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Wednesday, July 31, 2013

L'atto di accusa di De Gregori alla sinistra come l'abbiamo conosciuta

Sono numerosi i passaggi dell'intervista a De Gregori oggi sul Corriere che andrebbero scolpiti sul portone di ogni sede del Pd e tatuati sulla fronte di ogni dirigente e militante. Vale quindi la pena riportarne alcuni, però quel «tassatemi quanto volete, ma non pretendete di rappresentarmi», proprio all'inizio dell'intervista, può permetterselo solo qualcuno che vive di rendita.

Per il resto, quello di De Gregori non è un atto di accusa solo alla sinistra, al Pd, ai suoi dirigenti e a qualche "tipo" umano della "base", ma anche (forse soprattutto) al partito "Repubblica-Espresso", al partito delle procure, ai "Santorini" e ai "Travaglini".

La sinistra
«È un arco cangiante che va dall'idolatria per le piste ciclabili a un sindacalismo vecchio stampo, novecentesco, a tratti incompatibile con la modernità. Che agita in continuazione i feticci del "politicamente corretto", una moda americana di trent'anni fa, e della "Costituzione più bella del mondo". Che si commuove per lo slow food e poi magari, "en passant", strizza l'occhio ai No Tav per provare a fare scouting con i grillini».

«Sono stufo del fatto che, appena si cerca un accordo su una riforma, subito da sinistra si gridi all'"inciucio", al tradimento. Basta con queste sciocchezze. Basta con l'ansia di non avere nemici a sinistra».

«Viene il momento in cui la realtà cambia le cose, bisogna distaccarsi da alcune vecchie certezze, lasciare la ciambella di salvataggio ed essere liberi di nuotare, non abbandonando per questo la tua terra d'origine. Non ce la faccio più a sentir recitare la solita solfa "Dì qualcosa di sinistra". Era la bellissima battuta di un vecchio film, non può diventare l'unica bandiera delle anime belle di oggi. Proviamo piuttosto a dire qualcosa di sensato, di importante, di nuovo. Magari scopriremo che è anche di sinistra».
L'antiberlusconismo
«Ho seguito con crescente fastidio e disinteresse l'accanimento sulla sua vita privata. Forse potevamo farci qualche domanda in meno su Noemi e qualcuna di più sull'Ilva di Taranto? Pensare di eliminare Berlusconi per via giudiziaria credo sia stato il più grande errore di questa sinistra. Meglio sarebbe stato elaborare un progetto credibile di riforma della società e competere con lui su temi concreti, invece di gingillarsi a chiamarlo Caimano e coltivare l'ossessione di vederlo in galera. Non condivido nulla dell'etica e dell'estetica berlusconiana, ma mi irrita sentir parlare di "regime berlusconiano": è una falsa rappresentazione, oltre che una mancanza di rispetto per gli oppositori di Castro o di Putin che stanno in carcere».

«Sono stato berlusconiano solo per trenta secondi in vita mia: quando ho visto i sorrisi di scherno di Merkel e Sarkozy».
Grillo
«Questa idea della Rete come palingenesi e istituzione iperdemocratica mi ricorda i romanzi di Urania».
I due Papi
«Papa Francesco, la più bella notizia degli ultimi anni. Ma mi piaceva anche Ratzinger. Intellettuale di altissimo livello, all'apparenza nemico del mondo moderno e in realtà avanzatissimo, grande teologo e per questo forse distante dalla gente. Magari i fedeli in piazza San Pietro non lo capivano. Ma il suo discorso di Ratisbona fu un discorso importante».
Viva l'Italia
«"L'Italia che resiste", ad esempio; e solo le anime semplici potevano pensare che c'entrasse qualcosa con lo slogan giustizialista "resistere resistere resistere"».

Monday, February 11, 2013

Ratzinger secolarizza il Soglio di Pietro

Papa Benedetto XVI si dimette. Pare fossero 6 secoli che non accadeva che un Papa si dimettesse, anche se nessun precedente - dicono - è paragonabile a questo, per contesto e motivazioni. Una decisione che va accolta con profondo rispetto, come un atto di umiltà e responsabilità. Bando alle dietrologie e ai complottoni alla Dan Brown, il fatto che le dimissioni del Papa siano contemplate dal codice non risolve tutte le questioni che si aprono. Il precedente è di grande rilievo, di portata storica per la Chiesa e le sue conseguenze non sono scontate.
«Le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte...
(...)
Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell'anima, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato».
Queste le motivazioni, così umane, e nelle quali si percepisce un bel po' di razionalismo e di efficientismo tedesco. Qualcuno, infatti, e sembra esserne consapevole lo stesso Pontefice dimissionario, potrebbe obiettare che essere Papa va oltre l'efficiente amministrazione di un "ufficio"... è anche pregare, soffrire, esercitare un'autorità morale, esporre il proprio corpo come valore simbolico. Il cardinale Dziwisz, segretario personale di Giovanni Paolo II, ha ricordato che «dalla croce non si scende», così come un malato non si può liberare di una malattia incurabile e, appunto, Cristo non è sceso dalla croce. E' anche molto verosimile che proprio aver vissuto da vicino gli ultimi giorni del Pontificato di Wojtyla può aver convinto Benedetto XVI a evitare di ripetere quell'esperienza, per il bene della Chiesa. E chissà che la consapevolezza di un certo isolamento politico, e umano, rispetto al suo predecessore non abbia contribuito.

Di sicuro da qualche decennio il lavoro del Papa è divenuto fisicamente e psicologicamente più gravoso, più logorante di quanto lo sia mai stato nella storia. Basti pensare ai viaggi e ai mezzi di comunicazione, ma anche alla varietà delle competenze necessarie per lo svolgimento degli affari correnti e ai ritmi di lavoro richiesti.

In ogni caso, la sensazione è che queste dimissioni avvicinino la figura del Papa a quella di un qualsiasi capo di Stato secolare. E sembra uno strano scherzo del destino che un Papa che si è battuto così strenuamente contro il relativismo, con il suo ultimo atto contribuisca in qualche modo a relativizzare la sua stessa carica, a "secolarizzare" il soglio di Pietro.

Questa decisione, infatti, marca un'implicita distinzione tra il ruolo di Pontefice e la persona che lo ricopre, a questo punto "pro tempore", riproponendo in una certa misura la questione dell'infallibilità. Talmente umano da dimettersi, per il venir meno delle sue forze, un Papa è anche così umano da sbagliare?

Le questioni che si aprono, al di là di codici e dottrina, non sono di poco conto. E' molto probabile che il Papa dimissionario eviterà di pronunciare discorsi o pubblicare libri, per non interferire con il nuovo, ma se in futuro un altro Papa dimissionario ritenesse di farlo? E che succede se un nuovo Papa e quello dimissionario appaiono in contraddizione? Si corre il rischio di un certo smarrimento tra i fedeli? Un atto terreno come le dimissioni basta a "sciogliere" un'investitura in cui c'è qualcosa di "divino"? Lo Spirito Santo interviene nella scelta di dimettersi così come nell'elezione?

E d'ora in poi, proprio perché i tempi moderni richiederanno un lavoro sempre più logorante, le dimissioni dei Papi saranno la regola? E cosa succederà, invece, se un Papa pur venendo meno le sue forze, come Wojtyla, vorrà proseguire? Ci saranno polemiche, pressioni, insistenti richieste di dimissioni per il "bene della Chiesa", richiami al "senso di responsabilità" e agli illustri precedenti? E il fattore età giocherà un ruolo sempre più decisivo nella scelta dei cardinali in conclave?

Tutte questioni delicate che - prevedo - resteranno apertissime per molto tempo.

Friday, June 10, 2011

Laici, dove siete?

Strano: questa volta non mi risulta che qualcuno abbia denunciato "ingerenze" da parte della Chiesa nella campagna referendaria. Eppure, la mobilitazione delle gerarchie ecclesiastiche a tutti i livelli, non solo delle singole diocesi, è senza precedenti, persino maggiore di quella in difesa della legge 40 nel 2005. Ogni giorno una dichiarazione, si sono espressi preti, vescovi di importanti province, cardinali, i parroci non si contano, bandiere sugli altari. Persino il Papa in persona. Eppure, dove sono finiti i laici "indignados" che nel 2005 chiedevano persino l'arresto dei preti?

A fare campagna non è solo il folcloristico padre Zanotelli, o lo sconosciuto De Capitani, parroco a Monte di Rovagnate, in provincia di Lecco, secondo cui addirittura «chi decide che l'acqua sia messa sul mercato, non è un cristiano, è un indegno, va buttato fuori dalla Chiesa». Come nel 2005 le parrocchie sono invase di volantini, ma contrariamente al 2005 la Cei ha invitato ad andare a votare, così come Avvenire e L'Osservatore Romano (organo del Vaticano). Si sono espressi esplicitamente monsignor Crociata, segretario generale della Cei; i vescovi di Reggio Emilia, Chieti, Locri, Nola e diversi altri; il cardinale vicario della diocesi del Papa, Agostino Vallini; oggi il cardinale Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, quindi un ministro dello Stato Città del Vaticano, formalmente uno Stato estero. Ma chissà perché i sedicenti "laici" non si scandalizzano più... ma potete ancora guardarvi allo specchio senza sputarvi in faccia?

