Le stime diffuse dall'Ocse delineano una prospettiva nient'affatto incoraggiante per la nostra economia. Nel 2012 il calo del Pil sarà del 2,2%. Tutto sommato un dato a cui ci eravamo abituati dopo le stime del governo e di altre autorevoli istituzioni, tutte intorno al -2,4%. Ciò che preoccupa è che l'Ocse prevede una cospicua contrazione del Pil anche nel 2013 (-1%), ancor più grave sia perché tra il 2008 e il 2012 si è già contratto molto – alla fine di quest'anno il nostro Pil tornerà ai livelli del 2001 – sia perché a dispetto di una serie di misure che secondo l'esecutivo avrebbero dovuto invertire il trend e rimettere il nostro paese sul sentiero della crescita, seppur flebile. Oltre all'effetto negativo sulla disoccupazione, che nel 2013 salirebbe all'11,4%, restare in una recessione così marcata avrebbe effetti disastrosi sul deficit, che l'Ocse prevede al 2,9% nel 2013 e al 3,4% nel 2014, e che richiederebbe quindi un'ulteriore «stretta di bilancio» nel 2014 per rispettare il previsto percorso di riduzione del debito. Insomma, i sacrifici chiesti agli italiani in questo biennio sarebbero completamente vanificati.
Ma com'è possibile che a fronte dei dati impietosi della nostra economia e di prospettive ancora fosche, i rendimenti sui nostri titoli di stato siano ai minimi? All'asta di ieri il Tesoro ha collocato 7,5 miliardi di Bot a sei mesi con tassi sotto la soglia dell'1%, che non si vedevano dall'aprile 2010, mentre i decennali sul mercato secondario sono tornati ai livelli di giugno 2011. Più che ai risultati concreti e agli effetti di medio termine delle riforme avviate, l'apertura di credito dei mercati nei nostri confronti sembra legata alla credibilità personale del presidente del Consiglio, all'aspettativa di una sua permanenza a Palazzo Chigi, e al miglioramento del "mood" generale dopo le azioni intraprese dalla Bce e le decisioni prese su Grecia e Spagna.
Si può sempre sperare che i mercati tornino più o meno "irrazionalmente" – cioè senza cambiamenti strutturali nei nostri fondamentali economici – ad applicarci tassi di interesse pre-crisi. Ma ciò che emerge da queste stime sull'economia reale è che il governo Monti ci ha fatto solo guadagnare tempo. Forse nell'emergenza, con una coalizione eterogenea e i partiti in crisi, non avrebbe potuto fare di meglio, ma certo non ha alcun senso auspicare "continuità", come fanno gli "scudieri" centristi del Monti-bis. Per uscire davvero dalla crisi, non restare in balìa dell'umore dei mercati, serve altro: un risanamento virtuoso, cioè meno recessivo, sulla linea indicata da Draghi – tagli alla spesa e non aumenti di tasse – che è opposta a quella perseguita da Monti quest'anno.
Se il professore ha un'agenda per i prossimi anni, è il momento di esporla. Per ora, invece, si è limitato ad affacciarsi nell'agone politico con uscite sibilline, cerchiobottiste, da vecchio democristiano.
LEGGI TUTTO su L'Opinione
Showing posts with label tassi d'interesse. Show all posts
Showing posts with label tassi d'interesse. Show all posts
Thursday, November 29, 2012
Wednesday, September 12, 2012
Monti tra verità e contraddizioni
Bisogna dare atto al premier Mario Monti di non essersi nascosto dietro un dito: «In parte le nostre decisioni hanno contribuito ad aggravare» la crisi. Quale capo di governo, quale politico, avrebbe avuto l'onestà intellettuale di una simile ammissione? Negare, negare anche l'evidenza, è la parola d'ordine dei politici (e non solo). Monti ha dunque parlato con il linguaggio della verità, e va apprezzato per questo, ma la sua autostima gli ha impedito di evitare di giustificarsi dicendo che si è trattato di scelte inevitabili.
«Solo uno stolto può pensare di incidere su elementi strutturali che pesano da decenni senza provocare almeno nel breve periodo un rallentamento dovuto al calo della domanda». Vero anche questo. Il rapido aggiustamento fiscale che la situazione richiedeva avrebbe portato comunque ad un calo della domanda, e quindi ad una recessione. Cure indolori non ce n'erano e non ce ne sono. Tuttavia, c'è recessione e recessione. Tagli alla spesa pubblica piuttosto che aumenti di tasse causano di solito recessioni più brevi e meno acute, perché nel primo caso si tratta di trovarsi un altro cliente, nel secondo produttori e consumatori devono far fronte tutti ad una diminuzione di capacità d'acquisto e di investimento.
E' vero che in un Paese come l'Italia, dove ormai oltre metà dell'economia dipende direttamente o indirettamente dalla spesa pubblica (abbiamo forse superato il punto di non ritorno?), lo shock sarebbe stato comunque forte, ma d'altra parte anche la pressione fiscale era già a livelli insopportabili. Ma come ha ricordato anche il governatore Draghi, nell'inevitabilità e nell'urgenza dell'aggiustamento fiscale il governo un paio di opzioni le aveva di fronte a sé: agire più sul lato della spesa o più sul lato delle tasse. Ha scelto la seconda, la peggiore. Ma la correzione era inevitabile, non la strada per conseguirla.
Possiamo anche riconoscere che a novembre, appena entrato in carica, non c'era forse altro modo che aumentare le tasse. Ma da gennaio ad oggi il governo ha avuto 9 mesi per invertire il trend, invece ha perso tempo e quando finalmente sono arrivati i primi tagli alla spesa ha partorito un topolino.
Emblematico dei risultati deludenti e autolesionistici di questa politica, anche sul piano del bilancio, è il gettito della tassa sulle barche di lusso: 23 milioni di euro rispetto ai 155 attesi. E questo a fronte di una riduzione dei consumi nei porti e nelle località marittime, anche a causa del clima da caccia all'evasore, stimata in 700 milioni. Quindi ulteriore gettito perso.
Nell'intervista rilasciata da Monti a Cnbc e pubblicata da MilanoFinanza il premier pone solo al terzo posto le riforme strutturali come «volano della crescita»: al primo il calo dei rendimenti dei titoli di Stato, al secondo la ripresa dell'economia internazionale. Ebbene, ma come la mettiamo se gli investitori aspettano di vedere riforme e segnali di ripresa prima di tornare a comprare i nostri titoli? Rischia di essere un cane che si morde la coda: Monti in pratica si affida a loro per la crescita, ma quelli non investono in attesa di riforme e crescita.
Infine, l'aumento di produttività, che per Monti sembra possa arrivare solo dalle parti sociali. Tradotto: lavorare di più all'incirca allo stesso salario. Bene incalzare imprese e sindacati sulla contrattazione aziendale, ma perché invece di tagliare di fatto le retribuzioni non tagliare il pizzo esorbitante, criminale, che si prende lo Stato sul lavoro? Il governo deve fare la sua parte: deve agire per legge sulla contrattazione, se Confindustria e sindacati si dimostrano inconcludenti, e deve abbattere il cuneo fiscale. Si possono reperire le risorse tagliando i sussidi alle imprese, rivedendo le esenzioni fiscali, per non parlare della spesa pubblica.
«Solo uno stolto può pensare di incidere su elementi strutturali che pesano da decenni senza provocare almeno nel breve periodo un rallentamento dovuto al calo della domanda». Vero anche questo. Il rapido aggiustamento fiscale che la situazione richiedeva avrebbe portato comunque ad un calo della domanda, e quindi ad una recessione. Cure indolori non ce n'erano e non ce ne sono. Tuttavia, c'è recessione e recessione. Tagli alla spesa pubblica piuttosto che aumenti di tasse causano di solito recessioni più brevi e meno acute, perché nel primo caso si tratta di trovarsi un altro cliente, nel secondo produttori e consumatori devono far fronte tutti ad una diminuzione di capacità d'acquisto e di investimento.
E' vero che in un Paese come l'Italia, dove ormai oltre metà dell'economia dipende direttamente o indirettamente dalla spesa pubblica (abbiamo forse superato il punto di non ritorno?), lo shock sarebbe stato comunque forte, ma d'altra parte anche la pressione fiscale era già a livelli insopportabili. Ma come ha ricordato anche il governatore Draghi, nell'inevitabilità e nell'urgenza dell'aggiustamento fiscale il governo un paio di opzioni le aveva di fronte a sé: agire più sul lato della spesa o più sul lato delle tasse. Ha scelto la seconda, la peggiore. Ma la correzione era inevitabile, non la strada per conseguirla.
Possiamo anche riconoscere che a novembre, appena entrato in carica, non c'era forse altro modo che aumentare le tasse. Ma da gennaio ad oggi il governo ha avuto 9 mesi per invertire il trend, invece ha perso tempo e quando finalmente sono arrivati i primi tagli alla spesa ha partorito un topolino.
Emblematico dei risultati deludenti e autolesionistici di questa politica, anche sul piano del bilancio, è il gettito della tassa sulle barche di lusso: 23 milioni di euro rispetto ai 155 attesi. E questo a fronte di una riduzione dei consumi nei porti e nelle località marittime, anche a causa del clima da caccia all'evasore, stimata in 700 milioni. Quindi ulteriore gettito perso.
Nell'intervista rilasciata da Monti a Cnbc e pubblicata da MilanoFinanza il premier pone solo al terzo posto le riforme strutturali come «volano della crescita»: al primo il calo dei rendimenti dei titoli di Stato, al secondo la ripresa dell'economia internazionale. Ebbene, ma come la mettiamo se gli investitori aspettano di vedere riforme e segnali di ripresa prima di tornare a comprare i nostri titoli? Rischia di essere un cane che si morde la coda: Monti in pratica si affida a loro per la crescita, ma quelli non investono in attesa di riforme e crescita.
Infine, l'aumento di produttività, che per Monti sembra possa arrivare solo dalle parti sociali. Tradotto: lavorare di più all'incirca allo stesso salario. Bene incalzare imprese e sindacati sulla contrattazione aziendale, ma perché invece di tagliare di fatto le retribuzioni non tagliare il pizzo esorbitante, criminale, che si prende lo Stato sul lavoro? Il governo deve fare la sua parte: deve agire per legge sulla contrattazione, se Confindustria e sindacati si dimostrano inconcludenti, e deve abbattere il cuneo fiscale. Si possono reperire le risorse tagliando i sussidi alle imprese, rivedendo le esenzioni fiscali, per non parlare della spesa pubblica.
Friday, September 07, 2012
Lo scudo Draghi c'è. Ma la palla passa ai governi
Lo scudo anti-spread c'è, Draghi ha impugnato il "bazooka" che in tanti invocavano, ma il succo è che come previsto non si attiverà in automatico e "gratis", come ricompensa per i progressi compiuti nella politica di bilancio dagli stati in difficoltà, bensì su richiesta formale di questi ultimi e a «severe condizioni». I governi interessati dovranno prima chiedere l'intervento dei fondi Efsf/Esm (quest'ultimo non ancora operativo, in attesa della decisione della Corte costituzionale tedesca), che a sua volta è condizionato alla sottoscrizione di un memorandum di impegni secondo linee guida già previste.
