Anche su L'Opinione e su Notapolitica
E' probabile che Bersani non sperasse affatto in una risposta diversa da Beppe Grillo. D'altronde, è agli eletti grillini che si è rivolto, non al comico genovese, e già in campagna elettorale aveva accennato alla via dello "scouting". Già, perché se Berlusconi convince Scilipoti a passare con lui, è una ignobile compravendita di parlamentari. Se il segretario del Pd teorizza l'acquisizione del sostegno di decine di senatori grillini, si chiama "scouting". E non è affatto detto che non gli riesca. Al di là dell'ostentata sicurezza, della veemenza con cui Grillo lancia le sue fatwe, potrebbe rivelarsi ben più difficile del previsto per lui frenare la voglia dei suoi eletti di veder realizzati almeno alcuni dei punti programmatici, di contribuire responsabilmente alla stabilità del paese (evitando, particolare da non sottovalutare, elezioni immediate con il rischio di riconsegnarlo a Berlusconi). Difficile anche convincere i suoi elettori che il "no" a Bersani deriva da una democratica consultazione della base. Insomma, sull'appoggio o meno ad un governo Pd il Movimento 5 stelle è alla sua prima prova di maturità e allo stesso Grillo non sfugge il rischio di "scilipotizzazione" dei suoi. Siamo solo all'inizio.
Ma mentre al segretario Bersani è stato concesso di esplorare le vie dello "scouting" con i senatori grillini nel patetico tentativo di rabberciare una maggioranza anche al Senato, il Pd non si preclude del tutto la strada che porta ad una qualche forma di collaborazione con il Pdl. L'intervista di D'Alema al Corriere della Sera ne è la dimostrazione. Escludendo ipotesi di «governissimo», di cui per altro nemmeno il Pdl vuol sentire parlare, chiama le principali forze politiche (citando «M5S, centrodestra e noi») ad «un'assunzione di responsabilità». Niente «ammucchiate», ma innanzitutto un contributo al funzionamento delle istituzioni. E sul tavolo mette la presidenza delle due Camere a M5S e Pdl, riservando Palazzo Chigi al Pd e, implicitamente, anche il Quirinale al centrosinistra. Parla di «legislatura costituente», lanciando al Pdl un messaggio di disponibilità a dialogare sull'ipotesi di uno scambio che era stato proposto dal segretario Alfano la scorsa estate, e che il Pd - col senno di poi con troppa leggerezza - aveva lasciato cadere, tra doppio turno alla francese e presidenzialismo. Uno dei quattro errori della «non vittoria» del Pd segnalati da Antonio Polito sul Corriere. Votare ancora una volta col "porcellum" serviva sia a Berlusconi per la rimonta, che a Bersani per blindare la vittoria, ma le carte del Pdl si potevano almeno andare a vedere, come scrivemmo allora su queste pagine.
Anche sui temi economici le parole di D'Alema sembrano in qualche modo convergere con quelle del videomessaggio in cui Berlusconi ha in pratica offerto la sua disponibilità al dialogo («nessuna forza politica responsabile può ignorare il valore della governabilità»), sottolineando però la necessità di una «svolta nella politica economica», da cui «ogni discorso, ogni futuro ragionamento deve necessariamente partire», perché «non si deve partire dalle alleanze, ma dalle cose da fare».
Peccato che con straordinario tempismo la Procura di Napoli, nella solita coppia Piscitelli-Woodcock, accusando Berlusconi di aver "comprato" il senatore De Gregorio (dal lontano 2006 l'inchiesta parte oggi!) cerca di bruciare sul nascere qualsiasi agibilità e rispettabilità politica di un dialogo tra Pd e Pdl.
Da una parte, per quanto folle, patetica, e alla lunga perdente, la linea Bersani di inserirsi tra le contraddizioni e l'ingenuità dei grillini potrebbe riuscire a far nascere un governo Pd-M5S (semplificando le cose al centrodestra), ma la salvezza del Pd e del Pdl, del bipolarismo, quindi della governabilità, e del paese da una sorte simile a quella della Grecia, passa per una ben diversa road map: 3/4 riforme fulminee, da realizzare in 6-12 mesi massimo (senza le quali, a questo punto, forse nemmeno Renzi basterebbe), rinnovamento delle rispettive leadership e poi subito ritorno al voto. Tra le riforme, oltre al dimezzamento dei parlamentari, all'abolizione di ogni finanziamento pubblico ai partiti, la riforma della legge elettorale. Ma non una qualsiasi. L'unico sistema in grado di ripristinare legittimazione democratica degli eletti e governabilità è l'uninominale, a turno unico o doppio (con sapiente gerrymandering), associato con l'elezione diretta del presidente della Repubblica (o del premier). E' da qui che dovrebbe ripartire il dialogo costituente tra Pd e Pdl, che non è stato più seriamente riallacciato dai tempi della Bicamerale, fallita probabilmente per responsabilità di entrambe le parti. Sul fronte economico, i due partiti potrebbero accordarsi su abolizione dell'Imu sulla prima casa da una parte e cancellazione della riforma Fornero - quella sul lavoro - dall'altra.
Nel meccanismo delle primarie il Pd ha già trovato uno strumento per il rinnovamento della sua leadership, a patto che stavolta siano aperte, mentre il Pdl non può più nascondersi dietro Berlusconi. Passati i festeggiamenti, gli scatti d'orgoglio per la rimonta, l'area berlusconiana deve guardare in faccia la realtà: per ragioni di età e credibilità difficilmente il Cav potrà guidare il centrodestra oltre la soglia del 30%. Ma, d'altra parte, queste elezioni hanno anche dimostrato la velleità di qualsiasi progetto neocentrista e che Berlusconi resta un attore non emarginabile nella prospettiva di una nuova offerta politica di centrodestra: o lo si batte nelle urne, sottraendogli il suo elettorato (il che si è dimostrato impresa assai ardua); o ci si siede intorno a un tavolo per trattare con lui la sua uscita e il nuovo assetto del centrodestra. Panebianco, sul Corriere, ha parlato di «stati generali». Il problema dell'antiberlusconismo è che per affermare la propria radicale "alterità" rispetto a Berlusconi, si finisce per rappresentare "alterità" anche nei confronti degli elettori di centrodestra. Per lo meno è questo l'esito delle campagne di Fini, Casini e Monti, e di Giannino.
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Friday, March 01, 2013
Tuesday, March 03, 2009
Sì, è proprietà privata
Oggi su il Riformista:
Caro direttore, innanzitutto la ringrazio per la sua attenzione. Della quale mi permetto di approfittare per una controreplica alla sua risposta di sabato. Una proprietà o è privata o è statale. Ebbene sì, considero la vita una proprietà privata. Ma non perché mi ritenga padrone di farne ciò che voglio. Al contrario, proprio perché so bene che la proprietà privata non è affatto il regno dell'arbitrio. E' invece sottoposta per legge a mille vincoli, nella maggior parte dei casi sensati. A tal punto non sono un “assolutista libertario” che ritengo giusto che, esattamente come una proprietà privata, la mia vita sia sottoposta a vincoli. Ma mi sarei aspettato che fosse lei a paragonare la vita ad una proprietà privata per farmi notare tutti i vincoli cui è soggetta anche nel più liberale degli stati. Pur con tutti i vincoli, però, al proprietario non può essere negato di disfarsi della sua proprietà. Giuridicamente infatti è proprio la facoltà di disfarsene uno degli elementi costitutivi della proprietà privata. Il che non significa che non sia sottoposta a vincoli di altra natura per tutelare altri beni e interessi, individuali o collettivi. Se un giorno mi convincessi del fatto che il mio corpo, la mia vita, non sono di mia proprietà, diventerei il più massimalista dei comunisti. Se neanche della mia vita sono padrone, come posso giustificare la proprietà privata di un qualsiasi bene, che mi deriva in ragione di un rapporto di forza legittimato da una mera convenzione sociale? Quindi, affermare che la vita è un “bene collettivo” può significare solo che generalmente tutti teniamo ad essa e disponiamo che lo Stato la tuteli per quanto possibile. Ma non può significare che la vita sia una specie di bene demaniale. Se così fosse un potere pubblico ne potrebbe disporre come meglio ritiene. Il fatto che lo Stato spenda e investa nella mia salute e nella mia istruzione significa che c'è un interesse collettivo in esse, ma il punto è se la tutela di questo interesse si debba spingere fino al punto di obbligarmi a vegetare. Purtroppo ancora non scorgo le possibili “conseguenze collettive” della mia eventuale scelta di rifiutare le cure e lasciarmi morire.
Caro direttore, innanzitutto la ringrazio per la sua attenzione. Della quale mi permetto di approfittare per una controreplica alla sua risposta di sabato. Una proprietà o è privata o è statale. Ebbene sì, considero la vita una proprietà privata. Ma non perché mi ritenga padrone di farne ciò che voglio. Al contrario, proprio perché so bene che la proprietà privata non è affatto il regno dell'arbitrio. E' invece sottoposta per legge a mille vincoli, nella maggior parte dei casi sensati. A tal punto non sono un “assolutista libertario” che ritengo giusto che, esattamente come una proprietà privata, la mia vita sia sottoposta a vincoli. Ma mi sarei aspettato che fosse lei a paragonare la vita ad una proprietà privata per farmi notare tutti i vincoli cui è soggetta anche nel più liberale degli stati. Pur con tutti i vincoli, però, al proprietario non può essere negato di disfarsi della sua proprietà. Giuridicamente infatti è proprio la facoltà di disfarsene uno degli elementi costitutivi della proprietà privata. Il che non significa che non sia sottoposta a vincoli di altra natura per tutelare altri beni e interessi, individuali o collettivi. Se un giorno mi convincessi del fatto che il mio corpo, la mia vita, non sono di mia proprietà, diventerei il più massimalista dei comunisti. Se neanche della mia vita sono padrone, come posso giustificare la proprietà privata di un qualsiasi bene, che mi deriva in ragione di un rapporto di forza legittimato da una mera convenzione sociale? Quindi, affermare che la vita è un “bene collettivo” può significare solo che generalmente tutti teniamo ad essa e disponiamo che lo Stato la tuteli per quanto possibile. Ma non può significare che la vita sia una specie di bene demaniale. Se così fosse un potere pubblico ne potrebbe disporre come meglio ritiene. Il fatto che lo Stato spenda e investa nella mia salute e nella mia istruzione significa che c'è un interesse collettivo in esse, ma il punto è se la tutela di questo interesse si debba spingere fino al punto di obbligarmi a vegetare. Purtroppo ancora non scorgo le possibili “conseguenze collettive” della mia eventuale scelta di rifiutare le cure e lasciarmi morire.