Wednesday, April 14, 2010

La Chiesa non può ignorare la giustizia degli uomini

Avranno imparato la lezione?

Il bubbone pedofilia, che da anni si stava gonfiando, è finalmente scoppiato e la Chiesa corre ai giusti ripari, segno che al di là di smentite e difese d'ufficio, sa bene d'avere torto e di aver sbagliato, e che non si tratta di un oscuro complotto mediatico anti-cattolico organizzato dai massoni, come tenta di far credere ai suoi fedeli. Meglio tardi che mai, si direbbe. Tra incredibili gaffe e errori comunicativi praticamente ogni giorno (il parallelo con la Shoah e l'equiparazione omosessuale-pedofilo), arriva infatti, sull'onda e per effetto degli scandali, e nel panico totale di una gerarchia che sembra non sapere più che pesci pigliare, la nuova direttiva: nei casi di abusi sessuali su minori da parte dei preti "si deve sempre seguire la legge civile per quanto riguarda la denuncia dei crimini alle appropriate autorità".

E' quanto recita la "guida" della Congregazione per la dottrina della Fede pubblicata sul sito della Santa Sede. Nei casi più gravi e accertati, continua il documento, il Papa potrà direttamente ridurre il colpevole allo stato laicale, senza passare per un processo canonico. Per la prima volta si fa riferimento esplicito alla denuncia alle autorità civili, quando fino ad oggi le direttive suggerivano (neanche troppo velatamente) - se non intimavano fino alla scomunica - il silenzio e la discrezione.

Anche nei confronti della Chiesa, come ricorda oggi Ostellino, va applicata «la distinzione kantiana, e liberale, fra peccato e reato». Ma la Chiesa non si è limitata a condannare il peccato e a perdonare il peccatore pentito. Distinguere non significa nascondere, insabbiare.

Con la nuova direttiva - di tutta evidenza non "motu proprio" ma "obtorto collo" - la Chiesa mostra di aver compreso che ciò che ha più scandalizzato, irritato, sconcertato l'opinione pubblica, anche cattolica, non è tanto l'enorme quantità di abusi sessuali di membri del clero sui minori, quanto piuttosto l'anacronistica e criminale pretesa della Chiesa cattolica di considerare la propria giurisdizione al di sopra di quella civile, sostitutiva rispetto ad essa, e quindi di sottrarre i suoi appartenenti alla legge, rivelando così la sua propensione a riprendersi piccoli spazi del suo perduto potere temporale. Mi spiego: se anche fosse stata severissima al suo interno con i preti che si sono macchiati di abusi, non avrebbe dovuto dar luogo a comportamenti reticenti e a coperture che sanno di favoreggiamento. Mi sembra di vederli lo sbigottimento e l'incredulità negli occhi del Papa e dei cardinali: crolla oggi una pretesa superiorità della loro giurisdizione in cui hanno davvero creduto. Non riescono proprio a capacitarsi delle bizzarre pretese della "giustizia degli uomini". Sarà un altro "peccato" di cui scusarsi tra qualche decennio.

All'attuale Papa non si può affatto riconoscere «il merito di aver fatto opera di trasparenza», come sostiene Ostellino, in quanto lui stesso uno dei maggiori responsabili, da capo della Congregazione per la dottrina della Fede per un ventennio, di quel sistema di "copertura" e insabbiamento del fenomeno degli abusi concepito e posto in essere dal Vaticano, qui a Roma. Se oggi si muove nella direzione opposta, distinguendo gli ambiti del diritto canonico da quelli del codice penale, si può legittimamente ritenere che agisca così perché vi è stato costretto dall'incalzare degli eventi e dal montare dello scandalo, e forse alla fine anche per convinzione - almeno speriamo - ma certo fuori tempo massimo.

Rischia giustamente, quindi a mio avviso, di «passare come il Papa che ha coperto la pedofilia dei sacerdoti». Semmai, a parziale attenuante, si può dire che la giusta critica nei confronti della Chiesa cattolica non si riduca alla demonizzazione dell'attuale Papa solo perché "antipatico", quando di tutta evidenza si tratta di un sistema e di una mentalità omertosa che coinvolge le gerarchie ecclesiastiche nel loro complesso, e che vede tra i responsabili anche i Papi precedenti. Insomma, non si può crocifiggere Ratzinger e salvare Wojtyla, solo perché più simpatico, sarei il primo a rifiutare questa logica.

Monday, April 20, 2009

Vergogna Vaticano

Non c'è niente da fare. Sotto Benedetto XVI tra Santa Sede e Israele (e mondo ebraico) proprio non c'è sintonia. Ieri, esprimendo tutto il suo appoggio alla conferenza dell'Onu sul razzismo, il Papa ha pronunciato parole ovvie e condivisibili contro ogni discriminazione razziale e intolleranza, ma è impensabile che Ratzinger stesso e i suoi uffici in Vaticano ignorassero le polemiche che circondano l'iniziativa di Durban I e II.

Stati Uniti, Italia, Germania, Israele, Australia, Canada, Olanda e Svezia boicotteranno l'appuntamento, perché la dichiarazione della conferenza, che dovrebbe essere contro il razzismo, paradossalmente trabocca di antisemitismo. Com'è noto infatti, la conferenza - così come il Consiglio dell'Onu sui diritti umani - è in mano alle dittature e ai paesi islamici, che la usano principalmente come pulpito da cui levare davanti all'opinione pubblica mondiale, sfruttando la credibilità dell'Onu (quella poca che gli è rimasta), la loro inappellabile sentenza di condanna nei confronti di Israele. Un'altra parte inaccettabile della dichiarazione è quella sulla cosiddetta «diffamazione religiosa», che i paesi islamici hanno introdotto per giustificare la censura e i limiti alla libertà d'espressione.

Il Vaticano avrebbe potuto partecipare alla conferenza mantenendo un basso profilo, come faranno tanti altri stati. Invece, non casualmente bisogna dedurre, Ratzinger ha voluto onorare la ben poco raccomandabile conferenza con una vera e propria benedizione urbi et orbi. Non dico che il Vaticano doveva boicottarla, ma almeno Ratzinger poteva fare a meno di "benedirla" così platealmente. Ma ormai ci ha abituati a queste gaffe. Evidentemente la Santa Sede non vuole perdere occasione per dimostrarsi più interessata a mantenere buoni rapporti con i paesi islamici piuttosto che con Israele e il mondo ebraico.

Friday, March 13, 2009

Un Papa ferito e tradito che dimentica Tocqueville

Oggi facciamo un po' di ingerenza, perché c'è questa lettera del Papa davvero notevole. Una lettera in cui in qualche modo ammette i suoi errori ma appare come un agnellino in mezzo a un branco di lupi («ci si morde e divora», nella Chiesa), situazione nella quale rivela tutta la sua angoscia, l'amarezza e lo sconforto.

«Una disavventura per me imprevedibile è stata il fatto che il caso Williamson si è sovrapposto alla remissione della scomunica». Il Papa riconosce che bastava consultare internet per chiarirsi le idee («seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l'internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema») e aggiunge «ne traggo la lezione che in futuro nella Santa sede dovremo prestar più attenzione a quella fonte di notizie». Non c'è motivo di non credere alla sua buona fede, sul caso Williamson, visto che anche il mondo ebraico sembra aver creduto alle sue spiegazioni.

Chissà, davvero in fondo questo Papa non è che un ingenuo agnellino in mezzo ai lupi. Di certo le contestazioni per la remissione della scomunica ai lefebvriani e per il caso Williamson devono essere state durissime per indurre il Pontefice ad aprire in questo modo il suo cuore. Non credo che nella Curia sia sempre rose e fiori. Anzi, forse il clima di scontro e veleni è più frequente di quanto possiamo immaginare. Ma proprio per questo ha più valore la lettera del Papa, il candore con il quale mette a nudo i suoi sentimenti, sebbene non si possa certo definirli arrendevoli.

Ma Ratzinger parla come colui che si sente tradito. Sembra essere conscio del fatto che il caso Williamson rivela «ferite risalenti al di là del momento»; che quei cattolici che hanno protestato «con un'ostilità pronta all'attacco» si muovono contro di lui animati da un rancore e una disapprovazione generale. Che sia in corso un lavoro di delegittimazione del Papa dall'interno della Chiesa? Può darsi, ma diciamo che il Papa riesce benissimo da sé a delegittimarsi.

Le ragioni della protesta sembra esserci tutte. Il punto è semplice: possibile che un pugno di integralisti sia per lui più importante di milioni di fedeli che si allontanano da una Chiesa rigida, che demonizza la cultura e gli stili di vita moderni, e sempre più incapace di comprensione?

