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Tuesday, October 30, 2007

La minaccia iraniana incombe

In esclusiva su questo numero di LibMagazine, l'analisi di Emanuele Ottolenghi, direttore del Transatlantic Institute, sull'«incombente minaccia» iraniana.

La contrarietà delle cancellerie europee rispetto all'ipotesi di un attacco militare contro l'Iran; la determinazione e il realismo del presidente francese Sarkozy, che ha messo l'Europa di fronte alle sue responsabilità:
«Sarkozy's speech then eloquently formulated our foreign policy challenge: a nuclear Iran is "unacceptable", failure to dissuade Tehran from its nuclear ambitions is unthinkable because the dilemma it forces us to face is catastrophic – either war or a nuclear Iran – and therefore we must do more to prevent Iran from reaching the brink of nuclear mastery... What Sarkozy is saying to Europe is simple: if you want to prevent Iran from going nuclear and avoid a military strike against Iran, make your diplomacy more aggressive and more effective. Or, in simpler language, put your money where your mouth is».

Quindi, Ottolenghi delinea con precisione i due scenari della «disastrosa alternativa», «an Iranian bomb or the bombing of Iran». Da una parte gli studi che indicano le conseguenze, i pericoli e i possibili fallimenti di un attacco; dall'altra gli effetti ancora più catastrofici, sulla regione e sul mondo intero, di un Iran che riuscisse a dotarsi della bomba atomica.

Infine, un capitolo sul "che fare?". L'Europa può fare molto: «Europe is the first commercial partner of Iran... Europe can use its mighty economic, financial and commercial clout, to squeeze Iran». L'Europa può sollevare a livello internazionale la questione della violazione dei diritti umani in Iran ed utilizzarla per esercitare forti pressioni sul regime. Può sostenere pubblicamente e attivamente i dissidenti e l'opposizione iraniana nella loro lotta per la libertà.

Ma c'è molto altro sul nuovo numero di LibMagazine: uno sguardo di Gabriele Cazzulini sullo «spazio politico del Medio Oriente, molto più complesso di quello occidentale che è rimasto alle lineari geometrie di Euclide», e la risposta libertaria di Stefano Magni allo storico marxista Eric Hobsbawm, secondo cui il mercato sta uccidendo la democrazia.

Di politica interna si occupano il corsivo quotidiano, a cura di Francesco Nardi, e un editoriale del sottoscritto, che si sofferma sui due eventi politici del week end, segnali di altrettante potenziali novità: il discorso di Veltroni alla prima assemblea costituente del Pd e il convegno "Verso la Costituente Liberal-Democratica Europea", organizzato da PRI e Voce Repubblicana. Inoltre, Stefano Morandini sul caso dei "Sovereign Wealth Funds", i contributi di Ciro Monacella e Monica Costa e le consuete rubriche di Nardi, Castaldi, Fronterré, Lupi. Buona lettura.

Tuesday, October 23, 2007

L'alba polare delle riforme

«La stagione delle riforme è dunque "sempre", eppure – anche non troppo paradossalmente – la data di nascita delle riforme è "mai"».

Il numero di questa settimana di LibMagazine si apre con un editoriale sulle riforme istituzionali, di Francesco Nardi, e articoli sul tentativo governativo di regolamentazione liberticida dei blog (Luca Martinelli), sulla crisi tra Turchia e Usa per le attività del Pkk nel Kurdistan iracheno (del sottoscritto), sulla violenza ai danni delle donne (Marzia Cangiano). L'intervista di questa settimana è a Riccardo Campa, presidente dell'Associazione Italiana Transumanisti, a cura di Fabrizia Cioffi.

In questo numero anche il corsivo quotidiano, a firma Giuliano Gennaio, e le consuete rubriche: Nardi, Castaldi, Fronterrè, Lupi. Altri contributi da Giuseppe Nitto, Michele Fronterrè, Ciro Monacella, Monica Costa. Buona lettura.

Tuesday, October 16, 2007

Partito democratico. Il dado non è tratto

L'apertura del numero di questa settimana di LibMagazine è dedicata alle "primarie" di domenica e al Partito democratico, con un mio editoriale, di cui riporto alcuni passaggi:

Non siamo tra coloro che attendevano con trepidazione di sapere quanti cittadini si sarebbero recati ai gazebo o alle sezioni Ds a votare il segretario del Partito democratico, per annunciare il trionfo del nuovo partito nel giorno del suo battesimo popolare o, viceversa, per constatarne il flop. Sul numero effettivo dei partecipanti non può esservi certezza, data l'assenza di garanzie di legge nella consultazione. Già "Striscia la notizia" ha documentato i casi di diversi elettori plurimi, che sono riusciti a votare fino a sei volte in sedi diverse. La prudenza dovrebbe far diffidare di stime superiori ai 2 milioni. Le difficoltà dello spoglio in Campania autorizzano ulteriori dubbi circa la trasparenza di questa lotta di e tra apparati. "Fusione fredda" tra Ds e Margherita, accelerata dal sempre imminente ma difficilmente prevedibile collasso del Governo Prodi; compromesso storico bonsai tra ex-Pci ed ex-Dc; primarie – che poi primarie non sono (è stato eletto il segretario di un partito, non un candidato premier) – dall'esito scontato e dagli sfidanti di carta pesta. I difetti, le contraddizioni e i punti deboli di un processo costituente, di cui domenica 14 ottobre si è celebrata una tappa fondamentale, sono sotto gli occhi di tutti. Ma questa tappa può segnare il vero giro di boa per la corrente legislatura? E rappresenta davvero la prova che qualcosa di nuovo ha visto la luce nella politica italiana?
(...)
Sarebbe suicida da parte di Veltroni presentarsi di fronte agli elettori senza aver prima messo un bel po' di mesi tra la caduta di Prodi e il voto, oppure alla guida di un centrosinistra non profondamente e strutturalmente diverso da quello del 2006, libero dai ricatti e dai condizionamenti della sinistra massimalista. Gli italiani non ricadrebbero più nell'errore. Ci sentiamo quindi sommessamente di suggerire che la "rottura" strategica del Pd con i partiti comunisti e massimalisti, intorno a 3-4 temi qualificanti tra cui tasse e spesa pubblica, è un'opzione che Veltroni – se non per convinzione, almeno per convenienza – potrebbe considerare, abbandonando quanto di stucchevole, avvolgente ed ecumenico contraddistingue la sua vicenda politica.

Una simile prospettiva dovrebbe indurre a riflettere seriamente quanti sono impegnati per una politica ad "alta velocità", capace di "decidere", di intraprendere soluzioni liberali.


Ben quattro le interviste in questo numero. La prima, a Oscar Giannino, che parla del suo libro (per una visione «non autarchica» della questione fiscale), del sistema tributario e la crescita economica, delle esperienze fiscali degli altri paesi, dei benefici della flat tax, di una spesa pubblica inefficiente a vantaggio di una minoranza di privilegiati, della pesantissima "palla al piede" delle promesse non mantenute dal Governo Berlusconi, e della sua idea di una "Lega del contribuente". Poi le interviste a Paolo Messa, curatore di Formiche, sull'energia nucleare, a Paolo Pobbiati, di Amnesty International, sulle violenze contro le donne nel mondo, e infine a Vittorio Sgarbi, sulla nuova campagna di Toscani.

Il corsivo quotidiano è di Enzo Reale, per imparare la lezione dei fatti in Birmania, e la vignetta di Ciro Monacella. Le consuete rubriche di Castaldi, Nardi, Fronterré e Lupi e, infine, i contributi di Stefano Morandini, Cristina Marullo e Giovanni Venezia. Buona lettura.

