«Contrary to the majority of the news coverage this decision is getting and the gnashing of teeth in the scientific community, the trial was not about science, not about seismology, not about the ability or inability of scientists to predict earthquakes». Qualcuno, anche nel mondo scientifico oltreoceano, comincia ad arrivarci. La reazione incredula e sdegnata del mondo scientifico internazionale si deve al sensazionalismo con cui i media hanno riportato la notizia della sentenza dell'Aquila. Il boccone era ghiotto, perché in un paese così screditato in tutte le sue istituzioni come l'Italia, e la magistratura tra le prime, che si possa venire processati, e condannati, per non aver previsto un terremoto suona persino verosimile.
Il reato contestato, e quindi la pena, come ho già scritto, mi sembrano assurdi, ma almeno cerchiamo di metterci d'accordo sull'accusa rivolta ai sismologi e agli altri esperti della Commissione grandi rischi: togliamoci una volta per tutte dalla testa che sono stati condannati per non aver previsto il terremoto. E', semmai, l'esatto contrario: proprio perché i terremoti sono scientificamente imprevedibili, i commissari sono stati accusati di essersi spinti troppo imprudentemente nella previsione opposta - ma sempre di previsione si tratta - e cioè che fosse «improbabile» una forte scossa. Se non si può prevedere che un terremoto ci sarà, non si può prevedere nemmeno che non ci sarà, come invece suggerirono gli esperti. Quindi, l'accusa è di aver fornito «informazioni incomplete, imprecise e contraddittorie sulla natura, le cause, la pericolosità e i futuri sviluppi dell'attività sismica», dopo una riunione tecnica (45 minuti per valutare il rischio comportato da 400 scosse in quattro mesi di sciame sismico) definita «approssimativa, generica e inefficace».
Il pm parla di «monumentale negligenza» che portò ad un «difetto di analisi del rischio». Ciò che si contesta, insomma, è un tipo di responsabilità con cui ha a che fare qualsiasi professionista. Il giudice può aver valutato male, la sentenza potrà rivelarsi sbagliata, si vedrà dopo il secondo grado di giudizio, ciò che è uscito da quella riunione forse non corrisponde ai pareri effettivamente espressi dagli scienziati, qualcun altro è responsabile di un'errata comunicazione agli aquilani. Tutto si può sostenere a discolpa degli esperti condannati, e per criticare la sentenza, ma non si può mistificare la natura dell'accusa.
Leggendo il verbale della fatidica riunione del 31 marzo (colpevolmente redatto solo dopo il terremoto del 6 aprile, quindi a forte rischio "inquinamento") si ha effettivamente l'impressione di una discussione approssimativa, generica e confusa, persino sui concetti di previsione e di valutazione del rischio. Quando si parla di «valutazione del rischio», ciò che era chiamata ad effettuare la Commissione, non s'intende affatto la mera previsione che si verifichi o meno l'evento pericoloso, o almeno non si esaurisce in un esercizio probabilistico. Si tratta di un concetto ben più complesso, che in quella riunione sembra fosse ignorato, e che comprende sì la probabilità del verificarsi dell'evento, in questo caso il terremoto, ma ponderata con la vulnerabilità dei soggetti esposti al pericolo e con il loro valore (in termini umani e materiali). All'Aquila in quei giorni poteva anche risultare bassa la probabilità, ma la vulnerabilità e il valore dei soggetti esposti erano evidentemente ai massimi livelli e avrebbero richiesto, è quanto sembra concludere la sentenza, maggiori cautele. Erano chiamati ad effettuare una valutazione del rischio, si sono limitati a fare una previsione. Sbagliandola.
Se poi il fatto che i terremoti siano imprevedibili rende automaticamente non fattibile una valutazione del rischio, allora la convocazione stessa di una Commissione grandi rischi per questo tipo di eventi non ha senso, quindi se i sismologi si dimettono da essa ce ne faremo una ragione.
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Wednesday, October 24, 2012
Tuesday, October 23, 2012
La Commissione grandi fiaschi
Premesso che trovo il reato contestato ai componenti della Commissione grandi rischi, l'omicidio colposo, e quindi la pena, assurdi, e che la magistratura italiana - come dimostrano anche le reazioni all'estero - è totalmente screditata ed è l'unica casta che agisce nell'irresponsabilità, va detto con molta chiarezza però che non erano sotto processo gli scienziati, ma i membri, certo tecnici, di un'autorità pubblica, i quali non sono stati condannati per non aver previsto il terremoto o non aver suggerito l'evacuazione dell'Aquila, come purtroppo sta passando sui media internazionali.
Non giustifica certo il protagonismo della magistratura - e i magistrati sono i primi a non pagare mai per i propri errori, l'ho scritto fino allo sfinimento su questo blog - ma di un paese nel quale chi sbaglia non lascia mai la poltrona, qualunque essa sia, a livello politico o "accademico", bisogna pur parlare. L'assurdità della sentenza non deve farci dimenticare il fallimento e le responsabilità, per lo meno politico-istituzionali, dei membri della Commissione grandi rischi.
Diciamo che se da una parte c'è il procurato allarme, dall'altra, se esistesse nel nostro codice, il reato loro imputabile sarebbe di "procurata eccessiva calma", ossia la negazione o la sottovalutazione del rischio. D'altra parte, se il rischio terremoto, come di altre calamità naturali, non fosse almeno indicativamente quantificabile, non ci sarebbe bisogno di alcuna Commissione grandi rischi. Dal momento che la Commissione c'è, si riunisce, fornisce pareri e parla alla cittadinanza, è giusto che i suoi membri ne rispondano.
Nessuno ovviamente rimprovera loro la mancata evacuazione della città, bensì le rassicurazioni forse eccessive (e forse indotte anche dagli allarmismi diffusi in quei giorni da uno pseudo-scienziato), sulla base delle quali purtroppo molti cittadini, dopo notti passate in strada, sono rientrati nelle loro case. Ma escludere, o ritenere improbabile una forte scossa di terremoto è una previsione esattamente come predire che ci sarà. E se i terremoti sono eventi imprevedibili, allora con troppa leggerezza hanno rassicurato sia gli organi di governo sia la cittadinanza.
E dirò di più: non è la prima volta. Ricordo come fosse ieri il terremoto dell'Umbria. Mi pare fosse il sismologo Enzo Boschi, di sicuro l'allora sottosegretario alla Protezione civile Barberi, a rassicurare dopo la prima scossa della notte: niente paura, ora solo scosse di assestamento. E invece la mattina dopo una scossa ancora più forte tirò giù la volta della basilica di Assisi. Insomma, a me pare che certi scienziati-burocrati o da salotto tv flirtano troppo con le previsioni, salvo poi, una volta smentiti, ripararsi dietro l'imprevedibilità dell'evento. Ma essere membri della Commissione grandi rischi non è come apparire in un programma di Discovery Science.
