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Friday, January 29, 2010

Buste paga leggere... o alleggerite?

Volete il posto fisso, beccatevi gli stipendi più bassi dell'area Ocse. La rigidità del mercato del lavoro ha senz'altro un costo che pagano anche - anzi, soprattutto - i lavoratori, ma pesano altri fattori, su tutti il cosiddetto cuneo fiscale. In Italia - registra l'Eurispes sulla base di una classifica del 2008 (prima della crisi) - si percepiscono gli stipendi tra i più bassi dei Paesi Ocse, cioè delle nazioni più sviluppate. E, simmetricamente, tra i più tassati. Poco più di 14.700 euro (21.374 dollari) il salario medio netto annuo, a parità di potere d'acquisto, percepito da un cittadino italiano. Una cifra che pone il nostro Paese al ventitreesimo posto (su trenta).

Negli altri grandi Paesi le retribuzioni nette annue superano i 25 mila dollari: senza arrivare ai livelli di Regno Unito (38.147), Giappone (34.445) e Usa (30.774), basti considerare i 29.570 in Germania, i 26.010 in Francia e i 24.632 in Spagna. Dietro di noi solo Portogallo (19.150), Repubblica Ceca (14.540), Turchia (13.849), Polonia (13.010), Slovacchia (11.716), Ungheria (10.332) e Messico (9.716). I lavoratori italiani guadagnano dunque ogni anno il 17% in meno della media Ocse. Al contrario, il cuneo fiscale (la differenza tra costo del lavoro e retribuzione netta) arriva a pesare - nel caso di un lavoratore dal salario medio single e senza figli - per il 46,5%, ponendoci al sesto posto tra i Paesi Ocse.

Wednesday, August 12, 2009

Salari differenziati, polemica surreale

E Calderoli apre il capitolo tasse

Una polemica surreale quella degli ultimi giorni sulle cosiddette "gabbie salariali", in cui per pura demagogia si è impiccata a una brutta espressione un'idea ampiamente condivisa da sindacati, Confindustria e governo, ma anche da esponenti riformisti del Pd, come il giuslavorista e senatore Pietro Ichino. Talmente condivisa che rientra già nell'accordo quadro siglato il 22 gennaio scorso da tutte le parti sociali (tranne la Cgil) per la riforma del modello contrattuale. Il meccanismo perverso che è scattato l'ha descritto bene Vittorio Macioce, oggi su il Giornale:
«E' chiaro che se uno le chiama così ti riportano agli anni '50, a qualcosa di vecchio, ammuffito, sepolto, abbandonato. E allora il signor Bonanni della Cisl parla di ritorno all'Unione Sovietica, che da queste parti comunque non c'è mai stata, gli operai del Sud pensano che qualcuno sta lì con le forbici a tagliare i loro stipendi, già all'osso, i politici si preoccupano di perdere voti, tutti fanno la voce grossa e qualcuno ci marcia evocando fame e malattie, tanto qualche Savonarola in giro non manca mai. Quella che doveva essere una mossa per rendere il costo dei lavoro meno stagnante, una sorta di rivoluzione contro la dittatura dei contratti nazionali, un modo per legare il salario alla produttività e dare un po' di respiro alle buste paga di chi lavora a Torino, a Milano o a Roma, dove il costo della vita è senza dubbio più alto, diventa invece una restaurazione, un tuffo nel passato. La cosa strana di questa storia è che poi tutti dicono: sì, bisogna difendere i salari reali. Oppure: sì, bisogna dare più spazio alla contrattazione aziendale e territoriale. Basta chiamare le cose con un nome diverso? Basta dire, come fa Brunetta, la parola magica federalismo? Federalismo dei salari? Forse sì. Ed è come se in questo Paese le riforme si incagliassero sullo scoglio di qualche parola, un eterno gioco di parole tabù, parole che non si possono dire, parole maledette, parole che fanno mettere mano alla pistola al solito esercito di benpensanti. Bum. Al minimo movimento spara. Il risultato è che tutto il dibattito politico gira intorno ai vocaboli. Non ci sono più casi da risolvere, ma parole da spianare».
Una polemica montata «sul nulla», si sfoga stamane Berlusconi: «Mai parlato di gabbie salariali». La possibilità di salari differenziati è infatti demandata «alla contrattazione decentrata, già approvata peraltro dalle categorie sindacali, Cgil esclusa», in base, appunto, all'accordo per il nuovo sistema contrattuale, come prova a spiegare intervenendo sul Sole 24 Ore anche il ministro del Lavoro Sacconi, che di quell'accordo è stato l'artefice. L'obiettivo della riforma è di superare il vecchio modello di «contrattazione centralizzata», che ha sì contenuto le spinte inflattive negli scorsi decenni, ma che alla lunga ha prodotto «bassi salari e bassa produttività». «L'andamento delle retribuzioni si era infatti rivelato piatto e moderato perché una contrattazione centralizzata non può che tararsi sui vagoni più lenti del convoglio delle imprese».

Nel nuovo sistema viene riconosciuto più spazio alla «contrattazione decentrata, di per sé virtuosa perché naturalmente votata a riflettere indicatori di produttività e di specifico costo della vita nei diversi ambiti aziendali e territoriali». «È in questo contesto - sottolinea il ministro - che devono essere lette tutte le affermazioni di questo pigro mese di agosto». I salari differenziati quindi saranno frutto della contrattazione territoriale e aziendale, non di un'imposizione dall'alto com'era prima che venissero abolite, alla fine degli anni '60, le cosiddette "gabbie salariali".

«Nessuno vuole il ripristino di meccanismi di indicizzazione dei salari al costo o ai costi della vita perché ne abbiamo già sperimentato gli effetti inflattivi. Nel governo tutti riconoscono la insostituibile funzione della contrattazione collettiva che nessuna legislazione centralistica può sostituire. Tutti vogliamo una più equa distribuzione della ricchezza attraverso i salari quale è stata negata dall'egualitarismo e dal centralismo retributivo», spiega Sacconi. Spetta alle parti, aggiunge, «dimostrare, fino a prova contraria, la capacità di definire con il contratto nazionale una dinamica minima delle retribuzioni e con i contratti decentrati parti sempre più consistenti del reddito secondo differenziazioni eque e trasparenti».

Saranno incoraggiati a fare ciò dalla detassazione e dalla decontribuzione già introdotte dal governo sulle componenti della retribuzione «variabilmente determinate in sede locale». «La tassazione secca e definitiva al solo 10% delle parti variabili del salario erogate unilateralmente o determinate dalla contrattazione nella dimensione territoriale e aziendale», spiega il ministro, è stata la «premessa» per quel «nuovo modello contrattuale che le parti sociali - con l'unica autoesclusione della Cgil - hanno pochi mesi dopo sottoscritto».

«Tutti nel governo pensano che spetti al contratto, e alla contrattazione decentrata in particolare, la realizzazione della diffenziazione delle retribuzioni», assicura Sacconi cercando di chiudere le polemiche. E oggi interviene di nuovo colui che, pur non parlando mai di "gabbie salariali", aveva acceso la miccia, il ministro Calderoli, che a La Stampa rivendica di voler «affrontare con serietà le due questioni collegate, quella meridionale e quella settentrionale», lanciando una nuova duplice proposta: azzerare del tutto l'Ires alle aziende che aprono e creano nuova occupazione al Sud; tagliare le imposte dirette, «l'Irpef tanto per capirsi», al Nord, dove il costo della vita è maggiore. Il ministro della Lega confessa di non averne ancora parlato con il ministro Tremonti, ma finalmente qualcuno che apre il capitolo tasse.