Tuesday, October 09, 2007

Verso le primarie, il nuovo numero di LibMagazine

LibMagazine, il settimanale letto da circa un ventesimo degli ascoltatori di "Stampa e regime", è on line. Questa settimana si apre con l'editoriale di Francesco Nardi, "Primarie: un bluff di successo".

Queste primarie saranno - lo si dice da tempo - il vero giro di boa per la corrente legislatura. Ci si attende che dal 15 ottobre gli spiriti in libera uscita - che finora hanno turbato i sonni di Prodi - non si limiteranno più ad agitare le catene che li tengono ancorati a questa maggioranza. L'apertura di determinati spazi si paleserà allo stridore della denuncia di opportunità politica. Tra questi si dovrà saper discernere gli onnipresenti animati dall'esigenza di collocazione e quelli che, diversamente, si preoccupano che le proprie idee possano collocarsi lì dove hanno maggiori possibilità di trasformarsi in opere per il Paese. Senza farci troppe illusioni, staremo vedere.

Al tema del welfare, che scuote la maggioranza di governo, è dedicato un mio approfondimento: un punto della situazione sul protocollo che il Governo varerà in settimana e un confronto con la Svezia, che a differenza dell'Italia compie importanti passi avanti sulla via delle riforme.

Due le interviste: ad Oliviero Toscani, sull'anoressia (a cura di Astrid Nausicaa Maragò); l'altra a Nello Del Gatto, sul Pakistan, paese poco seguito dalle cronache ma cruciale (a cura di Angelo D'Addesio).

Il corsivo quotidiano è firmato da Giuliano Gennaio. Quindi, le consuete rubriche: Nardi, Fronterré, Lupi, Castaldi. Infine, altri quattro interessanti contributi: David Busato, Enrico Gagliardi, Arianna Pani, Ciro Monacella (sua anche la vignetta di Putin). Correte a leggere...

Friday, October 05, 2007

Laicità vs. moralismo

Corsivo di oggi per LibMagazine.

E' da apprezzare nella forma e nella sostanza la pagina di Luigi Manconi "Peccherai nel segreto" (Il Foglio, 3 ottobre). E' ipocrita la destra italiana? Sì, lo è. La destra cattolica? Ovviamente sì. Ma credo che la contraddizione tra intransigenza pubblica e indulgenza privata varchi i confini della destra. E' uno degli ingranaggi del moralismo. Sull'omosessualità, l'uso di droghe, la famiglia, l'ipocrisia non risparmiò né i vertici né la base del vecchio Pci, come oggi non risparmia parti rilevanti del nascente Pd. L'ipocrisia del vizio tollerato, purché non esibito, varca i confini tra le religioni e non risparmia nemmeno i non credenti. Né si limita alle situazioni citate da Manconi. Ci stiamo solo adesso, a fatica, liberando del pregiudizio anti-capitalista, di quel pudore, che accomuna morale cattolica e comunista, non dico a ostentare, ma persino a rivelare e a usare la propria ricchezza, come fosse una vergogna. E' stato d'animo diffuso il moralismo e l'ipocrisia è l'arma di difesa che scatta quando la rigidità degli schemi e degli ordini, idealizzati se non assolutizzati, costruiti per ridurre la complessità, l'incertezza, l'imprevedibilità della vita e dei nostri comportamenti, cozza con la realtà. Non potendo cancellarla, l'importante è toglierla dalla propria vista, piuttosto che tentare di governarla con pragmatismo, consapevoli dei nostri limiti e debolezze. In una parola: laicamente. Così abbiamo i moralizzatori alla Beppe Grillo, che credono che eliminando le mele marce tutto si sistemi, mentre non ci sono schiene da raddrizzare, ma regole che rendono efficace un sistema politico ed efficienti i politici, disincentivando o incoraggiando certi comportamenti, responsabilizzando. La laicità come metodo di comprensione e intervento sulla realtà, opposta alla sua negazione moralistica e ideologica.

Tuesday, October 02, 2007

LibMagazine si farà, ecco il numero 7

E' on line il nuovo numero di LibMagazine. Di questo numero sono particolarmente orgoglioso, credetemi, è davvero di buon livello. Si apre con l'editoriale di Enzo Reale sulla crisi in Birmania, "Dalla speranza al silenzio", e un focus di Stefano Magni sul documento ideologico della Giunta militare di Yangon. Poi tre interviste: ad Antonio Martino, sulla flat tax, a Giordano Bruno Guerri, su riforma scolastica, formazione e merito, e a Franco Battiato sul "grillismo". Ancora esteri con "Iran. L'ora dell'Europa", del sottoscritto, e con un articolo di Giuseppe Nitto sulla visita di Ahmadinejad alla Columbia University di New York.

Il corsivo quotidiano è invece firmato da Luigi Castaldi, sui costi della Chiesa. Poi le consuete rubriche: Nardi, Fronterré, Lupi. Infine, altri quattro interessanti contributi: di Monica Costa, Stefano Morandini, Cristina Marullo, Ciro Monacella (sua anche la vignetta). Grazie a tutti e buona lettura.

Tuesday, September 25, 2007

Partenza in salita. Nuovo numero di LibMagazine

E' on line il nuovo numero di LibMagazine, ricco di tanti contenuti interessanti. Innanzitutto, l'editoriale, "Partenza in salita", firmato da me e Francesco sulla marcia del 22 settembre promossa da Decidere.net. Del corsivo quotidiano oggi si è occupato Giuliano Gennaio.

Vi segnalo anche l'intervista ad Alberto Alesina sull'ultimo libro scritto insieme a Giavazzi, "Il liberismo è di sinistra", un articolo di Luca Martinelli su quanto sta accadendo in Birmania, la consueta rubrica di Luigi Castaldi, oggi particolarmente satirica, come anche il "chiodo" della settimana («Garlasco: l'arresto del fidanzato della vittima scagiona ormai definitivamente Daniele Capezzone. Delusione a Torre Argentina»). Infine, una recensione a firma Astrid Nausicaa Maragò sul film The Simpsons Movie, da poco nelle sale.

Ma scoprite da voi tutto il numero.

Monday, September 24, 2007

La battaglia laica contro la partitocrazia

Corsivo di oggi per LibMagazine

Radicali, liberali, laici, socialisti della maggioranza seguiranno i movimenti dei senatori "liberaldemocratici" capeggiati da Dini? Non credo, sono troppo addormentati nel sonno "laicista". Attenzione: non ho problemi a definirmi laico o, se proprio insistono, laicista. Il problema è un altro. E' di analisi di fondo. E i radicali, i liberali, i laici, i socialisti sbagliano analisi di fondo. Non che Dini sia mosso da motivazioni ideali piuttosto che dal desiderio di guidare un governo pre-elettorale e, magari, fare da padrino al prossimo Parlamento che potrebbe portarlo al Quirinale.

Sbagliano analisi, dicevo, perché la principale battaglia di laicità oggi, quella da cui dipendono anche i rapporti tra Stato e Chiesa, è quella contro la partitocrazia e l'espansione abnorme dello Stato, che a tutti i livelli toglie spazio all'iniziativa e alla scelta individuale, a danno maggiore dei ceti meno abbienti, dei non garantiti, dei giovani.

I radicali l'hanno capito tempo addietro, ma sembrano esserselo scordato. La battaglia laica contro la partitocrazia può avere successo non tagliando immunità e auto blu (anche quello, certo), o manifestando un astioso orgoglio a Porta Pia, ma principalmente spezzando il binomio tasse-spesa pubblica, la vera e propria linfa che mantiene al potere le classi dirigenti di sinistra e di destra, che con il denaro dei contribuenti favoriscono le loro clientele (tra cui la Chiesa), e con una riforma istituzionale in senso presidenzialista e uninominale.