Non giustifica certo il protagonismo della magistratura - e i magistrati sono i primi a non pagare mai per i propri errori, l'ho scritto fino allo sfinimento su questo blog - ma di un paese nel quale chi sbaglia non lascia mai la poltrona, qualunque essa sia, a livello politico o "accademico", bisogna pur parlare. L'assurdità della sentenza non deve farci dimenticare il fallimento e le responsabilità, per lo meno politico-istituzionali, dei membri della Commissione grandi rischi.
Diciamo che se da una parte c'è il procurato allarme, dall'altra, se esistesse nel nostro codice, il reato loro imputabile sarebbe di "procurata eccessiva calma", ossia la negazione o la sottovalutazione del rischio. D'altra parte, se il rischio terremoto, come di altre calamità naturali, non fosse almeno indicativamente quantificabile, non ci sarebbe bisogno di alcuna Commissione grandi rischi. Dal momento che la Commissione c'è, si riunisce, fornisce pareri e parla alla cittadinanza, è giusto che i suoi membri ne rispondano.
Nessuno ovviamente rimprovera loro la mancata evacuazione della città, bensì le rassicurazioni forse eccessive (e forse indotte anche dagli allarmismi diffusi in quei giorni da uno pseudo-scienziato), sulla base delle quali purtroppo molti cittadini, dopo notti passate in strada, sono rientrati nelle loro case. Ma escludere, o ritenere improbabile una forte scossa di terremoto è una previsione esattamente come predire che ci sarà. E se i terremoti sono eventi imprevedibili, allora con troppa leggerezza hanno rassicurato sia gli organi di governo sia la cittadinanza.
E dirò di più: non è la prima volta. Ricordo come fosse ieri il terremoto dell'Umbria. Mi pare fosse il sismologo Enzo Boschi, di sicuro l'allora sottosegretario alla Protezione civile Barberi, a rassicurare dopo la prima scossa della notte: niente paura, ora solo scosse di assestamento. E invece la mattina dopo una scossa ancora più forte tirò giù la volta della basilica di Assisi. Insomma, a me pare che certi scienziati-burocrati o da salotto tv flirtano troppo con le previsioni, salvo poi, una volta smentiti, ripararsi dietro l'imprevedibilità dell'evento. Ma essere membri della Commissione grandi rischi non è come apparire in un programma di Discovery Science.
Wednesday, April 08, 2009
Previsioni no, ma almeno un'attenta valutazione del rischio
Lasciamo per un momento da parte Giuliani e il suo radon, perché mi pare che il parlarne ci distolga da un aspetto più importante in tutta questa tragica vicenda.
I terremoti sono imprevedibili, si è detto. Eppure, il 31 marzo si riuniva a L'Aquila la Commissione Grandi rischi, con i massimi esperti italiani di terremoti. Si riuniva per fare che cosa, esattamente, se comunque non è possibile "prevedere" un terremoto? Di logica sembrerebbe essercene poca. E' ovvio però che dalla Commissione Grandi rischi non ci si aspettava una "previsione" in senso stretto, tale da dar luogo ad una evacuazione, ma almeno - come dice il nome stesso - un'attenta e scientificamente informata valutazione del rischio, che in qualche modo è a sua volta una previsione, sia pure probabilistica.
Molti aquilani sopravvissuti al terremoto hanno lamentato il fatto che fino a quella maledetta notte tra il 5 e il 6 aprile gli sia stato ripetuto di restare «tranquilli». Il signor Giuliani sarà anche "solo" un perito elettronico, un «imbecille», un cialtrone, ma i tanti signor "restate tranquilli"?
Ebbene, il dibattito sulla scientificità, o sulla semplice attendibilità, del modello predittivo di Giuliani sta nascondendo il fatto che Barberi, Boschi e gli altri sismologi "ufficiali" non hanno saputo effettuare una corretta valutazione del rischio con gli elementi in loro possesso. Prim'ancora che per non aver dato ascolto a Giuliani, hanno fallito perché non hanno saputo utilizzare al meglio i loro strumenti e le loro conoscenze: era in corso da tre mesi uno sciame sismico piuttosto anomalo, vista la grande quantità di scosse avvertite dalla popolazione negli ultimi giorni; lo sciame interessava una zona sismica considerata - non da Giuliani, ma dall'Ingv - tra le più a rischio, se non la più a rischio, d'Italia; e per di più, si poteva notare (a cavallo tra marzo e aprile) una tendenza all'aumento della frequenza e dell'intensità delle scosse (come provano la scossa di Sulmona di magnitudo 4 e le due ravvicinate a L'Aquila poche ore prima quella tremenda delle 3.32). Forse da quella riunione non si poteva proprio uscire ripetendo alla popolazione di restare «tranquilla».
Sbaglia chi critica Bertolaso. Il quale, a ben vedere, non ha del tutto ignorato l'allarme lanciato da Giuliani, come può far pensare la reazione scomposta nei suoi confronti, l'avergli dato dell'«imbecille», e poi persino la denuncia per procurato allarme. Proprio a seguito del perdurante sciame sismico, dell'allarme di Giuliani e della scossa del 29 marzo a Sulmona, Bertolaso decideva molto saggiamente di cautelarsi mettendo comunque in preallarme la Protezione civile e convocando a L'Aquila la Commissione Grandi rischi. Non potendo certo lanciare l'allarme catastrofe sulla base di una rilevazione non fondata dal punto di vista scientifico, almeno non sottovalutava la situazione e chiamava ad esprimersi i maggiori sismologi italiani.
Sono questi, gli scienziati "ufficiali", che hanno fallito e di cui troppo poco si parla in queste ore, anzi quasi per niente. Qui Giuliani non c'entra nulla. Hanno fallito non perché non hanno dato retta a Giuliani, o perché hanno sbagliato la "previsione" - che sappiamo essere impossibile allo stato delle conoscenze scientifiche attuali - ma perché non hanno effettuato una corretta valutazione del rischio, che era possibile con i dati di cui disponevano. A che serve una Commissione Grandi rischi se poi nessuno si assume la responsabilità del suo operato? Nel caso di Barberi, poi, siamo di fronte a un recidivo. Fu sempre lui, da capo della Protezione civile, a tranquillizzare tutti la mattina dopo la prima scossa del terremoto di Assisi nel 1997, dicendo che sarebbero seguite solo scosse di assestamento, minori rispetto all'evento della notte, mentre alle 11.42 una seconda e più devastante scossa fece crollare la volta della Basilica. Com'è che sono sempre le stesse facce da oltre dieci anni?
I terremoti sono imprevedibili, si è detto. Eppure, il 31 marzo si riuniva a L'Aquila la Commissione Grandi rischi, con i massimi esperti italiani di terremoti. Si riuniva per fare che cosa, esattamente, se comunque non è possibile "prevedere" un terremoto? Di logica sembrerebbe essercene poca. E' ovvio però che dalla Commissione Grandi rischi non ci si aspettava una "previsione" in senso stretto, tale da dar luogo ad una evacuazione, ma almeno - come dice il nome stesso - un'attenta e scientificamente informata valutazione del rischio, che in qualche modo è a sua volta una previsione, sia pure probabilistica.