(...)
La contrarietà del presidente della Bundesbank non implica anche quella del governo tedesco, la cui posizione coincide invece con il voto favorevole di un altro membro del direttivo, Joerg Asmussen. «La Bce agisce in modo indipendente, nel quadro del suo mandato», ha dichiarato la cancelliera Merkel apprese le decisioni, pur avvertendo che «tutte le misure necessarie per la stabilità monetaria, come quelle della Bce, non possono sostituire le azioni politiche». Un concetto più volte espresso dallo stesso governatore Draghi: la Bce non può sostituirsi ai governi. Sbagliate, quindi, tutte le ricostruzioni che leggerete e ascolterete sulla Germania «isolata», addirittura umiliata da Draghi. In realtà, il compromesso è il frutto della sintonia e dell'azione combinata di Mario e Angela. Senza la disponibilità alla mediazione di quest'ultima, Draghi avrebbe potuto ben poco.
Dalle modalità operative del programma Omts si deduce che in ultima analisi le «severe condizioni» di cui ha parlato Draghi verranno poste agli stati in sede di attivazione dei fondi Efsf/Esm, quindi in sede politica, dall'Eurogruppo. Se nei memorandum verranno previsti gli impegni già esistenti o condizioni aggiuntive, e se queste saranno severe o morbide, verrà deciso caso per caso. E ovviamente un paese che sta compiendo progressi nel consolidamento fiscale, che sta facendo i suoi "compiti a casa", è ragionevole ritenere che possa strappare condizioni non troppo gravose. Aggiustamento fiscale, riforme e controlli serrati, dunque uno schema non troppo diverso dai piani imposti a Grecia, Portogallo e Irlanda, solo più flessibile. Il nodo delle condizioni verrà sciolto dal negoziato politico, è questa la vera polizza di assicurazione dei tedeschi, e allo stesso tempo il piccolo margine di tolleranza concesso a Spagna e Italia.
Ed ecco perché ora la palla passa ai governi, in primis di Madrid e Roma. Per una duplice ragione. Primo, perché saranno loro a dover decidere se, e quando, chiedere l'intervento dei fondi Efsf/Esm, il solo modo per attivare anche gli acquisti "calmieranti" da parte della Bce; secondo, perché il "bazooka", la cui attivazione è comunque politicamente costosa, resta una toppa, un modo per guadagnare tempo, ma da solo non può risolvere tutti i problemi. Restano essenziali l'attuazione del fiscal compact e le riforme strutturali per migliorare la competitività e rilanciare la crescita.
LEGGI TUTTO su L'Opinione
(...)
La contrarietà del presidente della Bundesbank non implica anche quella del governo tedesco, la cui posizione coincide invece con il voto favorevole di un altro membro del direttivo, Joerg Asmussen. «La Bce agisce in modo indipendente, nel quadro del suo mandato», ha dichiarato la cancelliera Merkel apprese le decisioni, pur avvertendo che «tutte le misure necessarie per la stabilità monetaria, come quelle della Bce, non possono sostituire le azioni politiche». Un concetto più volte espresso dallo stesso governatore Draghi: la Bce non può sostituirsi ai governi. Sbagliate, quindi, tutte le ricostruzioni che leggerete e ascolterete sulla Germania «isolata», addirittura umiliata da Draghi. In realtà, il compromesso è il frutto della sintonia e dell'azione combinata di Mario e Angela. Senza la disponibilità alla mediazione di quest'ultima, Draghi avrebbe potuto ben poco.
Dalle modalità operative del programma Omts si deduce che in ultima analisi le «severe condizioni» di cui ha parlato Draghi verranno poste agli stati in sede di attivazione dei fondi Efsf/Esm, quindi in sede politica, dall'Eurogruppo. Se nei memorandum verranno previsti gli impegni già esistenti o condizioni aggiuntive, e se queste saranno severe o morbide, verrà deciso caso per caso. E ovviamente un paese che sta compiendo progressi nel consolidamento fiscale, che sta facendo i suoi "compiti a casa", è ragionevole ritenere che possa strappare condizioni non troppo gravose. Aggiustamento fiscale, riforme e controlli serrati, dunque uno schema non troppo diverso dai piani imposti a Grecia, Portogallo e Irlanda, solo più flessibile. Il nodo delle condizioni verrà sciolto dal negoziato politico, è questa la vera polizza di assicurazione dei tedeschi, e allo stesso tempo il piccolo margine di tolleranza concesso a Spagna e Italia.
Ed ecco perché ora la palla passa ai governi, in primis di Madrid e Roma. Per una duplice ragione. Primo, perché saranno loro a dover decidere se, e quando, chiedere l'intervento dei fondi Efsf/Esm, il solo modo per attivare anche gli acquisti "calmieranti" da parte della Bce; secondo, perché il "bazooka", la cui attivazione è comunque politicamente costosa, resta una toppa, un modo per guadagnare tempo, ma da solo non può risolvere tutti i problemi. Restano essenziali l'attuazione del fiscal compact e le riforme strutturali per migliorare la competitività e rilanciare la crescita.
LEGGI TUTTO su L'Opinione
Wednesday, September 05, 2012
Si tratta ancora sullo scudo anti-spread: il nodo delle condizioni
L'intervento congiunto Esm-Bce dev'essere sollecitato dagli stati in difficoltà e subordinato all'accettazione di severe condizioni, come delineato nelle scorse settimane da Mario Draghi e come si aspetta la cancelliera Merkel, o deve scattare con un certo automatismo sulla base delle autonome valutazioni dell'istituzione di Francoforte? E le eventuali condizioni verrebbero poste dall'Eurogruppo o dalla Bce? Nella conferenza stampa di ieri al termine del loro incontro a Villa Madama il presidente francese Hollande e il premier Mario Monti sono stati piuttosto vaghi su questo punto, lasciando intendere di voler restare fedeli a quanto deciso al Consiglio europeo del 28-29 giugno, nelle cui conclusioni si parlava di memorandum d'intesa ma non di condizioni aggiuntive rispetto agli impegni di bilancio già assunti dai singoli paesi in sede Ue e rispetto alle riforme/manovre in via di attuazione.
(...)
L'impressione è che le modalità di attivazione e le condizioni del meccanismo anti-spread siano ancora il tema più dibattuto tra le cancellerie e all’interno del board della Bce. «Fare i compiti a casa è necessario, ma non sufficiente», ha avvertito Monti: «Occorre che via via che una paese realizza progressi nella propria politica economica ci sia un riconoscimento dell'Unione europea affinché non persistano spread privi di riferimento con l'andamento economico e finanziario sottostante». Una frase da cui sembra di capire che il premier italiano auspichi un certo automatismo nelle azioni calmieranti sui rendimenti dei titoli sovrani. La Bce «ha già dato linee guida» sui suoi eventuali interventi e deciderà in «piena autonomia», ha osservato Hollande. Ma nella sua autonomia Draghi sembra aver già deciso che le condizioni ci saranno e saranno severe.
(...)
«Non riusciamo a perseguire la stabilità dei prezzi con l'attuale frammentazione dell'area euro, perché i cambiamenti dei tassi d'interesse si riflettono solo ad uno, o due paesi al massimo», ha spiegato lo stesso Draghi in un'audizione a porte chiuse al Parlamento europeo, secondo le trascrizioni citate da Bloomberg. Nel momento in cui i differenziali, i cui livelli sono in parte ingiustificati, compromettono, se non addirittura annullano, l'efficacia della politica monetaria della Bce, ecco che gli acquisti di bond si rendono necessari, ha avvertito Draghi, hanno a che fare «con il proseguimento dell'esistenza dell'euro».
(...)
Persino i membri più rigidi del board Bce non si oppongono più alla ripresa degli acquisti, essendo ormai ritenuti essenziali per non vanificare la politica monetaria, ma quasi certamente non saranno incondizionati. Le aspettative (sui mercati e in Italia) per la riunione di giovedì del board Bce sono probabilmente eccessive. Anche se fossero messe a punto nel dettaglio le linee guida dei piani di intervento anti-spread, la quantità di titoli da acquistare e i rendimenti ritenuti "equi" per i bond italiani e spagnoli non saranno resi noti. Difficilmente Draghi dirà quando e a quali condizioni la Bce procederà agli acquisti. Perché vorrà valutare caso per caso, a seconda delle situazioni, e perché l'efficacia degli interventi richiede che siano di difficile previsione per i mercati, in modo da non dare vantaggi agli speculatori.
LEGGI TUTTO su L'Opinione
(...)
L'impressione è che le modalità di attivazione e le condizioni del meccanismo anti-spread siano ancora il tema più dibattuto tra le cancellerie e all’interno del board della Bce. «Fare i compiti a casa è necessario, ma non sufficiente», ha avvertito Monti: «Occorre che via via che una paese realizza progressi nella propria politica economica ci sia un riconoscimento dell'Unione europea affinché non persistano spread privi di riferimento con l'andamento economico e finanziario sottostante». Una frase da cui sembra di capire che il premier italiano auspichi un certo automatismo nelle azioni calmieranti sui rendimenti dei titoli sovrani. La Bce «ha già dato linee guida» sui suoi eventuali interventi e deciderà in «piena autonomia», ha osservato Hollande. Ma nella sua autonomia Draghi sembra aver già deciso che le condizioni ci saranno e saranno severe.
(...)
«Non riusciamo a perseguire la stabilità dei prezzi con l'attuale frammentazione dell'area euro, perché i cambiamenti dei tassi d'interesse si riflettono solo ad uno, o due paesi al massimo», ha spiegato lo stesso Draghi in un'audizione a porte chiuse al Parlamento europeo, secondo le trascrizioni citate da Bloomberg. Nel momento in cui i differenziali, i cui livelli sono in parte ingiustificati, compromettono, se non addirittura annullano, l'efficacia della politica monetaria della Bce, ecco che gli acquisti di bond si rendono necessari, ha avvertito Draghi, hanno a che fare «con il proseguimento dell'esistenza dell'euro».
(...)
Persino i membri più rigidi del board Bce non si oppongono più alla ripresa degli acquisti, essendo ormai ritenuti essenziali per non vanificare la politica monetaria, ma quasi certamente non saranno incondizionati. Le aspettative (sui mercati e in Italia) per la riunione di giovedì del board Bce sono probabilmente eccessive. Anche se fossero messe a punto nel dettaglio le linee guida dei piani di intervento anti-spread, la quantità di titoli da acquistare e i rendimenti ritenuti "equi" per i bond italiani e spagnoli non saranno resi noti. Difficilmente Draghi dirà quando e a quali condizioni la Bce procederà agli acquisti. Perché vorrà valutare caso per caso, a seconda delle situazioni, e perché l'efficacia degli interventi richiede che siano di difficile previsione per i mercati, in modo da non dare vantaggi agli speculatori.