Friday, February 27, 2009
Ma chi danneggio nel voler scegliere per me?
Oggi su il Riformista:
Caro direttore, mi perdoni la schiettezza, ma la sua "preoccupazione", di "scivolare dal testamento biologico all'eutanasia", anche se in astratto comprensibile, mi sembra davvero fuori luogo qui ed ora. Non siamo in Olanda. Qui, oggi, stiamo correndo il pericolo di una deriva di senso opposto. Sta per essere approvata una legge che costringerebbe un cittadino pienamente capace di intendere e di volere, quindi in grado di esprimere una volontà attuale e consapevole, ad essere alimentato e idratato artificialmente contro la sua volontà. E se alimentazione e idratazione artificiali non sono trattamenti medici, allora non c'è alcun bisogno che siano praticate da medici e in strutture sanitarie. Tra l'altro, se non ci si può rifiutare di essere alimentati e idratati, lo stato non dovrebbe mantenere a sue spese chiunque pur essendo in grado smettesse di procurarsi da sé acqua e cibo? Ma tornando alla sua preoccupazione. Mi permetta, ma né lei né Dahrendorf (dalle parole riportate) avete spiegato quali sarebbero le "conseguenze collettive" di una scelta individuale che riguardi solo se stessi. Nel caso dell'aborto, c'è comunque in gioco una vita nascente. Ma nel porre fine alla propria vita in uno stato terminale irreversibile o in uno stato vegetativo, non riesco a vedere pericoli né danni per gli altri. Ove ce ne fossero, i danneggiati ricorrano alla magistratura. E' così che funziona in uno stato liberale: se c'è un danno, ci dev'essere per forza un danneggiato. Senza danneggiato, non c'è danno. Anche se in talune particolari circostanze, la mia morte fosse una "scelta" e non un "evento", dove esattamente potrebbe entrare in conflitto con la libertà di tutti? Nel suo articolo non trovo la risposta. Grazie.
Caro direttore, mi perdoni la schiettezza, ma la sua "preoccupazione", di "scivolare dal testamento biologico all'eutanasia", anche se in astratto comprensibile, mi sembra davvero fuori luogo qui ed ora. Non siamo in Olanda. Qui, oggi, stiamo correndo il pericolo di una deriva di senso opposto. Sta per essere approvata una legge che costringerebbe un cittadino pienamente capace di intendere e di volere, quindi in grado di esprimere una volontà attuale e consapevole, ad essere alimentato e idratato artificialmente contro la sua volontà. E se alimentazione e idratazione artificiali non sono trattamenti medici, allora non c'è alcun bisogno che siano praticate da medici e in strutture sanitarie. Tra l'altro, se non ci si può rifiutare di essere alimentati e idratati, lo stato non dovrebbe mantenere a sue spese chiunque pur essendo in grado smettesse di procurarsi da sé acqua e cibo? Ma tornando alla sua preoccupazione. Mi permetta, ma né lei né Dahrendorf (dalle parole riportate) avete spiegato quali sarebbero le "conseguenze collettive" di una scelta individuale che riguardi solo se stessi. Nel caso dell'aborto, c'è comunque in gioco una vita nascente. Ma nel porre fine alla propria vita in uno stato terminale irreversibile o in uno stato vegetativo, non riesco a vedere pericoli né danni per gli altri. Ove ce ne fossero, i danneggiati ricorrano alla magistratura. E' così che funziona in uno stato liberale: se c'è un danno, ci dev'essere per forza un danneggiato. Senza danneggiato, non c'è danno. Anche se in talune particolari circostanze, la mia morte fosse una "scelta" e non un "evento", dove esattamente potrebbe entrare in conflitto con la libertà di tutti? Nel suo articolo non trovo la risposta. Grazie.
Monday, July 14, 2008
Starne alla larga, un segno di maturità della politica
Ritrovo nell'editoriale di oggi di Antonio Polito l'eco di una mia lettera pubblicata da il Riformista sul numero di sabato, che voleva essere la versione sintetica di questo post.
Anch'io, come Polito, «non concordo con Pierluigi Battista, che sul Corriere si è lamentato del progressivo affievolirsi della battaglia politica sui valori. Al contrario: lo trovo un segno di maturità. Quasi una salutare confessione di impotenza, un soprassalto di pudore. Io lascerei le cose come stanno. Lascerei ai malati, ai loro familiari, ai medici, ai giudici quando sono chiamati a esprimersi, l'onere di decidere con prudenza e conoscenza, caso per caso. Loro non devono cercare voti, né vendere giornali. Sono più liberi... L'Italia non è pronta per una norma che imponga ad Eluana di continuare a vivere, o ai medici del signor Melazzini di consigliargli la morte. C'è un limite ai poteri di una maggioranza parlamentare, qualsiasi essa sia».
Con il passare degli anni e delle sentenze sono sempre più scettico sulla necessità di un intervento del legislatore. Nel nostro ordinamento sembrano esistere già principi e leggi applicabili che garantiscono il diritto individuale a decidere della propria vita, malattia e morte. E se il legislatore addirittura limitasse quegli spazi di libertà? Alcune sentenze hanno riconosciuto l'ammissibilità di testamenti biologici spontanei come prove valide della volontà del paziente. Se posso disporre dei miei beni, serve una legge a dirmi che posso disporre anche del mio corpo? Forse è meglio che la politica se ne stia alla larga.
Che i temi della bioetica saranno sempre più al centro del dibattito politico sta cominciando a rivelarsi previsione un po' scontata e al tempo stesso azzardata, quasi un luogo comune, perché la si sente ripetere da troppo tempo sempre più spesso senza che si realizzi. Certo, è già stato fatto notare come i progressi della medicina pongano sempre maggiori problemi di scelta nella malattia e nella morte. Problemi che spesso invadono le prime pagine dei giornali e infiammano la dialettica politica. Eppure, dopo qualche anno che se ne parla, a me pare che siano i temi economici a conservare una preponderante centralità. Dei temi della bioetica si parla, ma occasionalmente, sull'onda emotiva di qualche caso singolo. E ho l'impressione che il vissuto quotidiano, le singole scelte degli italiani, possano arrivare prima e meglio della politica a risolvere questi problemi, risparmiandoci la "toppa" del legislatore, quasi sempre peggiore del "buco" (vedi Legge 40 e Dico).
Anch'io, come Polito, «non concordo con Pierluigi Battista, che sul Corriere si è lamentato del progressivo affievolirsi della battaglia politica sui valori. Al contrario: lo trovo un segno di maturità. Quasi una salutare confessione di impotenza, un soprassalto di pudore. Io lascerei le cose come stanno. Lascerei ai malati, ai loro familiari, ai medici, ai giudici quando sono chiamati a esprimersi, l'onere di decidere con prudenza e conoscenza, caso per caso. Loro non devono cercare voti, né vendere giornali. Sono più liberi... L'Italia non è pronta per una norma che imponga ad Eluana di continuare a vivere, o ai medici del signor Melazzini di consigliargli la morte. C'è un limite ai poteri di una maggioranza parlamentare, qualsiasi essa sia».
Con il passare degli anni e delle sentenze sono sempre più scettico sulla necessità di un intervento del legislatore. Nel nostro ordinamento sembrano esistere già principi e leggi applicabili che garantiscono il diritto individuale a decidere della propria vita, malattia e morte. E se il legislatore addirittura limitasse quegli spazi di libertà? Alcune sentenze hanno riconosciuto l'ammissibilità di testamenti biologici spontanei come prove valide della volontà del paziente. Se posso disporre dei miei beni, serve una legge a dirmi che posso disporre anche del mio corpo? Forse è meglio che la politica se ne stia alla larga.
Che i temi della bioetica saranno sempre più al centro del dibattito politico sta cominciando a rivelarsi previsione un po' scontata e al tempo stesso azzardata, quasi un luogo comune, perché la si sente ripetere da troppo tempo sempre più spesso senza che si realizzi. Certo, è già stato fatto notare come i progressi della medicina pongano sempre maggiori problemi di scelta nella malattia e nella morte. Problemi che spesso invadono le prime pagine dei giornali e infiammano la dialettica politica. Eppure, dopo qualche anno che se ne parla, a me pare che siano i temi economici a conservare una preponderante centralità. Dei temi della bioetica si parla, ma occasionalmente, sull'onda emotiva di qualche caso singolo. E ho l'impressione che il vissuto quotidiano, le singole scelte degli italiani, possano arrivare prima e meglio della politica a risolvere questi problemi, risparmiandoci la "toppa" del legislatore, quasi sempre peggiore del "buco" (vedi Legge 40 e Dico).
Monday, June 30, 2008
Il governo con il guaio Alitalia, il Pd si è inguaiato da solo
Anche grazie all'ottimo lavoro dei due migliori elementi del Pd, il sindaco Chiamparino e la presidente Bresso, nel fine settimana il governo ha potuto incassare l'accordo siglato con i comuni della Val Susa interessati dalla Tav. Sbloccare questa importante opera pubblica sarebbe un risultato non scontato e non di poco conto per il governo.
