Quasi tutti i provvedimenti del Governo Letta prevedono nuove tasse come coperture finanziarie, anche la cancellazione delle rate Imu per il 2013, e la legge di stabilità per il 2014 prevede il ritorno dell'Imu sulla prima casa e un aggravio generale della tassazione sugli immobili e sul risparmio (una patrimoniale ormai vicina a 40 miliardi), a fronte di sgravi più che altro redistributivi, che a giudizio della Banca d'Italia non compensano nemmeno l'effetto del fiscal drag. La legge di stabilità, così com'è, è davvero invotabile per chiunque abbia in mente un futuro di centrodestra. D'altronde, sulle tasse la disponibilità al compromesso richiesta da Letta e Saccomanni, e che Alfano sembra pronto ad accordare, appare davvero incompatibile con lo spirito "rivoluzionario" del '94 (e del 2001) a cui tutti a parole dichiarano di voler tornare. Ai livelli a cui siamo giunti, un approccio radicale al tema delle tasse in Italia è l'unico plausibile per mantenere un rapporto con l'elettorato di centrodestra, a costo di venire accusati di populismo e irresponsabilità dalla sinistra.

La sensazione è che l'ala governativa del Pdl abbia anteposto la "stabilità" non solo alla difesa del suo leader da una prematura decadenza, ma anche al merito delle politiche e, ciò che è peggio, agli assi fondanti del berlusconismo, per il semplice calcolo che sopravvenendo a breve l'incandidabilità di Berlusconi proprio la durata del governo avrebbe di per sé garantito un morbido passaggio della leadership del partito ad Alfano, ancora segretario.

Riguardo l'Europa il discorso è più complesso. Sia "lealisti" che "governativi" sono ambigui. Come ha osservato Panebianco sul Corriere, occorre «evitare di esorcizzare l'ondata antieuropeista usando sciocchi e logori termini passepartout (che non spiegano nulla) come il termine populista». Ma un centrodestra con vocazione maggioritaria e di governo non può nemmeno "flirtare" con pulsioni "no euro" e anti-tedesche, né con irrealistici isolazionismi dal sapore autarchico. Dunque, contestare la retorica europeista "mainstream", rappresentare con forza il più che fondato malcontento verso l'Europa che stiamo costruendo, un moloch burocratico e iper-statalista, ma la critica all'austerità da parte del centrodestra  non può tradursi in nostalgia per le politiche fiscali lassiste e inflazionistiche, dovrebbe puntare a smontare la cultura economica dominante sia a Bruxelles che a Roma, per la quale tassare è l'unico modo per rispettare i vincoli di bilancio e gli investimenti pubblici l'unico per crescere.

Concludendo, la questione centrale è se questo paese abbia diritto ad avere una destra o un centrodestra vincente e di governo, nei cui confronti non vigano una demonizzazione e una persecuzione permanenti, da parte non solo degli avversari politici ma anche di poteri che dovrebbero essere neutrali se non neutri, o se invece sia condannato ad una non scelta tra una sinistra post-comunista e un centro neo-democristiano culturalmente subalterno.

Tuesday, August 06, 2013

L'unica via di Berlusconi per una rivincita è la politica

Tasse e presidenzialismo: l'unica "agibilità politica" che il Cav può recuperare

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Berlusconi e gli esponenti del suo partito dovrebbero essere i primi a mostrarsi convinti della fondatezza delle loro denunce sullo strapotere delle toghe. Viviamo davvero in una "Repubblica delle Procure". Dopo una lunga sfilza di atti di resa della politica dal 1992 ad oggi - varchi aperti innanzitutto dalla sinistra, bisognosa di concedere ai magistrati spazi e poteri necessari per abbattere per via giudiziaria i nemici che non riusciva a battere politicamente - si sono impossessate del potere di cassare la classe politica selezionata da colui che, in teoria, secondo la nostra Costituzione è ancora sovrano: il popolo. Il nostro, dunque, è di fatto un sistema misto, una democrazia sotto tutela giudiziaria, o mutilata.

Se così stanno le cose, Berlusconi dovrebbe prendere atto che non può vincere la sua battaglia sul piano giudiziario. Non ci si può realisticamente aspettare che il presidente Napolitano restituisca al leader del Pdl l'"agibilità politica" revocatagli dai giudici. A cosa serve parlare di grazia, o evocare altre fantasiose formule, se comunque altre condanne sono dietro l'angolo, e se la legge Severino ha praticamente consegnato i requisiti di eleggibilità nelle mani della magistratura?

Maldestra è stata la salita al Colle, con armi del tutto spuntate, dei capigruppo Brunetta e Schifani. Non è nella disponibilità di Berlusconi nemmeno la decisione di farsi la galera vera e propria, dal momento che i giudici non gli faranno questo "regalo" politico. Potrà scegliere tra i domiciliari e i servizi sociali, e dovrebbe soppesare molto attentamente, e pragmaticamente, quale delle due situazioni gli lascerebbe maggiori spazi e tempi di interazione con la sua famiglia e il suo partito, e di comunicazione con l'opinione pubblica.

Berlusconi e i suoi dovrebbero al più presto convincersi - ma avrebbero dovuto convincersene anni fa - che l'unica vittoria cui possono ambire è sul piano morale e politico. E lottare, dunque, per essa, dato che margini di manovra ancora ci sono. Dovrebbero smetterla di agire come se una linea politica o l'altra potesse influenzare l'esito delle vicende giudiziarie, ottenendo a conti fatti solo il contrario, e cioè che le vicende giudiziarie influenzano - e negativamente - il loro agire politico. Non c'è mossa o atteggiamento politico che possa salvare Berlusconi dalle sentenze: né un sostegno passivo al governo né la sua caduta, né una resa né una rottura, insomma né la linea delle cosiddette colombe né quella dei cosiddetti falchi possono salvarlo giudiziariamente. Ma ci sono scelte e comportamenti politici che possono ancora farlo vincere politicamente.

Una gran parte degli elettori, ovviamente di centrodestra, hanno capito che il Cav è stato ed è oggetto di un accanimento giudiziario, una vera e propria persecuzione, da quando è sceso in campo, ma non si appassionano per le polemiche sulla giustizia, tanto meno per la grazia e l'amnistia. Come hanno sempre fatto, concedono o revocano la loro fiducia a Berlusconi sulla base di considerazioni politiche, dei loro interessi. La rimonta alle elezioni di quest'anno è stata possibile, nonostante un'immagine devastata dal caso Ruby e una deludente stagione di governo, perché Berlusconi ha messo al centro della sua campagna l'economia, e in particolare l'oppressione fiscale, mantenendo il più possibile lontane le sue vicende giudiziarie e le polemiche con la magistratura.

E il consenso di cui secondo gli ultimi sondaggi dispone oggi il Pdl deriva sì dall'assenza di alternative - l'operazione Monti si è rivelata inconsistente, e i grillini incompetenti - ma anche dall'atteggiamento responsabile di Berlusconi, che ha reso possibile la nascita del governo Letta, anzi ne è stato uno dei promotori, anteponendo gli interessi del paese a quelli di parte. Facendo cadere ora il governo Letta, come rappresaglia per la sentenza della Cassazione, Berlusconi e il Pdl farebbero un grande regalo ai loro nemici, finendo per avvalorare le accuse di irresponsabilità e disperdendo quindi il patrimonio di consensi ritrovato. Viceversa, la rottura con il governo Letta dovrebbe eventualmente consumarsi su questioni di governo che interessano gli elettori, quando fosse conclamato il suo immobilismo.

L'unica "agibilità politica" che Berlusconi può recuperare dipende da lui: porsi - e porre alle sue controparti - obiettivi politici. Se l'unica vittoria a cui può aspirare è politica, sono i risultati politici che può e deve pretendere dal governo Letta. Se questo si dimostrasse incapace di produrre risultati - per esempio, ridurre le tasse e varare finalmente un vera riforma costituzionale - allora sì, maturerebbero le condizioni per porre fine anche a questa esperienza. E la "deadline", il momento della verità, non può che essere l'autunno prossimo. La domanda politica che il Pdl deve porsi, e porre, pretendendo una risposta dai suoi alleati di governo e anche dal capo dello Stato, in qualità di padrino dell'attuale esecutivo, è la seguente: il Pd ha intenzioni serie? E' pronto ad assumersi la responsabilità, e sopportarne i costi politici, di riformare le istituzioni insieme a un partito il cui leader è stato appena condannato, oppure sta semplicemente prendendo tempo per riorganizzarsi, mentre la magistratura porta a termine il lavoro sporco di togliere di mezzo il suo unico avversario politico? Ciò che Berlusconi e i suoi possono pretendere da Napolitano non è la grazia, o la riforma della giustizia, ma una garanzia su questo punto: che costringa il Pd a realizzare le riforme costituzionali insieme al Pdl.

Se condannando Berlusconi la magistratura si è dichiarata indisponibile a quell'atto di pacificazione le cui premesse sembravano essere poste dalla nascita del governo di "larghe intese", ora bisogna capire se il Pd è almeno disponibile ad un atto di pacificazione sul piano politico, che può consistere unicamente nel realizzare insieme al suo nemico storico, seppure condannato, le riforme costituzionali a lungo attese. Il percorso, per come è stato incardinato dal ministro Quagliariello e dalle Commissioni Affari costituzionali, rischia di essere troppo lento rispetto agli sviluppi extra-politici. Serve un segnale subito, già alla ripresa delle attività parlamentari a settembre. Se c'è la volontà politica, un accordo per una nuova forma di governo e una conseguente nuova legge elettorale si può chiudere domattina. Se non c'è, non ha più senso un governo di "larghe intese".