E così torniamo alla missione in cui questo Papa crede di doversi impegnare, che dall'inizio del suo pontificato mi sembra essere quella di preservare intatta la purezza di una dottrina morale e sociale, costi quel che costi in termini di popolarità e di numeri. In un mondo che si allontana da Dio, Ratzinger non crede che compito della Chiesa sia quello di trovare Dio in quel mondo, ma di erigere una fortezza ben difesa dagli attacchi della modernità: meglio un manipolo di duri e puri che un gran numero di credenti dalla fede debole e squassata dai venti delle nuove dottrine. Dai pochi ma buoni si può ripartire per riconquistare il mondo, non da una massa di smidollati. In fondo, è un'ammissione di sconfitta, una ritirata tattica rancorosa che spiega in parte la virulenza degli attacchi e dell'ingerenza politica su quasi tutti i temi, quelli etici come quelli economico-sociali.

Piazza San Pietro ogni domenica appare sempre più vuota rispetto ai tempi di Papa Wojtyla. E non è solo questione di abilità comunicativa. Secondo alcuni calcoli negli ultimi due anni gli incontri pubblici del Papa hanno visto partecipare due milioni di fedeli in meno. Per il secondo anno consecutivo il Vaticano ha chiuso i suoi conti in rosso. Certo che il Papa, la Chiesa ufficiale, non devono piegare i loro valori ai gusti del pubblico del momento; ma neanche possono sottrarsi del tutto dal misurarsi con il sentire della gente comune, della Chiesa comunità.

Non è solo una crisi di immagine, è una crisi di messaggio. Papa Ratzinger sente il dovere di tracciare dei confini di appartenenza al "popolo di Dio" tanto più efficaci, per preservare la Chiesa e le sue verità, quanto più stretti e stringenti. Ma anche i fedeli più umili ormai stanno intuendo che dietro alcune prese di posizione soprendentemente nette, veri e propri anatemi al limite del cinismo, su temi controversi per le coscienze di tutti non c'è alcuna verità di fede o valore "irrinunciabile" da difendere, ma solo l'ostinata difesa di sovrastrutture culturali, se non di vere e proprie rendite di potere.

Se la totale chiusura nell'ambito della morale sessuale e familiare era la cifra anche del pontificato di Wojtyla, la vera differenza è che dai piani alti dei principi oggi si rasentano i bassifondi della politica. Il sempre più accentuato attivismo politico per vedere quei principi trasformati in obblighi e divieti dello stato cui tutti, anche i non credenti, sono chiamati a uniformarsi è fonte di discredito per la Chiesa e confusione tra gli stessi fedeli.

Soprattutto in Italia, Ratzinger rischia di dimenticare la lezione di Tocqueville: legando la propria autorevolezza alle leggi che regolano la convivenza civile, la Chiesa «sacrifica l'avvenire in vista del presente e, ottenendo un potere che non le spetta, mette a repentaglio il suo potere legittimo» sulle anime; «aumenta il suo potere su alcuni uomini, ma perde la speranza di regnare su tutti», di «aspirare all'universalità» e di poter «sfidare il tempo». Quando la religione «vuole appoggiarsi agli interessi mondani, essa diviene fragile come tutte le potenze terrene. Legata a poteri effimeri, segue la loro sorte e cade spesso insieme alle passioni passeggere che li sostengono».

«Una religione che si prende cura dell'anima degli uomini può conquistare i loro cuori, quella che urta le idee generalmente condivise e gli interessi permanenti nella massa si farà molti nemici». La Chiesa cattolica rischia così di dissipare il vantaggio che lo stesso Tocqueville gli ha attribuito nei confronti, per esempio, dell'Islam.
«In questi secoli le religioni devono mantenersi più discretamente nei loro limiti senza cercare di uscirne poiché volendo estendere il loro potere al di fuori del campo strettamente religioso, rischiano di non essere credute in alcun campo. (...) Maometto ha fatto discendere dal cielo e ha messo nel Corano non solo dottrine religiose, ma anche massime politiche, leggi civili e penali e teorie scientifiche. Il Vangelo, invece, parla solo dei rapporti generali degli uomini con Dio e fra loro. Al di fuori di questo non insegna nulla e non obbliga a credere nulla. Questo soltanto, fra mille ragioni, basta a mostrare che la prima di quelle due religioni non può dominare a lungo in tempi di civiltà e di democrazia, mentre la seconda è destinata a regnare anche in quei secoli come in tutti gli altri».
E' ancora così, o la seconda si avvia a commettere gli stessi errori della prima?

Tuesday, February 03, 2009

Neanche per i tedeschi il caso è chiuso

Oltre che per gli ebrei, anche per i tedeschi il caso non si è chiuso con le scuse dei lefebvriani (al Papa, non agli ebrei), e con le parole di Ratzinger, che pur condannando il negazionismo (e vorrei vedere) non spiegano come mai un vescovo negazionista sia stato riammesso nella Chiesa cattolica, e ai più alti livelli della gerarchia.

Evidentemente se lo deve essere chiesto anche il cancelliere tedesco, Angela Merkel, arrivando alla conclusione che i chiarimenti del Vaticano sono «insufficienti».
«Se una decisione del Vaticano fa emergere l'impressione che l'Olocausto possa essere negato, questa deve essere chiarita. Da parte del Vaticano e del Papa deve essere affermato molto chiaramente che non ci può essere alcuna negazione sull'argomento. Dal mio punto di vista questi chiarimenti non ci sono ancora stati in modo sufficiente».
Chissà se a Berlino, in qualche cassetto o su qualche scaffale, hanno qualche dossier su Ratzi...

Wednesday, January 28, 2009

Scuse che non chiudono il caso

Su Il Foglio di oggi:

Al direttore - Il Pontificato di Ratzinger è stato costellato di incidenti con il mondo ebraico e si è posto in totale continuità con la tradizionale posizione di ostilità della Chiesa nei confronti dello stato di Israele. E' sempre più difficile credere a «potenti gaffe curiali», all'«incompetenza di chi consiglia il Papa», a meno che non si ritenga il Papa non in grado di governare la sua Curia. Non si tratta di una scelta dottrinaria (il perdono dei lefebvriani), né delle opinioni personali di un fedele confuso, ma dell'ideologia negazionista di un vescovo. Non c'entra il suo essere lefebvriano. Sarebbe ugualmente grave se non lo fosse. Paragonando Gaza a un «campo di concentramento», il cardinale Martino ha allo stesso tempo banalizzato l'Olocausto, declassando la politica di sterminio nazista quasi al livello dell'effetto collaterale di un conflitto, e negato a Israele il diritto di difendersi. Come ha spiegato Battista, il negazionismo «non è un'opinione personale», una «disputa storiografica», ma l'ingrediente di un'ideologia ancora viva e minacciosa, in Medio Oriente ma anche, cosa ancor più grave, di nuovo in Europa. Se oggi, con la tolleranza del Papa, un vescovo cattolico e il presidente iraniano Ahmadinejad possono essere accomunati per il loro negazionismo, forse è ora di chiedersi se la Chiesa voglia assumere «una sua posizione politica di validità generale, se non universale... sui conflitti di civiltà a sfondo religioso che dilaniano il mondo». La difesa della civiltà occidentale (e dei suoi frutti, liberalismo compreso), che si fonda sulle radici giudaico-cristiane, implica un'alleanza solida con la parte giudaica di quelle radici. Per questo «con Israele e con gli ebrei la questione non si può risolvere sul filo delle acrobazie», come Lei stesso scriveva non molto tempo fa.

Ieri è venuto fuori che quel vescovo è un disgraziato di cui la stessa fraternità san Pio X si vergogna, chiedendo scusa al Papa. Mi fa piacere, anche per chi aveva tratto conclusioni affrettate.
Giuliano Ferrara

Ringrazio il direttore per la risposta, ma il «povero disgraziato» rimane pur sempre un vescovo e le scuse dei lefebvriani (al Papa, non agli ebrei), com'era prevedibile, non chiudono il caso. Anche perché i lefebvriani si limitano a riconoscere «l'inopportunità» delle tesi di Williamson e il Papa, che non perde occasione per pronunciarsi su tutto lo scibile, non ha comunque avvertito l'esigenza di pronunciarsi di persona, pur essendo il «povero disgraziato» - fino a prova contraria, visto la revoca della scomunica - comunque un suo vescovo.

UPDATE 11:00
A dimostrazione del fatto che il caso non è chiuso, il rabbinato d'Israele ha rotto indefinitamente i rapporti ufficiali con il Vaticano in seguito alla revoca della scomunica del vescovo negazionista, riferisce il Jerusalem Post. Cancellato un incontro in programma a Roma il 2-4 marzo con la Commissione della Santa Sede per i rapporti con gli ebrei. In una lettera indirizzata al presidente della Commissione, il cardinale Walter Casper, il direttore generale del rabbinato Oded Weiner scrive che «senza scuse pubbliche e una ritrattazione, sarà difficile continuare il dialogo».

Il rabbino David Rosen, direttore dell'American Jewish Committee's Department for Interreligious Affairs, spiega che il rabbinato si aspetta che intervenga personalmente il Papa, e che assuma iniziative «concrete» contro il vescovo Williamson.
«I don't think it is my place to tell the Church precisely what to do. But Williamson should be censured in some way or forced to retract his statements. Until that happens, we may be in contact with the Vatican on an individual level, but there will be no official meetings».
Il problema è proprio questo: sarà certamente un «povero disgraziato», ma Williamson è un vescovo a pieno titolo, grazie alla decisione di Ratzinger di revocare la scomunica nei suoi confronti. Al Papa non rimane che revocare la revoca.

