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Friday, June 14, 2013

"Non rinvenibile" è solo la volontà politica

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Dev'esserci un virus che gira ai piani alti di Palazzo Chigi e via XX Settembre. Una specie di narcotizzante. Chiunque entri in quelle stanze, o è colto da uno stato di «letargia» come il premier Letta (copyright Financial Times), o dismette (è invece il caso di Saccomanni) i panni dell'economista prodigo di analisi e soluzioni per vestire quelli del mero contabile, restìo ad assumersi la responsabilità di un indirizzo politico e timoroso di toccare lo status quo, fino a farsene persino custode. E' stato molto deludente il ministro dell'economia non solo e non tanto nel merito delle sue risposte su Iva e Imu, durante il question time al Senato, ma innanzitutto nell'approccio.

Da economista, da ministro, avrebbe potuto spiegare che scongiurare l'aumento dell'Iva e/o eliminare l'Imu sulla prima casa non sono priorità per la nostra economia, o che i tagli alla spesa necessari a coprirli sarebbero ancora più dannosi. Sostenendo, invece, che quelle misure costano 8 miliardi e che non ci sono risorse per finanziarle ha dimostrato un approccio meramente da contabile, che non è consentito a un ministro, il cui compito è trovarle quelle risorse, per realizzare gli impegni annunciati e ufficializzati, e non limitarsi a constatare l'esistente. Anche perché l'economista, a differenza del contabile, dovrebbe sapere che la domanda di beni non è assolutamente rigida: i 4 miliardi derivanti dall'aumento dell'Iva al 22% e già messi a bilancio potrebbero non arrivare comunque, perché i cittadini potrebbero decidere, come conseguenza dell'aumento, di comprimere ulteriormente i loro consumi, e potrebbero aumentare le imprese, gli esercizi commerciali, costretti a chiudere, con conseguente perdita di gettito per lo Stato su altri fronti.

Si dirà che il consumatore non può percepire un aumento dell'Iva dell'1% sul singolo bene che intende acquistare. Pur senza considerare che il clima di sfiducia alimentato da un nuovo aumento di tasse può scoraggiarlo dall'acquisto di beni ben oltre l'effettivo rincaro, la sua capacità di spesa diminuisce comunque (si calcola tra i 50 e i 200 euro in meno l'anno a famiglia), a prescindere dalla sua percezione: il che significa, a fine anno, una minor quantità di beni acquistati. E l'aumento dell'Iva incentiva o disincentiva l'evasione fiscale?

Ma intendiamoci, l'approccio contabile non è una colpa esclusiva di Saccomanni. E' ormai l'atteggiamento prevalente in Europa, dove non si ragiona più sugli effetti espansivi o recessivi delle misure di politica fiscale. Ci si accontenta che i conti tornino da un punto di vista esclusivamente ragionieristico, anno per anno. E pazienza se proprio averli fatti tornare sulla carta sarà all'origine dello sforamento nell'anno successivo.

Ma c'è chi non si rassegna a sentirsi dire che non ci sono soldi, che i conti sono questi e non possiamo farci niente. Non è così, è una pericolosa mistificazione a cui l'opinione pubblica rischia di arrendersi.
«L'Imu, se dovesse essere eliminata definitivamente, comporterebbe un onere di finanziamento di 4 miliardi all'anno che, se si aggiungono ai 4 miliardi per l'Iva, fanno ipotizzare la necessità di interventi di tipo compensativo di estrema severità, che al momento attuale non sono rinvenibili».
Queste le parole esatte del ministro Saccomanni. La risorse per scongiurare l'aumento dell'Iva «non sono rinvenibili»? O piuttosto, a non essere «rinvenibile» è la volontà politica di cominciare davvero, non per finta, a tagliare la spesa pubblica?

Con una spesa pubblica che è all'incirca la metà del Pil, cioè del totale della ricchezza prodotta nel nostro paese, con un patrimonio pubblico (solo l'immobiliare vale 350 miliardi e più di euro, per non parlare di partecipazioni e municipalizzate) che si può decidere di dismettere (riducendo il nostro stock di debito e quindi risparmiando sugli interessi), con 250 miliardi di tax expenditures e decine di miliardi di sussidi - platealmente improduttivi - alle imprese, con sprechi e inefficienze della pubblica amministrazione sotto gli occhi di tutti, è inaccettabile che ci si dica che l'aumento dell'Iva è «inevitabile». Si tratta di scelte, di priorità. Evidentemente, rispetto a scongiurarlo il governo ritiene prioritario mantenere ogni singolo centesimo degli oltre 700 miliardi di spesa pubblica. Se vuol farci credere che sia impraticabile una manovra finanziaria sull'1% del bilancio (8 miliardi servono per evitare l'aumento Iva ed eliminare l'Imu sulla prima casa), allora è inutile averlo e pagarlo un governo. Non ci si può rassegnare a constatare che i "soldi non ci sono". I soldi ci sono, e tanti: gli italiani versano una quantità enorme di tasse, si tratta di decidere come spenderli.

Il premier Letta si riempie la bocca di «lavoro». Ma è la crescita che crea lavoro, non il contrario. La defiscalizzazione e la decontribuzione ipotizzate per le nuove assunzioni di giovani è una buona cosa, ma rischia di funzionare poco (soprattutto se il budget sarà, come sembra, di un solo miliardo), perché se non c'è domanda di produzione di beni e servizi, comunque le aziende non assumono. Lo ha spiegato molto bene al Sole24Ore l'ad e presidente di Prada, Patrizio Bertelli:
«Le aziende assumono se hanno bisogno di aumentare la produzione, ma se c'è crisi dei consumi e nessuno, in Italia, vende più alcunché, come fanno ad assumere? Non parlo di Prada, noi andiamo benissimo (...) Ma tutte le altre imprese, piccole e medie, che in Italia sono la stragrande maggioranza e che hanno fatturati in forte calo, come fanno ad assumere?».
Il problema è la mancanza di potere d'acquisto degli italiani, legata ai salari effettivi erosi dalle pretese fiscali dello Stato:
«Non esiste altro paese in Europa e forse al mondo con una differenza così alta tra quello che un lavoratore costa a un'azienda e quello che il lavoratore percepisce in busta paga... Lo Stato deve ridurre del 10% il prelievo sullo stipendio lordo».
Il che rilancia come priorità tutti quegli interventi che possono aumentare il potere d'acquisto: il taglio del cuneo fiscale, ovviamente, ma anche dell'Imu e dell'Iva.

Invece, siamo al paradosso che nei confronti internazionali, anziché sforzarci di adeguarci ai livelli inferiori di costo del lavoro, dell'energia, e di tassazione, corriamo ad allinearci solo laddove - e sono delle eccezioni - i livelli sono più alti dei nostri. Così ecco che "finalmente" la tassazione sugli immobili è su un livello paragonabile a quelli europei. Ma non contenti, la Banca d'Italia, in quella che appare come una vera e propria istigazione a tassare, segnala al governo che «in Italia le imposte sulle successioni e le donazioni sono decisamente inferiori al resto dell'Europa». Di adeguarci ai livelli Ocse, o europei, per quanto riguarda il tax rate sulle imprese, le imposte dirette e indirette, o almeno la pressione fiscale complessiva, ovviamente non se ne parla nemmeno. Velocissimi a prendere il peggio, mai capaci di imitare il meglio.

Tuesday, February 05, 2013

C'è una Corte che chiede meno Stato

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Nulla di nuovo. Sono anni che le valutazioni della Corte dei conti si ripetono uguali a se stesse, in ogni occasione pubblica o nelle audizioni davanti alle commissioni parlamentari. Ma al presidente Luigi Giampaolino e ai suoi collaboratori va comunque riconosciuta la puntualità e la nitidezza dell'analisi, a prescindere dal colore politico, o tecnico, dei governi che si succedono. E quindi, esattamente come anni fa gli allarmi e i suggerimenti della Corte si scontravano con l'operato in direzione opposta dei governi Prodi-Padoa Schioppa prima, e Berlusconi-Tremonti poi, oggi si scontrano anche con le politiche attuate dal governo Monti.

Sia pure restando all'interno dei suoi confini istituzionali, quello adottato dalla Corte nel giudicare l'andamento della finanza pubblica e dell'economia nazionale, e nell'affrontare i problemi che affliggono le amministrazioni pubbliche, è un approccio di natura liberale. Soprattutto, laddove si invita il legislatore a rivedere la spesa pubblica non solo in termini di contrasto agli sprechi e ai privilegi, quindi di una sua mera razionalizzazione, ma anche al fine di ridurre il perimetro dell'intervento pubblico; laddove si ammonisce che il fenomeno della corruzione, proprio perché sistemico, non può essere affrontato solo in termini penali; e laddove come fattori di crescita si indicano la riduzione della pressione fiscale e un programma di effettive dismissioni per abbattere lo stock del debito pubblico. Insomma, il “programma elettorale” che la Corte consegna alle istituzioni e all'opinione pubblica somiglia a quelli di Berlusconi e di Giannino, a prescindere da ogni valutazione circa la loro credibilità personale. Persino sull'idea di un condono fiscale, pur avvertendo che ha un «effetto patologico» se si traduce in una sanatoria, il procuratore generale Salvatore Nottola ha però riconosciuto che «ha le sue ragioni», «motivazioni intuitive e fondate», come «deflazionare il contenzioso e realizzare introiti in tempi rapidi».