Molti aquilani sopravvissuti al terremoto hanno lamentato il fatto che fino a quella maledetta notte tra il 5 e il 6 aprile gli sia stato ripetuto di restare «tranquilli». Il signor Giuliani sarà anche "solo" un perito elettronico, un «imbecille», un cialtrone, ma i tanti signor "restate tranquilli"?
Ebbene, il dibattito sulla scientificità, o sulla semplice attendibilità, del modello predittivo di Giuliani sta nascondendo il fatto che Barberi, Boschi e gli altri sismologi "ufficiali" non hanno saputo effettuare una corretta valutazione del rischio con gli elementi in loro possesso. Prim'ancora che per non aver dato ascolto a Giuliani, hanno fallito perché non hanno saputo utilizzare al meglio i loro strumenti e le loro conoscenze: era in corso da tre mesi uno sciame sismico piuttosto anomalo, vista la grande quantità di scosse avvertite dalla popolazione negli ultimi giorni; lo sciame interessava una zona sismica considerata - non da Giuliani, ma dall'Ingv - tra le più a rischio, se non la più a rischio, d'Italia; e per di più, si poteva notare (a cavallo tra marzo e aprile) una tendenza all'aumento della frequenza e dell'intensità delle scosse (come provano la scossa di Sulmona di magnitudo 4 e le due ravvicinate a L'Aquila poche ore prima quella tremenda delle 3.32). Forse da quella riunione non si poteva proprio uscire ripetendo alla popolazione di restare «tranquilla».
Sbaglia chi critica Bertolaso. Il quale, a ben vedere, non ha del tutto ignorato l'allarme lanciato da Giuliani, come può far pensare la reazione scomposta nei suoi confronti, l'avergli dato dell'«imbecille», e poi persino la denuncia per procurato allarme. Proprio a seguito del perdurante sciame sismico, dell'allarme di Giuliani e della scossa del 29 marzo a Sulmona, Bertolaso decideva molto saggiamente di cautelarsi mettendo comunque in preallarme la Protezione civile e convocando a L'Aquila la Commissione Grandi rischi. Non potendo certo lanciare l'allarme catastrofe sulla base di una rilevazione non fondata dal punto di vista scientifico, almeno non sottovalutava la situazione e chiamava ad esprimersi i maggiori sismologi italiani.
Sono questi, gli scienziati "ufficiali", che hanno fallito e di cui troppo poco si parla in queste ore, anzi quasi per niente. Qui Giuliani non c'entra nulla. Hanno fallito non perché non hanno dato retta a Giuliani, o perché hanno sbagliato la "previsione" - che sappiamo essere impossibile allo stato delle conoscenze scientifiche attuali - ma perché non hanno effettuato una corretta valutazione del rischio, che era possibile con i dati di cui disponevano. A che serve una Commissione Grandi rischi se poi nessuno si assume la responsabilità del suo operato? Nel caso di Barberi, poi, siamo di fronte a un recidivo. Fu sempre lui, da capo della Protezione civile, a tranquillizzare tutti la mattina dopo la prima scossa del terremoto di Assisi nel 1997, dicendo che sarebbero seguite solo scosse di assestamento, minori rispetto all'evento della notte, mentre alle 11.42 una seconda e più devastante scossa fece crollare la volta della Basilica. Com'è che sono sempre le stesse facce da oltre dieci anni?
Monday, April 06, 2009
Terremoti ancora imprevedibili, ma la scienza "ufficiale" non è senza macchia
La domanda che si fa particolarmente angosciante in queste ore è se il terremoto che ha devastato l'Abruzzo ieri notte era prevedibile. L'opinione diffusa è che i terremoti non siano prevedibili in modo tale da allertare le popolazioni interessate. Ma questa convinzione è messa in forte dubbio in queste stesse ore da un ricercatore, Giampaolo Giuliani, che in seguito allo sciame sismico che stava interessando l'Abruzzo da più di un mese aveva lanciato l'allarme sulla possibilità che si verificasse un terremoto "disastroso".
Non gli hanno creduto e lo hanno persino denunciato per procurato allarme. Cerchiamo di guardare ai fatti. La previsione di Giuliani non si è dimostrata di un'accuratezza tale da poter salvare delle vite, perché annunciava un terremoto "disastroso" domenica 29 marzo con epicentro a Sulmona. Se fossero stati evacuati i cittadini di Sulmona e delle zone limitrofe, trascorsa una settimana sarebbero rientrati nelle loro case giusto in tempo per venire colpiti dal terremoto che si è effettivamente verificato. E' un fatto anche che allo stato attuale nessuna ricerca sui cosiddetti "precursori sismici", in nessuna parte del mondo (neanche in Giappone o in California, dove di terremoti se ne intendono) ha fornito un'attendibilità tale da giustificare l'evacuazione delle popolazioni.
Anche perché se parliamo di misure così estreme come un'evacuazione, oltre ai costi esiste una seria questione di credibilità dell'allarme stesso. Se infatti l'evento non si verifica, l'allarme rischia di perdere credibilità presso la stessa popolazione. I falsi allarme rischiano di rendere sempre meno credibili gli allarmi successivi. Mi pare quindi che Bertolaso abbia agito per il meglio, secondo le informazioni in suo possesso. Ha denunciato gli allarmismi di Giuliani, ma nel contempo ha riunito la Commissione Grandi rischi con i più autorevoli sismologi italiani, mettendo in preallarme le strutture della Protezione civile, che a quanto sembra hanno prestato un soccorso tempestivo e di proporzioni adeguate alle dimensioni della tragedia.
D'altra parte però bisogna riconoscere che effettivamente lo sciame sismico che stava interessando l'Abruzzo era anomalo, perché se è vero che di solito questi sciami passano senza eventi rilevanti, questa volta molte scosse erano state avvertite dalla popolazione, e una di queste il 31 marzo aveva raggiunto una più che allarmante magnitudo 4. Uno sciame anomalo che forse avrebbe dovuto destare maggiori preoccupazioni nei nostri sismologi "ufficiali", visto anche che l'Abruzzo risulta dalle loro mappe tra le regioni a più elevato grado di pericolosità sismica. E' vero poi che Franco Barberi, vicepresidente della Commissione Grandi rischi, è lo stesso Barberi che da capo della Protezione civile la mattina dopo la prima scossa del terremoto di Assisi nel 1997 disse che sarebbero seguite solo scosse di assestamento minori rispetto all'evento della notte, mentre alle 11.42 una seconda e più devastante scossa colpì la zona, facendo crollare la volta della Basilica.
Se i terremoti non sono prevedibili, come ci dicono dall'Ingv, perché così spesso dopo un terremoto di una certa intensità ci assicurano che seguiranno solo scosse minori? Come fanno a saperlo? Non lo sanno affatto: una cosa che i terremoti dell'Umbria del 1997 e di ieri ci hanno dimostrato è che un forte terremoto non sempre e comunque è seguito solo da scosse di assestamento, ma a volte anche da scosse di potenza maggiore.
