Diventa sempre più difficile criticare il ministro Tremonti in nome di politiche per lo sviluppo. Se infatti è indubbio che principalmente su di lui pesa la responsabilità di un certo immobilismo del governo durante la crisi, della rivendicata volontà di non affrontare subito le riforme necessarie a far tornare l'Italia a tassi di crescita accettabili una volta passata la tempesta, diventa tuttavia sempre più difficile parlare di sviluppo, perché è dietro questa parolina magica che si nasconde un partito della spesa sempre più grande e trasversale. Aumentano le voci di coloro i quali non sembrano neanche concepire una crescita senza spesa e per i quali, al dunque, sembra esistere un'equazione inscindibile tra sviluppo e spesa pubblica. Vai a sentire quanti si riempiono la bocca di sviluppo e gratta gratta trovi quasi unicamente gente che si lamenta per i tagli tremontiani, non perché vorrebbe abbattere il debito o ridurre le tasse, ma semplicemente perché vorrebbe spendere quei soldi in qualche baraccone pubblico o in sussidi. Ormai quasi nessuno più ha la faccia tosta di invocare esplicitamente "più spesa", per questo occorre sforzarsi di distinguere tra chi usa la parola sviluppo come cortina fumogena e chi sostiene davvero politiche per lo sviluppo. E purtroppo bisogna constatare che oltre a Bersani ed Epifani, che irresponsabilmente hanno passato i mesi più duri della crisi ad invocare «soldi freschi, veri», più deficit, anche molti ministri del governo partecipano al piagnisteo contro i tagli.
Anche per loro lo sviluppo passa per i loro budget ministeriali (vero Galan?). E' comprensibile che non festeggino per i tagli. Il problema di fondo, però, è che intimamente non vedono altro modo per implementare le loro politiche ministeriali se non ottenendo più soldi, sempre più soldi. Ed è un modo sbagliato di concepire i compiti e le responsabilità di ministro. Possibile - mi e vi chiedo - che un ministro non sappia valorizzare il proprio settore di competenza in nessun altro modo che ricevendo più soldi da spendere? Possibile che si comporti più come un capo del personale? Si chiama "Ministero dell'Istruzione", non della "Scuola Statale". Possibile che non si riesca a capire che politiche efficaci per la "salute", o l'"istruzione", per fare due esempi, non debbano inevitabilmente consistere nell'ingrossare il baraccone pubblico di cui si è a capo? Quasi come se aver speso sia garanzia di aver operato bene. Eppure, sono moltissime le cose che possono essere cambiate e migliorate senza spendere un centesimo, ed è proprio questa la sfida.
La Gelmini ha portato a un passo dall'approvazione un'ottima riforma. Non perfetta, ma ottima rispetto allo scarso tasso di riformismo che esprimono i nostri governi. Perché proprio ora quell'emendamento, che non servirà certo a placare le proteste? Perché non portare a casa subito le nuove, preziose regole, la riforma dell'ordinamento, rinviando alla fine dell'anno il fondo per accontentare i ricercatori? E siamo sicuri che le nostre università abbiano davvero bisogno di tutti quei 9 mila nuovi stipendi in sei anni, piuttosto che di nuove infrastrutture, laboratori, attrezzature tecnico-scientifiche? A guardare le statistiche è proprio il monte stipendi che in Italia assorbe una quantità abnorme delle risorse destinate alle università.
Tremonti si è comunque impegnato a trovare i fondi, e lanciare sulla base della stabilità dei conti una politica di sviluppo in questa seconda parte della legislatura. Vedremo, ma ci conforta quello che è diventato il mantra del ministro: il deficit non crea crescita; porta alla rovina, non allo sviluppo. Non può più funzionare il metodo per cui basta un emendamento e puff, ecco in automatico anche i soldi. Il Tesoro non è un bancomat. Tra l'altro, non si tiene in debita considerazione che veramente in Europa il vento - e per fortuna - è cambiato. Probabilmente tra non molto dovremo rispettare un nuovo patto di stabilità che imporrà agli stati membri di portarsi entro il 60% nel rapporto debito/pil. Una meta da cui l'Italia è lontanissima.
Un altro mito che va sfatato è quello dei cosiddetti tagli lineari. Premesso che i baracconi in Italia sono tali da rendere possibili, e quindi necessari, tagli anche lineari, se si vogliono evitare allora qualcuno si dovrà prendere la responsabilità politica di indicare dove tagliare di più e dove meno o nient'affatto. Siccome però quando si cerca la vittima, ogni capitolo di spesa si scopre indispensabile, e l'unico risultato è rinviare qualsiasi taglio, il ministro intanto fa bene a tagliare un po' ovunque, ché dimagrire fa bene a tutti.
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Friday, October 15, 2010
Friday, June 04, 2010
Voglia di deregulation
Colpo di reni di Berlusconi e Tremonti, che dopo tanto rigore sulla stabilità dei conti e sui tagli alla spesa, riportano l'attenzione sulla crescita, con un annuncio tutto da verificare (di promesse non mantenute e annunci a vuoto è lastricata la via dei governi Berlusconi), ma comunque positivo. Si poteva cogliere già dalla nota di ieri di Palazzo Chigi che qualcosa del genere bolliva in pentola. Laddove, smentendo le voci su presunti contrasti tra il premier e il ministro dell'Economia, faceva riferimento ad «un grande progetto di liberalizzazione delle attività economiche», «per rendere il nostro Paese competitivo sulla crescita». Oggi il ministro Tremonti ha chiarito i contorni del progetto: una misura straordinaria «per la libertà di impresa», che porti ad una «sospensione per 2-3 anni» delle autorizzazioni richieste alle piccole medie imprese, alla ricerca e alle attività artigiane. Una sorta di deregulation, dunque, che riguardi l'economia reale e non la finanza. Una misura che non comporterebbe i soliti incentivi fiscali, quindi spesa ulteriore. Una di quelle riforme a costo zero a lungo invocate.
Una proposta che il ministro dell'Economia intende presentare domani al vertice G20 di Busan, in Corea del Sud, e lunedì prossimo all'Ecofin. «Non si tratta di liberalizzazioni o di privatizzazioni - ha spiegato Tremonti - perché non si cambia il sistema dall'interno, ma di una rivoluzione liberale che renda possibile tutto ciò che non è proibito». Il ministro pensa quindi «ad una radicale e totale autocertificazione per le pmi, l'artigianato e la ricerca, con i controlli e la verifica dei requisiti fatta ex post», ma «limitata all'economia reale e non alla finanza, e con l'urbanistica che abbia un regime a parte». Finalmente qualcosa di liberale.
L'Europa, ha osservato il ministro, deve eliminare «l'eccesso di regole» che si sono stratificate negli ultimi 30 anni, pena «una dolce morte». «Non ha alternative», perché ormai l'eccessiva regolamentazione dell'economia reale «è un lusso che non si può permettere», data la concorrenza dei Paesi in via di sviluppo. «Inutile mettere benzina in un'auto che è bloccata da un macigno», sarebbero «soldi buttati». Per questo, secondo Tremonti, da un lato la stabilità dei conti pubblici «è tutto quello che si deve fare», ma la crescita è possibile solo «liberandosi dalla zavorra» delle regole. «O lo fai - ha concluso - oppure l'Europa si autosoffoca e non c'è sviluppo e può fare solo il guardiano di un cimitero o, al massimo, il tenutario elegante di un antico Relais».