Dall'altra parte si profila un primo e annunciatissimo fallimento. Invece di passare di mano la patata bollente, Berlusconi ha voluto usare la vicenda Alitalia in campagna elettorale, impegnandosi a far fallire - complici i sindacati - la trattativa con Air France. Il risultato è che di sbocchi e di partner industriali esteri nemmeno l'ombra e che il piano allo studio dell'advisor nominato dal governo, Banca Intesa, prevederebbe oltre 4 mila esuberi (il doppio di quanto prevedeva il piano di Air France respinto dai sindacati), una legge ad hoc che permetta il commissariamento della società senza comprometterne l'attività e un partner industriale fragilissimo come AirOne, che sancirebbe definitivamente il carattere regionale, se non nazionale (e monopolista nella tratta Milano-Roma) della compagnia.
Sul fronte dell'opposizione, proprio il tema che più di ogni altro avrebbe dovuto segnare il passaggio ad una «nuova stagione» di reciproco riconoscimento con l'attuale maggioranza, cioè la giustizia e i guai giudiziari che investono il premier, diventa invece il terreno del ritorno al passato di Veltroni, sancito e proclamato dalle colonne di Repubblica. Il Pd si trova costretto a inseguire Di Pietro, sciaguratamente imbarcato come alleato, e a offrire di nuovo sponde politiche alla magistratura politicizzata.
Per Veltroni la giustizia italiana non è un'anomalia che ha avvelenato il clima politico degli ultimi 15 anni, ma un'«urgenza» personale del solo Berlusconi che vuole sottrarsi ai processi. Dunque, ecco servito il ritorno al passato: l'anomalia è Berlusconi. Pretendere che l'immunità per le alte cariche dello Stato debba «scattare dalla prossima legislatura» vuol dire che non deve riguardare Berlusconi e, quindi, offrire una sponda politica a quei giudici che vogliono scalzare il premier da Palazzo Chigi per via giudiziaria.
I sondaggi danno ragione a Di Pietro (l'IdV a giugno passerebbe dal 4,4% al 7,4%), perché tra gli elettori di sinistra gli antiberlusconiani e i giustizialisti sono pur sempre quantificabili in un 10/15% dell'elettorato. Ma quella giustizialista, su cui il Pd pare si stia facendo schiacciare, rimane una linea minoritaria nel Paese, quindi dannosa per un partito che si dice a «vocazione maggioritaria». Purtroppo, ancora nessun leader del Pd ha finora voluto combattere una battaglia culturale per estirpare il giustizialismo dalla cultura politica della sinistra.
C'è ancora, nel Pd, la voce di qualche liberale, come quella di Antonio Polito, che dopo aver dato lezione di diritto pubblico comparato a Scalfari-Barbapapà, conclude così il suo editoriale di oggi:
Dall'altra parte si profila un primo e annunciatissimo fallimento. Invece di passare di mano la patata bollente, Berlusconi ha voluto usare la vicenda Alitalia in campagna elettorale, impegnandosi a far fallire - complici i sindacati - la trattativa con Air France. Il risultato è che di sbocchi e di partner industriali esteri nemmeno l'ombra e che il piano allo studio dell'advisor nominato dal governo, Banca Intesa, prevederebbe oltre 4 mila esuberi (il doppio di quanto prevedeva il piano di Air France respinto dai sindacati), una legge ad hoc che permetta il commissariamento della società senza comprometterne l'attività e un partner industriale fragilissimo come AirOne, che sancirebbe definitivamente il carattere regionale, se non nazionale (e monopolista nella tratta Milano-Roma) della compagnia.
Sul fronte dell'opposizione, proprio il tema che più di ogni altro avrebbe dovuto segnare il passaggio ad una «nuova stagione» di reciproco riconoscimento con l'attuale maggioranza, cioè la giustizia e i guai giudiziari che investono il premier, diventa invece il terreno del ritorno al passato di Veltroni, sancito e proclamato dalle colonne di Repubblica. Il Pd si trova costretto a inseguire Di Pietro, sciaguratamente imbarcato come alleato, e a offrire di nuovo sponde politiche alla magistratura politicizzata.
Per Veltroni la giustizia italiana non è un'anomalia che ha avvelenato il clima politico degli ultimi 15 anni, ma un'«urgenza» personale del solo Berlusconi che vuole sottrarsi ai processi. Dunque, ecco servito il ritorno al passato: l'anomalia è Berlusconi. Pretendere che l'immunità per le alte cariche dello Stato debba «scattare dalla prossima legislatura» vuol dire che non deve riguardare Berlusconi e, quindi, offrire una sponda politica a quei giudici che vogliono scalzare il premier da Palazzo Chigi per via giudiziaria.
I sondaggi danno ragione a Di Pietro (l'IdV a giugno passerebbe dal 4,4% al 7,4%), perché tra gli elettori di sinistra gli antiberlusconiani e i giustizialisti sono pur sempre quantificabili in un 10/15% dell'elettorato. Ma quella giustizialista, su cui il Pd pare si stia facendo schiacciare, rimane una linea minoritaria nel Paese, quindi dannosa per un partito che si dice a «vocazione maggioritaria». Purtroppo, ancora nessun leader del Pd ha finora voluto combattere una battaglia culturale per estirpare il giustizialismo dalla cultura politica della sinistra.
C'è ancora, nel Pd, la voce di qualche liberale, come quella di Antonio Polito, che dopo aver dato lezione di diritto pubblico comparato a Scalfari-Barbapapà, conclude così il suo editoriale di oggi:
«Il nostro stato di diritto non deve stare tanto male se l'uomo più potente d'Italia è già stato sottoposto a sedici procedimenti. E il pericolo maggiore per la democrazia italiana è piuttosto questa maledizione per cui da quindici anni votiamo, cambiamo sempre governo, e non cambia mai niente. Aspettate che gli italiani si convincano che il loro voto è inutile, e allora sì che ne vedremo delle belle. Scalfari pensa che Berlusconi sia il problema della democrazia italiana. Io penso che sia un problema, irrisolvibile se prima non se ne risolvono molti altri. Primo dei quali è garantire al paese il diritto di essere governato, bene o male, secondo il mandato elettorale; cosa che il centrosinistra non è riuscito a fare e unica ragione per cui è tornato l'odiato Caimano. Solo il voto popolare toglierà Berlusconi dal cielo della vita pubblica italiana. Smettetela di illudere i vostri lettori e i vostri elettori che possa farlo un qualsiasi pm, solo perché voi ne siete incapaci».
Friday, June 27, 2008
Il toro per le corna, banco di prova per il Pd
Il governo ha deciso di afferrare il toro per le corna e ha presentato, con l'obiettivo di farlo approvare a luglio, il disegno di legge per la sospensione dei processi alle più alte cariche dello Stato per la durata dei loro mandati. A questo punto, sarebbe saggio da parte della maggioranza ritirare l'emendamento Vizzini-Berselli. Non per rinunciare al principio che quella norma rappresenta, cioè il superamento dell'obbligatorietà dell'azione penale, ma per definirlo nel modo migliore e inattaccabile, in una legge di riforma organica.
Sconcertante è però l'atteggiamento del Pd, che ormai sembra non avere la forza di resistere alla tentazione di lanciarsi all'inseguimento di Di Pietro sul piano che è più congeniale all'ex pm. Se appare ragionevole che la Finocchiaro chieda il ritiro della sospendi-processi, pretendere che l'immunità sia fatta valere solo dalla prossima legislatura significa essere ancora nella vecchia stagione. Come ho avuto già modo di spiegare, il Pd non inaugurerà nessuna «nuova stagione» se non capirà che l'anomalia, l'"emergenza democratica", è nella magistratura, non in Berlusconi; finché non ammetterà di aver sbagliato, avendo persino offerto sponde e copertura alla magistratura politicizzata, che ormai ha acquisito tanto potere di condizionamento sulla politica intera (non più sul solo Berlusconi) da essere incontrollabile, persino dal presidente Napolitano.
«Altrimenti - si giustifica la Finocchiaro - avremo un sistema in cui si legifera ancora una volta nell'interesse personale del presidente del Consiglio». Altrimenti - è il discorso che ci saremmo aspettati di sentire dopo questi 15 anni - avremo un sistema in cui si fanno i processi per delegittimare e far cadere i governi democraticamente eletti. La capogruppo del Pd chiede a Berlusconi di «affrontare serenamente un processo di primo grado» che lo vedrà certamente condannato da un giudice non imparziale per un'accusa ridicola. In sostanza, la Finocchiaro sta chiedendo a Berlusconi di dimettersi.
Il Pd è ovviamente libero di esercitare il suo ruolo di opposizione come meglio crede, ma se la maggiorenza ritirerà la sospendi-processi e si concentrerà sull'immunità per le alte cariche avrà certamente il sostegno del presidente della Repubblica e per i garantisti nel Pd sarà davvero l'«ultimo giro di giostra».
Oggi, Piero Ostellino, sul Corriere della Sera, cita le parole di Violante per spiegare l'anomalia della giustizia italiana. «In Italia, l'azione penale è obbligatoria solo formalmente ma, in realtà, è lasciata alla discrezionalità dei singoli magistrati». «I magistrati perseguono selettivamente chi vogliono, secondo criteri soggettivi che rischiano di tracimare nell'arbitrio», traduce Ostellino.
Il Csm rappresenta l'altra grave anomalia: «Non c'è un solo articolo della Costituzione che attribuisca al Csm un preventivo controllo di costituzionalità sugli atti parlamentari».