Come abbiamo già osservato, con la sentenza della Cassazione le possibilità di una riforma della giustizia, già ridotte ai minimi termini, si sono del tutto azzerate, e il richiamarla nella sua nota di giovedì sera è stato da parte del presidente Napolitano tra il velleitario e l'ipocrita. Mai una riforma della giustizia è stata così lontana dal nostro orizzonte politico come lo è oggi. Come ha giustamente osservato Panebianco sul Corriere della Sera, ormai «la magistratura è l'unico "potere forte" oggi esistente in questo Paese e lo è perché tutti gli altri poteri, a cominciare da quello politico, sono deboli. Non permetterà mai al potere debole, al potere politico, di riformarla». Forse qualche correttivo per introdurre un po' di efficienza sì, ma scordatevi una riforma dell'ordinamento giudiziario, come quella abbozzata nella legge delega Castelli nel 2005.

Berlusconi e il Pdl dovrebbero evitare di porla come condizione, dal momento che sarebbe del tutto velleitario. Ha di nuovo ragione Panebianco: se gli «attacchi frontali» si sono risolti in massacri per gli attaccanti, serve una «strategia indiretta», «il problema va aggredito da un'altra prospettiva», passando cioè per il «rafforzamento della politica». E c'è una sola via diretta per rafforzare la politica: il presidenzialismo. Un capo dello Stato eletto direttamente dal popolo potrebbe modificare "dall'alto" gli equilibri di potere in quelle istituzioni-chiave che si oppongono a qualsiasi riforma della giustizia. L'incandidabilità di Berlusconi dovrebbe, diciamo, facilitare le cose, togliendo al Pd un comodo alibi per dire no ad una riforma che ormai piace anche gli elettori di sinistra.

Monday, April 29, 2013

L'enciclopedia Letta, non l'agenda

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Cosa possiamo aspettarci dal governo Letta? Quando, all'indomani del voto, abbiamo indicato come unica via possibile - per superare l'impasse determinato dal pareggio elettorale e per arginare lo tsunami grillino - quella di un governo Pd-Pdl, abbiamo anche sostenuto una precisa "road map": cioè che dovesse porsi come scopo quello di realizzare 3/4 riforme fulminee, poche cose ma buone, in 6-12 mesi massimo, per poi riportare il paese alle urne in un contesto di rinnovata (quanto più possibile) credibilità della politica, alleggerimento della pressione fiscale, bipolarismo e governabilità rafforzati.

Tra le riforme di sistema spiccano come minimo sindacale il dimezzamento dei parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto, l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, la riforma della legge elettorale. Ma non una qualsiasi. L'unico sistema in grado di ripristinare legittimazione democratica degli eletti e governabilità è l'uninominale, a turno unico o doppio, associato all'elezione diretta del presidente della Repubblica (o del premier). Si può fare in un anno. A questo nuovo assetto dovrebbe mirare il dialogo costituente tra Pd e Pdl nella Convenzione per le riforme annunciata oggi dal neo premier.

Sul fronte economico, il governo Letta dovrebbe affrontare l'emergenza fiscale: in breve tempo si può abolire l'Imu sulla prima casa, si possono evitare gli aumenti Iva e Tares, risolvere le questioni Cig ed "esodati", defiscalizzare le assunzioni, mentre sembra meno realistico, seppure sempre auspicabile, imporre allo Stato una dieta dimagrante tale da rendere possibile l'abolizione dell'Irap (servirebbero 25-30 miliardi di tagli alla spesa). In ogni caso, al livello di pressione fiscale a cui siamo giunti, non c'è spazio per essere troppo "choosy": che sia Imu o Irap, l'importante è cominciare a tagliare. Per quanto riguarda il lavoro, urgente anche la cancellazione della riforma Fornero, che introduce rigidità sulle forme contrattuali in ingresso ma non certezze sui licenziamenti senza giusta causa.

Questi i contenuti sulla base dei quali giudicheremo, nei prossimi mesi, l'operato del governo Letta, da cui dipenderà a nostro avviso il suo successo o il suo fallimento.

Ma il discorso programmatico su cui oggi alla Camera il premier Letta ha chiesto la fiducia non lascia ben sperare. Molta retorica, paternalismi, scontatezze, un fiume di concetti e obiettivi condivisibili, ma anche furbizie democristiane, bilancini, poca concretezza. Molte tasse in meno, ma nessuna indicazione - proprio nessuna! - sui tagli alla spesa pubblica necessari per la «riduzione fiscale senza indebitamento» che ha indicato come «obiettivo continuo e a tutto campo». Nessun accenno nemmeno alla vendita del patrimonio pubblico e alla liberalizzazione del mercato del lavoro. Mai più al voto con il "porcellum", ma nessuna indicazione, nemmeno di massima, sul sistema di voto verso cui si vuole approdare. Nemmeno citata l'ipotesi di riforma presidenzialista. In generale, una frettolosa, e pretenziosa declamazione enciclopedica di cose da fare che ci ha trasmesso un forte senso di perdita di priorità, un minestrone ad elevato rischio di inconcludenza.

Pur definendo il suo un «temporaneo governo di servizio» - e la grande coalizione che lo sostiene un fatto politico «eccezionale», così come, d'altra parte, le circostanze che l'hanno resa necessaria (il pareggio elettorale, la crisi economica, le regole da riscrivere) - Letta ha pronunciato un ambiziosissimo discorso "di legislatura", a cui nessuno però può realisticamente credere, contraddicendo lui per primo quel «linguaggio della verità» a cui dice di ispirarsi. L'orizzonte temporale del suo governo va dai sei mesi ai due anni (molto più probabilmente un anno). Così stando le cose, sarebbe stato più utile, e più credibile, inchiodare le forze politiche che sostengono il governo a pochi impegni, ma precisamente delineati.

Apparentemente le questioni che stanno a cuore ai due principali partiti di maggioranza, Pd e Pdl, c'erano tutte, ma non in termini così stringenti come sarebbe stato opportuno. Letta ha parlato di «superare» l'Imu sulla prima casa, offrendo per il momento una sospensione dei pagamenti di giugno, «per dare il tempo a governo e Parlamento di elaborare una riforma complessiva»; di «rinuncia» all'aumento dell'Iva; di un fisco «amico dei cittadini», affinché la parola "Equitalia" non procuri «brividi»; di detassazione del lavoro «stabile» (per giovani e neoassunti); di sburocratizzazione, rivedendo il sistema delle autorizzazioni. Ma anche delle delicate questioni Cig ed "esodati", di «reddito minimo», di welfare «più universalistico e meno corporativo», estendendo gli ammortizzatori sociali ai precari.

Ma al di là dei contenuti, l'obiettivo politico dell'esecutivo Letta si conferma essere una vera e propria pacificazione nazionale: dopo «vent'anni di attacchi e delegittimazioni reciprohe», di «risse inconcludenti», bisogna capire che «come italiani si perde o si vince tutti insieme», e si può fare se ci concentriamo sulle soluzioni «politiche», anziché sulla dialettica «politica». Con l'invito ad abbandonare spade e armature, per scendere a valle armati come Davide contro Golia solo di «fiducia e coraggio», Letta esorta tutte le forze politiche alla pacificazione, che passa inevitabilmente per una legittimazione di Berlusconi come attore politico non emarginabile.

Banco di prova di questa pacificazione sarà la Convenzione per le riforme da cui dovranno uscire quelle modifiche condivise alla nostra Costituzione tanto a lungo attese. E' qui che Letta lancia il suo ultimatum: se tra 18 mesi verificherà che i lavori della Convenzione non sono avviati verso il successo, che veti e incertezze minacciano di «impantanare tutto per l'ennesima volta», ne trarrà le conseguenze, dimettendosi. Ma davvero la politica, i partiti, hanno tutto questo tempo - 18 mesi! - per riformare legge elettorale e forma di governo? Il governo non rischia di uscire di scena ben prima che Letta abbia il tempo di attuare la sua ultimativa forma di pressione sui partiti?

La luna di miele con i mercati, e tra i partiti che lo sostengono, durerà probabilmente fino a novembre. Poi si vedrà. Ma la sensazione è che l'esecutivo abbia pagato a caro prezzo l'esigenza di rinnovamento e ringiovanimento. Il Pd da una parte e Berlusconi dall'altra sono sufficientemente coinvolti da rivendicare la paternità dell'operazione se le cose dovessero mettersi per il meglio, ma non a tal punto, forse, da rimpiangere troppo di sfilarsi in caso contrario, abbandonando al loro destino figure politiche tutto sommato "sacrificabili", al governo più che altro per farsi le ossa. E' tutta qui, oltre alla complessità delle sfide che si trova di fronte, naturalmente, la fragilità politica del governo Letta.