Non si capisce perché si dovrebbe passare attraverso l'incognita di una modifica dell'art. 41 della Costituzione, e ci attendiamo dai 'finiani' e dalla sinistra i soliti richiami alla «legalità» da garantire. Vedremo se almeno su questo il governo saprà non farsi frenare.
Una proposta che il ministro dell'Economia intende presentare domani al vertice G20 di Busan, in Corea del Sud, e lunedì prossimo all'Ecofin. «Non si tratta di liberalizzazioni o di privatizzazioni - ha spiegato Tremonti - perché non si cambia il sistema dall'interno, ma di una rivoluzione liberale che renda possibile tutto ciò che non è proibito». Il ministro pensa quindi «ad una radicale e totale autocertificazione per le pmi, l'artigianato e la ricerca, con i controlli e la verifica dei requisiti fatta ex post», ma «limitata all'economia reale e non alla finanza, e con l'urbanistica che abbia un regime a parte». Finalmente qualcosa di liberale.
L'Europa, ha osservato il ministro, deve eliminare «l'eccesso di regole» che si sono stratificate negli ultimi 30 anni, pena «una dolce morte». «Non ha alternative», perché ormai l'eccessiva regolamentazione dell'economia reale «è un lusso che non si può permettere», data la concorrenza dei Paesi in via di sviluppo. «Inutile mettere benzina in un'auto che è bloccata da un macigno», sarebbero «soldi buttati». Per questo, secondo Tremonti, da un lato la stabilità dei conti pubblici «è tutto quello che si deve fare», ma la crescita è possibile solo «liberandosi dalla zavorra» delle regole. «O lo fai - ha concluso - oppure l'Europa si autosoffoca e non c'è sviluppo e può fare solo il guardiano di un cimitero o, al massimo, il tenutario elegante di un antico Relais».
Non si capisce perché si dovrebbe passare attraverso l'incognita di una modifica dell'art. 41 della Costituzione, e ci attendiamo dai 'finiani' e dalla sinistra i soliti richiami alla «legalità» da garantire. Vedremo se almeno su questo il governo saprà non farsi frenare.
Friday, April 23, 2010
Appunti da oltremanica
Dal secondo dibattito tra i candidati premier in Gran Bretagna che si è tenuto ieri sera i nostri politici dovrebbero solo che prendere appunti. E riflettere silenziosamente. Interessante, infatti, l'approccio, condiviso e pragmatico, sulla base del quale si è svolta la discussione in particolare su due temi. Sull'immigrazione (caro Fini...) l'impianto da cui le posizioni dei tre non si discostano di molto sembra una variante spinta del leghismo nostrano. Il premier uscente laburista Gordon Brown si vanta di aver ridotto il numero degli ingressi e boccia senz'appello la proposta del liberal-democratico Nick Clegg di regolarizzare i clandestini: «Avviare un'amnistia per gli immigrati irregolari sarebbe un errore perché incoraggerebbe la gente a venire in questo Paese pensando che a un certo punto ne legalizzeremmo la presenza. Non costituirebbe un deterrente e farebbe sì che sempre più gente venga illegalmente nel nostro Paese».
Ma non è tutto qui. Il premier ha rivendicato il successo del «sistema a punti» avviato dal suo governo, che secondo le statistiche ha invertito il trend relativo all'ingresso degli immigrati: «La nostra politica mira a controllare e gestire l'immigrazione. Per farlo abbiamo istituito un sistema a punti. **Nessun lavoratore non specializzato proveniente da fuori l'Unione europea può entrare nel nostro Paese. E stiamo gradualmente riducendo il numero di specializzazioni per le quali abbiamo bisogno di persone che vengono da fuori, così che cuochi o operatori sociali in futuro non verranno dall'estero ma saranno addestrati in Gran Bretagna**».
Qui da noi il governo «a trazione» dei cattivi leghisti si limita a chiedere che chi entra nel nostro Paese abbia un lavoro. In Gran Bretagna fanno entrare solo chi ha le specifiche professionalità indicate dal governo. E comunque, ci sarà un giro di vite, in modo da tornare ad avere cittadini di Sua Maestà come operatori sociali e cuochi (da quest'ultimi God Save Us!). Naturalmente anche il leader tory David Cameron è contro la sanatoria e per di più rispetto a Brown, pur premettendo che i lavoratori stranieri «sono una risorsa, per cui vanno accolti e assistiti», lui addirittura chiede di porre un «tetto» prefissato al numero di immigrati da accogliere, a prescindere dalla loro specializzazione. Oltre alla sanatoria Clegg propone di "trasferire" gli immigrati verso le aree del Paese che hanno più bisogno di forza lavoro.
E riguardo un recente emendamento presentato dalla leghista Silvana Comaroli al dl incentivi all'esame del Parlamento («Le regioni, nell'esercizio della potestà normativa in materia di disciplina delle attività economiche, possono stabilire che l'autorizzazione dell'esercizio dell'attività di commercio al dettaglio sia soggetta alla presentazione da parte del richiedente, qualora sia un cittadino extracomunitario, di un certificato attestante il superamento dell'esame di base della lingua italiana rilasciato da appositi enti accreditati»), un'analoga proposta è contenuta nel programma elettorale dei laburisti inglesi, secondo cui a dover sostenere l'esame d'inglese sarebbero non solo coloro che intendono aprire un'attività commerciale, ma anche badanti, insegnanti, operatori sociali, personale dei call center e chiunque svolga una professione che lo metta in contatto diretto con il pubblico.
Sui temi etici i tre (compreso il conservatore Cameron) sono unanimi: sì aborto, sì ricerca scientifica, sì unioni omosessuali. E sì anche alla visita di Papa Benedetto XVI - nonostante lo scandalo degli abusi sessuali sui minori, su cui però tutti e tre chiedono con forza alla Chiesa di fare chiarezza - perché nella tollerante Inghilterra c'è sempre posto per la fede e per il contributo delle diverse religioni.
Tornando sull'immigrazione, facciamo un salto in Germania. Lakeside Capital ci offre questo contributo, tratto da qui:
Ma non è tutto qui. Il premier ha rivendicato il successo del «sistema a punti» avviato dal suo governo, che secondo le statistiche ha invertito il trend relativo all'ingresso degli immigrati: «La nostra politica mira a controllare e gestire l'immigrazione. Per farlo abbiamo istituito un sistema a punti. **Nessun lavoratore non specializzato proveniente da fuori l'Unione europea può entrare nel nostro Paese. E stiamo gradualmente riducendo il numero di specializzazioni per le quali abbiamo bisogno di persone che vengono da fuori, così che cuochi o operatori sociali in futuro non verranno dall'estero ma saranno addestrati in Gran Bretagna**».
Qui da noi il governo «a trazione» dei cattivi leghisti si limita a chiedere che chi entra nel nostro Paese abbia un lavoro. In Gran Bretagna fanno entrare solo chi ha le specifiche professionalità indicate dal governo. E comunque, ci sarà un giro di vite, in modo da tornare ad avere cittadini di Sua Maestà come operatori sociali e cuochi (da quest'ultimi God Save Us!). Naturalmente anche il leader tory David Cameron è contro la sanatoria e per di più rispetto a Brown, pur premettendo che i lavoratori stranieri «sono una risorsa, per cui vanno accolti e assistiti», lui addirittura chiede di porre un «tetto» prefissato al numero di immigrati da accogliere, a prescindere dalla loro specializzazione. Oltre alla sanatoria Clegg propone di "trasferire" gli immigrati verso le aree del Paese che hanno più bisogno di forza lavoro.