Come più volte aveva avvertito, il presidente Giampaolino ricorda che l'emergenza finanziaria, con margini temporali troppo ristretti per agire sulla spesa pubblica, ha reso necessario «un ricorso ad aumenti del prelievo tributario, forzando una pressione fiscale già fuori linea nel confronto europeo e favorendo le condizioni per ulteriori effetti recessivi». Ne deriva «il pericolo di un avvitamento, connesso alla composizione, più che alle dimensioni, delle manovre correttive del disavanzo», troppo squilibrate sul lato delle maggiori entrate piuttosto che su quello delle minori spese. Troppe tasse, pochi tagli alla spesa. Giampaolino ricorda quindi di aver insistito sulla «necessità di puntare sui fattori in grado di favorire la crescita». Innanzitutto, «la riduzione della pressione fiscale che grava sulla "economia emersa", da finanziare con i maggiori proventi ottenuti dalla lotta all'evasione fiscale e dalla stessa "spending review", e una più equa distribuzione del carico fiscale». Inoltre, «l'effettiva realizzazione di un programma mirato di dismissioni del patrimonio immobiliare e mobiliare pubblico, al fine di conseguire un consistente abbattimento dello stock di debito». Due temi su cui il premier uscente Monti ha perseverato negli errori dei suoi predecessori.

Così come sul terzo tema: «La pur comprovata maggiore efficacia delle misure di contenimento della spesa pubblica non ha consentito, in presenza di un profilo di flessione del prodotto, la riduzione dell'incidenza delle spese totali sul Pil, che resta al di sopra dei livelli pre-crisi». La spesa pubblica, insomma, è stata efficacemente contenuta ma non ridotta. Per questo, il processo di revisione della spesa e di maggiore efficienza delle strutture amministrative è «da intendere - ribadisce Giampaolino - anche nel significato più impegnativo e complesso di ripensamento del perimetro dell'intervento pubblico e delle modalità di prestazione dei servizi pubblici in un contesto sociale e demografico profondamente mutato». Il che, tradotto, significa che la Corte suggerisce un ripensamento, con l'obiettivo di un arretramento, del ruolo dello Stato.
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Thursday, October 18, 2012

Anche Monti, come Berlusconi, fregato da Tesoro e Ragioneria?

Prima la Repubblica, poi il Sole24 Ore, prosegue l'offensiva mediatica del ministro del Tesoro Grilli per difendere la legge di stabilità dalle numerose critiche di queste ore – sulla retroattività del taglio alle agevolazioni fiscali, sulla tentata stangata ai disabili e ai servizi ad essi dedicati, così come sui tagli alla sanità. Ma nel complesso, l'obiettivo comunicativo di cui abbiamo scritto su queste pagine nei giorni scorsi – nascondere un ulteriore aumento di tasse incrociando tra di loro tagli e aumenti di imposte – può dirsi raggiunto. Ancora oggi, infatti, dopo che il testo definitivo è stato finalmente presentato alle Camere, sono oggetto di polemica le singole misure, ma dal dibattito non emerge con sufficiente chiarezza che nonostante il timido intervento sull'Irpef, nel 2013 e negli anni seguenti pagheremo complessivamente più tasse.

Nessun giornale ha ancora chiesto conto al ministro Grilli del saldo reale delle misure fiscali. E' vero che se si guarda alla legislazione vigente, nella quale l'aumento di ben due punti dell'Iva a partire da luglio era già stato inserito, l'aumento di un solo punto può essere presentato come una diminuzione dell'imposta, che si andrebbe ad aggiungere al mini-taglio delle aliquote Irpef e alla detassazione dei salari di produttività. Ma il suo effetto concreto, rispetto all'anno precedente, sarà di 3,3 miliardi in meno nelle tasche degli italiani e altrettanti in più nelle casse dello Stato. Non si capisce quindi come mai nessun importante organo di stampa obietti a Grilli che gli 8,7 miliardi di tasse in meno che continua ad annunciare sono in realtà 5,4 miliardi, a fronte di aumenti di imposte per circa 6,7 miliardi. Rapporto destinato a peggiorare, a legislazione invariata, dal 2014: circa 6,6 miliardi contro circa 10.

E sorprende come sia passata praticamente inosservata la grave gaffe del ministro sulla retroattività dei tagli a detrazioni e deduzioni, che è sì – ammette – una violazione dello statuto dei contribuenti, ma negli anni, spiega con stupefacente faccia tosta, le violazioni «sono la regola piuttosto che l'eccezione». Il che con tutta evidenza non giustifica affatto ulteriori violazioni, semmai le aggrava, essendo intenzionali e reiterate. E' tollerabile che un ministro ammetta candidamente di non rispettare la legge? E se i contribuenti, a loro volta, si giustificassero dicendo che negli anni l'evasione fiscale è stata la regola piuttosto che l'eccezione?
(...)
E che sia il ministro Grilli a esporsi sulla legge di stabilità, a metterci la faccia, mentre il premier sull'argomento tace da una settimana, dalla conferenza stampa al termine del Cdm del varo, potrebbe essere l'indizio di un malumore. Che il presidente Monti e altri ministri fossero davvero convinti che si aprisse la strada, o almeno un viottolo, ad una riduzione delle tasse? E' possibile che il Tesoro, dal ministro Grilli al suo gabinetto, passando per la Ragioneria generale, abbiano usato il mini-taglio dell'Irpef come cortina fumogena anche nei confronti del resto del governo, premier compreso? Congetture, certo, ma a leggere il lungo elenco di imposte e balzelli "minori", che insieme al taglio di detrazioni e deduzioni alla fine fa pendere la bilancia sul lato delle maggiori entrate, la sensazione è che mentre il Cdm decideva il senso strategico del testo puntando sulla riduzione dell'Irpef per compensare il parziale aumento dell'Iva, quindi in un gioco a somma zero, in fase di messa a punto il saldo delle misure fiscali sia stato deviato a sfavore dei contribuenti.
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Saturday, September 22, 2012

Perché la rotta Monti non basta, servono nuove coordinate

E' passato quasi inosservato l'aggiornamento del Def - documento di economia e finanza - adottato dal Consiglio dei ministri, ma qualsiasi governo politico non l'avrebbe passata così liscia. Si può perdonare a un governo di tecnici, con un economista presidente del Consiglio e uno al Tesoro, di sbagliare così platealmente le previsioni macroeconomiche del paese, sottovalutando addirittura della metà il calo del Pil nell'anno in corso, e nonostante autorevoli istituzioni internazionali avessero indicato per tempo stime più corrette?

Come volevasi dimostrare, le stime governative si sono dovute allineare alle previsioni più realistiche di Confindustria, solo due mesi fa bollate sdegnosamente come pessimistiche e addirittura accusate di minare la credibilità dell'esecutivo all'estero. Quest'anno, dunque, il Pil dovrebbe calare del 2,4% e non dell'1,2, come previsto nel Def non un secolo fa, ma il 18 aprile scorso.
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Saturday, August 11, 2012

A settembre ultima chiamata per l'Italia

Anche su L'Opinione

Scampata – almeno così sembra al momento, perché con i mercati non si può mai stare tranquilli – la tempesta d'agosto, grazie soprattutto alle rassicuranti prese di posizione del presidente della Bce Mario Draghi, sarà settembre il mese delle decisioni irrevocabili. La Corte costituzionale tedesca dovrà esprimersi sul meccanismo di stabilità europeo (ESM), ma soprattutto l'Italia dovrà decidere se formalizzare una richiesta d'aiuto o se continuare a tentare di farcela da sola. Nel primo caso, almeno nelle intenzioni del governo, non si tratterebbe di chiedere un "salvataggio" vero e proprio, ma un intervento per calmierare lo spread e i tassi d'interesse sui nostri titoli di stato, così da rifiatare in attesa che le riforme introdotte producano i loro benefici.

Sia attraverso il bollettino mensile di agosto della Bce, che nella sua ultima conferenza stampa, Draghi ha raccomandato ai governi in difficoltà (Spagna e Italia) di tenersi pronti ad inoltrare le richieste d'aiuto ai fondi salva-stati. Solo una volta chiamato il soccorso, e firmato il relativo memorandum di impegni, infatti, la Bce può a sua volta attivare il proprio piano di acquisto di titoli di stato sul mercato secondario. Ma oltre alla perdita di sovranità fiscale, il problema è che chiedere aiuto prima ancora di aver perso l'accesso ai mercati, solo per ottenere un intervento calmierante, verrebbe interpretato dagli investitori come un segno di debolezza, rischiando quindi di scatenare il panico e determinare uno shock ulteriore sui tassi. Avendo chiesto "solo" l'attivazione del cosiddetto scudo anti-spread, ci ritroveremmo, di fatto, in pieno "salvataggio", con tutto ciò che ne consegue.

Dunque, la domanda alla quale a settembre dovremo rispondere è: possiamo ancora farcela da soli, senza aiuti? Forse sì, una via – seppure molto stretta – ancora c'è, ma occorre imboccarla di corsa e con la massima determinazione. Il governo Monti, proprio per la sua natura "tecnica" ed "emergenziale", l'avrebbe dovuta intraprendere da subito, appena insediato. E' quella di un corposo abbattimento dello stock di debito pubblico, in tempi rapidi e con modalità trasparenti. Escludendo il ricorso ad una tassa patrimoniale straordinaria – di dubbia efficacia, dall'effetto troppo depressivo sull'economia e discutibile sotto il profilo etico (i cittadini hanno già dato!) – si tratta di impegnare il patrimonio pubblico. Gli strumenti tecnici ci sono e gli esperti ne hanno già indicati alcuni.

Ci troviamo di fronte ad un vero e proprio bivio politico: o si aggredisce il debito accumulato con una sostanziosa sforbiciata nel breve-medio periodo, o si continua con una politica di rientro graduale, di lungo-lunghissimo periodo, realizzando avanzi primari pluriennali. Quest'ultima è la via tentata in passato, e fallita, perché corrisponde ad una sorta di cappio, o ergastolo fiscale: richiede infatti una crescita sostenuta, continua e per un lungo periodo, che nello stato attuale non è credibile, e che in ogni caso i mercati non sembrano disposti ad aspettare; oppure continue strette fiscali, che innescano, o aggravano, una spirale recessiva, aggiungendo al problema del debito quello della caduta del Pil o dell'assenza di crescita, che non fa che aumentare la sfiducia dei mercati nella nostra capacità sia di mantenere il pareggio di bilancio sia di ripagare il debito.