Wednesday, April 24, 2013

Incarico a Letta, Pd spalle al muro. E il Pdl prova ad alzare la posta

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L'hanno pregato di accettare la rielezione al Quirinale per sbloccare l'impasse da loro provocato, e ora Napolitano inchioda i partiti - Pd in primis - alle loro responsabilità. Niente governi tecnici, né "del presidente" (con sole figure istituzionali a risparmiargli l'imbarazzo di dover collaborare con il "nemico"), né formule ambigue, tipo "a bassa intensità politica". Con l'incarico di formare il nuovo governo a Enrico Letta, e non ad altre personalità (come per esempio Giuliano Amato), il Pd è costretto al "governissimo", cioè un governo con ministri politici, i suoi esponenti insieme a quelli di Pdl e Scelta civica, l'ipotesi che all'indomani delle elezioni, nonostante la realtà impietosa dei numeri, la direzione del partito aveva categoricamente escluso per ben due volte. Ebbene, il presidente ha chiarito che quella delle larghe intese, che si apre oggi, è la «sola prospettiva possibile», che «non ha alternativa» (se non il voto subito). Per questo, confida nel successo del tentativo di Letta - chi dovesse affossarlo si assumerebbe una grave responsabilità dinanzi al paese - e confida che tutte le forze politiche, ma anche i mezzi di informazione, «cooperino per favorire il massimo di distensione piuttosto che rinfocolare vecchie tensioni».

IL PDL - Ma anche per il Pdl l'incarico a Letta rappresenta una sfida non da poco. Berlusconi ha fin dall'inizio, all'indomani del voto, chiesto con forza un governo politico, forte, duraturo, non un governicchio «semibalneare», utile solo al Pd per riprendersi dalle ultime batoste e dalla crisi interna. E' questo, ora, il rischio maggiore per il Pdl: trovarsi costretto a concedere ai suoi avversari una tregua, una sorta di tempi supplementari, in vista degli esami di riparazione, senza ottenere in cambio risultati politici concreti (l'abolizione dell'Imu, per esempio, cavallo di battaglia elettorale, o il presidenzialismo). Nell'autunno del 2011 Napolitano ha ritenuto a tal punto rischioso per il paese il ritorno alle urne, e talmente impreparato il centrosinistra a governare, da costruire l'ipotesi Monti, ma di fatto preparando la strada per una vittoria dell'alleanza guidata da Bersani e per una scontata successione al Colle. E' andata molto diversamente, e tutti sappiamo cosa non ha funzionato, ma in fondo il governo Letta può essere visto come un secondo tentativo, sebbene in altre forme, di rianimare il centrosinistra, di costringerlo a risolvere le proprie contraddizioni preparandolo al governo del paese.

Letta nelle sue prime dichiarazioni ha parlato di un governo «di servizio al paese», di provvedimenti per il lavoro e l'impresa, e di riforme costituzionali: la riduzione dei parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto, una nuova legge elettorale. «O si ritrova credibilità tutti, e tutti insieme, o non si trovano strumenti per risolvere i problemi», è stato il suo appello alle forze politiche. «Parleremo con tutti, Pdl in primis. Ma questo governo non nascerà a tutti i costi, nascerà solo se ci saranno le condizioni». E le condizioni del Pdl, ancor prima dell'ufficializzazione dell'incarico, le ha ricordate Alfano, lanciando un vero e proprio avvertimento: «Non ci sarà un nuovo caso Marini, non daremo il sostegno a uno di loro cui loro non daranno un sostegno reale, visibile, con nomi che rendano evidente questo sostegno e con un programma fiscale chiarissimo ed inequivocabile». Dunque, ministri Pd-Pdl insieme, ma che siano nomi di peso, i "big", e contenuti «irrinunciabili». Il Pdl alza la posta, cerca di rendere più costosa possibile per il Pd un'eventuale esperienza di governo di larghe intese, con un occhio ai sondaggi che danno il centrodestra in crescita e in netto vantaggio, quindi con la tentazione del voto. Ma è anche vero che sarà difficile, a questo punto, dopo aver rieletto Napolitano, smarcarsi dal tentativo Letta, almeno quanto difficile però per il Pd irrigidirsi, rischiando il ritorno al voto e, quindi, un bagno di sangue, per ritrovarsi poi nella stessa prospettiva di oggi, solo senza premio di maggioranza alla Camera.

AMATO - Il presidente Napolitano ha spiegato di aver scelto Letta perché è «giovane - molto per gli standard italiani - ma ha già accumulato esperienza parlamentare, di governo, e internazionale». Amato era probabilmente la personalità che giudicava più idonea per competenza, esperienza parlamentare e istituzionale, doti da mediatore e notorietà in contesti internazionali, ma non mancavano controindicazioni politiche che il presidente aveva ben presenti e che nel calcolo costi-benefici hanno finito per prevalere. Innanzitutto, la sua nomina sarebbe apparsa come un dito in entrambi gli occhi dell'opinione pubblica (di centrosinistra ma anche - e forse più - di centrodestra), un ritorno al passato (al '92, quando Amato fu premier e Napolitano presidente della Camera), e infine avrebbe dato al nuovo governo un profilo troppo simile al precedente, sonoramente bocciato dagli elettori. Troppo tecnico, troppo bassa la "densità politica", mentre ad avviso di Napolitano (in questo in sintonia con Berlusconi), stavolta serve il pieno coinvolgimento della politica, dei partiti.

Meno "divisivo" dovrebbe essere per il Pd (ma il condizionale è d'obbligo) il nome di Letta, a favore del quale ha giocato anche il fattore generazionale: dopo la conferma di un 88enne al Quirinale, almeno con la nomina del premier il presidente ha voluto mandare un messaggio di freschezza (anagraficamente, s'intende). Corretti i ragionamenti che il quirinalista del Corriere Marzio Breda ha attribuito a Napolitano, descritto come «travagliato tra la necessità di avere esperienza e competenza e il bisogno di dare un segnale di novità e cambiamento al paese», sbagliate tuttavia le sue conclusioni («ormai tutto sembra chiaro: si va verso un incarico pieno a Giuliano Amato»), dettate forse da una preferenza del suo giornale.

RENZI - Quanto all'ipotesi Renzi, non è mai decollata oltre la bolla mediatica innescata da Orfini con una dichiarazione televisiva, nemmeno reiterata in direzione. La sua candidatura solo «un'effimera creazione politico-mediatica», l'ha definita Breda. Dunque, se anche Berlusconi non avesse visto di buon occhio Renzi a Palazzo Chigi, non ha avuto bisogno di porre veti. L'ipotesi non è mai davvero arrivata sul tavolo di Napolitano. Ora Renzi cercherà di avvalorare la tesi del veto di Berlusconi per usarlo strumentalmente nella lotta interna al partito: «Per la prima volta gran parte del Pd si è ricompattata sul mio nome. Non era mai successo», ha dichiarato al Corriere (ma non sarebbe, piuttosto, un segnale di cui preoccuparsi?). «La sensazione - ha aggiunto - è che sia Berlusconi a non volermi. E questo forse aiuta a chiarire l'equivoco una volta per tutte».

Preferenze sono state senz'altro espresse al capo dello Stato (Berlusconi avrebbe dato il suo ok sia su Amato che su Letta), così come Napolitano le ha senz'altro valutate, ma parlare di veri e propri "veti" e "candidature" da parte dei partiti in questa fase è fuori luogo. L'abbiamo sentito tutti il discorso di insediamento del presidente. Le sue parole che lasciavano spazio a veti o pretese sui nomi. Ha deciso lui, e pregandolo di accettare la rielezione i partiti si sono consegnati alle sue decisioni. Napolitano non ha sul serio considerato Renzi: perché a digiuno di esperienze di governo, ma soprattutto perché porta su di sé una carica politica esplosiva. Essendo uno dei leader che saranno direttamente impegnati nella futura, forse molto prossima campagna elettorale, avrebbe calamitato su di sé e sull'esecutivo tutte le tensioni interne al Pd, trasferendo sull'azione di governo il dibattito congressuale, un po' come accaduto per l'elezione del capo dello Stato. E anche in Berlusconi e nel Pdl, la sua nomina avrebbe accentuato la tendenza già forte a valutare l'azione di governo in termini di mera convenienza elettorale (avvantaggia o no Renzi?).

Tuesday, April 23, 2013

Da Napolitano schiaffi ai partiti e lezione di politica valida per tutti

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Con una durezza senza precedenti, e un velo di irritazione, il presidente Napolitano si è rivolto alle forze politiche che lo hanno appena rieletto nel suo discorso di insediamento alle Camere. Vere e proprie sberle verbali sono volate nell'aula di Montecitorio all'indirizzo dei partiti, colpevoli di inconcludenza, irresponsabilità, immaturità politica e democratica. Ne ha avute per tutti, grillini compresi. Ma è al Pd che ha attribuito la responsabilità dell'attuale situazione di stallo, di aver perso tempo, non riconoscendo subito che i risultati elettorali imponevano un'intesa tra forze diverse per la nascita di un governo. E ha denunciato aspramente come una pericolosa «regressione» l'idea di politica secondo cui ogni compromesso, ogni mediazione, ogni intesa, è un "inciucio" da demonizzare. E quanto più sferzanti risuonavano le sue parole, tanto più scroscianti (e forse un tantino ipocriti) gli applausi.