Una grande intuizione di Pannella il concetto di "partitocrazia", solo per poco più d'un decennio reso concreto da una politica che mirava ad aggredirne la linfa vitale. Persa un po' di vista, invece, sia negli anni '70 e nei primi anni '80, che oggi da ultimi giapponesi di Prodi. Addirittura, il documento che accompagna i 26 (o 42?) punti della campagna d'autunno radicale, alcuni certamente condivisibili e liberali, rifiuta di riconoscere la centralità della questione fiscale e statalista nella sopravvivenza della partitocrazia, di cui il deficit di laicità non è che un'escrescenza.

Dunque, per chi, radicale, liberale, laico, socialista, si trova nella maggioranza, uno spostamento come quello di Dini dovrebbe quanto meno essere di esempio, per tentare di raggiungere una posizione meno irrilevante rispetto ai futuri sviluppi nelle due coalizioni, verso uno spazio politico che c'è e che verrà occupato da chi sarà in grado di rappresentare le aspettative di libertà frustrate nell'elettorato.

Un discorso simile vale per i temerari di Decidere.net, che ad oggi sembrano aver troppo repentinamente e scontatamente scavallato l'incerto e fumoso confine tra sinistra e destra, rischiando così di risultare non più interlocutori della prima e già acquisiti dalla seconda.

Tuesday, September 18, 2007

Lettera aperta ai segretari di partito

E' on line il numero di questa settimana di LibMagazine. Ospita una lettera aperta di Daniele Capezzone ai segretari e ai leader politici: cosa intendono fare di fronte alla controriforma delle pensioni annunciata dal Governo Prodi, che rischia di tagliare fuori le nuove generazioni? Decidere.net offre l'occasione per esprimersi con chiarezza: una manifestazione nazionale, a Roma, per sabato 22 (dalle 16, a Piazza Fiume).

«... chi vi partecipa stando nell'opposizione, avrà il merito di farsi così portatore di una critica motivata, seria, proprio come fanno le minoranze nei paesi dell'Occidente avanzato, quando si preparano a tornare al Governo forti di controproposte articolate e comprensibili. Chi vi partecipa stando nella maggioranza avrà a sua volta il merito di proporre al Governo, alla vigilia della stesura della Legge Finanziaria, un problema grave e una soluzione molto diversa da quella prospettata e imposta dalle sinistre comuniste».

Tra gli altri contributi, questa settimana due interviste: a Giuliano Cazzola, su welfare e pensioni, e a un giovane ricercatore, sulle cellule staminali. Inoltre, un articolo di Stefano Magni sui "libertari e la guerra al terrorismo", la rubrica di Malvino, il "corsivo quotidiano" e "il chiodo", entrambe a firma Francesco Nardi. Buona lettura!

Tuesday, September 11, 2007

Tasse, federalismo, Birmania. Torna LibMagazine

Torna dopo la pausa estiva, sfavillante come non mai, LibMagazine, che si arricchisce di nuove autorevoli firme. Nuova grafica, nuove forze (LiberalCafè ha deciso di unirsi a noi), nuova partnership. LibMagazine infatti diventa la rivista di approfondimento e analisi politica del network multimediale di Decidere.net, che comprende anche una web-radio e una web-tv, tutte accessibili dal sito Decidere.net.

Apre il numero di questa settimana l'editoriale di Alberto Mingardi, direttore dell'Istituto Bruno Leoni, sul tema delle tasse: "Tasse: è l'ora del liberismo". Di tasse e federalismo parla Giancarlo Pagliarini, intervistato da Giuliano Gennaio. Ve lo ricordate? Quando la Lega Nord era presentabile e liberista... Ma sono particolarmente entusiasta dell'esordio di Enzo Reale, con un imperdibile reportage (foto comprese) della Birmania, che sarebbe degno della più prestigiosa stampa internazionale. LibMagazine non è il New York Times, osservava qualcuno, ma ci stiamo lavorando...

Intanto, andate a scoprire il resto del numero di questa settimana. Buona lettura.

Tuesday, September 04, 2007

Il settembre caldo di Decidere.net

Decidere.net si ripresenta a settembre con una nuova veste grafica e un vero e proprio polo multimediale, una "We-Tube" della politica. Nella parte destra del sito si accede a Decidere-tv, Decidere-radio e alla rivista di approfondimento e analisi LibMagazine, che torna on line l'11 settembre, anch'essa rinnovata nella grafica, con nuove autorevoli firme e i ragazzi di "LiberalCafè", che hanno deciso di unirsi a Nardi e compagnia.

Decidere-tv trasmetterà in diretta gli eventi del network e permetterà agli utenti registrati di caricare sul sito i propri contributi video. Su Decidere-radio andrà in onda una grande varietà di prodotti informativi - alla cui realizzazione darà una mano anche il sottoscritto - tutti riascoltabili e scaricabili in podcast. Nella prima settimana di programmazione sono già previste rassegne stampa commentate da ospiti (ogni mattina alle 9), interviste sull'attualità politica, le dirette degli eventi di Decidere.net in giro per l'Italia. Ma molto presto il palinsesto si arricchirà di fili-diretti, rubriche, trasmissioni di approfondimento, spazi totalmente aperti agli ascoltatori.

Non solo politica, però. Anche musica. E che musica... Il palinsesto prevede già, a partire da lunedì 3 settembre, speciali quotidiani dedicati sia a questioni di rilevanza politica e sociale (il primo raccoglierà canzoni sulle tasse), sia ai maggiori gruppi e artisti degli anni '70, '80, '90 (si parte con i mitici Pink Floyd), di cui mi occuperò personalmente.

Insomma, Decidere.net cresce. Diventa un network multimediale, di cui gli utenti sono chiamati a diventare i protagonisti.

Sul piano politico si lavora duramente per organizzare la marcia del 22 settembre, a Roma, per le pensioni che la controriforma del governo sta togliendo dall'orizzonte futuro dei più giovani, e il convegno del 29, a Milano, sulle tasse. Le adesioni hanno toccato in questi giorni quota 1600, continuando ad arrivare senza sosta per tutto agosto. Ma la novità è l'apertura delle iscrizioni, con modico contributo di 20 euro, in vista della prima assemblea nazionale, se, come sembra, l'aumento di adesioni a livello individuale e di associazioni renderà indispensabile darsi alcune regole.

Mese di settembre totalmente dedicato alla presentazione di Decidere.net in giro per l'Italia: qui il programma città per città.

Non mi stancherò mai di ripeterlo: quella di Decidere.net è una mission impossible e va sostenuta senza indugio da tutti coloro che si riconoscono nei 13 punti, i «cantieri per una politica ad alta velocità». Il danno peggiore del jihad pannelliano è l'aver accreditato l'idea di un Capezzone potenza mediatica, beneficiario di chissà quali appoggi, strade spianate o tappeti rossi da parte di poteri (e soldi) occulti.

Niente di più falso. E' una strada tutta in salita quella che lo aspetta, e che aspetta coloro che lo seguiranno, come tutte le strade liberali (e radicali) in questo paese, con una differenza, si spera: che la forma, e la sostanza, di questo network, siano capaci di esercitare una forza di attrazione che i vecchi contenitori, liberali e radicali, sembrano aver perduto. Le capacità di Capezzone, dunque, da sole non bastano.

La radicalità delle sue proposte, l'esiguità delle risorse e la sua estraneità alla vecchia politica rendono Decidere.net un'opportunità che è lì, a portata di mano, ma che sta a noi, e soprattutto a noi blogger liberali cogliere e fare nostra.