Altrettanto surreale poi, ricorda Macioce, la polemica sulle ronde, l'idea innocua, anzi di civiltà e comunque già consentita dalla legge, «di guardie civiche, dei liberi cittadini dei comuni che si organizzano per difendere le strade della propria città».
«Non sono armati, guardano soltanto. Fanno luce, come le insegne dei negozi che rendono meno buia la notte. Magari non risolvono il problema, ma un po' tutti pensano che una mano di aiuto la possono dare. Come le chiamiamo? Ronde. E qui la fantasia si scatena. E tutti i discorsi si aggrovigliano sul nulla. Non si discute più di sicurezza, ma di fantapolitica. Le guardie civiche possono far sorridere, come i boy scout, ma tutte queste elucubrazioni sul regime sono irritanti. È lo starnazzo di troppa gente che non ha mai visto in faccia una dittatura. Regime, regime, regime, ma le ronde, poi, le fanno anche i sindaci di sinistra, solo che le chiamano in un altro modo. Teatro dell'assurdo».
Come quando Berlusconi, qualche giorno fa, ha detto che la Rai non deve attaccare maggioranza e opposizione. «Nulla di scandaloso». Anzi, persino una banalità, e cioè che «il servizio pubblico, pagato da tutti, non può essere partigiano». Ma poi le parole sono state «tagliate e rimodellate» per far credere che Berlusconi vuole una Rai che non riporti notizie scomode per il governo. «La vischiosità del passato è l'ultima risorsa dei sacerdoti del Novecento. E il futuro resta imbrigliato in una ragnatela di parole», conclude Macioce.

Thursday, August 06, 2009

Il "sussidio occulto"

A proposito di salari differenziati, oggi Alberto Alesina, sul Sole 24 Ore, mette il dito nella piaga, sollevando la questione del pubblico impiego. L'idea di legare i salari ai diversi livelli del costo della vita fra Sud e Nord, avanzata da alcuni membri del governo, è «ottima e allo stesso tempo risponde a criteri di razionalità economica e di giustizia». Una insegnante a Milano e a Caserta, osserva Alesina, è pagata allo stesso modo. «Come si può pensare che sia giusto così?». E a questo «si aggiunge il fatto che il pubblico impiego al Sud, in proporzione alla popolazione o a qualsiasi altro indicatore (necessità geografiche, reddito medio) è molto più alto che al Nord. Quindi nel Mezzogiorno i dipendenti pubblici sono molti e pagati meglio in termini reali, visto che i salari nominali sono uguali a quelli del Nord».

Secondo Alesina, che cita una sua simulazione di qualche anno fa, «la spesa per i salari pubblici al Sud era del 30-50 per cento più alta di quella ipotetica calcolata con criteri di uguaglianza nei confronti del Nord, sia in termini di tasso occupazionale sia di livello di salari reali. Insomma, fino a metà della spesa per il pubblico impiego al Sud la si poteva considerare un sussidio occulto». «Si può sicuramente discutere - concede Alesina - se sia giusto che il Nord, più ricco, regali risorse al Sud. Ma il punto è quale sia il modo migliore di farlo, per evitare incentivi perversi che finiscano per ostacolare lo sviluppo dei Mezzogiorno stesso».

E «garantire un pubblico impiego remunerato (in termini reali) più al Sud che al Nord è un metodo sbagliato». E' ovvio infatti che rispetto a un lavoro nel settore privato, un residente nel Sud preferisca l'impiego pubblico, fra l'altro a vita e senza alcun rischio. «Ecco allora un minore interesse per il lavoro nel settore privato, difficoltà per gli imprenditori a trovare forza lavoro per la concorrenza del posto statale, e forte domanda di occupazione pubblica che si traduce poi in pressioni politiche in quel senso. E il circolo vizioso continua».

Le reazioni dei sindacati e del Pd avranno un sicuro effetto politico: «Un'alzata di scudi non farà che peggiorare ancora il loro risultato elettorale al Nord con probabili ulteriori perdite di voti verso la Lega». Per quanto riguarda il governo, «il cosiddetto partito del Sud sicuramente insorgerà, ma è auspicabile che forte della sua maggioranza prenda in considerazione la proposta».

Wednesday, August 05, 2009

Salari differenziati, a prezzi di mercato

Su il Velino

Fanno discutere i dati di un "occasional paper" della Banca d'Italia secondo cui il costo della vita al Sud è del 16,5 per cento inferiore rispetto al Nord. Subito il ministro per la Semplificazione normativa, Roberto Calderoli, ha rilanciato la proposta della Lega di «buste paga parametrate sul reale costo della vita nelle diverse aree del Paese». Il ministro in effetti non ha usato l'infelice espressione «gabbie salariali», una semplificazione giornalistica che fa riferimento a un sistema di oltre sessant'anni fa, abolito negli anni '68-'69, quando le retribuzioni venivano determinate a livello centrale secondo 14 parametri zonali, chiamati "gabbie". Oggi a SkyTg24 Calderoli ha infatti precisato che «nessuno vuole riportare le gabbie salariali. E' chiaro che è un discorso di contrattazione».

La sensazione quindi è che il dibattito sia entrato in un vicolo cieco di nominalismi che non hanno più attinenza con la realtà di oggi. Se si sgombra il campo dall'equivoco di stipendi differenziati per legge, o per effetto di una contrattazione centralizzata, anche i settori più aperti e riformisti del mondo sindacale e del Pd ritengono opportuno che al Sud le retribuzioni minime possano essere inferiori rispetto al Nord. Ma ciò dev'essere il risultato di una contrattazione d'area e aziendale, basata sulla produttività e sulle condizioni del mercato.

La prima proposta concreta in questi termini, tra l'altro, è arrivata solo pochi giorni fa dal segretario confederale della Uil Guglielmo Loy, che sul Sole 24 Ore ipotizzava un «contratto straordinario di accesso»: nelle otto regioni meridionali, in cambio di assunzioni a tempo indeterminato, il sindacato si impegnerebbe ad accettare retribuzioni inferiori ai minimi, derogando temporaneamente - per un periodo di 5 anni - ai contratti nazionali di categoria. Minore costo del lavoro, per creare più occupazione. Una proposta oggi finalmente realizzabile grazie alla maggiore flessibilità introdotta nella contrattazione con l'intesa sulla riforma del modello contrattuale promossa dal governo e siglata dalle parti sociali (tranne la Cgil).

Dato il più basso costo della vita, il nostro Mezzogiorno potrebbe sfruttare il basso costo del lavoro per attrarre gli imprenditori del Nord, che spesso oggi preferiscono trasferire le loro produzioni in Romania e in altri paesi dell'est europeo, scavalcando il Sud d'Italia. E d'altra parte già oggi al Sud in molti accettano di lavorare per molto meno dei minimi nazionali, solo che "in nero".
CONTINUA

Monday, December 22, 2008

Più poveri ma meno soli

Strana la vita. Rifondazione comunista è fuori dal Parlamento ma le sue idee sono persino al governo

Non è un buon momento per il ministro Sacconi, che prima si fa convincere dai suoi sottosegretari ad emettere una nota d'indirizzo insostenibile sul caso Englaro, poi sulla sua materia, il lavoro, recupera un vecchio cavallo di battaglia nientemeno che di Rifondazione comunista: "Lavorare meno, lavorare tutti". E non a caso, significativo, ad apprezzare la proposta del ministro è il segretario del partito comunista Paolo Ferrero: «Mi sembra una ottima idea perché mantiene il rapporto di lavoro, riduce a tutti l'orario ed evita l'emarginazione e i licenziamenti perché nessuno deve essere lasciato solo». E pazienza se tanti lavoratori saranno un po' più poveri. Si ritroveranno meno soli. Mal comune, mezzo gaudio.

I comunisti d'accordo con il governo Berlusconi? No, fa giustamente notare Ferrero, «è lui che è d'accordo con noi perché Rifondazione ha sempre sostenuto la riduzione dell'orario di lavoro».

«Lavorare anche meno, pur di lavorare tutti», è lo slogan con cui lo stesso Sacconi ha sintetizzato il piano del governo per salvare i posti di lavoro messi a rischio dalla crisi. Si tratta di «spalmare un minor carico di lavoro su più persone», portando la settimana lavorativa a 4 giorni. Però, ammette Sacconi, «vuol dire anche meno salario».

