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Monday, February 11, 2013

Ratzinger secolarizza il Soglio di Pietro

Papa Benedetto XVI si dimette. Pare fossero 6 secoli che non accadeva che un Papa si dimettesse, anche se nessun precedente - dicono - è paragonabile a questo, per contesto e motivazioni. Una decisione che va accolta con profondo rispetto, come un atto di umiltà e responsabilità. Bando alle dietrologie e ai complottoni alla Dan Brown, il fatto che le dimissioni del Papa siano contemplate dal codice non risolve tutte le questioni che si aprono. Il precedente è di grande rilievo, di portata storica per la Chiesa e le sue conseguenze non sono scontate.
«Le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte...
(...)
Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell'anima, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato».
Queste le motivazioni, così umane, e nelle quali si percepisce un bel po' di razionalismo e di efficientismo tedesco. Qualcuno, infatti, e sembra esserne consapevole lo stesso Pontefice dimissionario, potrebbe obiettare che essere Papa va oltre l'efficiente amministrazione di un "ufficio"... è anche pregare, soffrire, esercitare un'autorità morale, esporre il proprio corpo come valore simbolico. Il cardinale Dziwisz, segretario personale di Giovanni Paolo II, ha ricordato che «dalla croce non si scende», così come un malato non si può liberare di una malattia incurabile e, appunto, Cristo non è sceso dalla croce. E' anche molto verosimile che proprio aver vissuto da vicino gli ultimi giorni del Pontificato di Wojtyla può aver convinto Benedetto XVI a evitare di ripetere quell'esperienza, per il bene della Chiesa. E chissà che la consapevolezza di un certo isolamento politico, e umano, rispetto al suo predecessore non abbia contribuito.

Di sicuro da qualche decennio il lavoro del Papa è divenuto fisicamente e psicologicamente più gravoso, più logorante di quanto lo sia mai stato nella storia. Basti pensare ai viaggi e ai mezzi di comunicazione, ma anche alla varietà delle competenze necessarie per lo svolgimento degli affari correnti e ai ritmi di lavoro richiesti.

In ogni caso, la sensazione è che queste dimissioni avvicinino la figura del Papa a quella di un qualsiasi capo di Stato secolare. E sembra uno strano scherzo del destino che un Papa che si è battuto così strenuamente contro il relativismo, con il suo ultimo atto contribuisca in qualche modo a relativizzare la sua stessa carica, a "secolarizzare" il soglio di Pietro.

Questa decisione, infatti, marca un'implicita distinzione tra il ruolo di Pontefice e la persona che lo ricopre, a questo punto "pro tempore", riproponendo in una certa misura la questione dell'infallibilità. Talmente umano da dimettersi, per il venir meno delle sue forze, un Papa è anche così umano da sbagliare?

Le questioni che si aprono, al di là di codici e dottrina, non sono di poco conto. E' molto probabile che il Papa dimissionario eviterà di pronunciare discorsi o pubblicare libri, per non interferire con il nuovo, ma se in futuro un altro Papa dimissionario ritenesse di farlo? E che succede se un nuovo Papa e quello dimissionario appaiono in contraddizione? Si corre il rischio di un certo smarrimento tra i fedeli? Un atto terreno come le dimissioni basta a "sciogliere" un'investitura in cui c'è qualcosa di "divino"? Lo Spirito Santo interviene nella scelta di dimettersi così come nell'elezione?

E d'ora in poi, proprio perché i tempi moderni richiederanno un lavoro sempre più logorante, le dimissioni dei Papi saranno la regola? E cosa succederà, invece, se un Papa pur venendo meno le sue forze, come Wojtyla, vorrà proseguire? Ci saranno polemiche, pressioni, insistenti richieste di dimissioni per il "bene della Chiesa", richiami al "senso di responsabilità" e agli illustri precedenti? E il fattore età giocherà un ruolo sempre più decisivo nella scelta dei cardinali in conclave?

Tutte questioni delicate che - prevedo - resteranno apertissime per molto tempo.

Monday, May 28, 2012

La giornata: calcioscommesse, giustizia spettacolo, caccia alle streghe. C'è del marcio in Italia

Lo scandalo calcioscommesse, la giustizia spettacolo, la caccia alle streghe, la purga vaticana, la casta politica e i tecnici bluff. C'è del marcio in Italia, e sembra tenersi tutto insieme. Arresti e indagati eccellenti macchiano il mondo del calcio, sfiorando anche la Nazionale alla vigilia dell'Europeo. Il danno d'immagine è enorme. Da romanista, scandalizzato vero (ma non sorpreso), resto garantista. Bisogna dirlo: alcune perquisizioni francamente ridicole, che sanno di pura spettacolarizzazione, non depongono a favore della credibilità dell'inchiesta.

D'altra parte, ci resta la sensazione che il calcio italiano sia fasullo. Viviamo in un Paese in cui il capitano della Nazionale non si limita a prendere atto senza ipocrisia delle partite truccate, del "biscotto" quando a entrambe le squadre conviene il pareggio, ma in qualche modo le giustifica. E tutto va bene, nessuno dice niente. Fascia da capitano, inno e via in campo. E in cui al di là del fatto penale, sugli illeciti puramente sportivi le autorità calcistiche non indagano, per esempio su quella scandalosa Lazio-Inter di qualche anno fa. E tutto va bene, nessuno dice niente.

Da Rignano Flaminio arriva un'altra ordinaria storia di un Paese fallito. Tutti assolti gli imputati per abusi sessuali nei confronti dei bambini di un asilo. Assolti perché «il fatto non sussiste». Cioè, gli abusi non ci sono proprio stati. Questa la verità giudiziaria. Certo, strano che dal nulla, neanche una piccola molestia, sia potuto scaturire un caso del genere, ma la totale assenza di riscontri era evidente fin dall'inizio. Di certo ci restano arresti illegittimi, senza uno straccio di prova, un magistrato incapace che ha rovinato un'indagine dall'inizio, distruggendo per sempre le sue possibili prove, e una caccia alle streghe nazionale a mezzo stampa e tv.

Nel week end il ministro Giarda aveva di nuovo giocato con le parole sulla spending review, ripetendo la sua stima dei 100 miliardi di spesa «sotto attenzione specifica, potenzialmente aggredibile», che i media zelanti hanno subito trasformato in «tagli». Le cose ovviamente stanno molto diversamente. Di 100 miliardi è la spesa che si può mettere subito sotto esame. La notizia, quindi, è che gli altri 700 miliardi non si "rivedono", almeno non a breve. E stando al «cronoprogramma» presentato oggi dal commissario Bondi, i tagli dovrebbero ammontare a 4,3 miliardi. Alla fine, su 800 miliardi di spesa sono «aggredibili» solo 100 miliardi; e sui 100 «aggredibili», ne saranno tagliati in tutto 4: q-u-a-t-t-r-o! Lo 0,5% del totale.

Anche sull'inchiesta vatileaks, sui «corvi» in Vaticano, c'è più marcio che altro. Trasparenza zero, il sistema giudiziario del Vaticano è credibile come quello iraniano, o cinese, o di un qualsiasi regime dispotico del centroafrica. Il processo non sarà pubblico, le accuse e le prove dell'accusa ovviamente sì. Semplicemente lo Stato Città del Vaticano non è una democrazia, non è uno stato di diritto, ma i media riportano le notizie come se si trattasse di una normale vicenda giudiziaria, in realtà facendosi portavoce di quello che vogliono farci sapere, senza alcun controllo delle fonti. Sembra più una purga, o una faida; o tutte e due?

Wednesday, February 29, 2012

Un nuovo pasticcio che mortifica la libera iniziativa

Anche su Notapolitica

Siamo proprio sicuri che gli interventi governativi volti a chiarire l'area di esenzione dall'Imu per le attività cosiddette "non commerciali" sciolgano una volta per tutte le ambiguità? Il rischio, purtroppo, è che le opacità di cui soprattutto la Chiesa è accusata di approfittarsi siano soltanto trasferite da una terminologia ad un'altra, e che le polemiche siano soltanto rinviate ad una fase di più conflittuale dialettica politica rispetto alla melassa che oggi circonda il governo Monti. Sbaglia chi riduce tutto ad una questione meramente fiscale. La soluzione individuata ha a che fare con la concezione che abbiamo di servizio pubblico, con il ruolo dell'iniziativa privata e del profitto nel nostro Paese.

Ci si è accorti che l'Imu metterebbe letteralmente in ginocchio un pilastro essenziale del nostro sistema educativo e di welfare, costituito da scuole e strutture sanitarie private, principalmente cattoliche, e più in generale il terzo settore, il cosiddetto no profit, la cui rilevanza sociale è riconosciuta dalla legge. Basti pensare che le strutture sanitarie e di assistenza appartenenti a enti ecclesiastici sono 4.712, di cui 1.853 ospedali e case di cura, 136 ambulatori, 121 medi o grandi ospedali; le scuole paritarie cattoliche sono 9.371, a cui sono iscritti 740 mila alunni (dati 2010/2011). Di queste, 6.228 materne, cui vanno aggiunti 399 nidi d'infanzia. Tutti abbiamo ben presente quale sia l'offerta pubblica gestita da enti statali (i cui immobili adibiti alle medesime funzioni sono ovviamente esenti dall'imposta), e dunque comprendiamo l'importanza che sia affiancata da realtà private. L'Imu minerebbe la loro stessa esistenza, o comunque ne limiterebbe di molto l'accessibilità da parte delle famiglie, ad ulteriore danno di un fattore di sviluppo cruciale come l'occupazione femminile, ma anche di libertà costituzionali come quella educativa e di cura.