Tuesday, January 27, 2009

Meglio quattro pecorelle nere che il popolo ebraico?

Ratzinger preferisce quattro pecorelle nere all'intero popolo ebraico. Recuperare quelle pecorelle smarrite - davvero poche, quasi insignificanti - del proprio pascolo, anche se ciò dovesse provocare anni, forse decenni, di incomprensioni e diffidenze tra mondo cattolico e mondo ebraico. E lo fa nel momento peggiore che potesse scegliere, alla vigilia della Giornata della Memoria. Mentre una delle pecorelle ripaga la misericordia del Pontefice manifestando tutto il loro odio negazionista («neppure un ebreo è stato ucciso nelle camere a gas»).

Ma a questo punto, se fino ad oggi il Pontificato di Ratzinger è stato costellato di incidenti con il mondo ebraico, e se finora si è posto in totale linea di continuità con la tradizionale posizione di ostilità della Chiesa nei confronti dello stato di Israele (come abbiamo visto con la pericolosa e ambigua equidistanza rispetto ai due contendenti nell'ultima guerra a Gaza), è lecito sospettare che non sia un caso. Quando il cardinale Martino ha paragonato Gaza a un «campo di concentramento» ha allo stesso tempo banalizzato l'Olocausto, declassando la politica di sterminio nazista quasi a livello degli effetti collaterali di un conflitto, e negato a Israele il diritto di difendersi, cioè di esistere. In breve, sono suonate negazioniste e nazistoidi anche le parole di Martino.

C'è, evidentemente, come minimo, a voler pensare in positivo, insensibilità, disinteresse a coltivare buoni rapporti con i «fratelli maggiori» e a migliorarli. Certo, la Cei e l'Osservatore Romano si dissociano dalle parole del vescovo lefebvriano, le condannano, ma resta un fatto: la Chiesa tollera qualcosa di intollerabile. E il Papa, per ora, non ha neanche ritenuto opportuno di intervenire di persona e pubblicamente per richiamare il vescovo.

Ma non si tratta di entrare nel merito di scelte dottrinarie, come il "perdono" dei lefebvriani, anche se non si possono prendere alla leggera le loro tendenze antisemite. Il problema è che non si tratta delle opinioni personali di un fedele confuso, ma dell'ideologia negazionista di un vescovo, un esponente tra i più alti in grado nella gerarchia ecclesiastica. E non c'entra il suo essere lefebvriano. Sarebbe stato ugualmente grave se non lo fosse stato. Il Papa deve decidere se un antisemita può essere vescovo; se, cioè, l'antisemitismo non solo abbia diritto di cittadinanza nella Chiesa, ma sia rappresentato ai suoi vertici massimi. Di questo si tratta.

Come ha in modo perfetto e lampante spiegato Pierluigi Battista, oggi sul Corriere, il negazionismo sulla Shoah «non è un'opinione personale», una «disputa storiografica» legata a una «controversa pagina della storia». Il negazionismo è uno tra gli elementi principali di un'ideologia purtroppo ancora esistente e minacciosa, soprattutto in Medio Oriente ma, cosa ancor più grave, anche, di nuovo, in Europa.
«Ricollocato e rivitalizzato negli schemi di una jihad globale che vuole ripulire il mondo dall'impurità ebraica, il negazionismo vecchio stampo riacquista un significato e un'eco sconosciuti nell'infetto recinto neonazista in cui era confinato».
Da questa triste storia dovrebbero trarre qualche conseguenza coloro che - in compagnia di Giuliano Ferrara - si sono illusi che la Chiesa cattolica intendesse prendere «una sua posizione politica di validità generale, se non universale... sui conflitti di civiltà a sfondo religioso che dilaniano il mondo». E la prendesse schierandosi a difesa della democrazia contro la tirannia fondamentalista, in nome di una civiltà occidentale dalle radici giudaico-cristiane. «Con Israele e con gli ebrei la questione non si può risolvere sul filo delle acrobazie, nemmeno di quelle pie concepite per il bene della causa superiore», scriveva non molto tempo fa lo stesso Ferrara.

Caro direttore, si può ancora spiegare questa incredibile serie di incidenti con «potenti gaffe curiali», con «l'incompetenza di chi consiglia il Papa»? Chi sta davvero distruggendo «la connessione tra ellenismo, giudaismo e cristianesimo», o quanto meno se ne sta rendendo complice per miopia politica e dottrinaria?

Se oggi, con la tolleranza del Papa, un vescovo cattolico e il presidente iraniano Ahmadinejad possono essere accomunati per il loro negazionismo, forse è ora che Ferrara riveda la sua lettura degli ultimi anni (o per lo meno eserciti il dubbio su di essa) di una Chiesa baluardo della civiltà occidentale, aperta e democratica, che si fonda sulle radici giudaico-cristiane. Della parte giudaica di quelle radici la Santa Sede sembra fottersene. Come scrivevo qualche giorno fa, la decisione non è stata ancora presa. La Chiesa cattolica non ha ancora deciso quale nemico combattere: se schierarsi in difesa della civiltà occidentale e di ciò che rappresenta (liberalismo e relativismo compresi) - il che implica stringere un'alleanza solida con la parte giudaica delle sue radici - e contro il fondamentalismo islamico e le sue tirannie; o se invece trovare forme di convivenza non conflittuali con quel fondamentalismo per combattere il liberalismo come degenerazione (e non prodotto) della nostra civiltà. Alcuni segnali fanno purtroppo temere che possa essere presa la decisione peggiore.

Monday, October 06, 2008

Il Papa non vedeva l'ora...

«Benedetto Croce aveva torto: se vogliamo vivere liberi e felici, non possiamo dirci cristiani». Oggettivista ci regala un post perfetto che mi risparmia quel paio di paragrafi che avrei voluto scrivere per commentare lo sciacallaggio di Ratzinger sulla crisi finanziaria.

Friday, June 06, 2008

L'accusa di ingerenza e i laici a intermittenza

E' ricapitato. Nessuno dei laici a intermittenza ha protestato contro l'ultima, in ordine di tempo, ingerenza vaticana. Autorevoli esponenti della Santa Sede - come il Mons. Marchetto ma anche lo stesso Pontefice - hanno inequivocabilmente espresso la propria contrarietà all'introduzione del reato di immigrazione clandestina, di cui il Parlamento dovrà discutere prossimamente. Tra l'altro, i retroscena politici hanno visto in queste prese di posizione uno dei motivi che avrebbero indotto il premier Berlusconi a fare una mezza, poi smentita, retromarcia.

Finché il Vaticano conserva la sua forma statuale, a nostro avviso è corretto parlare di ingerenza ogni volta che i suoi vertici non si limitano a promuovere la fede e i valori cattolici ma intervengono, esprimendo opinioni e/o esercitando pressioni, sui processi legislativi del Parlamento italiano. Sull'immigrazione clandestina abbiamo assistito allo stesso tipo di ingerenza, dai toni solo poco più rispettosi, compiuta dalle ministre spagnole che hanno accusato di xenofobia i provvedimenti del nostro governo.

La Chiesa può certamente parlare, rivolgersi alla politica, e quest'ultima può ascoltarne i suggerimenti, di fatto lo fa, ma sentirà sempre qualcuno accusarla di «ingerenza».

Noto però che per alcuni "laici" l'«ingerenza» scatta o meno a seconda del merito delle posizioni assunte dalla Chiesa, come ha osservato oggi anche Pierluigi Battista, sul Corriere della Sera: «Se la Chiesa dice la sua sul trattamento degli immigrati clandestini, o sull'amnistia, oppure sulla spedizione italiana in Iraq (su temi insomma sempre molto cari alla sinistra), è giusto fare attenzione, e se invece interviene sull'aborto, o sull'eutanasia, allora bisogna fermamente rintuzzare l'attacco allo Stato laico?».

Su questo Battista riconosce invece ai radicali una «coerenza» che però noi non abbiamo riscontrato. Non ci risulta che una Bonino o una Bernardini abbiano dichiarato qualcosa di simile a "siamo contrari al reato di immigrazione clandestina, ma la Chiesa si faccia gli affari suoi". Memorabile il Pannella che chiese al Parlamento di approvare l'amnistia anche per rendere omaggio al Papa Giovanni Paolo II, che l'aveva esplicitamente chiesta ai legislatori. La Bonino ha definito «patetico» Benedetto XVI per aver chiesto finanziamenti pubblici alle scuole cattoliche, ma non ci risulta abbia commentato in modo simile l'intervento di Mons. Marchetto sugli immigrati.

No, non regge, perché quando si parla di «ingerenza» della Chiesa negli affari dello Stato laico si sta innanzitutto facendo un discorso di metodo e non di merito. Per meglio dire, non ancora di merito. Di fatto la statualità del Vaticano imporrebbe ai membri del clero un limite nella loro libertà d'espressione sulle vicende politiche italiane. Detto in breve: dovrebbero limitarsi a parlare di valori e tacere di leggi.