LEGGI TUTTO su L'Opinione
Saturday, August 11, 2012
A settembre ultima chiamata per l'Italia
Anche su L'Opinione
Scampata – almeno così sembra al momento, perché con i mercati non si può mai stare tranquilli – la tempesta d'agosto, grazie soprattutto alle rassicuranti prese di posizione del presidente della Bce Mario Draghi, sarà settembre il mese delle decisioni irrevocabili. La Corte costituzionale tedesca dovrà esprimersi sul meccanismo di stabilità europeo (ESM), ma soprattutto l'Italia dovrà decidere se formalizzare una richiesta d'aiuto o se continuare a tentare di farcela da sola. Nel primo caso, almeno nelle intenzioni del governo, non si tratterebbe di chiedere un "salvataggio" vero e proprio, ma un intervento per calmierare lo spread e i tassi d'interesse sui nostri titoli di stato, così da rifiatare in attesa che le riforme introdotte producano i loro benefici.
Sia attraverso il bollettino mensile di agosto della Bce, che nella sua ultima conferenza stampa, Draghi ha raccomandato ai governi in difficoltà (Spagna e Italia) di tenersi pronti ad inoltrare le richieste d'aiuto ai fondi salva-stati. Solo una volta chiamato il soccorso, e firmato il relativo memorandum di impegni, infatti, la Bce può a sua volta attivare il proprio piano di acquisto di titoli di stato sul mercato secondario. Ma oltre alla perdita di sovranità fiscale, il problema è che chiedere aiuto prima ancora di aver perso l'accesso ai mercati, solo per ottenere un intervento calmierante, verrebbe interpretato dagli investitori come un segno di debolezza, rischiando quindi di scatenare il panico e determinare uno shock ulteriore sui tassi. Avendo chiesto "solo" l'attivazione del cosiddetto scudo anti-spread, ci ritroveremmo, di fatto, in pieno "salvataggio", con tutto ciò che ne consegue.
Dunque, la domanda alla quale a settembre dovremo rispondere è: possiamo ancora farcela da soli, senza aiuti? Forse sì, una via – seppure molto stretta – ancora c'è, ma occorre imboccarla di corsa e con la massima determinazione. Il governo Monti, proprio per la sua natura "tecnica" ed "emergenziale", l'avrebbe dovuta intraprendere da subito, appena insediato. E' quella di un corposo abbattimento dello stock di debito pubblico, in tempi rapidi e con modalità trasparenti. Escludendo il ricorso ad una tassa patrimoniale straordinaria – di dubbia efficacia, dall'effetto troppo depressivo sull'economia e discutibile sotto il profilo etico (i cittadini hanno già dato!) – si tratta di impegnare il patrimonio pubblico. Gli strumenti tecnici ci sono e gli esperti ne hanno già indicati alcuni.
Ci troviamo di fronte ad un vero e proprio bivio politico: o si aggredisce il debito accumulato con una sostanziosa sforbiciata nel breve-medio periodo, o si continua con una politica di rientro graduale, di lungo-lunghissimo periodo, realizzando avanzi primari pluriennali. Quest'ultima è la via tentata in passato, e fallita, perché corrisponde ad una sorta di cappio, o ergastolo fiscale: richiede infatti una crescita sostenuta, continua e per un lungo periodo, che nello stato attuale non è credibile, e che in ogni caso i mercati non sembrano disposti ad aspettare; oppure continue strette fiscali, che innescano, o aggravano, una spirale recessiva, aggiungendo al problema del debito quello della caduta del Pil o dell'assenza di crescita, che non fa che aumentare la sfiducia dei mercati nella nostra capacità sia di mantenere il pareggio di bilancio sia di ripagare il debito.
Abbattere il debito tramite cessioni di patrimonio pubblico, invece, ha molteplici vantaggi: una prospettiva credibile di forte riduzione dello stock in tempi relativamente brevi (cinque anni) riduce di per sé il rischio e incoraggia i mercati ad avere fiducia; si può evitare di ricorrere a nuove emissioni di titoli, o limitarle sensibilmente, in un periodo di tassi troppo penalizzanti; si possono ottenere risparmi rilevanti nella spesa per interessi, liberando risorse per una politica fiscale pro-crescita (ridurre le tasse, non aumentare la spesa!).
Purtroppo il governo Monti ha intrapreso la via degli avanzi primari, aumentando la pressione fiscale e sperando nella ripresa. Ma ultimamente è sembrato più incline a cambiare rotta e a prendere in esame iniziative più incisive per ridurre il debito. Le proposte, da parte di centri studi, singoli economisti, appelli come fermareildeclino, ma anche da parte del Pdl (l'unico partito ad averne avanzata una), non mancano. Settembre quindi si annuncia come il mese decisivo: insieme al terzo round di spending review – il rapporto Giavazzi (dieci miliardi in meno di sussidi alle imprese da tradurre in minori imposte), il rapporto Amato (tagli ai finanziamenti a partiti e sindacati) e il piano Vieri Ceriani (sfoltimento delle agevolazioni fiscali) – il governo dovrebbe cominciare ad attuare il suo piano anti-debito.
Quello del ministro Grilli però è ancora modesto nelle dimensioni (15-20 miliardi l'anno per cinque anni) e discutibile nel metodo, il ricorso alla Cassa depositi e prestiti (al 70% di proprietà del Tesoro ) per i tre fondi in cui dovrebbero confluire gli asset da dismettere (uno per le società municipalizzate, uno per i beni demaniali assegnati agli enti locali con il federalismo e uno per i 350 immobili di pregio già individuati). L'operazione dev'essere più ambiziosa. Ecco il merito della proposta del Pdl, che punta a 400 miliardi in cinque anni: al di là delle tecnicalità, e della "verginità" politica da tempo persa dai promotori, indica la strada giusta – abbattere subito il debito – e obbliga gli altri soggetti politici, nonché il governo Monti, a posizionarsi rispetto a questa fondamentale scelta politica.
Scampata – almeno così sembra al momento, perché con i mercati non si può mai stare tranquilli – la tempesta d'agosto, grazie soprattutto alle rassicuranti prese di posizione del presidente della Bce Mario Draghi, sarà settembre il mese delle decisioni irrevocabili. La Corte costituzionale tedesca dovrà esprimersi sul meccanismo di stabilità europeo (ESM), ma soprattutto l'Italia dovrà decidere se formalizzare una richiesta d'aiuto o se continuare a tentare di farcela da sola. Nel primo caso, almeno nelle intenzioni del governo, non si tratterebbe di chiedere un "salvataggio" vero e proprio, ma un intervento per calmierare lo spread e i tassi d'interesse sui nostri titoli di stato, così da rifiatare in attesa che le riforme introdotte producano i loro benefici.
Sia attraverso il bollettino mensile di agosto della Bce, che nella sua ultima conferenza stampa, Draghi ha raccomandato ai governi in difficoltà (Spagna e Italia) di tenersi pronti ad inoltrare le richieste d'aiuto ai fondi salva-stati. Solo una volta chiamato il soccorso, e firmato il relativo memorandum di impegni, infatti, la Bce può a sua volta attivare il proprio piano di acquisto di titoli di stato sul mercato secondario. Ma oltre alla perdita di sovranità fiscale, il problema è che chiedere aiuto prima ancora di aver perso l'accesso ai mercati, solo per ottenere un intervento calmierante, verrebbe interpretato dagli investitori come un segno di debolezza, rischiando quindi di scatenare il panico e determinare uno shock ulteriore sui tassi. Avendo chiesto "solo" l'attivazione del cosiddetto scudo anti-spread, ci ritroveremmo, di fatto, in pieno "salvataggio", con tutto ciò che ne consegue.
Dunque, la domanda alla quale a settembre dovremo rispondere è: possiamo ancora farcela da soli, senza aiuti? Forse sì, una via – seppure molto stretta – ancora c'è, ma occorre imboccarla di corsa e con la massima determinazione. Il governo Monti, proprio per la sua natura "tecnica" ed "emergenziale", l'avrebbe dovuta intraprendere da subito, appena insediato. E' quella di un corposo abbattimento dello stock di debito pubblico, in tempi rapidi e con modalità trasparenti. Escludendo il ricorso ad una tassa patrimoniale straordinaria – di dubbia efficacia, dall'effetto troppo depressivo sull'economia e discutibile sotto il profilo etico (i cittadini hanno già dato!) – si tratta di impegnare il patrimonio pubblico. Gli strumenti tecnici ci sono e gli esperti ne hanno già indicati alcuni.
Ci troviamo di fronte ad un vero e proprio bivio politico: o si aggredisce il debito accumulato con una sostanziosa sforbiciata nel breve-medio periodo, o si continua con una politica di rientro graduale, di lungo-lunghissimo periodo, realizzando avanzi primari pluriennali. Quest'ultima è la via tentata in passato, e fallita, perché corrisponde ad una sorta di cappio, o ergastolo fiscale: richiede infatti una crescita sostenuta, continua e per un lungo periodo, che nello stato attuale non è credibile, e che in ogni caso i mercati non sembrano disposti ad aspettare; oppure continue strette fiscali, che innescano, o aggravano, una spirale recessiva, aggiungendo al problema del debito quello della caduta del Pil o dell'assenza di crescita, che non fa che aumentare la sfiducia dei mercati nella nostra capacità sia di mantenere il pareggio di bilancio sia di ripagare il debito.
Abbattere il debito tramite cessioni di patrimonio pubblico, invece, ha molteplici vantaggi: una prospettiva credibile di forte riduzione dello stock in tempi relativamente brevi (cinque anni) riduce di per sé il rischio e incoraggia i mercati ad avere fiducia; si può evitare di ricorrere a nuove emissioni di titoli, o limitarle sensibilmente, in un periodo di tassi troppo penalizzanti; si possono ottenere risparmi rilevanti nella spesa per interessi, liberando risorse per una politica fiscale pro-crescita (ridurre le tasse, non aumentare la spesa!).
Purtroppo il governo Monti ha intrapreso la via degli avanzi primari, aumentando la pressione fiscale e sperando nella ripresa. Ma ultimamente è sembrato più incline a cambiare rotta e a prendere in esame iniziative più incisive per ridurre il debito. Le proposte, da parte di centri studi, singoli economisti, appelli come fermareildeclino, ma anche da parte del Pdl (l'unico partito ad averne avanzata una), non mancano. Settembre quindi si annuncia come il mese decisivo: insieme al terzo round di spending review – il rapporto Giavazzi (dieci miliardi in meno di sussidi alle imprese da tradurre in minori imposte), il rapporto Amato (tagli ai finanziamenti a partiti e sindacati) e il piano Vieri Ceriani (sfoltimento delle agevolazioni fiscali) – il governo dovrebbe cominciare ad attuare il suo piano anti-debito.