Saturday, August 25, 2007

Veltroni attacca Prodi e il prodismo

Verso una "rupture" veltroniana?

Ci era parso a suo tempo che qualcosa di positivo e di nuovo, seppure ancora insufficiente, Veltroni l'avesse detto a Torino, annunciando la sua candidatura alla leadership del Partito democratico.

Registriamo oggi che Veltroni si dice pronto a far compiere al Partito democratico un passo che riteniamo assolutamente necessario: rinunciare all'alleanza con la sinistra comunista e massimalista. E' passato infatti dall'idea di un Pd «maggioritario ma non autosufficiente», esposta nel discorso di Torino, che avevamo giudicato inadeguata a garantire una rottura con l'esperienza dei riformisti nell'Ulivo e del centrosinistra formato Unione, all'idea di un partito maggioritario e, se necessario, anche autosufficiente.

«Il Partito democratico nasce per superare l'idea che quel che conta è vincere le elezioni. Ovvero battere lo schieramento avversario mettendo in campo la coalizione più ampia possibile, a prescindere dalla sua coerenza interna e dalla sua effettiva capacità di governare il paese». E ancora: «Non si può giustificare la vaghezza o l'ambiguità del programma, in nome del feticcio dell'unità della coalizione... in nessuna grande democrazia europea sarebbe immaginabile presentarsi agli elettori con una coalizione priva dei requisiti minimi di coesione interna, tali da rendere credibile la sua proposta di governo».

Quindi il Partito democratico «non potrà presentarsi alle elezioni all'interno di coalizioni disomogenee sul piano programmatico» e «piuttosto, qualunque sistema elettorale avremo in futuro, dovrà accettare il rischio, o sperimentare l'opportunità, di correre da solo». Meglio soli che male accompagnati, anche se il prezzo da pagare fosse quello di perdere le elezioni. Una svolta di mentalità che se confermata dai fatti produrrebbe essa stessa un cambiamento politico.

Quante volte ci era capitato di denunciare il «feticcio dell'unità» della sinistra! In un lungo articolo scritto per LibMagazine sulla crisi del Governo Prodi, "L'utopia prodiana al capolinea. La sinistra ancora in ritardo con la storia", avevamo definito "utopia prodiana" proprio l'idea che l'Ulivo, alleandosi con la sinistra comunista e massimalista, potesse non solo "cacciare" Berlusconi e vincere le elezioni, ma anche governare il paese.

"Senza l'ala radicale non si vince, ma con l'ala radicale non si governa". L'impegno dei vertici del centrosinistra negli ultimi undici anni è stato sempre volto a smentire la seconda di queste due proposizioni. Mai si è tentato di smentire la prima. Ebbene, questo «schema tattico ha dominato il bipolarismo italiano in questa lunga transizione», scrive oggi Veltroni. E il riferimento non può che essere all'eterogenea Unione prodiana, oggi afflitta da paralisi decisionale.

Per undici anni Prodi (come Berlusconi) è stato l'unico possibile interprete e collante dell'eterogeneità della coalizione. Il prezzo pagato nell'arco di questo lungo periodo è stato l'incapacità della sinistra di fare i conti con se stessa, di accorgersi di quanto fosse ingombrante il suo passato, seppure oggi nella veste di un antagonismo post-ideologico, e quindi di diventare forza di governo.

Se in nessun paese europeo la sinistra democratica e liberale governa insieme a quella neocomunista ci sarà pure un motivo. Il superamento di questa anomalia solo italiana passa per il fallimento dell'"utopia prodiana".

Ma è proprio vero che il Pd non vincerebbe facendo a meno dell'alleanza con l'ala comunista e massimalista? Parte dei consensi sarebbe recuperata da sinistra, da quanti farebbero confluire il loro voto su chi avrebbe chance reali di battere la destra. Ma una parte decisiva di voti verrebbe da quel "centro" politico dell'elettorato, da quel ceto medio produttivo, de-ideologizzato e pragmatico, che il "riformismo debole" alleato con i comunisti non potrà mai conquistare. Una leadership lungimirante avrebbe dovuto progettare tutto ciò anni fa, ma rinviare ancora vorrebbe dire pagare un conto ancora più salato.

In Italia è ancora diffusa la convinzione da parte dei leader di entrambi i poli che per conquistare nuovi consensi, e allargare la propria coalizione, servano alleanze con i piccoli partiti contigui piuttosto che cercarli politicamente nel paese, convincendo gli elettori della bontà della propria proposta di governo. L'assenza di un sistema elettorale veramente maggioritario e di una cultura bipartitica non aiuta, spingendo i partiti più grandi ad allearsi con i partiti minori anziché contendergli i voti. Il vantaggio del collegio uninominale, invece, sarebbe proprio quello di costringere le forze politiche maggiori a trovare candidati che possano intercettare il consenso dell'elettorato di mezzo, o addirittura avversario, allargando così la loro base elettorale politicamente, non "geograficamente", subendo i ricatti dei partiti centristi che mirano alla palude o di quelli estremisti, con i quali è impossibile governare.

Certo, tranquillizza Veltroni, nel futuro il patto con Rifondazione o con il nuovo soggetto a sinistra del Pd potrà proseguire, seppure su basi di maggiore chiarezza programmatica. Ma se si rivelasse impossibile... Infine, l'ultimo colpo a Prodi: «Le alleanze di governo si fanno e si disfano davanti agli elettori, prima del voto», ma «a regime la leadership del partito dovrà coincidere con la premiership o con la candidatura a premier».

Le «parole giuste», «contro la logica dell'Unione e del prodismo», ha riconosciuto stamattina anche Il Foglio. E' su «un programma di governo incisivamente riformatore» che va fondata la coalizione, e non il contrario, com'è accaduto, raccogliendo cioè «una coalizione per poi stilare un colossale e ambiguo documento programmatico di carattere elettorale», osserva il quotidiano di Ferrara, che conclude: «Pur nei limiti ovvii delle impostazioni generali e preliminari, quella proposta da Veltroni è giusta, coglie le contraddizioni vere, offre risposte chiare e impegnative. Si dirà che sono solo parole, ma sono le parole giuste e non vanno sottovalutate. L'averle scritte esplicitamente come premessa alla battaglia per la conquista della guida del partito, d'altra parte, ha un senso di sfida anche a se stesso, alle tentazioni di un atteggiamento più possibilista e transigente, nelle quali ora sarà più difficile e sarebbe rovinoso cadere».

E non le deve sottovalutare innanzitutto Berlusconi, al quale la possibilità di non poter usare contro il Pd l'argomento dell'Italia "in mano ai comunisti" dovrebbe suonare come campanello d'allarme.

Rutelli il passo in avanti di Veltroni lo aveva già compiuto giorni fa, parlando di «alleanze di nuovo conio», e oggi su Europa torna sull'argomento: «Gli alleati di oggi – che dureranno per la legislatura, secondo l'impegno preso con gli elettori – non è detto che lo siano a vita... Dipende dalla sinistra più radicale, se continuerà a isolarsi, a cercare una caratterizzazione su temi troppe volte conservatori e talvolta del tutto minoritari. Attenzione: non in minoranza tra i "moderati" o "la borghesia", come si diceva un tempo: minoritari nel popolo, nei ceti popolari... Negli anni a venire, l'alternativa al ritorno della destra non potrà che essere un centrosinistra di nuovo conio».

Nel frattempo, Veltroni fa muovere qualcosa anche su una questione cruciale: le tasse. Il liberal Ds Morando e Giaretta della Margherita stanno preparando la piattaforma del candidato alla guida del Pd sulla riduzione del debito e delle tasse, partendo da quella che hanno riconosciuto essere una buona idea tremontiana: alleggerire il patrimonio statale. Resta da capire, però, se ricorrendo alla Cassa Depositi e Prestiti (la nuova Iri progettata da Tremonti) e se tagliando la spesa pubblica.