E' vero inoltre che dal punto di vista scientifico è discutibile non aspettare che le proprie teorie ricevano una verifica da parte della comunità scientifica prima di basare su di esse allarmi rivolti ai sindaci e alla stampa, alla quale ci si rivolge di regola solo dopo una pubblicazione. E' anche vero però che spesso le scoperte più importanti sono merito di personaggi al di fuori, o addirittura estromessi dalla scienza "ufficiale", e che la nostra comunità scientifica è particolarmente chiusa, asfittica e oligarchica, ed è difficile che le risorse seguano il merito. E' vero che la sensazionale "scoperta" di Giuliani non è stata pubblicata su nessuna rivista scientifica, ma è anche vero che non è facile pubblicare se non si ricevono i fondi adeguati e se non si fa parte delle conventicole giuste.
Insomma, non sarebbe stato prudente dare credito all'allarme di Giuliani, che tra l'altro non avrebbe salvato alcuna vita. Tuttavia, sarà solo un «perito elettronico», può essere stato solo un caso, ma siccome innegabilmente è andato molto, molto vicino alla previsione che avrebbe fatto la differenza, piuttosto che dargli dell'«imbecille», rinnegarlo come dipendente, come ha fatto l'Infn, o screditarlo (è solo un «tecnico, non un ricercatore», che lavora sui terremoti «a scopo personale») come ha fatto l'Inaf, Bertolaso, Boschi e i nostri istituti nazionali dovrebbero spiegare pacatamente all'opinione pubblica che non siamo ancora in grado di giustificare un'evacuazione su basi scientifiche, ma che allo stesso tempo alle ricerche di Giuliani verrà dato tutto lo spazio, l'attenzione e le risorse che meritano, e che verrà coinvolto in quelle che sono in corso.
Non gli hanno creduto e lo hanno persino denunciato per procurato allarme. Cerchiamo di guardare ai fatti. La previsione di Giuliani non si è dimostrata di un'accuratezza tale da poter salvare delle vite, perché annunciava un terremoto "disastroso" domenica 29 marzo con epicentro a Sulmona. Se fossero stati evacuati i cittadini di Sulmona e delle zone limitrofe, trascorsa una settimana sarebbero rientrati nelle loro case giusto in tempo per venire colpiti dal terremoto che si è effettivamente verificato. E' un fatto anche che allo stato attuale nessuna ricerca sui cosiddetti "precursori sismici", in nessuna parte del mondo (neanche in Giappone o in California, dove di terremoti se ne intendono) ha fornito un'attendibilità tale da giustificare l'evacuazione delle popolazioni.
Anche perché se parliamo di misure così estreme come un'evacuazione, oltre ai costi esiste una seria questione di credibilità dell'allarme stesso. Se infatti l'evento non si verifica, l'allarme rischia di perdere credibilità presso la stessa popolazione. I falsi allarme rischiano di rendere sempre meno credibili gli allarmi successivi. Mi pare quindi che Bertolaso abbia agito per il meglio, secondo le informazioni in suo possesso. Ha denunciato gli allarmismi di Giuliani, ma nel contempo ha riunito la Commissione Grandi rischi con i più autorevoli sismologi italiani, mettendo in preallarme le strutture della Protezione civile, che a quanto sembra hanno prestato un soccorso tempestivo e di proporzioni adeguate alle dimensioni della tragedia.
D'altra parte però bisogna riconoscere che effettivamente lo sciame sismico che stava interessando l'Abruzzo era anomalo, perché se è vero che di solito questi sciami passano senza eventi rilevanti, questa volta molte scosse erano state avvertite dalla popolazione, e una di queste il 31 marzo aveva raggiunto una più che allarmante magnitudo 4. Uno sciame anomalo che forse avrebbe dovuto destare maggiori preoccupazioni nei nostri sismologi "ufficiali", visto anche che l'Abruzzo risulta dalle loro mappe tra le regioni a più elevato grado di pericolosità sismica. E' vero poi che Franco Barberi, vicepresidente della Commissione Grandi rischi, è lo stesso Barberi che da capo della Protezione civile la mattina dopo la prima scossa del terremoto di Assisi nel 1997 disse che sarebbero seguite solo scosse di assestamento minori rispetto all'evento della notte, mentre alle 11.42 una seconda e più devastante scossa colpì la zona, facendo crollare la volta della Basilica.
Se i terremoti non sono prevedibili, come ci dicono dall'Ingv, perché così spesso dopo un terremoto di una certa intensità ci assicurano che seguiranno solo scosse minori? Come fanno a saperlo? Non lo sanno affatto: una cosa che i terremoti dell'Umbria del 1997 e di ieri ci hanno dimostrato è che un forte terremoto non sempre e comunque è seguito solo da scosse di assestamento, ma a volte anche da scosse di potenza maggiore.
E' vero inoltre che dal punto di vista scientifico è discutibile non aspettare che le proprie teorie ricevano una verifica da parte della comunità scientifica prima di basare su di esse allarmi rivolti ai sindaci e alla stampa, alla quale ci si rivolge di regola solo dopo una pubblicazione. E' anche vero però che spesso le scoperte più importanti sono merito di personaggi al di fuori, o addirittura estromessi dalla scienza "ufficiale", e che la nostra comunità scientifica è particolarmente chiusa, asfittica e oligarchica, ed è difficile che le risorse seguano il merito. E' vero che la sensazionale "scoperta" di Giuliani non è stata pubblicata su nessuna rivista scientifica, ma è anche vero che non è facile pubblicare se non si ricevono i fondi adeguati e se non si fa parte delle conventicole giuste.
Insomma, non sarebbe stato prudente dare credito all'allarme di Giuliani, che tra l'altro non avrebbe salvato alcuna vita. Tuttavia, sarà solo un «perito elettronico», può essere stato solo un caso, ma siccome innegabilmente è andato molto, molto vicino alla previsione che avrebbe fatto la differenza, piuttosto che dargli dell'«imbecille», rinnegarlo come dipendente, come ha fatto l'Infn, o screditarlo (è solo un «tecnico, non un ricercatore», che lavora sui terremoti «a scopo personale») come ha fatto l'Inaf, Bertolaso, Boschi e i nostri istituti nazionali dovrebbero spiegare pacatamente all'opinione pubblica che non siamo ancora in grado di giustificare un'evacuazione su basi scientifiche, ma che allo stesso tempo alle ricerche di Giuliani verrà dato tutto lo spazio, l'attenzione e le risorse che meritano, e che verrà coinvolto in quelle che sono in corso.
Thursday, March 06, 2008
In Italia scarse opportunità
Le donne nella scienza sono «una fonte di talenti non utilizzata», denuncia l'Ocse. Un interessante articolo, oggi sul Corriere della Sera, riporta che in Europa solo il 32% dei ricercatori nei laboratori pubblici è donna. Nell'industria privata è ancor peggio, soltanto il 18%. Ciò accade nonostante in partenza, al momento della laurea, sia più elevato il numero delle donne-scienziate: 60% contro il 40 dei maschi. Ma poi le strade della carriera (e della vita) portano ad una «progressiva inversione» sino ad arrivare ai più alti gradi di responsabilità con una schiacciante maggioranza maschile (87%), lasciando all'esigua minoranza femminile ciò che rimane.