Abbattere il debito tramite cessioni di patrimonio pubblico, invece, ha molteplici vantaggi: una prospettiva credibile di forte riduzione dello stock in tempi relativamente brevi (cinque anni) riduce di per sé il rischio e incoraggia i mercati ad avere fiducia; si può evitare di ricorrere a nuove emissioni di titoli, o limitarle sensibilmente, in un periodo di tassi troppo penalizzanti; si possono ottenere risparmi rilevanti nella spesa per interessi, liberando risorse per una politica fiscale pro-crescita (ridurre le tasse, non aumentare la spesa!).

Purtroppo il governo Monti ha intrapreso la via degli avanzi primari, aumentando la pressione fiscale e sperando nella ripresa. Ma ultimamente è sembrato più incline a cambiare rotta e a prendere in esame iniziative più incisive per ridurre il debito. Le proposte, da parte di centri studi, singoli economisti, appelli come fermareildeclino, ma anche da parte del Pdl (l'unico partito ad averne avanzata una), non mancano. Settembre quindi si annuncia come il mese decisivo: insieme al terzo round di spending review – il rapporto Giavazzi (dieci miliardi in meno di sussidi alle imprese da tradurre in minori imposte), il rapporto Amato (tagli ai finanziamenti a partiti e sindacati) e il piano Vieri Ceriani (sfoltimento delle agevolazioni fiscali) – il governo dovrebbe cominciare ad attuare il suo piano anti-debito.

Quello del ministro Grilli però è ancora modesto nelle dimensioni (15-20 miliardi l'anno per cinque anni) e discutibile nel metodo, il ricorso alla Cassa depositi e prestiti (al 70% di proprietà del Tesoro ) per i tre fondi in cui dovrebbero confluire gli asset da dismettere (uno per le società municipalizzate, uno per i beni demaniali assegnati agli enti locali con il federalismo e uno per i 350 immobili di pregio già individuati). L'operazione dev'essere più ambiziosa. Ecco il merito della proposta del Pdl, che punta a 400 miliardi in cinque anni: al di là delle tecnicalità, e della "verginità" politica da tempo persa dai promotori, indica la strada giusta – abbattere subito il debito – e obbliga gli altri soggetti politici, nonché il governo Monti, a posizionarsi rispetto a questa fondamentale scelta politica.

Tuesday, July 24, 2012

Monti-bis ha senso solo se Monti candidato premier

L'ipotesi di voto anticipato in autunno riflette il nervosismo e la debolezza di tutti gli attori in campo. Innanzitutto del premier Mario Monti, politicamente indebolito dall'evidenza che la sua cura non sembra sortire gli effetti sperati. Sono trascorsi nove mesi e in termini di rischio default, o di necessità di chiedere un salatissimo salvataggio, siamo più o meno laddove eravamo nel dicembre scorso, con l'aggravante di avere nel frattempo sparato/sprecato parecchie cartucce. Il premier appare deluso, sembra non sapere più cosa fare. E anche se avesse in mente altri possibili "shock", non avrebbe probabilmente la forza di imporli ai partiti, con l'avvicinarsi delle elezioni sempre più attenti al loro consenso. Se dopo un anno non siamo riusciti a "sganciare" il nostro destino da quello di Grecia e Spagna, qualsiasi cosa si possa rimproverare a Bruxelles e a Berlino, è però innegabile che molto è da imputare a noi stessi: alle resistenze al cambiamento da parte della società italiana, o meglio di quei numerosi «percettori di rendita da spesa pubblica», i cosiddetti "topi nel formaggio", ma anche agli errori del governo tecnico, che non ha svolto nella loro interezza, o ha mal interpretato, i "compiti a casa".
(...)
Gli altri attori, i partiti che sostengono il governo Monti, temono di arrivare praticamente esanimi all'appuntamento elettorale del 2013 e il loro unico scopo è preservare anche nella prossima legislatura le loro quote di potere. Si fa sempre più salato il conto del sostegno alle misure impopolari del governo Monti, sacrifici tanto più invisi all'opinione pubblica quanto più risulteranno inefficaci. (...) La loro unica preoccupazione, quindi, è trovare l'accordo per una legge elettorale che li tuteli il più possibile dall'exploit di eventuali nuove offerte politiche, capace di "blindare" la propria consistenza numerica in Parlamento, e qualcuno potrebbe essere tentato dal voto anticipato prima che i mesi che ci separano dalla scadenza naturale della legislatura provochino un'ulteriore erosione dei consensi e consentano il lancio di nuovi competitor.

Insomma, Monti avrà anche osato laddove finora nessun governo aveva osato spingersi nel tentativo di raddrizzare la pianta storta, ma data la gravità della crisi il suo operato non può essere ritenuto sufficiente. Tuttavia, le alternative che potrebbero realisticamente scaturire dal voto del 2013 non sembrano promettere di meglio. Se il Pd e la sinistra dovessero stravincere, con Bersani che già si sente Hollande, e il centrodestra dovesse disgregarsi, difficilmente un'ipotesi Monti-bis potrebbe decollare, perché a quel punto i vincitori reclamerebbero per sé il timone, e a Monti non rimarrebbe, forse, che il ministero dell'economia, ma da prigioniero più che da protagonista. Un risultato più sfumato nei numeri per formare una maggioranza di governo favorirebbe una grande coalizione. (...) Ma rischierebbe di rivelarsi solo una brutta copia dell'esistente, con riforme sempre più annacquate e sabotate.

Che si voti nella primavera prossima o in autunno, insomma, l'unico "big bang" in grado di riformare la politica italiana, di sparigliare i giochi, sarebbe la candidatura diretta di Monti, che costringerebbe vecchi partiti e nuove liste a riposizionarsi e a sciogliere ogni ambiguità programmatica. Il professore non scalda certo il cuore degli elettori, ma in questa fase resta più credibile degli altri screditati leader e ricevendo una legittimazione popolare diretta sarebbe più forte dei veto-players politici e sociali.
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Tuesday, July 17, 2012

Torna la tempesta d'agosto: un anno perso?

Altro che Moody's, è l'analisi dell'Fmi sulle prospettive dell'economia globale, dell'Eurozona, e sul rischio di Italia o Spagna di perdere l'accesso ai mercati, a far schizzare lo spread vicino ai 500 punti. L'istituto di Washington sollecita l'attivazione del meccanismo anti-spread, ma Palazzo Chigi fa sapere che al momento non c'è alcuna intenzione né necessità di ricorrervi, anche se non si può escludere per il futuro.

Oltre che sui giudizi delle agenzie di rating bisognerebbe indagare su ciò che ha spinto i grandi quotidiani italiani a presentare Monti come vincitore del vertice europeo del 29 giugno e la cancelliera Merkel come sconfitta. Come avevamo avvertito su queste pagine, la vittoria calcistica ci fu, ma sul piano politico si trattò di un pareggio, di un compromesso. I giornali che non perdono occasione per annunciare improbabili cedimenti tedeschi alla linea Monti sono puntualmente costretti a registrare con imbarazzata sorpresa le parole della Merkel, e a presentarle come "doccia fredda" o "frenata", ma in realtà la posizione di Berlino è sempre la stessa: anche il meccanismo anti-spread verrà attivato solo a precise condizioni (al pari degli altri aiuti) e per di più solo a settembre. Se il termine "troika" è troppo umiliante politicamente perché ricorda la Grecia, chiamatelo pure "paperino", ma la sostanza cambia davvero poco: non sarà né gratis né senza scrupolosi controlli. La Spagna ha ottenuto i fondi per ricapitalizzare le sue banche in cambio di una correzione dei conti da 65 miliardi. Allo stesso modo l’Italia di Monti sta "trattando" le condizioni per l'eventuale ricorso allo scudo anti-spread. In questa chiave vanno lette l'accelerazione sui tagli alla spesa (da 7-8 miliardi a 26 in due anni e mezzo) e le dismissioni per 15-20 miliardi l'anno, l'1% del Pil, annunciate dal neo ministro Grilli (perché solo ora?).
(...)
Monti, da parte sua, parlando di un «duro percorso di guerra», non escludendo il ricorso all'Esm e attaccando la «concertazione» causa di tutti i nostri mali, cerca di preparare gli italiani ad altri possibili shock. Insomma, la sensazione è che il governo si stia preparando alla tempesta di agosto, che potremmo dover affrontare senza lo scudo anti-spread (attivo solo da settembre). Dopo un anno, potremmo ritrovarci nell'identica drammatica situazione dell'estate scorsa. In attesa dello scudo, l'Italia potrebbe essere difesa da una ripresa del programma di acquisti della Bce, ma i 500 miliardi dell'Esm potrebbero comunque rivelarsi insufficienti rispetto agli oltre 400 miliardi da rifinanziare nei prossimi 12 mesi e potremmo quindi aver bisogno dell'intervento anche dell'Fmi.

Per questo dovremo farci trovare pronti a nuovi "compiti a casa", se vorremo evitare un sostanziale commissariamento. La ratifica del fiscal compact e l'approvazione della spending review entro la prima settimana di agosto potrebbero non bastare. Se era ben noto, come lo era, che il nostro vero punto debole rispetto agli altri è l'elevato stock di debito pubblico, perché in tutti questi mesi nessun governo - nemmeno quello tecnico - si è adoperato per abbatterlo subito di diversi punti di Pil? Oggi potrebbe essere troppo tardi.
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Wednesday, June 20, 2012

Sviluppo o gioco delle tre carte?