Un Napolitano commosso, ma non solo nei passaggi relativi alla sua storia personale e sulla «fiducia e l'affetto» che ha avvertito «crescere» in questi anni, per lui e l'istituzione che rappresenta. In certi momenti la sua commozione è apparsa scaturire da una rabbia e una frustrazione per l'inconcludenza della politica e la sempre più diffusa sfiducia nelle istituzioni, sentimenti che probabilmente oggi sono comuni a tutti gli italiani. Ma alcuni risvolti della sua dura reprimenda all'indirizzo dei politici, quelli sull'essenza del "fare politica" e del metodo democratico, farebbero bene ad ascoltarli attentamente anche molti cittadini italiani. Il senso del suo messaggio, infatti, è che la più che giustificata rabbia, e frustrazione verso la politica, non può tuttavia far venir meno la fiducia dei cittadini nella democrazia, nelle sue regole e istituzioni, la razionalità dei comportamenti, né la percezione della realtà, della complessità delle sfide che abbiamo di fronte.

Riguardo il nodo politico più atteso del suo discorso, il presidente Napolitano ha chiarito che non è per prendere atto dell'ingovernabilità nella legislatura appena iniziata che ha accettato la rielezione, ma «perché l'Italia si desse nei prossimi giorni il governo di cui ha bisogno». «Farò a tal fine ciò che mi compete, non andando oltre i limiti del mio ruolo costituzionale... fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno». Ma nessuna condizione impropria: «Tutte le forze politiche si prendano con realismo le loro responsabilità: era questa la posta implicita dell'appello rivoltomi due giorni or sono», ricorda. Bando alle formule «di cui si chiacchiera», il presidente non attribuisce mandati particolari per la formazione del governo, l'unico vincolo è l'art. 94 della Costituzione, che vuole un governo che abbia la fiducia delle due Camere.

«La condizione è dunque una sola». Ai partiti, soprattutto al Pd che l'ha negata fino ad oggi, Napolitano chiede di «fare i conti con la realtà delle forze in campo in Parlamento», ricordando che «sulla base dei risultati elettorali - di cui non si può non prendere atto, piacciano oppur no - non c'è partito o coalizione (omogenea o presunta tale) che abbia chiesto voti per governare e ne abbia avuti a sufficienza per poterlo fare con le sue sole forze. Qualunque prospettiva si sia presentata agli elettori, o qualunque patto», ammonisce il presidente, «non si possono non fare i conti con i risultati complessivi delle elezioni», i quali «indicano tassativamente la necessità di intese tra forze diverse per far nascere e per far vivere un governo».

Eppure, ricordando i suoi «sforzi di persuasione, vanificati dalla sordità» dei partiti, Napolitano va oltre la "condizione" dell'assunzione di responsabilità da parte delle forze politiche, avvertendo che se si troverà «di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato», non esiterà «a trarne le conseguenze dinanzi al paese». Aggiungendo che «non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme». Quali siano queste «conseguenze», non l'ha esplicitato, ma si può intuire che possono andare dallo scioglimento delle Camere fino all'estrema ratio delle sue dimissioni.

In ogni caso, il messaggio è chiaro: Napolitano ha accettato la rielezione per dare un governo al paese. Chi dovesse negare la fiducia a questo governo nascente, o chi dovesse decidere di ritirarla, si assumerebbe la responsabilità di portare non solo alle dimissioni del premier, ma anche alle elezioni il paese o addirittura alle dimissioni dello stesso presidente della Repubblica. Un altro passo, quindi, verso lo schema presidenzialista, dove presidente e governo sono politicamente e istituzionalmente legati l'uno all'altro.
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Monday, April 22, 2013

Napolitano 2.0 male minore, ma ora il presidenzialismo

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La rielezione di Napolitano rappresenta senz'altro un sollievo, essendo scampati a ipotesi peggiori come Marini, il vendicativo Prodi o addirittura il "grillino" Rodotà. Ma anche indiscutibilmente un fallimento della classe politica, costretta a richiamare in servizio un signore di quasi 88 anni. E superato solo uno dei blocchi di questa fase politica, resta l'impasse sulla formazione del nuovo governo e, naturalmente, la gravissima crisi economica per lo più auto-indotta per eccesso di tassazione. Per la verità, è un fallimento soprattutto del Pd, che pur potendo contare su quasi la metà dei "grandi elettori" per il Colle non ha saputo indicare un proprio candidato senza spaccarsi, in una faida tra vecchie "glorie" (o salme) e tra generazioni, ma soprattutto dilaniato dall'eterna contrapposizione (nella sinistra) tra riformismo democratico e giacobinismo massimalista.

Un grave errore l'ha commesso anche il presidente Napolitano, permettendo al pre-incaricato Bersani di perdere tempo, e quindi, con l'avvicinarsi della scadenza del proprio mandato, facendosi da parte, rinunciando ad esercitare il potere di nomina del presidente del Consiglio che la Costituzione gli attribuisce. Anteporre la sua successione al Colle alla risoluzione del problema del governo, infatti, non ha avuto l'effetto sperato di favorire il dialogo tra le forze politiche, come pure era lecito aspettarsi trattandosi di un'elezione per la quale la Costituzione stessa (altro che inciucio!) richiede maggioranze qualificate. Anzi, il Pd ha scaricato sull'istituzione più alta della Repubblica tutto il peso delle proprie contraddizioni interne, quasi trasformando la successione al Colle in un suo congresso. Il dilemma delle forze alle quali aprire per tentare di formare un governo a guida Pd è entrato nella scelta del nome, producendo una situazione in cui, al di là degli antichi rancori personali, qualsiasi candidato, tranne Napolitano, avrebbe spaccato il partito. Marini e Cancellieri, perché identificati con una prospettiva di governo di "larghe intese" con il Pdl, non avrebbero ottenuto il consenso delle correnti e dei parlamentari contrari a tale ipotesi; Prodi, perché oltre a risuscitare irriducibili rivalità interne, sarebbe stato un dispetto al Pdl, senza per questo garantire un'apertura da parte del M5S; Rodotà, perché avrebbe significato "consegnarsi" a Grillo.

E' del tutto evidente, quindi, che a dispetto dei tentativi di negarlo da parte del Pd, era impossibile tenere distinta la scelta del nuovo presidente da un'ipotesi di governo o l'altra, dal momento che i poteri presidenziali di nomina e scioglimento delle Camere in questo caso sarebbero stati esercitati fin da subito. Anzi, le due questioni non potevano che essere intrecciate. Una circostanza che di per sé ci fa vivere una situazione tipicamente "presidenzialista", in cui dal nuovo presidente dipende anche la maggioranza di governo.

Un aspetto certamente positivo della rielezione di Napolitano è che sia pure indirettamente rilancia l'idea dell'elezione diretta del capo dello Stato, sia tra coloro che alla fine lo hanno pregato di rendersi disponibile, sia tra i cittadini che avrebbero voluto nomi diversi. Se si è certi, per esempio, che gli italiani avrebbero voluto Rodotà, allora per coerenza si dovrebbe sostenere l'elezione diretta del presidente come logico completamento dello schema "Quirinarie", se siamo d'accordo che nelle urne - ancor meglio che nel web o nelle piazze - si esprime la volontà popolare. E' la prima volta nella storia repubblicana che un presidente viene rieletto. Se è vero che questa possibilità non è esclusa dalla Carta costituzionale, ma solo dalla prassi, e quindi non si può affermare che sia incostituzionale, è pur vero che la rielezione è concettualmente presidenzialista. E' prevista, infatti, e costituzionalmente limitata, nei sistemi in cui il presidente viene eletto direttamente dal popolo e ha un mandato inferiore al nostro nella durata (4-5 anni e non 7), ma più politico, di governo. Tale è l'evoluzione in senso presidenzialista del ruolo del nostro capo dello Stato, avviata con l'adozione di un sistema maggioritario, che nel panorama politico non esistono proprio più figure "neutre", super partes, e anzi la situazione richiede proprio una figura "di governo", sia pure in un contesto di equilibrio tra i poteri. Inoltre, il presidente Napolitano, già riluttante ad accettare un secondo mandato, sarebbe ben disposto a lasciare nell'arco di uno o al massimo due anni, appena fosse riformato il sistema d'elezione alla presidenza della Repubblica.

Ma il dilemma in casa Pd è solo rinviato: governo con Pdl e Scelta Civica, o voto (con il rischio di un bagno di sangue), considerando che Napolitano, ora rieletto, può sciogliere le Camere? E' molto probabile che questo pomeriggio Napolitano chiarirà che i partiti devono assumersi fino in fondo le loro responsabilità e che quindi non c'è spazio per governi di "medie intese" o solo tecnici, come vorrebbero molti nel Pd per non mettere la faccia su un accordo con Berlusconi. Ed è anche probabile che alla fine il Pd dovrà piegarsi, accettare il male minore: rialzarsi tra un anno, dovendo spiegare ai propri elettori l'"inciucio" col "giaguaro", sarà difficile, ma votare subito sarebbe suicida.

E' ovvio che un governo di larghe intese lascerebbe un bazooka in mano a Grillo, cioè gli permetterebbe di intestarsi il ruolo di unico oppositore nei confronti del "sistema", dei partiti di maggioranza - per certi versi davvero un partito "unico" - ma non esistono scorciatoie. C'è solo una possibile road map, che qui avevamo indicato già all'indomani del voto di febbraio: o Pd e Pdl sono in grado di collaborare seriamente e proficuamente per un numero ristretto di mesi, assicurando al paese 3/4 riforme di cui ha assoluto bisogno, economiche ed istituzionali (per adeguare finalmente Costituzione e legge elettorale al semipresidenzialismo di fatto in cui siamo), oppure sì, il M5S aumenterà i suoi consensi, ma a ragione. Il governo di "larghe intese" si rivelerà uno sterile arroccamento, se i partiti si dimostreranno ancora incapaci di fare riforme, ma è al tempo stesso l'unica, forse l'ultima, chance di lanciare una controffensiva all'antipolitica di Grillo.