In Europa, ma soprattutto in Italia, ovviamente, continuano ad esserci troppo poche occasioni per le nostre laureate di entrare a far parte della ricerca scientifica e farsi valere. In generale la ricerca nazionale è oltremodo «depressa» rispetto ad altri Paesi sviluppati: a parte la cronica mancanza di risorse (si continua ad investire tra pubblico e privato solo l'1,1% del Pil), abbiamo tre ricercatori ogni mille abitanti contro i 16, per esempio, della Finlandia. Nelle università sono attivi, sulla carta, quasi 24 mila ricercatori, poco meno della metà donne. Nei centri di ricerca pubblici, dal Cnr all'Istituto di astrofisica, all'Enea, il totale è intorno a 7 mila con una percentuale "rosa" del 37%.
A fronte di una situazione così «disastrata», le scienziate italiane riescono spesso ad eccellere, se si dà loro l'opportunità, soprattutto in aree come la biologia e le scienze naturali.
In Europa, ma soprattutto in Italia, ovviamente, continuano ad esserci troppo poche occasioni per le nostre laureate di entrare a far parte della ricerca scientifica e farsi valere. In generale la ricerca nazionale è oltremodo «depressa» rispetto ad altri Paesi sviluppati: a parte la cronica mancanza di risorse (si continua ad investire tra pubblico e privato solo l'1,1% del Pil), abbiamo tre ricercatori ogni mille abitanti contro i 16, per esempio, della Finlandia. Nelle università sono attivi, sulla carta, quasi 24 mila ricercatori, poco meno della metà donne. Nei centri di ricerca pubblici, dal Cnr all'Istituto di astrofisica, all'Enea, il totale è intorno a 7 mila con una percentuale "rosa" del 37%.
A fronte di una situazione così «disastrata», le scienziate italiane riescono spesso ad eccellere, se si dà loro l'opportunità, soprattutto in aree come la biologia e le scienze naturali.
Monday, January 14, 2008
Quando Ahmadinejad parlò alla Columbia University...
Di per sé non ci sarebbe nulla di male a invitare il Papa all'Università La Sapienza. Alla Columbia University fu invitato a parlare persino il presidente iraniano Ahmadinejad. L'Ateneo si divise in manifestazioni pro e contro l'invito, ma il criticatissimo rettore Lee Bollinger riservò al dittatore un trattamento di durissima e apertissima critica, trasformando l'incontro in un confronto in cui anche gli studenti ebbero la facoltà di prendere la parola per polemizzare e, se ricordate, per sbeffeggiare l'ospite.
Purtroppo, in Italia, occasioni come l'inaugurazione di un anno accademico si trasformano in marchettoni ed eventi esclusivamente celebrativi. La prassi, inoltre, vuole che l'Università si riconosca con l'esperienza e il pensiero dell'illustre ospite. Da qui le polemiche. E' evidente che Benedetto XVI, seppure a capo di una monarchia assoluta e teocratica che condiziona pesantemente le istituzioni del nostro Paese, non è a capo di uno stato terrorista che sta sviluppando la bomba atomica. Tuttavia, è innegabile che molte posizioni della Chiesa entrino in conflitto con gran parte del mondo accademico e scientifico.
Invece che a un evento puramente celebrativo, come l'inaugurazione dell'anno accademico, sarebbe stato più opportuno invitare il Pontefice a un dibattito aperto con docenti e studenti dell'Ateneo. Sarebbe potuta essere un'interessante occasione di confronto tra "addetti ai lavori" sui temi più delicati del rapporto tra scienza e fede, mentre ancora una volta saremo costretti ad assistere ai soliti, ipocriti, baciamani da una parte, e alle solite becere e violente incursioni dei collettivi comunisti dall'altra. Per favore, non chiamateli libertari.
E, soprattutto, prestate un po' più d'attenzione, perché quelle frange studentesche violente hanno già impedito a esponenti del governo israeliano e a Magdi Allam di prendere la parola in aule universitarie. Della loro libertà d'espressione, però, è importato a molti meno.
P.S.: sui "baroni", che definendo «incongruo» l'evento hanno grossolanamente sbagliato nel riportare una citazione di Ratzinger sul processo della Chiesa a Galileo, che avrebbe dovuto dimostrarne l'oscurantismo, stendiamo un velo pietoso. E' di questo genere di docenti che le università italiane dovrebbero saper fare a meno se non vogliono condannarsi al declino.
Purtroppo, in Italia, occasioni come l'inaugurazione di un anno accademico si trasformano in marchettoni ed eventi esclusivamente celebrativi. La prassi, inoltre, vuole che l'Università si riconosca con l'esperienza e il pensiero dell'illustre ospite. Da qui le polemiche. E' evidente che Benedetto XVI, seppure a capo di una monarchia assoluta e teocratica che condiziona pesantemente le istituzioni del nostro Paese, non è a capo di uno stato terrorista che sta sviluppando la bomba atomica. Tuttavia, è innegabile che molte posizioni della Chiesa entrino in conflitto con gran parte del mondo accademico e scientifico.
Invece che a un evento puramente celebrativo, come l'inaugurazione dell'anno accademico, sarebbe stato più opportuno invitare il Pontefice a un dibattito aperto con docenti e studenti dell'Ateneo. Sarebbe potuta essere un'interessante occasione di confronto tra "addetti ai lavori" sui temi più delicati del rapporto tra scienza e fede, mentre ancora una volta saremo costretti ad assistere ai soliti, ipocriti, baciamani da una parte, e alle solite becere e violente incursioni dei collettivi comunisti dall'altra. Per favore, non chiamateli libertari.
E, soprattutto, prestate un po' più d'attenzione, perché quelle frange studentesche violente hanno già impedito a esponenti del governo israeliano e a Magdi Allam di prendere la parola in aule universitarie. Della loro libertà d'espressione, però, è importato a molti meno.
P.S.: sui "baroni", che definendo «incongruo» l'evento hanno grossolanamente sbagliato nel riportare una citazione di Ratzinger sul processo della Chiesa a Galileo, che avrebbe dovuto dimostrarne l'oscurantismo, stendiamo un velo pietoso. E' di questo genere di docenti che le università italiane dovrebbero saper fare a meno se non vogliono condannarsi al declino.
Wednesday, November 21, 2007
Cellule staminali e Legge 40. Stiamo ai fatti
Due notizie, entrambe importanti, riguardano la ricerca scientifica e la nostra salute.
La prima è la pubblicazione, già nell'estate scorsa, sui giornali scientifici Cell e Science, dei risultati di due ricerche, condotte in Giappone dal team dell'Università di Kyoto, guidato da Shinya Yamanaka, e negli Stati Uniti da James Thompson, dell'Università di Madison nello Stato del Wisconsin. Gli articoli documentano la produzione in laboratorio di cellule che si comportano come se fossero staminali embrionali, anche se non sono state estratte da embrioni.