A parte la politica palesemente contraddittoria - come ha osservato Tito Boeri - di un governo che prima detassa il lavoro in più, le ore straordinarie, e ora sostiene l'orario di lavoro ridotto, bisogna dire che in pratica alcuni lavoratori saranno costretti a rinunciare a una parte del loro salario per evitare che alcuni loro colleghi entrino in cassa integrazione a zero ore. Una strana forma di solidarietà, "obbligatoria".
«Purtroppo, come mostrano le ripetute fallimentari esperienze francesi, prima con le 39 ore di Mitterrand e poi con le 35 ore della Aubry, ogni volta che lo stato riduce d'imperio l'orario di lavoro finisce per distruggere posti di lavoro e scontentare tutti, a partire dagli stessi lavoratori. Il fatto è che gli orari di lavoro non possono che essere definiti e contrattati azienda per azienda, sulla base delle specifiche esigenze dell'organizzazione del lavoro e del personale. E' auspicabile che in molte aziende, invece di licenziare dei lavoratori, si riesca a rimodulare gli orari di lavoro, prevedendo orari di lavoro ridotti per molti, se non proprio per tutti. Ma sono scelte e decisioni che vanno prese azienda per azienda e nell'ambito di patti di solidarietà fra gli stessi lavoratori, che accettino in questo caso riduzioni del proprio salario mensile, pur di salvaguardare il posto di lavoro di altri lavoratori».
L'effetto sarebbe quello di aumentare il numero di lavoratori colpiti dalla crisi. Invece di sostenere i nuovi disoccupati, mentre si adottano politiche per il rilancio dell'economia, il governo abbatte il reddito disponibile di una platea ben più vasta, deprimendo anziché stimolare la domanda. E' la difesa del posto a tutti i costi, a scapito del reddito e di una più veloce ricollocazione di chi perde il lavoro in attività più produttive. Auguri.

Wednesday, June 11, 2008

Gelmini: aumenti agli insegnanti, ma in base al merito

da Ideazione.com

«Questa legislatura deve vedere uno sforzo unanime nel far sì che gli stipendi degli insegnanti siano adeguati alla media Ocse». E' uno degli impegni presi dal ministro dell'Istruzione, Maria Stella Gelmini, ascoltata ieri mattina dalla Commissione Cultura della Camera. «Lo stipendio medio di un professore di scuola secondaria superiore dopo 15 anni di insegnamento è pari a 27.500 euro lordi annui, tredicesima inclusa. Fosse in Germania ne guadagnerebbe 20 mila in più. In Finlandia 16 mila in più. La media Ocse è superiore ai 40 mila euro l'anno». Per adeguare gli stipendi, ha aggiunto il ministro, bisogna «aggredire le cause dell'iniquità del sistema, mediocre nell'erogazione dei compensi, mediocre nei risultati, mediocre nelle speranze».

Il ministro ha ragione. Gli stipendi "da fame" degli insegnanti sono uno degli scandali italiani, il segno evidente, la prova, di quanto il mondo della scuola sia stato fino ad oggi considerato più come un ammortizzatore sociale che come una infrastruttura strategica per lo sviluppo del nostro Paese.

Già ieri pomeriggio i siti internet dei maggiori quotidiani davano il massimo risalto a questo passaggio della relazione del ministro Gelmini, registrando nella sua richiesta una controtendenza rispetto a un dibattito politico nel quale ultimamente si tende ad attribuire ogni male italiano ai dipendenti pubblici, troppo "fannulloni". Il fenomeno – c'è da scommetterci – si sarà ripetuto questa mattina sulle prime pagine dei giornali.

In realtà, proponendo di aumentare lo stipendio agli insegnanti, solo apparentemente il ministro Gelmini è andato controcorrente. Se, infatti, si avesse la pazienza di andare ad ascoltare tutta la sua relazione, si scoprirebbe che merito, autonomia e valutazione sono le tre parole d'ordine cui il ministro si propone di ispirarsi nella sua azione di governo: «La scuola deve premiare gli studenti migliori» ed è «necessaria una vera e propria carriera professionale degli insegnanti che valorizzi il merito e l'impegno».

Aumentare lo stipendio sì, dunque, ma introducendo per davvero criteri di meritocrazia. Nella scuola italiana «serve un cambiamento epocale di mentalità» e il ministro promette di impegnarsi a «spargere i semi del merito». Il merito, ha spiegato, «non è una fonte di disuguaglianza, ma al contrario uno strumento per garantire pari opportunità e dunque la più alta forma di democrazia. Il punto d'approdo del merito è rappresentato dalla valutazione oggettiva degli studenti, degli insegnanti e delle scuole».

Dunque, la battaglia per la qualità della scuola non passa per la mortificazione dei dipendenti pubblici. Concorde con il ministro Gelmini è infatti il liberista Renato Brunetta. «Noi dobbiamo avere gli insegnati più bravi e pagati d'Europa. Attualmente non è così. Bisogna aumentare le retribuzioni degli insegnanti, che sono una risorsa fondamentale del Paese. Bisogna aumentare la loro produttività e le loro competenze». Andatevi ad ascoltare la relazione dello stesso Brunetta in Commissione Affari costituzionali della Camera. Lo sentirete smentire alcuni luoghi comuni sugli statali: contrariamente a quanto si crede, «qualità e quantità del capitale umano sono superiori rispetto ai settori privati; le retribuzioni in linea, se non superiori; e anche i rinnovi contrattuali in linea, se non superiori, rispetto ai corrispondenti settori privati». E se il sistema della PA non produce eccellenza ma appiattimento, la colpa è del primo tra i «fannulloni» e tra gli «assenteisti», cioè il datore di lavoro pubblico, ha spiegato Brunetta.

Solo l'ignoranza e i soliti pregiudizi fanno apparire le politiche "rigoriste", "efficientiste", orientate al merito nella pubblica amministrazione in contraddizione con aumenti delle retribuzioni dei dipendenti pubblici. I "liberisti" non godono nel vedere le retribuzioni "da fame" degli insegnanti. Anzi, sarebbero ben felici di vederle aumentare in modo cospicuo, a patto però che vadano a premiare singoli e scuole che producono risultati, come naturale riconoscimento di un'eccellenza dal punto di vista professionale. E' questo che ha proposto il ministro Gelmini ieri in Commissione, non i soliti aumenti "a pioggia", indiscriminati, a dispetto di meriti e demeriti, individuali e collettivi, che negli anni hanno provocato l'appiattimento verso il basso della qualità dell'istruzione e la frustrazione tra gli insegnanti più preparati e motivati.

Tuesday, March 11, 2008

Metà del salario va allo Stato

L'ennesima conferma della questione fiscale e contributiva come urgente questione sociale.

Fonte: Ocse via il Giornale

Mezzo stipendio non lo si vede nemmeno. Il 45,9% del salario non finisce nelle tasche degli italiani, ma in quelle del fisco e degli enti di previdenza tramite il cosiddetto cuneo fiscale, cioè la differenza tra quanto pagato dal datore di lavoro e quanto incassato effettivamente dal lavoratore.

A fare i conti è l'Ocse, nell'annuale rapporto sul prelievo fiscale sui salari, aggiornato al 2007. In Italia, considerando il caso di un lavoratore single senza figli che guadagna esattamente il 100% della media nazionale, il cuneo fiscale si attesta al 45,9% (al sesto posto tra i Paesi Ocse), in crescita dello 0,3% rispetto al 2006. Siamo alle spalle di Belgio (55,5%), Ungheria (54,4%), Germania (52,2%), Francia (49,2%) e Austria (48,5%). Non esattamente le economie più dinamiche e ruggenti tra i Paesi Ocse.

La percentuale è più bassa invece nel caso del lavoratore unico percettore di reddito con a carico coniuge e due figli: il cuneo fiscale in questo caso è al 33,8% (ma era al 33,3% nel 2006) per gli stipendi italiani, superiore comunque alla media Ocse (27,3%), dell'Europa a 15 (31,9%) e della Ue a 19 (31,8%). Tra il 2000 e il 2006 il peso della tassazione sui salari in Italia è leggermente diminuito (-0,9%) e il maggiore calo si è registrato nelle fasce di reddito più basse.