Una volta che venisse superata la questione formale, che cioè il Vaticano non fosse più uno stato estero, allora si aprirebbe la questione di merito. I vertici della Chiesa potrebbero intervenire anche sulle leggi, persino candidarsi alle cariche politiche, senza sentirsi accusare di «ingerenza». A ciascuno resterebbe il diritto di opporsi alle posizioni della Chiesa, e di giudicare quali entrino in conflitto con la laicità dello Stato e quali no. Un ruolo pubblico già le è riconosciuto, e nessuno lo contesta, ma se la Chiesa vuole intervenire senza limiti nel dibattito politico, dovrebbe accettare che le sue posizioni vengano criticate anche aspramente, che alcune sue richieste vengano interpretate come un «battere cassa» e che qualcuno magari le chieda di aprire agli immigrati clandestini le porte di basiliche e conventi prima impartire lezioni di accoglienza.

Wednesday, May 28, 2008

Iran e Afghanistan, Frattini porta l'Italia nella giusta direzione

Abbiamo rimproverato al ministro Frattini la stessa distinzione del suo predecessore, D'Alema, tra Hezbollah partito politico e le sue milizie armate. Frattini non ha aderito formalmente, per l'incarico istituzionale che ricopre, all'appello lanciato dal Riformista in occasione dell'arrivo a Roma, per un vertice Fao, del presidente iraniano Ahmadinejad, ma ha espresso la sua «convinta condivisione politica» dei tre punti: no all'ingerenza iraniana negli affari interni degli stati del Vicino Oriente e al sostegno alle attività di gruppi armati; no al programma nucleare a fini bellici; ripudio di qualsiasi negazione della Shoah e del diritto all'esistenza dello Stato d'Israele. Tre punti che il senatore radicale Perduca ritiene «difficili» da sottoscrivere.

Una «condivisione» informale, ma «convinta» e «politica», che è comunque positivamente irrituale per un ministro degli Esteri. Non ricordiamo "adesioni" simili, oltre alla presa di posizione di Gianfranco Fini, anch'egli da ministro degli Esteri, sempre contro Ahmadinejad e in difesa di Israele, in occasione di una manifestazione promossa da Il Foglio.

Abbiamo criticato Frattini anche quando ha rivelato al Financial Times di non avere intenzione di incontrare il Dalai Lama per non irritare gli «amici cinesi», ma apprezziamo il fatto che abbia escluso qualsiasi incontro tra il premier Berlusconi e il presidente Ahmadinejad, che sarà a Roma dal 3 al 5 giugno per il vertice Fao. Una decisione nient'affatto scontata, vista l'insistenza con la quale gli iraniani stanno cercando di procurare ad Ahmadinejad una passerella romana ricca di photo opportunity in grado di restituire, anche sul fronte interno, l'immagine di un leader pienamente accettato in Occidente.

Proprio ora che l'Italia sta cercando di entrare a far parte del 5 + 1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'Onu + la Germania che intrattengono il dialogo con Teheran sul dossier nucleare), i rapporti con l'Iran entrano in una fase di delicatezza che avrebbe potuto suggerire alla nostra diplomazia di organizzare un cordiale e breve incontro tra i due presidenti, tanto per attenuare le tensioni con qualche sorriso. Non sarà così. La richiesta di un incontro con il presidente del Consiglio c'è stata, ma la Farnesina ha risposto negativamente. Escluso anche un incontro tra lo stesso Frattini e il ministro degli Esteri iraniano Mottaki, mentre rimangono da scongiurare una possibile stretta di mano tra Ahmadinejad e il presidente Napolitano e un incontro con Papa Ratzinger, che sarebbe davvero molto imbarazzante per il Pontefice.

Ci aspettiamo, come Emanuele Ottolenghi, che nemmeno il neoeletto sindaco di Roma apra le porte della città a un incontro ufficiale con Ahmadinejad e che magari prenda l'iniziativa di ribattezzare la strada dove si trova l'ambasciata iraniana con il nome di Nikou-Nesbati, un dissidente iraniano incarcerato.

Nel chiedere che l'Italia faccia parte del 5 + 1, Frattini ha speso confortanti parole di fermezza nei confronti delle ambizioni nucleari iraniane, schierandosi a favore di ulteriori sanzioni nonostante da Teheran in questi giorni siano giunti segnali di velata minaccia. «Ci aspettiamo scelte logiche dai paesi europei, e specialmente da amici come l'Italia», ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Mohammad Ali Hosseini, che già la settimana scorsa, registrando la svolta "rigorista" di Frattini, aveva raccomandato all'Italia di «non farsi influenzare da altri governi» e di assumere una posizione «più realistica» che non comprometta l'amicizia tra i due Paesi.

Ma Frattini non si è fatto intimidire, si sta muovendo bene sulla questione iraniana, mostrando che l'Italia vuole entrare nel gruppo dei 5 + 1 non in ragione di quanto sia in grado di blandire Teheran, ma assumendo una posizione di maggiore fermezza più in linea, in particolare, con le posizioni di Parigi, Londra e Washington.

Anche sull'altra delicatissima questione di politica estera, la missione in Afghanistan, il governo sta sensibilmente e progressivamente modificando la posizione dell'Italia. Rispondendo finalmente in modo positivo, nella sostanza, agli inviti reiterati dalla Nato, che ci ha subito riconosciuto di dare il «buon esempio», il governo italiano assicura maggiore «flessibilità geografica», caveat e regole di ingaggio più flessibili, in modo che i nostri soldati possano partecipare «temporaneamente» a operazioni militari nel sud dell'Afghanistan, in appoggio ad americani, britannici, canadesi e olandesi. Lo scopo dal punto di vista politico è «allineare l'Italia agli altri grandi partner della Nato», per non farsi scavalcare dalla Francia, che all'ultimo vertice dell'Alleanza ha promesso mille soldati in più, e svolgere un ruolo «al pari dei canadesi».

Tuesday, March 18, 2008

L'ipocrisia di Ue e Usa, che restano a guardare

Sono palpabili l'imbarazzo e l'incertezza nelle reazioni dei governi occidentali alla violenta repressione dell'esercito cinese in corso nel Tibet, che ha già provocato decine di morti. Non solo si ha la netta percezione di un deficit strategico, dell'assenza di una visione politica di fondo nei confronti della Cina – tranne, naturalmente, che per l'apertura dal punto di vista economico e commerciale – ma sembrano non avere neanche la minima idea del tipo di pressioni più efficaci da esercitare in questi giorni, per tentare di salvare la vita a migliaia di tibetani. Gli europei si limitano a esprimere «preoccupazione» e a chiedere «moderazione», escludono il boicottaggio delle Olimpiadi definendola una risposta «inadeguata», ma si guardano bene dall'indicare altre azioni politiche e diplomatiche da intraprendere nei confronti di Pechino. Non sanno cosa fare oltre a produrre comunicati.

La presidenza di turno slovena ha espresso «preoccupazione», chiesto «chiarimenti», esortato «tutte le parti alla moderazione» e a rinunciare alla violenza. In particolare, ha invitato le autorità cinesi a «rispondere alle dimostrazioni in accordo con i principi democratici internazionalmente riconosciuti». «L'Ue – si legge nella nota – sostiene fermamente la riconciliazione pacifica tra le autorità cinesi e il Dalai Lama» e «incoraggia entrambe le parti» a trovare una «soluzione accettabile a tutti che rispetti pienamente la cultura, la religione, l'identità tibetana».

Preoccupazione e moderazione anche nelle parole usate dalla Commissione Ue, che attraverso un portavoce esclude ogni ipotesi di boicottaggio delle Olimpiadi, perché non sarebbe una risposta «appropriata». Il problema dei diritti e della cultura dei tibetani «dovrà essere affrontato in un altro modo». Quale sia non è dato sapere. Anche il ministro degli Esteri D'Alema spiegava che la proposta di boicottare le Olimpiadi creerebbe solo «confusione», ma di iniziative più lineari e meno confuse non si vede nemmeno l'ombra, né da parte europea né italiana. I governi occidentali sanno benissimo solo cosa non possono permettersi di fare e minacciare.

Silenzio assordante da parte della Chiesa cattolica. Papa Ratzinger, nell'Angelus della Domenica delle Palme, ha del tutto ignorato i tragici eventi in Tibet, ritenendo forse più importante qualche ordinazione vescovile condivisa con Pechino. Evidentemente la vita e i diritti umani dei tibetani non ricadono tra i «valori non negoziabili» e la sola libertà religiosa che conta è quella dei cattolici.

E' stato detto che il Papa «non ha fonti dirette di informazione, non ha un nunzio o una comunità che viva lì da cui avere notizie e chiarimenti per eventuali appelli pubblici», ma è ridicolo. Autorevoli agenzie come Asianews e Misna documentano da giorni cosa sta accadendo in Tibet e il Papa dovrebbe fidarsi almeno dei suoi giornalisti.

Da parte americana si sottolinea che la Cina «deve rispettare la cultura tibetana, il carattere multi-etnico della sua società» e si ricorda che secondo il presidente Bush il governo cinese «deve dialogare con il Dalai Lama». Il segretario di Stato, Condoleezza Rice, ha rinnovato a Pechino la richiesta di coinvolgere l'autorità spirituale tibetana, preannunciando di voler affrontare la questione con il ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi. Proprio alla vigilia della repressione il Dipartimento di Stato toglieva la Cina dalla top ten dei peggiori violatori dei diritti umani. Un'apertura di credito mai così infelice e intempestiva.