Che fare? Il principio esposto ieri dal premier Mario Monti in Commissione Industria del Senato sembra abbastanza chiaro: chi fa profitto, paga l'Imu; chi non fa profitto, non lo paga. Magari fosse così semplice. L'imbarazzo è evidente: come giustificare agli occhi dell'opinione pubblica il fatto che l'Imu sia dovuta per la prima casa, quella nella quale si abita, da cui non si ricava alcun profitto e la cui funzione sociale è eclatante, indiscutibile, mentre vengono esentati enti che richiedono rette e conti da migliaia, e in alcuni casi decine di migliaia di euro, che ricevono finanziamenti regionali, investono soldi, danno lavoro, sono governati da consigli di amministrazione e dirigenti ben retribuiti, in poche parole che funzionano come un'impresa? L'idea è che per rendere socialmente accettabile l'esenzione dall'Imu di tali meritevoli attività basti etichettarle come «concretamente non commerciali», in poche parole no profit. Il criterio base ovviamente è il riconoscimento di rilevanza sociale e che eventuali avanzi di bilancio non rappresentino in alcun modo profitto, ma ulteriore sostegno all'attività, didattica o di assistenza.

Ma questa definizione può reggere, o al contrario apre la strada a ulteriori equivoci, fraintendimenti, e quindi contenziosi giuridici? Si può, nell'ambito di una stessa imposta, tassare alcuni soggetti sulla base del mero possesso di un bene, ed esentare altri sulla base della sua non redditività (all'atto pratico solo presunta)? E siamo sicuri che la rinuncia a qualsiasi forma di profitto non si riveli, alla lunga, un danno per gli stessi privati impegnati nel "sociale"?

Molte comunissime attività economiche possono rivendicare la loro valenza "sociale". Il nostro ordinamento riconosce il beneficio, in termini di reddito, ricchezza e progresso sociale, derivante da qualsiasi attività, purché non sia contraria alla legge e alla pubblica sanità e sicurezza. E tali attività possono trovarsi in pareggio o, peggio, in perdita, quindi in no profit, per semplice incapacità imprenditoriale a stare sul mercato. Non sono forse "servizio pubblico" e non hanno rilevanza sociale una farmacia, lo studio di un avvocato, o una ditta di trasporti? E se concludessero il loro anno in pareggio, o in perdita, non dovrebbero anch'essi venire esentati dall'Imu? Giustificando con l'assenza di profitto l'esenzione da un'imposta di natura patrimoniale, cioè sul possesso di un bene, si apre una evidente contraddizione.

L'impressione è che imporre l'etichetta no profit, non commerciale, per concedere a un privato che fa servizio pubblico un'esenzione fiscale, nasconda il perpetuarsi nella nostra società, e nella nostra classe di tecnici e di politici, di un pregiudizio sfavorevole alla libera iniziativa economica e al profitto. Continuiamo a pensare che un servizio è pubblico solo se direttamente gestito dallo Stato; un privato può farlo, a patto che si organizzi come un ente statale e rinunci al profitto. La legge 62 del 2000 sulla parità scolastica fissa standard non solo formativi e qualitativi, ma anche organizzativi, col rischio di riprodurre nel privato sprechi e inefficienze statali; ora alle scuole paritarie si chiede di rinunciare al profitto se non vogliono pagare l'Imu. Se poi qualche euro di profitto ci scappa, com'è fisiologico in una gestione efficiente, lo Stato è pronto a chiudere un occhio, purché non si dica, e l'ipocrisia no profit non sia smascherata. La cultura cattolica condivide lo stesso pregiudizio negativo nei confronti del "lucro" e ciò spiega almeno in parte perché in Italia siano prevalentemente enti ecclesiastici – più inclini al compromesso e più solidi economicamente – a operare nel settore educativo e nella sanità privati.

Nel futuro prossimo, se non altro per motivi demografici, lo Stato non avrà le risorse per provvedere ad una sempre più forte domanda di eccellenza educativa, di formazione permanente, e di assistenza alla popolazione anziana. I privati devono entrare nel settore educativo e del welfare. E costringerli a scegliere tra rinuncia al profitto e più tasse non è il miglior incentivo. Il profitto deve entrarci, perché il servizio pubblico, la funzione sociale espletati traggono ancora più forza da un'organizzazione economica che prevedendo il profitto tende alla propria sostenibilità finanziaria e imprenditoriale.

Riguardo gli immobili in cui si svolgono attività promiscue, sia commerciali che non commerciali, l'emendamento del governo rischia di non mettere fine alle opacità, laddove prevede che l'esenzione sia limitata alla sola «frazione» di unità nella quale si svolga l'attività di natura non commerciale, e cioè che si pagherà l'Imu solo sulla porzione utilizzata a fini commerciali. Ma come calcolare, e soprattutto chi dovrà calcolare le frazioni? Basterà un'auto-dichiarazione del proprietario, vincolata ad un meccanismo ministeriale di individuazione del rapporto proporzionale tra attività commerciali e non esercitate all'interno di uno stesso immobile. Il cui rispetto però dipenderà da controlli ex post. Le polemiche non finiranno qui.

Thursday, February 16, 2012

Esenzioni Imu, ambiguità rientrano dalla finestra?

Il governo ha annunciato un emendamento per chiarire, si spera una volta per tutte, l'area di esenzione dall'Imu riservata a tutti gli enti non commerciali, una questione che si tende a ridurre alle attività e ai privilegi della Chiesa ma che in realtà riguarda anche sindacati, partiti e in generale il settore no-profit. E' senz'altro un passo nella direzione giusta, che si deve anche alla disponibilità della Chiesa in un contesto economico che ha richiesto sacrifici da parte di tutti gli italiani, ma che forse dimostra anche come negli anni scorsi siano mancati interventi chiarificatori più per la sudditanza dei politici, ansiosi di accreditarsi oltretevere, che per l'intransigenza delle gerarchie ecclesiastiche nel rifiutare di affrontare il problema.

Detto questo, siccome pare che a Monti le cose basti annunciarle e tutti le danno per fatte, mi sono chiesto: i criteri indicati consentono davvero di risolvere in modo definitivo la questione? Sarò prevenuto, ma l'ambiguità rischia solo di spostarsi dall'infelice dizione di «attività non esclusivamente commerciale» al «rapporto proporzionale» che dovrà essere individuato tra attività commerciali e non all'interno di uno stesso immobile. Il comunicato del governo specifica che «l'esenzione fa riferimento agli immobili nei quali si svolge in modo esclusivo un'attività non commerciale», dunque stabilisce «l'abrogazione di norme che prevedono l'esenzione per immobili dove l'attività non commerciale non sia esclusiva, ma solo prevalente». E fin qui sarebbe perfetto: l'attività non commerciale dev'essere esclusiva per godere dell'esenzione sull'immobile. Se non fosse che si introducono altri due criteri che rischiano di contraddire i primi e di far rientrare dalla finestra la suddetta ambiguità. E cioè che se nello stesso immobile si svolgono attività sia commerciali che non, l'esenzione è «limitata alla sola frazione di unità nella quale si svolga l'attività di natura non commerciale». Dunque, si rende necessario un meccanismo di «individuazione del rapporto proporzionale tra attività commerciali e non commerciali esercitate all'interno di uno stesso immobile».

Poniamo il caso di un immobile di 100 mq dove si svolgano sia attività commerciali che non. Ebbene, si pagherà l'Imu solo sulla porzione utilizzata a fini commerciali. Ma come verrà calcolata, e soprattutto chi dovrà calcolarla? Mi pare che nel comunicato si parli di una «dichiarazione» del proprietario «vincolata a direttive rigorose stabilite dal Ministero dell'economia e delle finanze». Aspettiamo quindi di leggere il testo dell'emendamento.

Friday, December 09, 2011

Troppi furbetti su Ici e Irpef

Sul fronte fiscale della manovra è il caso di insistere nel provare a sfatare alcuni falsi miti. E' falso che il governo Monti non abbia toccato le tasse sui redditi personali: da gennaio infatti aumenta, per tutti gli scaglioni, l'addizionale regionale Irpef, il che significa buste paga più leggere in media di 62-132 euro annui. E ci vuole una fervida immaginazione per considerare l'Ici non una pesante patrimoniale ma una tassa sui servizi, come si sforza di spiegare Monti. Se fosse davvero una tassa sui servizi che i comuni erogano, si dovrebbe applicare a tutti i residenti, a prescindere dalla proprietà o meno della loro abitazione.

Riguardo il tema delle esenzioni c'è poco da scaldarsi, è inutile addentrarsi in interminabili e dotte disquisizioni normative. Senza voler colpevolizzare la Chiesa o il settore no-profit, è evidente - perché altrimenti la materia non sarebbe così ripetutamente all'attenzione delle autorità europee e delle alte corti italiane - che l'attuale normativa ha generato, e sta alimentando, una zona grigia nella quale è difficile distinguere tra esenzioni lecite e illecite. In ogni caso, a mio avviso, la reintroduzione dell'Ici sulla prima casa (inaccettabile se non compensata da un alleggerimento almeno equivalente sui redditi) taglia la testa al toro. Sarebbe incomprensibile infatti aggrapparsi alla «funzione sociale» o «no-profit» quando di tutta evidenza non c'è nulla di più "sociale" e "no-profit" della casa in cui si abita, su cui anzi spesso c'è il gravoso onere del mutuo. Se i cittadini pagano l'Ici anche sulla prima casa, nemmeno il padreterno in persona reclamerebbe il diritto all'esenzione. Questo vale per gli enti ecclesiastici, ma ancor di più - non bisogna mai scordarselo - per partiti, sindacati e camere di commercio.

Friday, June 10, 2011

Laici, dove siete?

Strano: questa volta non mi risulta che qualcuno abbia denunciato "ingerenze" da parte della Chiesa nella campagna referendaria. Eppure, la mobilitazione delle gerarchie ecclesiastiche a tutti i livelli, non solo delle singole diocesi, è senza precedenti, persino maggiore di quella in difesa della legge 40 nel 2005. Ogni giorno una dichiarazione, si sono espressi preti, vescovi di importanti province, cardinali, i parroci non si contano, bandiere sugli altari. Persino il Papa in persona. Eppure, dove sono finiti i laici "indignados" che nel 2005 chiedevano persino l'arresto dei preti?

