Anche su Notapolitica e L'Opinione
Il nostro paese, tutti noi, siamo ostaggi di uno psicodramma tutto interno alla sinistra e di una scissione latente nel Pd che è sul punto di esplodere. Attenzione: con questo non intendo affatto sostenere che il centrodestra, e il Pdl, godano di ottima salute. Anzi. Ma il loro problema rientra in qualche modo nella "normalità". Dopo un'esperienza di governo fallimentare, durante la quale hanno smarrito i punti cardinali della propria visione economica, dopo scandali e malversazioni, e nel pieno di una crisi della leadership (forse il centrodestra ancora non può fare a meno di Berlusconi, ma con lui può solo limitarsi a resistere, non può andare oltre il 29-30%), ci sta un risultato non esaltante, una sconfitta elettorale, seppur di misura, e un passaggio all'opposizione.
E' patologico, invece, che il centrosinistra abbia mancato di parecchi milioni di voti un risultato che le avrebbe permesso di governare il paese. Come si può facilmente constatare dai passaggi politici di questi giorni, lo stallo politico-istituzionale nel quale ci troviamo è dovuto essenzialmente ai due complessi storici della sinistra, e del suo principale partito: il Pd.
Il primo sta nell'incapacità di battere politicamente i suoi avversari, anzi di concepirne l'esistenza stessa, da cui seguono i continui tentativi di marginalizzarli o riassorbirli. In un paese "normale", in una tale situazione di impasse si darebbe vita ad una "grande coalizione", a un governo di unità nazionale o di scopo, per lo meno per il tempo necessario a realizzare 2/3 riforme volte a far funzionare meglio la nostra democrazia e, subito dopo, tornare al voto. E' evidente che uno scambio doppio turno-presidenzialismo tra Pd e Pdl potrebbe in pochi mesi ripristinare legittimazione democratica degli eletti e governabilità. La mancanza di stabilità politica, infatti, danneggia tutti gli italiani, senza distinzioni, rendendoci deboli al cospetto di democrazie europee più solide come Germania e Francia. Anche in presenza di un esito elettorale incerto come questo, infatti, se Bersani fosse stato eletto direttamente oggi potrebbe comunque varare un governo e cercare di volta in volta la maggioranza al Senato, come Crocetta all'Assemblea regionale siciliana.
Perché in Italia non è possibile ciò che in altri grandi paesi democratici sarebbe considerato "normale"? Massimo D'Alema in direzione ha parlato della necessità di «liberarci dal complesso, dall'ossessione, dalla malattia psicologica dell'inciucio», aggiungendo però che «l'impedimento» è Silvio Berlusconi, quindi ricadendo lui stesso nel "complesso". E' ovvio: se passi vent'anni a demonizzare Berlusconi, e a raccontare che la nostra è la Costituzione «più bella del mondo», poi è difficile spiegare ai tuoi militanti, ai tuoi elettori, che ora bisogna accordarsi con il "nemico" per cambiare regole del gioco che fino al giorno prima si presumevano perfette. Che si trovasse al governo o all'opposizione, ogni volta che si è presentata l'occasione di discutere di riforme costituzionali, la sinistra – politica e intellettuale – ha sempre respinto ogni ipotesi di rafforzamento dei poteri dell'esecutivo e di elezione diretta del presidente della Repubblica o del premier come una deriva "golpista", un disegno autoritario, erigendo sulla Costituzione un vero e proprio tabù, e denunciato come "inciucio" qualsiasi intesa con Berlusconi, anche solo sulle regole. E naturalmente il circuito mediatico-giudiziario ancora oggi non aiuta.
L'unica destra con la quale ci si potrebbe accordare per il Pd è una destra "deberlusconizzata". Ma Berlusconi è solo un alibi. In realtà, la sinistra demonizzerebbe qualsiasi leader in grado di coalizzare un centrodestra capace di batterla. Quindi l'unica destra "buona" per il Pd sarebbe una destra subalterna, sconfitta in partenza perché isolata e minoritaria. Ma a quel punto non ci sarebbe alcun bisogno di accordarsi con essa per le riforme, e men che meno per un governo di unità nazionale.