Il metodo, su cui si lavora da tempo, è quello della riprogrammazione di cellule adulte per farle tornare allo stadio pluripotente delle embrionali. E' evidente che una scoperta simile, se confermata, ci permetterebbe di aggirare i problemi etici connessi all'uso delle cellule staminali embrionali, e va quindi salutata con entusiasmo, anche se, bisogna ricordarlo, va misurato il grado di somiglianza di queste cellule riprogrammate con quelle embrionali, vanno cioè valutate ancora le loro potenzialità.
Ma soprattutto, il guaio è che per ora, per inserire nella cellula adulta i quattro geni in grado di riprogrammarla in staminale embrionale, occorre utilizzare un retrovirus, che però aumenta le probabilità, già alte nelle staminali embrionali, che la cellula generi tumori.
Che a scoprire il metodo siano stati laboratori americani e giapponesi è solo un'altra conferma della superiorità scientifica e tecnologica dei due paesi, che con intelligenza si avvalgono di tante intelligenze estere.
Non possiamo non segnalare l'ignoranza, e la malafede, di chi ha cercato di strumentalizzare anche questa notizia sostenendo che dimostrerebbe l'inutilità della ricerca sulle cellule staminali embrionali.
La scoperta di oggi non dimostra affatto che puntare sulle cellule staminali embrionali fosse inutile, semmai esattamente l'opposto. Premesso che abbiamo sempre ritenuto che si dovesse permettere la ricerca sulle cellule staminali embrionali, anche solo per scoprire se si tratta della strada sbagliata (ma la ricerca serve proprio a questo!), è evidente che gli spasmodici tentativi del mondo scientifico di trovare il modo di riprogrammare staminali adulte in cellule il più possibile simili a quelle embrionali è la dimostrazione del fatto che proprio quelle embrionali vengono ritenute quelle con le caratteristiche più promettenti.
Ripetiamolo: magari tra qualche anno scopriremo di esserci illusi, che non servono a niente, ma come è possibile verificarlo - e far progredire la scienza - se la ricerca viene ostacolata?
La seconda notizia è merito di un'inchiesta giornalistica, dai dati eloquenti, a cura di Margherita De Bac e Monica Ricci Sargentini.
Dall'entrata in vigore della legge 40 sulla fecondazione assistita, il successo delle tecniche è diminuito del 3,6% (1.041 nati in meno) e i parti trigemini e prematuri sono aumentati del 2,7%, in controtendenza rispetto al resto del mondo occidentale. Vietando l'analisi preimpianto, le interruzioni parziali di gravidanza sono aumentate del 100%. Di fronte all'aumento dei costi cui corrisponde un calo della riuscita, aumentano i viaggi all'estero. Troppo costosa la Spagna, c'è il boom dei paesi low cost, quelli dell'Est.
Che sia giunta l'ora di modificare la legge 40? D'altra parte, lo scorso 17 ottobre, il ministro Livia Turco ha illustrato alla Commissione Affari sociali della Camera dati ugualmente preoccupanti la cui fonte non sospetta è l'Istituto Superiore di Sanità.
La prima è la pubblicazione, già nell'estate scorsa, sui giornali scientifici Cell e Science, dei risultati di due ricerche, condotte in Giappone dal team dell'Università di Kyoto, guidato da Shinya Yamanaka, e negli Stati Uniti da James Thompson, dell'Università di Madison nello Stato del Wisconsin. Gli articoli documentano la produzione in laboratorio di cellule che si comportano come se fossero staminali embrionali, anche se non sono state estratte da embrioni.
Il metodo, su cui si lavora da tempo, è quello della riprogrammazione di cellule adulte per farle tornare allo stadio pluripotente delle embrionali. E' evidente che una scoperta simile, se confermata, ci permetterebbe di aggirare i problemi etici connessi all'uso delle cellule staminali embrionali, e va quindi salutata con entusiasmo, anche se, bisogna ricordarlo, va misurato il grado di somiglianza di queste cellule riprogrammate con quelle embrionali, vanno cioè valutate ancora le loro potenzialità.
Ma soprattutto, il guaio è che per ora, per inserire nella cellula adulta i quattro geni in grado di riprogrammarla in staminale embrionale, occorre utilizzare un retrovirus, che però aumenta le probabilità, già alte nelle staminali embrionali, che la cellula generi tumori.
Che a scoprire il metodo siano stati laboratori americani e giapponesi è solo un'altra conferma della superiorità scientifica e tecnologica dei due paesi, che con intelligenza si avvalgono di tante intelligenze estere.
Non possiamo non segnalare l'ignoranza, e la malafede, di chi ha cercato di strumentalizzare anche questa notizia sostenendo che dimostrerebbe l'inutilità della ricerca sulle cellule staminali embrionali.
La scoperta di oggi non dimostra affatto che puntare sulle cellule staminali embrionali fosse inutile, semmai esattamente l'opposto. Premesso che abbiamo sempre ritenuto che si dovesse permettere la ricerca sulle cellule staminali embrionali, anche solo per scoprire se si tratta della strada sbagliata (ma la ricerca serve proprio a questo!), è evidente che gli spasmodici tentativi del mondo scientifico di trovare il modo di riprogrammare staminali adulte in cellule il più possibile simili a quelle embrionali è la dimostrazione del fatto che proprio quelle embrionali vengono ritenute quelle con le caratteristiche più promettenti.
Ripetiamolo: magari tra qualche anno scopriremo di esserci illusi, che non servono a niente, ma come è possibile verificarlo - e far progredire la scienza - se la ricerca viene ostacolata?
La seconda notizia è merito di un'inchiesta giornalistica, dai dati eloquenti, a cura di Margherita De Bac e Monica Ricci Sargentini.
Dall'entrata in vigore della legge 40 sulla fecondazione assistita, il successo delle tecniche è diminuito del 3,6% (1.041 nati in meno) e i parti trigemini e prematuri sono aumentati del 2,7%, in controtendenza rispetto al resto del mondo occidentale. Vietando l'analisi preimpianto, le interruzioni parziali di gravidanza sono aumentate del 100%. Di fronte all'aumento dei costi cui corrisponde un calo della riuscita, aumentano i viaggi all'estero. Troppo costosa la Spagna, c'è il boom dei paesi low cost, quelli dell'Est.
Che sia giunta l'ora di modificare la legge 40? D'altra parte, lo scorso 17 ottobre, il ministro Livia Turco ha illustrato alla Commissione Affari sociali della Camera dati ugualmente preoccupanti la cui fonte non sospetta è l'Istituto Superiore di Sanità.
Wednesday, October 10, 2007
Un Premio Nobel tutto americano
Davvero penoso il modo in cui i nostri mainstream media, stampa e tv, hanno dato la notizia del premio Nobel per la medicina assegnato al professore di biologia molecolare Mario Capecchi. Quelli che per primi hanno battuto la notizia hanno gridato al Nobel «italiano!». Con il passare dei minuti diventava «italo-americano», per poi scoprire che l'anziano professore, di italiano ha solo il cognome e il ricordo di un'infanzia di stenti sotto nazismo e fascismo. Non parla una parola della nostra lingua e ha lasciato l'Italia a soli 9 anni per gli Stati Uniti.