Misure reali, incisive, da subito operative, oppure solo annunci, bluff, rinvii e personalismi? Dopo uno studio più approfondito, il pacchetto sviluppo varato dal governo venerdì scorso sembra appartenere più alla categoria degli annunci e delle promesse che non dei fatti. E quel che è peggio è che ciò che luccica – incentivi e dismissioni – non è oro. All'indomani della conferenza stampa di presentazione del provvedimento i grandi giornali hanno accolto l'ultimo sforzo dell'esecutivo Monti con una generosità che non avrebbero riservato ai governi precedenti, titolando in prima pagina, enfaticamente, sui presunti 80 miliardi che starebbero per inondare l'economia reale, nonostante fosse già evidente ad una lettura superficiale del decreto quanto in realtà si trattasse di risorse più virtuali che reali. Innanzitutto, per rendere pienamente operativi i 61 articoli che compongono il pacchetto bisognerà aspettare ben 45 provvedimenti tra decreti e atti ministeriali, molti senza scadenza o con termini che vanno dai 60 giorni a fine 2013. Ed è nei dettagli che si nasconde il diavolo. In particolare, però, la delusione è sugli incentivi e sulle dismissioni, dove il governo mostra di fare il gioco delle tre carte.
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Wednesday, June 06, 2012

La Corte dei Conti: tagliare spesa e tasse di 50 miliardi

Nel rapporto 2012 sul coordinamento della finanza pubblica, presentato ieri in Parlamento, la Corte dei Conti, come fa da anni in ogni sede, è tornata a denunciare gli squilibri recessivi delle politiche fiscali in cui i nostri governi perseverano, pur riconoscendo l'efficacia del contenimento della spesa - tra 2008 e 2011 una vera e propria inversione di rotta rispetto alla spesa allegra degli anni precedenti. Ma la notizia è la pressoché totale continuità, nel male ma anche nel bene, che la Corte ravvisa tra il governo Berlusconi e l'attuale.

La critica fondamentale riguarda il consolidamento fiscale, troppo sbilanciato sul lato delle entrate, da cui vengono reperiti «oltre i due terzi delle maggiori risorse di bilancio». Anche gli interventi correttivi decisi dal nuovo governo nel dicembre scorso confermano «il ricorso prevalente alla leva tributaria per l'intero orizzonte programmatico». Una scelta che ha però una pesante «controindicazione» negli «impulsi recessivi» trasmessi all'economia reale, con il rischio «che un ulteriore rallentamento dell'economia allontani il conseguimento degli obiettivi di gettito», quindi di bilancio, e che ciò richieda nuove e ancor più recessive correzioni. La Corte mette dunque in guardia dal «pericolo di un avvitamento» ed invita a «disinnescare il circolo vizioso». Per reperire il «gettito mancante», avvertono in sostanza i magistrati contabili, non si può più agire sul lato delle entrate, né volontarie né tributarie, essendo la pressione fiscale ormai ad un livello insopportabile, ma bisogna ampliare la base imponibile, incidendo sui fattori che bloccano la crescita.

E uno dei fattori che blocca la crescita è il nostro sistema fiscale, ancora lontanissimo dal «benchmark europeo». Non c'è stato, infatti, lo spostamento del carico fiscale "dalle persone alle cose" che era stato promesso sia dal governo Berlusconi che da Monti: «L'aumento impositivo che ha investito consumi e patrimoni - registra la Corte - si è tradotto in una riduzione molto limitata del prelievo sui redditi da lavoro e d'impresa».
(...)
Servirebbero, per alleggerire il carico fiscale su lavoro e impresa avvicinandolo alla media europea, 50 miliardi di euro. Ma con gli aumenti recenti, e quelli già previsti, delle aliquote Iva (tra l'altro «gravidi di controindicazioni sul piano economico e sociale») sono esauriti anche i margini del prelievo sui consumi. Dove reperirli, dunque?

Secondo la Corte «l'opzione di fondo da perseguire non può non essere quella di una consistente riduzione della spesa corrente - sia primaria che per interessi sul debito». In poche parole la Corte dei Conti suggerisce di tagliare la spesa corrente di 50 miliardi - altro che i 4-5 previsti dalla spending review! - e di usarli per tagliare le tasse su lavoro e impresa. Insiste, inoltre, per «un abbattimento significativo del debito, attraverso la dismissione di quote importanti del patrimonio mobiliare ed immobiliare in mano pubblica», ricordando di aver più volte sottolineato le carenze, sul fronte dismissioni, «nell'identificare dimensioni, condizioni e responsabilità realizzative».
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Friday, April 13, 2012

Lavoro, fisco, debito. Pdl redivivo?

Certo non bastano tre buone iniziative concrete per far dimenticare un'esperienza di governo a dir poco fallimentare. Ma da qualcosa bisogna pur ricominciare. Ed è apprezzabile che il Pdl stia tentando di riconquistare i suoi elettori delusi ripartendo dall'economia. Tre tavoli tematici - lavoro, fisco, debito - da cui sono scaturite altrettante proposte, alcune già pronte per diventare emendamenti ai testi di legge presentati dal governo. Ed è incoraggiante la filosofia cui sono ispirate: «Ora deve dimagrire lo Stato, i cittadini hanno già dato». Segno che Alfano è consapevole del terreno su cui il partito ha maggiormente perso il suo appeal e si gioca tutto o quasi il suo futuro. Recuperare la credibilità perduta non sarà facile, per molto tempo aleggerà la critica di fondo "perché non l'avete fatto quando eravate al governo", ma non ci sono alternative: riconoscere i propri errori e risalire la china, magari allontanando dalla cabina di regia coloro che nel precedente governo hanno tirato il freno a mano sulle riforme economiche.
(...)
Non solo temi-bandiera, non richieste provocatorie per alimentare lo scontro politico, ma proposte fattibili - ne parlano autorevoli economisti sui giornali e online - il cui scopo è cominciare a ricostruire quel profilo, quella visione di politica economica che aveva portato il Pdl ad essere il partito di maggioranza relativa nel 2008 e nel 2009, ma che è stata clamorosamente tradita, quasi del tutto cancellata e sostituita con il suo opposto, dai suoi esponenti di governo.
Laddove invece il Pdl appare ancora confuso è sulla riforma della legge elettorale. In attesa di conoscere i particolari della bozza, sembra intenzionato ad avallare un sostanziale ritorno al proporzionale, che aggraverebbe l'instabilità dei governi e metterebbe a rischio la sua stessa ragion d'essere.
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Wednesday, April 04, 2012

Dalla Ue warning a Monti: l'Italia rischia

Sembra un film già visto: filtrano indiscrezioni, spesso da Bruxelles, secondo cui all'Italia potrebbe servire una nuova manovra per rispettare i suoi impegni di bilancio; Palazzo Chigi smentisce. Il tempo ci dirà se anche stavolta dovremo rassegnarci al solito esito: la manovra alla fine s'ha da fare, ma siccome nell'emergenza – l'alibi è sempre lo stesso – il governo si trova impreparato a tagliare la spesa, aumentano le tasse. Questa volta il ruolo da protagonista tocca al governo Monti.

In effetti, il rapporto citato dal Financial Times non dice che l'Italia ha bisogno di una manovra correttiva ora, anzi sarebbe «ingiustificata in questa fase», ma che c'è il rischio che si riveli necessaria nei prossimi mesi a causa della recessione e di tassi di interesse ancora relativamente alti sul nostro debito. Ci avverte che «lo slancio riformatore dev'essere mantenuto», e che in particolare sulla riforma del lavoro non possiamo permetterci compromessi al ribasso, altrimenti l'Italia violerebbe il piano di riforme concordato con i partner Ue. Ci ricorda che il fiscal compact prevede per i Paesi indebitati come il nostro uno sforzo colossale per il rientro dal debito. Insomma, le sfide per l'Italia sono solo all'inizio. Per questo suggerisce di procedere con privatizzazioni e dismissioni di immobili di Stato per abbattere velocemente lo stock del debito, cosa che il governo Monti si ostina a non prendere nemmeno in considerazione.

Siamo già in recessione, ma gli aumenti di tasse previsti per quest'anno non hanno ancora dispiegato tutti i loro effetti recessivi. In attesa della stima preliminare del Pil nel I trimestre 2012, che l'Istat diffonderà a metà maggio, si avvicina il momento della verità. Il rischio che corriamo, a causa di una politica di risanamento di tasse anziché di tagli alla spesa, è un progressivo avvitamento nella spirale "più tasse-recessione-deficit-nuove tasse". E' la via dell'austerità definita da Draghi «cattiva» - politicamente più facile da attuare, perché si possono ottenere «buoni numeri» anche senza tagliare la spesa corrente, solo alzando le tasse - quella fin qui seguita anche dal governo Monti, che in totale continuità con i governi tecnici e politici del passato, e in connubio con i vertici della burocrazia statale, difende la spesa pubblica caricando sul Paese tutti gli oneri del risanamento.
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Tuesday, March 27, 2012

Dal salva-Italia al bluffa-Italia

E' come scrive Stefano Menichini su Europa, e cioè che il Pd è semplicemente entrato in campagna elettorale, ma ha compiuto il «piccolo capolavoro» di portare in Parlamento il confronto sull'articolo 18, facendo così un favore a Monti; oppure c'è di più, in realtà il Pd ha iniziato a fremere per tornare a Palazzo Chigi, teme possa sfuggirgli come gli è sfuggito dopo la parentesi tecnica '92-'94, e quindi ha avviato, come sostiene Mario Sechi su Il Tempo, il piano di liquidamonti, sullo slancio del probabile successo alle amministrative?