Prevedibile, invece, il totale appoggio della Russia a Pechino, anche se sorprende l'asprezza dei toni usati. Mosca auspica che le autorità cinesi assumano «le misure necessarie per fermare le azioni illegali e garantire la normalizzazione» della situazione in quello che viene definito il «distretto autonomo» del Tibet e bolla come «inaccettabile» qualsiasi tentativo di politicizzare le Olimpiadi. Nel comunicato si ribadisce anche che per la Russia il Tibet è «parte inseparabile della Cina» e che «la soluzione dei rapporti con il Dalai Lama è un affare interno».

Mentre nel vicino Nepal, dove vivono oltre 20 mila tibetani, la polizia ha disperso violentemente, con cariche, bastoni, lacrimogeni e arresti, le manifestazioni pacifiche degli esuli, più complicata e di difficile definizione la posizione dell'altro gigante asiatico, l'India. Tradizionalmente ospitale con la diaspora, in funzione anti-cinese, da alcuni anni la maggiore interdipendenza con Pechino ha raffreddato l'iniziale simpatia nei confronti della causa tibetana. La polizia indiana ha arrestato, senza usare violenza, oltre cento manifestanti durante la marcia che da Dharamsala doveva raggiungere e varcare la frontiera con la Cina, penetrando in Tibet, proprio all'inizio dei Giochi olimpici. Le autorità indiane permettono agli esuli tibetani di svolgere manifestazioni ma non di lasciare il distretto di Kangra per intraprendere iniziative provocatorie nei confronti della Cina.

Sunday, March 16, 2008

Pechino sta vincendo la guerra delle immagini

Sembra che l'ultimatum minaccioso lanciato dalle autorità cinesi ai ribelli tibetani, di consegnarsi entro la mezzanotte di lunedì (le 17 in Italia), si spieghi con il fatto che alcune centinaia di monaci e studenti sono rimasti asserragliati in un quartiere centrale di Lhasa dopo gli scontri dei giorni scorsi. Truppe e mezzi blindati cinesi hanno circondato l'area e la capitale tibetana sembra deserta tranne che per i carri armati nelle strade del centro. Lo riferisce Marco Pannella a Radio Radicale, citando fonti locali. Nel frattempo, Emma Bonino ha contattato i principali governi europei per capire se sia possibile che la Nato punti i suoi satelliti su Lhasa per sapere in tempo reale cosa accade effettivamente. Pare però che solo gli americani siano in grado controllare con i satelliti ciò che accade a Lhasa.

Minacciare Pechino di divulgare le immagini satellitari della repressione, se davvero fosse tecnicamente possibile riprenderle, può costituire una convincente forma di pressione.

In effetti, ciò che distingue questa da altre recenti rivolte represse da regimi autoritari, come quella dei monaci buddisti birmani contro la giunta militare, è che la guerra delle immagini pare che la stia vincendo Pechino, che nonostante i molti e avanzati mezzi di comunicazione di oggi - internet e telefonini su tutti - sembra conservare abbastanza agevolmente il controllo mediatico della situazione, e saperlo usare a propri fini.

Nessuna scena degli scontri tra tibetani e forze di polizia cinesi è trapelata, né le reazioni di protesta all'estero hanno raggiunto l'opinione pubblica cinese. Bloccato l'accesso al sito YouTube.com, vietati i telefonini e staccate le linee telefoniche a Lhasa.

Le prime immagini delle violenze nella capitale tibetana sono quelle apparse sulla tv di Stato Cctv (fonte: Reuters). Brutali e selezionate con cura. Tibetani che assaltano, saccheggiano e incendiano negozi di proprietà dei cinesi han, qualche qualche pestaggio e scene di caccia all'uomo. Della degenerazione delle proteste in scontro etnico, a causa dell'esasperazione della popolazione tibetana per la decennale politica di cinesizzazione del Tibet e discriminazione, abbiamo già parlato.

L'intenzione di Pechino, mostrando solo le violenze dei tibetani e addossandone la responsabilità, con linguaggio stalinista, alla «cricca del Dalai Lama», è chiaramente quella di giustificare l'imminente e durissima azione repressiva. Scaduto l'ultimatum, infatti, sarà la volta non solo della rappresaglia nei confronti dei ribelli ancora asserragliati a Lhasa. Lo stesso minaccioso riferimento «a chiunque ospiti e nasconda i rivoltosi» prelude a un terrore più ampio e indiscriminato, d'altronde già sperimentato in passato: perquisizioni a tappeto, retate di massa, deportazioni, torture.

Mentre Papa Ratzinger, nell'Angelus della Domenica delle Palme, ha del tutto ignorato quanto sta accadendo in Tibet, evidentemente ritenendo più importante il flebile dialogo in corso con Pechino, questa mattina il Dalai Lama ha parlato lanciando due messaggi chiari. Primo: in Tibet è in atto «un genocidio culturale», ha denunciato invocando «un'inchiesta internazionale». I tibetani vivono in uno «stato di terrore», una «discriminazione sistematica», «nella propria terra sono trattati da cittadini di seconda classe». Secondo: è tornato a ripetere che «noi vogliamo autonomia, non separazione», riconoscendo così l'integrità della Cina e la sua sovranità sul Tibet. «Io voglio i Giochi, il popolo cinese deve sentirsi orgolioso. La Cina merita di ospitare le Olimpiadi», ha inoltre aggiunto bocciando l'ipotesi di un boicottaggio.

Il governo tibetano in esilio a Dharamsala, nel nord dell'India, conferma che «i morti sono almeno ottanta» e annuncia che i membri del Parlamento sarebbero intenzionati ad iniziare uno sciopero della fame. Intanto, la protesta continua a estendersi. Nella provincia cinese dello Sichuan migliaia di monaci hanno manifestato e una stazione di polizia è stata assaltata. Di sette tibetani uccisi è per ora il bilancio degli scontri. Assaltata anche l'ambasciata cinese all'Aia, in Olanda.

Da Lhasa i racconti dei testimoni oculari, dei parenti degli esuli, si arricchiscono di particolari inquietanti: oltre agli assalti ai negozi cinesi e alle auto date alle fiamme, gli spari sulla folla, la catasta di cadaveri ammassati davanti al Tsuglagkhan, i feriti lasciati senza cure dai medici cinesi:


«La gente viene colpita dai finestrini di auto in corsa, dagli oblò dei carri armati, mentre le pattuglie di poliziotti e soldati distribuiti in tutti i crocevia strategici sparano ad altezza d'uomo».

Sunday, January 20, 2008

Il gregge in piazza. Pastori politicamente impeccabili

C'è da augurarsi che il "caso La Sapienza" si sia chiuso con l'adunata di questa mattina all'Angelus, dove Ruini ha astutamente convocato fedeli e opportunisti per manifestare la loro solidarietà al Pontefice, sommandosi alle migliaia di persone che avrebbero comunque, in una bella giornata di sole, affollato piazza San Pietro.

Dimostrando che all'interno delle proprie mura dimorano politici ben più abili di quelli della controparte laica, il Vaticano ha lucrato politicamente tutto quanto ci fosse da lucrare dalla stupida e intollerante protesta vetero-marxista contro la presenza del Papa all'inaugurazione dell'anno accademico all'università La Sapienza.

Da una parte ci si condanna al velleitarismo e al marginalismo, ci si accontenta di recitare da macchiette del "laicismo", fingendo di non capire che un conto è dimostrare il proprio dissenso dalle posizioni del Papa, tutt'altro è protestare con lo scopo dichiarato di ottenere l'annullamento dell'«incongruo» evento. E' la differenza che passa tra il diritto alla critica - e quindi tra la libertà d'espressione - e l'intolleranza, che ha fornito al Papa un valido argomento per trarre un grande vantaggio politico da una scomoda contestazione. Si è contestata - e malamente - la presenza stessa del Papa, prima che le sue posizioni e le sue idee. Questo è stato l'errore. Fingono di non capirla la differenza, alcuni sedicenti laici, ma finiscono per ingannare solo se stessi.

Dall'altra parte, invece, il rischio è di apparire un poco ridicoli quando si grida alla censura. E' palesemente falso che in Italia, o in Europa, lo spazio pubblico sia precluso al Papa, alla religione e alla cultura cattolica. Le tradizioni, le processioni, gli eventi, le presenze televisive, le programmazioni culturali non solo trovano aperti in Italia, come da nessun'altra parte nel mondo, gli spazi e i poteri pubblici, ma anche enorme risonanza sui media. E non c'è bisogno di sofisticate indagini e statistiche per accorgersi che nei tg le presenze del Papa e di altri esponenti delle gerarchie vaticane superano quelle del presidente del Consiglio e del presidente della Repubblica.

E l'episodio di intolleranza avvenuto a La Sapienza? Episodi purtroppo sempre più frequenti - e sempre troppo sottovalutati quando riguardano "vittime" meno illustri - all'interno delle nostre università, dove gruppi minoritari, ideologizzati, organizzati e disposti a creare un clima di minaccia e di violenza, riescono a condizionare, a volte ad impedire, lo svolgimento di eventi pubblici di dibattito. Le "vittime" sono di volta in volta altri studenti dalle diverse idee politiche, ministri, intellettuali, ambasciatori o esponenti del governo israeliano. Un'intolleranza che non ha colpito solo il Papa.