Quello del ministro Grilli però è ancora modesto nelle dimensioni (15-20 miliardi l'anno per cinque anni) e discutibile nel metodo, il ricorso alla Cassa depositi e prestiti (al 70% di proprietà del Tesoro ) per i tre fondi in cui dovrebbero confluire gli asset da dismettere (uno per le società municipalizzate, uno per i beni demaniali assegnati agli enti locali con il federalismo e uno per i 350 immobili di pregio già individuati). L'operazione dev'essere più ambiziosa. Ecco il merito della proposta del Pdl, che punta a 400 miliardi in cinque anni: al di là delle tecnicalità, e della "verginità" politica da tempo persa dai promotori, indica la strada giusta – abbattere subito il debito – e obbliga gli altri soggetti politici, nonché il governo Monti, a posizionarsi rispetto a questa fondamentale scelta politica.
Saturday, August 04, 2012
Il "Lodo" Draghi mette in fuori gioco il Pds Bersani-Vendola
(...)
Bazooka sì, quindi, ma nessuna scappatoia per Spagna e Italia: dovranno chiedere gli aiuti e fare le riforme. Sarebbe impensabile, infatti, far digerire ai tedeschi l'acquisto di bond da parte della Bce senza allinearsi alla loro politica di stringenti condizionalità. Condizionando il proprio intervento alla richiesta di soccorso ai fondi salva-stati, quindi all'iniziativa dei leader politici dei paesi interessati, la Bce mantiene le mani libere: nessun acquisto sarà automatico o "dovuto". Un margine di incertezza che responsabilizza sia i mercati sia i politici, e che soprattutto preserva la funzione di stimolo, di pressione sui governi, esercitata dai mercati attraverso lo spread (nella cui efficacia Berlino crede fermamente).
Le condizioni che si vanno delineando per l'attivazione dello scudo anti-spread – richiesta formale e firma del memorandum – sembrano mettere in fuori gioco l'alleanza elettorale Pd-Sel, il nuovo Pds ("Polo della speranza"), a cui sta faticosamente lavorando Pierluigi Bersani. La "Carta d'intenti" del Pd (un'analisi approfondita è uscita su queste pagine due giorni fa), che getta le basi per l'intesa programmatica tra i due partiti, è un manifesto di discontinuità, nemmeno troppo sfumata, rispetto all'"agenda Monti". Certo, l'Europa è il «nostro posto», non c'è alcuna strizzata d'occhio alle pulsioni antieuro, ma Bersani è convinto di poter restare ancorato alla visione di un'Italia saldamente nell'euro, con un ruolo da protagonista nell'Ue, attuando politiche da sinistra novecentesca. Gli "intenti" del Pd, sommati a quelli ancor più esplicitamente anti-montiani enunciati da Vendola, delineano un'alleanza che esprime una politica di sinistra "identitaria" per fare il pieno di voti a sinistra, pronta eventualmente a contaminarsi con le istanze montiane dell'Udc dopo il voto, se necessario per formare una maggioranza parlamentare. Ma in questo modo rischiando una riedizione dei conflitti interni all'Unione prodiana.
Un'alleanza siffatta sarebbe "unfit" a rispettare gli impegni eventualmente assunti dall'Italia con Ue e Bce a seguito della richiesta di attivazione dello scudo, che potrebbe essere avanzata già a settembre. Ecco perché il "lodo" Draghi (bazooka della Bce sì, ma a condizioni "tedesche") mette in fuori gioco la coppia Bersani-Vendola e aumenta invece le chance di un Monti-bis dopo il voto, l'unica prospettiva, al momento, che renderebbe credibile il rispetto degli impegni da parte del nostro paese.
Se dopo le parole di Draghi possiamo essere ragionevolmente ottimisti sullo scudo europeo, ora serve immediatamente uno scudo anti-spread italiano: un programma credibile e concreto per l'abbattimento, in tempi ragionevoli, dello stock di debito pubblico e una riduzione della spesa pubblica tale da permettere di ridurre gradualmente ma sensibilmente la pressione fiscale. Una proposta di abbattimento del debito è giunta nei giorni scorsi dal Pdl e finirà sul tavolo di Monti: un piano da 400 miliardi, il quadruplo di quello di Grilli (15-20 miliardi l'anno per 5 anni), per riportare il debito sotto il 100%.
Ma c'è uno strano spread tra Pdl e Pd: il Pdl soffre di scarsa credibilità, paradossalmente il Pd di troppa credibilità. Nel senso che il Pdl, pur avendo di recente formulato una proposta articolata e interessante per l'abbattimento del debito e la riduzione delle tasse, ha dimostrato al governo di non saper mantenere le proprie promesse e, anzi, di fare l'esatto contrario. Il Pd, al contrario, quando minaccia la patrimoniale, quando promette investimenti e dirigismo (quindi più spesa), quando parla di "redistribuzione" e di gestione pubblica dei "beni comuni", può essere creduto sulla parola, ma se lasciato fare ci porterebbe dritti in Grecia.
LEGGI TUTTO su L'Opinione
Bazooka sì, quindi, ma nessuna scappatoia per Spagna e Italia: dovranno chiedere gli aiuti e fare le riforme. Sarebbe impensabile, infatti, far digerire ai tedeschi l'acquisto di bond da parte della Bce senza allinearsi alla loro politica di stringenti condizionalità. Condizionando il proprio intervento alla richiesta di soccorso ai fondi salva-stati, quindi all'iniziativa dei leader politici dei paesi interessati, la Bce mantiene le mani libere: nessun acquisto sarà automatico o "dovuto". Un margine di incertezza che responsabilizza sia i mercati sia i politici, e che soprattutto preserva la funzione di stimolo, di pressione sui governi, esercitata dai mercati attraverso lo spread (nella cui efficacia Berlino crede fermamente).
Le condizioni che si vanno delineando per l'attivazione dello scudo anti-spread – richiesta formale e firma del memorandum – sembrano mettere in fuori gioco l'alleanza elettorale Pd-Sel, il nuovo Pds ("Polo della speranza"), a cui sta faticosamente lavorando Pierluigi Bersani. La "Carta d'intenti" del Pd (un'analisi approfondita è uscita su queste pagine due giorni fa), che getta le basi per l'intesa programmatica tra i due partiti, è un manifesto di discontinuità, nemmeno troppo sfumata, rispetto all'"agenda Monti". Certo, l'Europa è il «nostro posto», non c'è alcuna strizzata d'occhio alle pulsioni antieuro, ma Bersani è convinto di poter restare ancorato alla visione di un'Italia saldamente nell'euro, con un ruolo da protagonista nell'Ue, attuando politiche da sinistra novecentesca. Gli "intenti" del Pd, sommati a quelli ancor più esplicitamente anti-montiani enunciati da Vendola, delineano un'alleanza che esprime una politica di sinistra "identitaria" per fare il pieno di voti a sinistra, pronta eventualmente a contaminarsi con le istanze montiane dell'Udc dopo il voto, se necessario per formare una maggioranza parlamentare. Ma in questo modo rischiando una riedizione dei conflitti interni all'Unione prodiana.
Un'alleanza siffatta sarebbe "unfit" a rispettare gli impegni eventualmente assunti dall'Italia con Ue e Bce a seguito della richiesta di attivazione dello scudo, che potrebbe essere avanzata già a settembre. Ecco perché il "lodo" Draghi (bazooka della Bce sì, ma a condizioni "tedesche") mette in fuori gioco la coppia Bersani-Vendola e aumenta invece le chance di un Monti-bis dopo il voto, l'unica prospettiva, al momento, che renderebbe credibile il rispetto degli impegni da parte del nostro paese.
Se dopo le parole di Draghi possiamo essere ragionevolmente ottimisti sullo scudo europeo, ora serve immediatamente uno scudo anti-spread italiano: un programma credibile e concreto per l'abbattimento, in tempi ragionevoli, dello stock di debito pubblico e una riduzione della spesa pubblica tale da permettere di ridurre gradualmente ma sensibilmente la pressione fiscale. Una proposta di abbattimento del debito è giunta nei giorni scorsi dal Pdl e finirà sul tavolo di Monti: un piano da 400 miliardi, il quadruplo di quello di Grilli (15-20 miliardi l'anno per 5 anni), per riportare il debito sotto il 100%.
Ma c'è uno strano spread tra Pdl e Pd: il Pdl soffre di scarsa credibilità, paradossalmente il Pd di troppa credibilità. Nel senso che il Pdl, pur avendo di recente formulato una proposta articolata e interessante per l'abbattimento del debito e la riduzione delle tasse, ha dimostrato al governo di non saper mantenere le proprie promesse e, anzi, di fare l'esatto contrario. Il Pd, al contrario, quando minaccia la patrimoniale, quando promette investimenti e dirigismo (quindi più spesa), quando parla di "redistribuzione" e di gestione pubblica dei "beni comuni", può essere creduto sulla parola, ma se lasciato fare ci porterebbe dritti in Grecia.
LEGGI TUTTO su L'Opinione
Thursday, August 02, 2012
Il difficile equilibrio dello spread
Non ha tutti i torti Mario Monti quando, da Helsinki, avverte che se lo spread dovesse rimanere a questo livello per qualche tempo, rischieremmo di vedere al potere in Italia un governo euroscettico e non orientato alla disciplina di bilancio. Il discorso ha senso economicamente, perché tassi troppo alti rischiano di vanificare l'effetto positivo delle riforme, e politicamente, perché se i cittadini non toccano con mano i frutti dei loro sacrifici, c'è il rischio di una crisi di rigetto della terapia. Però è innegabile l'esistenza di un'altra faccia della medaglia, come ammette lo stesso Monti: solo i tassi di interesse alti, quindi sotto la costante minaccia del default/commissariamento, sembrano costringere i governi a fare le riforme e le opinioni pubbliche ad accettarle. E non è, purtroppo, una storia del passato, come vorrebbe far credere il nostro premier. E' accaduto fino allo scorso marzo. Appena lo spread è calato di un centinaio di punti (per effetto dei presiti della Bce e non delle riforme), rimanendo comunque a livelli tali da non permettere una ripresa dell'economia e quindi l'uscita dalla crisi, il governo e i partiti si sono "rilassati". Da qui, in particolare, il cedimento ai sindacati e al Pd sulla cruciale riforma del mercato del lavoro, pesantemente sanzionato dai mercati e dai media della finanza internazionale.
La tesi secondo cui non è l'Italia, che sta facendo bene i suoi "compiti a casa", ad aver bisogno di aiuto, ma sono i mercati a non funzionare al meglio perché non riconoscono i progressi compiuti, è molto pericolosa. Perché di solito sono i politici a sovrastimare il loro operato e a identificare al di fuori del governo le cause del problema. La Commissione Ue può anche promuovere a pieni voti le politiche di un Paese, ma a rifinanziare il debito di quel Paese sono i mercati, non Bruxelles.