Secondo Ostellino, Berlusconi ha sbagliato a parlare dei «suoi problemi personali» all'assemblea della Confesercenti. Li distingue dai «rapporti fra il capo del governo - chiunque-egli-sia - e l'ordine giudiziario», che invece «riguardano lo Stato». Ma è una distinzione astratta. Parlando dei suoi problemi giudiziari, Berlusconi ha parlato anche di un governo sotto il ricatto della magistratura.
«Le accuse a Berlusconi derivano da un sincero desiderio di giustizia o dal tentativo di una parte dell'elite italiana di capovolgere una scelta elettorale che non accetta?». E' a partire dalla risposta a questa domanda - che ponevo in un post di qualche giorno fa e che Ostellino cita dall'editoriale di Caldwell sul FT - che i problemi giudiziari di Berlusconi finiscono per combaciare con la crisi nei rapporti fra potere esecutivo e ordine giudiziario.
Anche Antonio Polito mostra di rendersi conto di quale sia l'anomalia di partenza:
Sconcertante è però l'atteggiamento del Pd, che ormai sembra non avere la forza di resistere alla tentazione di lanciarsi all'inseguimento di Di Pietro sul piano che è più congeniale all'ex pm. Se appare ragionevole che la Finocchiaro chieda il ritiro della sospendi-processi, pretendere che l'immunità sia fatta valere solo dalla prossima legislatura significa essere ancora nella vecchia stagione. Come ho avuto già modo di spiegare, il Pd non inaugurerà nessuna «nuova stagione» se non capirà che l'anomalia, l'"emergenza democratica", è nella magistratura, non in Berlusconi; finché non ammetterà di aver sbagliato, avendo persino offerto sponde e copertura alla magistratura politicizzata, che ormai ha acquisito tanto potere di condizionamento sulla politica intera (non più sul solo Berlusconi) da essere incontrollabile, persino dal presidente Napolitano.
«Altrimenti - si giustifica la Finocchiaro - avremo un sistema in cui si legifera ancora una volta nell'interesse personale del presidente del Consiglio». Altrimenti - è il discorso che ci saremmo aspettati di sentire dopo questi 15 anni - avremo un sistema in cui si fanno i processi per delegittimare e far cadere i governi democraticamente eletti. La capogruppo del Pd chiede a Berlusconi di «affrontare serenamente un processo di primo grado» che lo vedrà certamente condannato da un giudice non imparziale per un'accusa ridicola. In sostanza, la Finocchiaro sta chiedendo a Berlusconi di dimettersi.
Il Pd è ovviamente libero di esercitare il suo ruolo di opposizione come meglio crede, ma se la maggiorenza ritirerà la sospendi-processi e si concentrerà sull'immunità per le alte cariche avrà certamente il sostegno del presidente della Repubblica e per i garantisti nel Pd sarà davvero l'«ultimo giro di giostra».
Oggi, Piero Ostellino, sul Corriere della Sera, cita le parole di Violante per spiegare l'anomalia della giustizia italiana. «In Italia, l'azione penale è obbligatoria solo formalmente ma, in realtà, è lasciata alla discrezionalità dei singoli magistrati». «I magistrati perseguono selettivamente chi vogliono, secondo criteri soggettivi che rischiano di tracimare nell'arbitrio», traduce Ostellino.
Il Csm rappresenta l'altra grave anomalia: «Non c'è un solo articolo della Costituzione che attribuisca al Csm un preventivo controllo di costituzionalità sugli atti parlamentari».
Secondo Ostellino, Berlusconi ha sbagliato a parlare dei «suoi problemi personali» all'assemblea della Confesercenti. Li distingue dai «rapporti fra il capo del governo - chiunque-egli-sia - e l'ordine giudiziario», che invece «riguardano lo Stato». Ma è una distinzione astratta. Parlando dei suoi problemi giudiziari, Berlusconi ha parlato anche di un governo sotto il ricatto della magistratura.
«Le accuse a Berlusconi derivano da un sincero desiderio di giustizia o dal tentativo di una parte dell'elite italiana di capovolgere una scelta elettorale che non accetta?». E' a partire dalla risposta a questa domanda - che ponevo in un post di qualche giorno fa e che Ostellino cita dall'editoriale di Caldwell sul FT - che i problemi giudiziari di Berlusconi finiscono per combaciare con la crisi nei rapporti fra potere esecutivo e ordine giudiziario.
Anche Antonio Polito mostra di rendersi conto di quale sia l'anomalia di partenza:
«Parliamo tutti con giusto sdegno del fatto che si vogliono sospendere per legge processi relativi a reati compiuti prima del 30 giugno del 2002. Ma dov'è lo sdegno per il fatto che reati commessi più di sei anni fa siano ancora sottoposti a processo? Non è che quei processi, o almeno molti di loro, sono già di fatto sospesi, e stancamente tenuti invita inattesa dell'inevitabile prescrizione come in una vera e propria "amnistia occulta"?»L'impressione è che l'unico processo - tra questi prossimi alla prescrizione e sospesi "di fatto" - che stranamente procede a ritmi serrati, sia quello contro Berlusconi. Nella sospendi-processi c'è un embrione di politica giudiziaria, perché sospende alcuni processi (quelli prossimi alla prescrizione - e il processo Mills ricade tra questi - o sotto indulto) per accelerarne altri, che ancora hanno la possibilità di essere celebrati in tempo. Ci si può anche indignare per la "porcheria" della sospendi-processi, ma rimanendo consapevoli che è una pagliuzza rispetto alla trave che incombe.
«Un altro esempio: è normale in uno stato di diritto - che si fonda sulla terzietà e indipendenza del giudice - che il magistrato chiamato a giudicare Berlusconi abbia partecipato ad attività pubbliche contro di lui e la sua produzione legislativa? Terzo e ultimo esempio: fa parte dello stato di diritto pubblicare intercettazioni o loro riassunti, talvolta corredati anche della versione audio, con i processi ancora in corso, o anche nemmeno iniziati, e spesso relative a persone per le quali gli stessi pm hanno escluso ogni ipotesi di reato?»In Europa è «uno scandalo» semplicemente che un deputato sia intercettato. Così, mentre la Finocchiaro vorrebbe che l'immunità non valesse per Berlusconi, Polito ha talmente afferrato la radice del problema da spingersi fino a chiedere «un salvacondotto giudiziario» per il solo Berlusconi. «Troppo tardi, ora che il tono morale dell'opposizione è dettato da Di Pietro».
Thursday, February 21, 2008
Contro-appello: Tony Blair for Europe!
Il partito "No Blair" cresce in Europa. Lo riportava ieri il Guardian, ripreso oggi sia da Corriere che da Repubblica. Ed è on line persino una petizione contro la nomina dell'ex premier britannico alla presidenza dell'Unione europea, un mandato la cui durata il nuovo Trattato di Lisbona porta da sei mesi a due anni e mezzo.Il principale ostacolo sarebbe il suo filoamericanismo e l'appoggio dato alla guerra in Iraq, nonostante Blair sia stato tra i premier britannici più europeisti di sempre, come gli ha riconosciuto anche il presidente francese Sarkozy. Su una sua possibile candidatura alla guida dell'Ue anche i governi dei maggiori Stati europei si dividono: Francia e Italia (se dovesse tornare Berlusconi a Palazzo Chigi) a favore; Germania e Spagna (se dovesse rimanere Zapatero alla Moncloa) contrarie.
«Fermare Blair» sembra essere diventata la missione che a diversi livelli condividono l'establishment di Bruxelles, alcune capitali europee e parte dell'opinione pubblica "europeista", quella statalista, protezionista e anti-americana, sospettosa delle istituzioni e del modello economico e sociale anglosassone.
In Italia nasce oggi un'iniziativa di segno opposto, lanciata da Formiche.net e da Antonio Polito, e sostenuta da Decidere.net: un appello pro-Blair, «L'Europa ha bisogno di Tony Blair». Di seguito le argomentazioni dell'ex senatore del Pd Polito, che sottoscriviamo in pieno.
L'Europa ha bisogno di Tony Blair più di quanto Tony Blair abbia bisogno dell'Europa. Sulla scena mondiale l'Europa continua a non esistere come soggetto forte. La crisi del Kosovo ha confermato che è inutile lamentarsi dell'assenza di una politica estera dell'Europa se non c'è una leadership che la affermi. L'Europa ha bisogno di un numero di telefono, quello che Kissinger lamentava di non conoscere quando aveva bisogno di parlare con l'Europa.
Tony Blair è un europeista. Mai prima di lui la Gran Bretagna aveva giocato un ruolo tanto centrale in Europa, ed è l'unico uomo politico che può sperare di tenere la Gran Bretagna dentro l'Europa. A meno di non pensare che si possa fare l'Europa senza Londra, questa è una condizione essenziale per il successo del progetto. Tony Blair ha svolto un ruolo da protagonista sulla scena mondiale in questi anni. Ha fatto la pace in Irlanda, non solo la guerra in Iraq. Ha salvato dal genocidio i musulmani del Kosovo, non ha solo combattuto i fondamentalisti islamici in Medio oriente. E forse la storia rivedrà anche il suo giudizio sulla guerra in Iraq, se i popoli di quel paese riusciranno - come stanno cominciando a fare - a convivere tra di loro e a espellere il terrorismo.
Tony Blair è stato un uomo di sinistra che ha saputo lavorare con leader di destra, elaborando una strategia di modernizzazione delle nostre società in cui le vecchie divisioni ideologiche tra destra e sinistra non hanno più senso. Tony Blair è l'uomo che più di tutti i leader europei può rappresentare un ponte con l'America, chiunque sia il prossimo inquilino della Casa Bianca. Rinunciare a lui per preferirgli un oscuro politico solo più ossequioso dell'euroburocrazia, vorrebbe dire non credere al futuro dell'Europa fingendo di credervi molto più di lui.