A fare campagna non è solo il folcloristico padre Zanotelli, o lo sconosciuto De Capitani, parroco a Monte di Rovagnate, in provincia di Lecco, secondo cui addirittura «chi decide che l'acqua sia messa sul mercato, non è un cristiano, è un indegno, va buttato fuori dalla Chiesa». Come nel 2005 le parrocchie sono invase di volantini, ma contrariamente al 2005 la Cei ha invitato ad andare a votare, così come Avvenire e L'Osservatore Romano (organo del Vaticano). Si sono espressi esplicitamente monsignor Crociata, segretario generale della Cei; i vescovi di Reggio Emilia, Chieti, Locri, Nola e diversi altri; il cardinale vicario della diocesi del Papa, Agostino Vallini; oggi il cardinale Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, quindi un ministro dello Stato Città del Vaticano, formalmente uno Stato estero. Ma chissà perché i sedicenti "laici" non si scandalizzano più... ma potete ancora guardarvi allo specchio senza sputarvi in faccia?

Wednesday, October 27, 2010

La cattiva coscienza di chi giudica gli iracheni

Si mobilitano per Saddam e Tarek Aziz come mai si sono mobilitati per il popolo iracheno perseguitato da Saddam e Aziz. Ma non è tutta qui la cattiva coscienza di chi oggi più che voler fermare un boia che sa di non poter fermare, vuole in realtà fare la classica bella figura a costo zero, nelle comodità del proprio salotto. E l'effetto più o meno consapevole è quello di delegittimare presso l'opinione pubblica il nuovo Iraq che così faticosamente e tra mille contraddizioni sta emergendo da quarant'anni di dittatura nazionalsocialista. Letteralmente nazionalsocialista, val la pena di ricordarlo. Per chi ci crede, il giudizio ultimo su Saddam e Aziz lo darà Dio. Qui sulla terra, non c'è giustizia umana più legittimita a giudicare di quella dei tribunali iracheni. Il punto non è essere a favore o contro la pena di morte. Il punto è non giudicare gli iracheni che giudicano i loro carnefici, riconoscere agli iracheni il diritto a giudicare i responsabili delle atrocità commesse contro il loro stesso popolo sotto un regime sterminatore. Un diritto che nei Paesi di molti di coloro che oggi protestano contro la condanna di Aziz è stato esercitato in modo molto, ma molto più brutale.

Chi proprio non può salire sul pulpito della morale e del diritto è chi non ha mai pronunciato una parola critica su un antifascismo fondato sull'assassinio e sull'oltraggio al cadavere del dittatore e sul "sangue dei vinti". Non si vedono sui giornali e in tv altrettante analisi pensose e autocritiche sulla sentenza di morte che alcuni partigiani eseguirono nei confronti di Mussolini e della sua amante (immaginiamo coinvolta molto più di Aziz nei crimini del fascismo...), nonché di migliaia di fascisti senza aver prima accertato in un processo le loro responsabilità dirette. Noi italiani al nostro dittatore nemmeno una parvenza di processo abbiamo concesso, nemmeno il rispetto del suo cadavere, così come non l'abbiamo saputo garantire ai migliaia di "vinti" di cui è stato sparso il sangue nel dopoguerra. E l'Europa che oggi si indigna per Saddam e Aziz è la stessa Europa che mi pare non metta sotto accusa - e giustamente non lo fa - Norimberga come giustizia dei vinti esercitata anche con la pena di morte.

Tarek Aziz ha subìto in questi anni diversi processi per fatti diversi, con verdetti ognuno diverso dall'altro (dall'assoluzione a condanne a 7 e a 14 anni), a dimostrazione di una giustizia forse non perfetta, né completamente distaccata (e come potrebbe esserlo del tutto?), ma le cui sentenze probabilmente non sono già scritte a priori. E mentre si stringerà il cappio al collo di Aziz, di sicuro non verserò lacrime, ma rivedrò negli occhi le vergognose immagini di quando gli fu permesso - al "cristiano" Aziz (!!!) - di insozzare con la sua sacrilega presenza la basilica di San Francesco d'Assisi (in rete non si trovano foto, se non questa di "Life"), con la brutale dittatura di Saddam Hussein ancora al potere. Come allora la Chiesa non avrebbe dovuto accostarsi al "cristiano" Aziz, così oggi la legittima e condivisibile posizione contro la pena di morte non ha alcun bisogno di venire accostata ai peggiori carnefici. Non temete, si può essere contro la pena di morte anche non versando lacrime per Saddam e Aziz.

Tuesday, August 31, 2010

Due pagliacciate: quella di Gheddafi e quella italiana

L'avevo più o meno scritto un anno fa: va bene il trattato come risarcimento per le atrocità italiane durante l'occupazione; passi per gli accordi commerciali, che fanno bene all'"azienda Italia", e per la collaborazione sull'immigrazione clandestina; e si celebri anche una giornata "dell'amicizia". Passi per tutto questo, ma basta offrire a Gheddafi - ogni anno, pare di capire che questo sia l'andazzo - un palcoscenico, una tribuna propagandistica, a danno della dignità del nostro Paese. Può darsi che basti appagare l'ego del beduino per ricavarne in cambio succulenti affari, ma ogni volta che Gheddafi mette piede e proferisce parola in Italia, il governo Berlusconi ci rimette un pezzo di immagine. Non per chissà quali considerazioni morali, religiose, o geopolitiche, ma semplicemente perché agli italiani Gheddafi è ancora antipatico e - a ragione - lo ritengono un personaggio inaffidabile, prepotente e impresentabile. Basterebbe non consentirgli show e stravaganze, limitare al minimo le sue visite, e quando sono proprio inevitabili, calibrare meglio il protocollo.

Detto questo, non saprei se è più una pagliacciata quella di Gheddafi, o quella di certe reazioni andate in scena in queste ore. Davvero troppi sono in questi giorni coloro che si scoprono nazionalisti, leghisti o ultrà cattolici senza esserlo mai stati. Lo fanno perché, com'è noto, ogni pretesto è buono per criticare Berlusconi. C'è, tra i molti che storcono il naso, chi non può permetterselo. Proprio dai settori cattolici e della sinistra che si sono sempre rifiutati di adottare l'argomento della reciprocità nei confronti dell'islam e non si sono mai allarmati per il moltiplicarsi di moschee e centri islamici sul nostro territorio - che con autorevolezza ben superiore a quella del leader libico, agli occhi degli stessi credenti musulmani, non fanno altro che propaganda ideologica - adesso rimproverano a Gheddafi di aver osato parlare di islam e fare proselitismo proprio nel cuore della Cristianità, a Roma, senza accorgersi che quella che vanno denunciando è stata una farsa, mentre nel frattempo sotto i loro occhi sta passando in Italia il peggio dell'islam radicale, ed è una cosa seria. Persino la Chiesa, sempre tollerante con la moschea o l'imam radicale di turno, aperta a qualsiasi manifestazione di religiosità islamica, che non perde occasione per bacchettare le intolleranze leghiste, adesso fa trapelare il proprio disagio per qualcosa, tra l'altro, che Gheddafi non ha detto: non ha detto che l'islam colonizzerà l'Europa, ma come riferiscono le hostess "infiltrate" da Mentana alla sua "lezione", «ha detto che visto il grande numero di musulmani che ci sono ormai in Europa e visto che loro si riproducono molto di più di noi cristiani – questi sono dati -, secondo lui nel corso della storia avverrà che i musulmani saranno in maggioranza». Un'analisi condivisa da molti studiosi anche in Occidente.

E forse non tutti ricordano il linciaggio politico-mediatico cui fu sottoposto Calderoli per aver indossato una t-shirt con una delle vignette satiriche danesi su Maometto. Nessuno parlò di dignità del nostro Paese quando Tripoli chiese e ottenne le sue dimissioni dal governo, usando l'episodio come pretesto per giustificare un'inqualificabile aggressione al consolato italiano di Bengasi.

Quelli che oggi fanno tanto i duri con Gheddafi, non lo furono quando ce ne sarebbe stato più bisogno. Troppo facile adesso, quando ormai è diventato in modo conclamato una patetica macchietta di quello che era vent'anni fa. Facile vergognarsi oggi degli accordi e delle strette di mano, ma non della politica estera italiana degli anni '70 e '80, quando da Gheddafi ci beccavamo missili e attentati senza neanche alzare la voce, e quando ci accordavamo con i terroristi palestinesi per far passare i loro esplosivi sul nostro territorio o far fuggire i loro leader dagli americani. Scusate, ma qualche provocazione verbale è niente rispetto a tutto quello che abbiamo ingoiato da Gheddafi (e dagli arabi) senza che nessuno si scandalizzasse tanto come oggi e, anzi, con certa sinistra che flirtava con il suo antiamericanismo e che ancora oggi flirta con la causa palestinese.