A prescindere da quale siano i piani del Pd, resta il nodo dell'articolo 18: reintegro come opzione anche per i licenziamenti economici, come vorrebbero il Pd e i sindacati, o solo indennizzo, come vorrebbe il governo? Qualcuno dovrà cedere.

Sia come sia, sembra avverarsi ciò che avevamo predetto fin da subito, pochi giorno dopo l'insediamento del governo tecnico, e cioè che Monti avrebbe avuto se non poche settimane, «due/tre mesi, non oltre febbraio-marzo», certamente non oltre le amministrative, per la sua azione riformatrice, dopo di che rischiava di essere inghiottito dal ritorno dei partiti e indebolito, paradossalmente, dall'auspicabile allentamento della tensione sui nostri titoli di Stato. Avevamo per tempo segnalato che avrebbe commesso un errore fatale programmando la sua azione - prima i conti, poi le riforme - in un arco temporale troppo lungo. La stagione delle riforme era l'inverno, non la primavera. E ora che l'inverno è finito, sembra chiudersi anzitempo.

E quindi il pericolo che intravedevamo già a novembre - e che contrapponevamo su questo umile blog all'entusiasmo che nutrivano per l'ipotesi tecnica autorevoli economisti-blogger e professori - sembra materializzarsi: l'esperienza del governo tecnico rischia di concludersi, come le precedenti, con l'ennesima tosatura (e repressione) fiscale, il completamento di una sola riforma, quelle delle pensioni, e un'operazione credibilità, tutta fondata sull'autorevolezza personale di Monti, presso gli investitori internazionali. Le liberalizzazioni sono all'acqua di rose o tutte ancora da attuare; la riforma del mercato del lavoro è in alto mare e comunque quella uscita da Palazzo Chigi è di stampo socialdemocratico, timida sull'articolo 18 e gli ammortizzatori sociali, costosa e dannosa sulla flessibilità in entrata. Spesa pubblica? Intatta. Stock di debito pubblico? Intatto pure quello. L'annunciata "spending review" resta nel cassetto, e comunque produrrebbe briciole, e di privatizzazioni neanche a parlarne, come scrive Barbera su La Stampa. Il vero problema, il perimetro e il peso dello Stato nell'economia italiana, non è stato nemmeno scalfito.

Dopo il salva-Italia e il cresci-Italia, a chiudere il trittico riformista del governo Monti potrebbe essere il ddl bluffa-Italia.

Tuesday, March 13, 2012

Fisco da paura

Politiche di finanza pubblica del governo Monti sotto accusa da parte di Corte dei Conti e Garante per la privacy

Anche su Notapolitica

Si sta forse incrinando il monolitico unanimismo che circonda e accoglie le scelte di politica economica del governo Monti, e in particolare quelle che riguardano la crociata contro l'evasione fiscale? Presto per dirlo, ma certo ieri due importanti istituzioni di controllo – Garante per la privacy e Corte dei Conti – hanno posto l'accento su alcune criticità delle politiche del governo che dovrebbero quanto meno ridestare lo spirito critico dei mainstream media.

I magistrati contabili non fanno politica, ma unendo i puntini ciò che emerge dalla relazione del presidente Giampaolino dinanzi alla Commissione Bilancio della Camera è un atto d'accusa alle politiche di finanza pubblica del governo. In sostanza, suggerisce una serie di misure che Monti non sta facendo e non sembra intenzionato a fare: ridurre le tasse, tagliando drasticamente la spesa, e abbattere lo stock di debito pubblico attraverso dismissioni. Il presidente della Corte dei Conti quantifica in 50 miliardi il taglio necessario per riportarci a livelli di tassazione europei. Da ricavare, ovviamente mantenendo l'equilibrio di bilancio, da una «tenace» e «severa» riduzione della spesa e dalla lotta a erosione ed evasione fiscale. Si tratta di tagli alle tasse e alla spesa dell'ordine di 3-4 punti di Pil, ben lontano dalle più rosee intenzioni del governo.

Ovviamente Giampaolino apprezza il conseguimento del pareggio di bilancio, ma avverte che «dal punto di vista della crescita fa differenza a quale livello della pressione fiscale – e quindi della spesa pubblica – quel pareggio di bilancio verrà conseguito». E osserva: «Sulla spinta dell'emergenza, le ripetute manovre di aggiustamento finanziario condotte nel 2011 hanno operato soprattutto dal lato dell'aumento della pressione fiscale, piuttosto che, come sarebbe stato desiderabile – ammonisce – dal lato della riduzione della spesa. Il risultato è che ci avviamo verso una pressione superiore al 45% del prodotto, un livello che ha pochi confronti nel mondo». Considerando che «le stime più accreditate – aggiunge – ipotizzano un livello dell'evasione fiscale dell'ordine del 10-12% del prodotto, ne consegue che il nostro sistema è disegnato in modo tale da far gravare un carico tributario sui contribuenti fedeli sicuramente eccessivo». Quindi non si può certo affermare che gli italiani nel loro complesso non pagano le tasse, visto che devolvono allo Stato il 45% della loro ricchezza, ma la pressione fiscale sull'economia regolare, sugli "onesti", sfiora il 60%, la più alta del mondo sviluppato. Per poter ridurre la pressione fiscale, in modo da aiutare il rilancio dell'economia senza compromettere l'equilibrio di bilancio, «è necessario lavorare con tenacia e determinazione alla riduzione della spesa».

«In termini complessivi – osserva inoltre la Corte dei Conti – se si assume che l'assetto fiscale "medio" europeo (Europa a 17) identifichi il benchmark cui rapportare un'evoluzione virtuosa del sistema tributario italiano, gli sgravi necessari per riportare a livello europeo il prelievo sui redditi da lavoro e da impresa dovrebbero aggirarsi attorno ai 50 miliardi di euro (32 per i redditi da lavoro e 18 per quelli d'impresa)». Si tratta di 3-4 punti di Pil. Ma considerando che «un ulteriore aumento del prelievo sui consumi non assicurerebbe più di un decimo», una «trasformazione del sistema per conferirgli un assetto "europeo" in grado di rilanciare competitività, efficienza e crescita economica resta subordinata» ad una «severa politica di contenimento e di riduzione della spesa» e alla lotta a erosione ed evasione fiscale.

Il presidente Giampaolino mette anche in guardia da una politica che punti al rientro dal debito solo attraverso avanzi primari: «Anche in condizioni di pareggio di bilancio, e per quanto il risanamento faccia flettere lo spread, ancora a lungo avremo a che fare con elevati oneri per interessi del debito pubblico. Non si può, pertanto, rinunciare a ridurre lo stock del debito attraverso la cessione di quelle parti del patrimonio pubblico non funzionali allo svolgimento dei compiti essenziali delle amministrazioni e non oggetto di tutele artistiche e simili». E osserva che per «gran parte» delle dismissioni pubbliche l'ostacolo «non consiste affatto in eventuali considerazioni strategiche, bensì in difficoltà di procedura, in resistenze burocratiche, in ritardi operativi».

Particolarmente inquietanti gli allarmi lanciati dal Garante per la privacy, Francesco Pizzetti, sulle armi di cui lo Stato si è dotato per stanare gli evasori. Bolla infatti le nuove norme volte a semplificare per l'amministrazione i controlli fiscali come «strappi forti allo Stato di diritto». La richiesta sempre più massiccia di accesso ai dati personali dei cittadini da parte degli uffici pubblici che combattono l'evasione fiscale o l'illegalità in settori come la previdenza è comprensibile, osserva, ma «è importante che si consideri questa una fase di emergenza dalla quale uscire al più presto, perché altrimenti – avverte – lo spread fra democrazia italiana e occidentali crescerebbe».

«È proprio dei sudditi – ricorda Pizzetti – essere considerati dei potenziali mariuoli. È proprio dello Stato non democratico pensare che i propri cittadini siano tutti possibili violatori delle leggi. In uno Stato democratico, il cittadino ha il diritto di essere rispettato fino a che non violi le leggi, non di essere un sospettato a priori». Definisce esplicitamente il suo come un «monito», perché è «in atto, a ogni livello dell'amministrazione, e specialmente in ambito locale, una spinta al controllo e all'acquisizione di informazioni sui comportamenti dei cittadini che cresce di giorno in giorno. Un fenomeno che, unito all'amministrazione digitale, a una concezione potenzialmente illimitata dell'open data e all'invocazione della trasparenza declinata come diritto di ogni cittadino di conoscere tutto, può condurre a fenomeni di controllo sociale di dimensioni spaventose». Sotto accusa anche ipotesi di recente formulate dal direttore dell'Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, come quella del "bollino" per le aziende "brave" fiscalmente: «Attenzione alle liste dei buoni e dei cattivi. Attenzione ai bollini di qualunque colore siano. Le vie dell'inferno – ammonisce il Garante per la privacy – sono lastricate di buone intenzioni».

Monday, January 30, 2012

Al Consiglio Ue con un messaggio pericoloso

Anche su Notapolitica

Inizia oggi l’ennesimo decisivo Consiglio europeo e il premier Mario Monti si presenta forte di una posizione condivisa da tutto l’arco costituzionale. Il messaggio lanciato all’Ue (a Berlino) e alla nostra opinione pubblica da qualche settimana, sempre con maggiore intensità, sia da Monti in persona, nelle sue interviste come nelle sue recenti audizioni al Senato e alla Camera, sia da tutti i partiti, anche quelli non di maggioranza, formalmente con le mozioni sulla politica europea, è stato univoco: l’Italia ha fatto i suoi “compiti a casa”, adesso tocca all’Unione europea (sottinteso: alla Germania) aiutarci a placare il dio spread.