Qualche boccata d'aria questi giorni di fine estate ce la stanno regalando.

Tuesday, July 31, 2007

Alleanze di nuovo conio

Il nuovo numero di LibMagazine è on line. Si tratta di una "Summer Edition". Un numero ricco prima della sospensione delle pubblicazioni per l'intero mese di agosto. In apertura l'importante contributo di Emanuele Ottolenghi sul Medio Oriente (in lingua inglese): "Arab freedom can be delayed, not denied".

Irriverente la letterina di Carlo Menegante: «Caro Direttore, il sito dei Radicali Italiani riportava la seguente nota: "La Bonino ha spiegato che renderà note domani le motivazione della sua discesa in campo: il ministro non vuol sentire parlare di ticket o di tandem e ha chiesto ai radicali di trovare una formula innovativa". Io la vedrei bene nel ruolo di badante».

Di seguito, invece, il mio articolo:

Veltroni e RutelliFrancesco Rutelli, sulle pagine del Corriere della Sera, si chiede se la sinistra massimalista voglia «concorrere a governare il Paese», oppure preferisca «sventolare le sue bandiere». La domanda è mal posta, perché i massimalisti hanno già risposto: vogliono concorrere a governare, ovviamente, ma deviando l'azione di governo nel loro solco ideologico. A questo punto spetta ai cosiddetti "riformisti", ai promotori del Partito democratico, dare una risposta e agire di conseguenza: quale modello di società hanno in mente per il futuro del nostro Paese? E' il medesimo al quale si rifanno i massimalisti? Le divergenze riguardano solo il gradualismo, i tempi e i modi di realizzazione, oppure la meta, e quindi la direzione di marcia, sono diverse, alternative incompatibili?

Consapevole che «la rendita anti-Berlusconi è finita», Rutelli avverte che il Pd «non può essere una sorta di "piccola Unione", né un campionario delle culture "ex"» (Dc e Pci). E «che facciamo a fare il Partito democratico», si chiede, se dovrà subire i «ricatti delle minoranze»? Il vicepremier parla quindi di «alleanze di nuovo conio»: alleati e alleanze d'ora in poi «li scegliamo noi». Rutelli sembra intenzionato a voler mettere finalmente in discussione il tabù del patto politico-elettorale con l'estrema sinistra (Rifondazione, Pdci, forse Verdi), delineando la prospettiva di un Partito democratico che si presenti davanti agli elettori come forza capace di assumere autonomamente le responsabilità del governo.

Chissà cosa ne pensa Walter Veltroni, che lo stesso Rutelli appoggia come candidato leader del Pd. Nel suo discorso di candidatura il sindaco di Roma aveva attribuito al nascente partito «un'ambizione, al tempo stesso, non autosufficiente ma maggioritaria». Non autosufficiente e maggioritario, all'interno del centrosinistra, è già l'Ulivo e ne sperimentiamo giorno dopo giorno i disastrosi risultati.

Su LibMagazine lo avevamo scritto (3 luglio 2007): a due condizioni il Partito democratico può rappresentare davvero una novità nel sistema politico italiano. Innanzitutto, serve una legge elettorale che assecondi la naturale «vocazione maggioritaria» del Pd. Tuttavia, né la candidatura di Veltroni, con la sua «democrazia che decide», né il rutelliano "manifesto dei coraggiosi", né i buoni propositi, e gli echi blairiani, al di là di concretezze e vaghezze programmatiche, saranno credibili se nessuno annuncerà l'essenziale, quella "rottura" senza la quale non ci può essere vero Partito democratico: che non farà alleanze elettorali con la sinistra comunista e massimalista. Che fine faranno le migliori, più moderne e liberali idee per il Paese – che pure stentano, se non latitano – se ai propri peggiori "alleati" e ai sindacati si concederà di nuovo di esercitare un potere di veto sull'azione di governo? Si tratterebbe della riesumazione, con diverso nome, dell'Ulivo, con tutti i suoi problemi di ingovernabilità.

Il Partito democratico, ha osservato Stefano Folli, «ha bisogno di presentarsi all'opinione pubblica libero da ipoteche». Data per scontata in ossequio al mito dell'unità della sinistra, l'alleanza con le forze comuniste e massimaliste non solo svolge una funzione di blocco conservatore, ma fornisce anche un comodo alibi ai riformisti, che dietro le intransigenze degli alleati nascondono all'opinione pubblica anche le proprie inadeguatezze e la loro cronica incapacità di decidere.

Un partito «disposto ad attraversare il deserto», come l'ha definito Bersani, è un partito disposto a perdere le elezioni e a stare all'opposizione pur di presentare agli elettori un progetto di governo credibile, non alterato dalle tinte ideologiche della sinistra comunista.

L'idea di una politica «ad alta velocità» al posto di una politica che non decide è alla base del network Decidere.net, nato su iniziativa di Daniele Capezzone e altri promotori per sollecitare la politica a decidere su alcune riforme che vanno nella direzione della società della scelta, del superamento dell'obsoleto, anacronistico spartiacque ideologico tra destra e sinistra, di una maggiore equità nell'unico modo in cui oggi essa è realizzabile: con maggiore libertà.

Credendo nel bipolarismo, i promotori di Decidere.net sceglieranno da che parte stare, ma lo faranno sulla base delle risposte che riceveranno dal centrodestra e dal centrosinistra sui 13 "cantieri" che hanno aperto. Immaginata da Rutelli con il riferimento ad «alleanze di nuovo conio», la "rottura" strategica del Pd con i partiti comunisti e massimalisti, in quanto condizione necessaria per una sinistra di governo capace di "decidere", sarebbe anche il presupposto per un eventuale "contratto" del network Decidere.net con essa.

Quelle proposte da Decidere.net sono riforme radicali, perché puntano a una profonda trasformazione; ma moderate, perché praticabili e ragionevoli. Per esempio, portare gradualmente l'età pensionabile a 65 anni per uomini e donne, e con le risorse risparmiate realizzare una vera rete di ammortizzatori sociali, sostituendo i miseri strumenti esistenti (che tutelano 17 lavoratori licenziati su 100) con un ammortizzatore universale di un anno secondo la logica del welfare-to-work; abolire il sostituto d'imposta per i lavoratori dipendenti; superare gli ordini professionali, per rendere più aperto l'accesso alle professioni; ridurre il tragico deficit di meritocrazia, vissuto oggi sulla propria pelle da coloro che fanno tutti i giorni il proprio dovere, ma non hanno una rete di relazioni che li sostiene e li protegge (dal lavoratore flessibile che produce dieci volte il nullafacente inamovibile, agli studenti che pagano per un'istruzione scadente mentre i figli dei ricchi vengono spediti negli Stati Uniti o sistemati nelle aziende di famiglia).

Si tratta di riforme che rispondono a grandi questioni sociali, che investono milioni di persone, da affrontare nell'unico modo possibile per una sinistra moderna e liberale: convincendosi sinceramente che il capitalismo non è un male necessario da sopportare e da correggere, ma una forza positiva senza la quale non sono realizzabili benessere e giustizia sociale; colpendo la società corporativa e di casta a vantaggio della mobilità sociale; guardando ai veri deboli della nostra società, quelli che pagano i costi di mantenimento dei privilegiati, protetti da partiti e sindacati che frustrano il merito, deprimono l'impresa, bloccano l'accesso al lavoro più qualificato e professionale; rivolgendosi al ceto produttivo, fatto di imprenditori e lavoratori, per liberarlo dalle catene dei burocrati e dei parassiti, e agli outsider, gli esclusi e i non garantiti, per farli rientrare in gioco, con merito e responsabilità.