La sua vita è una storia americana. Orfano, vagabondo, emigrante accolto dall'America, dove ha potuto frequentare le migliori università. Ma è un Nobel "americano" perché è l'ennesima dimostrazione della superiorità di un sistema che finanzia idee e cervelli mettendoli in competizione e premiando quelli in grado di produrre i risultati migliori. E ogni giorno scopriamo che funziona.
Il premio Nobel a Capecchi è invece una dura lezione per il nostro paese. Non investiamo in ricerca, ma soprattutto le università italiane sono un universo "fuori mercato". Nulla a che vedere con il merito e le capacità scientifiche. Si diventa docenti grazie a un concorso pubblico e si assegnano le cattedre attraverso bandi-farsa pilotati dall'interno. Da quel momento in poi nessuno è più responsabile dell'operato del docente, che non corre più il minimo rischio di perdere il posto. Se le carriere non dipendono dai meriti scientifici, non c'è da stupirsi del fatto che non si produca ricerca. Per di più gli interni, fannulloni o totalmente incompetenti entrati grazie a una rete di relazioni, fanno il bello e cattivo tempo ostacolando ed eliminando la concorrenza degli elementi migliori, costretti a cercare borse e opportunità all'estero.
Per non parlare poi della cappa dell'oscurantismo cattolico sulla ricerca scientifica. Lo stesso Capecchi si dice rammaricato di «non potere mettere a frutto i miei studi in Italia, dove la ricerca sulle staminali embrionali è vietata». E' un altro aspetto penoso dell'arretratezza del nostro paese. «Un Nobel che in Italia è vietato», è il titolo della riflessione di Oscar Giannino, ieri su Libero. Un Nobel «che ci deve far riflettere sulle vie della ricerca dalle quali ci siamo autoesclusi».
La sua vita è una storia americana. Orfano, vagabondo, emigrante accolto dall'America, dove ha potuto frequentare le migliori università. Ma è un Nobel "americano" perché è l'ennesima dimostrazione della superiorità di un sistema che finanzia idee e cervelli mettendoli in competizione e premiando quelli in grado di produrre i risultati migliori. E ogni giorno scopriamo che funziona.
Il premio Nobel a Capecchi è invece una dura lezione per il nostro paese. Non investiamo in ricerca, ma soprattutto le università italiane sono un universo "fuori mercato". Nulla a che vedere con il merito e le capacità scientifiche. Si diventa docenti grazie a un concorso pubblico e si assegnano le cattedre attraverso bandi-farsa pilotati dall'interno. Da quel momento in poi nessuno è più responsabile dell'operato del docente, che non corre più il minimo rischio di perdere il posto. Se le carriere non dipendono dai meriti scientifici, non c'è da stupirsi del fatto che non si produca ricerca. Per di più gli interni, fannulloni o totalmente incompetenti entrati grazie a una rete di relazioni, fanno il bello e cattivo tempo ostacolando ed eliminando la concorrenza degli elementi migliori, costretti a cercare borse e opportunità all'estero.
Per non parlare poi della cappa dell'oscurantismo cattolico sulla ricerca scientifica. Lo stesso Capecchi si dice rammaricato di «non potere mettere a frutto i miei studi in Italia, dove la ricerca sulle staminali embrionali è vietata». E' un altro aspetto penoso dell'arretratezza del nostro paese. «Un Nobel che in Italia è vietato», è il titolo della riflessione di Oscar Giannino, ieri su Libero. Un Nobel «che ci deve far riflettere sulle vie della ricerca dalle quali ci siamo autoesclusi».
Thursday, September 06, 2007
Scienziati di fede tornano alla carica
Alla notizia dell'autorizzazione concessa dall'autorità britannica per la fertilizzazione e l'embriologia (Hfea) alla creazione a scopo di ricerca di embrioni "chimera", contenenti materiale genetico sia umano che animale, per produrre cellule staminali utili per lo studio di malattie come il Parkinson e l'Alzheimer, hanno subito imbracciato i fucili da guerra gli scienziati che furono in prima fila nel sostenere a livello mediatico la campagna di Scienza e Vita e del Vaticano contro il referendum sulla fecondazione assistita.
Vi ricordate, quelli che erano meglio le staminali adulte e che oggi ancora non ci spiegano come mai ricercatori tra migliori al mondo, come quelli britannici, spingono così tanto, sfidando l'impopolarità, per avere le embrionali.
Oggi sui giornali sembra una gara alla dichiarazione più esagerata. Ma se quella delle embrionali è la strada sbagliata, perché allarmarsi così se i colleghi concorrenti la seguono. Se falliscono, i "nostri" hanno solo da guadagnarci.
L'opinione pubblica è stata «vittima di una manipolazione», denuncia Francesco D'Agostino, presidente onorario del Comitato nazionale di Bioetica. «Esperimento raccapricciante... Si creano mostri senza avere esiti scientifici», tuona Bruno Dalla Piccola, che si dice «certo che non produrranno nessun tipo di terapia utile...». Ostante sicurezza anche Angelo Vescovi: «Un'aberrazione che non darà risultati»; «Macché chimera, una vera bufala». Eppure, sulle potenzialità del procedimento sono entrambi smentiti con tre esempi reali da Elena Cattaneo e Giuseppe Testa.
Anche Giuseppe Novelli, professore di Genetica all'Università Tor Vergata di Roma, è favorevole: «Non verrebbero creati mostri, mezzi uomini e mezzi animali, perché non si darebbe vita ad alcun embrione... Nessuno vuole usare questi embrioni per produrre bambini chimera. Obiettivo degli scienziati inglesi è solo prendere le cellule staminali, metterle sotto al microscopio e studiare finalmente malattie come Alzheimer, il Parkinson e sclerosi laterale amiotrofica».
Eugenia Roccella, su Avvenire, semplicemente parla d'altro, come obnubilata dal film horror visto la sera prima, mentre troviamo il direttore di Libero, Vittorio Feltri, esprimere una posizione in controtendenza con l'area di centrodestra: «Non vedo mostri all'orizzonte Sto con la scienza». Dopo aver premesso che «l'esperienza suggerisce di non vedere catastrofi imminenti in ogni novità e neppure di considerare ogni novità portatrice di benefici», chiarisce un paio di questioni:
«Anzitutto gli embrioni in questione non saranno inseriti nell'utero della donna (il divieto è specifico) quindi non esiste il rischio di creare in laboratorio dei mostri, e chi pensa questo ha visto troppi film di fantascienza. Inoltre, il fatto che certi esperimenti ai limiti dell'immaginazione si svolgano - sotto rigoroso controllo - in Inghilterra, ossia il Paese più avanzato e civile al mondo, è garanzia di serietà. Non è proprio il caso di pensare che le stanze asettiche adibite alla ricerca negli istituti londinesi si trasformino in gabinetti di tipo nazista, frequentati da scienziati pazzi. Sarebbe una forzatura priva di riscontri logici nella realtà di oggi. Qui si tratta semplicemente di proseguire negli studi rispettando le regole a tutela di princìpi etici condivisi. Tutto il resto è fantasia disturbata da bigottismi e non ha titoli per essere un impedimento a scoprire rimedi a malattie finora incurabili».