Anche in questa fase il Pd di Bersani si preoccupa più di marginalizzare il centrodestra che di approfittare di questo momento di stallo per garantire al paese istituzioni più forti e regole del gioco più efficaci attraverso riforme condivise. Il tentativo di Bersani con i grillini sembra soprattutto una manfrina per guadagnare tempo. Se va in porto, tanto meglio. Ma la sensazione è che il vero obiettivo sia un altro. Più tempo passa, infatti, più si avvicinano le sedute per eleggere il nuovo capo dello Stato, e quindi si riducono i margini di Napolitano per escogitare una soluzione che implichi una qualche forma di intesa tra Pd e Pdl, che per il Pd vorrebbe dire dialogare con il "giaguaro" innanzitutto sulla scelta del nuovo inquilino del Colle. Fallito il tentativo con Grillo, a Napolitano non resterebbe molto tempo per imbastire qualcosa e dovrebbe passare la palla al suo successore, che non avrebbe alcun impedimento a sciogliere subito le Camere. Il Pd intanto si assicurerebbe un altro "compagno" al Quirinale, con il 25% dei voti e isolando il Pdl, e potrebbe incolpare Grillo delle elezioni anticipate.
Anche alla propria sinistra il Pd è incapace di battere politicamente movimenti o partiti concorrenti, quindi tende a riassorbirli come "costole". E qui veniamo al secondo "complesso", che riguarda gli elettori di sinistra, i quali in gran parte non sono affatto interessati a governare il paese all'interno dei paletti della democrazia rappresentativa e delle regole minime di un'economia di mercato. Vengono quindi attratti da un'opposizione anti-sistema, dalla quale possono comodamente esercitarsi nella protesta permanente contro "l'ingiustizia sociale" e continuare a sognare il sovvertimento delle strutture economiche e sociali.
Il prevalere della linea identitaria rappresentata da Bersani-Vendola (al centro avrebbe provveduto la "stampella" Monti) doveva servire a tenere finalmente unita la sinistra. Ma qualcosa non ha funzionato, la malattia si è aggravata. E stavolta si è divisa non al governo, in Parlamento, come nel 1996 e nel 2006, ma già nelle urne. Di fronte alla prospettiva di un governo Bersani aiutato da Monti, molti elettori sono fuggiti verso Grillo. Una scissione latente, nell'elettorato prim'ancora che nella classe dirigente del Pd, che un'eventuale leadership di Renzi potrebbe a questo punto non bastare a scongiurare. Di sicuro il Pd si è presentato a quest'appuntamento non avendo ancora risolto il problema della sua identità. E' ancora intimamente lacerato tra un'idea di sinistra riformatrice e di governo, minoritaria, e un'idea, prevalente, di sinistra identitaria, che vorrebbe essere sia di lotta che di governo.
Le "macerie" in cui ci aggiriamo, per usare un termine caro a Grillo, non sono il prodotto di vent'anni di autoritarismo berlusconiano, né di "liberismo", come direbbe Vendola, ma dell'esatto contrario, cioè dell'incapacità della classe politica di prendere decisioni, soprattutto di completare dal punto di vista costituzionale il passaggio alla Seconda Repubblica. Dopo vent'anni di antiberlusconismo, quindi di mancate intese sull'aggiornamento delle regole del gioco, siamo arrivati al dunque: o la sinistra si sblocca, e accetta di parlare con i rappresentanti che gli elettori di centrodestra si sono scelti, per aggiustare la nostra democrazia, oppure rischiamo di avvitarci in una spirale di ingovernabilità da cui possono trarre forza solo movimenti anti-sistema.
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Thursday, March 07, 2013
Saturday, December 01, 2012
Sinistra irriformabile: perso il "treno" Renzi
Perso l'ennesimo treno verso democrazia e modernità
Con ogni probabilità sarà Bersani a vincere le primarie del centrosinistra, nonostante sia stato letteralmente asfaltato nel duello tv su Raiuno. Perché l'elettorato tradizionale della sinistra è molto conservatore e diffida delle ricette dal retrogusto liberale di Renzi e persino del suo modo "moderno" di comunicare (solo perché brillante si merita l'accusa di "cripto-berlusconismo"); e perché regole assurde (dover sottoscrivere un impegno a votare centrosinistra qualunque candidato vinca e inventare una giustificazione plausibile per votare al ballottaggio se non ci si è registrati al primo turno) hanno reso le primare molto meno aperte di quanto asserito e di quanto sarebbe servito al sindaco di Firenze per sperare di scardinare l'Apparatchik. Certo, ci si può accontentare della percezione di vitalità trasmessa al pubblico rispetto alle macerie, e miserie, del campo avversario, il fu centrodestra, ma la realtà è che alle prime vere primarie, dove il principale competitor non si accontentava di percentuali concordate a tavolino, il Pd ha mancato l'ennesimo appuntamento con la democrazia e la modernità.