Se a determinare le differenze sociali, il successo o l'insuccesso dei singoli e delle imprese, non è il merito – il più democratico, il più liberale, e il più rispettoso dell'individuo tra i fattori di disuguaglianza, posto che la disuguaglianza è un dato ineliminabile nelle società umane – saranno in modo più odioso il censo, le clientele, le amicizie politiche, i privilegi corporativi. I mercati hanno bisogno di concorrenza e di regole che li facciano funzionare secondo le dinamiche del profitto; hanno bisogno di espandersi, di liberalizzazioni del mercato del lavoro, le cui bardature corporative e stataliste sono d'ostacolo alla causa dell'equità.

In un'epoca di consapevolezza e di aspirazioni di libertà individuali sempre maggiori, e di competizione globale, occorre investire nelle persone per "aiutarle ad aiutarsi da sé". Gli obiettivi di crescita economica, mobilità sociale, e servizi di qualità, richiedono il concetto blairiano dell'"Enabling State". Lo Stato che abilita, accresce le facoltà e le opportunità degli individui secondo l'inscindibile binomio libertà/responsabilità e rende i cittadini capaci di scegliere e decidere in proprio, senza padrini né tutori. "Possiamo creare delle opportunità, ma non possiamo gestire le vite o gli affari delle persone", è la chiave con cui Tony Blair ha aperto alla sinistra le porte del XXI secolo.

Riconoscere il valore sociale della responsabilità individuale e della ricerca del successo personale come migliori strumenti del successo collettivo della nazione, e rispondere alle esigenze dei ceti medi e produttivi, a quel centro pragmatico dell'elettorato per il quale non importa definire se una politica sia "di destra" o "di sinistra", basta che funzioni, che generi benessere e dinamismo, sono due delle lezioni più importanti del blairismo, sulle quali Decidere.net, con i suoi 13 "cantieri" aperti, invita Rutelli, i "coraggiosi", e quanti nel Pd sono alla ricerca di «alleanze di nuovo conio», a riflettere.

Tuesday, July 03, 2007

Niente Partito democratico senza "rotture"

Su LibMagazine di questa settimana:

Niente Partito democratico senza "rotture". Bersani e Letta che si fanno avanti con suggestive parole d'ordine; Mario Monti che chiede due svolte: un «limitato consenso con l'opposizione su poche riforme essenziali» e il superamento della «concertazione»; il discorso di Veltroni al Lingotto di Torino: qualcosa di buono, echi blairiani, la denuncia di un modo di essere conservatore della sinistra che va superato. Ma al di là di concretezze e vaghezze, nessuno annuncia l'essenziale, quella "rottura" senza la quale non ci può essere vero Partito democratico: che non farà alleanze elettorali con la sinistra comunista e massimalista.

Contro le tasse: interessante recensione del libro di Oscar Giannino.

Luigi Castaldi questa settimana va giù duro: ha calcolato gli interventi (due) di Pannella al Comitato, la mezza dozzina di telefonate in diretta e la consueta conversazione domenicale – «il tutto replicato da un minimo di due a un massimo di quattro volte, per almeno un quarto delle 72 ore di programmazione dalle 15.00 di venerdì alle 15.00 di lunedì». Sul suo «taccuino» ha annotato il turpiloquio del leader radicale: "stronzo", "cazzo", "merda" e "vaffanculo"; altri insulti «laterali alla sfera gastroenterica e a quella urogenitale»; «allusioni, alcune grevi, altre vaporose, fin'anche evanescenti come innocue scoreggine»; due o tre "cretino!"; accuse varie di «fascismo strisciante, criptogesuitismo, alto tradimento, complicità al regime, truffa aggravata».

Tutto questo «contro una persona sola – il nostro direttore politico, il direttore politico di LibMagazine – lasciato infine trafitto da un'accusa tremenda, forse la più grave di tutte: "Daniele Capezzone fa il vittimista". Insuperabile Pannella! Parte, si gasa, va in orbita e tanto accelera che si tampona da solo. Chi è quel tizio sotto una tonnellata di insulti, minacce e parolacce? Un "vittimista". Marco, giusto per esprimerci col tuo lessico: ma va' a cagare, va'!»

In nome di Blair: l'influenza dell'eredità politica dell'ex premier britannico sul superamento delle tradizionali linee di demarcazione della politica destra/sinistra.

Tuesday, June 26, 2007

Capezzone-Ichino sui mali della pubblica amministrazione

Mercoledì 27 giugno, a partire dalle ore 21, a Milano, presso la Casa della Cultura (Via Borgogna 3, MM1 San Babila), si terrà l'incontro sul tema "Alle radici della paralisi della amministrazione pubblica (e come uscirne)". L'evento vede tra i promotori, oltre a LibMagazine, l'Associazione Radicale Enzo Tortora - Radicali Milano, LiberalCafè, Non dimenticare il futuro, Questa non è una pipa.

Interverranno Daniele Capezzone, presidente della Commissione Attività produttive della Camera (Rosa nel Pugno) e il professor Pietro Ichino, ordinario di Diritto del lavoro presso l'Università degli Studi di Milano ed editorialista del Corriere della Sera.

Il professor Ichino è animatore di una campagna contro i "fannulloni" nella pubblica amministrazione e volta a introdurre elementi di meritocrazia e criteri di valutazione dell'efficienza nella PA.

Né di destra, né di centro, né di sinistra

LibMagazineSono davvero molti i contributi degni di nota su questo nuovo numero di LibMagazine. Ne segnaleremo due. Da leggere tutto d'un fiato l'editoriale - un piccolo tesoro da investire - di Luigi Castaldi, che usa l'impegnativa formula del "noi" riuscendo a tracciare alla perfezione profilo, metodo e, direi, stato d'animo di questa impresa che è LibMagazine:

«Non è stato difficile, per noi di LibMagazine, definire il minimo comune multiplo di liberalismo che potesse unirci, sotto quel Lib- della testata...». E' il concetto di laicità. Però con «il senso meta-storico che il termine ha tratto dalla storia: laicità come estraneità dalla logica delle costruzioni ideologiche. Non solo anticlericalismo, dunque. (Be', sì, siamo anticlericali anche nel senso più ristretto del termine, ma non vorremmo che la laicità si esaurisse in quello. E dunque...) E dunque laicità come sinonimo di anticlericalismo (giacché clero e laico sono dicotomici in radice), ma chiarendo: contro ogni chiesa, cioè contro ogni costruzione ideologica.

Cioè: liberali contro ogni tipo di stato etico – fascista, comunista, cattolico... Liberali nel campo dell'economia e in quello dei diritti civili, nel campo della bioetica e in quello della politica estera... noi di LibMagazine pensiamo che non si possa essere libertari senza essere liberisti, o viceversa. Un libertario che storce il muso al liberismo non è un liberale: è un fricchettone un po' sfigato. Un liberista che storce il muso al matrimonio gay o alla liberalizzazione delle droghe non è un liberale: è un conservatore cui frizza il cuore a immaginare il dinamismo del mercato libero, immaginandone l'utile. Essere liberali – scriveva Mario Missiroli – è tremendamente arduo e penoso...»