E ricordiamoci poi che «spesso quanto avviene nei laboratori ci sembra orribile e spaventa, ma tutti desideriamo vivere meglio (sani) e più a lungo, e quando siamo colpiti da una grave malattia, all'improvviso, ciò che spaventava alimenta la speranza di poter guarire. E ci affidiamo alla scienza come bambini alla mamma».
Vi ricordate, quelli che erano meglio le staminali adulte e che oggi ancora non ci spiegano come mai ricercatori tra migliori al mondo, come quelli britannici, spingono così tanto, sfidando l'impopolarità, per avere le embrionali.
Oggi sui giornali sembra una gara alla dichiarazione più esagerata. Ma se quella delle embrionali è la strada sbagliata, perché allarmarsi così se i colleghi concorrenti la seguono. Se falliscono, i "nostri" hanno solo da guadagnarci.
L'opinione pubblica è stata «vittima di una manipolazione», denuncia Francesco D'Agostino, presidente onorario del Comitato nazionale di Bioetica. «Esperimento raccapricciante... Si creano mostri senza avere esiti scientifici», tuona Bruno Dalla Piccola, che si dice «certo che non produrranno nessun tipo di terapia utile...». Ostante sicurezza anche Angelo Vescovi: «Un'aberrazione che non darà risultati»; «Macché chimera, una vera bufala». Eppure, sulle potenzialità del procedimento sono entrambi smentiti con tre esempi reali da Elena Cattaneo e Giuseppe Testa.
Anche Giuseppe Novelli, professore di Genetica all'Università Tor Vergata di Roma, è favorevole: «Non verrebbero creati mostri, mezzi uomini e mezzi animali, perché non si darebbe vita ad alcun embrione... Nessuno vuole usare questi embrioni per produrre bambini chimera. Obiettivo degli scienziati inglesi è solo prendere le cellule staminali, metterle sotto al microscopio e studiare finalmente malattie come Alzheimer, il Parkinson e sclerosi laterale amiotrofica».
Eugenia Roccella, su Avvenire, semplicemente parla d'altro, come obnubilata dal film horror visto la sera prima, mentre troviamo il direttore di Libero, Vittorio Feltri, esprimere una posizione in controtendenza con l'area di centrodestra: «Non vedo mostri all'orizzonte Sto con la scienza». Dopo aver premesso che «l'esperienza suggerisce di non vedere catastrofi imminenti in ogni novità e neppure di considerare ogni novità portatrice di benefici», chiarisce un paio di questioni:
«Anzitutto gli embrioni in questione non saranno inseriti nell'utero della donna (il divieto è specifico) quindi non esiste il rischio di creare in laboratorio dei mostri, e chi pensa questo ha visto troppi film di fantascienza. Inoltre, il fatto che certi esperimenti ai limiti dell'immaginazione si svolgano - sotto rigoroso controllo - in Inghilterra, ossia il Paese più avanzato e civile al mondo, è garanzia di serietà. Non è proprio il caso di pensare che le stanze asettiche adibite alla ricerca negli istituti londinesi si trasformino in gabinetti di tipo nazista, frequentati da scienziati pazzi. Sarebbe una forzatura priva di riscontri logici nella realtà di oggi. Qui si tratta semplicemente di proseguire negli studi rispettando le regole a tutela di princìpi etici condivisi. Tutto il resto è fantasia disturbata da bigottismi e non ha titoli per essere un impedimento a scoprire rimedi a malattie finora incurabili».
E ricordiamoci poi che «spesso quanto avviene nei laboratori ci sembra orribile e spaventa, ma tutti desideriamo vivere meglio (sani) e più a lungo, e quando siamo colpiti da una grave malattia, all'improvviso, ciò che spaventava alimenta la speranza di poter guarire. E ci affidiamo alla scienza come bambini alla mamma».
Il nostro materiale genetico è già persona?
Dalla Gran Bretagna giunge una notizia destinata a riscaldare nuovamente il dibattito sulla bioetica.
L'autorità britannica per la fertilizzazione e l'embriologia (Hfea) ha dato il via libera alla creazione di embrioni "chimera", contenenti materiale genetico sia umano che animale, dopo che una consultazione pubblica ha rivelato che la maggior parte dei britannici (il 61%) non sarebbe contraria al loro utilizzo a scopo di ricerca. I ricercatori vogliono utilizzarli per produrre una quantità di cellule staminali utile per lo studio di possibili cure per malattie come il morbo di Parkinson e quello di l'Alzheimer.
Gli embrioni "chimera" vengono ottenuti inserendo materiale genetico umano dentro l'ovulo animale privato del suo Dna, risolvendo così il problema della scarsa disponibilità di ovuli umani da utilizzare a scopo di ricerca, perché normalmente provengono dai trattamenti di fecondazione assistita. L'autorità britannica ha autorizzato il loro utilizzo disponendo però la distruzione degli embrioni "chimera" dopo 14 giorni e vietando il loro impianto nell'utero.
Fonte: Corriere.it
«Un atto mostruoso contro la dignità umana», l'ha definito monsignor Elio Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita. Ma davvero nella Chiesa cattolica prevale un pensiero così materialista da ritenere che l'uomo si riduca a del materiale genetico, a qualche cellula ancora indifferenziata? Di chi è il vero scientismo? La dignità umana è un concetto astratto, che si presta a essere evocato in difesa di sistemi morali fondati su basi confessionali o ideologiche, oppure trova applicazione concreta di fronte a un individuo, a un cittadino?
L'autorità britannica per la fertilizzazione e l'embriologia (Hfea) ha dato il via libera alla creazione di embrioni "chimera", contenenti materiale genetico sia umano che animale, dopo che una consultazione pubblica ha rivelato che la maggior parte dei britannici (il 61%) non sarebbe contraria al loro utilizzo a scopo di ricerca. I ricercatori vogliono utilizzarli per produrre una quantità di cellule staminali utile per lo studio di possibili cure per malattie come il morbo di Parkinson e quello di l'Alzheimer.
Gli embrioni "chimera" vengono ottenuti inserendo materiale genetico umano dentro l'ovulo animale privato del suo Dna, risolvendo così il problema della scarsa disponibilità di ovuli umani da utilizzare a scopo di ricerca, perché normalmente provengono dai trattamenti di fecondazione assistita. L'autorità britannica ha autorizzato il loro utilizzo disponendo però la distruzione degli embrioni "chimera" dopo 14 giorni e vietando il loro impianto nell'utero.
Fonte: Corriere.it
«Un atto mostruoso contro la dignità umana», l'ha definito monsignor Elio Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita. Ma davvero nella Chiesa cattolica prevale un pensiero così materialista da ritenere che l'uomo si riduca a del materiale genetico, a qualche cellula ancora indifferenziata? Di chi è il vero scientismo? La dignità umana è un concetto astratto, che si presta a essere evocato in difesa di sistemi morali fondati su basi confessionali o ideologiche, oppure trova applicazione concreta di fronte a un individuo, a un cittadino?
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