E' falso che in Italia la religione sia relegata nello spazio privato delle coscienze. Nelle strade, nelle piazze, in tv, in Parlamento e in politica, sappiamo tutti che non è così. Piuttosto, ci si dovrebbe chiedere - e dovrebbero chiederselo per primi i credenti - da chi e come viene fruito questo spazio pubblico. Sempre più monopolizzato dalle gerarchie, che ne fanno un uso politico sempre più in senso stretto, muovendosi come partito, lobby, Stato nello Stato che si vorrebbe etico.

P.S. Sorprendono positivamente, oggi, le parole del cardinale Tettamanzi, che in una lettera a divorziati e separati scrive: «Anche la Chiesa sa che in certi casi non solo è lecito ma può essere addirittura inevitabile prendere la decisione di una separazione: per difendere la dignità delle persone, per evitare traumi più profondi, per custodire la grandezza del matrimonio, che non può trasformarsi in un'insostenibile trafila di reciproche asprezze». Solo parole, per ora, un timido segnale di apertura, in attesa di un fatto concreto, per esempio permettere a separati e divorziati di ricevere la comunione. Lo dice la parola: fino ad allora, è ovvio, non si potranno sentire in comunione con la loro Chiesa. Anche divorziare può essere un modo per onorare la "verità" del sacramento del matrimonio.

Tuesday, January 15, 2008

Sedicenti "laici", quattro utili idioti e venduti

Non chiamateli laici, ché la laicità è tutt'altra cosa: chiamateli utili idioti. Se fossimo malati di complottismo, ci sarebbe da pensare che siano tutti nel libro paga della Santa Sede. "Autogol", "regalo", chiamatelo come volete. Presentivo che il Vaticano avrebbe sfruttato a proprio vantaggio il clima di censura e intimidazione che da alcuni giorni stava montando intorno alla visita di Ratzinger all'Università La Sapienza. Ieri ho ricordato come alla Columbia University avesse potuto parlare persino Ahmadinejad, senza che nessuno avesse dovuto rinunciare a manifestare il proprio dissenso e la propria dura critica, anche nei confronti dell'invito.

Una scelta smaccatamente politica quella con cui il Vaticano ha ritenuto «opportuno soprassedere» dall'evento (il Viminale ha negato che ci potessero essere possibili problemi di sicurezza). Dunque, il Papa e i suoi "strateghi" hanno strumentalizzato le proteste censorie come avrebbe fatto qualunque politico accorto. La prova - a quanto pare qualcuno ne ha ancora bisogno - che tra le mura vaticane c'è una regia tutta politica, e abile, per la gestione degli eventi pubblici e dei rapporti con le istituzioni e la società italiani. Meglio passare da censurato che pronunciare un banale discorsetto destinato a cadere nel dimenticatoio nel giro di 24 ore. Questo in Vaticano lo hanno compreso quasi subito. Mentre dall'altra parte c'è un mondo sedicente "laico" ufficiale che non ci ha capito e continua a non capirci nulla.

Ecco, vedete, al Papa si vieta di parlare. Il paradosso è che a Benedetto XVI, che gode in Italia di una sovraesposizione mediatica non paragonabile a quanto accade in nessun altro paese in occidente, oggi si è concesso un argomento in più per sostenere che lo Stato laico nega la presenza della religione nella sfera pubblica. Un falso, soprattutto in Italia, nonostante l'episodio accaduto a La Sapienza. A dimostrarlo le tradizioni, le processioni, gli eventi, le presenze televisive, le programmazioni culturali che in Italia, come da nessun'altra parte nel mondo, non solo trovano aperti gli spazi e i poteri pubblici, ma anche enorme risonanza sui media.

Così il Vaticano passa all'incasso del capitale di immagine gentilmente e gratuitamente offertogli dai collettivi degli studenti comunisti e da quel manipolo di professori-asini firmatari della lettera con la quale si chiedeva, sulla base di una citazione errata da un discorso di Ratzinger, di annullare l'«incongruo evento» (lasciamo perdere come la pensi il Papa su Galileo Galilei, il senso della citazione è stato evidentemente travisato).

Ci sarebbe voluto molto a organizzazare civili e allegre manifestazioni di dissenso il giorno stesso della visita, senza mettere in discussione la legittimità e l'opportunità della stessa presenza del Papa nell'Ateneo? Come sempre abbiamo dovuto assistere a occupazioni, toni aggressivi, gesti cupi e oscurantisti. «Impedirgli di parlare in un ateneo è ottuso, oltre che incivile, antidemocratico, illiberale», ha scritto oggi Giordano Bruno Guerri su il Giornale.

Sì, anche «antidemocratico» e «illiberale», perché se è vero che la democrazia si deve difendere dai propri presunti nemici, deve riuscire a farlo attraverso meccanismi istituzionali che non neghino a priori i suoi stessi principi, di cui la libertà d'espressione è uno dei più importanti. E' come possedere un bel gioiello ma non indossarlo mai temendo che qualcuno lo rubi. Nel momento in cui, per difendere la democrazia, dovrei impedire a chi la pensa diversamente di parlare, la democrazia è già morta. E in ogni caso non serviva certo un'intelligenza al di sopra della norma per capire quale autogol potesse rivelarsi, anche solo dal punto di vista dialettico-politico, impedire al Papa di parlare.

Ma lo ripetiamo: non è la prima volta che le università italiane si dimostrano off limits per il confronto e il dibattito: già a diplomatici ed esponenti del governo israeliano e a Magdi Allam era stato impedito di prendere la parola. Oggi accade di nuovo ed è un motivo in più per riflettere sullo stato di degrado culturale, comatoso, in cui versa l'università italiana: in parte in mano ai facinorosi dei collettivi comunisti, che passano le giornate oziando e sognando la rivoluzione, con le spalle coperte dai facoltosi genitori giornalisti o professori; in parte in mano ai professori meno preparati e meno produttivi tra quelli dei Paesi Ocse, nostalgici del Sessantotto.

Costoro sono in debito nei confronti dei laici e dei liberali, cui dovrebbero un cospicuo risarcimento per il danno d'immagine procurato appropriandosi di una cultura da cui evidentemente sono lontanissimi.

Ciò che è accaduto in questi giorni è invece un altro motivo per sostenere lo smantellamento dell'intero sistema pubblico universitario: passare dall'abolizione del valore legale del titolo di studio e degli ordini professionali all'autofinanziamento degli atenei, in modo che lo Stato partecipi ai costi alla luce dei risultati raggiunti, ma non garantisca ad occhi chiusi la loro sopravvivenza e i vitalizi ai docenti.

Monday, January 14, 2008

Quando Ahmadinejad parlò alla Columbia University...

Di per sé non ci sarebbe nulla di male a invitare il Papa all'Università La Sapienza. Alla Columbia University fu invitato a parlare persino il presidente iraniano Ahmadinejad. L'Ateneo si divise in manifestazioni pro e contro l'invito, ma il criticatissimo rettore Lee Bollinger riservò al dittatore un trattamento di durissima e apertissima critica, trasformando l'incontro in un confronto in cui anche gli studenti ebbero la facoltà di prendere la parola per polemizzare e, se ricordate, per sbeffeggiare l'ospite.

Purtroppo, in Italia, occasioni come l'inaugurazione di un anno accademico si trasformano in marchettoni ed eventi esclusivamente celebrativi. La prassi, inoltre, vuole che l'Università si riconosca con l'esperienza e il pensiero dell'illustre ospite. Da qui le polemiche. E' evidente che Benedetto XVI, seppure a capo di una monarchia assoluta e teocratica che condiziona pesantemente le istituzioni del nostro Paese, non è a capo di uno stato terrorista che sta sviluppando la bomba atomica. Tuttavia, è innegabile che molte posizioni della Chiesa entrino in conflitto con gran parte del mondo accademico e scientifico.

Invece che a un evento puramente celebrativo, come l'inaugurazione dell'anno accademico, sarebbe stato più opportuno invitare il Pontefice a un dibattito aperto con docenti e studenti dell'Ateneo. Sarebbe potuta essere un'interessante occasione di confronto tra "addetti ai lavori" sui temi più delicati del rapporto tra scienza e fede, mentre ancora una volta saremo costretti ad assistere ai soliti, ipocriti, baciamani da una parte, e alle solite becere e violente incursioni dei collettivi comunisti dall'altra. Per favore, non chiamateli libertari.

E, soprattutto, prestate un po' più d'attenzione, perché quelle frange studentesche violente hanno già impedito a esponenti del governo israeliano e a Magdi Allam di prendere la parola in aule universitarie. Della loro libertà d'espressione, però, è importato a molti meno.

P.S.: sui "baroni", che definendo «incongruo» l'evento hanno grossolanamente sbagliato nel riportare una citazione di Ratzinger sul processo della Chiesa a Galileo, che avrebbe dovuto dimostrarne l'oscurantismo, stendiamo un velo pietoso. E' di questo genere di docenti che le università italiane dovrebbero saper fare a meno se non vogliono condannarsi al declino.