L'amara realtà è che la sinistra in Italia è irriformabile: il popolo "de sinistra" – vertici e gran parte della base elettorale – è terrorizzato dalla prospettiva di un proprio leader capace di attirare l'elettorato indipendente o di centrodestra e reagisce abbandonandosi ai peggiori istinti, quelli dell'epurazione. Preferisce appaltare il compito (alla Margherita prima, forse a Casini oggi) e restare nel suo rassicurante recinto ideologico (e antropologico), anche se minoritario, piuttosto che conquistare/accogliere nuovi elettori e aprirsi a nuove idee.
È più forte di loro: gli ex Pci (ma anche gli ex Dc) i concetti di democrazia ed economia di mercato non li hanno proprio afferrati, non li hanno ancora assimilati. Dopo la caduta del Muro si sono adeguati, perché così richiedevano le convenienze e le convenzioni del momento, dei tempi. Ma non riescono a convincersi intimamente di potersi affidare pienamente né alle logiche della democrazia né a quelle del mercato, che nelle loro proposte restano sospese tra un simulacro e una presa in giro. Ascoltiamo Bersani discutere del patrimonio degli italiani come di una ricchezza che si può in ogni momento requisire per un preteso bene superiore, ancora convinto che spetti al governo «dare» lavoro, dimostrando di non possedere alcuna cognizione di come la ricchezza si crea.
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Con ogni probabilità sarà Bersani a vincere le primarie del centrosinistra, nonostante sia stato letteralmente asfaltato nel duello tv su Raiuno. Perché l'elettorato tradizionale della sinistra è molto conservatore e diffida delle ricette dal retrogusto liberale di Renzi e persino del suo modo "moderno" di comunicare (solo perché brillante si merita l'accusa di "cripto-berlusconismo"); e perché regole assurde (dover sottoscrivere un impegno a votare centrosinistra qualunque candidato vinca e inventare una giustificazione plausibile per votare al ballottaggio se non ci si è registrati al primo turno) hanno reso le primare molto meno aperte di quanto asserito e di quanto sarebbe servito al sindaco di Firenze per sperare di scardinare l'Apparatchik. Certo, ci si può accontentare della percezione di vitalità trasmessa al pubblico rispetto alle macerie, e miserie, del campo avversario, il fu centrodestra, ma la realtà è che alle prime vere primarie, dove il principale competitor non si accontentava di percentuali concordate a tavolino, il Pd ha mancato l'ennesimo appuntamento con la democrazia e la modernità.
L'amara realtà è che la sinistra in Italia è irriformabile: il popolo "de sinistra" – vertici e gran parte della base elettorale – è terrorizzato dalla prospettiva di un proprio leader capace di attirare l'elettorato indipendente o di centrodestra e reagisce abbandonandosi ai peggiori istinti, quelli dell'epurazione. Preferisce appaltare il compito (alla Margherita prima, forse a Casini oggi) e restare nel suo rassicurante recinto ideologico (e antropologico), anche se minoritario, piuttosto che conquistare/accogliere nuovi elettori e aprirsi a nuove idee.
È più forte di loro: gli ex Pci (ma anche gli ex Dc) i concetti di democrazia ed economia di mercato non li hanno proprio afferrati, non li hanno ancora assimilati. Dopo la caduta del Muro si sono adeguati, perché così richiedevano le convenienze e le convenzioni del momento, dei tempi. Ma non riescono a convincersi intimamente di potersi affidare pienamente né alle logiche della democrazia né a quelle del mercato, che nelle loro proposte restano sospese tra un simulacro e una presa in giro. Ascoltiamo Bersani discutere del patrimonio degli italiani come di una ricchezza che si può in ogni momento requisire per un preteso bene superiore, ancora convinto che spetti al governo «dare» lavoro, dimostrando di non possedere alcuna cognizione di come la ricchezza si crea.