Nessuno, d'altronde, mi pare che oggi proponga di far cadere Gheddafi, con le buone o con le cattive, e di riportare la democrazia in Libia. Ci si preoccupa della sorte di qualche migliaia di immigrati, che servono per accusare Berlusconi e Maroni di atrocità, ma ai 6 milioni di libici chi ci pensa? Gli stessi che oggi si indignano per il trattato, gli accordi commmerciali o sui clandestini, si indignerebbero ancor di più se il governo italiano insieme ad altri cercasse di buttare giù Gheddafi. Al contrario di regimi nei confronti dei quali non mi sembra ci sia altrettanto sdegno, Gheddafi due passi li ha compiuti, anche grazie al fatto che l'Italia ha dato il suo contributo in questo processo di normalizzazione dei rapporti con l'Occidente: la Libia è uscita dal novero dei Paesi dotati di armi di distruzione di massa (Gheddafi le aveva, di tipo chimico, a differenza di quelle mai trovate di Saddam) e sostenitori del terrorismo, ammettendo le sue responsabilità, e risarcendo i parenti delle vittime, per l'attentato di Lockerbie, costato la vita a 270 persone. Come ha ricordato Oscar Giannino, oggi su Il Messaggero, «il 14 luglio scorso, giorno della festa nazionale francese, sotto l'Arco di Trionfo a fianco alle truppe francesi sono sfilati a pari dignità contingenti di molte ex colonie francofone alla presenza dei loro capi di Stato, e il più di esse veniva da Paesi controllati da regimi al cui confronto la Libia di Gheddafi è un Paese autoritario sì, ma stabile, ordinato e senza stragi etniche». Persino gli Stati Uniti hanno ristabilito relazioni diplomatiche con Tripoli, e proprio l'Italia avrebbe dovuto rinunciare ai vantaggi della normalizzazione dei rapporti di una sua ex colonia con l'Occidente, di cui tutti si sarebbero comunque avvantaggiati?

Wednesday, August 25, 2010

Cadono la maschere "riformiste"

Sulla vicenda Fiat-Fiom la politica continua a restare alla finestra. Al massimo sa andare in curva, si divide tra chi tifa per la Fiom e chi per la Fiat, ma quanto a interventi legislativi volti a riformare la contrattazione e lo statuto dei lavoratori per modernizzare i rapporti di lavoro dando ossigeno alla nostra economia, nulla si muove e nessuno si esprime. Il superamento di vecchie logiche e di vecchi contratti è lasciato alle buone intenzioni e agli sforzi, inevitabilmente insufficienti, delle singole parti. Che per lo più stanno agendo in modo responsabile (come Confindustria, Cisl, Uil e Fiat), ma non manca chi, come Cgil e Fiom, prosegue nelle sue battaglie ideologiche sulla pelle dei lavoratori, quelli veri, potendo avvalersi di una sintonia politica con la quasi totalità dei magistrati del lavoro.

Il presidente Napolitano ha perso un'altra buona occasione per tacere. Offrendo un'improvvida sponda agli operai della Fiat di Melfi licenziati e reintegrati (in teoria, dovrebbe essere rispettata la sentenza del giudice, dal momento che la Fiat, consentendo loro l'attività sindacale in azienda, ha rimosso il comportamento giudicato antisindacale), mostra di non aver capito nulla di cosa ci sia in gioco: sulla base dell'accordo di Pomigliano l'azienda e i sindacati stanno trattando per il ritorno in Italia di produzioni delocalizzate. Ma se si tollera che durante uno sciopero a cui aderiscono in poche decine su 1.750, tre operai blocchino la produzione non permettendo agli altri di lavorare, se cioè si tollera che lavoratori e sindacati del tutto minoritari possano sabotare accordi e produzione, allora Fiat potrebbe decidere di andarsene a produrre all'estero. E se persino Fiat non rimane in Italia, perché dovrebbero rimanervi, o arrivarvi, imprese straniere? Il messaggio che questa vicenda sta mandando al mondo intero è: non investite in Italia. E ci rimettiamo tutti, signor presidente, dando l'impressione di un Paese in cui prevale una cultura anti-impresa.

E quando la battaglia si fa dura, quando si arriva al dunque delle questioni, non c'è più spazio per "terzismi" e riformismi da salotti televisivi. E così Ichino e Treu gettano la maschera di "riformisti", criticando Fiat. La Chiesa parla addirittura di «errore etico» e «diritti della persona negati», mentre tutta l'ipocrisia e l'imbarazzo del Pd nell'appello di Bersani all'azienda, e non alla Fiom, la prima a ricorrere alle carte bollate. Il ministro Matteoli è stato il primo del governo a pronunciarsi, e malamente come spesso gli capita, mentre la Gelmini e Capezzone sono stati finora gli unici a schierarsi senza se e senza ma con Marchionne. E a mostrare una certa insofferenza per l'intervento di Napolitano è il segretario della Uil Angeletti, che fa notare - e questo la dovrebbe dire lunga - che non c'è alcuno sciopero in corso a Melfi. Insomma, la Fiom e i tre reintegrati sono del tutto isolati anche tra i lavoratori e i sindacati.

Cattolici "spaccati" da sempre

A certe tesi, come quella di Famiglia Cristiana su Berlusconi che sarebbe colpevole di aver «spaccato» il mondo cattolico, bisognerebbe rispondere con una sonora risata, anziché attribuirgli il valore di chissà quale analisi politologica. E' evidente infatti che si tratta semplicemente di una stupidaggine, una totale scemenza che rivela l'ignoranza di chi l'ha scritta. Il mondo cattolico è «spaccato» da sempre, altrimenti non si spiega come mai la Dc non avesse il 60 o l'80%. La realtà è che i cattolici sono da sempre divisi politicamente, e non sono pochi quelli che hanno votato e votano comunista. E anche se fosse, non mi pare un'accusa grave quella di aver «spaccato» i cattolici. E' un bene che siano politicamente divisi e la pensino diversamente, non facendosi tra l'altro condizionare più di tanto - comunque molto meno di quanto credano i nostri politici - da ciò che dicono le gerarchie ecclesiastiche.

Com'è altrettanto evidente, l'ha sottolineato oggi monsignor Rino Fisichella a beneficio anche di qualche strumentalizzatore di sinistra, che «un'editoriale di Famiglia Cristiana o anche su un'analisi formulata da una sottocommissione preparatoria della Settimana Sociale» non interpretano il pensiero del mondo cattolico né la Chiesa. E tra l'altro, Fisichella definisce quello di don Sciortino su Berlusconi un giudizio «del tutto tendenzioso», ricordando anch'egli come «in altri momenti storici - ad esempio quando Moro e Fanfani fecero il centrosinistra - ci fu una divisione dei cattolici».

Friday, April 23, 2010

Appunti da oltremanica

Dal secondo dibattito tra i candidati premier in Gran Bretagna che si è tenuto ieri sera i nostri politici dovrebbero solo che prendere appunti. E riflettere silenziosamente. Interessante, infatti, l'approccio, condiviso e pragmatico, sulla base del quale si è svolta la discussione in particolare su due temi. Sull'immigrazione (caro Fini...) l'impianto da cui le posizioni dei tre non si discostano di molto sembra una variante spinta del leghismo nostrano. Il premier uscente laburista Gordon Brown si vanta di aver ridotto il numero degli ingressi e boccia senz'appello la proposta del liberal-democratico Nick Clegg di regolarizzare i clandestini: «Avviare un'amnistia per gli immigrati irregolari sarebbe un errore perché incoraggerebbe la gente a venire in questo Paese pensando che a un certo punto ne legalizzeremmo la presenza. Non costituirebbe un deterrente e farebbe sì che sempre più gente venga illegalmente nel nostro Paese».

Ma non è tutto qui. Il premier ha rivendicato il successo del «sistema a punti» avviato dal suo governo, che secondo le statistiche ha invertito il trend relativo all'ingresso degli immigrati: «La nostra politica mira a controllare e gestire l'immigrazione. Per farlo abbiamo istituito un sistema a punti. **Nessun lavoratore non specializzato proveniente da fuori l'Unione europea può entrare nel nostro Paese. E stiamo gradualmente riducendo il numero di specializzazioni per le quali abbiamo bisogno di persone che vengono da fuori, così che cuochi o operatori sociali in futuro non verranno dall'estero ma saranno addestrati in Gran Bretagna**».

Qui da noi il governo «a trazione» dei cattivi leghisti si limita a chiedere che chi entra nel nostro Paese abbia un lavoro. In Gran Bretagna fanno entrare solo chi ha le specifiche professionalità indicate dal governo. E comunque, ci sarà un giro di vite, in modo da tornare ad avere cittadini di Sua Maestà come operatori sociali e cuochi (da quest'ultimi God Save Us!). Naturalmente anche il leader tory David Cameron è contro la sanatoria e per di più rispetto a Brown, pur premettendo che i lavoratori stranieri «sono una risorsa, per cui vanno accolti e assistiti», lui addirittura chiede di porre un «tetto» prefissato al numero di immigrati da accogliere, a prescindere dalla loro specializzazione. Oltre alla sanatoria Clegg propone di "trasferire" gli immigrati verso le aree del Paese che hanno più bisogno di forza lavoro.

E riguardo un recente emendamento presentato dalla leghista Silvana Comaroli al dl incentivi all'esame del Parlamento («Le regioni, nell'esercizio della potestà normativa in materia di disciplina delle attività economiche, possono stabilire che l'autorizzazione dell'esercizio dell'attività di commercio al dettaglio sia soggetta alla presentazione da parte del richiedente, qualora sia un cittadino extracomunitario, di un certificato attestante il superamento dell'esame di base della lingua italiana rilasciato da appositi enti accreditati»), un'analoga proposta è contenuta nel programma elettorale dei laburisti inglesi, secondo cui a dover sostenere l'esame d'inglese sarebbero non solo coloro che intendono aprire un'attività commerciale, ma anche badanti, insegnanti, operatori sociali, personale dei call center e chiunque svolga una professione che lo metta in contatto diretto con il pubblico.

Sui temi etici i tre (compreso il conservatore Cameron) sono unanimi: sì aborto, sì ricerca scientifica, sì unioni omosessuali. E sì anche alla visita di Papa Benedetto XVI - nonostante lo scandalo degli abusi sessuali sui minori, su cui però tutti e tre chiedono con forza alla Chiesa di fare chiarezza - perché nella tollerante Inghilterra c'è sempre posto per la fede e per il contributo delle diverse religioni.