Gli italiani portano a casa a fine mese un salario che è tra i più bassi tra i Paesi Ocse. Con uno stipendio netto annuale di 19.861 dollari, l'Italia si colloca al 23esimo posto dietro a Paesi come Spagna e Grecia. La classifica riguarda il salario netto di un lavoratore senza carichi di famiglia ed è calcolato a parità di potere d'acquisto. Lo stipendio italiano è ben al di sotto della media Ocse (24.660 dollari anno) e della Ue a 15 (26.434).

Tuesday, February 26, 2008

Ichino nel Pd viene già lasciato solo

Da Ideazione.com

Il Partito democratico candida il giuslavorista Pietro Ichino, lo espone alla violenza verbale della sinistra comunista e lo lascia solo, ignorando nel programma elettorale le sue proposte. "Ichino è bravo e darà sicuramente un grande contributo, ma il programma del Pd contiene delle cose diverse dalle sue", rispondono al Loft. Tiziano Treu è dovuto intervenire per ricordare che lo studioso parla a titolo personale. Lo stesso Ichino ammette, nell'intervista rilasciata ieri a l'Unità che ha dato luogo alle reazioni più infiammate, che nel Pd c'è sì un consenso di massima sulla «flexicurity», ma «con idee e proposte diverse sul come». E «condurle a una sintesi operativa sarà l'impegno dei prossimi mesi». D'Alema, sprezzante come al solito, chiude così il caso Ichino: «E' intelligente, coraggioso e creativo. Fare il commentatore, però, è diverso che fare il politico». Insomma, la candidatura di Ichino dà credibilità al riformismo veltroniano, ma nel programma del Pd le sue proposte non ci sono.

Anche il programma del PdL, dalle anticipazioni fin qui pervenute, sembra ignorare il grande tema del mercato del lavoro, come se la pur ottima Legge Biagi (solo una parte delle idee del professore ucciso dai terroristi comunisti) fosse esaustiva. Giuliano Cazzola, intanto, su L'Occidentale si chiede perché Ichino non sia stato candidato da Berlusconi. Sarebbe stata la personalità più idonea ad occupare il posto che fu di Marco Biagi nel Governo Berlusconi. Sarebbe stato un invito "alla Sarkozy", cioè nell'ottica del superamento del rigido schema destra/sinistra a vantaggio di un approccio riformatore che si vorrebbe bipartisan.

Ma «se il Cavaliere non ha colto l'occasione - ragiona Cazzola - una ragione ci deve essere. Basta scorrere le prime anticipazioni del programma del PdL che girano al largo delle tematiche "dure" del lavoro. Per non parlare – solo per carità di patria – della polemica di Giulio Tremonti contro la globalizzazione». Così in questa campagna elettorale che si sta aprendo sia il Pd che il PdL rinunceranno a parlare con chiarezza agli italiani e chiunque vincerà le elezioni non potrà farsi forte della legittimazione necessaria per realizzare le coraggiose riforme che servirebbero nel mercato del lavoro.

Intanto, il giuslavorista continua a subire dai comunisti della "Cosa rossa" una demonizzazione purtroppo persino peggiore di quella che la Cgil di Cofferati riservò a Marco Biagi. Ma qual è la pietra dello scandalo? Udite udite: il prof. Ichino propone di risolvere il problema della precarietà nell'unico modo possibile: praticamente abolendo l'articolo 18 del vecchio Statuto dei lavoratori.

Le attuali tutele della stabilità del posto di lavoro, osserva Ichino su l'Unità, «si applicano soltanto a 3,6 milioni di dipendenti pubblici e a 5,8 milioni di dipendenti di aziende private sopra i 15 dipendenti. In tutto, circa 9 milioni e mezzo, su di una forza-lavoro di oltre 22. Restano fuori quasi altrettanti lavoratori in posizione di dipendenza: non solo quelli delle piccole imprese, ma anche i collaboratori autonomi, i lavoratori a progetto, gli irregolari. Questo dualismo, questo regime di apartheid è la grande ingiustizia del nostro sistema attuale di protezione. Poi ci sono gli esclusi totali».

Quella «metà non protetta dei lavoratori... porta sulle spalle tutta la flessibilità di cui il sistema ha bisogno; mentre nella metà protetta l'inamovibilità genera inefficienze gravi e anche posizioni di rendita inaccettabili. Il precariato permanente è l'altra faccia dell'inamovibilità dei "lavoratori regolari"». E' più facile divorziare che porre fine a un rapporto di lavoro dipendente. «Più questi sono inamovibili - spiegava Ichino in un suo editoriale di qualche tempo fa - più è difficile, talvolta impossibile, accedere al lavoro stabile e protetto per quelli che stanno ancora fuori della "cittadella". È quello che gli economisti chiamano mercato del lavoro duale».

La causa della precarietà sta nel fatto che solo una piccola fetta dei lavoratori, gli outsiders non garantiti, sopporta il peso e i rischi della flessibilità dei contratti cosiddetti "atipici". Per ridurre la precarietà bisognerebbe "spalmare" quel rischio, riequilibrare l'area delle tutele, riducendola agli insiders ultragarantiti che continuano a usufruire di una stabilità anacronistica, che neanche tiene conto del merito, ed estendendola agli outsiders.

Ma come? Se si esclude l'abolizione per legge della flessibilità, un sogno della sinistra comunista, che condannerebbe i giovani al lavoro nero o alla disoccupazione, i rimedi fin qui tentati si sono limitati a «spostare qualche precario tra i protetti» e a «dare qualche modesto contentino ai molti condannati a restar fuori». Politiche cui sono ricorsi abbondantemente sia il centrodestra che il centrosinistra in questi anni, spesso aumentando la spesa pubblica.

Se si vuole davvero combattere efficacemente questo «apartheid» nel lavoro, «la strada è una sola», avverte Ichino: un «contratto unico a tempo indeterminato per tutti i lavoratori dipendenti, ma a stabilità progressiva», che preveda cioè «una protezione della stabilità crescente con il crescere dell'anzianità di servizio», e «disciplinato in modo che siano garantite la necessaria fluidità nella fase di accesso al lavoro dei giovani e una ragionevole flessibilità nella fase centrale della vita lavorativa». E che tutti ne portino il peso in ugual misura (outsider, insider, imprese): in poche parole, rendere un po' più instabile chi è dentro per rendere un po' più stabile chi sta entrando.

Dopo un periodo di prova di sei/otto mesi (con un forte sgravio contributivo sotto i 26 anni), l'articolo 18 si applicherebbe soltanto ai licenziamenti disciplinari, discriminatori o di rappresaglia. Per quelli dettati da esigenze aziendali, invece, sarà soltanto il costo del provvedimento, l'indennizzo, a tutelare il lavoratore, penalizzando l'impresa che ne faccia abuso: «Chi perde il posto senza propria colpa ha sempre automaticamente diritto a un congruo indennizzo, crescente con l'anzianità di servizio in modo che la protezione sia più intensa nella parte finale della vita lavorativa; e ha diritto a un'assicurazione contro la disoccupazione disegnata secondo i migliori modelli scandinavi, con premio interamente a carico dell'impresa, che si aggrava al crescere del numero dei licenziamenti». Così Ichino riproduce nella sostanza l'effetto che avrebbe avuto il referendum proposto nel 2000 dai radicali.

Minori tutele sul posto fisso degli insider, tagliare i vincoli ai licenziamenti, in modo che le aziende possano liberare risorse oggi "sequestrate" da interi settori o singoli dipendenti improduttivi e investirle su personale giovane e qualificato. Oltre a essere flessibili ma meno "precari", i primi contratti di lavoro per i giovani sarebbero anche più sostanziosi e allettanti.