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Friday, November 30, 2012
Chi ha paura della sconfitta
La «paura della sconfitta», scrive oggi Massimo Franco sul Corriere, spinge Renzi al «tutto per tutto». E' vero al contrario: di Bersani e non di Renzi. Il «tutto per tutto», la «forzatura» di quest'ultimo sarebbe cercare fino all'ultimo di convincere i cittadini ad andare a votare, per qualunque dei candidati rimasti in gara; il «tutto per tutto» di Bersani e dei suoi uomini consiste nel piegare le regole a competizione in corso per cercare di impedirglielo. Chi dei due finge di giocare alla democrazia e ha «paura della sconfitta»? La spregiudicatezza con cui Bersani da una parte, in tv, si atteggia a leader serio, pacato e bonario, con tanto di lacrimuccia, ma dall'altra si avvale del 98% dei membri dei comitati provinciali e del Comitato dei garanti per garantirsi la vittoria, è degna di quella dei leader comunisti dell'Est europeo nel prendere il potere nel II dopoguerra.
Le regole sono un pasticcio, scritte così appositamente per lasciare il potere a chi sarebbe stato chiamato ad applicarle, ma una norma è abbastanza chiara: l'art. 14 del regolamento consente la registrazione per il ballottaggio di coloro che «dichiarino» di aver avuto un impedimento, non dipendente dalla loro volontà, a registrarsi prima del 25 novembre, non di coloro che «dimostrino» o che «risultino». Un'autocertificazione, insomma, dovrebbe bastare. Così sembrava pensarla anche Berlinguer in un'intervista diffusa domenica sera su Youdem, in cui non menzionava affatto giustificazioni di sorta. Dunque, il contestato sito domenicavoto.it è perfettamente legale. Non le delibere che di ora in ora cambiano le regole del gioco in corsa per tentare di arginare il fenomeno Renzi dopo la disastrosa performance tv del segretario. In ogni caso, con queste regole praticamente il Pd costringe migliaia di elettori, anche suoi elettori, a inventarsi una scusa, a mentire, per esercitare il diritto di voto.
Per non parlare, poi, della bislacca concezione del sistema a doppio turno di Bersani e i suoi, secondo cui aprire a nuove registrazioni sarebbe una presa in giro nei confronti dei tre milioni di elettori che hanno votato al primo. Qui bisogna mettersi d'accordo. In effetti un problema c'è, e non è di poco conto: nei sistemi a doppio turno, infatti, in teoria al ballottaggio potrebbe risultare eletto un candidato con meno voti di quanti ne abbia presi il suo avversario al primo turno. Un peccato originale di questo sistema, ma non si può adottarlo e poi pretendere di mantenere bloccato il corpo elettorale tra primo e secondo turno, è un controsenso. Alle primarie dei Socialisti francesi Hollande ha vinto al secondo turno con 600 mila elettori in più rispetto al primo. E quando il Pd proporrà il doppio turno di collegio per le elezioni politiche cosa si inventerà? Scommettiamo che il problema di "bloccare" il corpo elettorale tra i due turni svanirà nel nulla?
Gli italiani, insomma, sono avvertiti: Bersani governerà il paese con lo stesso eccesso di burocrazia, con la stessa arbitrarietà nell'interpretare delle regole, con la stessa mancanza di rispetto per la democrazia e i cittadini applicati alle primarie.
Le regole sono un pasticcio, scritte così appositamente per lasciare il potere a chi sarebbe stato chiamato ad applicarle, ma una norma è abbastanza chiara: l'art. 14 del regolamento consente la registrazione per il ballottaggio di coloro che «dichiarino» di aver avuto un impedimento, non dipendente dalla loro volontà, a registrarsi prima del 25 novembre, non di coloro che «dimostrino» o che «risultino». Un'autocertificazione, insomma, dovrebbe bastare. Così sembrava pensarla anche Berlinguer in un'intervista diffusa domenica sera su Youdem, in cui non menzionava affatto giustificazioni di sorta. Dunque, il contestato sito domenicavoto.it è perfettamente legale. Non le delibere che di ora in ora cambiano le regole del gioco in corsa per tentare di arginare il fenomeno Renzi dopo la disastrosa performance tv del segretario. In ogni caso, con queste regole praticamente il Pd costringe migliaia di elettori, anche suoi elettori, a inventarsi una scusa, a mentire, per esercitare il diritto di voto.