Thursday, February 14, 2008
Da solo, "ma anche" male accompagnato
Veltroni (qui a sinistra in una vignetta di Angese) sembra essere riuscito nel miracolo di correre sia da solo che male accompagnato. Berlusconi, riconosce oggi Stefano Folli su Il Sole 24 Ore, «è stato fin qui coerente con la premessa: in pochi giorni si è liberato dell'equivalente in voti di quasi 9-10 punti percentuali. Prima la Rosa Bianca... poi Storace, infine l'Udc. Se si sommano tra loro, raggiungono sulla carta una quota ragguardevole. Segno che Berlusconi ha davvero molta fiducia in se stesso, nei suoi sondaggi e nella bontà dell'operazione di sfoltimento... Viceversa, Veltroni ha cessato di correre da solo».Ma qui non intendiamo impiccarlo a una coerenza che alle volte in politica può rivelarsi solo miopia. E' nella sostanza politica che l'apparentamento con Di Pietro non convince. Una deroga all'imperativo di correre da soli poteva anche essere sostenibile, ma imbarcando Di Pietro Veltroni mostra di aver ceduto per un pugno di voti, che qualche sondaggio gonfiato attribuisce a L'Italia dei Valori, a scapito della tanto decantata «coesione» progrmmatica.
Avranno anche siglato un accordo solido, ma all'interno del Pd i settori che respingono la cultura giustizialista dell'ex pm sono ampi e non ininfluenti. Non sono affatto contenti Arturo Parisi, Rosy Bindi, tanti prodiani, una parte degli ex Ppi, socialisti come Caldarola («è una scelta che nega la nostra cultura politica... mi sembra difficile stare nello stesso partito») e liberal come Polito («proprio non riesco a immaginarmi nello stesso gruppo parlamentare di Di Pietro»), che ieri ha spiegato i suoi tre "no".
Insomma, Veltroni ha privilegiato i voti (presunti: a nostro avviso Di Pietro ne avrebbe presi di più, grazie a girotondini e grillini, correndo da solo) alle culture politiche dei radicali e dei socialisti, che a quel punto sarebbero state eccezioni più coerenti dal punto di vista del profilo riformista del Pd. Apparentandosi a Di Pietro anche l'immagine del Pd cambia e certo chi si aspetta nella prossima legislatura una riforma della giustizia non è da quella parte che può rivolgere le proprie aspettative.
«Tutto questo significa che si è riaperto il processo di costruzione del Pd, che senza dir niente a nessuno si sono rimesse in discussione scelte compiute da regolari congressi, votando solenni documenti in cui si diceva cosa doveva essere il Pd e da quali forze era composto», osserva Polito. Quindi, per giustificare un'alleanza elettorale con Di Pietro si «cambia la natura» del Pd e se ne cambia pure la linea politica, certo non in senso liberale. «Dall'alleanza con Di Pietro desumo che il Pd si schiererà non solo contro la legge sulle intercettazioni annunciata dal centrodestra, ma anche contro la sua stessa riforma, voluta dal suo governo in questa legislatura».
Wednesday, February 13, 2008
Da soli, "ma anche" con Di Pietro
«Con questa o con un'altra legge elettorale, il Partito democratico correrà da solo», annunciava Veltroni tempo fa. Ma da oggi sarà il caso di precisare: Da solo, "ma anche" con Di Pietro... (guarda) e chissà con quanti altri. Non è da escludere infatti che alla fine i radicali accettino di candidare tre donne nelle liste del Pd (Bonino, Bernardini e Coscioni), ché in fondo Pannella è altruista.
L'accordo tra Pd e Di Pietro è stato appena concluso. «In senso tecnico», precisa l'ex pm, ma non si capisce cosa intenda dire, visto che precisa subito: «Con Veltroni abbiamo fatto un accordo non solo elettorale, ma programmatico, politico e progettuale. Programmatico perché alcuni punti salienti del nostro programma, come la non candidabilità dei condannati, saranno patrimonio comune di queste liste...»
L'Italia dei Valori parteciperà alle prossime elezioni politiche con il proprio simbolo in coalizione con il Partito democratico. Dopo il voto, gli eletti confluiranno nello stesso gruppo parlamentare del Pd, iniziando «un percorso che porterà in futuro alla possibilità di una nostra confluenza in un unico partito».
E così Veltroni ha ceduto. Ma non è solo un problema di coerenza, come spiega bene il senatore Polito: «Sono tre volte contrario alla scelta del Pd di apparentarsi sulla scheda elettorale con il partito di Di Pietro. Primo: perché così facendo si afferma che la cultura politica del nuovo partito si sente più vicina al giustizialismo dell'ex pm che al liberalismo dei radicali e dei socialisti. Secondo: perché il partito di Di Pietro è un partito personale che già alle passate elezioni non andò tanto per il sottile nella scelta dei candidati e creò al Senato non poche turbolenze nella maggioranza, soprattutto sui temi della giustizia. Terzo: perché se anche il Pd vincesse le elezioni, per governare avrebbe bisogno dei parlamentari eletti con Di Pietro, con buona pace della vocazione maggioritaria».
Adesso il timore è che anche Berlusconi possa cedere nei confronti dell'Udc, pressato da quel 3/4% in più che Di Pietro ha sommato ai voti del Pd.
Intanto prosegue, anzi si accentua, lo strano atteggiamento dei grandi giornali - su tutti il Corriere - che fino a ieri invocavano coraggio, cambiamento, semplificazione del quadro politico, e ora sembrano indulgere nel difendere le ragioni dei "piccoli" contro la furia dei "cattivoni", Pd e PdL, che vorrebbero farli fuori. Tra i due litiganti, Berlusconi e Casini, si mette addirittura in mezzo l'unica mamma rimasta, quella del leader dell'Udc: "Era così bello vederli giocare insieme..."
E ci si mette anche Pierluigi Battista, che invita PdL e Pd a «prestare una parte dei loro formidabili apparati per aiutare, su fronti opposti, Giuliano Ferrara e Marco Pannella a raccogliere le firme necessarie alla presentazione delle loro liste solitarie».
Non si capisce perché Ferrara e Pannella dovrebbero costituire «una cosa ben diversa dai micropartitini che proliferano dietro un capo, un territorio da controllare, una clientela da soddisfare, una marginale rendita di posizione». Sono forse anche peggio, perché accreditandosi come indiscussi e solitari condottieri di un'unica battaglia aspirano a guadagnare visibilità per loro stessi. E sanno bene che solo visibilità otterranno.
E se ciascuno dovesse presentare una lista per ogni «tema culturale» che sente importante, cosa accadrebbe?
Ieri a Porta a Porta Berlusconi è apparso insolitamente infastidito dall'iniziativa di Ferrara, e l'ha stroncata. "Ma come, mi sto facendo il c... per mettere 18 partitini d'accordo nel PdL e questo qui me ne aggiunge un altro?" Ma anche sul tema dell'aborto Berlusconi sembra avere pochi dubbi: non dovrebbe entrare nella campagna elettorale.
«Ferrara in questi ultimi tempi è stato rapito da questa sua missione e intende, contro il mio consiglio, presentare una lista che si chiamerà "Lista per la vita" o "Cultura della vita". Io non credo che questo sia un problema da inserire dentro delle elezioni politiche, penso che sia un problema che attenga alle coscienze e che quindi debba restare fuori dall'agone politico. Ho cercato di dissuaderlo, vedremo con quali risultati». E poi, rispondendo a una domanda di Battista: «Io sto dedicando i giorni e purtroppo anche le notti e concentrare 18 sigle politiche in una e adesso l'amico Giuliano Ferrara ne propone una in più lui? Credo che veramente questo vada contro quella che è la nostra strategia, che corrisponde al volere degli italiani. Non credo che questa missione che Giuliano si è dato trovi in politica il palcoscenico giusto per essere portata avanti. Ho indicato la strada delle Nazioni Unite e credo che quella sia la strada che si deve perseguire».
Un modo diplomatico e amichevole per dirgli: "Fuori dalle palle!"
L'accordo tra Pd e Di Pietro è stato appena concluso. «In senso tecnico», precisa l'ex pm, ma non si capisce cosa intenda dire, visto che precisa subito: «Con Veltroni abbiamo fatto un accordo non solo elettorale, ma programmatico, politico e progettuale. Programmatico perché alcuni punti salienti del nostro programma, come la non candidabilità dei condannati, saranno patrimonio comune di queste liste...»
L'Italia dei Valori parteciperà alle prossime elezioni politiche con il proprio simbolo in coalizione con il Partito democratico. Dopo il voto, gli eletti confluiranno nello stesso gruppo parlamentare del Pd, iniziando «un percorso che porterà in futuro alla possibilità di una nostra confluenza in un unico partito».
E così Veltroni ha ceduto. Ma non è solo un problema di coerenza, come spiega bene il senatore Polito: «Sono tre volte contrario alla scelta del Pd di apparentarsi sulla scheda elettorale con il partito di Di Pietro. Primo: perché così facendo si afferma che la cultura politica del nuovo partito si sente più vicina al giustizialismo dell'ex pm che al liberalismo dei radicali e dei socialisti. Secondo: perché il partito di Di Pietro è un partito personale che già alle passate elezioni non andò tanto per il sottile nella scelta dei candidati e creò al Senato non poche turbolenze nella maggioranza, soprattutto sui temi della giustizia. Terzo: perché se anche il Pd vincesse le elezioni, per governare avrebbe bisogno dei parlamentari eletti con Di Pietro, con buona pace della vocazione maggioritaria».
Adesso il timore è che anche Berlusconi possa cedere nei confronti dell'Udc, pressato da quel 3/4% in più che Di Pietro ha sommato ai voti del Pd.