E' proprio questo che intende anche il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, quando suggerisce di «ripartire più equamente i costi derivanti dalla maggiore flessibilità» e indica «modi, sperimentati anche in altri paesi, per contemperare le esigenze di imprese competitive con le aspirazioni dei lavoratori che entrano nel mercato, con i bisogni di stabilità e crescita professionale di coloro che già vi sono».

Gli studi dimostrano infatti, che esiste una correlazione tra la rigidità del mercato del lavoro e i bassi salari. In Italia si registrano i livelli salariali più bassi tra i principali Paesi Ue, in particolare nelle mansioni più qualificate. Il posto fisso lo paghiamo con una busta paga leggera, ma soprattutto, l'inamovibilità degli ipertutelati è causa della precarietà e pesa sulla busta paga - di 800 euro, quando va bene - dei lavoratori flessibili.

Monday, February 25, 2008

Dal declino con Berlusconi al decesso con Prodi

I dati che stanno emergendo in questi giorni lasciano poco spazio a dubbi. Neanche due anni di Governo Prodi, sostenuto principalmente dal Pd oggi guidato da Veltroni, lasciano il Paese in condizioni peggiori di come lo lasciava Berlusconi nel 2006.

I dati sull'inflazione diffusi dall'Istat (2,9%), mai così alta da sette anni a questa parte; le stime della Commissione Ue sulla crescita per il 2008, che ci vede ultimi tra i Paesi europei con il Pil in picchiata verso lo zero; i salari più bassi d'Europa; il dato confortante delle esportazioni che a questo punto c'è da temere sia dovuto alla crisi del mercato interno; e, oggi, il dato dell'Eurispes sull'inflazione reale all'8%. Dal 2001 al 2005, spiega il presidente dell'Eurispes, Gian Maria Fara, «abbiamo calcolato una crescita complessiva dell'inflazione del 23,7%. Dopo una fase di stasi l'inflazione ha ripreso a crescere nel corso del 2006 e 2007 a una media del 5% e ha registrato negli ultimi mesi del 2007 e in questi primi mesi del 2008 una nuova fiammata fino all'8%. In considerazione di questo andamento la perdita media del potere d'acquisto tra le diverse categorie si è ormai attestata intorno al 35 per cento».

Fattori esterni? Non solo, soprattutto una crisi di produttività: la nostra economia è al tappeto, non crea ricchezza e quindi i salari non crescono. Tasse, rigidità dei mercati, debito pubblico ci soffocano.

Come fanno gli italiani ad arrivare alla fine del mese? Moltissime coppie, soprattutto le più giovani, sono costrette a farsi ancora aiutare dalle famiglie di origine, cui non rimane altro che diventare «erogatori di servizi» per i propri figli offrendo, per esempio, lavoro di cura per i nipotini, facendo la spesa, ecc. In molti altri casi, invece, il reddito delle famiglie viene integrato ogni mese con 1.330 euro "in nero".

Qualcuno (tra gli ex radicali?) fa notare che siamo passati dal «declino» con Berlusconi al «decesso» con Prodi. Chi risponde politicamente di questa situazione? Prodi, Visco e Padoa Schioppa si sono fatti da parte, sono scomparsi, ma i partiti che lo hanno sostenuto sono ancora lì e sorridono. Stanno facendo finta di niente. Il Pd si presenta con il volto sereno e furbastro di Veltroni, ma oltre ad aver tenuto in piedi quel governo fino all'altro giorno e a riempire le sue file al 70%, oggi ne difende persino l'operato, non spiegando come mai nessuno dei protagonisti viene ripresentato.

Friday, February 15, 2008

La politica ha il dovere di individuare le priorità

Quello dell'aborto è un tema importante, come quello della laicità. Ma questo Paese ha problemi ben più urgenti da affrontare e non può concedersi di rimanere impigliato nella rissa tra Ferrara e Pannella, maestri nell'attirare attenzione ma ormai incapaci di guardare di poco oltre il loro smisurato ego.

Le questioni che dovrebbero essere centrali in questa campagna elettorale sono invece quelle ricordate da Giavazzi, oggi sul Corriere della Sera, e di cui abbiamo parlato anche qui: la riduzione delle tasse e della spesa pubblica; il potere di acquisto dei salari («abbiamo stipendi greci e prezzi tedeschi») e una spesa sociale «che non aiuta chi ne ha davvero bisogno».

La differenza tra i salari italiani e quelli europei «è più ampia per i giovani e si restringe via via che passano gli anni: a 55 anni scompare perché i nostri salari crescono con l'età più rapidamente che nel resto d'Europa. In altre parole, in Italia l'anzianità è più importante del merito nel determinare la progressione di carriere e stipendi». Dunque, sarebbe utile sapere chi dei candidati premier «proporrà l'eliminazione degli scatti di anzianità — a cominciare dai contratti dei dipendenti pubblici, in primis dei docenti universitari — per destinare più risorse al merito».

Perché in Italia i salari sono, in media, del 30% inferiori rispetto a Francia, Germania e Gran Bretagna? Perché i nostri lavoratori pagano in busta paga la certezza di non poter essere licenziati. E' una rigidità che comporta costi per le aziende e questi si riflettono sui salari. Una sorta di «premio di assicurazione»: «Un lavoratore con un contratto a tempo indeterminato è di fatto illicenziabile e il mancato salario è un prezzo che egli paga per "assicurarsi" contro il rischio di licenziamento. Non si possono chiedere al tempo stesso salari più elevati e garanzie contro i licenziamenti». Chi tra Pd e PdL proporrà una maggiore flessibilità in uscita per tutti, anche per i lavoratori a tempo indeterminato e anche per i dipendenti pubblici, così da non far gravare tutti i rischi della flessibilità solo sui giovani co.co.pro.?

Sulla produttività influisce anche lo stato penoso dell'istruzione, della nostra scuola secondaria e della nostra università. Dai test Pisa i nostri studenti risultano al 35mo posto sui 40 Paesi studiati nel 2006. «Ciò che più colpisce è la loro scarsa dimestichezza con il metodo scientifico», osserva Giavazzi. Che fare? Non l'ennesima burocratica riforma, «bisogna introdurre più concorrenza fra le scuole. Per farlo occorre dare alle famiglie la possibilità di scegliere: le scuole cattive rimarranno senza studenti e ci sarà la coda per iscrivere i figli alle migliori». Le prime andranno chiuse e i docenti licenziati, le seconde premiate con maggiori risorse e stipendi più alti ai docenti. Ma le famiglie dovranno essere informate per poter scegliere: «Le scuole dovrebbero pubblicare dati sui loro allievi: quanto tempo hanno impiegato a trovare un lavoro? Quanto guadagnano? In quanto tempo si sono laureati? Dove, con che voti?».

Thursday, February 14, 2008

La campagna elettorale parte con le solite omissioni

Partiti nuovi, facce vecchie e, per ora, anche programmi vecchi. Non mi pare che sia stato notato, ma per ora i cavalli di battaglia elettorali a cui Berlusconi e Veltroni si sono affidati nel loro esordio televisivo a Porta a Porta sono i medesimi del 2006: l'abolizione dell'Ici sulla prima casa fu il gran "botto finale" di Berlusconi e gli sgravi fiscali fino a 2.500 euro per ogni nuovo nato somigliano a quel bonus bebè (ve lo ricordate?) che Prodi sbandierava per commissionare figli a pagamento.

E' ancora presto per rassegnarsi, ma a fronte della positiva tendenza bipartitica avviata con la nascita del Pd e la lista del PdL, questa campagna elettorale è partita con il piede sbagliato sul piano dei contenuti.