Per non parlare, poi, della bislacca concezione del sistema a doppio turno di Bersani e i suoi, secondo cui aprire a nuove registrazioni sarebbe una presa in giro nei confronti dei tre milioni di elettori che hanno votato al primo. Qui bisogna mettersi d'accordo. In effetti un problema c'è, e non è di poco conto: nei sistemi a doppio turno, infatti, in teoria al ballottaggio potrebbe risultare eletto un candidato con meno voti di quanti ne abbia presi il suo avversario al primo turno. Un peccato originale di questo sistema, ma non si può adottarlo e poi pretendere di mantenere bloccato il corpo elettorale tra primo e secondo turno, è un controsenso. Alle primarie dei Socialisti francesi Hollande ha vinto al secondo turno con 600 mila elettori in più rispetto al primo. E quando il Pd proporrà il doppio turno di collegio per le elezioni politiche cosa si inventerà? Scommettiamo che il problema di "bloccare" il corpo elettorale tra i due turni svanirà nel nulla?
Gli italiani, insomma, sono avvertiti: Bersani governerà il paese con lo stesso eccesso di burocrazia, con la stessa arbitrarietà nell'interpretare delle regole, con la stessa mancanza di rispetto per la democrazia e i cittadini applicati alle primarie.
Wednesday, May 30, 2012
Alfano raddoppia la posta ma dal Pd solo silenzi
Ieri con una lettera al Corriere della Sera, e la sera prima a Porta a Porta, Angelino Alfano ha rilanciato sulla proposta presidenzialista. Oltre al doppio turno - sistema elettorale da sempre in cima alla lista dei desideri dei Ds prima e del Pd poi - ha messo sul tavolo un'altra pietanza per ingolosire gli avversari. Con l'ok all'elezione diretta del presidente della Repubblica, il Pdl sarebbe disponibile ad una nuova legge sul conflitto di interessi. Un vero e proprio baratto politico, ma stavolta "alto" nel metodo (perché alla luce del sole) e nei contenuti (l'architettura istituzionale). Ma la carta di regole più stringenti sul conflitto di interessi, per controbilanciare i maggiori poteri formali in capo ad un presidente eletto direttamente, suona anche come un messaggio implicito al Pd, in modo da sgombrare il campo da ogni alibi: Berlusconi non si candiderebbe al Colle, anche se ovviamente orgoglio e dignità politica gli impediscono di dare soddisfazione pubblica ai suoi avversari storici.
Alla luce della debàcle alle amministrative, e degli ultimi sondaggi, il Pdl ha davvero pochi margini di bluff. Alla mossa presidenzialista si può solo rimproverare di essere disperata e tardiva. Troppo per sperare di andare a buon fine. Soprattutto dopo il voto locale, infatti, il Pd sente di avere la strada spianata verso Palazzo Chigi con qualsiasi sistema elettorale, quindi non vede alcun interesse nel concedere all'avversario, oggi ridotto all'angolo, di condividere il merito di un risultato politico storico come sarebbe la riforma costituzionale in senso presidenzialista. E tra i due partiti chi in questo momento può permettersi di irrigidire le proprie posizioni, non percependo affatto come un dramma l'eventualità di rivotare con il Porcellum (anzi, forse essendone tentato), è il Pd, non certo il Pdl.
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Alla luce della debàcle alle amministrative, e degli ultimi sondaggi, il Pdl ha davvero pochi margini di bluff. Alla mossa presidenzialista si può solo rimproverare di essere disperata e tardiva. Troppo per sperare di andare a buon fine. Soprattutto dopo il voto locale, infatti, il Pd sente di avere la strada spianata verso Palazzo Chigi con qualsiasi sistema elettorale, quindi non vede alcun interesse nel concedere all'avversario, oggi ridotto all'angolo, di condividere il merito di un risultato politico storico come sarebbe la riforma costituzionale in senso presidenzialista. E tra i due partiti chi in questo momento può permettersi di irrigidire le proprie posizioni, non percependo affatto come un dramma l'eventualità di rivotare con il Porcellum (anzi, forse essendone tentato), è il Pd, non certo il Pdl.
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Friday, April 09, 2010
E' l'ora delle scelte, ma niente pastrocchi
Di riforme istituzionali, di modelli da adottare (presidenzialismo americano, semipresidenzialismo francese, premierato inglese o cancellierato tedesco) si è parlato fin troppo, siamo sfiniti. Il dibattito, anche se a singhiozzo, è durato a sufficienza, è l'ora delle scelte definitive e sta alla maggioranza, che come dicevo alcuni giorni fa sta forse attraversando un irripetibile "momentum", scegliere la nuova forma di governo (o se tenersi questa apportando qualche ritocco) e portarla avanti in modo organico e coerente, cercando di convincere l'opposizione. Ma basta con i giri di valzer, che purtroppo invece sembrano già ripresi.