E riguardo un recente emendamento presentato dalla leghista Silvana Comaroli al dl incentivi all'esame del Parlamento («Le regioni, nell'esercizio della potestà normativa in materia di disciplina delle attività economiche, possono stabilire che l'autorizzazione dell'esercizio dell'attività di commercio al dettaglio sia soggetta alla presentazione da parte del richiedente, qualora sia un cittadino extracomunitario, di un certificato attestante il superamento dell'esame di base della lingua italiana rilasciato da appositi enti accreditati»), un'analoga proposta è contenuta nel programma elettorale dei laburisti inglesi, secondo cui a dover sostenere l'esame d'inglese sarebbero non solo coloro che intendono aprire un'attività commerciale, ma anche badanti, insegnanti, operatori sociali, personale dei call center e chiunque svolga una professione che lo metta in contatto diretto con il pubblico.
Sui temi etici i tre (compreso il conservatore Cameron) sono unanimi: sì aborto, sì ricerca scientifica, sì unioni omosessuali. E sì anche alla visita di Papa Benedetto XVI - nonostante lo scandalo degli abusi sessuali sui minori, su cui però tutti e tre chiedono con forza alla Chiesa di fare chiarezza - perché nella tollerante Inghilterra c'è sempre posto per la fede e per il contributo delle diverse religioni.
Tornando sull'immigrazione, facciamo un salto in Germania. Lakeside Capital ci offre questo contributo, tratto da qui:
Despite illegal immigrants’ rights to health care, these services are infrequently used. The problem lies in two clauses of the German immigration law which makes it mandatory for public institutions such as hospitals to pass on information about illegal immigrants to social affairs offices and in turn to the Ministry of the Interior (i.e. § 87 AufenthG, chapter 3.2.2; Article 76 of the AuslG). Therefore, doctors who help undocumented people access basic health services may be penalized for not reporting them.Qualcuno ieri intervenendo alla direzione del Pdl ha detto che queste cose sono «incompatibili con il Ppe».
Monday, October 12, 2009
Università, serve tabula rasa
Ecco perché il sistema universitario italiano va smontato e rimontato, e perché all'autonomia deve corrispondere vera responsabilità. Da rappresentante in Consiglio di Facoltà sono stato testimone dell'introduzione del sistema dei crediti e della volontà, da parte dei docenti chiamati ad attuarlo, di sabotarlo e interpretarlo comunque in modo clientelare e parassitario. Qualsiasi riforma catapultata all'interno di questo sistema, anche la migliore possibile, è destinata alla medesima sorte, perché il problema è altrove. Così come ogni centesimo in più gettato nel calderone nella migliore delle ipotesi è spreco, nella peggiore va a rafforzare le posizioni di rendita che bisognerebbe estirpare.
Per farla breve: il sistema non è riformabile. Bisogna fare tabula rasa, intervenire in modo più radicale, sull'assetto proprietario e finanziario degli atenei e, quindi, modificando lo status giuridico dei docenti. In soldoni: l'autonomia funziona solo se chi ne beneficia - passatemi il termine - rischia il culo.
Per farla breve: il sistema non è riformabile. Bisogna fare tabula rasa, intervenire in modo più radicale, sull'assetto proprietario e finanziario degli atenei e, quindi, modificando lo status giuridico dei docenti. In soldoni: l'autonomia funziona solo se chi ne beneficia - passatemi il termine - rischia il culo.
Monday, April 06, 2009
Terremoti ancora imprevedibili, ma la scienza "ufficiale" non è senza macchia
La domanda che si fa particolarmente angosciante in queste ore è se il terremoto che ha devastato l'Abruzzo ieri notte era prevedibile. L'opinione diffusa è che i terremoti non siano prevedibili in modo tale da allertare le popolazioni interessate. Ma questa convinzione è messa in forte dubbio in queste stesse ore da un ricercatore, Giampaolo Giuliani, che in seguito allo sciame sismico che stava interessando l'Abruzzo da più di un mese aveva lanciato l'allarme sulla possibilità che si verificasse un terremoto "disastroso".
Non gli hanno creduto e lo hanno persino denunciato per procurato allarme. Cerchiamo di guardare ai fatti. La previsione di Giuliani non si è dimostrata di un'accuratezza tale da poter salvare delle vite, perché annunciava un terremoto "disastroso" domenica 29 marzo con epicentro a Sulmona. Se fossero stati evacuati i cittadini di Sulmona e delle zone limitrofe, trascorsa una settimana sarebbero rientrati nelle loro case giusto in tempo per venire colpiti dal terremoto che si è effettivamente verificato. E' un fatto anche che allo stato attuale nessuna ricerca sui cosiddetti "precursori sismici", in nessuna parte del mondo (neanche in Giappone o in California, dove di terremoti se ne intendono) ha fornito un'attendibilità tale da giustificare l'evacuazione delle popolazioni.
Anche perché se parliamo di misure così estreme come un'evacuazione, oltre ai costi esiste una seria questione di credibilità dell'allarme stesso. Se infatti l'evento non si verifica, l'allarme rischia di perdere credibilità presso la stessa popolazione. I falsi allarme rischiano di rendere sempre meno credibili gli allarmi successivi. Mi pare quindi che Bertolaso abbia agito per il meglio, secondo le informazioni in suo possesso. Ha denunciato gli allarmismi di Giuliani, ma nel contempo ha riunito la Commissione Grandi rischi con i più autorevoli sismologi italiani, mettendo in preallarme le strutture della Protezione civile, che a quanto sembra hanno prestato un soccorso tempestivo e di proporzioni adeguate alle dimensioni della tragedia.
D'altra parte però bisogna riconoscere che effettivamente lo sciame sismico che stava interessando l'Abruzzo era anomalo, perché se è vero che di solito questi sciami passano senza eventi rilevanti, questa volta molte scosse erano state avvertite dalla popolazione, e una di queste il 31 marzo aveva raggiunto una più che allarmante magnitudo 4. Uno sciame anomalo che forse avrebbe dovuto destare maggiori preoccupazioni nei nostri sismologi "ufficiali", visto anche che l'Abruzzo risulta dalle loro mappe tra le regioni a più elevato grado di pericolosità sismica. E' vero poi che Franco Barberi, vicepresidente della Commissione Grandi rischi, è lo stesso Barberi che da capo della Protezione civile la mattina dopo la prima scossa del terremoto di Assisi nel 1997 disse che sarebbero seguite solo scosse di assestamento minori rispetto all'evento della notte, mentre alle 11.42 una seconda e più devastante scossa colpì la zona, facendo crollare la volta della Basilica.
Se i terremoti non sono prevedibili, come ci dicono dall'Ingv, perché così spesso dopo un terremoto di una certa intensità ci assicurano che seguiranno solo scosse minori? Come fanno a saperlo? Non lo sanno affatto: una cosa che i terremoti dell'Umbria del 1997 e di ieri ci hanno dimostrato è che un forte terremoto non sempre e comunque è seguito solo da scosse di assestamento, ma a volte anche da scosse di potenza maggiore.