Tutta la stampa nazionale ha sottolineato favorevolmente l’inedito passaggio parlamentare da clima di unità nazionale tra le forze politiche, almeno per quanto riguarda l’Europa. Litigano su tutto i nostri politici, ma quando si tratta di difendere la spesa pubblica ai livelli attuali, cioè il loro potere di intermediazione nell’economia, perché ciò significa sostenere oggi che l’Italia ha fatto i suoi “compiti”, sanno parlare con una voce sola. E’ senz’altro un segnale di grande compattezza, che rafforzerà il governo Monti nei decisivi negoziati che lo aspettano a Bruxelles su fiscal compact, quindi sulle modalità e i tempi del rientro dal debito, ed ESM, cioè il fondo salva-Stati. Una posizione, quella di cui si farà portavoce il nostro premier, che tra l’altro è sostenuta anche da Barack Obama, come evidenzia il Financial Times.

Quando Monti dice che l’Italia «non chiede denaro alla Germania o ad altri», ma che siano «riconosciuti i progressi nel risanamento», e quindi che la governance dell’Eurozona sappia assumere decisioni in grado di portare ad «una ragionevole diminuzione dei tassi di interesse» sui nostri titoli di Stato, allude a forme di tutela e/o di condivisione del debito, e di fatto sta proprio chiedendo soldi agli altri. Le misure in cui l’Italia spera per ottenere uno sconto sul debito, e che vengono citate esplicitamente anche nelle mozioni parlamentari della settimana scorsa, sono l’aumento di disponibilità del fondo salva-Stati (ESM) da 500 a 750 o 1.000 miliardi (la cui copertura sarebbe costituita essenzialmente da soldi tedeschi) e gli eurobond, cioè una forma di condivisione del debito di cui sarebbe la solidità tedesca, in pratica, ad essere garante. Può darsi che sia inevitabile, che sia l’unica soluzione alla crisi, o che sia giusto così, ma non è molto diverso dal chiedere soldi.

La Germania verserà più soldi nell’ESM solo se gli altri Paesi faranno i “compiti a casa” (e noi siamo appena all’inizio); l’America darà più soldi al Fmi solo se l’Europa farà la sua parte. Insomma, nel suo anno elettorale Obama non può permettersi una crisi dell’euro e punta su Monti per allargare i cordoni della borsa della Merkel, la quale a sua volta prossima alle elezioni deve far vedere ai tedeschi che non stanno pagando per i debiti altrui. Monti, che il problema elettorale non ce l’ha, ha due strade: o gattopardescamente cambiare tutto perché nulla cambi, sperando che sia il contesto esterno a cambiare in modo favorevole (soluzione del problema greco e do ut des con Berlino); oppure riformare sul serio il Paese, ma per fare ciò dovrebbe intervenire sugli stock di debito e di spesa pubblica senza temporeggiare.

E’ ovvio che il messaggio “abbiamo fatto i nostri compiti a casa” sembra più funzionale alla prima strategia. Non si può negare che possa servire a strappare condizioni non troppo punitive per il nostro Paese, ma sarebbe un successo dalle gambe troppo corte. Ed è un messaggio pericoloso e inquietante sul fronte interno. Pericoloso perché convincersi, da parte delle forze politiche, e convincere l’opinione pubblica, che i nostri “compiti” si siano esauriti con la manovra quasi tutta tasse di dicembre e le timide liberalizzazioni della settimana scorsa può indebolire in modo decisivo la determinazione della politica ad implementare le riforme strutturali necessarie ad avvicinare la nostra competitività a quella tedesca e la propensione dei cittadini ad accettarle. Ce lo ha ricordato senza sconti la cancelliera tedesca Angela Merkel nell’intervista concessa a sei quotidiani europei (tra cui La Stampa) venerdì scorso. Mentre da noi è appena iniziata, con il piede sbagliato, la trattativa tra governo e parti sociali sulla riforma del mercato del lavoro, Merkel avverte: la riforma s’ha da fare, se vogliamo in cambio che l’Ue ci aiuti a far calare il costo del nostro debito. E d’altra parte, ricorda con una punta di malizia, «altri Paesi, la Germania o l’Europa dell’Est, ad esempio, hanno già alle loro spalle difficili riforme del mercato del lavoro». Per promuovere la crescita, osserva inoltre Merkel nell’intervista, ci sono modi diversi dai costosi pacchetti di spesa, che «non costano praticamente denaro»: più flessibilità nella legislazione sul lavoro; eliminare le «barriere» nelle professioni e nei servizi; «più privatizzazioni». Ecco servito chi rimprovera a Berlino di pensare solo all’austerity.

La realtà è ben diversa: l’Italia s’è appena seduta al suo banco e ha appena aperto il quaderno. Il governo Monti ha fatto molto, molto più di quanto non siano riusciti a fare i governi di centrodestra e di centrosinistra. Ha reintrodotto la tassa sulla prima casa, abolito le pensioni d’anzianità, in questo accontentando i tedeschi che hanno sempre malvisto – con qualche ragione – i privilegi degli italiani in questi due ambiti, e infine assunto la decisione dello scorporo tra Snam rete gas ed Eni (le altre misure sono di contorno e alcune nemmeno possono essere definite liberalizzazioni). Tuttavia, nell’emergenza, appena insediato, ha preferito inseguire il pareggio di bilancio a suon di tasse anziché di tagli alla spesa e la strategia complessiva sembra quella di ridurre il debito molto gradualmente, attraverso avanzi primari – che senza crescita potrebbero essere mantenuti solo con nuove tasse sempre più recessive – piuttosto che aggredendone lo stock; dunque di farsi riconoscere gli sforzi compiuti per ammorbidire il rigore tedesco, agire sul contesto esterno, quello europeo, più che su quello interno. Ma senza un piano di abbattimento di spesa pubblica e pressione fiscale di 10 punti di Pil in dieci anni, come ha fatto la Germania, non se ne esce.

Berlino ribadisce che discuterà di eurobond «solo quando l’Europa avrà raggiunto un’integrazione molto più profonda, non però come strumento per superare la crisi», perché significherebbe promettere più soldi senza combatterne le vere cause. Ammesso che i tedeschi prima o poi cedano, e ammorbidiscano la loro linea, e i mercati approvino, il rischio è di ritrovarci nel medio-lungo periodo con un euro più simile alla lira che al marco.

Friday, January 27, 2012

Monti ha due strade

La Germania verserà più soldi nell'ESM solo se gli altri Paesi faranno i "compiti a casa" (e noi siamo appena all'inizio); l'America darà più soldi al Fmi solo se l'Europa farà la sua parte. Insomma, nel suo anno elettorale Obama non può permettersi una crisi dell'euro e punta su Monti (come osserva oggi il Financial Times) per allargare i cordoni della borsa della Merkel, la quale a sua volta prossima alle elezioni deve far vedere ai tedeschi che non stanno pagando per i debiti altrui. Monti, che il problema elettorale non ce l'ha, ha due strade: o gattopardescamente cambiare tutto perché nulla cambi, sperando che sia il contesto esterno a cambiare in modo favorevole (soluzione del problema greco e do ut des con Berlino); oppure riformare sul serio il Paese, ma per fare ciò bisogna intervenire sugli stock di debito e di spesa pubblica senza temporeggiare.

Merkel non fa sconti, la riforma del lavoro s'ha da fare

Nell'intervista concessa a ben sei quotidiani europei (Le Monde, Suddeutsche Zeitung, El Paìs, The Guardian, Gazeta e l'italiano La Stampa) la cancelliera tedesca Angela Merkel non fa sconti, non solo sulle misure di austerity, per le quali il rigore tedesco è ormai noto, ma anche sulle riforme per la crescita e l'occupazione: «Altri Paesi, la Germania o l'Europa dell'Est, ad esempio, - fa notare sommessamente Merkel - hanno già alle loro spalle difficili riforme del mercato del lavoro». Un messaggio chiaro e sferzante agli altri Paesi, su tutti Spagna e Italia. Da noi è appena iniziata, con il piede sbagliato, la trattativa tra governo e parti sociali sulla riforma del mercato del lavoro. Una riforma che s'ha da fare, avverte la cancelliera tedesca, se vogliamo in cambio che la governance europea ci aiuti a far calare il costo del nostro debito.

Per promuovere la crescita ci sono modi diversi, spiega Merkel nell'intervista, che «non costano praticamente denaro», rispetto a costosi pacchetti di stimolo: «La legislazione sul lavoro deve diventare più flessibile soprattutto laddove vengono erette barriere troppo alte per i giovani. Non è accettabile che interi comparti professionali siano accessibili solo a un gruppo ristretto di persone. Il settore dei servizi può venire potenziato molto rapidamente. Abbiamo bisogno di più privatizzazione. Vi sono molte possibilità di allentare i freni alla crescita tramite riforme strutturali di questo genere». Avanti con liberalizzazioni e privatizzazioni, dunque.

La cancelliera tedesca ammette implicitamente che all'inizio la crisi è stata sottovalutata dalla leadership europea: si è pensato che «fossimo semplicemente solo le vittime dei cosiddetti speculatori». Poi «abbiamo scoperto le radici dei nostri problemi». «Nell'ultimo anno e mezzo, molti Paesi - riconosce - hanno compiuto sforzi incredibili e riforme dolorose, per le quali hanno tutta la mia stima. Penso che complessivamente abbiamo un buon equilibrio di solidarietà europea e responsabilità nazionale». Altro che speculatori, che nell'arco di minuti vendono e comprano, le preoccupazioni degli investitori sul futuro dell'Ue sono fondate: «E' evidente che i mercati testano la nostra volontà di coesione. Gli investitori di lungo periodo, che investono il denaro di tanta gente, vogliono sapere quale sarà la condizione dell'Europa fra venti anni. La Germania, con le sue trasformazioni demografiche, sarà ancora competitiva? Saremo aperti alle innovazioni?».