La strategia definita nell'incontro con il premier finlandese Katainen del «doppio binario» - da una parte «sforzi indefessi nel fare i compiti a casa nel proprio Paese», dall'altra, allo stesso tempo, una «soluzione europea» per calmierare lo spread, in modo da dare tempo alle riforme di produrre i loro effetti - sembra ragionevole ed equilibrata. Il punto, però, è che i politici, e le opinioni pubbliche, dei Paesi interessati - Spagna e Italia - devono aver ben chiaro che i soldi della Bce non sono la soluzione alla crisi, ma solo uno strumento per guadagnare tempo. Strumento che non può durare all'infinito. Fino ad oggi, purtroppo, sembrano non averlo ancora compreso e ad ogni calo dello spread si è puntualmente registrato un rallentamento, o annacquamento, delle riforme, a conferma dei pregiudizi tedeschi.
La tesi secondo cui non è l'Italia, che sta facendo bene i suoi "compiti a casa", ad aver bisogno di aiuto, ma sono i mercati a non funzionare al meglio perché non riconoscono i progressi compiuti, è molto pericolosa. Perché di solito sono i politici a sovrastimare il loro operato e a identificare al di fuori del governo le cause del problema. La Commissione Ue può anche promuovere a pieni voti le politiche di un Paese, ma a rifinanziare il debito di quel Paese sono i mercati, non Bruxelles.
La strategia definita nell'incontro con il premier finlandese Katainen del «doppio binario» - da una parte «sforzi indefessi nel fare i compiti a casa nel proprio Paese», dall'altra, allo stesso tempo, una «soluzione europea» per calmierare lo spread, in modo da dare tempo alle riforme di produrre i loro effetti - sembra ragionevole ed equilibrata. Il punto, però, è che i politici, e le opinioni pubbliche, dei Paesi interessati - Spagna e Italia - devono aver ben chiaro che i soldi della Bce non sono la soluzione alla crisi, ma solo uno strumento per guadagnare tempo. Strumento che non può durare all'infinito. Fino ad oggi, purtroppo, sembrano non averlo ancora compreso e ad ogni calo dello spread si è puntualmente registrato un rallentamento, o annacquamento, delle riforme, a conferma dei pregiudizi tedeschi.
Wednesday, June 13, 2012
Italia nel mirino anche perché Monti ha deluso mercati
Il governo sembra aver sottovalutato gli effetti recessivi degli aumenti delle tasse, probabilmente nella speranza che nel frattempo un'attenuazione della pressione dei mercati sul debito pubblico, per effetto delle azioni intraprese in sede europea, favorisse un alleggerimento della stretta creditizia, così da far respirare l'economia reale. Fatto sta che lo spread viaggia ancora abbondantemente al di sopra dei 400 punti, quota nel medio-lungo termine insostenibile, perché richiederebbe sforzi immani, e ulteriormente recessivi, per proseguire nel consolidamento di bilancio.
(...)
I dati Istat del Pil nel I trimestre 2012 (-0,8% rispetto al trimestre precedente e -1,4% su base annua) spostano le stime governative contenute nel Def (calo del Pil dell'1,2% nel 2012 e +0,5% nel 2013) nel campo dell'ottimismo. Le previsioni di Citigroup sono ancora peggiori: -2,4% nel 2012 e -2% nel 2013 (in teoria l'anno della ripresina).
(...)
Affrontata l'emergenza di novembre-dicembre aumentando le tasse, nei mesi successivi il governo non è stato in grado, o non ha voluto, avviare un piano pluriennale per l'inversione di rotta, non solo il mero contenimento, della finanza pubblica, né ha messo in cantiere riforme strutturali incisive. Ancora niente tagli alla spesa (l'obiettivo di risparmio della spending review è molto modesto: non più di 4-5 miliardi, lo 0,57% della spesa corrente); nessun programma di dismissioni (anche Snam, separata da Eni, verrà venduta ad un altro ente dello stato, la Cdp); riforme parziali e insufficienti. I mercati e i media di riferimento del business internazionale se ne sono accorti e la delusione rispetto alle enormi, esagerate aspettative generate dalla nomina di Monti si sta rapidamente diffondendo.
Dopo il Financial Times, anche il Wall Street Journal si è accorto che il premier non è in grado di portare avanti le riforme promesse. «La nomina di Monti aveva aiutato a restaurare la fiducia nell'Italia. Ma ora il paese è in profonda recessione e lo slancio riformatore sta svanendo. Riformare l'Italia potrebbe semplicemente essere troppo per un solo uomo, anche se questo uomo si chiama Monti». Il Wsj ricorda come la ricetta per curare la cronica scarsa crescita italiana l'aveva indicata un anno fa Mario Draghi: tagliare la spesa pubblica, così come le tasse sul lavoro e l'impresa. E migliorare la produttività riformando la giustizia civile, il sistema educativo e il mercato dei servizi, mentre la riforma del mercato del lavoro doveva servire a favorire l'occupazione e la crescita dimensionale delle imprese. Dopo un anno (di cui 7 mesi di governo tecnico), poco o nulla è stato fatto. Il Wsj si sofferma sulla riforma del lavoro, un «passo chiave», che però è stata «annacquata»: in alcuni casi i giudici hanno ancora l'ultima parola sui licenziamenti per motivi economici. E molto ancora potrebbe essere fatto, come osserva il Fmi, decentrando più di quanto fatto finora la contrattazione collettiva.
Il risanamento, osserva ancora il Wsj, si è basato sull'aumento delle tasse più che sui tagli alla spesa e «una profonda recessione - avverte - riaccenderà i timori per la sostenibilità del debito». «Monti - conclude il quotidiano - deve usare il suo restante capitale politico per rinvigorire immediatamente il suo programma di riforme, piuttosto che aspettare che la sua mano sia forzata da un'altra crisi». Insomma, il bluff dell'Italia è definitivamente smascherato. Il premier che se la prende con i "poteri forti" di cui aveva persino negato l'esistenza, i decreti che non escono, l'ostruzionismo della Ragioneria dello stato, lo scontro nell'esecutivo tra chi vorrebbe qualche euro in più per la crescita e chi si erge a custode del rigore, il ministro Fornero intimidito sulla questione "esodati". Un film già visto, quello della progressiva paralisi del governo Berlusconi, che ha contribuito non poco alla sfiducia dei mercati finanziari.
Ma quel che è peggio è che non si può dire che l'opera riformatrice di Monti si sia scontrata più di tanto con le resistenze dei partiti. Il premier non ci ha nemmeno provato, non ha forzato la mano neanche quando avrebbe avuto la forza politica per imporre i tagli e le riforme più radicali. Tutto è stato smontato e annacquato ancor prima di arrivare in Parlamento. Semplicemente perché la sua strategia era, ed è, un'altra: salvare l'apparato statale più o meno così com'è, correggendo il minimo indispensabile con la riforma delle pensioni e la patrimoniale immobiliare e poi risolvendo la crisi in Europa, con la stessa operazione di Ciampi-Prodi, cioè convincendo i tedeschi a fidarsi.
LEGGI TUTTO su L'Opinione
(...)
I dati Istat del Pil nel I trimestre 2012 (-0,8% rispetto al trimestre precedente e -1,4% su base annua) spostano le stime governative contenute nel Def (calo del Pil dell'1,2% nel 2012 e +0,5% nel 2013) nel campo dell'ottimismo. Le previsioni di Citigroup sono ancora peggiori: -2,4% nel 2012 e -2% nel 2013 (in teoria l'anno della ripresina).
(...)
Affrontata l'emergenza di novembre-dicembre aumentando le tasse, nei mesi successivi il governo non è stato in grado, o non ha voluto, avviare un piano pluriennale per l'inversione di rotta, non solo il mero contenimento, della finanza pubblica, né ha messo in cantiere riforme strutturali incisive. Ancora niente tagli alla spesa (l'obiettivo di risparmio della spending review è molto modesto: non più di 4-5 miliardi, lo 0,57% della spesa corrente); nessun programma di dismissioni (anche Snam, separata da Eni, verrà venduta ad un altro ente dello stato, la Cdp); riforme parziali e insufficienti. I mercati e i media di riferimento del business internazionale se ne sono accorti e la delusione rispetto alle enormi, esagerate aspettative generate dalla nomina di Monti si sta rapidamente diffondendo.
Dopo il Financial Times, anche il Wall Street Journal si è accorto che il premier non è in grado di portare avanti le riforme promesse. «La nomina di Monti aveva aiutato a restaurare la fiducia nell'Italia. Ma ora il paese è in profonda recessione e lo slancio riformatore sta svanendo. Riformare l'Italia potrebbe semplicemente essere troppo per un solo uomo, anche se questo uomo si chiama Monti». Il Wsj ricorda come la ricetta per curare la cronica scarsa crescita italiana l'aveva indicata un anno fa Mario Draghi: tagliare la spesa pubblica, così come le tasse sul lavoro e l'impresa. E migliorare la produttività riformando la giustizia civile, il sistema educativo e il mercato dei servizi, mentre la riforma del mercato del lavoro doveva servire a favorire l'occupazione e la crescita dimensionale delle imprese. Dopo un anno (di cui 7 mesi di governo tecnico), poco o nulla è stato fatto. Il Wsj si sofferma sulla riforma del lavoro, un «passo chiave», che però è stata «annacquata»: in alcuni casi i giudici hanno ancora l'ultima parola sui licenziamenti per motivi economici. E molto ancora potrebbe essere fatto, come osserva il Fmi, decentrando più di quanto fatto finora la contrattazione collettiva.
Il risanamento, osserva ancora il Wsj, si è basato sull'aumento delle tasse più che sui tagli alla spesa e «una profonda recessione - avverte - riaccenderà i timori per la sostenibilità del debito». «Monti - conclude il quotidiano - deve usare il suo restante capitale politico per rinvigorire immediatamente il suo programma di riforme, piuttosto che aspettare che la sua mano sia forzata da un'altra crisi». Insomma, il bluff dell'Italia è definitivamente smascherato. Il premier che se la prende con i "poteri forti" di cui aveva persino negato l'esistenza, i decreti che non escono, l'ostruzionismo della Ragioneria dello stato, lo scontro nell'esecutivo tra chi vorrebbe qualche euro in più per la crescita e chi si erge a custode del rigore, il ministro Fornero intimidito sulla questione "esodati". Un film già visto, quello della progressiva paralisi del governo Berlusconi, che ha contribuito non poco alla sfiducia dei mercati finanziari.
Ma quel che è peggio è che non si può dire che l'opera riformatrice di Monti si sia scontrata più di tanto con le resistenze dei partiti. Il premier non ci ha nemmeno provato, non ha forzato la mano neanche quando avrebbe avuto la forza politica per imporre i tagli e le riforme più radicali. Tutto è stato smontato e annacquato ancor prima di arrivare in Parlamento. Semplicemente perché la sua strategia era, ed è, un'altra: salvare l'apparato statale più o meno così com'è, correggendo il minimo indispensabile con la riforma delle pensioni e la patrimoniale immobiliare e poi risolvendo la crisi in Europa, con la stessa operazione di Ciampi-Prodi, cioè convincendo i tedeschi a fidarsi.