E' vero inoltre che dal punto di vista scientifico è discutibile non aspettare che le proprie teorie ricevano una verifica da parte della comunità scientifica prima di basare su di esse allarmi rivolti ai sindaci e alla stampa, alla quale ci si rivolge di regola solo dopo una pubblicazione. E' anche vero però che spesso le scoperte più importanti sono merito di personaggi al di fuori, o addirittura estromessi dalla scienza "ufficiale", e che la nostra comunità scientifica è particolarmente chiusa, asfittica e oligarchica, ed è difficile che le risorse seguano il merito. E' vero che la sensazionale "scoperta" di Giuliani non è stata pubblicata su nessuna rivista scientifica, ma è anche vero che non è facile pubblicare se non si ricevono i fondi adeguati e se non si fa parte delle conventicole giuste.
Insomma, non sarebbe stato prudente dare credito all'allarme di Giuliani, che tra l'altro non avrebbe salvato alcuna vita. Tuttavia, sarà solo un «perito elettronico», può essere stato solo un caso, ma siccome innegabilmente è andato molto, molto vicino alla previsione che avrebbe fatto la differenza, piuttosto che dargli dell'«imbecille», rinnegarlo come dipendente, come ha fatto l'Infn, o screditarlo (è solo un «tecnico, non un ricercatore», che lavora sui terremoti «a scopo personale») come ha fatto l'Inaf, Bertolaso, Boschi e i nostri istituti nazionali dovrebbero spiegare pacatamente all'opinione pubblica che non siamo ancora in grado di giustificare un'evacuazione su basi scientifiche, ma che allo stesso tempo alle ricerche di Giuliani verrà dato tutto lo spazio, l'attenzione e le risorse che meritano, e che verrà coinvolto in quelle che sono in corso.
Non gli hanno creduto e lo hanno persino denunciato per procurato allarme. Cerchiamo di guardare ai fatti. La previsione di Giuliani non si è dimostrata di un'accuratezza tale da poter salvare delle vite, perché annunciava un terremoto "disastroso" domenica 29 marzo con epicentro a Sulmona. Se fossero stati evacuati i cittadini di Sulmona e delle zone limitrofe, trascorsa una settimana sarebbero rientrati nelle loro case giusto in tempo per venire colpiti dal terremoto che si è effettivamente verificato. E' un fatto anche che allo stato attuale nessuna ricerca sui cosiddetti "precursori sismici", in nessuna parte del mondo (neanche in Giappone o in California, dove di terremoti se ne intendono) ha fornito un'attendibilità tale da giustificare l'evacuazione delle popolazioni.
Anche perché se parliamo di misure così estreme come un'evacuazione, oltre ai costi esiste una seria questione di credibilità dell'allarme stesso. Se infatti l'evento non si verifica, l'allarme rischia di perdere credibilità presso la stessa popolazione. I falsi allarme rischiano di rendere sempre meno credibili gli allarmi successivi. Mi pare quindi che Bertolaso abbia agito per il meglio, secondo le informazioni in suo possesso. Ha denunciato gli allarmismi di Giuliani, ma nel contempo ha riunito la Commissione Grandi rischi con i più autorevoli sismologi italiani, mettendo in preallarme le strutture della Protezione civile, che a quanto sembra hanno prestato un soccorso tempestivo e di proporzioni adeguate alle dimensioni della tragedia.
D'altra parte però bisogna riconoscere che effettivamente lo sciame sismico che stava interessando l'Abruzzo era anomalo, perché se è vero che di solito questi sciami passano senza eventi rilevanti, questa volta molte scosse erano state avvertite dalla popolazione, e una di queste il 31 marzo aveva raggiunto una più che allarmante magnitudo 4. Uno sciame anomalo che forse avrebbe dovuto destare maggiori preoccupazioni nei nostri sismologi "ufficiali", visto anche che l'Abruzzo risulta dalle loro mappe tra le regioni a più elevato grado di pericolosità sismica. E' vero poi che Franco Barberi, vicepresidente della Commissione Grandi rischi, è lo stesso Barberi che da capo della Protezione civile la mattina dopo la prima scossa del terremoto di Assisi nel 1997 disse che sarebbero seguite solo scosse di assestamento minori rispetto all'evento della notte, mentre alle 11.42 una seconda e più devastante scossa colpì la zona, facendo crollare la volta della Basilica.
Se i terremoti non sono prevedibili, come ci dicono dall'Ingv, perché così spesso dopo un terremoto di una certa intensità ci assicurano che seguiranno solo scosse minori? Come fanno a saperlo? Non lo sanno affatto: una cosa che i terremoti dell'Umbria del 1997 e di ieri ci hanno dimostrato è che un forte terremoto non sempre e comunque è seguito solo da scosse di assestamento, ma a volte anche da scosse di potenza maggiore.
E' vero inoltre che dal punto di vista scientifico è discutibile non aspettare che le proprie teorie ricevano una verifica da parte della comunità scientifica prima di basare su di esse allarmi rivolti ai sindaci e alla stampa, alla quale ci si rivolge di regola solo dopo una pubblicazione. E' anche vero però che spesso le scoperte più importanti sono merito di personaggi al di fuori, o addirittura estromessi dalla scienza "ufficiale", e che la nostra comunità scientifica è particolarmente chiusa, asfittica e oligarchica, ed è difficile che le risorse seguano il merito. E' vero che la sensazionale "scoperta" di Giuliani non è stata pubblicata su nessuna rivista scientifica, ma è anche vero che non è facile pubblicare se non si ricevono i fondi adeguati e se non si fa parte delle conventicole giuste.
Insomma, non sarebbe stato prudente dare credito all'allarme di Giuliani, che tra l'altro non avrebbe salvato alcuna vita. Tuttavia, sarà solo un «perito elettronico», può essere stato solo un caso, ma siccome innegabilmente è andato molto, molto vicino alla previsione che avrebbe fatto la differenza, piuttosto che dargli dell'«imbecille», rinnegarlo come dipendente, come ha fatto l'Infn, o screditarlo (è solo un «tecnico, non un ricercatore», che lavora sui terremoti «a scopo personale») come ha fatto l'Inaf, Bertolaso, Boschi e i nostri istituti nazionali dovrebbero spiegare pacatamente all'opinione pubblica che non siamo ancora in grado di giustificare un'evacuazione su basi scientifiche, ma che allo stesso tempo alle ricerche di Giuliani verrà dato tutto lo spazio, l'attenzione e le risorse che meritano, e che verrà coinvolto in quelle che sono in corso.
Wednesday, March 12, 2008
La crisi c'è, ma il protezionismo ha naso lungo e gambe corte
Pur catalogando le idee economiche di Giulio Tremonti sotto la voce «Horror Economics», Michele Boldrin, del blog-think tank Noisefromamerika, non liquida affatto il ragionamento dell'ex (e probabilmente prossimo) ministro dell'Economia sugli effetti negativi della «competizione asimmetrica» asiatica, quindi della globalizzazione. In un interessante e dettagliato articolo spiega perché «la paura» di cui Tremonti parla nella prima parte del suo nuovo libro trova qualche fondamento anche da un punto di vista economico liberista.Il libero mercato globalizzato è, «in via di principio, una cosa vantaggiosa per tutti». Nella competizione ci sono vincitori e vinti, ma non è un gioco a somma zero. Per i vinti esistono «temporanei costi di aggiustamento ma, una volta superato lo shock iniziale, tutto funziona per il meglio» e nel medio-lungo termine nel libero mercato tutti vedono migliorare le proprie condizioni di vita. Da liberista Boldrin non mette in discussione la validità di questa formula e l'efficienza del sistema.