Angela Merkel ha parlato chiaramente anche sulla solidarietà tedesca che molti invocano: «Noi aiutiamo i nostri partner europei con l'aspettativa che loro stessi compiano tutti gli sforzi possibili per migliorare la loro situazione... questo è quanto facciamo con l'Esm». «Nessun Paese può farsi carico dei debiti dell'altro», ricorda citando i trattati europei. E poi «non ha senso - avverte - promettere sempre più soldi, senza combattere contro le cause della crisi». Anche perché «con tutti gli aiuti miliardari ed i meccanismi salva-Stati, noi in Germania dobbiamo fare attenzione che alla fine non vengano a mancare anche a noi le forze, perché neanche le nostre possibilità sono infinite, e questo non servirebbe a nessuno in Europa... sono gli altri Paesi - sottolinea infine la cancelliera tedesca - che devono aumentare di nuovo la loro competitività e non la Germania che deve diventare più debole».

Dunque, Merkel ribadisce che «gli eurobond non sono una soluzione», si potrà riflettere su una maggiore condivisione delle responsabilità «solo quando l'Europa avrà raggiunto un'integrazione molto più profonda, non però come strumento per superare la crisi». In questo senso la strada obbligata per la cancelliera è quella «dell'Unione politica»: «L'Europa è politica interna», conclude.

Tuesday, December 13, 2011

Curare un obeso ad abbuffate

Anche su Notapolitica

Viviamo in uno strano Paese, dove alla crisi del debito sovrano nella zona euro si risponde non tagliando la spesa e abbattendo il nostro debito con dismissioni di patrimonio pubblico, ma aumentando le tasse. Se il riequilibrio dei conti pubblici dal 2010 al 2014, cioè l'azzeramento del deficit, si realizza - lo certifica la Corte dei Conti - «in una prospettiva di ulteriore aumento del livello di intermediazione del bilancio pubblico», cioè «nonostante un ulteriore aumento del livello della spesa pubblica (più di 45 miliardi)», evidentemente l'obiettivo non è far dimagrire lo Stato, ma "salvarlo" così obeso come lo conosciamo. E infatti la bizzarra terapia sembra consistere in ricorrenti abbuffate di tasse.

Ma non deve sorprendere, perché è lo stesso Paese nel quale gli organi di stampa espressione della borghesia e del mondo industriale - come Corriere della Sera, Sole24Ore, Radio24 - da anni, e con più vigore in questi giorni, sono concentrati prioritariamente sulle campagne, per lo più demagogiche, contro la "casta" dei politici e contro l'evasione fiscale. Così Sergio Rizzo, sul Corriere, denuncia che l'evasione si è quintuplicata negli ultimi trent'anni, dimenticandosi però di ricordare che negli stessi trent'anni la pressione fiscale si è decuplicata. Non è strano che in Italia, anziché attaccare l'elevata imposizione fiscale, il "business" metta le sue bocche da fuoco mediatiche a disposizione dello Stato per la caccia all'evasore? Se avessero profuso altrettante energie nel condannare la spesa pubblica e l'insopportabile livello della tassazione, forse oggi sarebbe stata più forte e consapevole la pressione dell'opinione pubblica in tal senso.

Finché permarrà, invece, un approccio moralistico e ideologico ai fenomeni economici e sociali, non sconfiggeremo né l'evasione fiscale né la mafia. Solo chi è troppo accecato dal populismo e imbevuto di cultura statalista, infatti, non riesce a vedere che l'evasione fiscale in Italia è un fenomeno così di massa, così diffuso e capillare, che non può avere una spiegazione soltanto delinquenziale, o peggio antropologica (lo scarso senso civico degli italiani), ma probabilmente è alimentato da un istinto di autodifesa nei confronti di uno Stato-padrone e da ineludibili necessità economiche: a certi costi le attività produttive risultano semplicemente insostenibili. E il paradosso è che unirsi alla caccia all'evasore significa aiutare lo Stato ad intermediare quote sempre maggiori di ricchezza (non rubata, ma fino a prova contraria prodotta lavorando onestamente), in definitiva quindi aiutare proprio la "casta" degli odiati politici ad aumentare il loro potere sui cittadini. Allo stesso modo, bisogna molto laicamente riconoscere che ai livelli attuali di pressione fiscale, sprechi e inefficienze, in alcune aree del Paese le organizzazioni criminali sono più competitive dello Stato, perché meno costose e più efficienti nel controllo del territorio.

Come provano da una parte l'inarrestabile corsa della pressione fiscale negli ultimi trent'anni e dall'altra la vera e propria "Stasi" tributaria che sta prendendo forma, prima con il giustizialismo del "solve et repete" (prima si paga, poi si contesta) e i poteri sempre più invasivi di Equitalia, ora con la definitiva caduta del segreto bancario, la risposta italiana alla crisi è la socialistizzazione a tappe forzate della ricchezza che sempre meno la società è in grado di produrre. Purtroppo il rischio concreto, nel 2012, è che il Paese si trovi stretto in una morsa recessiva letale: la lotta all'evasione che con il suo armamentario di sequestri, ipoteche e pignoramenti potrebbe provocare fallimenti a catena di piccole-medie imprese, con le ricadute che possiamo immaginare sull'occupazione; e la patrimoniale da 53 miliardi sulla casa che potrebbe causare una drastica contrazione dei consumi e/o un netto calo del valore degli immobili, se dovesse innescarsi una crisi dei mutui o un'ondata di vendite da parte dei proprietari pensionati.

Stavolta non mi trovo d'accordo con Luca Ricolfi, per il quale per tagliare la spesa bisogna prima studiare dove e come. A mio modesto avviso l'ordine dei fattori dovrebbe essere invertito: solo i tagli, anche se lineari, obbligano a "studiare". Come dimostra la nostra storia fiscale, se aspettiamo di avere i «piani operativi pronti» non taglieremo mai nulla. E' solo affamando la bestia che le si può imporre di dimagrire.

Tuesday, December 06, 2011

Perseverare è diabolico

I mercati hanno indubbiamente promosso la manovra del governo Monti. La Borsa ieri ha guadagnato tre punti circa e lo spread è calato di 100 punti in due giorni - anche se bisogna annotare che i bonos spagnoli hanno seguito la stessa dinamica dei btp italiani rispetto ai bund tedeschi, sottolineando ancora una volta la forte influenza del contesto europeo sull'andamento dei nostri titoli. Anche le istituzioni e gli osservatori europei hanno espresso apprezzamento. Questo perché bene o male la manovra questa volta è stata concepita puntando su due riforme chiare, comprensibili, e di grande impatto sui conti presenti e futuri: pensioni e Ici. Due grossi arrosti invece dei mille coriandoli di Tremonti.

Per di più - da non trascurare - proprio il regime privilegiato di noi italiani nella tassazione sugli immobili e nell'età di pensionamento era motivo di invidia e irritazione in Europa, e soprattutto in Germania. Non credo sia stato un caso che l'azione del governo sia stata così incisiva proprio su questi due fronti. Il risultato che si voleva ottenere in termini politici è probabilmente una maggiore leva diplomatica proprio nei confronti di Berlino.

Monti ha rifiutato la concertazione con i sindacati sulla previdenza, considerandola giustamente materia di competenza esclusiva del governo, ma vi ha fatto esplicito riferimento a proposito della riforma del mercato del lavoro; di liberalizzazioni (professioni e municipalizzate) non se ne vedono; di corpose dismissioni di patrimonio pubblico nemmeno; di riduzione ordinamentale (non solo attraverso forme di deducibilità) delle tasse su lavoro e imprese neanche a parlarne, nonostante le autorità Ue avessero suggerito esplicitamente uno spostamento del carico fiscale piuttosto che un appesantimento.

Dal punto di vista fiscale quindi la manovra è un'immensa patrimoniale, sulla casa e sulle attività finanziarie, che avrà quasi certamente effetti recessivi che potrebbero rendere necessaria un'ulteriore correzione dei conti. Tagli alle spese pochissimi, tra l'altro in parte compensati dall'aumento delle addizionali regionali Irpef, quindi con nuove tasse. Troppo poco è stato fatto per la crescita e nulla per abbattere lo stock di debito. Si dirà che anche i precedenti governi negli ultimi dieci anni non hanno fatto altro che aumentare le tasse, ma questo non è un buon motivo per perseverare nell'errore, che tutti sanno essere pratica «diabolica».

Se il Financial Times promuove con riserva la manovra, il Wall Street Journal si mostra invece critico. In uno dei suoi editoriali osserva che «le nuove misure di bilancio annunciate in Italia suggeriscono che il vecchio gioco è lungi dall'essere finito». La manovra è troppo sbilanciata sugli aumenti di tasse e di corto respiro sulle riforme. Il nuovo premier, prosegue il WSJ, «sembra intenzionato a seguire la Grecia sulla via, tracciata da Ue-Fmi, di rincorrere entrate fiscali a danno della crescita economica». Bene la riforma delle pensioni, ma la manovra - sottolinea il quotidiano finanziario Usa - «non fa niente per affrontare il problema principale del mercato del lavoro italiano: l'impossibilità di licenziare per le aziende con 10 o più dipendenti. Il presunto diritto ad un posto di lavoro per la vita, iscritto nell'italiano articolo 18, è il singolo più grande ostacolo alla razionalizzazione dell'economia italiana». «Le riforme di Monti - conclude il WSJ - riflettono soltanto una mentalità comune a Bruxelles, che antepone le entrate fiscali ad una prosperità di lungo termine».