Un «pacchetto di provvedimenti economici», una nuova legge elettorale, l'elezione diretta del presidente e poi il voto, è la via che oggi sposa anche Matteo Renzi, nella sua tempestiva intervista a Repubblica, nonostante abbia anch'egli usato l'elezione del capo dello Stato per produrre un esito del tutto diverso, il ritorno immediato alle urne, da lui giudicato più conveniente dal punto di vista personale, e per regolare i conti interni: far fuori Bersani (e D'Alema). Ha finito però per scottarsi anche lui nell'esplosione del quartier generale: contribuendo a bruciare la candidatura di Marini, e da entusiasta sponsor di quella di Prodi, ha dismesso i panni del grande rottamatore e vestito quelli del riesumatore di salme, contraddetto la sua idea di leadership da conquistare nelle primarie, in una competizione a viso aperto, facendo ricorso ai vecchi intrighi correntizi pur di inseguire le proprie ambizioni. Da potenziale salvatore del Pd, rischia di restare coinvolto nel crollo del partito che lui stesso ha contribuito a provocare. Com'è rapidamente "invecchiato" Renzi in questi due-tre giorni, politicamente...

Thursday, April 18, 2013

Dopo aver seminato vento, il Pd raccoglie la sua tempesta

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Si raccoglie quello che si semina: se è vento, allora sarà tempesta. Se fino ad un minuto prima si è seminato antiberlusconismo, se l'unico pensiero che scalda il cuore è "smacchiare il giaguaro", è poi difficile spiegare ai propri elettori, e ai propri eletti, che bisogna far scegliere il nome del nuovo presidente della Repubblica agli "impresentabili", come premessa di chissà quale altro accordo per far nascere un governicchio.

«Siamo ostaggi di uno psicodramma tutto interno alla sinistra e di una scissione latente nel Pd che è sul punto di esplodere», scrivevamo su queste pagine all'indomani del voto. E il naufragio della candidatura Marini alla prima votazione per il Quirinale ne è l'ennesima dimostrazione. Sulla scelta del prossimo inquilino del Colle un Pd balcanizzato sta svolgendo il suo congresso, in pratica una guerra tra bande. E sono giunti a maturazione i frutti velenosi di vent'anni di antiberlusconismo, l'eterna maledizione che la sinistra e i suoi leader si sono auto-inflitti.

La radicalizzazione del Pd in questi anni è tale che la pancia del partito non può reggere ad alcuna concessione a Berlusconi, nemmeno ad un nome condiviso per il Quirinale, nemmeno se è un esponente storico dello stesso Pd. Una personalità come Marini, che 7 anni fa un centrosinistra compatto imponeva come seconda carica dello Stato a colpi di maggioranza, oggi lo spacca a metà come una mela. La linea politica di questi anni, di demonizzazione deresponsabilizzante dell'avversario, ai danni dell'immagine stessa del paese, e l'insensato inseguimento dei grillini di queste ultime settimane, hanno finito per aggravare, anziché sanarla, la contraddizione, la frattura storica interna sia al popolo che ai partiti di sinistra: quella tra riformisti e massimalisti, tra partito di governo e partito di lotta.

Il risultato che si tocca con mano oggi è una quantità di parlamentari, anche vicini al segretario del Pd, semplicemente "impolitici", per i quali ogni compromesso è a prescindere un inciucio da demonizzare - anche quando è l'unica via realistica per un governo di cui il paese ha disperatamente bisogno, o è soltanto per mettere a capo della Repubblica una figura di garanzia - e che vagheggiano un governo con il M5S propiziato dall'elezione di Rodotà al Quirinale, dimostrando un'idea ingenua, immatura, ottusa e al tempo stesso pericolosa di democrazia. Se Bersani credeva di poter fare scouting tra i grillini, in queste ore si sta amaramente accorgendo che è Grillo ad avergli già sfilato Vendola e a fare scouting persino tra i suoi fedelissimi.

E adesso? Quella di Franco Marini è una candidatura che nasce per un'elezione rapida e largamente condivisa, con i 2/3 dell'assemblea alla prima votazione. Che senso avrebbe eleggerlo a maggioranza, con più voti dal centrodestra che dal Pd? Tra l'altro, sarebbe un suicidio portarlo, o riproporlo, al quarto scrutinio, considerando che i 521 voti presi oggi sono pericolosamente vicini al quorum di 504.

Dall'inizio di questa crisi entrare a Palazzo Chigi è stato l'unico scopo che ha guidato l'azione di Bersani. Fallito il tentativo con Grillo, e dovendosi piegare di fronte alle resistenze di Napolitano, ha provato la strada del dialogo con Berlusconi a partire dall'elezione del presidente della Repubblica, ma così facendo ha spaccato il suo partito, nemmeno i suoi hanno digerito la svolta di 180°. Ad uscire vincitore dal naufragio del segretario è senz'altro Renzi, che dall'inizio ha sparato ad alzo zero sull'ipotesi Marini. Fondati i suoi argomenti contro l'ex presidente del Senato, ma pretestuosi, visto che si possono applicare anche alle figure ritenute preferibili.

Prodi e Rodotà non fanno forse parte di foto di 20 o 30 anni fa? Esattamente come Marini, corrispondono al profilo di politico che secondo i canoni renziani sarebbe ora di rottamare. Il primo, due volte presidente del Consiglio, controverso manager di Stato, collante di una fallimentare coalizione di governo. E Rodotà? Parlamentare per ben quattro legislature (da quando ancora c'era il Pci), primo presidente del Pds, 7 anni come garante della privacy, con una pensione d'oro di poco inferiore a quella leggendaria di Amato, e anche lui ottantenne come Marini. Prodi e Rodotà rappresentano forse la "visione di paese" che ha in mente Renzi? Sono forse il segnale di "cambiamento" che gli italiani aspettano?

No, è che anche il sindaco di Firenze è entrato nella partita per il Colle con due occhi alle sue ambizioni e con una massiccia dose di tatticismo da vecchio politico. Aveva spiegato che le strade dinanzi a Bersani erano due: un accordo con il Pdl o il voto subito. L'elezione di Marini avrebbe prefigurato la prima ipotesi, ma evidentemente per Renzi esiste solo la seconda, illudendosi di poter essere lui il candidato premier. Dunque, sostiene per il Colle candidati antiberlusconiani, nonostante siano anch'essi vecchi e rappresentino politicamente tutto ciò che della sinistra ha sempre dichiarato di voler superare. L'importante è sabotare Bersani e togliersi di dosso l'immagine di cripto-berlusconiano disponibile all'inciucio. Anche il Renzi del "fate presto", insomma, pur di non perdere il suo tram è pronto a precipitare il paese nel caos di nuove elezioni, e pazienza se il prezzo è l'elezione di un presidente che rischia di alimentare, anziché ricomporre, le divisioni tra gli italiani.

Un'altra lezione da trarre da questa vicenda è che finché l'elezione del presidente della Repubblica è in mano ai partiti è del tutto naturale che il prescelto sia innanzitutto un loro garante, e non il favorito degli italiani. Chi vuole un presidente "del popolo" abbia la coerenza di sostenere il presidenzialismo, o taccia per sempre. L'impressione è che coloro che oggi si scandalizzano per la scelta di Marini e sostengono Rodotà, o altri nomi più originali, non accetterebbero di affidarsi totalmente alla volontà del popolo in una elezione diretta. Pretendono semplicemente che i partiti ascoltino un'avanguardia illuminata interprete dei suoi presunti voleri.

Wednesday, April 17, 2013

E' ora che gli italiani scelgano da soli il loro presidente

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Mentre Milena Gabanelli si chiama fuori (dopo una riflessione così prolungata da far trasparire scarso senso del ridicolo), e Rodotà dunque, alla fine, dovrebbe essere il nome scelto dal M5S per sfidare il Pd, e mentre Prodi sembra ormai uscito dalla partita, con il deludente ottavo posto ottenuto alle "Quirinarie", sembra Giuliano Amato il fortunato (o sfortunato) destinato ad entrare Papa nel Conclave presidenziale (con D'Alema nient'affatto rinunciatario). Rodotà, quindi, se il Pd intende ancora proseguire sulla via penitenziale e gravida di umiliazioni predisposta da Grillo. Amato, se invece prevarrà la linea di una qualche forma di dialogo e collaborazione con il Pdl. Cassese l'outsider, ma sarebbe il colmo se Berlusconi si facesse convincere a mandare al Colle un giudice della Consulta.

