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Monday, February 25, 2008

Dal declino con Berlusconi al decesso con Prodi

I dati che stanno emergendo in questi giorni lasciano poco spazio a dubbi. Neanche due anni di Governo Prodi, sostenuto principalmente dal Pd oggi guidato da Veltroni, lasciano il Paese in condizioni peggiori di come lo lasciava Berlusconi nel 2006.

I dati sull'inflazione diffusi dall'Istat (2,9%), mai così alta da sette anni a questa parte; le stime della Commissione Ue sulla crescita per il 2008, che ci vede ultimi tra i Paesi europei con il Pil in picchiata verso lo zero; i salari più bassi d'Europa; il dato confortante delle esportazioni che a questo punto c'è da temere sia dovuto alla crisi del mercato interno; e, oggi, il dato dell'Eurispes sull'inflazione reale all'8%. Dal 2001 al 2005, spiega il presidente dell'Eurispes, Gian Maria Fara, «abbiamo calcolato una crescita complessiva dell'inflazione del 23,7%. Dopo una fase di stasi l'inflazione ha ripreso a crescere nel corso del 2006 e 2007 a una media del 5% e ha registrato negli ultimi mesi del 2007 e in questi primi mesi del 2008 una nuova fiammata fino all'8%. In considerazione di questo andamento la perdita media del potere d'acquisto tra le diverse categorie si è ormai attestata intorno al 35 per cento».

Fattori esterni? Non solo, soprattutto una crisi di produttività: la nostra economia è al tappeto, non crea ricchezza e quindi i salari non crescono. Tasse, rigidità dei mercati, debito pubblico ci soffocano.

Come fanno gli italiani ad arrivare alla fine del mese? Moltissime coppie, soprattutto le più giovani, sono costrette a farsi ancora aiutare dalle famiglie di origine, cui non rimane altro che diventare «erogatori di servizi» per i propri figli offrendo, per esempio, lavoro di cura per i nipotini, facendo la spesa, ecc. In molti altri casi, invece, il reddito delle famiglie viene integrato ogni mese con 1.330 euro "in nero".

Qualcuno (tra gli ex radicali?) fa notare che siamo passati dal «declino» con Berlusconi al «decesso» con Prodi. Chi risponde politicamente di questa situazione? Prodi, Visco e Padoa Schioppa si sono fatti da parte, sono scomparsi, ma i partiti che lo hanno sostenuto sono ancora lì e sorridono. Stanno facendo finta di niente. Il Pd si presenta con il volto sereno e furbastro di Veltroni, ma oltre ad aver tenuto in piedi quel governo fino all'altro giorno e a riempire le sue file al 70%, oggi ne difende persino l'operato, non spiegando come mai nessuno dei protagonisti viene ripresentato.

Friday, December 28, 2007

I limiti del "partito del rigore"

Mentre il presidente del Consiglio con un tono di voce da oltretomba fallisce negli ultimi illusionismi di fine anno, Panebianco e Ricolfi tornano a denunciare il declino italiano indicandone lucidamente le cause. Angelo Panebianco, sul Magazine del Corriere, se la prende con la cultura catto-comunista che ancora prevale nella politica e nella società italiana.

Si continua a proclamare la necessità di «riforme», ma in pochi spiegano quali, per fare cosa. «Politici e commentatori parlano poco di sviluppo perché temono di urtare la sensibilità di quelli che pensano che lo sviluppo sia una cosa, al tempo stesso, sporca (inquinante) e peccaminosa, immorale. E' più facile sentire omelie contro il denaro e il consumismo (e quindi, implicitamente, contro la crescita economica) che convinti discorsi a favore dello sviluppo». Semmai, abbondano discorsi a favore della «ridistribuzione senza crescita», che sembrano «ispirati a ideali di comunismo primitivo». Ma se in breve tempo non saremo in grado di sviluppare un tasso di crescita superiore al 3/4% annuo andremo incontro a un «impoverimento collettivo», e i greci, oltre che gli spagnoli, ci sorpasseranno.

E' «difficile immaginare un esecutivo ancora più dannoso e scomposto di quello che ci ha governati in questa legislatura», ma per Luca Ricolfi è anche «improbabile che un nuovo governo affronti i problemi che più stanno a cuore alla gente comune». E non solo perché «i nostri politici si sono autoconvinti che se non riescono a decidere non è colpa loro, ma delle istituzioni».

Anche perché quel "partito del rigore" che potrebbe subentrare, scalzando Rifondazione e i sindacati per tentare di realizzare «quel che Prodi e Padoa-Schioppa hanno sempre promesso nei loro Dpef, senza però mai mantenere l'impegno a causa dell'opposizione della sinistra estrema», punterebbe a «risanare i conti tenendo alta la pressione fiscale e tagliando la spesa corrente». Sarebbe ragionevole, si chiede Ricolfi, una simile politica, a prescindere dalle sue possibilità di successo?

No, perché non terrebbe conto di due questioni fondamentali: il drammatico calo del potere di acquisto e lo stato sociale «sprecone» e «incompleto». Non basta, insomma, «liberarci dal partito della spesa», se poi finiamo nelle mani di quello «dei banchieri». Ricolfi indica «tre impegni fondamentali»: una «vera riduzione delle imposte»; finanziare lo stato sociale eliminando gli sprechi: se «il ministro X vuole spendere 100 per un nuovo servizio, il governo gli concede 30 ma solo dopo che il ministro ha già raccolto 70 eliminando sprechi in un servizio preesistente (secondo valutazioni prudenti, gli sprechi eliminabili senza ridurre i servizi erogati superano ampiamente i 50 miliardi di euro all'anno)»; un «piano oculato di dismissioni e privatizzazioni».

Monday, December 17, 2007

Le tre paure e la rassegnazione

Anche Luca Ricolfi ritiene abbastanza "verista" il quadro dipinto dal New York Times della nostra infelicità, del malessere e della sfiducia nelle istituzioni.

Basta guardare agli ultimi giorni: scioperi selvaggi e agitazioni attuati o minacciati; le disastrose Finanziarie del 2007 e del 2008, che hanno frenato la crescita e peggiorato i conti pubblici; i due schiaffoni al ministro Padoa-Schioppa, punito per le sue "epurazioni" (caso Petroni e caso Speciale). Tutto questo sotto lo sguardo assente e trasognato della "casta" politica.

A fronte di tutto questo e molto altro, «non c'è speranza né rabbia, non c'è voglia di cambiare né impegno. Solo una grande rassegnazione, e un cocktail pericoloso di scetticismo e di paura», osserva Ricolfi. Innanzitutto, «generica paura del futuro», per l'incertezza normativa e politica, per l'evidenza che «da anni non siamo governati». Paura «per la situazione economica delle famiglie»: finalmente qualcuno si accorge che «la realtà, molto probabilmente, è che le statistiche non sono state in grado di registrare lo "scalino" dell'euro (fra il 2002 e il 2003), e ora sottovalutano le difficoltà delle famiglie a far quadrare i bilanci... appesantiti dall'aumento del costo del denaro e dalla stangata fiscale della prima finanziaria del governo Prodi». Infine, «la paura della criminalità e dell'immigrazione».

«Ci vorranno anni - conclude Ricolfi - per liberarci da questa classe dirigente, anni per tornare a recuperare il potere di acquisto perduto, anni per tornare a vivere in città più sicure. Molti italiani ormai l'hanno capito, altri se ne stanno rendendo conto dopo le illusioni e le ubriacature dell'ultimo decennio. Forse è anche questo che ci rende un po' tristi, come ci dipinge il New York Times».