Tornando sull'immigrazione, facciamo un salto in Germania. Lakeside Capital ci offre questo contributo, tratto da qui:
Despite illegal immigrants’ rights to health care, these services are infrequently used. The problem lies in two clauses of the German immigration law which makes it mandatory for public institutions such as hospitals to pass on information about illegal immigrants to social affairs offices and in turn to the Ministry of the Interior (i.e. § 87 AufenthG, chapter 3.2.2; Article 76 of the AuslG). Therefore, doctors who help undocumented people access basic health services may be penalized for not reporting them.
Qualcuno ieri intervenendo alla direzione del Pdl ha detto che queste cose sono «incompatibili con il Ppe».

Wednesday, April 14, 2010

La Chiesa non può ignorare la giustizia degli uomini

Avranno imparato la lezione?

Il bubbone pedofilia, che da anni si stava gonfiando, è finalmente scoppiato e la Chiesa corre ai giusti ripari, segno che al di là di smentite e difese d'ufficio, sa bene d'avere torto e di aver sbagliato, e che non si tratta di un oscuro complotto mediatico anti-cattolico organizzato dai massoni, come tenta di far credere ai suoi fedeli. Meglio tardi che mai, si direbbe. Tra incredibili gaffe e errori comunicativi praticamente ogni giorno (il parallelo con la Shoah e l'equiparazione omosessuale-pedofilo), arriva infatti, sull'onda e per effetto degli scandali, e nel panico totale di una gerarchia che sembra non sapere più che pesci pigliare, la nuova direttiva: nei casi di abusi sessuali su minori da parte dei preti "si deve sempre seguire la legge civile per quanto riguarda la denuncia dei crimini alle appropriate autorità".

E' quanto recita la "guida" della Congregazione per la dottrina della Fede pubblicata sul sito della Santa Sede. Nei casi più gravi e accertati, continua il documento, il Papa potrà direttamente ridurre il colpevole allo stato laicale, senza passare per un processo canonico. Per la prima volta si fa riferimento esplicito alla denuncia alle autorità civili, quando fino ad oggi le direttive suggerivano (neanche troppo velatamente) - se non intimavano fino alla scomunica - il silenzio e la discrezione.

Anche nei confronti della Chiesa, come ricorda oggi Ostellino, va applicata «la distinzione kantiana, e liberale, fra peccato e reato». Ma la Chiesa non si è limitata a condannare il peccato e a perdonare il peccatore pentito. Distinguere non significa nascondere, insabbiare.

Con la nuova direttiva - di tutta evidenza non "motu proprio" ma "obtorto collo" - la Chiesa mostra di aver compreso che ciò che ha più scandalizzato, irritato, sconcertato l'opinione pubblica, anche cattolica, non è tanto l'enorme quantità di abusi sessuali di membri del clero sui minori, quanto piuttosto l'anacronistica e criminale pretesa della Chiesa cattolica di considerare la propria giurisdizione al di sopra di quella civile, sostitutiva rispetto ad essa, e quindi di sottrarre i suoi appartenenti alla legge, rivelando così la sua propensione a riprendersi piccoli spazi del suo perduto potere temporale. Mi spiego: se anche fosse stata severissima al suo interno con i preti che si sono macchiati di abusi, non avrebbe dovuto dar luogo a comportamenti reticenti e a coperture che sanno di favoreggiamento. Mi sembra di vederli lo sbigottimento e l'incredulità negli occhi del Papa e dei cardinali: crolla oggi una pretesa superiorità della loro giurisdizione in cui hanno davvero creduto. Non riescono proprio a capacitarsi delle bizzarre pretese della "giustizia degli uomini". Sarà un altro "peccato" di cui scusarsi tra qualche decennio.

All'attuale Papa non si può affatto riconoscere «il merito di aver fatto opera di trasparenza», come sostiene Ostellino, in quanto lui stesso uno dei maggiori responsabili, da capo della Congregazione per la dottrina della Fede per un ventennio, di quel sistema di "copertura" e insabbiamento del fenomeno degli abusi concepito e posto in essere dal Vaticano, qui a Roma. Se oggi si muove nella direzione opposta, distinguendo gli ambiti del diritto canonico da quelli del codice penale, si può legittimamente ritenere che agisca così perché vi è stato costretto dall'incalzare degli eventi e dal montare dello scandalo, e forse alla fine anche per convinzione - almeno speriamo - ma certo fuori tempo massimo.

Rischia giustamente, quindi a mio avviso, di «passare come il Papa che ha coperto la pedofilia dei sacerdoti». Semmai, a parziale attenuante, si può dire che la giusta critica nei confronti della Chiesa cattolica non si riduca alla demonizzazione dell'attuale Papa solo perché "antipatico", quando di tutta evidenza si tratta di un sistema e di una mentalità omertosa che coinvolge le gerarchie ecclesiastiche nel loro complesso, e che vede tra i responsabili anche i Papi precedenti. Insomma, non si può crocifiggere Ratzinger e salvare Wojtyla, solo perché più simpatico, sarei il primo a rifiutare questa logica.

Thursday, March 25, 2010

Un boomerang le intimazioni vaticane

Se il voto del 28 e 29 marzo si caratterizza, come si sta sforzando di caratterizzarlo Berlusconi, non solo come voto per scegliere i governi regionali ma anche per dare «nuova forza e supporto al mio governo per operare nella direzione delle riforme» (il premier, ormai non sappiamo con quale credibilità, è tornato a parlare di «rivoluzione liberale», dal presidenzialismo alla riforma della giustizia e del fisco), allora c'è qualche possibilità che i candidati di centrodestra riescano a strappare la vittoria al foto-finish in Piemonte e Lazio. Ma se si caratterizza come voto "religioso" contro i candidati "laicisti" le possibilità a mio avviso diminuiscono.

Il tentativo di mobilitazione in cui si sta spendendo in quest'ultima settimana Berlusconi contro il pericolo dell'astensionismo, toccando i tasti giusti (voto utile, scelta di campo, promessa di riforme, carattere nazionale del voto), può riuscire, ma rischia di essere indebolito, e non rafforzato dalla mobilitazione del voto cattolico tentata dal cardinale Bagnasco con l'intervento a gamba tesa dell'altro giorno. Se la Polverini appare voler resistere alla tentazione, giornali e politici di centrodestra sembrano voler ricorrere nuovamente, come all'inizio della campagna, all'arma religiosa, non avvedendosi che il bacino elettorale cui possono rivolgersi i candidati di centrodestra è ben più ampio di quello delimitato da quegli elettori disposti a rispondere presente fin dentro le urne ad un richiamo integralista alla dottrina etica e sociale della Chiesa. Sono ben pochi, e a mio avviso comunque meno di quanti sarebbero allontanati da quella vera e propria intimazione.

L'intervista del Mons. Fisichella a il Giornale rischia di peggiorare le cose: non solo si chiede ormai esplicitamente ai cattolici di non votare la Bonino nel Lazio e la Bresso in Piemonte («il richiamo alla libertà di coscienza è sacrosanto, ma... il cattolico non può con il proprio voto favorire leggi o programmi che non sono conformi ai principi non negoziabili»), ma si intima anche a quei politici di non chiederlo neanche, il voto ai cattolici («i candidati i quali hanno impegnato tutta la loro attività politica nel perseguire programmi che contrastano apertamente con alcuni fondamentali valori a noi cari, sarebbe opportuno che per coerenza essi stessi chiedessero ai cattolici di non essere votati»).

Un intervento, quello di Bagnasco, che Il Secolo XIX definisce «uno scivolone di prim'ordine» per lo stesso segretario della Cei («aver affidato a un pugno di voti le sorti della Chiesa italiana, è apparso, nei sacri palazzi, come un passo a dir poco improvvido. Anche perché il colpo assestato da Bagnasco è arrivato troppo tardi, a pochi giorni dal voto»). E perché potrebbe mobilitare l'elettorato di sinistra a sostegno della Bonino più di quanto sia in grado di mobilitare contro di lei quello moderato e gli indecisi.

Tuesday, March 23, 2010

L'effetto "B" sulla campagna nel Lazio

Mi pare che ormai in dieci delle 13 regioni in cui si vota i rapporti di forza tra i candidati si siano abbastanza consolidati: al centrosinistra dovrebbero andarne sei (Emilia, Toscana, Marche, Umbria, Puglia e Basilicata) e al centrodestra quattro (Lombardia, Veneto, Campania, Calabria). Ciò significa che a decretare la vittoria dell'uno o dell'altro schieramento sarà il responso delle urne nelle tre regioni rimanenti. Oltre che in Liguria (dov'è leggermente in vantaggio il centrosinistra), soprattutto nelle due più pesanti e in bilico, Lazio e Piemonte. Considerando che il centrodestra, pur perdendo in tutte e tre queste regioni, passerebbe comunque da due a quattro regioni governate, ma che il centrosinistra parte da una base di consensi fortemente ridotta rispetto alle ultime regionali nel 2005 (e che pochi mesi fa la prospettiva del sorpasso - 7 a 6 o addirittura 8 a 5 - sembrava alla portata del centrodestra), bisognerebbe parlare di pareggio nel caso in cui il Lazio andasse agli uni e il Piemonte agli altri, o viceversa, mentre se in entrambe le regioni si affermasse una sola coalizione, allora avremmo una vittoria piena.

Di elementi anomali in questa campagna elettorale ce ne sono stati tali e tanti che prevedere l'impatto che avranno sulle intenzioni di voto dei cittadini in una regione come il Lazio, dov'è testa-a-testa tra Polverini e Bonino, è impossibile. Ieri si è aggiunta anche la variabile vaticana, con l'intervento a gamba tesa del segretario della Cei Bagnasco, che ha voluto richiamare i cattolici disorientati a «inquadrare» il proprio voto, in qualsiasi competizione elettorale, anche locale e regionale, nell'ottica di quei «valori non negoziabili» che sono in gioco su temi quali l'aborto e la famiglia. Tradotto: non votate per la Bonino o per la Bresso.