E ieri sera Veltroni ha lanciato una proposta demagogica e assistenzialista. Uno stipendio minimo di 1.000 euro garantito ai giovani precari. Innanzitutto, introdurrebbe una rigidità difficile da tradurre nella pratica in un contesto quale quello del lavoro flessibile (mille euro anche per i part time di poche ore al giorno?). Ma soprattutto, fissare una soglia minima è un grosso rischio, perché per esempio nel Sud il mercato potrebbe ribellarsi alimentando ancora di più il lavoro nero, al quale sarebbero comunque costretti a ricorrere tutti coloro che nel bisogno accetterebbero di lavorare per meno di mille euro in zone dove il costo della vita è inferiore alla media. E nel caso in cui intervenisse il governo a integrare il salario dell'azienda per portarlo a quota 1.000, ci troveremmo di fronte a dei dipendenti parzialmente pubblici il cui lavoro però va ad arricchire dei privati. Inoltre, questa integrazione statale potrebbe configurare anche un aiuto di stato indiretto alle imprese, in violazione delle norme Ue sulla concorrenza. E chi spiegherebbe a un operaio del Nord, che magari prende 1.300 euro dopo vent'anni di lavoro, che a un giovane co.co.pro di Potenza alla prima occupazione lo Stato garantisce 1.000, in una città in cui i mutui e la vita costano la metà?

Piuttosto, Veltroni dovrebbe spiegare ai giovani lavoratori precari che dice di voler aiutare come mai il governo che fino a ieri il Pd ha sostenuto ha aumentato fino al 26,5% i loro contributi (per finanziare le pensioni ai 58enni!). Vorrei sapere in quale altro Paese uno stipendio inferiore ai mille euro, che a mio avviso dovrebbe essere totalmente esente da tributi, viene decurtato di un quarto, più le tasse.

Ecco il tema che per ora Veltroni, ma anche Berlusconi, hanno solo sfiorato. C'è la detassazione degli straordinari e degli aumenti di produttività, su cui i due maggiori partiti sembrano convergere, ma sono briciole. Nessuno dei due si è ancora presentato davanti agli elettori affrontando il nodo cruciale del binomio tasse-spesa pubblica. L'economia, la società italiana, soffre di asfissia, è letteralmente soffocata dalla macchina statale. Servirebbe un progetto di tagli alle tasse e alla spesa pubblica non di un punto di Pil, ma di almeno 10 nell'arco della prossima legislatura. Ma i nostri politici con le loro proposte dimostrano di non aver ancora compreso che lo Stato è parte del problema, non della soluzione.

Bisogna parlare chiaro e tondo agli italiani: nessuno pensi che una volta al governo avrà la forza e la legittimazione necessarie per prendere decisioni coraggiose, se prima non avrà preso impegni precisi con gli elettori ricevendo un mandato inequivocabile.

Anche il tema delle privatizzazioni è ancora assente dalla campagna elettorale, nonostante proprio l'altro giorno il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, abbia ripetuto quanto siano determinanti per la riduzione del debito pubblico. Le privatizzazioni sono ferme e non ne parla più nessuno, notava oggi Gianni Dragoni, su Il Sole 24 Ore.

Il tema del merito e della meritocrazia, della mobilità sociale, viene affrontato in modo puramente demagogico, senza spiegare ai cittadini quali regole dovrebbero essere introdotte per far funzionare ogni settore della vita del nostro Paese - dal lavoro all'università, dall'impresa alla politica - in modo meritocratico. Quali privilegi e rendite di posizione andrebbero smantellati in tutti i campi.

Oggi, sempre su Il Sole 24 Ore, Carlo Carboni ha avvertito che non basta il merito acquisito "sulla carta". In Francia, ha ricordato, «la legittimazione del ceto politico e amministrativo si "costruisce" a partire dal merito educativo» dispensato dalle grandi scuole per l'ammistrazione pubblica, ma gli stessi francesi si stanno rendendo conto che anche il loro sistema «tende a chiudersi in relazioni autoreferenziali, in reti di conoscenze» impenetrabili.

Un sistema basato sul merito non può fare a meno della concorrenza e della competizione "sul campo", le quali però comportano che ci siano degli "sconfitti" temporaneamente messi "fuori gioco", perché possano affermarsi elementi nuovi temporaneamente vincenti, in un sali-scendi che crea mobilità sociale. Ne sono consapevoli i cittadini italiani che si lamentano? Sanno cosa sia davvero, e cosa comporti, la meritocrazia? E i nostri politici sono preparati a spiegarglielo?

All'Italia serve uno shock lungo una legislatura

Berlusconi sembra voler ripartire dal 2006. Può anche darsi che si riveli valida la strategia di dire "Cari italiani, è stato solo un brutto sogno... riprendiamo da dove ci eravamo lasciati": dall'abolizione dell'Ici, per esempio, che fu il "botto finale" della scorsa campagna elettorale. Eppure, oggi come allora, vedo cominciare una campagna poco coraggiosa. Peccato che nel frattempo la crisi in cui versa l'Italia si sia aggravata e richieda rimedi sempre più drastici.

All'allarme del Sole 24 Ore (niente tesoretto, buco di 7 miliardi e necessaria manovrina) e a quello della Corte dei Conti («incontrollato aumento della spesa corrente») si aggiunge il dato della produzione industriale in calo del 4%. Per non parlare dell'impennata dell'inflazione (a gennaio registrata dall'Istat in aumento del 2,9% rispetto allo stesso mese del 2007) e del dato dei salari fornito dalla Banca d'Italia, i più bassi d'Europa e a crescita zero dal 2000 considerando gli aumenti annui del costo della vita. Questo quadro è tanto più sconfortante se confrontato con le timide proposte economiche trapelate in questi giorni dai programmi, in verità ancora in via di elaborazione, dei due maggiori partiti, Pd e PdL.

Entrambi si limitano ad interventi - annunciati nelle interviste a Nicola Rossi e a Renato Brunetta, ma confermati sia da Veltroni che da Berlusconi, ieri sera a Porta a Porta - sulla cosiddetta «contrattazione di secondo livello»: detassazione sulle parti della retribuzione legate alla produttività e al merito e sugli straordinari. Una mancia che, se non proprio impercettibile rischia comunque di non modificare in modo apprezzabile le buste paga. Forse capace di provocare un breve sussulto di produttività, ma certo non di produrre effetti rilevabili e prolungati sul potere d'acquisto e sulla crescita.

Soprattutto dal PdL ci aspettiamo molto più coraggio. Se le proposte di politica fiscale rimanessero queste, Veltroni avrebbe gioco facile nell'eguagliarle. Berlusconi non dovrebbe sottovalutare l'inedita concorrenza del Pd su questo piano: per la prima volta promette di ridurre le tasse e per la prima volta si presenta agli elettori con la maggiore credibilità che gli deriva dalla scelta di correre da solo, finalmente non più alleato con la sinistra comunista e massimalista. E se la competizione si confermerà fortemente personalizzata, una sorta di referendum tra i due leader, con i due partiti e i due programmi relegati in secondo piano, allora Veltroni potrebbe anche indovinare la campagna elettorale, riuscendo a diffondere su di sé l'immagine della freschezza e sull'avversario della stanchezza.

Il taglio dell'Ici; le detassazioni sui salari; una seria riforma delle pensioni; i disegni di legge che saranno varati nei primi consigli dei ministri. Tutto ottimo, ma oltre alle misure più urgenti, da attuare nei primi 100 giorni e persino nelle prime 100 ore, ci vorrebbe un progetto di legislatura per un consistente taglio delle tasse e della spesa pubblica, supportato da cifre, scadenze e impegni precisi. Berlusconi non parla più di aliquote Irpef, se non, come ha fatto ieri sera da Vespa, per evocare l'obiettivo dei sogni: arrivare a una tassazione massima del 33%. Obiettivo dei sogni, o Berlusconi si impegnerà a portarlo a compimento entro la prossima legislatura? E perché non la flat tax al 20% in 5 anni, come propone, dati alla mano, Decidere.net?

L'obiettivo di ridurre dell'1% sia la spesa pubblica che la pressione fiscale nel 2008 va nella direzione giusta, ma sono dimensioni che a mio avviso denotano una percezione ancora approssimativa, erronea per difetto, della gravità e delle proporzioni dell'emergenza economica e sociale nel nostro Paese. Occorre invece uno shock fiscale, tale da restituire nelle tasche degli italiani la cospicua parte di ricchezza che la politica ha sottratto loro dimostrando poi di non essere capace di spenderla nel migliore dei modi.