Ha ragione il presidente Napolitano, è l'ora delle «proposte concrete», e per una volta condivido anche l'approccio usato ieri da Fini nel discutere di riforme: il modello francese può essere una soluzione per l'Italia, ma non si tratta solo dei poteri e dell'elezione diretta del presidente della Repubblica. Ha giustamente sottolineato come quello francese sia anche un semi-parlamentarismo e come non si possa prescindere dalla legge elettorale.
Berlusconi e il Pdl dovrebbero definitivamente scrollarsi di dosso il pregiudizio nei confronti dell'uninominale a doppio turno. A mio avviso non è vero che penalizzerebbe il centrodestra. Non è stato vero in passato, ma lo è ancor meno oggi, dopo che abbiamo visto come l'astensionismo può colpire in modo decisivo e inaspettato anche la sinistra. Per quanto riguarda la Lega, ormai è sufficientemente forte e radicata da poter o imporre suoi candidati alla coalizione, o in ogni caso sperare di portarne al ballottaggio un numero consistente. Si potrebbe inoltre studiare una clausola di salvaguardia in modo che non si possa vincere al ballottaggio grazie all'astensionismo, stabilendo per esempio che per vincere al secondo turno bisogna comunque prendere un voto in più di quanti ne aveva presi al primo turno il candidato piazzatosi primo.
Fermo restando che presidenzialismo (senza voto di fiducia delle Camere al governo) e uninominale ad un turno rimane per me il sistema più efficiente e rappresentativo, qualsiasi modello si scegliesse bisogna importarlo in modo organico, non a pezzi, snaturandolo in una versione "all'italiana". Niente pastrocchi.
UPDATE ore 18:57
Fini aveva già spiegato ieri come la pensa sulla necessità di guardare al modello francese non prescindendo dalla legge elettorale a doppio turno - cosa che tra l'altro condivido. Ma considerando che incontrerà Berlusconi la prossima settimana, non vedevo proprio la necessità di convocare un paio d'agenzie e portarsele a spasso per i vicoli di Roma, solo per dettare l'ennesima provocazione nei confronti del premier, come mettergli le dita negli occhi. Il distinguo a tutti i costi ancora una volta prevale sul confronto costruttivo.
Ha ragione il presidente Napolitano, è l'ora delle «proposte concrete», e per una volta condivido anche l'approccio usato ieri da Fini nel discutere di riforme: il modello francese può essere una soluzione per l'Italia, ma non si tratta solo dei poteri e dell'elezione diretta del presidente della Repubblica. Ha giustamente sottolineato come quello francese sia anche un semi-parlamentarismo e come non si possa prescindere dalla legge elettorale.
Berlusconi e il Pdl dovrebbero definitivamente scrollarsi di dosso il pregiudizio nei confronti dell'uninominale a doppio turno. A mio avviso non è vero che penalizzerebbe il centrodestra. Non è stato vero in passato, ma lo è ancor meno oggi, dopo che abbiamo visto come l'astensionismo può colpire in modo decisivo e inaspettato anche la sinistra. Per quanto riguarda la Lega, ormai è sufficientemente forte e radicata da poter o imporre suoi candidati alla coalizione, o in ogni caso sperare di portarne al ballottaggio un numero consistente. Si potrebbe inoltre studiare una clausola di salvaguardia in modo che non si possa vincere al ballottaggio grazie all'astensionismo, stabilendo per esempio che per vincere al secondo turno bisogna comunque prendere un voto in più di quanti ne aveva presi al primo turno il candidato piazzatosi primo.
Fermo restando che presidenzialismo (senza voto di fiducia delle Camere al governo) e uninominale ad un turno rimane per me il sistema più efficiente e rappresentativo, qualsiasi modello si scegliesse bisogna importarlo in modo organico, non a pezzi, snaturandolo in una versione "all'italiana". Niente pastrocchi.
UPDATE ore 18:57
Fini aveva già spiegato ieri come la pensa sulla necessità di guardare al modello francese non prescindendo dalla legge elettorale a doppio turno - cosa che tra l'altro condivido. Ma considerando che incontrerà Berlusconi la prossima settimana, non vedevo proprio la necessità di convocare un paio d'agenzie e portarsele a spasso per i vicoli di Roma, solo per dettare l'ennesima provocazione nei confronti del premier, come mettergli le dita negli occhi. Il distinguo a tutti i costi ancora una volta prevale sul confronto costruttivo.
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