Intanto prosegue, anzi si accentua, lo strano atteggiamento dei grandi giornali - su tutti il Corriere - che fino a ieri invocavano coraggio, cambiamento, semplificazione del quadro politico, e ora sembrano indulgere nel difendere le ragioni dei "piccoli" contro la furia dei "cattivoni", Pd e PdL, che vorrebbero farli fuori. Tra i due litiganti, Berlusconi e Casini, si mette addirittura in mezzo l'unica mamma rimasta, quella del leader dell'Udc: "Era così bello vederli giocare insieme..."
E ci si mette anche Pierluigi Battista, che invita PdL e Pd a «prestare una parte dei loro formidabili apparati per aiutare, su fronti opposti, Giuliano Ferrara e Marco Pannella a raccogliere le firme necessarie alla presentazione delle loro liste solitarie».
Non si capisce perché Ferrara e Pannella dovrebbero costituire «una cosa ben diversa dai micropartitini che proliferano dietro un capo, un territorio da controllare, una clientela da soddisfare, una marginale rendita di posizione». Sono forse anche peggio, perché accreditandosi come indiscussi e solitari condottieri di un'unica battaglia aspirano a guadagnare visibilità per loro stessi. E sanno bene che solo visibilità otterranno.
E se ciascuno dovesse presentare una lista per ogni «tema culturale» che sente importante, cosa accadrebbe?
Ieri a Porta a Porta Berlusconi è apparso insolitamente infastidito dall'iniziativa di Ferrara, e l'ha stroncata. "Ma come, mi sto facendo il c... per mettere 18 partitini d'accordo nel PdL e questo qui me ne aggiunge un altro?" Ma anche sul tema dell'aborto Berlusconi sembra avere pochi dubbi: non dovrebbe entrare nella campagna elettorale.
«Ferrara in questi ultimi tempi è stato rapito da questa sua missione e intende, contro il mio consiglio, presentare una lista che si chiamerà "Lista per la vita" o "Cultura della vita". Io non credo che questo sia un problema da inserire dentro delle elezioni politiche, penso che sia un problema che attenga alle coscienze e che quindi debba restare fuori dall'agone politico. Ho cercato di dissuaderlo, vedremo con quali risultati». E poi, rispondendo a una domanda di Battista: «Io sto dedicando i giorni e purtroppo anche le notti e concentrare 18 sigle politiche in una e adesso l'amico Giuliano Ferrara ne propone una in più lui? Credo che veramente questo vada contro quella che è la nostra strategia, che corrisponde al volere degli italiani. Non credo che questa missione che Giuliano si è dato trovi in politica il palcoscenico giusto per essere portata avanti. Ho indicato la strada delle Nazioni Unite e credo che quella sia la strada che si deve perseguire».
Un modo diplomatico e amichevole per dirgli: "Fuori dalle palle!"
Tuesday, February 05, 2008
Ancora tu, ma non dovevamo non vederci più?
Così, oggi, il senatore Polito chiarisce qualcosa di cui ci siamo accorti da tempo, cioè che di ostacolo a un accordo sulla legge elettorale sono innanzitutto le divisioni interne al Partito democratico, in cui convivono due diverse idee sul ruolo che dovrebbe svolgere nel sistema: il Pd «poteva staccare l'Udc dal centrodestra e salvare il governo, con il tedesco; e poteva far l'accordo con Berlusconi e perdere il governo, con lo spagnolo. In entrambi i casi avrebbe quantomeno portato a casa la riforma elettorale. Invece non è stata scelta né la prima strada né la seconda, perdendole tutte e due, perdendo il governo e molto probabilmente perdendo le elezioni».
Al di là delle possibilità di riuscita di ciascuna delle due opzioni, troviamo confermato proprio quanto ripetiamo da tempo. C'è stato un momento in cui il dialogo tra Veltroni e Berlusconi sulla legge elettorale è stato congelato. Fu quando il Cav. diede un assenso di massima al vassallum, sul quale però non c'è intesa all'interno del Pd: tra chi vuole il modello tedesco (dalemiani, mariniani e rutelliani), per favorire la nascita di una "Cosa bianca" e una "Cosa rossa", alle quali il Pd dovrebbe allearsi dopo il voto, alternativamente a seconda delle congiunture e delle convenienze; e chi il vassallum (i veltroniani), per favorire un assetto tendenzialmente bipartitico, in cui due partiti (PdL e Pd) si contendano il centro dell'elettorato senza paludi di mezzo.
Una domanda semplice, che vorrei porre a Veltroni: quando è andato a farsi consultare da Napolitano e da Marini, ha forse proposto, a nome del Pd, in quanto gruppo parlamentare maggioritario, una legge elettorale precisa? Scommettiamo di no. E allora si ammetterà che se neanche erano d'accordo tra di loro nel Pd, era assai difficile credere che in pochi mesi si potesse trovare un'ampia maggioranza in Parlamento per approvare una nuova legge.
Insomma, non c'è mai stata, come si vuole far credere (e molti abboccano), un'alternativa tra "elezioni subito" con l'attuale legge elettorale ed elezioni tra qualche mese con una legge nuova splendente e migliore. L'unica scelta realistica era tra la prima opzione e un rinvio a babbo morto che non avrebbe garantito affatto un accordo in breve tempo, senza considerare le alte probabilità, alla luce dei rapporti di forza in Parlamento, che venisse approva una legge elettorale peggiore dell'attuale. Le possibilità che si giungesse ad un accordo sono tramontate settimane fa, quando Veltroni ha realizzato di non avere i numeri, ai vertici e tra i parlamentari del Pd, per far prevalere la legge che voleva e che aveva proposto a Berlusconi.
Come Veltroni userà il porcellum? E c'è da chiederselo? Ovviamente non può dirlo, ma a lui va benone così. Perché votando ora perderà il governo, e non gli si potranno imputare colpe, ma vincerà il partito, ridisegnando a suo vantaggio, proprio grazie al porcellum, gli equilibri interni al Pd.
Anche l'idea innovativa e dirompente di far correre il Pd da solo potrebbe essere parzialmente rivista. Per Veltroni sarebbe davvero paradossale. Già m'immagino le battute e le ironie: "Da soli, ma anche insieme". Il segretario di Rifondazione, Franco Giordano, comunque ci prova e già offre un «accordo tecnico» (non si sa come si possa definire «limpido e trasparente») per andare insieme al Senato e impedire così «alla destra di vincere in molte regioni in bilico» (eccola, la legge elettorale che non darebbe maggioranze solide!). Ovvio, Giordano teme che i suoi elettori comprendano di dover votare Pd se vorranno avere qualche speranza che nella loro regione non prevalga la CdL, guadagnando il premio di maggioranza. Vedremo cosa risponderà Veltroni all'offerta, ma il rischio di perdere la faccia è dietro l'angolo.
Al di là delle possibilità di riuscita di ciascuna delle due opzioni, troviamo confermato proprio quanto ripetiamo da tempo. C'è stato un momento in cui il dialogo tra Veltroni e Berlusconi sulla legge elettorale è stato congelato. Fu quando il Cav. diede un assenso di massima al vassallum, sul quale però non c'è intesa all'interno del Pd: tra chi vuole il modello tedesco (dalemiani, mariniani e rutelliani), per favorire la nascita di una "Cosa bianca" e una "Cosa rossa", alle quali il Pd dovrebbe allearsi dopo il voto, alternativamente a seconda delle congiunture e delle convenienze; e chi il vassallum (i veltroniani), per favorire un assetto tendenzialmente bipartitico, in cui due partiti (PdL e Pd) si contendano il centro dell'elettorato senza paludi di mezzo.
Una domanda semplice, che vorrei porre a Veltroni: quando è andato a farsi consultare da Napolitano e da Marini, ha forse proposto, a nome del Pd, in quanto gruppo parlamentare maggioritario, una legge elettorale precisa? Scommettiamo di no. E allora si ammetterà che se neanche erano d'accordo tra di loro nel Pd, era assai difficile credere che in pochi mesi si potesse trovare un'ampia maggioranza in Parlamento per approvare una nuova legge.
Insomma, non c'è mai stata, come si vuole far credere (e molti abboccano), un'alternativa tra "elezioni subito" con l'attuale legge elettorale ed elezioni tra qualche mese con una legge nuova splendente e migliore. L'unica scelta realistica era tra la prima opzione e un rinvio a babbo morto che non avrebbe garantito affatto un accordo in breve tempo, senza considerare le alte probabilità, alla luce dei rapporti di forza in Parlamento, che venisse approva una legge elettorale peggiore dell'attuale. Le possibilità che si giungesse ad un accordo sono tramontate settimane fa, quando Veltroni ha realizzato di non avere i numeri, ai vertici e tra i parlamentari del Pd, per far prevalere la legge che voleva e che aveva proposto a Berlusconi.
Come Veltroni userà il porcellum? E c'è da chiederselo? Ovviamente non può dirlo, ma a lui va benone così. Perché votando ora perderà il governo, e non gli si potranno imputare colpe, ma vincerà il partito, ridisegnando a suo vantaggio, proprio grazie al porcellum, gli equilibri interni al Pd.
Anche l'idea innovativa e dirompente di far correre il Pd da solo potrebbe essere parzialmente rivista. Per Veltroni sarebbe davvero paradossale. Già m'immagino le battute e le ironie: "Da soli, ma anche insieme". Il segretario di Rifondazione, Franco Giordano, comunque ci prova e già offre un «accordo tecnico» (non si sa come si possa definire «limpido e trasparente») per andare insieme al Senato e impedire così «alla destra di vincere in molte regioni in bilico» (eccola, la legge elettorale che non darebbe maggioranze solide!). Ovvio, Giordano teme che i suoi elettori comprendano di dover votare Pd se vorranno avere qualche speranza che nella loro regione non prevalga la CdL, guadagnando il premio di maggioranza. Vedremo cosa risponderà Veltroni all'offerta, ma il rischio di perdere la faccia è dietro l'angolo.