Siamo al paradosso che da uno stipendio lordo di 1.600 euro, che a mio modo di vedere dovrebbe essere totalmente o quasi esente da tassazione, si arriva a un netto in busta paga di 1.100 euro. Il problema dei problemi in Italia, una vera e propria questione sociale fonte di privilegi e ingiustizie, è una macchina statale inefficiente che succhia la linfa vitale della nostra società. «Per voltare pagina l'Italia deve liberarsi dalla mentalità statalista e dirigista che ha prevalso nell'ultimo mezzo secolo, mentalità che chiamerei cattocomunista», ha scritto ieri, su Libero, il prof. Antonio Martino.

L'espansione dei compiti che lo Stato si attribuisce, e per i quali chiede ulteriori risorse, lo rende poi incapace di assolvere al meglio i compiti essenziali che giustificano la sua esistenza. L'espansione dei compiti dello Stato non è dovuta a reali esigenze dei cittadini, ma al bisogno della classe politica di controllare e gestire sempre più servizi, perché tramite quel controllo e quella gestione crea rapporti di clientela e ricava consensi per rimanere al potere.

Per ridurre il peso dello Stato non si può partire dai tagli sulle varie voci di spesa, perché quando ci si siede a tavolino tutto sembra indispensabile ai governi che non vogliono scontentare nessuno per non perdere quote di consenso. Si deve partire "affamando la bestia". Tagliando radicalmente le aliquote fiscali. Restituire le risorse direttamente nelle mani dei ceti produttivi, sia imprenditori che lavoratori, togliendole da quelle del ceto parassitario dei politici, dei burocrati e degli assistiti.

L'Europa chiede all'Italia un tasso di occupazione femminile del 60% entro il 2010, ma siamo drammaticamente fermi al 46,3%, dato rilevato nel 2006, penultimi in Europa. E ciò costituisce certamente un freno rilevante alla crescita economica. A fronte di tanti tagli possibili nella Pubblica amministrazione, dei tanti compiti che lo Stato non dovrebbe svolgere, servirebbe un grande programma statale - lo diciamo da liberisti pragmatici - e temporaneo (finché non torni ad aumentare la ricchezza pro capite), per rendere meno gravoso alle donne conciliare lavoro e maternità: un buono-asilo sia alle donne sia ai comuni da finanziare con l'innalzamento dell'età pensionabile da 60 a 65 anni.

Se non si ha il coraggio di chiedere esplicitamente adesso, in campagna elettorale, i voti agli elettori sulla base di tali impegni (due o tre di grande portata, qualificanti), non si avranno mai la forza e la legittimazione sufficienti, una volta al governo, per procedere con un forte ridimensionamento della tassazione e, quindi, del peso dello Stato.

Tuesday, February 12, 2008

Primi vagiti dei programmi: poco coraggio

Tirando le somme dal primo confronto tra i due programmi economici di Pd e PdL, nelle interviste a Rossi e a Brunetta ieri su la Repubblica, c'è di che rimanere preoccupati.

Renato Brunetta scommette su un tesoretto la cui esistenza è sempre più incerta. L'altro giorno Il Sole 24 Ore ha addirittura dedicato un'intera pagina a un probabile buco di 7 miliardi di euro e la Corte dei Conti giorni fa denunciava una spesa corrente «fuori controllo».

L'obiettivo di ridurre dell'1% sia la spesa pubblica che la pressione fiscale nel 2008 va nella direzione giusta, ma non mi sembra poi così coraggioso e adeguato alle urgenze che sta soffrendo il nostro Paese. E inoltre appaiono obiettivi alla portata anche di Veltroni.

Ancor meno coraggiosi gli impegni sulla riduzione fiscale. Non si parla, per ora, di veri e propri tagli delle aliquote, ma di interventi sulla cosiddetta «contrattazione di secondo livello»: detassazione degli aumenti salariali legati ai risultati e degli staordinari. Una mancia che, se non proprio impercettibile rischia comunque di non modificare in modo apprezzabile le buste paga. Forse capace di provocare un breve sussulto alla produttività, ma certo non di produrre effetti rilevabili sul potere d'acquisto.

Escluso, per ora, un intervento sulle pensioni. Ciò significa che i giovani, precari e non, continueranno a pagare di tasca propria pensionati neanche sessantenni, a non vedere uno straccio di riforma per rendere universali gli ammortizzatori sociali né all'orizzonte la loro futura pensione.

Gli unici impegni forti anticipati da Brunetta sono l'abolizione dell'Ici e il pareggio di bilancio già nel 2009, che darebbe fiato alla nostra economia. Riguardo le liberalizzazioni, Brunetta sostiene che «il clima è cambiato anche nel centrodestra: decideremo favorendo i consumatori, senza riguardi». Promette che non verrà adottato il metodo Bersani, che «concertava con gli amici e decretava sui nemici». Sarà, ma intanto sembra contraddirsi nella stessa intervista, invocando «spazio al mercato nelle utilities locali» e tacendo, guarda un po', sulle professioni, avvocati e notai.

Anche Nicola Rossi, economista di sinistra liberale chiamato da Veltroni a elaborare il suo programma economico, cita come area di un primo intervento la «contrattazione di secondo livello»: detassazioni «strutturali» legate alla produttività.

E la sorpresa è che, pur senza impegno, almeno Rossi a differenza di Brunetta cita le aliquote, «una diversa struttura» da finanziare con gli extragettiti o con tagli alla spesa. E aggiunge liberalizzazioni a palate, ma pare nessun taglio dell'Ici.

Insomma, da queste due interviste si scorgono impostazioni molto, troppo simili. Entrambe poco coraggiose, rivelano che i loro autori sembrano non aver ancora preso le misure alla crisi italiana. Un approccio timidamente riformista del PdL, invece che nettamente liberale, in campagna elettorale potrebbe favorire il Pd. Che sia stato Rossi, e non Brunetta, a parlare di aliquote dovrebbe allarmare i liberisti del PdL. Se a ciò aggiungiamo il solito Tremonti, che con i venti di recessione economica vorrà proteggere l'Italia dai mercati e non nei mercati, per ora appare ben poco - troppo poco - di liberale e liberista nell'offerta del PdL.

Tuesday, February 05, 2008

Non possiamo aspettare

Se associamo i dati sui salari italiani, i più bassi d'Europa, all'impennata dell'inflazione registrata dall'Istat (a gennaio +2,9% rispetto allo stesso mese del 2007), ai livelli massimi dal 2001, e all'«incontrollato aumento della spesa corrente» denunciato dalla Corte dei Conti, ricaviamo un panorama completo dell'impoverimento e del malgoverno di cui è responsabile Prodi, e dell'urgenza di trovare nelle urne un colpo d'ala, un Governo che sia almeno in grado di affrontare immediatamente l'emergenza economica.

C'è il Dpef da preparare e proprio in questa fase non può essere lasciato a un governo balneare senza alcuna forza e legittimazione popolare.

Thursday, January 10, 2008

Ma di che cosa stanno parlando?

Prodi è intento a trovare un accordo, a far vedere che è in corso un dialogo promettente, con Sindacati e Confindustria, per intervenire sui salari e poter così restituire ai lavoratori un po' di potere d'acquisto. E' un'operazione di mera facciata, volta unicamente a tirare avanti altri mesi, ricattando le forze politiche della sua maggioranza: sarebbe da irresponsabili, soprattutto per i partitini di sinistra, far cadere un governo che ha in tasca un'intesa con le parti sociali a vantaggio dei lavoratori.

Ma è lo stesso ministro dell'Economia Padoa-Schioppa a farci capire che si sta parlando del nulla. «Le risorse non le abbiamo ancora, dobbiamo procurarcele con la lotta all'evasione fiscale e con il contenimento della spesa», ha detto il ministro al vertice di maggioranza che si è tenuto questo pomeriggio. Insomma, l'extra-gettito 2008 è ancora tutto da valutare, sempre che ci sia e sia consistente come quello sperperato nell'anno precedente.