Premesso questo, prosegue Castaldi, «di fronte al collasso delle strutture portanti di quelle categorie (sinistra, destra, centro) in cui si sono mosse le più potenti costruzioni ideologiche del XX secolo (comunismo, fascismo e magistero sociale della Chiesa di Roma), noi di LibMagazine troviamo indispensabile smarcarcene. Lo dirò per quanto mi riguarda, e nel modo che mi riguarda: i liberali non sono di sinistra, non sono di destra e non sono di centro. Possono trovarsi a sinistra, a destra o al centro, ma solo a volerceli vedere, cioè ad avere gli occhi che guardano ancora dall'interno di quelle costruzioni ideologiche. Questo – comprenderete – sarà importante dirlo per dipanare tutte, prima ancora di intrecciarle, quelle questioni di polemica politica che dovessero investirci. In qualche modo ci hanno già investito, con l'aver affidato a Daniele Capezzone la direzione politica di questa rivista on line. Il percorso politico di Daniele Capezzone ci è sembrato sostanzialmente coerente con quella laicità che ponevamo come minimo comune multiplo del nostro essere liberali, almeno sotto quel Lib- della testata.

«E sia chiara una cosa», conclude Castaldi: che «noi di LibMagazine non siamo settari e odiamo il settarismo. Come dire, intendiamo allargarci, cercheremo di non esaurirci nella testimonianza».

Segnaliamo, inoltre, la proposta di Francesco Nardi, che entra nel dibattito sull'«impiego migliore possibile del famigerato tesoretto», facendone una questione di responsabilità politica, quella «che da molti - specie a sinistra – è ridotta in confusione con la responsabilità penale dei politici, laddove - a noi pare -, a prescindere dalle perorazioni "di classe", un serio modo di intendere la politica dovrebbe far fronte ai debiti politici che un'azione legislativa – anche d'urgenza – costituisce nei confronti del Paese».

Si tratta di «quei debiti che si sono contratti sulla base di inefficienze politiche». Per esempio, quelle che hanno portato il Parlamento ad approvare l'indulto, contraendo così, giustamente, un debito «nei confronti dei principi di legalità e certezza della pena». Ebbene, si potrebbe usare l'extra-gettito per rinnovare l'intero sistema carcerario, in un sol colpo estinguendo quel debito politico, quindi occupandosi della sicurezza dei cittadini, e creando le condizioni per il rispetto dei diritti dei detenuti e per le finalità rieducative della pena.

I danni dei professionisti dell'europeismo

EuropeistiLe vestali dell'europeismo politicamente corretto si sono scandalizzate per l'esito deludente del vertice del Consiglio europeo di Bruxelles, dal quale faticosamente è uscito un accordo di basso profilo sul nuovo trattato dell'Unione. Emesse e ritirate patenti di europeismo; solenni discorsi di retorica europeista alternati a piagnistei e accuse. All'indice la Polonia dei fratelli Kaczynski. Ora che all'Eliseo c'è Sarkozy si scopre che i francesi sono protezionisti, mentre restano tra i "buoni" Italia, Spagna e Germania. Anche Blair finisce nella lista dei "cattivi". Non importa se grazie all'accoglimento delle sue richieste il premier britannico potrà evitare al trattato di dover passare per la stretta via referendaria, scongiurando quindi un'altra, probabile, sonora bocciatura, questa volta dagli inglesi.

Tra le cause dell'impasse c'è un equivoco di fondo sul concetto stesso e la funzione di una costituzione. Essa deve innanzitutto provvedere a regolare il funzionamento democratico delle istituzioni e a dichiarare i già noti diritti dei cittadini. Se invece, attraverso il trattato costituzionale, si pretende di far prevalere certe legislazioni del lavoro e protezioni sociali, un modello di politica economica, e persino una visione di politica estera, è inevitabile che non si trovi un accordo.

Si tratta degli ambiti della decisione politica ordinaria, non di un assetto che si vuole costituzionale. Tra l'altro, il rischio concreto è che su temi delicati come le garanzie dei cittadini, la giustizia, il modello economico e sociale, si perpetuino e, anzi, si diffondano, i mali del continente da cui giustamente i cittadini britannici, per esempio, intendono tutelarsi. Meglio una virtuosa competizione tra le varie legislazioni nazionali che un'omologazione alle politiche centraliste, dirigiste e protezioniste che ci stanno condannando al declino.

Alla base delle odierne difficoltà c'è anche un'analisi sbagliata della bocciatura, nel giugno del 2005, del nuovo trattato costituzionale da parte dei cittadini francesi e olandesi. All'indomani del voto i leader europei annunciarono «un periodo di riflessione». Per molti il tempo avrebbe dovuto sanare le ferite, "sbianchettando" gli esiti referendari, consentendo così alla macchina di ripartire esattamente dal punto in cui ci si era fermata, come se nulla fosse accaduto e se si potessero archiviare quei milioni di "no" senza prima aver posto sotto severo esame l'approccio "europeista" che aveva partorito la bozza costituzionale uscita sconfitta.

Da sole, l'estrema destra nazionalista e xenofoba e l'estrema sinistra anti-americana, anti-capitalista e anti-global, non sarebbero mai riuscite a bocciare la nuova costituzione europea. Quei "no" anti-liberali dei francesi a un'Europa che liberale non era – e che pur essendo statalista e protezionista, socialdemocratica e gollista, veniva accusata di non esserlo abbastanza – non avrebbero mai raggiunto il 55% dei voti, se non avesse pesato una terza forza non organizzata, che si finge di non vedere. Quella dei sinceri europeisti – liberali, democratici, federalisti – delusi da questa Europa, che non se la sono sentita di approvare un farraginoso trattato intergovernativo, una selva intricata di "nuovi diritti" e ipertrofia burocratica, massima espressione dell'establishment europeo e di una sorta di pensiero unico sull'Europa (il solo "politicamente corretto") che in totale dispregio del costituzionalismo liberale ha ridotto il sogno europeo a un incubo burocratico. La nuova costituzione, con i suoi 448 articoli, 441 in più di quelli necessari se guardiamo alla Costituzione Usa, poneva le basi per un nuovo assolutismo, soft e burocratico.

Non basta dire: "più Europa". Bisogna capire "quale Europa". E il dibattito su "quale Europa" è stato del tutto atrofizzato, negli anni, dalle oligarchie tecno-burocratiche di Bruxelles, dai professionisti di quell’europeismo politicamente corretto: gli ideologi dell’Europa intergovernativa e comunitaria. Per meglio demonizzare il dissenso verso il loro modello, si sono scelti gli avversari più comodi, alimentando gli istinti e le fobie di estrema destra ed estrema sinistra e "silenziando", invece, con arroganza e aridità ideale, quegli europeisti che con buone ragioni oppongono a questa Non-Europa una diversa e più attraente idea di Europa, democratica e federale: gli Stati Uniti d’Europa.

Ormai ci si muove nell'ottica del modello intergovernativo, divenuto ideologia ufficiale dell'europeismo. Per cui "più Europa" coincide con il rafforzamento di quel modello e i soli europeisti patentati sono coloro che lo sostengono. Gli stessi federalisti sono caduti nella trappola e si riducono ormai a considerare il rafforzamento del modello intergovernativo come un successo anche un loro, mentre in realtà proseguire su quella via allontana la prospettiva federale.

Il modello intergovernativo è parte del problema, ma nonostante le sconfitte i chierici dell'europeismo lo ritengono l'unica soluzione. E' strutturalmente inadeguato a far compiere all'Europa il salto di qualità verso l'unione politica. Se infatti, nel muovere i primi passi, all'Unione erano indispensabili le spinte dei governi e delle élite intellettuali, finanziarie e burocratiche, oggi l'unione politica non può che trovare la sua compiutezza e legittimità nei cittadini europei, tramite un assetto democratico e federalista.