LEGGI TUTTO su L'Opinione
Thursday, May 17, 2012
Le ragioni dei tedeschi
In queste ore cruciali per l'Europa e l'euro monta sempre di più la retorica anti-germanica. Ma le critiche, in parte fondate, alla gestione della crisi greca da parte europea, quindi del direttorio franco-tedesco, rischiano di trascendere in ridicole teorie sul "complottone" teutonico, in grotteschi nazionalismi alle vongole, ma soprattutto - ancor più grave - in una irresponsabile auto-assoluzione collettiva da parte dei paesi che con le loro sciagurate politiche di bilancio sono i veri responsabili della crisi. Atteggiamenti comprensibili nei cittadini, ma che assumono connotati delinquenziali quando se ne fanno interpreti le classi dirigenti.
La colpa della crisi non è dell'euro, né dei tedeschi, i quali secondo alcune teorie se ne sarebbero avvantaggiati a discapito degli altri paesi; e né Berlino né la Bce hanno mai imposto ad alcun paese un'austerità recessiva, fatta di sole tasse, niente tagli alla spesa e nessuna vera riforma per la crescita. Anzi, Ue-Bce-Fmi-Ocse suggeriscono da anni l'opposto.
LEGGI TUTTO su L'Opinione
La colpa della crisi non è dell'euro, né dei tedeschi, i quali secondo alcune teorie se ne sarebbero avvantaggiati a discapito degli altri paesi; e né Berlino né la Bce hanno mai imposto ad alcun paese un'austerità recessiva, fatta di sole tasse, niente tagli alla spesa e nessuna vera riforma per la crescita. Anzi, Ue-Bce-Fmi-Ocse suggeriscono da anni l'opposto.
LEGGI TUTTO su L'Opinione
Wednesday, March 28, 2012
Equitalia non può lavarsene le mani
Anche su L'Opinione
Davvero Equitalia può far finta di niente se recapita cartelle esattoriali in cui si esigono interessi non dovuti? Può trincerarsi dietro al fatto che a determinare l'entità della somma sono gli enti locali? L'esattore pubblico può non curarsi della legittimità delle sue pretese, come qualsiasi picciotto mandato a riscuotere il pizzo? E' esattamente ciò che ha sostenuto davanti alle telecamere delle Iene, su Italia1, il presidente di Equitalia Attilio Befera.
Il caso è quello delle maggiorazioni nelle cartelle esattoriali originate da multe e sanzioni amministrative non pagate. Interessi del 10%, che scattano ogni semestre a partire dal mancato pagamento o dalla mancata opposizione alla sanzione entro i 60 giorni dalla notifica. Una sentenza della Corte di Cassazione del 16 luglio 2007, ma rimasta ben nascosta negli armadi pieni di scartoffie del Palazzaccio, ha dichiarato illegittimi tali interessi, stabilendo che va applicata «l'iscrizione a ruolo della sola metà del massimo edittale e non anche degli aumenti semestrali del 10%. Aumenti, pertanto, correttamente ritenuti non applicabili». Per 5 anni, tuttavia, i Comuni ed Equitalia hanno ignorato la sentenza e continuato a recapitare cartelle esattoriali con maggiorazioni a colpi del 10% ogni 6 mesi, quindi a incassare somme non dovute per milioni di euro. Finché un avvocato di Bari, Vito Franco, ha scovato quella sentenza e ha promosso migliaia di ricorsi, vincendoli.
Alle Iene Befera ha risposto che «Equitalia si occupa soltanto di riscuotere una cifra, che è quella indicata dal Comune». Come dire: noi facciamo quello che ci dicono di fare. «Siamo disponibilissimi a rinunciare a quella parte di compenso – ha aggiunto – purché il Comune ci mandi a riscuotere» la cifra legittima. Insomma, se il Comune sbaglia Equitalia non può farci niente, continuerà a mandare cartelle esattoriali nulle, in cui si pretendono interessi illegittimi. Ma è proprio così? Dalla giurisprudenza non si direbbe. Equitalia non si limita a riscuotere per altri. Sul totale, e in particolare sulle maggiorazioni applicate, ci guadagna. Dunque difficilmente può lavarsene le mani, se chiede e incassa per se stessa un compenso illegittimo.
Equitalia, così come l'ente locale per il quale agisce, rischia di incorrere nella «responsabilità aggravata» ai sensi dell'articolo 96 c.p.c., la cosiddetta "lite temeraria". Dottrina e giurisprudenza sembrano ormai ammettere l'applicabilità di questa norma al processo tributario. Il giudice può ravvisare la «responsabilità aggravata» se Equitalia resiste in giudizio, senza revocare la propria pretesa manifestamente illegittima, ma anche nel caso di atti cautelari o esecutivi emessi senza averne il diritto. E' sufficiente che abbia agito con «mala fede o con colpa grave», cioè nella consapevolezza dell'infondatezza della domanda, oppure nel difetto della normale diligenza per l'acquisizione di tale consapevolezza. Esigere interessi su una sanzione amministrativa nella consapevolezza che sono illegittimi per effetto di una sentenza della Cassazione di 5 anni prima sembra prefigurare proprio tale fattispecie. Di solito il giudice dispone la compensazione delle spese legali, ma il Tribunale di Roma, sezione di Ostia, con sentenza del 9 dicembre 2010 ha condannato Gerit Equitalia S.p.A. anche al pagamento di 25 mila euro a titolo di indennizzo, proprio ai sensi dell'art. 96, comma 3, c.p.c., ritenendo più grave la condotta pretestuosa dell'amministrazione finanziaria, che in quanto depositaria di una funzione pubblica dovrebbe a maggior ragione ispirarsi a criteri di correttezza, buona fede e diligenza.
Davvero Equitalia può far finta di niente se recapita cartelle esattoriali in cui si esigono interessi non dovuti? Può trincerarsi dietro al fatto che a determinare l'entità della somma sono gli enti locali? L'esattore pubblico può non curarsi della legittimità delle sue pretese, come qualsiasi picciotto mandato a riscuotere il pizzo? E' esattamente ciò che ha sostenuto davanti alle telecamere delle Iene, su Italia1, il presidente di Equitalia Attilio Befera.
Il caso è quello delle maggiorazioni nelle cartelle esattoriali originate da multe e sanzioni amministrative non pagate. Interessi del 10%, che scattano ogni semestre a partire dal mancato pagamento o dalla mancata opposizione alla sanzione entro i 60 giorni dalla notifica. Una sentenza della Corte di Cassazione del 16 luglio 2007, ma rimasta ben nascosta negli armadi pieni di scartoffie del Palazzaccio, ha dichiarato illegittimi tali interessi, stabilendo che va applicata «l'iscrizione a ruolo della sola metà del massimo edittale e non anche degli aumenti semestrali del 10%. Aumenti, pertanto, correttamente ritenuti non applicabili». Per 5 anni, tuttavia, i Comuni ed Equitalia hanno ignorato la sentenza e continuato a recapitare cartelle esattoriali con maggiorazioni a colpi del 10% ogni 6 mesi, quindi a incassare somme non dovute per milioni di euro. Finché un avvocato di Bari, Vito Franco, ha scovato quella sentenza e ha promosso migliaia di ricorsi, vincendoli.
Alle Iene Befera ha risposto che «Equitalia si occupa soltanto di riscuotere una cifra, che è quella indicata dal Comune». Come dire: noi facciamo quello che ci dicono di fare. «Siamo disponibilissimi a rinunciare a quella parte di compenso – ha aggiunto – purché il Comune ci mandi a riscuotere» la cifra legittima. Insomma, se il Comune sbaglia Equitalia non può farci niente, continuerà a mandare cartelle esattoriali nulle, in cui si pretendono interessi illegittimi. Ma è proprio così? Dalla giurisprudenza non si direbbe. Equitalia non si limita a riscuotere per altri. Sul totale, e in particolare sulle maggiorazioni applicate, ci guadagna. Dunque difficilmente può lavarsene le mani, se chiede e incassa per se stessa un compenso illegittimo.
Equitalia, così come l'ente locale per il quale agisce, rischia di incorrere nella «responsabilità aggravata» ai sensi dell'articolo 96 c.p.c., la cosiddetta "lite temeraria". Dottrina e giurisprudenza sembrano ormai ammettere l'applicabilità di questa norma al processo tributario. Il giudice può ravvisare la «responsabilità aggravata» se Equitalia resiste in giudizio, senza revocare la propria pretesa manifestamente illegittima, ma anche nel caso di atti cautelari o esecutivi emessi senza averne il diritto. E' sufficiente che abbia agito con «mala fede o con colpa grave», cioè nella consapevolezza dell'infondatezza della domanda, oppure nel difetto della normale diligenza per l'acquisizione di tale consapevolezza. Esigere interessi su una sanzione amministrativa nella consapevolezza che sono illegittimi per effetto di una sentenza della Cassazione di 5 anni prima sembra prefigurare proprio tale fattispecie. Di solito il giudice dispone la compensazione delle spese legali, ma il Tribunale di Roma, sezione di Ostia, con sentenza del 9 dicembre 2010 ha condannato Gerit Equitalia S.p.A. anche al pagamento di 25 mila euro a titolo di indennizzo, proprio ai sensi dell'art. 96, comma 3, c.p.c., ritenendo più grave la condotta pretestuosa dell'amministrazione finanziaria, che in quanto depositaria di una funzione pubblica dovrebbe a maggior ragione ispirarsi a criteri di correttezza, buona fede e diligenza.
Wednesday, January 11, 2012
Una tattica pericolosa
Anche su Notapolitica
Con il passare delle settimane, e alla luce dell'incontro di oggi con la cancelliera Merkel, si rafforza il sospetto che quella di Monti non sia (o per lo meno non lo sia ancora) una strategia, bensì una tattica. E che la sua tattica consista nel dare dei contentini ai tedeschi - eliminati due dei privilegi, i più odiosi ai loro occhi, di cui godevano gli italiani, ovvero le pensioni d'anzianità e la detassazione della prima casa - per poi presentarsi a Berlino e sperare che il compitino fatto e la sua autorevolezza personale lo aiutino a strappare alla Merkel un ammorbidimento della linea rigorista e un rafforzamento del fondo salva-Stati, e magari una qualche forma di condivisione del debito (come gli eurobond), il che dovrebbe tradursi in una riduzione dei tassi d'interesse sui nostri titoli di Stato.
Se è un modo per farci rifiatare, per comprare il tempo necessario a realizzare le riforme di struttura, dello Stato e dell'economia italiana, allora si tratta di una tattica pericolosa ma che può tradursi in una strategia vincente nel medio periodo. Se invece è un modo per evitare di metter mano davvero al sistema-Italia, sperando che con il tempo gli squilibri vengano assorbiti nel calderone europeo, allora stiamo irresponsabilmente scherzando con il fuoco e il rischio - ammesso e non concesso di convincere i tedeschi, ma soprattutto i mercati, e di evitare la fine della Grecia - è che fra un paio d'anni l'euro, se ci sarà ancora, somigli più alla lira che al marco.