Monday, January 07, 2008

Il Papa no-global. I liberisti ne prendano atto

Sia conservatori che socialdemocratici, comunisti, persone di sinistra non liberale, possono vantare diversi punti di sintonia con Papa Benedetto XVI. Gli uni sui valori morali, gli altri sulla diffidenza, se non l'avversione, della dottrina sociale della Chiesa per il capitalismo, il consumismo, la globalizzazione, il mercato. Coloro che non possono proprio far finta di niente sono i liberali, che su entrambi questi temi non dovrebbero tacere la propria visione.

Che rimarrebbe di quei liberali che riguardo i valori morali sono disponibili a siglare delle tregue e dei compromessi con l'universo conservatore, se cedessero e si autocensurassero anche sul libero mercato? E i conservatori, sono disposti a seguire la dottrina della Chiesa anche in campo economico-sociale?

Non è stata la prima, e non sarà l'ultima volta che il Papa lancia anatemi contro la globalizzazione. Nell'omelia per la messa dell'Epifania, Papa Ratzinger ha sottolineato come il disegno di Dio sia «contrastato da spinte di divisione e di sopraffazione, che lacerano l'umanità a causa del peccato e del conflitto di egoismi».

La globalizzazione è tra queste spinte, come «nebbia fitta avvolge le nazioni e la nostra storia. Non si può dire infatti che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt'altro. I conflitti per la supremazia economica e l'accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale. C'è bisogno di una speranza più grande, che permetta di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti. Questa grande speranza può essere solo Dio... non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano: il Dio che si è manifestato nel Bambino di Betlemme e nel Crocifisso-Risorto. Se c'è una grande speranza, si può perseverare nella sobrietà. Se manca la vera speranza, si cerca la felicità nell'ebbrezza, nel superfluo, negli eccessi, e si rovina se stessi e il mondo. La moderazione non è allora solo una regola ascetica, ma anche una via di salvezza per l'umanità. È ormai evidente che soltanto adottando uno stile di vita sobrio, accompagnato dal serio impegno per un'equa distribuzione delle ricchezze, sarà possibile instaurare un ordine di sviluppo giusto e sostenibile».

La Chiesa e i cattolici continuino pure a diffidare del denaro, della ricchezza, del capitalismo (non quando sono loro stessi ad avvantaggiarsene, ovviamente), ma evitino di lasciare intendere il falso, cioè che sia la globalizzazione la causa della miseria nel mondo, perché semmai è stata la spinta decisiva per molti che ne sono usciti. Nella sua critica alla globalizzazione il Papa rivela tutta la sua ignoranza del fenomeno economico e sociale su cui pretende di far calare la scure del suo giudizio morale.

Non è affatto vero che la globalizzazione sia governata dalla «sopraffazione». Non è affatto vero che a causa di essa sia aumentato il divario tra ricchi e poveri nel mondo. E' vero che la globalizzazione produce vincenti e perdenti, sia tra paesi che all'interno dei paesi. Ma la globalizzazione ha permesso a molti paesi dell'America Latina, all'India, alla Cina e persino a qualche paese africano, di ridurre il divario con i paesi tradizionalmente più ricchi, di sfidarli apertamente sul piano economico e politico.

Nel complesso i benefici della globalizzazione superano di gran lunga i danni, dovuti per lo più alle barriere che ancora si frappongono al libero mercato. Non è a causa della globalizzazione che molti paesi ancora non hanno conosciuto lo sviluppo, ma spesso per cause endogene, come la mancanza di democrazia, la fragilità della società civile e delle strutture dello Stato, le violenze etniche, la corruzione e, non ultima... la religione, con le tradizioni arretrate ad essa connesse.

Friday, December 21, 2007

"Rupture" di Sarkozy anche con l'"ancienne laicité"

Il presidente "ultra-moderno", che si è da poco separato dalla moglie Cécilia e che ha fatto parlare di sé le cronache rosa e politiche per la sua nuova relazione con la modella e cantautrice Carla Bruni; che ha appena proposto il passaggio dal divorzio breve al divorzio lampo, permettendo a moglie e marito, se sono d'accordo, di sbrigarsela in pochi minuti davanti a un notaio, per alleggerire i tribunali da migliaia di pratiche; lo stesso presidente, Nicolas Sarkozy, incontrando ieri a Roma i vertici della Chiesa cattolica ha messo radicalmente in discussione la celebrata laicité tanto cara ai francesi. Per il 2008 dobbiamo aspettarci nuove "rupture", stavolta rispetto alla laicità e ai rapporti tra Stato e Chiesa?

Se Enrico IV si convertì dal protestantesimo al cattolicesimo, Sarkozy sembra intenzionato a guidare la Francia verso una «laicità nuova e matura», «positiva». Quello della laicità «sana», che riconosca il ruolo pubblico della religione e ad essa apra le porte della politica e il cuore (e la borsa) del legislatore, è concetto caro a Papa Benedetto XVI.

Il presidente Sarkozy ha citato «le radici essenzialmente cristiane della Francia», tra le «maggiori fonti della sua civilizzazione», e il «legame indefettibile che dai tempi di Carlo Magno unisce la Francia alla Città Eterna». La laicità «non ha il potere di tagliare la Francia dalle sue radici cristiane», ha detto con forza, raccogliendo l'ovazione della Curia e il plauso del Papa, anche perché la Francia è la nazione che più si oppose al riferimento alle radici cristiane nel preambolo della Costituzione Ue.

Il colloquio con il segretario di Stato Bertone e il discorso pronunciato nella basilica di San Giovanni in Laterano sono stati incentrati sulla legislazione francese in materia religiosa. Il presidente ha esplicitamente messo in discussione la legge del 1905 sulla separazione tra Stato e Chiesa, addirittura offrendo il suo «mea culpa» per le «sofferenze» vissute dai cattolici in Francia «prima e dopo» quella data. «La Repubblica laica ha sottostimato l'importanza dell'aspirazione spirituale», ha ammesso.

Non solo affermazioni generiche, seppure dirompenti, Sarkozy ha indicato nello specifico cosa non va: lo Stato francese tiene ancora sotto tutela le congregazioni religiose, non riconosce carattere di culto alle attività caritative, né il valore dei diplomi rilasciati dagli istituti cattolici. Per farsi un'idea delle implicazioni delle sue parole, basta accostare a questa apertura verso le scuole cattoliche l'accento posto sulla «libertà per i genitori di far dare ai loro figli un'educazione conforme alle loro convinzioni» e «di non essere discriminati dall'amministrazione per la propria fede». Si apre uno spazio per una qualche forma di finanziamento statale agli istituti cattolici.

Non riteniamo che il riferimento alle radici cristiane della Francia, quindi dell'Europa, fosse funzionale a rafforzare il no francese all'ingresso della Turchia nell'Ue. Innanzitutto, perché non era necessario mettere in discussione l'assetto laico della Repubblica per sostenere una posizione che all'Eliseo non nasce certo con Sarkozy. Poi, perché di recente, dalla visita del Papa in Turchia, l'atteggiamento della Chiesa sull'argomento è molto più possibilista.

E' probabile invece che Sarkozy intenda rivoluzionare l'approccio dello Stato verso la religione cattolica. Ma abbandonando il peculiare modello di laicità francese, che tende a negare alla religione qualsiasi valore pubblico, quale altro assetto ha in mente? E perché? Sarkozy utilizzerà la sintonia con il Papa e la Santa Sede come una specie di investitura per una invasività ancora più marcata dello Stato negli affari religiosi, anche cattolici, o dobbiamo aspettarci una curvatura verso logiche concordatarie?

Premesso che l'influenza della Chiesa sulla politica e la legislazione francese difficilmente raggiungerà i deprecabili livelli italiani – per ragioni storiche che vanno dalla maggiore solidità dello Stato francese alla questione romana e al peso infinitamente maggiore, grazie alle sue proprietà e alla sua capillarità, della Chiesa in Italia – riteniamo preferibile il modello americano di separazione. Negli Stati Uniti l'originaria pluralità di culti i cui fedeli fuggivano dalle persecuzioni in Europa ha costretto lo Stato a non favorire alcuno di essi, permettendo una tangibile e vitale libertà religiosa e mantenendo laiche le istituzioni.

In Francia vivono già oggi 5 milioni di musulmani e nei confronti dell'islam Sarkozy ha adottato una politica di forte ingerenza dello Stato. La Fondazione per le opere dell'Islam di Francia, istituita due anni fa dal premier de Villepin e voluta dal presidente Chirac, si occuperà di raccogliere i fondi destinati alla costruzione delle moschee, monitorando i flussi di denaro sia interni che provenienti dall'estero, di formare i rappresentanti di culto e di finanziare corsi di lingua, cultura e diritto francese. Lo scopo dichiarato da Sarkozy è di «far emergere un Islam francese prima che un Islam in Francia». La valorizzazione delle «radici cristiane» potrebbe rappresentare un altro pilastro con il quale Sarkozy intende bilanciare la vitalità dell'islam non sempre immune dal fondamentalismo.