Se la scelta è tra una versione debole e una forte di un potere intergovernativo da cui prende forma un Superstato visto come vincolo burocratico a cui strappare tutele e privilegi nazionali, allora è preferibile che rimanga debole. Finché non verrà superata la logica dell'UE come camera di compensazione degli interessi dei singoli stati membri, che è propria del modello intergovernativo, e non verranno invece individuati nei cittadini i soggetti di interessi e diritti cui la politica europea, nelle sue nuove istituzioni, democratiche e federali, dovrà rispondere, è più prudente che il Leviatano europeo non accresca troppo i suoi poteri.

Da LibMagazine

Tuesday, June 12, 2007

Nuovo numero di LibMagazine

La visita di Bush; il caso Visco e il Partito democratico sempre più vittima del logoramento del Governo Prodi; il ricordo di Enzo Tortora; gli ultimi sviluppi sul caso Welby; i «ballottandi» che bussano alle porte del monsignore. Questi alcuni dei temi trattati sul numero di questa settimana di LibMagazine, che ha già dovuto rispondere alla prima insinuazione.

Pare infatti, che nel corso dell'ultima direzione di Radicali italiani Valter Vecellio abbia affermato: «Tutto quello che ci viene annunciato da Il Foglio [Sabato 9/6 in un articolo pubblicato da Il Foglio si dava notizia, tra le altre cose, della direzione politica di LibMagazine affidata a Daniele Capezzone n.d.r.] suppongo che abbia dei costi e, siccome la minestra non è mai gratis, vorrei sapere chi paga, perché paga e come paga».

Quante cose vuole sapere Vecellio. Così la nota di LibMagazine: «L'associazione LibEdizioni, proprietaria di LibMagazine, appresa la notizia ed al semplice scopo di dissolvere eventuali dubbi dei lettori, precisa che al momento nessun finanziatore esterno ha disposto sostanze a sostegno delle sue iniziative».

Il che, indirettamente, vuol essere anche un invito a farsi avanti.

Con più cazzimma del «sillogismo» di Vecellio parla Malvino.

A proposito, da chi ho sentito pronunciare l'espressione «limaccioso»? Ah, già, ci sono: da Cofferati, nei confronti del libro di Marco Biagi, poco prima che venisse ucciso.

Tuesday, June 05, 2007

Bush, presidente dei dissidenti

Bush interviene alla conferenza su democrazia e sicurezza a PragaAlla vigilia del G8, Bush incalza Russia e Cina su democrazia e diritti umani

In Russia «le riforme... sono deragliate, con preoccupanti implicazioni per lo sviluppo della democrazia». Così, il presidente Bush ha criticato la presidenza Putin, intervenendo a una conferenza su libertà e democrazia, a Praga, alla presenza dell'ex dissidente Natan Sharansky e dell'ex presidente cecoslovacco Vaclav Havel, due protagonisti del crollo dell'Unione sovietica.

Aggiungere che per emergere le società libere hanno bisogno di «tempi diversi in diversi luoghi» e che «l'America può mantenere un rapporto di amicizia con un paese e cercare di spingerlo verso la democrazia allo stesso tempo» non risparmierà al presidente Usa l'ira di Putin.

Il discorso di Bush ha riguardato anche la Cina. Il presidente americano si è rammaricato del fatto che i leader cinesi «credano di poter continuare ad aprire l'economia della nazione senza aprire il suo sistema politico» e ha annunciato l'intenzione di incontrare, durante la stessa conferenza, il dissidente cinese Rebiyah Kadeer, il siriano Mamoun Homsi e dissidenti presenti di altre dittature (Bielorussia, Birmania, Cuba, Corea del Nord, Vietnam, Siria, Iran, Sudan e Zimbabwe).

Molti dissidenti, ha poi osservato, non hanno potuto prendere parte alla conferenza perché ingiustamente incarcerati dai loro governi. Bush ha chiesto la loro «liberazione immediata e senza condizioni» leggendone i nomi da un elenco: Alexander Kozulin (Bielorussia), Aung San Suu Kyi (Birmania), Oscar Elias Biscet (Cuba), Padre Nguyen Van Ly (Vietnam), Ayman Nour (Egitto). «Agli occhi dell'America, i dissidenti democratici di oggi sono i leader democratici di domani».

«Ho impegnato l'America per l'obiettivo ultimo della fine della tirannia nel nostro mondo. Qualcuno ha detto che ciò mi qualifica come un presidente dissidente. Se stare dalla parte della libertà nel mondo mi rende un dissidente, allora porterò questo titolo con orgoglio».

Bush è quindi tornato al cuore della sua dottrina di politica estera, che in realtà ha radici profonde nella storia politica americana. La guerra al terrorismo «è più che un conflitto militare. Come la Guerra Fredda, è una battaglia ideologica tra due visioni dell'umanità profondamente diverse... Le armi più potenti in questa battaglia contro l'estremismo non sono proiettili o bombe - ma l'appeal universale della libertà. La libertà è il disegno del nostro Creatore e il desiderio di ogni anima. La libertà è il miglior modo di sciogliere la creatività e il potenziale economico di una nazione. La libertà è il solo ordinamento di una società che conduce alla giustizia. E la libertà umana è la sola via per realizzare i diritti umani... Ma espandere la libertà non è solo un imperativo morale - è il solo modo realistico di proteggere i nostri popoli nel lungo periodo».

Dei temi del vertice G8 di domani in Germania e dell'«ombra lunga della Russia di Putin» tratta il mio contributo per il numero di questa settimana di LibMagazine:

Si è aperta una settimana che rimetterà al centro dell'attenzione la politica estera. Il G8 del 6 giugno a Heiligendamm, in Germania, è stato preceduto da due "trailer" indicativi della trama del film cui assisteremo nei prossimi mesi: le due interviste che il presidente americano George W. Bush e quello russo Vladimir Putin hanno concesso alla stampa internazionale per presentare la loro agenda. Molti dei ruoli dei protagonisti li troveremo cambiati rispetto al modo in cui eravamo abituati a vederli, e scottanti, ad alta tensione, si preannunciano alcune scene.

Il presidente Bush troverà in Europa un ambiente meno ostile. Al posto di Schroeder e di Chirac alla guida di Germania e Francia siedono Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. Tony Blair è al suo ultimo G8, ma chi gli succederà a Downing Street manterrà Londra al primo posto tra le capitali europee "amiche" degli Stati Uniti. Il presidente americano giunge con le migliori intenzioni nei confronti degli alleati europei
.

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LibMagazine, nessuno lo fa meglio

LibMagazineCome annunciato, LibMagazine festeggia un anno circa dalla sua nascita rinnovandosi nella grafica e nella redazione.

Ma veniamo subito alle novità. Innanzitutto, la collaborazione di Daniele Capezzone, che della rivista diviene direttore politico ed esordisce con un intervento dall'emblematico titolo "Atene piange, Sparta non ride". Della redazione fanno parte anche due big come Emanuele Ottolenghi, storico ed editorialista, direttore del Transatlantic Institute di Bruxelles, e Luigi Castaldi, autore di Malvino, che curerà una rubrica settimanale: Unicuique suum.

Da oggi LibMagazine uscirà con cadenza settimanale (ogni martedì) anziché bisettimanale e presto diventerà una testata registrata. I ruoli essenziali sono stati già definiti: direttore è il fondatore, Francesco Nardi. Come direttore responsabile Roberta Marilli. Il sottoscritto sarà vice direttore insieme a Enrico Gagliardi, e Michele Fronterrè il caporedattore.

Naturalmente auguri a tutta la squadra e un caloroso invito a tutti i lettori: cliccate, leggete, linkateci, avanzate proposte, critiche e temi di discussione.

A LibMagazine quindi una dedica musicale, che speriamo sia di buon augurio.

"Nobody Does It Better", di Carly Simon, in una versione live dei Radiohead.