Queste le indicazioni dei retroscena della vigilia, che come si sa lasciano il tempo che trovano. Anche perché stentiamo a credere che davvero Pd e Pdl intendano puntare su Amato. Sarebbe una scelta politicamente suicida per entrambi e anche rischiosa per la tenuta del sistema, tanta è l'impopolarità dell'ex presidente del Consiglio socialista. Possibile che i partiti siano così sconnessi dalla realtà del paese da non cogliere la portata del risentimento anti-sistema che scatenerebbe l'elezione di Amato? Per gli italiani è, e sarà sempre, il parassita di Stato che si porta a casa più di 30 mila euro di pensioni al mese, nessuna delle quali ovviamente maturata con il sistema contributivo; colui che ha prelevato di notte i soldi dai conti corrente degli italiani e che continua a proporre nuove tasse patrimoniali; colui che per riciclarsi nella II Repubblica ha fatto finta di non conoscere Craxi, di cui fu sottosegretario e braccio destro. Insomma, Amato incarna tutto ciò che gli italiani disprezzano dello Stato e della casta: privilegi, tasse, trasformismo. Con la sua elezione anche il Quirinale, un'istituzione fino ad oggi solo marginalmente oggetto degli attacchi dell'antipolitica, potrebbe precipitare nella crisi di legittimazione e autorevolezza che stanno vivendo i partiti.

Ma al di là del merito, del "totonome", è il metodo di elezione del nostro presidente della Repubblica a meritare qualche riflessione. Si tratta infatti di un rito stucchevole e opaco, un bizantinismo ormai fuori dalla storia, con risvolti persino surreali. Basti pensare che la sola assenza di candidature ufficiali può portare ad un esito assurdo. Dove sta scritto, infatti, che il Giorgio Napolitano eletto nel 2006 fosse proprio "quel" Giorgio Napolitano e non un omonimo, e che non esistano altri Giuliano Amato o altre Emma Bonino?

Ma soprattutto, se è vero che gli ultimi presidenti hanno visto accrescere enormemente il loro peso politico pur senza esercitare poteri che non fossero previsti dalla nostra Costituzione, è indubbio che quello del capo dello Stato non è più il ruolo così neutro e imparziale come era stato concepito dai costituenti e interpretato dai primi 6/7 presidenti. Negli ultimi decenni si è trasformato. A causa della crisi dei partiti e dell'intero sistema politico-istituzionale, non certo di una volontà prevaricatrice da parte degli inquilini del Colle, è diventato un ruolo supremamente politico, "intra partes" piuttosto che super partes. Ormai è inutile, velleitario, aspettarsi una figura neutra e imparziale. Primo perché non c'è. Secondo, perché ormai il contesto storico e politico richiede tutt'altro che neutralità. Proprio quest'ultimo settennato ci insegna a non confondere la correttezza con la neutralità: sempre corretto dal punto di vista formale, e attento garante delle istituzioni, Napolitano ha interpretato in modo tutt'altro che neutro e imparziale il suo ruolo.

D'altra parte, i nostri costituenti avevano sì concepito una figura di capo dello Stato alla quale per decenni neutralità e imparzialità sono state indossolubilmente associate, sembrando inderogabili, ma l'hanno anche dotato di poteri potenzialmente molto incisivi, tipicamente "presidenzialisti" (come il potere di nomina del presidente del Consiglio o di scioglimento delle Camere), lasciando ampia discrezionalità interpretativa sul suo ruolo. E invece di consegnare ai cittadini le chiavi del Quirinale, temendo svolte populiste hanno preferito lasciarle in mano ai partiti. Per circa 40 anni tali poteri sono rimasti "in sonno", essendo il sistema politico bloccato. Ma pur nel rispetto del dettato costituzionale, i connotati "presidenzialisti" hanno finito per prevalere su quelli "notarili".

Pertini e Cossiga hanno sdoganato le "esternazioni presidenziali", al di fuori dei messaggi formali alle Camere previsti dalla Costituzione. Da quando è stata introdotta la democrazia dell'alternanza, i presidenti che si sono succeduti hanno interpretato il loro ruolo di garanzia come interposizione, se non contrapposizione alla maggioranza a loro non affine politicamente, trovando nella Costituzione i poteri per farlo e dando luogo quindi ad una forma di diarchia. Il risultato è che oggi in Italia il semipresidenzialismo c'è già: nei poteri, ma senza investitura popolare. Un semipresidenzialismo "a corrente alternata". Il Quirinale ha lavorato come uno studio notarile durante i governi di centrosinistra, mentre ha esercitato i suoi poteri in senso presidenzialista durante i governi di centrodestra, dando vita ad una sorta di "coabitazione".

Napolitano è il presidente che ha portato a compimento questo processo. Pur nel rispetto formale dei suoi poteri costituzionali, è diventato un "dominus" della scena politica, riempiendo uno spazio politico lasciato vuoto dalla debolezza sia del governo che del Parlamento. Con tempismo perfetto ha saputo inserirsi nel dibattito quotidiano e nella dialettica tra le forze politiche, offrendo autorevoli "coperture" istituzionali o lanciando dure reprimende, oscillando tra arbitro ineccepibile, indebita sponda e giocatore a tutti gli effetti. È arrivato a condividere con l'esecutivo importanti atti di indirizzo, esercitando di fatto un potere di veto e/o di vaglio preventivo sui decreti legge, spesso sottoposti ai suoi uffici addirittura prima di arrivare in Consiglio dei ministri. Ma è intervenuto pesantemente anche sul processo legislativo: contribuendo ad affossare provvedimenti (come il ddl intercettazioni); condizionando il calendario parlamentare e l'agenda politica; e qualche volta vagliando i testi di legge prima che uscissero dalle commissioni parlamentari. Sia pure spinto da circostanze eccezionali, è arrivato a scegliersi un premier.

Completare con gli opportuni poteri ed equilibri questa innovazione presidenzialista, dandogli legittimità costituzionale e investitura popolare diretta, come avviene, per esempio, in Francia, è ormai indispensabile e urgente, se non si vuole incrinare anche la fiducia degli italiani nel Quirinale. In un paese normale, Pd e Pdl saprebbero approfittare dell'impasse politico per avviare una fase "ri-costituente": rieleggendo Napolitano come garante di un rapido processo di riforma (basato sullo scambio tra doppio turno di collegio e semipresidenzialismo) da portare a compimento in 12 mesi.

Thursday, March 07, 2013

Ostaggi dello psicodramma della sinistra

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Il nostro paese, tutti noi, siamo ostaggi di uno psicodramma tutto interno alla sinistra e di una scissione latente nel Pd che è sul punto di esplodere. Attenzione: con questo non intendo affatto sostenere che il centrodestra, e il Pdl, godano di ottima salute. Anzi. Ma il loro problema rientra in qualche modo nella "normalità". Dopo un'esperienza di governo fallimentare, durante la quale hanno smarrito i punti cardinali della propria visione economica, dopo scandali e malversazioni, e nel pieno di una crisi della leadership (forse il centrodestra ancora non può fare a meno di Berlusconi, ma con lui può solo limitarsi a resistere, non può andare oltre il 29-30%), ci sta un risultato non esaltante, una sconfitta elettorale, seppur di misura, e un passaggio all'opposizione.

E' patologico, invece, che il centrosinistra abbia mancato di parecchi milioni di voti un risultato che le avrebbe permesso di governare il paese. Come si può facilmente constatare dai passaggi politici di questi giorni, lo stallo politico-istituzionale nel quale ci troviamo è dovuto essenzialmente ai due complessi storici della sinistra, e del suo principale partito: il Pd.

Il primo sta nell'incapacità di battere politicamente i suoi avversari, anzi di concepirne l'esistenza stessa, da cui seguono i continui tentativi di marginalizzarli o riassorbirli. In un paese "normale", in una tale situazione di impasse si darebbe vita ad una "grande coalizione", a un governo di unità nazionale o di scopo, per lo meno per il tempo necessario a realizzare 2/3 riforme volte a far funzionare meglio la nostra democrazia e, subito dopo, tornare al voto. E' evidente che uno scambio doppio turno-presidenzialismo tra Pd e Pdl potrebbe in pochi mesi ripristinare legittimazione democratica degli eletti e governabilità. La mancanza di stabilità politica, infatti, danneggia tutti gli italiani, senza distinzioni, rendendoci deboli al cospetto di democrazie europee più solide come Germania e Francia. Anche in presenza di un esito elettorale incerto come questo, infatti, se Bersani fosse stato eletto direttamente oggi potrebbe comunque varare un governo e cercare di volta in volta la maggioranza al Senato, come Crocetta all'Assemblea regionale siciliana.

Perché in Italia non è possibile ciò che in altri grandi paesi democratici sarebbe considerato "normale"? Massimo D'Alema in direzione ha parlato della necessità di «liberarci dal complesso, dall'ossessione, dalla malattia psicologica dell'inciucio», aggiungendo però che «l'impedimento» è Silvio Berlusconi, quindi ricadendo lui stesso nel "complesso". E' ovvio: se passi vent'anni a demonizzare Berlusconi, e a raccontare che la nostra è la Costituzione «più bella del mondo», poi è difficile spiegare ai tuoi militanti, ai tuoi elettori, che ora bisogna accordarsi con il "nemico" per cambiare regole del gioco che fino al giorno prima si presumevano perfette. Che si trovasse al governo o all'opposizione, ogni volta che si è presentata l'occasione di discutere di riforme costituzionali, la sinistra – politica e intellettuale – ha sempre respinto ogni ipotesi di rafforzamento dei poteri dell'esecutivo e di elezione diretta del presidente della Repubblica o del premier come una deriva "golpista", un disegno autoritario, erigendo sulla Costituzione un vero e proprio tabù, e denunciato come "inciucio" qualsiasi intesa con Berlusconi, anche solo sulle regole. E naturalmente il circuito mediatico-giudiziario ancora oggi non aiuta.