Tuttavia, pragmaticamente osserva che «gli ordini di grandezza contano, eccome se contano, in quei processi di aggiustamento». E oggi ci troviamo di fronte a un fenomeno di apertura dei mercati dalla portata epocale, dove «più di tre miliardi di persone hanno cominciato a produrre, consumare e vendere beni secondo metodi e criteri che prima erano l'appannaggio di un numero più ristretto di persone, i circa 700 milioni che sino a fine degli anni '80 vivevano in Nord America, Europa dell'ovest e Giappone». Il risultato è che pur restando il libero mercato il sistema più efficiente nel produrre effetti benefici generalizzati, i tempi degli aggiustamenti e dei processi di riequilibrio si allungano notevolmente: «La grandezza dell'impatto rende enormi i tempi ed i costi di aggiustamento, lasciando decine di milioni di lavoratori incapaci di aggiustare i propri vantaggi comparati in tempo utile (utile dal loro punto di vista, ossia prima di morire)». Insomma, «il maledetto momento in cui si comincia tutti a guadagnarci dalla globalizzazione liberista sembra non arrivare mai!».
Ma a questo punto la domanda è: sono utili le politiche protezionistiche (dazi, quote e barriere commerciali di altro tipo) ad attutire l'impatto e ad attenuare le sofferenze? Possono funzionare? A giudicare dalle innovazioni, dai processi - e dalla loro vasta portata - che hanno innescato e che sono alla base della globalizzazione (e che Boldrin stesso elenca) si direbbe di no e si dovrebbe facilmente dedurre che contro di essa le politiche di apertura o chiusura dei governi possono ben poco.
Vale la pena ricordare che non consideriamo come politiche protezionistiche la tutela della proprietà intellettuale contro la contraffazione o la richiesta di regole per il corretto funzionamento dei mercati, contro forme di concorrenza sleale. Oltre a dubitare della loro efficacia, le misure protezionistiche per avere un minimo di senso richiedono la loro adozione da parte di comunità sovranazionali come la Ue, in cui convivono interessi e culture economiche molto diverse tra di loro.
Per accorciare i tempi e diminuire i costi di «aggiustamento» di cui ha parlato Boldrin non vediamo altra strada che quella evocata proprio oggi da Mario Monti, sul Corriere della Sera. Per «vivere con successo la globalizzazione» tutti i nostri sforzi dovrebbero essere «rivolti a rendere le nostre economie più competitive». Se in larga misura gli effetti - positivi e negativi - della globalizzazione dipendono da fattori difficilmente quantificabili, non riducibili a modello, e dunque scarsamente controllabili dalla politica, non possiamo che intervenire laddove è in nostro potere. «Ciò che un Paese può fare per diventare più competitivo è in larga misura nelle proprie mani», osserva Monti.
Ciò è particolamente vero nel caso dell'Italia, dove - riconosce lo stesso Boldrin - «la colonna portante dell'economia italiana è stata esposta ad uno shock competitivo cento volte maggiore dei precedenti proprio negli anni in cui il carico fiscale su di essa saliva, la qualità dei servizi pubblici scendeva, la scuola e l'università pubblica si disfacevano e la capacità del sistema Italia di offrire supporto a processi di riconversione, adattamento ed innovazione veniva brutalmente meno». Una situazione di cui i primi responsabili siamo noi e la nostra classe politica.
Dunque, innanzitutto proviamo a recuperare competitività intervenendo laddove possiamo farlo qui e ora, riducendo drasticamente il carico fiscale e il peso dello Stato; eliminando i costi della burocrazia e facendo funzionare la giustizia civile; liberalizzando mercato del lavoro e delle professioni; riformando welfare e sistema educativo, scuole e università, e favorendo gli investimenti nella ricerca.
A Berlusconi, a Tremonti e al PdL basterebbe chiarire che, dazi o non dazi, sono consapevoli che l'Italia ha urgente bisogno di riforme radicali e liberali che rendano comunque la nostra economia più competitiva. Insomma, che la eventuale richiesta di «protezione» a livello europeo non sarà l'alibi per la difesa dello status quo e dell'attuale modello di stato sociale. Sarebbe già tanto.
Thursday, March 06, 2008
In Italia scarse opportunità
Le donne nella scienza sono «una fonte di talenti non utilizzata», denuncia l'Ocse. Un interessante articolo, oggi sul Corriere della Sera, riporta che in Europa solo il 32% dei ricercatori nei laboratori pubblici è donna. Nell'industria privata è ancor peggio, soltanto il 18%. Ciò accade nonostante in partenza, al momento della laurea, sia più elevato il numero delle donne-scienziate: 60% contro il 40 dei maschi. Ma poi le strade della carriera (e della vita) portano ad una «progressiva inversione» sino ad arrivare ai più alti gradi di responsabilità con una schiacciante maggioranza maschile (87%), lasciando all'esigua minoranza femminile ciò che rimane.
In Europa, ma soprattutto in Italia, ovviamente, continuano ad esserci troppo poche occasioni per le nostre laureate di entrare a far parte della ricerca scientifica e farsi valere. In generale la ricerca nazionale è oltremodo «depressa» rispetto ad altri Paesi sviluppati: a parte la cronica mancanza di risorse (si continua ad investire tra pubblico e privato solo l'1,1% del Pil), abbiamo tre ricercatori ogni mille abitanti contro i 16, per esempio, della Finlandia. Nelle università sono attivi, sulla carta, quasi 24 mila ricercatori, poco meno della metà donne. Nei centri di ricerca pubblici, dal Cnr all'Istituto di astrofisica, all'Enea, il totale è intorno a 7 mila con una percentuale "rosa" del 37%.
A fronte di una situazione così «disastrata», le scienziate italiane riescono spesso ad eccellere, se si dà loro l'opportunità, soprattutto in aree come la biologia e le scienze naturali.
In Europa, ma soprattutto in Italia, ovviamente, continuano ad esserci troppo poche occasioni per le nostre laureate di entrare a far parte della ricerca scientifica e farsi valere. In generale la ricerca nazionale è oltremodo «depressa» rispetto ad altri Paesi sviluppati: a parte la cronica mancanza di risorse (si continua ad investire tra pubblico e privato solo l'1,1% del Pil), abbiamo tre ricercatori ogni mille abitanti contro i 16, per esempio, della Finlandia. Nelle università sono attivi, sulla carta, quasi 24 mila ricercatori, poco meno della metà donne. Nei centri di ricerca pubblici, dal Cnr all'Istituto di astrofisica, all'Enea, il totale è intorno a 7 mila con una percentuale "rosa" del 37%.
A fronte di una situazione così «disastrata», le scienziate italiane riescono spesso ad eccellere, se si dà loro l'opportunità, soprattutto in aree come la biologia e le scienze naturali.
Wednesday, November 21, 2007
Cellule staminali e Legge 40. Stiamo ai fatti
Due notizie, entrambe importanti, riguardano la ricerca scientifica e la nostra salute.