Un richiamo così esplicito e a così pochi giorni dal voto significa che le gerarchie ecclesiastiche ritengono realistica - e temibile - la vittoria di Emma Bonino nel Lazio e ciò che più temono non è certo la sorte dei «valori non negoziabili», su cui i governatori possono ben poco, ma quella di ben altri "valori", le «strutture sanitarie di ispirazione cristiana», che però non hanno altrettanto presa sugli elettori.

La reazione delle due candidate è stata composta e saggia dal punto di vista di entrambe. Né la Polverini ha strumentalizzato le parole di Bagnasco (al contrario di quanto stanno tentando di fare le forze politiche che la sostengono, Pdl e Udc), né la Bonino è caduta nella trappola di una reazione anticlericale come in passato. Non ha certo bisogno di ispessire il suo profilo "laicista", correndo il pericolo di alienarsi davvero qualche voto cattolico, mentre la Polverini è consapevole che il bacino elettorale del centrodestra, quello a cui può rivolgersi, è ben più ampio di quello delimitato dalle posizioni del Vaticano.

Difficile valutare l'effetto di questo intervento. Apparentemente, e nelle intenzioni della Cei, dovrebbe avvantaggiare la Polverini, ma non mi stupirei se avesse l'effetto opposto, anche considerando la crisi di credibilità morale della Chiesa in questo periodo di scandali sulla pedofilia. Come ho già avuto modo di scrivere, non credo che il problema della Bonino sia mai stato il cosiddetto "voto cattolico". Piuttosto, è in generale la mobilitazione di tutto l'elettorato Pd e a sinistra del Pd. E per i cattolici che solitamente votano centrosinistra, esattamente come per gli altri, è l'esame di antiberlusconismo quello che conta per capire se possono fidarsi di un candidato e mobilitarsi per esso. La Bonino questo esame mi pare averlo superato brillantemente. Il resto, viene dopo. Piuttosto, la forte personalizzazione della campagna ancora una volta su Berlusconi rischia di dividere gli elettori nei soliti blocchi, impedendo alla Bonino di attrarre voti da destra e alla Polverini di attrarne da sinistra, come i loro profili autorizzavano a ritenere possibile.

Friday, January 22, 2010

Polverini vs Bonino, duello atipico

Non c'è troppo da sorprendersi della campagna di Libero contro la Bonino, come neanche dell'inversione a U del Riformista, con al volante uno spericolato Caldarola che dopo aver definito la candidatura della radicale una «opportunità» e una lieta «novità», oggi invece la attacca duramente prendendo spunto dalla campagna di Libero. E' ovvio che qui i valori che contano non sono quelli etici, ma sono i valori degli Angelucci, editori di entrambi i giornali, ma non ci scandalizziamo. La politica è anche rappresentanza di interessi. Lo sa bene Ruini, sceso in campo per assicurarsi che Pdl e Udc non mettano a repentaglio per beghe tra partiti i preziosi interessi della Chiesa nel Lazio. Piuttosto, come fa notare Filippo Facci, non mi pare un grande scoop. Altro che scheletro nell'armadio (e le tessere false della Polverini?) Tutti sanno che la Bonino si è battuta per la legalizzazione dell'aborto e una foto di oltre trent'anni fa (35!), per quanto cruda, può far rabbrividire ancor di più chi - ma sono pochi - considera l'aborto un omicidio e la Bonino un'«assassina», ma non basta a macchiare la sua immagine di paladina dei diritti civili e di donna di governo seria e competente.

Ma soprattutto, non saprei quanto convenga al centrodestra buttarla sull'aborto, sui diritti civili, sulla contrapposizione della Bonino e dei radicali all'ingerenza del Vaticano. La situazione è complessa, infatti, visto che i profili di entrambe la candidate presentano differenze vistose rispetto all'elettorato di base delle coalizioni che le sostengono. Per molti versi, infatti, la Polverini ha tutte le carte in regola per attrarre molti voti di sinistra. Lei ex sindacalista, nella Roma dei ministeri, amica delle coop ed essendo la sanità pubblica il principale dossier sul tavolo di qualsiasi presidente di regione, in particolare nel Lazio, dove il buco si è approfondito sia con Storace che con Marrazzo. L'elettore di sinistra, magari sindacalizzato, magari dipendente pubblico, o magari radical-chic, non teme la Polverini, nonostante sia del centrodestra, anche perché la associa molto più a Fini che a Berlusconi.

Specularmente, l'incognita della Bonino è molto più la mobilitazione dei voti del Pd e dei partiti di sinistra che non dei cattolici. Incendiare la campagna su temi quali l'aborto, la laicità, la Chiesa, rischia di facilitare questo compito alla Bonino. La maggior parte dei voti cattolici, come dimostra anche un'esemplare inchiesta su Il Foglio di oggi, si spostano molto più su concetti come solidarietà e lavoro che sull'aborto. Il voto dei cattolici, della grandissima parte di essi, non si polarizza sui temi etici (men che meno l'aborto, questione chiusa con la legge 194), ma come il resto dell'elettorato su quelli economico-sociali. Non bisogna farsi ingannare dai politici, "cattolici" e non, cui interessa accreditarsi agli occhi delle gerarchie ecclesiastiche. Al contrario, l'elettore di sinistra o di estrema sinistra sfiduciato, che per i motivi citati prima non teme la Polverini tanto da precipitarsi a votare la "liberale" Bonino, e che forse dalla caduta di Prodi non va neanche più a votare, potrebbe trovare nuove motivazioni per tornare alle urne da un acceso scontro sulla laicità da cui sulla figura della Polverini si stagliasse il profilo del Vaticano.

Con questo non voglio dire che alla Bonino convenga buttarla sui diritti civili e la laicità. Lei non ha bisogno di parlarne, perché è il suo "brand" d'origine. Se lo facesse, invece, verrebbe fuori quella "diversità radicale" che le alienerebbe sia i voti moderati che quelli di sinistra. Ma non credo che commetterà questo errore. Per raccogliere tutti i voti del Pd dovrà innanzitutto lavorare molto sotto traccia, sulla "pancia" di un partito deluso e confuso. Il no al nucleare può essere un buon tema su cui mettere in difficoltà la sua avversaria e mobilitare energie da sinistra. Ma per vincere dovrà anche presentarsi come una manager ben informata, pragmatica e competente, darsi un tono istituzionale e "bipartisan", evitare faziosità antiberlusconiane alla Franceschini o alla Bersani, per convincere indecisi e liberali del Pdl. E sperare che la Polverini - per il momento ancora meno nota di lei e non inquadrata partiticamente - riveli qualche fragilità e commetta l'errore di spostarsi troppo a destra.

Insomma, ci vuole un miracolo, proprio perché a meno di regali inaspettati, il popolo della sinistra, già sfiduciato, non ha motivi per temere la Polverini. E perché i settori più liberali del centrodestra, che come me mugugnano per la Polverini e l'alleanza con l'Udc, nel Lazio sono una minoranza non significativa e hanno smesso di credere alla favola della Bonino e dei radicali come "liberali".

Emma Bonino è una zelig. La sua metamorfosi ha seguito di pari passo - e, anzi, trainato - quella dei radicali, gli ultimi giapponesi di Romano Prodi. Da una vittoria della Bonino non ci sarebbe dunque da aspettarsi alcuna "rivoluzione liberale". Sarebbe ingenuo pensare che la Bonino sia la stessa del '99, quando alle Europee prese l'8,5%. Alla Polverini fa gioco, per cercare di alienarle i voti più di sinistra, ricordare le sue battaglie antisindacali, contro l'art. 18, il "liberismo", ma la Bonino e i radicali non sono più quelli di allora. Sono bastati due anni al governo con Prodi per trasformarli e ormai sono più a sinistra del Pd.

Monday, September 14, 2009

Campi, la toppa peggiore del buco

Lanciato il sasso, a riparare le vetrate infrante da Fini è il direttore di Fare futuro, Alessandro Campi, con questo editoriale sul web magazine della fondazione, dal titolo "Fare politica, oltre il presentismo", in cui assicura che Fini «non abbandonerà mai Berlusconi» e che «il Popolo della libertà è e rimane il suo partito», e in cui si dedica ad un'analisi della strategia politica del presidente della Camera. Fini sarebbe consapevole di non avere alcuna convenienza «ad apparire come colui che colpisce alle spalle il suo antico alleato», l'elettorato «non apprezzerebbe quello che a tutti gli effetti sarebbe un tradimento».

Fini vorrebbe il Pdl «diverso da come è attualmente». Non si può dar torto a Fini quando avverte il problema del passaggio da una situazione in cui la gente vota solo e soltanto Berlusconi, ad una nella quale impari a votare il Pdl. Un partito capace di «dare continuità storica al berlusconismo, farlo diventare una famiglia politica stabile» è - o dovrebbe essere - nell'interesse di tutti. A questo punto però sorgono due questioni. Una riguarda la forma-partito. C'è da chiedersi, cioè, se il «partito vero» come lo intendono Fini e Campi sia davvero la soluzione più idonea nella politica di oggi; l'altra, riguarda il modo scelto da Fini per dare, come dice Campi, un futuro al berlusconismo, su cui ho già espresso i miei dubbi qui e qui.

Scendendo su un terreno appena un po' più concreto, Campi si produce in un elenco di soggetti con i quali a suo avviso il Pdl sbaglia a polemizzare:
«Si sospetta degli industriali perché dialogano con la Cigl. Si polemizza con la Chiesa. Si inveisce contro il culturame come ai tempi di Scelba. Si considerano i giornali un covo di sovversivi. Si mortifica il pubblico impiego con le campagne contro i fannulloni. Si inveisce contro il sistema bancario. Si vede nella magistratura una minaccia all'ordine costituito. Si impreca contro i 'poteri forti'. Si trascurano le forze dell'ordine per fare posto alle ronde. Si trattano gli immigrati come ospiti indesiderati. Si tolgono risorse alla scuola nella convinzione che tanto i professori votino tutti a sinistra».
Un elenco indicativo: industriali, sindacati, Chiesa, intelligentsia, giornali, pubblico impiego, banche, magistratura, scuola. Qui proprio non ci siamo. Si tratta di istituzioni/soggetti sociali iperprotetti, in alcuni casi vere e proprie caste, che rendono inefficiente la nostra economia (e il nostro welfare) e la nostra pubblica amministrazione, non di rado esercitando un indebito potere di ricatto sulla politica. Per lo più, la grande industria e i sindacati, il pubblico impiego, il "culturame", sono per la conservazione economico-sociale in modo da perpetuare i propri privilegi a scapito dei ceti produttivi del Paese.