L'unica destra con la quale ci si potrebbe accordare per il Pd è una destra "deberlusconizzata". Ma Berlusconi è solo un alibi. In realtà, la sinistra demonizzerebbe qualsiasi leader in grado di coalizzare un centrodestra capace di batterla. Quindi l'unica destra "buona" per il Pd sarebbe una destra subalterna, sconfitta in partenza perché isolata e minoritaria. Ma a quel punto non ci sarebbe alcun bisogno di accordarsi con essa per le riforme, e men che meno per un governo di unità nazionale.

Anche in questa fase il Pd di Bersani si preoccupa più di marginalizzare il centrodestra che di approfittare di questo momento di stallo per garantire al paese istituzioni più forti e regole del gioco più efficaci attraverso riforme condivise. Il tentativo di Bersani con i grillini sembra soprattutto una manfrina per guadagnare tempo. Se va in porto, tanto meglio. Ma la sensazione è che il vero obiettivo sia un altro. Più tempo passa, infatti, più si avvicinano le sedute per eleggere il nuovo capo dello Stato, e quindi si riducono i margini di Napolitano per escogitare una soluzione che implichi una qualche forma di intesa tra Pd e Pdl, che per il Pd vorrebbe dire dialogare con il "giaguaro" innanzitutto sulla scelta del nuovo inquilino del Colle. Fallito il tentativo con Grillo, a Napolitano non resterebbe molto tempo per imbastire qualcosa e dovrebbe passare la palla al suo successore, che non avrebbe alcun impedimento a sciogliere subito le Camere. Il Pd intanto si assicurerebbe un altro "compagno" al Quirinale, con il 25% dei voti e isolando il Pdl, e potrebbe incolpare Grillo delle elezioni anticipate.

Anche alla propria sinistra il Pd è incapace di battere politicamente movimenti o partiti concorrenti, quindi tende a riassorbirli come "costole". E qui veniamo al secondo "complesso", che riguarda gli elettori di sinistra, i quali in gran parte non sono affatto interessati a governare il paese all'interno dei paletti della democrazia rappresentativa e delle regole minime di un'economia di mercato. Vengono quindi attratti da un'opposizione anti-sistema, dalla quale possono comodamente esercitarsi nella protesta permanente contro "l'ingiustizia sociale" e continuare a sognare il sovvertimento delle strutture economiche e sociali.

Il prevalere della linea identitaria rappresentata da Bersani-Vendola (al centro avrebbe provveduto la "stampella" Monti) doveva servire a tenere finalmente unita la sinistra. Ma qualcosa non ha funzionato, la malattia si è aggravata. E stavolta si è divisa non al governo, in Parlamento, come nel 1996 e nel 2006, ma già nelle urne. Di fronte alla prospettiva di un governo Bersani aiutato da Monti, molti elettori sono fuggiti verso Grillo. Una scissione latente, nell'elettorato prim'ancora che nella classe dirigente del Pd, che un'eventuale leadership di Renzi potrebbe a questo punto non bastare a scongiurare. Di sicuro il Pd si è presentato a quest'appuntamento non avendo ancora risolto il problema della sua identità. E' ancora intimamente lacerato tra un'idea di sinistra riformatrice e di governo, minoritaria, e un'idea, prevalente, di sinistra identitaria, che vorrebbe essere sia di lotta che di governo.

Le "macerie" in cui ci aggiriamo, per usare un termine caro a Grillo, non sono il prodotto di vent'anni di autoritarismo berlusconiano, né di "liberismo", come direbbe Vendola, ma dell'esatto contrario, cioè dell'incapacità della classe politica di prendere decisioni, soprattutto di completare dal punto di vista costituzionale il passaggio alla Seconda Repubblica. Dopo vent'anni di antiberlusconismo, quindi di mancate intese sull'aggiornamento delle regole del gioco, siamo arrivati al dunque: o la sinistra si sblocca, e accetta di parlare con i rappresentanti che gli elettori di centrodestra si sono scelti, per aggiustare la nostra democrazia, oppure rischiamo di avvitarci in una spirale di ingovernabilità da cui possono trarre forza solo movimenti anti-sistema.

Friday, March 01, 2013

L'unica road map che può salvare il paese dall'ingovernabilità

Anche su L'Opinione e su Notapolitica

E' probabile che Bersani non sperasse affatto in una risposta diversa da Beppe Grillo. D'altronde, è agli eletti grillini che si è rivolto, non al comico genovese, e già in campagna elettorale aveva accennato alla via dello "scouting". Già, perché se Berlusconi convince Scilipoti a passare con lui, è una ignobile compravendita di parlamentari. Se il segretario del Pd teorizza l'acquisizione del sostegno di decine di senatori grillini, si chiama "scouting". E non è affatto detto che non gli riesca. Al di là dell'ostentata sicurezza, della veemenza con cui Grillo lancia le sue fatwe, potrebbe rivelarsi ben più difficile del previsto per lui frenare la voglia dei suoi eletti di veder realizzati almeno alcuni dei punti programmatici, di contribuire responsabilmente alla stabilità del paese (evitando, particolare da non sottovalutare, elezioni immediate con il rischio di riconsegnarlo a Berlusconi). Difficile anche convincere i suoi elettori che il "no" a Bersani deriva da una democratica consultazione della base. Insomma, sull'appoggio o meno ad un governo Pd il Movimento 5 stelle è alla sua prima prova di maturità e allo stesso Grillo non sfugge il rischio di "scilipotizzazione" dei suoi. Siamo solo all'inizio.

Ma mentre al segretario Bersani è stato concesso di esplorare le vie dello "scouting" con i senatori grillini nel patetico tentativo di rabberciare una maggioranza anche al Senato, il Pd non si preclude del tutto la strada che porta ad una qualche forma di collaborazione con il Pdl. L'intervista di D'Alema al Corriere della Sera ne è la dimostrazione. Escludendo ipotesi di «governissimo», di cui per altro nemmeno il Pdl vuol sentire parlare, chiama le principali forze politiche (citando «M5S, centrodestra e noi») ad «un'assunzione di responsabilità». Niente «ammucchiate», ma innanzitutto un contributo al funzionamento delle istituzioni. E sul tavolo mette la presidenza delle due Camere a M5S e Pdl, riservando Palazzo Chigi al Pd e, implicitamente, anche il Quirinale al centrosinistra. Parla di «legislatura costituente», lanciando al Pdl un messaggio di disponibilità a dialogare sull'ipotesi di uno scambio che era stato proposto dal segretario Alfano la scorsa estate, e che il Pd - col senno di poi con troppa leggerezza - aveva lasciato cadere, tra doppio turno alla francese e presidenzialismo. Uno dei quattro errori della «non vittoria» del Pd segnalati da Antonio Polito sul Corriere. Votare ancora una volta col "porcellum" serviva sia a Berlusconi per la rimonta, che a Bersani per blindare la vittoria, ma le carte del Pdl si potevano almeno andare a vedere, come scrivemmo allora su queste pagine.

Anche sui temi economici le parole di D'Alema sembrano in qualche modo convergere con quelle del videomessaggio in cui Berlusconi ha in pratica offerto la sua disponibilità al dialogo («nessuna forza politica responsabile può ignorare il valore della governabilità»), sottolineando però la necessità di una «svolta nella politica economica», da cui «ogni discorso, ogni futuro ragionamento deve necessariamente partire», perché «non si deve partire dalle alleanze, ma dalle cose da fare».

Peccato che con straordinario tempismo la Procura di Napoli, nella solita coppia Piscitelli-Woodcock, accusando Berlusconi di aver "comprato" il senatore De Gregorio (dal lontano 2006 l'inchiesta parte oggi!) cerca di bruciare sul nascere qualsiasi agibilità e rispettabilità politica di un dialogo tra Pd e Pdl.

Da una parte, per quanto folle, patetica, e alla lunga perdente, la linea Bersani di inserirsi tra le contraddizioni e l'ingenuità dei grillini potrebbe riuscire a far nascere un governo Pd-M5S (semplificando le cose al centrodestra), ma la salvezza del Pd e del Pdl, del bipolarismo, quindi della governabilità, e del paese da una sorte simile a quella della Grecia, passa per una ben diversa road map: 3/4 riforme fulminee, da realizzare in 6-12 mesi massimo (senza le quali, a questo punto, forse nemmeno Renzi basterebbe), rinnovamento delle rispettive leadership e poi subito ritorno al voto. Tra le riforme, oltre al dimezzamento dei parlamentari, all'abolizione di ogni finanziamento pubblico ai partiti, la riforma della legge elettorale. Ma non una qualsiasi. L'unico sistema in grado di ripristinare legittimazione democratica degli eletti e governabilità è l'uninominale, a turno unico o doppio (con sapiente gerrymandering), associato con l'elezione diretta del presidente della Repubblica (o del premier). E' da qui che dovrebbe ripartire il dialogo costituente tra Pd e Pdl, che non è stato più seriamente riallacciato dai tempi della Bicamerale, fallita probabilmente per responsabilità di entrambe le parti. Sul fronte economico, i due partiti potrebbero accordarsi su abolizione dell'Imu sulla prima casa da una parte e cancellazione della riforma Fornero - quella sul lavoro - dall'altra.