Thursday, November 29, 2007
Roma ostaggio dei tassisti
Veltroni si gioca la faccia riformista, An e Udc l'hanno persaVeri e propri tumulti di piazza quelli dei tassisti. Un blocco selvaggio, del tutto illegale, che paralizza Roma. Una violenza perpetrata sui cittadini e sui migliaia di turisti costretti a interminabili attese alla stazione Termini o all'aeroporto di Fiumicino, con grave danno arrecato all'immagine della città. Ma di fronte alla patente illegalità del blocco dei tassisti nessuna autorità interviene né minaccia sanzioni, neanche una multa per sosta non autorizzata. Ai tassisti che interrompono illegalmente un servizio pubblico andrebbe invece immediatamente sospesa la licenza.
Dobbiamo dire che oggi Veltroni, che un anno fa indebolì la proposta Bersani, intervistato su la Repubblica ha definito «inaccettabile» il blocco. «Il taxi è un servizio pubblico: si può proclamare uno sciopero, purché nei tempi e modi previsti dalla legge. Non si può invece... bloccare all'improvviso una città intera». E sembra intenzionato a tenere il punto su un pacchetto che prevede due proposte inscindibili: il Comune accetta l'aumento delle tariffe del 18%, come richiesto dai tassisti, ma in cambio di 500 nuove licenze. «Questo è il pacchetto, non si può prenderne solo una parte, quella più conveniente, e lasciare l'altra».
E' ciò che ha fatto scoppiare la rivolta dei tassisti, che pretendono di aumentare le tariffe senza il "disturbo" di nuovi possessori di licenza, mantenendo quindi scarsa l'offerta del servizio nella capitale. «Se la trattativa non fosse degenerata, avremmo potuto continuare a discutere. Ora i margini sono stretti, i paletti fissati. I tassisti devono sapere che il pacchetto è unico, si prende o si lascia tutto», insiste Veltroni, che come sulla sicurezza ha davanti quella che qualcuno chiama «una prova di leadership».
Da sindaco, spiega Antonio Polito al Corriere, Veltroni «ha l'occasione di giocare una partita fondamentale per dimostrare la sua volontà riformatrice... È un leader riformista. Se ne desse anche una dimostrazione concreta si rafforzerebbe di certo. Non si preoccupi del consenso, perché nei confronti di queste categorie corporative c'è un giudizio negativo. Tutti i modernizzatori cercano addirittura delle battaglie simboliche per dimostrare la propria forza», fa notare Polito.
Vedremo, ma è certo che Veltroni in questo braccio di ferro si gioca un'importante fetta di credibilità riformista. Chi se l'è ormai giocata, quella credibilità, sono An e Udc. Com'era prevedibile, infatti, a schierarsi con i tassisti sono An, La Destra e Udc. «Diciamo no alle nuove 500 licenze proposte da Veltroni e chiediamo di convocare subito, anche oggi, un consiglio comunale straordinario», si affrettava a dichiarare ieri il consigliere dell'Udc, Gasperini. Qualche crepa in An, con Urso (Farefuturo) più cauto: in linea di principio è giusto liberalizzare; e Alemanno a spada tratta coi tassisti, come Storace e Buontempo.
Intanto, Daniele Capezzone rilancia la proposta di legge elaborata e presentata insieme all'Istituto Bruno Leoni oltre un anno fa. Si tratta, ha spiegato, di «regalare (sottolineo: regalare) ad ogni tassista proprietario di licenza un'altra licenza, che poi potrà usare, far usare o vendere (l'unica cosa che non potrà fare sarà tenerla in un cassetto). In questo modo, si ottiene una doppia soddisfazione: degli utenti (che vedranno clamorosamente aumentare il numero delle auto a disposizione) e dei tassisti (che avranno una doppia "buonuscita")».
Tuesday, November 20, 2007
Pd e PdL. Il grande gioco sulla legge elettorale
A questo punto è chiaro che sia Veltroni, rivendicando per il Pd una «vocazione maggioritaria», sia Berlusconi, sancendo la chiusura della CdL e dando il benservito agli alleati con la nascita del nuovo Partito della libertà, o del Popolo della libertà, mirino a presentarsi alle prossime elezioni "con chi ci sta" o, se necessario, da soli, l'uno senza la sinistra comunista e massimalista, l'altro senza gli alleati infidi e rissosi. Il problema è: con quale legge elettorale?La rottura con la logica delle «coalizioni di guerra», come le definisce oggi Ostellino, porta i due partiti maggiori a misurare la compatibilità dei propri interessi nel dialogo sulla legge elettorale.
Dialogo difficile, per la comprensibile diffidenza reciproca. «Dobbiamo procedere con grande cautela, non possiamo rompere con alcuni dei nostri alleati che non vogliono questo sistema elettorale per poi scoprire che tutto ciò è servito a Berlusconi solo per riportare a casa Fini... se vediamo che Berlusconi chiede una data certa per le elezioni anticipate, se dice che bisogna andare alle urne subito dopo la riforma, noi lasciamo perdere perché dobbiamo innanzitutto tenere in piedi una maggioranza e un governo». Questi i dubbi attribuiti a Veltroni dal Corriere, mentre è ovvio che Berlusconi voglia assicurarsi che il dialogo non sia strumentale alla sopravvivenza di Prodi e al consolidamento del Pd e delle "armate" veltroniane.
Puntando a presentarsi da soli, Veltroni e Berlusconi scommettono sul fatto che gli elettori sapranno individuare nei due nuovi partiti - Pd e PdL - le forze politiche su cui concentrare i consensi, riducendo così al minimo il potere di veto e di ricatto dei partiti medio-piccoli, che hanno costretto gli ultimi governi all'immobilismo a fronte della necessità di riforme di cui il paese ha urgente bisogno. Ma presentarsi al voto senza alleati, con due leadership forti, indiscutibili presso le rispettive basi elettorali, basterà per produrre questo effetto? E' davvero indifferente, rispetto allo scopo che ci si prefigge, il sistema elettorale con il quale si voterà?
Antonio Polito, oggi su Il Foglio, descrive così le aspettative di semplificazione possibili con il modello tedesco:
«Una Forza Italia che si trasforma in Partito del popolo vale già più voti di una Forza Italia che si ripresenta agli elettori come faticoso compromesso con An, Udc e Lega. Così come un Pd che va da solo davanti agli elettori è più credibile di un Ulivo che dichiara di voler cambiare l'Italia, ma poi aggiunge che dipende da Rifondazione se avrà il permesso di farlo. In un sistema in cui l'unico voto utile è quello che va ai due partiti maggiori, le frange prendono meno voti con qualsiasi sistema elettorale».
Sicuramente il Partito del Popolo e il Partito democratico avrebbero maggiore credibilità ed eserciterebbero una maggiore forza aggregativa presentandosi da soli, con i loro programmi e i loro leader, piuttosto che imprigionati in alleanze che si sono già dimostrate fallimentari.
Il fattore determinante, però, è che gli elettori percepiscano che «l'unico voto utile è quello che va ai due partiti maggiori». Altrimenti, «le frange» non prenderebbero meno voti. Dunque, la nostra domanda è: quale sistema elettorale aiuta gli elettori ad afferrare questa percezione?
I sistemi che favoriscono un assetto sostanzialmente bipartitico sono quelli che inducono gli elettori a sforzarsi di votare, pur turandosi il naso, il partito del proprio schieramento che abbia maggiori possibilità di battere il primo partito dello schieramento opposto. Sono i sistemi uninominali, a turno unico o doppio, il proporzionale adottato in Spagna, ma anche la legge elettorale che uscirebbe dal referendum.
Assegnando infatti il premio di maggioranza al partito, non alla coalizione, di maggioranza relativa, al sfida si ridurrebbe di fatto tra Pd e PdL, e nessun altro partito potrebbe giocare un ruolo determinante per la formazione e la durata del governo.
Tuttavia, bisogna anche essere consapevoli del fatto che dichiarare oggi di volere, o di preferire, la legge elettorale che uscirebbe dal referendum, significherebbe di fatto affossarla. Se davvero quello fosse l'esito preferito, in questi mesi Berlusconi e Veltroni dovrebbero far finta di perseguire altro. Soprattutto Berlusconi: già accusato di populismo, se solo accennasse al referendum, avremmo la certezza che la Corte costituzionale boccerà il quesito. E non è detto che non lo bocci comunque.
Detto questo, temo che Berlusconi sia indifferente al sistema elettorale, basta che si voti. Temo che per lui conti solo la rivincita personale. E una nuova legge elettorale, qualunque essa sia, potrebbe assestare la "spallata" definitiva al Governo Prodi e portare dritti alle urne.
Se le prese di posizione a favore di una legge elettorale proporzionale «pura», seppure con uno sbarramento (che in ogni caso non sarà maggiore del 5%), o del modello tedesco, da parte di Berlusconi e Veltroni, non fossero opere di dissimulazione, allora ci sarebbe di che preoccuparsi.
Il proporzionale, infatti, è il sistema che per eccellenza lascia all'elettore totale libertà di optare per il partito che sente a lui più vicino, che lo induce a pensare che quello che va ai due partiti maggiori non sia affatto «l'unico voto utile».