La prima è la pubblicazione, già nell'estate scorsa, sui giornali scientifici Cell e Science, dei risultati di due ricerche, condotte in Giappone dal team dell'Università di Kyoto, guidato da Shinya Yamanaka, e negli Stati Uniti da James Thompson, dell'Università di Madison nello Stato del Wisconsin. Gli articoli documentano la produzione in laboratorio di cellule che si comportano come se fossero staminali embrionali, anche se non sono state estratte da embrioni.
Il metodo, su cui si lavora da tempo, è quello della riprogrammazione di cellule adulte per farle tornare allo stadio pluripotente delle embrionali. E' evidente che una scoperta simile, se confermata, ci permetterebbe di aggirare i problemi etici connessi all'uso delle cellule staminali embrionali, e va quindi salutata con entusiasmo, anche se, bisogna ricordarlo, va misurato il grado di somiglianza di queste cellule riprogrammate con quelle embrionali, vanno cioè valutate ancora le loro potenzialità.
Ma soprattutto, il guaio è che per ora, per inserire nella cellula adulta i quattro geni in grado di riprogrammarla in staminale embrionale, occorre utilizzare un retrovirus, che però aumenta le probabilità, già alte nelle staminali embrionali, che la cellula generi tumori.
Che a scoprire il metodo siano stati laboratori americani e giapponesi è solo un'altra conferma della superiorità scientifica e tecnologica dei due paesi, che con intelligenza si avvalgono di tante intelligenze estere.
Non possiamo non segnalare l'ignoranza, e la malafede, di chi ha cercato di strumentalizzare anche questa notizia sostenendo che dimostrerebbe l'inutilità della ricerca sulle cellule staminali embrionali.
La scoperta di oggi non dimostra affatto che puntare sulle cellule staminali embrionali fosse inutile, semmai esattamente l'opposto. Premesso che abbiamo sempre ritenuto che si dovesse permettere la ricerca sulle cellule staminali embrionali, anche solo per scoprire se si tratta della strada sbagliata (ma la ricerca serve proprio a questo!), è evidente che gli spasmodici tentativi del mondo scientifico di trovare il modo di riprogrammare staminali adulte in cellule il più possibile simili a quelle embrionali è la dimostrazione del fatto che proprio quelle embrionali vengono ritenute quelle con le caratteristiche più promettenti.
Ripetiamolo: magari tra qualche anno scopriremo di esserci illusi, che non servono a niente, ma come è possibile verificarlo - e far progredire la scienza - se la ricerca viene ostacolata?
La seconda notizia è merito di un'inchiesta giornalistica, dai dati eloquenti, a cura di Margherita De Bac e Monica Ricci Sargentini.
Dall'entrata in vigore della legge 40 sulla fecondazione assistita, il successo delle tecniche è diminuito del 3,6% (1.041 nati in meno) e i parti trigemini e prematuri sono aumentati del 2,7%, in controtendenza rispetto al resto del mondo occidentale. Vietando l'analisi preimpianto, le interruzioni parziali di gravidanza sono aumentate del 100%. Di fronte all'aumento dei costi cui corrisponde un calo della riuscita, aumentano i viaggi all'estero. Troppo costosa la Spagna, c'è il boom dei paesi low cost, quelli dell'Est.
Che sia giunta l'ora di modificare la legge 40? D'altra parte, lo scorso 17 ottobre, il ministro Livia Turco ha illustrato alla Commissione Affari sociali della Camera dati ugualmente preoccupanti la cui fonte non sospetta è l'Istituto Superiore di Sanità.
La prima è la pubblicazione, già nell'estate scorsa, sui giornali scientifici Cell e Science, dei risultati di due ricerche, condotte in Giappone dal team dell'Università di Kyoto, guidato da Shinya Yamanaka, e negli Stati Uniti da James Thompson, dell'Università di Madison nello Stato del Wisconsin. Gli articoli documentano la produzione in laboratorio di cellule che si comportano come se fossero staminali embrionali, anche se non sono state estratte da embrioni.
Il metodo, su cui si lavora da tempo, è quello della riprogrammazione di cellule adulte per farle tornare allo stadio pluripotente delle embrionali. E' evidente che una scoperta simile, se confermata, ci permetterebbe di aggirare i problemi etici connessi all'uso delle cellule staminali embrionali, e va quindi salutata con entusiasmo, anche se, bisogna ricordarlo, va misurato il grado di somiglianza di queste cellule riprogrammate con quelle embrionali, vanno cioè valutate ancora le loro potenzialità.
Ma soprattutto, il guaio è che per ora, per inserire nella cellula adulta i quattro geni in grado di riprogrammarla in staminale embrionale, occorre utilizzare un retrovirus, che però aumenta le probabilità, già alte nelle staminali embrionali, che la cellula generi tumori.
Che a scoprire il metodo siano stati laboratori americani e giapponesi è solo un'altra conferma della superiorità scientifica e tecnologica dei due paesi, che con intelligenza si avvalgono di tante intelligenze estere.
Non possiamo non segnalare l'ignoranza, e la malafede, di chi ha cercato di strumentalizzare anche questa notizia sostenendo che dimostrerebbe l'inutilità della ricerca sulle cellule staminali embrionali.
La scoperta di oggi non dimostra affatto che puntare sulle cellule staminali embrionali fosse inutile, semmai esattamente l'opposto. Premesso che abbiamo sempre ritenuto che si dovesse permettere la ricerca sulle cellule staminali embrionali, anche solo per scoprire se si tratta della strada sbagliata (ma la ricerca serve proprio a questo!), è evidente che gli spasmodici tentativi del mondo scientifico di trovare il modo di riprogrammare staminali adulte in cellule il più possibile simili a quelle embrionali è la dimostrazione del fatto che proprio quelle embrionali vengono ritenute quelle con le caratteristiche più promettenti.
Ripetiamolo: magari tra qualche anno scopriremo di esserci illusi, che non servono a niente, ma come è possibile verificarlo - e far progredire la scienza - se la ricerca viene ostacolata?
La seconda notizia è merito di un'inchiesta giornalistica, dai dati eloquenti, a cura di Margherita De Bac e Monica Ricci Sargentini.
Dall'entrata in vigore della legge 40 sulla fecondazione assistita, il successo delle tecniche è diminuito del 3,6% (1.041 nati in meno) e i parti trigemini e prematuri sono aumentati del 2,7%, in controtendenza rispetto al resto del mondo occidentale. Vietando l'analisi preimpianto, le interruzioni parziali di gravidanza sono aumentate del 100%. Di fronte all'aumento dei costi cui corrisponde un calo della riuscita, aumentano i viaggi all'estero. Troppo costosa la Spagna, c'è il boom dei paesi low cost, quelli dell'Est.
Che sia giunta l'ora di modificare la legge 40? D'altra parte, lo scorso 17 ottobre, il ministro Livia Turco ha illustrato alla Commissione Affari sociali della Camera dati ugualmente preoccupanti la cui fonte non sospetta è l'Istituto Superiore di Sanità.