Su questo Campi ha torto marcio e se «dare continuità storica al berlusconismo» significa allearsi con questi "poteri", allora meglio il «diluvio». Proprio perché ha scelto di allearsi ad essi, ciò che ha ottenuto il centrosinistra nelle sue varie formule è esattamente «isolamento politico ed elettorale». Sarebbe il tradimento del berlusconismo, che pur non avendo mantenuto le sue promesse, è stato ed è una spinta al cambiamento.

Friday, September 04, 2009

La lezione del caso Boffo/2 - poi basta

E' finita come non poteva non finire: con le dimissioni. Quella di Boffo è la fine di ogni "moralizzatore" e non merita che si straccino tutte le vesti che vengono stracciate in queste ore. Il suo piccolo e veniale infortunio giudiziario (mica tanto, poi, dopo l'approvazione della legge sullo stalking), non lo avrebbe costretto alle dimissioni se non avesse preteso di giudicare la vita privata altrui e se il giornale che dirigeva non sostenesse le posizioni che sostiene sull'omosessualità.

L'unica "intimidazione" in questa vicenda è aver ricordato a chi pretende di fare la morale agli altri, che deve aspettarsi che qualcun altro prima o poi si prenda la briga di farla a lui. Tutto qui, come torna a spiegare oggi Feltri su il Giornale: «Ci premeva soltanto dimostrare che le sue prediche erano in contrasto con il suo stile di vita privata; e che, poiché certe critiche mosse dal quotidiano dei vescovi concernevano il comportamento (vero o presunto) pure privato del premier, il pulpito da cui provenivano non era idoneo».

Quella di Feltri è stata una campagna non contro la persona di Boffo o contro chiunque critichi Berlusconi, né tanto meno anti-gay, ma una meritoria e assolutamente necessaria campagna contro il doppiopesismo di certa stampa. Non si può francamente pretendere che solo certa stampa - quella di sinistra e antiberlusconiana per intenderci - abbia il diritto di assestare colpi bassi, e che invece quella vicina al centrodestra rimanga impassibile. Chiunque assesta colpi bassi, si aspetti di riceverne. Su Boffo è venuto fuori quel che è venuto fuori (e, per dirla tutta, è davvero strano che sia l'unico procedimento in Italia i cui atti rimangono segreti), ma anche il direttore de la Repubblica, Ezio Mauro, ha avuto il suo, con la dimostrata evasione-elusione fiscale. Si è ficcato il naso sotto le lenzuola di Berlusconi, ma là fuori - tra i suoi avversari - è pieno di storie piccanti e compromettenti. Molti ne sono a conoscenza e se non esce niente è per quel briciolo di pudore che evidentemente da qualche parte ancora esiste.

Protagonista di questa vicenda però è stato senz'altro il Vaticano. C'è da ritenere che sia partita dal suo interno la controversa informativa su Boffo, di cui da tempo, almeno tre mesi, centinaia di vescovi erano a conoscenza. Il ministro Maroni in persona ha assicurato a Bagnasco che quell'informativa non esiste e pare quindi credibile l'ipotesi che a ottenerla possa essere stata la gendarmeria vaticana. Può la gendarmeria vaticana, al pari di una qualunque questura, chiedere e ottenere un documento del genere? Non saprei, ma mi sembra verosimile. Quanto, poi, al foglio che l'accompagna, l'espressione "riscontro a richiesta di informativa di Sua Eccellenza", il goffo tentativo di utilizzare un lessico burocratico e i diversi errori fanno presumere che non sia stato redatto da funzionari di polizia o giudiziari, ma da qualcuno che non ha molta dimestichezza con la lingua italiana, e forse persino di origine straniera.

Fatto sta che l'iniziativa di Feltri ha dato modo alla segreteria di Stato vaticana, da sempre in concorrenza con l'episcopato italiano nella gestione dei rapporti con il governo, di assestare un bel colpo ai danni della Cei e in particolare di Bagnasco. Il fronte a difesa di Boffo infatti non è stato affatto compatto come le dichiarazioni ufficiali vorrebbero far credere. Lo ripeto: questa vicenda dimostra che più la Chiesa - direttamente e con i suoi giornali - pretenderà di gettarsi nella mischia politica, più si troverà divisa al suo interno su questioni ben poco dottrinali e ben più immanenti, al minimo attacco che la riguardi esposta a pericolosi sbandamenti.

Monday, August 31, 2009

La lezione del caso Boffo

Chi di moralismo ferisce, di moralismo perisce. Così sembra che Dino Boffo lascerà la direzione di Avvenire, impallinato a dovere da Vittorio Feltri. La "patacca" non è affatto tale, soprattutto per chi sulle "patacche" ha costruito campagne moralistiche, ai cui animatori, si sa, si richiede una condotta irreprensibile e un armadio privo di scheletri. Non era il caso di Boffo, che nonostante tutto in questi mesi ha alzato il ditino rimproverando a Berlusconi i suoi "festini", condannando la politica del governo sull'immigrazione con paragoni - come quello tra il naufragio degli eritrei e la Shoah - impropri quanto mistificanti e offensivi nei confronti delle vittime del nazismo.

Non sorprende più di tanto la faccia tosta di certi esponenti del Pd e di certi giornali, come la Repubblica, ma anche altri, che dopo aver alimentato e cavalcato la campagna scandalistica su Berlusconi, solo adesso si scandalizzano per l'"imbarbarimento" dell'informazione, la "vendetta mediatica", per il "killeraggio" nei confronti di Boffo, che tuttavia - questo bisogna ammetterlo - oggi fa un po' da capro espiatorio per tutti quelli che fanno i moralisti ma che non potrebbero permetterselo. E sono in tanti, la maggior parte. Feltri, che è un garantista vero, ne ha colpito uno per educarne cento, per lanciare un messaggio preciso: guardate che se la mettiamo su questo piano, in pochi hanno le carte perfettamente in regola e nulla da nascondere o far dimenticare. Era ora che qualcuno li ripagasse con la loro stessa moneta. Chi meglio di Feltri?

Ma questa vicenda ci ricorda anche altro: che quando la Chiesa, o settori di essa, scendono nell'agone politico conducendo campagne contro questo o quel governo, questo o quel leader, non sono immuni a loro volta da attacchi politici, anche da parti inaspettate. E, come ha mirabilmente spiegato due secoli fa Alexis de Tocqueville, quando la Chiesa fa politica non solo rischia di venire identificata come un nemico politico, perdendo la sua autorevolezza nel campo religioso, ma inevitabilmente finisce per dividersi essa stessa in correnti politicizzate al suo interno, come dimostra oggi l'intervista al Corriere del direttore dell'Osservatore romano, Gian Maria Vian, che in esplicita polemica con Avvenire rivendica di non aver scritto neanche «una riga» sulle vicende private del premier, definisce «imprudente» il paragone tra il naufragio degli eritrei e la Shoah, riconoscendo anzi al governo italiano di essere «quello che ha soccorso più immigrati», e assicura che i rapporti tra Palazzo Chigi e Santa Sede rimangono «eccellenti». Il direttore Boffo ha voluto trasformare Avvenire in una sorta di "la Repubblica dei vescovi" e così oggi, dietro il suo editore «disgustato», il presidente della Cei Bagnasco, non trova certo la Chiesa compatta in sua difesa. Tutt'altro.

Che dire, infine, dei sedicenti "laici", quelli a corrente alternata, che gridano all'ingerenza quando la Chiesa interviene sui temi della bioetica, ma poi invocano il suo intervento quando si tratta di condannare moralmente la condotta privata degli avversari politici, plaudendo quando sia pure velatamente arriva? Povera laicità.

Tuesday, May 26, 2009

Giornata in breve/1

1) Continuo a notare che per alcune forze politiche e per alcuni giornali l'ingerenza della Chiesa preoccupa a intermittenza, a seconda del merito delle posizioni che esprime. E, soprattutto, a seconda che possano o meno essere interpretate come critiche all'operato del governo Berlusconi. Se la Chiesa si esprime per un'accoglienza indiscriminata degli immigrati clandestini, allora va bene; se è accanto ai lavoratori e ai disoccupati, esprimendosi in modi tali da far sembrare che il governo non stia facendo nulla per loro, va benissimo. Nessuna ingerenza, anzi, si dà ampia risonanza ai moniti dei vescovi. Addirittura, oggi l'Unità pare delusa dal presidente della Cei Bagnasco, reo di essere stato «Tiepido sulla morale» parlando ai suoi vescovi. L'Unità avrebbe desiderato una tirata moralista contro quelle presunte "libertà sessuali" che ogni tanto mettono nei guai il premier. Si vuole che la Chiesa usi la sua autorità morale e religiosa per attaccare l'avversario politico. Poi, però, si pretende che taccia sull'embrione.

2) Sempre più socialdemocratico Tremonti. Oggi ha dichiarato che «il sistema delle pensioni italiano è ottimo e sta in piedi bene». Come dire che le tasse sono «bellissime». «Eventuali modifiche - ha aggiunto - vanno fatte non per fare soldi ma in una logica di pensioni su pensioni, di generazioni padri-figli» (!?). Un discorso da fare, eventualmente, con i sindacati. Un modo per dire "a babbo morto". «Le pensioni non sono come l'Rc auto, sono una cosa seria, non si fanno le finanziarie sulle pensioni, vale a dire sulla pelle della gente». Applausi scroscianti dalla Cgil. Tremonti «conferma quello che il sindacato ha sempre detto e che i Soloni continuano a contestare», ha esultato Epifani. Qualche sirena dovrebbe cominciare a suonare nel PdL. O no?