Probabilmente le dimensioni di partenza del Pd e del PdL, e le loro forti leadership, permetterebbero ai due partiti di aumentare la propria forza elettorale. Ma una volta che ottenessero - nella migliore delle ipotesi - il 35%, sarebbero comunque costretti a formare governi di coalizione, cioè a scegliersi gli alleati di governo non prima, ma dopo le elezioni, sulla base di un programma da rinegoziare con essi. E si ritroverebbero di fronte i soliti soggetti (Lega, An, "Cosa bianca", "Cosa rossa") ancora più affamati di visibilità. Scusate, ma in uno scenario simile, pur semplificato, non riesco a intravedere nient'altro che un ritorno alla Prima Repubblica, alla partitocrazia degli anni '80, alle sue scene di estenuanti consultazioni e a quei governi che a stento stavano in piedi per più di un anno.
E' anche vero che con un proporzionale senza vincoli di alleanze potremmo finalmente verificare la reale forza elettorale di partiti come An e Udc, che anni fa partirono da percentuali inferiori al 5%. In altre parole: erano An e Udc a "trainare" la CdL oltre il 50%; oppure era la CdL, e il saldo legame con Berlusconi, a "trainare" i due partiti?
La sensazione è che le loro cifre elettorali siano "drogate", "gonfiate" dal fare parte di una coalizione di governo più ampia e che non saprebbero mantenerle facendo appello semplicemente alla loro specifica identità. E quindi, che Berlusconi in questi anni abbia salvato dalla marginalità questi partiti e ne abbia coltivato le ambizioni ben oltre le loro capacità e potenzialità politiche, ricevendone in cambio un'azione di logoramento ai fianchi.
Ciò non toglie che con un sistema proporzionale, a un PdL di Berlusconi che anche riuscisse a sfondare quota 35%, servirebbe sempre il misero 8% di Fini per formare un governo di coalizione.
Per il Partito democratico i rischi del proporzionale sarebbero maggiori. Perché alla prima sterzata riformista, e alla seconda a sinistra, rischierebbe di perdere nel primo caso pezzi di elettorato attratti sul lato sinistro, nel secondo pezzi attratti sul lato centrista.
Per tutte queste considerazioni continuo a ritenere che le operazioni Pd e PdL abbiano senso solo nell'ottica di un sistema elettorale uninominale, o per lo meno di un proporzionale capace di produrre effetti maggioritari, come quello che uscirebbe dal referendum.
Tuesday, March 20, 2007
Battaglie perse comunque
Ad Antonio Polito e all'Indipendent, giornale di sinistra laica britannico che ha cambiato idea sulla marijuana, vorrei obiettare che non è la pericolosità o meno della sostanza a rendere più o meno efficaci le politiche proibizioniste.
Esse, a prescindere, falliscono, per due motivi fondamentali: innanzitutto, perché è impossibile dal punto di vista pratico impedire a qualcuno di introdurre una sostanza nel proprio corpo e difficile convincerlo che sia un atto condannabile dal punto di vista morale e dannoso per gli altri; secondo, perché il mercato è più forte dello Stato. Se viene messo fuori legge, sopravvive adattandosi, prendendo altre forme, diventando "mercato nero".
Come spiegava Milton Friedman, le leggi proibizioniste servono solo a ingrassare le mafie e a rendere libere di fatto le droghe. Dunque, possiamo scoraggiarne l'uso, controllarne medicalmente il consumo, informare sugli effetti delle varie sostanze, persino produrne di meno dannose, ed eliminare quanto di criminale ci gira intorno, ma non riusciremo a toglierla a chi vuole drogarsi, perché alla radice prevale la propria volontà di autodeterminazione e una legge che vieta un comportamento individuale che non causi danni al prossimo non riscuote una sufficiente approvazione da parte della cittadinanza.
Esse, a prescindere, falliscono, per due motivi fondamentali: innanzitutto, perché è impossibile dal punto di vista pratico impedire a qualcuno di introdurre una sostanza nel proprio corpo e difficile convincerlo che sia un atto condannabile dal punto di vista morale e dannoso per gli altri; secondo, perché il mercato è più forte dello Stato. Se viene messo fuori legge, sopravvive adattandosi, prendendo altre forme, diventando "mercato nero".
Come spiegava Milton Friedman, le leggi proibizioniste servono solo a ingrassare le mafie e a rendere libere di fatto le droghe. Dunque, possiamo scoraggiarne l'uso, controllarne medicalmente il consumo, informare sugli effetti delle varie sostanze, persino produrne di meno dannose, ed eliminare quanto di criminale ci gira intorno, ma non riusciremo a toglierla a chi vuole drogarsi, perché alla radice prevale la propria volontà di autodeterminazione e una legge che vieta un comportamento individuale che non causi danni al prossimo non riscuote una sufficiente approvazione da parte della cittadinanza.
Friday, February 16, 2007
Ségolène offre ai francesi un'amaca
Un altro endorsement solidamente fondato per Nicolas Sarkozy è quello di Antonio Polito, che vede nell'avversaria Ségolène un «simbolismo paternalista», una specie di «complesso dello Stato Rosso». Pur non avendo mai pronunciato in due ore di discorso d'investitura la parola "socialismo", osserva, «il suo programma poggia solidamente sull'idea, così antica e così socialista, che ci debba pensare lo Stato».
Basta dare un'occhiata alle proposte: aumento del 20% del salario minimo, fissato per legge a 1.500 euro; confermate le 35 ore; aumento delle pensioni; sussidio di disoccupazione al 90% del salario per un anno (l'«amaca», non il «trampolino»!); abolizione del Cne, il "Contratto di nuova occupazione" per la flessibilità del lavoro; cure mediche gratuite per tutti fino a 16 anni; pillole contraccettive disponibili a costo zero per le donne fino a 25 anni; alloggi assicurati ai non abbienti con interventi di edilizia popolare e requisizioni di case vuote da almeno due anni.
Insomma, «tutto il contrario di Kennedy. Lì dove Kennedy invitava gli americani a domandarsi che cosa loro potevano fare per l'America, Ségolène elenca ai francesi che cosa la Francia può fare per loro. E promettere a un paese sofferente di una seria difficoltà ad adeguarsi alla società del rischio che ci penserà lo stato; raccontare a una nazione di cui pure si lamenta l'alto debito pubblico che ci sono le risorse per finanziare l'Eldorado, è un modo, per l'appunto, per metterlo a nanna tranquillo, e fargli dimenticare gli incubi della "mondialisation". Nanny-State, lo chiamano gli inglesi: lo stato-balia».
Del "fenomeno" Sarkozy si occupa invece un libro di Massimo Nava ("Il francese di ferro", Einaudi), che lo paragona alla «Iron Lady» degli anni '80, la Thatcher. Anche Sarkozy promette alla Francia un salutare shock, «rotture» e aperture, per far uscire il paese dall'immobilismo interno e internazionale; fonda la sua politica sulla responsabilità, sul merito e sulla libertà; si pone in netta discontinuità con la versione «impolverata e statica» del gollismo chirachiano, delle vecchie classi dirigenti, antiamericane e antiliberali.
La sua «tolleranza zero» verso il crimine e il teppismo si basa innanzitutto sulla responsabilità individuale, per cui ognuno paga per quello che fa, senza poterne dare colpa alla società, ma anche sulla «discriminazione attiva» per integrare gli immigrati, per farli sentire "cittadini" e quindi individualmente responsabili.
In economia, meno Stato e più privato. Sembrerebbe andare in soffitta, quindi, l'"eccezionalismo francese", fatto di dirigismo e colbertismo, assistenzialimo e protezionismo, sostituito dalla riscoperta della competizione e del merito, all'interno come all'estero.
Basta dare un'occhiata alle proposte: aumento del 20% del salario minimo, fissato per legge a 1.500 euro; confermate le 35 ore; aumento delle pensioni; sussidio di disoccupazione al 90% del salario per un anno (l'«amaca», non il «trampolino»!); abolizione del Cne, il "Contratto di nuova occupazione" per la flessibilità del lavoro; cure mediche gratuite per tutti fino a 16 anni; pillole contraccettive disponibili a costo zero per le donne fino a 25 anni; alloggi assicurati ai non abbienti con interventi di edilizia popolare e requisizioni di case vuote da almeno due anni.
Insomma, «tutto il contrario di Kennedy. Lì dove Kennedy invitava gli americani a domandarsi che cosa loro potevano fare per l'America, Ségolène elenca ai francesi che cosa la Francia può fare per loro. E promettere a un paese sofferente di una seria difficoltà ad adeguarsi alla società del rischio che ci penserà lo stato; raccontare a una nazione di cui pure si lamenta l'alto debito pubblico che ci sono le risorse per finanziare l'Eldorado, è un modo, per l'appunto, per metterlo a nanna tranquillo, e fargli dimenticare gli incubi della "mondialisation". Nanny-State, lo chiamano gli inglesi: lo stato-balia».
Del "fenomeno" Sarkozy si occupa invece un libro di Massimo Nava ("Il francese di ferro", Einaudi), che lo paragona alla «Iron Lady» degli anni '80, la Thatcher. Anche Sarkozy promette alla Francia un salutare shock, «rotture» e aperture, per far uscire il paese dall'immobilismo interno e internazionale; fonda la sua politica sulla responsabilità, sul merito e sulla libertà; si pone in netta discontinuità con la versione «impolverata e statica» del gollismo chirachiano, delle vecchie classi dirigenti, antiamericane e antiliberali.
La sua «tolleranza zero» verso il crimine e il teppismo si basa innanzitutto sulla responsabilità individuale, per cui ognuno paga per quello che fa, senza poterne dare colpa alla società, ma anche sulla «discriminazione attiva» per integrare gli immigrati, per farli sentire "cittadini" e quindi individualmente responsabili.
In economia, meno Stato e più privato. Sembrerebbe andare in soffitta, quindi, l'"eccezionalismo francese", fatto di dirigismo e colbertismo, assistenzialimo e protezionismo, sostituito dalla riscoperta della competizione e del merito, all'interno come all'estero.
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