Da una parte Monti mostra di condividere l'approccio tedesco, quando afferma che «non c'è nessuna crisi dell'euro» e che «in molti Stati dell'Eurozona c'è una crisi finanziaria legata al loro indebitamento»; dall'altra, sembra svicolare quando si raccomanda alla Merkel (l'Italia è appena all'inizio del suo cammino di riforma ma già pretende che tocchi agli «altri») e ai mercati, ai quali chiede di riconoscere gli sforzi italiani e quindi di concedere una riduzione dei tassi, oggi a livelli che a suo avviso «non sono più giustificati», come rivendicherebbe chiunque nella sua posizione.
Insomma, non vorremmo che in Monti e nel suo governo prevalesse l'idea impudente che una spremuta di tasse e qualche riforma pro-mercato, più cosmetica che sostanziale, possano bastare per ottenere in cambio tassi inferiori sul debito. E ci auguriamo che quando osserva che il tema della crescita «sale, come è giusto che salga, nell'agenda europea», non abbia in mente un'Europa dispensatrice di stimoli fiscali al posto degli Stati membri, dal momento che questi sono ormai impossibilitati a tentare singolarmente la via della crescita attraverso la spesa.
Dopo una manovra quasi interamente di tasse, il decreto sulle liberalizzazioni, che Monti annuncia «molto ampio», sarà la cartina di tornasole della volontà e del coraggio riformatore del governo dei tecnici. Ci dirà se quella italiana è l'ennesima tattica spregiudicata o se dietro c'è una vera strategia di cambiamento. Come sottolinea Antonio Polito nel suo editoriale di oggi, sul Corriere della Sera, «prima di cercare la pagliuzza nell'occhio dei "piccoli" e dei "privati", bisogna rimuovere la trave in quello dei "grandi" e dei "pubblici". Sono infatti i mercati in cui il soggetto dominante è pubblico quelli dove c'è più grasso da raschiare». Non è un problema di simpatia. Tutt'altro. Esercizi commerciali, farmacie, edicole, benzinai, tassisti: sono tutte categorie che bisogna - per equità ed efficienza - aprire al mercato, senza perdere ulteriore tempo. Ma onestamente quanta spinta alla crescita possiamo aspettarci dai farmaci di fascia C in vendita nei supermercati Coop e dai giornali alle pompe di benzina? Briciole.
Diciamo che valgono come antipasto, ma per soddisfare la fame di crescita del nostro Paese ci vuole l'arrosto. E l'arrosto si cucina liberalizzando il mercato del lavoro, le professioni, i servizi pubblici locali e le reti. Energia, trasporti, banche, assicurazioni, poste sono i settori dalla cui apertura al mercato si può sperare un contributo significativo alla crescita. E se si vuole rilanciare la crescita senza toccare la leva fiscale, affidandosi unicamente alle liberalizzazioni, bisogna che almeno siano di grande impatto, non un'operazione di mera cosmesi. Ascoltare dal sottosegretario Catricalà che la separazione proprietaria tra Eni e Snam rete gas «non è una priorità», vedere il progetto Nerozzi farsi strada a scapito di quello Ichino e assistere al mutismo del governo in tema di privatizzazioni e municipalizzate non lascia ben sperare.
Con il passare delle settimane, e alla luce dell'incontro di oggi con la cancelliera Merkel, si rafforza il sospetto che quella di Monti non sia (o per lo meno non lo sia ancora) una strategia, bensì una tattica. E che la sua tattica consista nel dare dei contentini ai tedeschi - eliminati due dei privilegi, i più odiosi ai loro occhi, di cui godevano gli italiani, ovvero le pensioni d'anzianità e la detassazione della prima casa - per poi presentarsi a Berlino e sperare che il compitino fatto e la sua autorevolezza personale lo aiutino a strappare alla Merkel un ammorbidimento della linea rigorista e un rafforzamento del fondo salva-Stati, e magari una qualche forma di condivisione del debito (come gli eurobond), il che dovrebbe tradursi in una riduzione dei tassi d'interesse sui nostri titoli di Stato.
Se è un modo per farci rifiatare, per comprare il tempo necessario a realizzare le riforme di struttura, dello Stato e dell'economia italiana, allora si tratta di una tattica pericolosa ma che può tradursi in una strategia vincente nel medio periodo. Se invece è un modo per evitare di metter mano davvero al sistema-Italia, sperando che con il tempo gli squilibri vengano assorbiti nel calderone europeo, allora stiamo irresponsabilmente scherzando con il fuoco e il rischio - ammesso e non concesso di convincere i tedeschi, ma soprattutto i mercati, e di evitare la fine della Grecia - è che fra un paio d'anni l'euro, se ci sarà ancora, somigli più alla lira che al marco.
Da una parte Monti mostra di condividere l'approccio tedesco, quando afferma che «non c'è nessuna crisi dell'euro» e che «in molti Stati dell'Eurozona c'è una crisi finanziaria legata al loro indebitamento»; dall'altra, sembra svicolare quando si raccomanda alla Merkel (l'Italia è appena all'inizio del suo cammino di riforma ma già pretende che tocchi agli «altri») e ai mercati, ai quali chiede di riconoscere gli sforzi italiani e quindi di concedere una riduzione dei tassi, oggi a livelli che a suo avviso «non sono più giustificati», come rivendicherebbe chiunque nella sua posizione.
Insomma, non vorremmo che in Monti e nel suo governo prevalesse l'idea impudente che una spremuta di tasse e qualche riforma pro-mercato, più cosmetica che sostanziale, possano bastare per ottenere in cambio tassi inferiori sul debito. E ci auguriamo che quando osserva che il tema della crescita «sale, come è giusto che salga, nell'agenda europea», non abbia in mente un'Europa dispensatrice di stimoli fiscali al posto degli Stati membri, dal momento che questi sono ormai impossibilitati a tentare singolarmente la via della crescita attraverso la spesa.
Dopo una manovra quasi interamente di tasse, il decreto sulle liberalizzazioni, che Monti annuncia «molto ampio», sarà la cartina di tornasole della volontà e del coraggio riformatore del governo dei tecnici. Ci dirà se quella italiana è l'ennesima tattica spregiudicata o se dietro c'è una vera strategia di cambiamento. Come sottolinea Antonio Polito nel suo editoriale di oggi, sul Corriere della Sera, «prima di cercare la pagliuzza nell'occhio dei "piccoli" e dei "privati", bisogna rimuovere la trave in quello dei "grandi" e dei "pubblici". Sono infatti i mercati in cui il soggetto dominante è pubblico quelli dove c'è più grasso da raschiare». Non è un problema di simpatia. Tutt'altro. Esercizi commerciali, farmacie, edicole, benzinai, tassisti: sono tutte categorie che bisogna - per equità ed efficienza - aprire al mercato, senza perdere ulteriore tempo. Ma onestamente quanta spinta alla crescita possiamo aspettarci dai farmaci di fascia C in vendita nei supermercati Coop e dai giornali alle pompe di benzina? Briciole.
Diciamo che valgono come antipasto, ma per soddisfare la fame di crescita del nostro Paese ci vuole l'arrosto. E l'arrosto si cucina liberalizzando il mercato del lavoro, le professioni, i servizi pubblici locali e le reti. Energia, trasporti, banche, assicurazioni, poste sono i settori dalla cui apertura al mercato si può sperare un contributo significativo alla crescita. E se si vuole rilanciare la crescita senza toccare la leva fiscale, affidandosi unicamente alle liberalizzazioni, bisogna che almeno siano di grande impatto, non un'operazione di mera cosmesi. Ascoltare dal sottosegretario Catricalà che la separazione proprietaria tra Eni e Snam rete gas «non è una priorità», vedere il progetto Nerozzi farsi strada a scapito di quello Ichino e assistere al mutismo del governo in tema di privatizzazioni e municipalizzate non lascia ben sperare.
Monday, December 22, 2008
I "laghi di credito" della Fed
Con gli ultimi tagli dei tassi d'interesse, praticamente azzerati, la Fed sta inondando l'economia americana di liquidità per scongiurare l'eventualità di una deflazione, ma c'è chi è più preoccupato del rischio che tutto questo denaro generi piuttosto inflazione e nuove bolle come quella immobiliare. Secondo Gerald O'Driscoll, del Cato Institute, «lo spettro della deflazione sta perseguitando» il presidente della Fed Ben Bernanke. Il taglio dei tassi di martedì scorso riflette la sua paura di un'altra Grande Depressione stile anni '30. Ma c'è anche chi invece prevede che questo e i precedenti tagli provocheranno inflazione.
«Siamo dunque di fronte a un'altra Grande Depressione, o ad un'inflazione galoppante?» si chiede O'Driscoll: «Nessuna delle due è probabile, ma per la prima volta da decenni, nessuna delle due paure può essere esclusa su due piedi. Sì, l'economia americana sta per essere sferzata da forze sia deflazionistiche che inflazionistiche. Per il momento - spiega - con l'indice dei prezzi al consumo caduto dell'1,7%, la deflazione sembra in vantaggio». Ma la deflazione è «una sostenuta caduta dei prezzi», mentre la discesa che abbiamo visto «per lo più riflette l'esplosione della bolla petrolifera, non una tendenza di lungo termine. Inoltre, la debolezza dell'economia ha raffreddato la propensione agli acquisti non necessari».
Ma è improbabile che tutto ciò provochi deflazione, anche perché il presidente della Fed Bernanke è spaventato da una deflazione e da una depressione anni '30 e ha adottato - e adotterà se necessario - misure straordinarie per fornire liquidità al mercato del credito. In questi anni - ricorda O'Driscoll - la Fed ha creato «laghi di credito». «Questi laghi sono ora contenuti da una diga di paura e cautela, ma quando la diga si romperà potrebbe scatenarsi forze inflazionistiche difficili da contenere. I tassi all'1% sotto Greenspan ci hanno portati alla bolla immobiliare, quelli allo 0% sotto Bernanke possono scatenare una nuova bolla. Per ora, questa possibilità sembra remota. Ma forse il prezzo dell'oro sopra gli 800 dollari sta a indicare qualcosa: inflazione, non depressione, nel 2010 e oltre», conclude O'Driscoll.
«Siamo dunque di fronte a un'altra Grande Depressione, o ad un'inflazione galoppante?» si chiede O'Driscoll: «Nessuna delle due è probabile, ma per la prima volta da decenni, nessuna delle due paure può essere esclusa su due piedi. Sì, l'economia americana sta per essere sferzata da forze sia deflazionistiche che inflazionistiche. Per il momento - spiega - con l'indice dei prezzi al consumo caduto dell'1,7%, la deflazione sembra in vantaggio». Ma la deflazione è «una sostenuta caduta dei prezzi», mentre la discesa che abbiamo visto «per lo più riflette l'esplosione della bolla petrolifera, non una tendenza di lungo termine. Inoltre, la debolezza dell'economia ha raffreddato la propensione agli acquisti non necessari».