Nel meccanismo delle primarie il Pd ha già trovato uno strumento per il rinnovamento della sua leadership, a patto che stavolta siano aperte, mentre il Pdl non può più nascondersi dietro Berlusconi. Passati i festeggiamenti, gli scatti d'orgoglio per la rimonta, l'area berlusconiana deve guardare in faccia la realtà: per ragioni di età e credibilità difficilmente il Cav potrà guidare il centrodestra oltre la soglia del 30%. Ma, d'altra parte, queste elezioni hanno anche dimostrato la velleità di qualsiasi progetto neocentrista e che Berlusconi resta un attore non emarginabile nella prospettiva di una nuova offerta politica di centrodestra: o lo si batte nelle urne, sottraendogli il suo elettorato (il che si è dimostrato impresa assai ardua); o ci si siede intorno a un tavolo per trattare con lui la sua uscita e il nuovo assetto del centrodestra. Panebianco, sul Corriere, ha parlato di «stati generali». Il problema dell'antiberlusconismo è che per affermare la propria radicale "alterità" rispetto a Berlusconi, si finisce per rappresentare "alterità" anche nei confronti degli elettori di centrodestra. Per lo meno è questo l'esito delle campagne di Fini, Casini e Monti, e di Giannino.

Friday, June 01, 2012

Il semipresidenzialismo c'è già e Re Giorgio dovrebbe saperlo bene

È neutro e imparziale un presidente arrivato, sia pure spinto da circostanze eccezionali, a scegliersi un premier, o che si schiera apertamente contro una delle ipotesi di riforma dello Stato in campo? Proprio quest'ultimo settennato insegna che non bisogna confondere la correttezza con la neutralità: sempre corretto dal punto di vista formale, e attento garante delle istituzioni, Napolitano ha interpretato in modo tutt'altro che neutro e imparziale il suo ruolo. D'altra parte, quello che non si dice è che i nostri costituenti hanno concepito una figura di capo dello stato tutt'altro che neutra e imparziale. L'hanno anzi dotato di poteri potenzialmente molto incisivi, lasciando ampia discrezionalità interpretativa sul suo ruolo. E invece di consegnare ai cittadini le chiavi del Quirinale, temendo svolte populiste hanno preferito lasciarle in mano ai partiti. Per circa 40 anni tali poteri sono rimasti "in sonno", essendo il sistema politico bloccato. Pertini e Cossiga hanno sdoganato le "esternazioni presidenziali", al di fuori dai messaggi formali previsti dalla Costituzione.

Da quando è stata introdotta la democrazia dell'alternanza, i presidenti che si sono succeduti hanno interpretato il loro ruolo di garanzia come interposizione, se non contrapposizione alla maggioranza a loro non affine politicamente, trovando nella Costituzione i poteri per farlo e dando luogo quindi ad una forma di diarchia. Il risultato è che oggi in Italia il semipresidenzialismo esiste già: nei poteri, ma senza investitura popolare. Un semipresidenzialismo "a corrente alternata". Ne abbiamo avuta ampia dimostrazione negli ultimi 17 anni: il Quirinale ha lavorato come uno studio notarile durante i governi di centrosinistra, mentre ha esercitato i suoi poteri in senso presidenzialista durante i governi di centrodestra, dando vita ad una sorta di "coabitazione".
(...)
Perché, dunque, non completare con gli opportuni poteri ed equilibri questa innovazione presidenzialista, dandogli legittimità costituzionale e investitura popolare, come avviene in Francia?
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Thursday, May 31, 2012

La giornata: Buffon fulminato e i messaggi di Visco-Draghi a Monti

Che si tratti di un avvertimento o di una ritorsione, lo stile è quello "mafioso". Il tempismo è davvero troppo sospetto. E' passato un giorno dalla denuncia di Buffon sulla «vergogna» della giustizia-spettacolo, dei processi mediatici, del rapporto marcio, perverso tra procure e media, con le fughe di notizie e i blitz con telecamere al seguito, ed ecco che il circuito mediatico-giudiziario passa al contrattacco. Corriere e Repubblica tirano fuori un'"informativa" (con tanto di documenti in copia pdf) della Guardia di Finanza di Torino in cui si segnalano alcune movimentazioni di denaro "sospette" da un conto di Buffon ad una ricevitoria di Parma. Movimenti che fanno presto a diventare «puntate», «scommesse milionarie». La vicenda dovrebbe essere vecchia e già chiusa. Il fatto che Buffon non risulti indagato, nonostante l'informativa risalga al 2011 e i fatti al 2010, significa che le procure di Torino e Cremona non l'hanno ritenuta rilevante penalmente, o che il caso è stato chiarito. Ma tanto basta a sputtanare Buffon che aveva osato toccare i fili che legano procure e giornali.

Al di là del merito, che Buffon abbia o meno scommesso (e quindi commesso un illecito sportivo), l'intento gogna mediatica è chiaro. E vergognoso. Com'era? L'anomalia era Berlusconi? Uscito di scena lui tutto sarebbe tornato a posto, ognuno al suo ruolo? Berlusconi passa, ma il cancro procure-media ce lo teniamo. Dovrebbe intervenire il presidente Napolitano, che come presidente del Csm è responsabile di come certi documenti escono dalle procure e arrivino alla stampa così "ad orologeria".

VISCO-DRAGHI - Intanto, mentre lo spread è stabile a livelli da allarme rosso (oggi a 467 punti), Monti mette in guardia sul «rischio contagio» e si appella alla Merkel chiedendole di «riflettere profondamente, ma anche rapidamente su questo» aspetto. L'alto debito è colpa dei governi del «passato» e lo spread resta elevato per «la mancanza di una linea precisa per la crescita».

Ma c'è qualcosa nelle parole di oggi di Draghi e del governatore della Banca d'Italia Visco che chiama direttamente in causa anche le scelte chiave del governo Monti: solo tasse, zero tagli alla spesa e niente dismissioni. Il problema è una politica fiscale sbagliata, ma continuiamo diabolicamente a perseverare.

Visco ha avvertito che un calo del Pil dell'1,5% nel 2012 corrisponde ad uno «scenario non troppo sfavorevole» e che la pressione fiscale è «a livelli ormai non compatibili con una crescita sostenuta». «L'inasprimento non può che essere temporaneo», è ora che «la sfida si sposti» sui tagli alla spesa: «Occorre trovare, oltre a più ampi recuperi di evasione, tagli di spesa che compensino il necessario ridimensionamento del peso fiscale». E smentisce che anche tagliare la spesa avrebbe effetti recessivi: «Se accuratamente identificati e ispirati a criteri di equità, i tagli non comprometteranno la crescita e potranno concorrere a stimolarla se saranno volti a rimuovere inefficienze dell'azione pubblica, semplificare i processi decisionali, contenere gli oneri amministrativi». Dal governatore della Banca d'Italia arriva anche un caldo invito a «utilizzare pienamente i margini disponibili per ridurre il debito con la dismissione di attività in mano pubblica». Insomma, il messaggio a Monti è chiaro: è ora di tagliare spesa e tasse e di abbattere lo stock di debito con le dismissioni.

Draghi avverte che la Bce «non può sostituirsi ai governi nel fronteggiare la crisi, nella quale il debito di alcuni Paesi non è più percepito come sostenibile». La Bce ha fatto già tutto quello che poteva nell'ambito dei suoi compiti e «non può riempire il vuoto e la mancanza di azione da parte dei governi europei, né per quanto riguarda le politiche di bilancio, né per le riforme strutturali, né in altri campi». Anche qui il messaggio è chiaro: devono agire i leader, su bilanci e riforme.

Il governatore della Bce avverte poi che per i mercati «è importante chiarire la visione per l'euro nei prossimi dieci anni», ma anche questo spetta ai leader degli Stati membri, come fecero nel 1988 con il rapporto del Consiglio europeo che poneva l'obiettivo dell'unione monetaria. Un nuovo obiettivo di questo genere, per esempio per l'unione politica, ha lasciato intendere Draghi, farebbe «diradare la nebbia» sull'altra riva del fiume che stiamo attraversando, e che oggi non è ancora visibile. «Prima verrà presentata questa visione e meglio sarà». Sulla stessa linea europeista Visco, che ha chiesto «un percorso che abbia nell'unione politica il traguardo finale». Percorso che ad oggi «non c'è» e ciò «rende alla lunga l'unione monetaria più difficile da sostenere».

LAVORO E PRESIDENZIALISMO - La riforma del lavoro Monti-Fornero (Pd-Cgil) intanto ottiene il via libera del Senato, ma nonostante i miglioramenti resta una riforma sbagliata, come insistono a dire Sacconi e Cazzola. Chiude per molti anni il capitolo articolo 18 mentre rischia di essere controproducente sulla flessibilità in entrata. Sul piano politico, dal Pd si registrano delle aperture alla proposta presidenzialista del Pdl. I favorevoli al modello francese escono allo scoperto: cinque senatori, tra cui Morando e Tonini, chiedono a Bersani di aprire un confronto sul semipresidenzialismo, insomma di andare a vedere le carte di Alfano, Parisi propone di incalzare il Pdl e il senatore e costituzionalista Ceccanti invita a non nascondersi «dietro la tecnica», perché volendo una soluzione sarebbe già «pronta e matura».