Wednesday, October 10, 2007
Un Premio Nobel tutto americano
Davvero penoso il modo in cui i nostri mainstream media, stampa e tv, hanno dato la notizia del premio Nobel per la medicina assegnato al professore di biologia molecolare Mario Capecchi. Quelli che per primi hanno battuto la notizia hanno gridato al Nobel «italiano!». Con il passare dei minuti diventava «italo-americano», per poi scoprire che l'anziano professore, di italiano ha solo il cognome e il ricordo di un'infanzia di stenti sotto nazismo e fascismo. Non parla una parola della nostra lingua e ha lasciato l'Italia a soli 9 anni per gli Stati Uniti.
La sua vita è una storia americana. Orfano, vagabondo, emigrante accolto dall'America, dove ha potuto frequentare le migliori università. Ma è un Nobel "americano" perché è l'ennesima dimostrazione della superiorità di un sistema che finanzia idee e cervelli mettendoli in competizione e premiando quelli in grado di produrre i risultati migliori. E ogni giorno scopriamo che funziona.
Il premio Nobel a Capecchi è invece una dura lezione per il nostro paese. Non investiamo in ricerca, ma soprattutto le università italiane sono un universo "fuori mercato". Nulla a che vedere con il merito e le capacità scientifiche. Si diventa docenti grazie a un concorso pubblico e si assegnano le cattedre attraverso bandi-farsa pilotati dall'interno. Da quel momento in poi nessuno è più responsabile dell'operato del docente, che non corre più il minimo rischio di perdere il posto. Se le carriere non dipendono dai meriti scientifici, non c'è da stupirsi del fatto che non si produca ricerca. Per di più gli interni, fannulloni o totalmente incompetenti entrati grazie a una rete di relazioni, fanno il bello e cattivo tempo ostacolando ed eliminando la concorrenza degli elementi migliori, costretti a cercare borse e opportunità all'estero.
Per non parlare poi della cappa dell'oscurantismo cattolico sulla ricerca scientifica. Lo stesso Capecchi si dice rammaricato di «non potere mettere a frutto i miei studi in Italia, dove la ricerca sulle staminali embrionali è vietata». E' un altro aspetto penoso dell'arretratezza del nostro paese. «Un Nobel che in Italia è vietato», è il titolo della riflessione di Oscar Giannino, ieri su Libero. Un Nobel «che ci deve far riflettere sulle vie della ricerca dalle quali ci siamo autoesclusi».
La sua vita è una storia americana. Orfano, vagabondo, emigrante accolto dall'America, dove ha potuto frequentare le migliori università. Ma è un Nobel "americano" perché è l'ennesima dimostrazione della superiorità di un sistema che finanzia idee e cervelli mettendoli in competizione e premiando quelli in grado di produrre i risultati migliori. E ogni giorno scopriamo che funziona.
Il premio Nobel a Capecchi è invece una dura lezione per il nostro paese. Non investiamo in ricerca, ma soprattutto le università italiane sono un universo "fuori mercato". Nulla a che vedere con il merito e le capacità scientifiche. Si diventa docenti grazie a un concorso pubblico e si assegnano le cattedre attraverso bandi-farsa pilotati dall'interno. Da quel momento in poi nessuno è più responsabile dell'operato del docente, che non corre più il minimo rischio di perdere il posto. Se le carriere non dipendono dai meriti scientifici, non c'è da stupirsi del fatto che non si produca ricerca. Per di più gli interni, fannulloni o totalmente incompetenti entrati grazie a una rete di relazioni, fanno il bello e cattivo tempo ostacolando ed eliminando la concorrenza degli elementi migliori, costretti a cercare borse e opportunità all'estero.
Per non parlare poi della cappa dell'oscurantismo cattolico sulla ricerca scientifica. Lo stesso Capecchi si dice rammaricato di «non potere mettere a frutto i miei studi in Italia, dove la ricerca sulle staminali embrionali è vietata». E' un altro aspetto penoso dell'arretratezza del nostro paese. «Un Nobel che in Italia è vietato», è il titolo della riflessione di Oscar Giannino, ieri su Libero. Un Nobel «che ci deve far riflettere sulle vie della ricerca dalle quali ci siamo autoesclusi».
Thursday, September 06, 2007
Scienziati di fede tornano alla carica
Alla notizia dell'autorizzazione concessa dall'autorità britannica per la fertilizzazione e l'embriologia (Hfea) alla creazione a scopo di ricerca di embrioni "chimera", contenenti materiale genetico sia umano che animale, per produrre cellule staminali utili per lo studio di malattie come il Parkinson e l'Alzheimer, hanno subito imbracciato i fucili da guerra gli scienziati che furono in prima fila nel sostenere a livello mediatico la campagna di Scienza e Vita e del Vaticano contro il referendum sulla fecondazione assistita.
Vi ricordate, quelli che erano meglio le staminali adulte e che oggi ancora non ci spiegano come mai ricercatori tra migliori al mondo, come quelli britannici, spingono così tanto, sfidando l'impopolarità, per avere le embrionali.
Oggi sui giornali sembra una gara alla dichiarazione più esagerata. Ma se quella delle embrionali è la strada sbagliata, perché allarmarsi così se i colleghi concorrenti la seguono. Se falliscono, i "nostri" hanno solo da guadagnarci.
L'opinione pubblica è stata «vittima di una manipolazione», denuncia Francesco D'Agostino, presidente onorario del Comitato nazionale di Bioetica. «Esperimento raccapricciante... Si creano mostri senza avere esiti scientifici», tuona Bruno Dalla Piccola, che si dice «certo che non produrranno nessun tipo di terapia utile...». Ostante sicurezza anche Angelo Vescovi: «Un'aberrazione che non darà risultati»; «Macché chimera, una vera bufala». Eppure, sulle potenzialità del procedimento sono entrambi smentiti con tre esempi reali da Elena Cattaneo e Giuseppe Testa.
Anche Giuseppe Novelli, professore di Genetica all'Università Tor Vergata di Roma, è favorevole: «Non verrebbero creati mostri, mezzi uomini e mezzi animali, perché non si darebbe vita ad alcun embrione... Nessuno vuole usare questi embrioni per produrre bambini chimera. Obiettivo degli scienziati inglesi è solo prendere le cellule staminali, metterle sotto al microscopio e studiare finalmente malattie come Alzheimer, il Parkinson e sclerosi laterale amiotrofica».
Eugenia Roccella, su Avvenire, semplicemente parla d'altro, come obnubilata dal film horror visto la sera prima, mentre troviamo il direttore di Libero, Vittorio Feltri, esprimere una posizione in controtendenza con l'area di centrodestra: «Non vedo mostri all'orizzonte Sto con la scienza». Dopo aver premesso che «l'esperienza suggerisce di non vedere catastrofi imminenti in ogni novità e neppure di considerare ogni novità portatrice di benefici», chiarisce un paio di questioni:
«Anzitutto gli embrioni in questione non saranno inseriti nell'utero della donna (il divieto è specifico) quindi non esiste il rischio di creare in laboratorio dei mostri, e chi pensa questo ha visto troppi film di fantascienza. Inoltre, il fatto che certi esperimenti ai limiti dell'immaginazione si svolgano - sotto rigoroso controllo - in Inghilterra, ossia il Paese più avanzato e civile al mondo, è garanzia di serietà. Non è proprio il caso di pensare che le stanze asettiche adibite alla ricerca negli istituti londinesi si trasformino in gabinetti di tipo nazista, frequentati da scienziati pazzi. Sarebbe una forzatura priva di riscontri logici nella realtà di oggi. Qui si tratta semplicemente di proseguire negli studi rispettando le regole a tutela di princìpi etici condivisi. Tutto il resto è fantasia disturbata da bigottismi e non ha titoli per essere un impedimento a scoprire rimedi a malattie finora incurabili».