Critico anche Alberto Mingardi, direttore del Bruno Leoni: «Si chiede alle famiglie di stringere la cinghia ma non dimagrisce lo Stato: chiedere ulteriori sacrifici a cittadini già tartassatissimi, senza contemplare una privatizzazione una, sembra quasi una beffa». «Se lo Stato italiano funziona male - osserva - non è che dandogli più risorse funzionerà meglio». Nessuno continuerebbe a mettere benzina in un «serbatoio rotto». In definitiva, conclude, «la questione è molto semplice: senza libertà economica, non ci sarà crescita. E più libertà economica vuol dire meno prelievo fiscale, non di più».

Critiche anche da Lavoce.info, che mette in guardia dalla «sindrome greca», la possibilità non troppo paradossale che la manovra presentata con l'obiettivo di azzerare il deficit entro il 2013 finisca in realtà «per generare una recessione tale da far calare il Pil più di quanto faccia calare il deficit». E agire aaumentando le tasse o tagliando la spesa non è scelta neutra per la crescita:
«Nei Paesi nei quali si è scelto di tagliare il deficit aumentando le tasse la spesa pubblica è ritornata a crescere rapidamente. Nei Paesi in cui si è ridotta la spesa, le cose sono andate diversamente: le riduzioni di spesa e la parallela riduzione del deficit sono state più durature e hanno consentito l'attuazione di riduzioni di imposta nel corso del tempo».
«Per questo - conclude Lavoce - per tenere lontano la sindrome greca, Monti deve includere e dare rapida attuazione da subito all'unica svalutazione oggi alla portata di mano dell'Italia: la riduzione del costo del lavoro».

Wednesday, November 30, 2011

Bisogna farsene una ragione

Tutti - ad iniziare dai nostri politici e sindacalisti - dovrebbero fare lo sforzo di leggersi il rapporto sull'Italia del commissario Rehn. Oltre ad essere obiettivo ed esaustivo, non è affatto punitivo (anzi, riconosce punti di forza e sforzi compiuti) e quelle che suggerisce sono misure precise, concrete, ma nient'affatto proibitive. Non ci chiede la luna, insomma, piuttosto correttivi minimi alle distorsioni più clamorose del nostro sistema, che invece a mio modesto avviso andrebbe rottamato. E' la naturale evoluzione del confronto programmatico con le autorità europee iniziato con la famosa lettera della Bce e proseguito con la lettera di intenti del governo Berlusconi al Consiglio europeo.

Ebbene, tanto per cominciare in nessuna parte viene citata una tassa patrimoniale, bisogna farsene una ragione, cari Bersani e Bindi. Si parla di tassare i consumi (Iva) e la proprietà immobiliare (Ici), con esplicito riferimento all'esenzione sulla prima casa, ma al solo scopo - si specifica - di alleggerire il carico fiscale sul lavoro e sulle imprese, non per coprire i buchi di bilancio. Per quelli la priorità assoluta sono i tagli alla spesa.

Bisogna farsene una ragione, cari sindacati: è necessario accelerare l'equiparazione uomini-donne nell'età di pensionamento; aumentare i requisiti, penalizzare o abolire del tutto le pensioni di anzianità; rivedere i regimi previdenziali speciali; sospendere l'indicizzazione delle pensioni all'inflazione in caso di recessione. E per quanto riguarda il mercato del lavoro, via l'articolo 18, a fronte di una riduzione del numero dei contratti atipici e dell'introduzione di ammortizzatori universali in sostituzione della cassa integrazione.

Bisogna farsene una ragione anche sulle riforme dei due ministri del governo Berlusconi in assoluto più odiati dalla sinistra. Nel rapporto si chiede di «fully applying the "Brunetta reform"» e di proseguire sulla strada delle riforme Gelmini. In particolare, di «accrescere la competizione e la accountability del sistema educativo», rafforzando il ruolo dell'Invalsi; di promouovere la «competizione» (questa sconosciuta...) tra le università per ottenere fondi e iscrizioni, sottoponendo le loro «performance» all'esame all'Anvur e collegando carriera e remunerazione degli insegnanti alle valutazioni dei loro risultati.

Bisogna farsene una ragione, cari enti locali: le municipalizzate devono essere privatizzate e i settori dei vari servizi pubblici locali liberalizzati, sorvegliati da forti autorità indipendenti.

Bisogna farsene una ragione, cari ordini professionali: dev'essere «pienamente attuata la direttiva sui servizi», e quindi devono essere «pienamente liberalizzati i servizi professionali». In particolare, il ruolo delle associazioni (associazioni, non ordini) professionali «dev'essere limitato a monitorare la qualità dei servizi forniti dai propri iscritti e non creare o perpetuare nascoste barriere all'ingresso».

Ci aspettiamo che questa sia l'agenda Monti, e che l'introduzione di nuove imposte sulla proprietà immobiliare e i consumi non serva a fare cassa ma ad alleggerire il carico fiscale su lavoro e impresa perché è ciò che ci chiedono l'Ue e i mercati, e perché altrimenti aggaverebbero soltanto la nostra crisi.

Errori che Monti non può commettere

Anche su Notapolitica

Non servono politiche "eque", ma politiche che funzionino

Se ci è arrivato anche il "politicamente corretto" Corriere della Sera si vede che non siamo gli unici ad avvertire il pericolo. «Meglio decidere che concertare», è il titolo dell'editoriale di ieri a firma Dario Di Vico. Lo ripetiamo da giorni, da quando abbiamo ascoltato Mario Monti neo premier esibire al Senato un compiaciuto gusto per la concertazione. Che sia con i partiti o con le forze sociali, concertare in Italia significa non decidere un bel niente. E anche Di Vico è consapevole che il governo «ha un solo colpo in canna»: anche se può arrivare al 2013 ha in realtà poco tempo, due/tre mesi, per spingere sulle riforme strutturali necessarie a far ripartire l'economia italiana. Trascorso questo periodo, rischia di restare impantanato da veti e contro-veti.

Dunque, il primo errore in cui Monti non può assolutamente permettersi di incappare è lo stesso in cui hanno invece perseverato Tremonti e i suoi predecessori, ossia dividere in due fasi temporalmente distinte rigore e crescita. Con la scusa che per scrivere le riforme ci vuole tempo (mentre tassare è come prelevare da un bancomat), e di voler cercare «il consenso delle parti sociali», si conviene come prima cosa di aggiustare i conti pubblici a colpi di strette fiscali, rimandando il momento delle riforme alle settimane e ai mesi successivi, quindi di fatto indefinitivamente.

Secondo errore che Monti deve evitare in tutti i modi di commettere: reiterare le solite manovre basate per i 2/3 o i 3/4 su nuove entrate, cioè nuove tasse. E' esattamente ciò che tutti gli osservatori, innanzitutto i mercati ma anche quelli istituzionali come la Banca d'Italia e la Corte dei Conti, hanno rimproverato alle due manovre estive sfornate dal precedente governo con farina del sacco Tremonti, cioè di essere sbilanciate sul versante delle entrate rispetto a quello dei tagli alla spesa. Sarebbe davvero il colmo, e probabilmente un colpo letale per la nostra economia, se il governo d'emergenza chiamato a correggere i vizi del passato li riproponesse tali e quali.

Tutti si riempiono la bocca con la parola «crescita», ma al dunque, a leggere i giornali e ascoltando anche i più insospettabili programmi televisivi e radiofonici, sembra che non ci rimanga altro che scegliere a quale tassa impiccarci: patrimoniale o Ici? Iva o Imu? Oppure, ancora meglio, di tutte un po'? Con l'ipotesi ormai certa di una contrazione del Pil dello 0,5% nel 2012, si calcola che servono circa 15-20 miliardi di euro per centrare il pareggio di bilancio nel 2013. Senza tenere conto però che ulteriori strette fiscali in questo momento avrebbero l'effetto di deprimere ancora di più l'economia, e proprio incidendo negativamente sul denominatore del rapporto deficit/Pil allontanerebbero anziché avvicinare l'obiettivo del pareggio di bilancio, rendendo inevitabili altre manovre, con il rischio di un avvitamento simile a quello che sta soffrendo la Grecia: deficit, che richiede una stretta fiscale, che aggrava la recessione, che apre nuovi buchi di bilancio, i quali richiedono nuove strette fiscali e così via.

Impostare il problema in termini di "sacrifici", di "lacrime e sangue", non è solo fuorviante, è pericoloso. Il sacrificio utile è lavorare di più e meglio; pagare più tasse sarebbe un sacrificio dannoso oltre che inutile. Ai mercati in questa fase non interessa se a causa della recessione ormai certa nel prossimo anno non centreremo il pareggio di bilancio ma ci avvicineremo soltanto alla meta. Vogliono vedere prima di qualsiasi altra cosa se siamo in grado di realizzare riforme strutturali impopolari che in prospettiva ci facciano tornare a crescere a ritmi almeno del 2%; gradirebbero un abbattimento dello stock del debito, possibile con dismissioni di patrimonio pubblico non di 1 un punto di Pil in tre anni ma di 5 punti l'anno. Non servono quindi politiche di «equità», se per «equità» si intendono misure demagogiche per far vedere che "anche i ricchi piangono". Servono politiche che funzionino.

Purtroppo un governo non di tecnici, ma per lo più di burocrati da anni ai vertici della malagestione della cosa pubblica, sembra sprovvisto di ciò che serve sopra ogni cosa: una mentalità sburocratizzante. Bisogna "destatalizzare" il Paese e inventare nuove tasse significa fare esattamente il contrario: statalizzare quote ulteriori di ricchezza. Diverso sarebbe spostare il carico fiscale, aumentarlo sui patrimoni (Ici) e sui consumi (Iva), per ridurre contestualmente e significativamente il peso delle imposte sul lavoro e sull'impresa, cioè sulle attività produttive, a patto quindi che il saldo per lo Stato in termini di pressione fiscale complessiva risulti negativo.