3) Vittorio Feltri non ha resistito a mettere nero su bianco quello che a molti di noi è passato nella mente negli ultimi giorni e oggi ha dedicato un editoriale al presunto bigottismo di Emma Bonino sul "caso Noemi". Il direttore si è confermato comunque un gentiluomo, non attaccando sul personale l'ex commissaria europea. Va precisato però che la Bonino non ha mai proposto una commissione d'inchiesta. Alla trasmissione In Mezz'ora, a precisa domanda di Lucia Annunziata - «Lei proporrebbe, oggi, una Commissione d'inchiesta?» - la Bonino risponde: «No». Vero è che poco prima, la stessa Bonino, aveva ricordato che negli Stati Uniti una commissione aveva indagato sulle menzogne di Bill Clinton. La commissione era quella per l'impeachment e l'oggetto dell'indagine era un presunto abuso di potere del presidente per aver tentato di ostacolare un'inchiesta federale. Non proprio la stessa cosa. Già domenica pomeriggio le agenzie di stampa titolavano: "Noemi: Bonino, Berlusconi in Parlamento o commissione d'indagine". Ma la Bonino ha smentito solo oggi, dopo aver letto l'editoriale di Feltri. Incontestabile, comunque, dalle sue ultime dichiarazioni e partecipazioni televisive (su tutte, quella ad Annozero di qualche puntata fa), la deriva bigotta, moralista e snob della Bonino su veline e "caso Noemi".

4) Profetico davvero John Bolton, che pochi giorni fa aveva messo in guardia dall'imminente secondo test nucleare nordcoreano.

Wednesday, May 13, 2009

Immigrazione, quanti pulpiti con le carte poco in regola

Come al solito è stata una settimana di gran confusione e gigantesche demagogie sul tema dell'immigrazione. Innanzitutto, cominciamo col dire che la politica dei cosiddetti "respingimenti" è autorizzata dall'Ue e da anni praticata dai paesi membri. Ce lo ricorda Maria Giovanna Maglie, oggi su il Giornale:
«Dal 2005 al 2008 l'Unione europea ha mandato indietro centocinquantamila immigrati clandestini... Molti altri sono stati rimpatriati a forza in operazioni di difesa delle frontiere decise a Bruxelles e concordate da singoli Paesi, in prima fila le richieste della Spagna del socialista Zapatero... Nella sola estate 2006, le forze di polizia italiana hanno partecipato con quelle di Spagna, Malta, Francia, Belgio, Grecia a quindici operazioni, come la Poseidon, Amazon, Hera I ed Hera II, Hera III e Nautilus. Nel 2007 il flusso di immigrati bloccati, respinti o rimpatriati di forza sotto l'egida dell'Unione europea è cresciuto sostanzialmente, e così nel 2008».
La novità è che per la prima volta questa politica viene attuata con la Libia, perché finalmente c'è un accordo di collaborazione a lungo cercato, e in modo bipartisan, tra Roma e Tripoli, nonché fortemente sostenuto dal Frontex, l'agenzia europea per la difesa delle frontiere.

L'Ue. Bisogna ammettere che ad alimentare la confusione ha contribuito anche la Commissione Ue, che ha reagito tardivamente e timidamente alle accuse piovute sul governo italiano. Ma alla fine il commissario Ue alla Giustizia, Jacques Barrot, ha spiegato che i respingimenti sono «fatti usuali». Certo è che in questo frangente, pur non facendo altro che applicare politiche europee, l'Italia si è ritrovata sola. Un po' per il disinteresse degli altri governi europei che non vivono con la stessa drammaticità e frequenza il problema degli sbarchi clandestini, anche se l'immigrazione è di tutta evidenza una questione che riguarda tutta l'Europa; un po' per l'imbarazzo di dover polemizzare con istituzioni che godono di un alto prestigio morale - anche se spesso immeritato - presso le opinioni pubbliche europee, come l'Onu e la Chiesa.

E' per lo meno curioso che in un primo momento l'Italia sia stata accusata di razzismo, o per lo meno di violare basilari principi umanitari, mentre ben presto lasciando da parte i clandestini le critiche si sono concentrate sul rispetto del diritto d'asilo, l'unico argomento a cui gli accusatori del governo italiano possono - sia pure capziosamente - appellarsi. Qualsiasi persona dotata di intelligenza o buona fede può rendersi conto da sola che è impossibile accertare al largo del Mediterraneo, a bordo di un barcone, se ci sono persone che chiedono asilo politico e se ne hanno effettivamente diritto, quando il più delle volte si tratta di pratiche che richiedono mesi.

Né possiamo spalancare le nostre coste ai barconi, di fatto incoraggiando gli "scafisti", sotto il ricatto morale dell'eventualità che su un centinaio di clandestini un paio abbiano diritto all'asilo politico. Non si capisce poi perché chi ha le carte in regola per ottenere asilo politico nel nostro paese dovrebbe affrontare un viaggio così costoso e rischioso sui barconi dei trafficanti di clandestini? E' ragionevole presumere che siano casi isolatissimi. E tra l'altro in Italia da anni aumentano in maniera consistente le accettazioni delle richieste d'asilo.

L'Onu. Ma vediamo se i pulpiti da cui sono venute le prediche hanno tutti le carte in regola per poter dare lezioni. Forse chi ha meno titoli per parlare è l'agenzia Onu per i rifugiati, dal momento che l'Onu è un'organizzazione ormai del tutto screditata per quanto riguarda la difesa dei diritti umani (con il Consiglio preposto monopolizzato e spesso presieduto dagli stati responsabili delle più gravi violazioni di diritti umani) e che l'Unhcr muove poco le chiappe - come ha dimostrato Davide Giacalone - per adempiere alla sua missione.

Il Consiglio d'Europa, che dovrebbe promuovere la democrazia, i diritti umani e l'identità culturale europea, si sente poco parlare e quando parla o lo fa a sproposito, come in questo caso senza neanche conoscere le deliberazioni del Consiglio dell'Ue, o troppo timidamente, quando ci sarebbe bisogno di una difesa a voce alta della democrazia e dei diritti umani (per esempio in Russia e Turchia). Tra l'altro, trovo che i media abbiano giocato un po' sulla confusione tra il Consiglio d'Europa e la selva di istituzioni europee dal nome simile. Magari qualcuno si sarà convinto che il governo italiano sia stato redarguito dall'Unione europea, mentre il Consiglio d'Europa è un'organizzazione esterna alle istituzioni Ue.

La Chiesa. L'entrata "a gamba tesa" della Chiesa contro il governo Berlusconi per la politica sull'immigrazione è paragonabile alle tante sui temi bioetici che ogni volta suscitano giustamente reazioni sdegnate. Accusando una legge democraticamente approvata, o in corso di approvazione, di violare i diritti umani, la Chiesa tenta di condizionare la legislazione italiana. Eppure, oggi, nessuno del Pd, della sinistra, e nessuno dei sedicenti "laici e liberali" si alza per denunciare l'ingerenza della Chiesa negli affari dello stato italiano. Evidentemente l'ingerenza della Chiesa preoccupa a intermittenza, a seconda del merito delle posizioni che esprime. Se per la Chiesa la distinzione tra immigrato e clandestino non ha alcuna rilevanza, così non è, e non potrà mai essere, per le leggi dello stato italiano. Peccato che nessun "laico" lo abbia fatto presente e che nessuno abbia difeso l'autonomia del Parlamento e del Governo italiani.

Il Pd. Altrettanto non titolato a scandalizzarsi è il Pd, che dovrebbe ricordare che l'accordo di collaborazione Italia-Libia ricalca il protocollo D'Alema-Amato del 2007, che oltre ai pattugliamenti nel Canale di Sicilia prevedeva il blocco dei barconi «alla partenza».

Il multiculturalismo. Infine, il "no" di Berlusconi a un'Italia «multietnica», che ha suscitato così tanto scandalo. L'opposizione anche questa volta ha voluto giocare con le parole. Nessuno - certo non Berlusconi ma neanche i leader della Lega - è contrario all'arrivo e alla permanenza nel nostro paese di immigrati regolari, che tra l'altro contribuiscono in misura consistente alla ricchezza nazionale. Treviso è senz'altro una delle città più "multietniche" d'Italia, dove si può dire che l'integrazione sia una realtà di successo. In questo senso l'Italia è certamente "multietnica" e nessuno si permette di metterlo in dubbio.

Ma "multietnicità", "multiculturalismo", così come "relativismo culturale", sono concetti che hanno anche un'altra accezione, soprattutto per le sinistre, che The Mote in God's Eye spiega bene in un suo post: un «mosaico di sette e gruppi tribali che condividono lo stesso territorio, ma ognuno rinchiudendo l'individuo nella propria ristretta visione del mondo». Spesso, in nome di una malintesa tolleranza, abbiamo accolto chiunque e chiuso un occhio su usanze e comportamenti contrari al nostro diritto basato sul rispetto della persona e dei diritti individuali. E accusando di "razzismo" chi chiedeva rispetto della legalità e maggiori controlli, abbiamo sacrificato sull'altare del relativismo la possibilità di una vera integrazione fondata su principi di convivenza civile condivisi.

Etnie diverse possono convivere sullo stesso territorio purché accettino di aderire al sistema di valori politici condivisi, alle leggi, all'identità civile della nazione che li ospita. Altrimenti il rischio è quello di trovarci di fronte a società tribalizzate, frammentate, prive di centro politico, dove molti gruppi culturali affermano la propria identità attraverso il vittimismo, il risentimento, l'ideologia politica. In una parola, la "balcanizzazione".