In ogni caso, i tempi sono lunghi, mentre Prodi lascia credere all'opinione pubblica che si stanno discutendo importanti provvedimenti, addirittura di "svolta", nell'immediato. «La trimestrale di cassa è il momento in cui conosceremo le cifre - ha spiegato Padoa-Schioppa - ma per agire bisognerà aspettare il bilancio di assestamento a giugno-luglio. Gli interventi più significativi arriveranno, invece, con la prossima Finanziaria 2009». E' lo stesso Padoa-Schioppa a delineare il calendario da cui si evince che Prodi sta spacciando per un "nuovo inizio" nel 2008 interventi che forse, se i conti lo permetteranno, farà con la Finanziaria 2009.

Non solo. Trattandosi di un extra-gettito, dovranno essere misure una tantum, che non confluiscano nella spesa corrente. Non si capisce quindi, a parte l'annunciata "armonizzazione" delle rendite finanziarie, cioè l'aumento delle tasse sui risparmi, come il governo pensi di ridurre la pressione fiscale, seppure solo ai lavoratori dipendenti dallo stipendio medio-basso. Sarà solo una mancia per il 2009?

Siamo all'ennesimo, puro illusionismo prodiano.

Saturday, December 29, 2007

La sinistra che non digerisce il merito individuale

Perché per la sinistra è così difficile accettare che il salario sia in qualche modo legato al merito, cioè alla produttività anche individuale? Pesa la concezione marxista, ma anche cristiano-sociale, che il salario non sia legato al valore prodotto, bensì, come ha siegato Andrea Ichino, ieri sul Sole 24 Ore, ad una «astratta capacità umana, uguale per tutti», che ha valore in sé, indipendentemente dal bene prodotto.

I sindacati e la sinistra comunista ritengono le doti innate, e il contesto (cioè l'organizzazione dell'impresa), gli unici fattori che determinano la produttività anche individuale. Dunque, sarebbe «non solo eticamente ingiusto, ma anche inutile pagare i lavoratori in proporzione al risultato e in modo differenziato, perché questo non influirebbe sulla loro produttività».

Si tratta evidentemente di una convinzione profondamente viziata dall'ideologia, perché tutti sappiamo per esperienza diretta e per semplice buon senso che la produttività individuale dipende «anche dall'impegno che il lavoratore decide di esercitare». Ma chiaramente merito individuale e valore della prestazione sono concetti che scardinano il determinismo della teoria marxista sul conflitto di classe.

Per questo, «la soluzione proposta dalla teoria economica prevede un contratto in cui la retribuzione sia composta da una parte fissa, per assicurare il lavoratore dagli eventi a lui estranei, e una parte variabile in funzione del prodotto, per incentivare il lavoratore» a un impegno «ottimale». «Sembra proprio quanto prescrive l'art. 36 della Costituzione nelle sue due parti», fa notare Ichino.

Sunday, November 04, 2007

Generazione di perdenti

In piena sintonia con le preoccupazioni sui salari espresse giorni fa dal governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, è l'ultimo libro, "Contro i giovani", di Tito Boeri, economista del lavoro dell'Università Bocconi e animatore del think tank lavoce.info, che definisce gli under 40 una generazione di perdenti, destinata ad avere una vita più difficile di quella dei padri.
«Entrano nel mondo del lavoro in modo svantaggiato. Fino a venti anni fa, la maggiore istruzione e lo sviluppo del sistema produttivo facevano sì che il salario di ingresso dei giovani fosse maggiore di quelle medio. Oggi è esattamente il contrario. Inoltre, la progressione salariale, basata solo sull'anzianità, intrappola i giovani di oggi a una carriera lavorativa e a retribuzioni inferiori rispetto a quelle dei padri. L'ingresso nel mondo del lavoro a tempo indeterminato è inoltre più difficile e lungo e dunque rende più lenta l'accumulazione dell'anzianità. Un circolo vizioso».
L'idea per spezzare questo circolo sarebbe quella di un «contratto unico, in cui il livello della garanzia sale con l'anzianità. All'inizio della propria carriera lavorativa si può dunque essere licenziati con indennità basse, che crescono con il tempo».

Altra misura per far crescere i salari sarebbe quella di legarli alla produttività, ma significherebbe superare la logica del contratto collettivo nazionale, da cui deriva la maggior parte dello strapotere sindacale, a favore di una contrattazione a livello aziendale, in cui sia più facile verificare gli incrementi di produttività dell'impresa e, all'interno di essa, dei vari settori e dei singoli lavoratori.

Tuesday, August 28, 2007

Quanto ci costa il posto fisso?

La rigidità del mercato del lavoro incide negativamente, e in modo cospicuo, sulle retribuzioni italiane, inferiori a quelle dei maggiori Paesi europei. E' la tassa sul posto fisso, che pagano tutti indistintamente, anche chi il posto fisso non ce l'ha e non ce l'avrà mai. Star certi che non si verrà licenziati anche se improduttivi ha un costo che pesa anche sui lavoratori più meritevoli e produttivi. Lo ripetiamo ogni volta che ci capita e oggi a farlo, sul Corriere della Sera, è Pietro Ichino.

Incentivi sulla produttività, a livello individuale, collettivo o aziendale? Può essere utile, ma il punto è un altro.
Un contratto di lavoro dipendente funziona sempre, in qualche misura, come una polizza assicurativa, ponendo a carico dell'azienda il rischio che le cose vadano male; più è alta la «copertura», più è bassa la retribuzione, perché i lavoratori pagano all'impresa un «premio» implicito proporzionale alla copertura.
L'entità non trascurabile del «premio assicurativo» pagato dai lavoratori italiani è stimata in uno studio recente della Banca d'Italia curato da Piero Cipollone e Anita Guelfi.

Il problema è che mutare la struttura della retribuzione implica un modello di sindacato diverso da quello predominante da decenni in Italia. Il nostro modello tradizionale è quello di un sindacato che privilegia la sicurezza e l'uniformità del trattamento dei lavoratori sul piano nazionale, riducendo al minimo la parte della retribuzione suscettibile di variare in relazione al risultato: un sindacato interessato essenzialmente a garantire ai lavoratori dei «diritti», cioè dei trattamenti sui quali la performance individuale e collettiva non ha alcuna influenza. Il modello opposto è quello del sindacato che attribuisce maggiore spazio alla remunerazione dell'impegno individuale e alla «scommessa comune» tra lavoratori e imprenditore sull'innovazione: disposto quindi ad ampliare notevolmente la parte della retribuzione che varia in relazione ai risultati... il primo è il sindacato che preferisce un contratto-polizza assicurativa ad alta copertura, dove la maggior sicurezza è pagata dai lavoratori con un minor livello di reddito; il secondo è il sindacato che si propone di guidare i lavoratori in una scommessa redditizia sulle capacità proprie e del management, anche al costo di una minor sicurezza e uniformità di trattamenti.
Voi a quale modello vi affidereste?

Thursday, April 26, 2007

Tasse alte, salari bassi

Qui abbiamo fatto teoria. ora un po' di pratica. In Italia si pagano troppe tasse: il 65,8% rispetto al 64,1% della media (già incredibilmente alta) dei paesi dell'Euro, secondo uno studio della Banca centrale europea. Negli Usa il carico fiscale arriva al 37,3%. Molto pesante in Italia il cuneo fiscale e contributivo, che rappresenta il 31,8% della pressione fiscale complessiva (il 24,9% sulle imprese e il 6,9% sui lavoratori).

Per la Bce l'elevata tassazione penalizza tutta la zona euro. Tagliando tasse e spesa sociale, e portandoli al livello Usa, nel lungo termine l'economia crescerebbe del 12% e i salari del 25%. Quei salari che in Italia sono i più bassi d'Europa, Grecia esclusa.