E ricordiamoci poi che «spesso quanto avviene nei laboratori ci sembra orribile e spaventa, ma tutti desideriamo vivere meglio (sani) e più a lungo, e quando siamo colpiti da una grave malattia, all'improvviso, ciò che spaventava alimenta la speranza di poter guarire. E ci affidiamo alla scienza come bambini alla mamma».
Vi ricordate, quelli che erano meglio le staminali adulte e che oggi ancora non ci spiegano come mai ricercatori tra migliori al mondo, come quelli britannici, spingono così tanto, sfidando l'impopolarità, per avere le embrionali.
Oggi sui giornali sembra una gara alla dichiarazione più esagerata. Ma se quella delle embrionali è la strada sbagliata, perché allarmarsi così se i colleghi concorrenti la seguono. Se falliscono, i "nostri" hanno solo da guadagnarci.
L'opinione pubblica è stata «vittima di una manipolazione», denuncia Francesco D'Agostino, presidente onorario del Comitato nazionale di Bioetica. «Esperimento raccapricciante... Si creano mostri senza avere esiti scientifici», tuona Bruno Dalla Piccola, che si dice «certo che non produrranno nessun tipo di terapia utile...». Ostante sicurezza anche Angelo Vescovi: «Un'aberrazione che non darà risultati»; «Macché chimera, una vera bufala». Eppure, sulle potenzialità del procedimento sono entrambi smentiti con tre esempi reali da Elena Cattaneo e Giuseppe Testa.
Anche Giuseppe Novelli, professore di Genetica all'Università Tor Vergata di Roma, è favorevole: «Non verrebbero creati mostri, mezzi uomini e mezzi animali, perché non si darebbe vita ad alcun embrione... Nessuno vuole usare questi embrioni per produrre bambini chimera. Obiettivo degli scienziati inglesi è solo prendere le cellule staminali, metterle sotto al microscopio e studiare finalmente malattie come Alzheimer, il Parkinson e sclerosi laterale amiotrofica».
Eugenia Roccella, su Avvenire, semplicemente parla d'altro, come obnubilata dal film horror visto la sera prima, mentre troviamo il direttore di Libero, Vittorio Feltri, esprimere una posizione in controtendenza con l'area di centrodestra: «Non vedo mostri all'orizzonte Sto con la scienza». Dopo aver premesso che «l'esperienza suggerisce di non vedere catastrofi imminenti in ogni novità e neppure di considerare ogni novità portatrice di benefici», chiarisce un paio di questioni:
«Anzitutto gli embrioni in questione non saranno inseriti nell'utero della donna (il divieto è specifico) quindi non esiste il rischio di creare in laboratorio dei mostri, e chi pensa questo ha visto troppi film di fantascienza. Inoltre, il fatto che certi esperimenti ai limiti dell'immaginazione si svolgano - sotto rigoroso controllo - in Inghilterra, ossia il Paese più avanzato e civile al mondo, è garanzia di serietà. Non è proprio il caso di pensare che le stanze asettiche adibite alla ricerca negli istituti londinesi si trasformino in gabinetti di tipo nazista, frequentati da scienziati pazzi. Sarebbe una forzatura priva di riscontri logici nella realtà di oggi. Qui si tratta semplicemente di proseguire negli studi rispettando le regole a tutela di princìpi etici condivisi. Tutto il resto è fantasia disturbata da bigottismi e non ha titoli per essere un impedimento a scoprire rimedi a malattie finora incurabili».
E ricordiamoci poi che «spesso quanto avviene nei laboratori ci sembra orribile e spaventa, ma tutti desideriamo vivere meglio (sani) e più a lungo, e quando siamo colpiti da una grave malattia, all'improvviso, ciò che spaventava alimenta la speranza di poter guarire. E ci affidiamo alla scienza come bambini alla mamma».
Il nostro materiale genetico è già persona?
Dalla Gran Bretagna giunge una notizia destinata a riscaldare nuovamente il dibattito sulla bioetica.
L'autorità britannica per la fertilizzazione e l'embriologia (Hfea) ha dato il via libera alla creazione di embrioni "chimera", contenenti materiale genetico sia umano che animale, dopo che una consultazione pubblica ha rivelato che la maggior parte dei britannici (il 61%) non sarebbe contraria al loro utilizzo a scopo di ricerca. I ricercatori vogliono utilizzarli per produrre una quantità di cellule staminali utile per lo studio di possibili cure per malattie come il morbo di Parkinson e quello di l'Alzheimer.
Gli embrioni "chimera" vengono ottenuti inserendo materiale genetico umano dentro l'ovulo animale privato del suo Dna, risolvendo così il problema della scarsa disponibilità di ovuli umani da utilizzare a scopo di ricerca, perché normalmente provengono dai trattamenti di fecondazione assistita. L'autorità britannica ha autorizzato il loro utilizzo disponendo però la distruzione degli embrioni "chimera" dopo 14 giorni e vietando il loro impianto nell'utero.
Fonte: Corriere.it
«Un atto mostruoso contro la dignità umana», l'ha definito monsignor Elio Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita. Ma davvero nella Chiesa cattolica prevale un pensiero così materialista da ritenere che l'uomo si riduca a del materiale genetico, a qualche cellula ancora indifferenziata? Di chi è il vero scientismo? La dignità umana è un concetto astratto, che si presta a essere evocato in difesa di sistemi morali fondati su basi confessionali o ideologiche, oppure trova applicazione concreta di fronte a un individuo, a un cittadino?
L'autorità britannica per la fertilizzazione e l'embriologia (Hfea) ha dato il via libera alla creazione di embrioni "chimera", contenenti materiale genetico sia umano che animale, dopo che una consultazione pubblica ha rivelato che la maggior parte dei britannici (il 61%) non sarebbe contraria al loro utilizzo a scopo di ricerca. I ricercatori vogliono utilizzarli per produrre una quantità di cellule staminali utile per lo studio di possibili cure per malattie come il morbo di Parkinson e quello di l'Alzheimer.
Gli embrioni "chimera" vengono ottenuti inserendo materiale genetico umano dentro l'ovulo animale privato del suo Dna, risolvendo così il problema della scarsa disponibilità di ovuli umani da utilizzare a scopo di ricerca, perché normalmente provengono dai trattamenti di fecondazione assistita. L'autorità britannica ha autorizzato il loro utilizzo disponendo però la distruzione degli embrioni "chimera" dopo 14 giorni e vietando il loro impianto nell'utero.
Fonte: Corriere.it
«Un atto mostruoso contro la dignità umana», l'ha definito monsignor Elio Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita. Ma davvero nella Chiesa cattolica prevale un pensiero così materialista da ritenere che l'uomo si riduca a del materiale genetico, a qualche cellula ancora indifferenziata? Di chi è il vero scientismo? La dignità umana è un concetto astratto, che si presta a essere evocato in difesa di sistemi morali fondati su basi confessionali o ideologiche, oppure trova applicazione concreta di fronte a un individuo, a un cittadino?
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