Ma è improbabile che tutto ciò provochi deflazione, anche perché il presidente della Fed Bernanke è spaventato da una deflazione e da una depressione anni '30 e ha adottato - e adotterà se necessario - misure straordinarie per fornire liquidità al mercato del credito. In questi anni - ricorda O'Driscoll - la Fed ha creato «laghi di credito». «Questi laghi sono ora contenuti da una diga di paura e cautela, ma quando la diga si romperà potrebbe scatenarsi forze inflazionistiche difficili da contenere. I tassi all'1% sotto Greenspan ci hanno portati alla bolla immobiliare, quelli allo 0% sotto Bernanke possono scatenare una nuova bolla. Per ora, questa possibilità sembra remota. Ma forse il prezzo dell'oro sopra gli 800 dollari sta a indicare qualcosa: inflazione, non depressione, nel 2010 e oltre», conclude O'Driscoll.
Monday, October 13, 2008
Meno tasse, non meno tassi
Le borse europee "rimbalzano" dopo il piano Ue, ma non credo che la tempesta sia già alle nostre spalle. Anzi, è probabile che dopo l'"euforia" di oggi domani i mercati ricomincino a perdere.
A bloccare i prestiti interbancari, e a determinare la stretta creditizia che rischia di abbattersi anche sull'economia reale aggravando la recessione, è la mancanza di fiducia. «Nessuno sembra in grado di capire quali carte gli altri hanno in mano, e quindi quale solidità abbiano gli attori del mercato creditizio», spiega Carlo Lottieri. Ritornare sulle vere cause della crisi non sarà mai tempo sprecato. Così ci torna Lottieri:
La crisi ci restituirà almeno il Berlusconi del 1994, come ipotizza Carlo Stagnaro? Difficile da dire. Per ora il premier non ha annunciato, ma ha solo accennato, seguendo il suo intuito, alla possibilità di ridurre le tasse. Ma non c'è nulla di concreto. Eppure, per tentare di evitare la recessione piuttosto che moltiplicare le garanzie pubbliche o inondare le economie di liquidità, rischiando di far pagare il conto della crisi ai cittadini sotto forma di inflazione, i governi potrebbero agire usando la leva fiscale per lasciare più risorse alle attività produttive, stimolando così la crescita.
Antonio Martino esorta Berlusconi a non ascoltare «i benpensanti, i prudenti, gli indecisi» e a dare «quella scossa fiscale di cui il nostro sistema produttivo da troppo tempo ha inderogabile bisogno».
A bloccare i prestiti interbancari, e a determinare la stretta creditizia che rischia di abbattersi anche sull'economia reale aggravando la recessione, è la mancanza di fiducia. «Nessuno sembra in grado di capire quali carte gli altri hanno in mano, e quindi quale solidità abbiano gli attori del mercato creditizio», spiega Carlo Lottieri. Ritornare sulle vere cause della crisi non sarà mai tempo sprecato. Così ci torna Lottieri:
«L'affermarsi di quegli strumenti che oggi creano tanta opacità nel sistema credizio internazionale, però, non è stato soltanto il prodotto di innovazioni finanziarie. Questa marea di contratti che "smaterializzano" progressivamente il rapporto tra i beni reali e i titoli scambiati non esisterebbe, almeno non in tali dimensioni, se nei quasi vent'anni del regno di Alan Greenspan non si fosse conosciuta una mostruosa espansione monetaria. Adottando tassi di interesse artificiosamente bassi, la Fed ha causato quella crescita abnorme della quantità di moneta che è la vera causa della tragedia che stiamo vivendo... In poche parole, moltiplicando la massa dei dollari in circolazione gli americani sono vissuti al di sopra dei loro mezzi. In presenza di prestiti ad interessi reali negativi (ciò succede quando il tasso di prestito è inferiore all'inflazione), è fatale che vi sia una corsa ad indebitarsi... se gli americani sono pieni di debiti non è solo e in primo luogo per effetto di una cultura o di un costume (come spesso si dice), ma è invece pure il prodotto previsto e prevedibile di una politica monetaria sciagurata...»Autorità pubbliche - le banche centrali - fissano il costo del denaro e possono commettere degli errori "politici", perché il prezzo di un bene così centrale nel sistema, come il denaro, ha una funzione importantissima:
«È il keynesismo finanziario di Greenspan che ha fissato un costo troppo basso del denaro e in tal modo ha favorito comportamenti irrazionali. In un'economia di mercato il prezzo, infatti, ha la funzione di selezionare i comportamenti, ma se è tenuto basso da una decisione politica questo filtro smette di operare. A prezzo zero la domanda tende all'infinito e le conseguenze poi non tardano a vedersi. Nel credito, un costo del denaro ragionevole fa sì che chieda denaro e l'ottenga soltanto chi ha un progetto in grado di remunerare l'investimento (o dispone di solide garanzie), e questo fa sì che il denaro si orienti dove può essere utilizzato al meglio».Questo meccanismo virtuoso è del tutto saltato a causa la politica espansiva della Fed.
La crisi ci restituirà almeno il Berlusconi del 1994, come ipotizza Carlo Stagnaro? Difficile da dire. Per ora il premier non ha annunciato, ma ha solo accennato, seguendo il suo intuito, alla possibilità di ridurre le tasse. Ma non c'è nulla di concreto. Eppure, per tentare di evitare la recessione piuttosto che moltiplicare le garanzie pubbliche o inondare le economie di liquidità, rischiando di far pagare il conto della crisi ai cittadini sotto forma di inflazione, i governi potrebbero agire usando la leva fiscale per lasciare più risorse alle attività produttive, stimolando così la crescita.
Antonio Martino esorta Berlusconi a non ascoltare «i benpensanti, i prudenti, gli indecisi» e a dare «quella scossa fiscale di cui il nostro sistema produttivo da troppo tempo ha inderogabile bisogno».
«Dobbiamo andare in quella direzione con una profonda riforma fiscale e l'adozione di un'unica aliquota d'imposta sul reddito. Solo se faremo dell'Italia un ambiente favorevole agli investimenti ed alle attività produttive potremo sperare di contrastare la crisi produttiva che inevitabilmente seguirà l'attuale crisi finanziaria. Questo va fatto subito, prima che i problemi divengano gravi ed intrattabili. L'economia italiana ha bisogno di uno shock che la stimoli e la svegli, che faccia ripartire lo sviluppo prima dell'arrivo della recessione».Carlo Stagnaro fissa i paletti entro i quali i tagli fiscali sarebbero efficaci: non dovranno avere fini redistributivi, dovranno essere semplici, generalizzati, consistenti.
«Tagliare le tasse non vuol dire limare qualche zero virgola per cento, ma, letteralmente, abbatterle. Una buona idea sarebbe ripartire dal "ganzissimo" progetto tremontiano delle due aliquote, 23 e 33 per cento. Ma qualunque schema può andar bene, purché, appunto, punti allo choc positivo sull'economia».
Sunday, August 26, 2007
Sarkozy e Monti, i duellanti si stimano
Hanno duellato quando il primo era ministro dell'Economia a Parigi e l'altro commissario Ue alla Concorrenza. Poco tempo fa sul Corriere Mario Monti aveva saputo individuare pregi e difetti di Sarkozy, apprezzandone il pragmatismo di stampo liberale, ma impartendo al colbertista presidente francese una lezione in libero mercato, in laissez-faire. Per tutta risposta, Sarkozy lo ha chiamato a far parte della Commissione dell'ex mitterandiano Attali «per la liberazione della crescita francese». Già il nome, nota Monti, «dà l'idea di un Prometeo da svincolare».
In Sarkozy, osserva il presidente della Bocconi, c'è «la voglia di confrontarsi sulla cultura economica e sulla crescita». E' un presidente che si permette di chiedere aiuto a colui che presentò come l'avversario di Bruxelles, «in uno spirito di apertura europea». Qualcosa che manca in Italia, dove né la persona di Monti viene valorizzata né i suoi suggerimenti ascoltati.
Con la sua "rupture" Sarkozy continua a sorprendere, circondandosi di mitterandiani, del radicale Kouchner, cui ha affidato gli Affari Esteri (non il Commercio con l'estero), e coinvolgendo il campione di calcio di colore Patrik Vieira per un programma educativo.
E se in Europa Sarkozy è il difensore dei campioni nazionali, avversario della concorrenza totale, è anche però tra i pochi a criticare la Bce, che con i continui aumenti del costo del denaro è troppo attenta a contenere l'inflazione e poco a favorire la crescita: bisogna ridurre i tassi di interesse, anziché aumentarli come vorrebbero i banchieri centrali, per non limitare l'accesso ai prestiti a famiglie e piccole e medie imprese.
Sul fronte interno forte impulso riformatore: soprattutto la riforma fiscale e il pacchetto legislativo su lavoro, occupazione e potere d'acquisto. Portate dal 20 al 40% le detrazioni sugli interessi dei mutui ipotecari nel primo anno, defiscalizzati gli straordinari e aboliti patrimoniale e diritti di successione.
Il presidente francese ha voluto nella sua commissione sia Monti sia l'ex ministro Franco Bassanini, autore della riforma della pubblica amministrazione. La commissione Attali dovrà studiare delle soluzioni «pragmatiche» per «liberare» la crescita economica. Sette gli esperti stranieri. Oltre ai due italiani, anche la spagnola Ana Palacio, ex ministro degli esteri nel governo Aznar, Pehr Gyllenhamar, ex presidente di Volvo, Peter Brabeck, presidente di Nestlé, economisti come Philippe Aghion (Harvard) e Jean Philippe Cotis, editorialisti come Yves de Kerdrel (Le Figaro) ed Eric Le Boucher (Le Monde).
In Sarkozy, osserva il presidente della Bocconi, c'è «la voglia di confrontarsi sulla cultura economica e sulla crescita». E' un presidente che si permette di chiedere aiuto a colui che presentò come l'avversario di Bruxelles, «in uno spirito di apertura europea». Qualcosa che manca in Italia, dove né la persona di Monti viene valorizzata né i suoi suggerimenti ascoltati.
Con la sua "rupture" Sarkozy continua a sorprendere, circondandosi di mitterandiani, del radicale Kouchner, cui ha affidato gli Affari Esteri (non il Commercio con l'estero), e coinvolgendo il campione di calcio di colore Patrik Vieira per un programma educativo.
E se in Europa Sarkozy è il difensore dei campioni nazionali, avversario della concorrenza totale, è anche però tra i pochi a criticare la Bce, che con i continui aumenti del costo del denaro è troppo attenta a contenere l'inflazione e poco a favorire la crescita: bisogna ridurre i tassi di interesse, anziché aumentarli come vorrebbero i banchieri centrali, per non limitare l'accesso ai prestiti a famiglie e piccole e medie imprese.
Sul fronte interno forte impulso riformatore: soprattutto la riforma fiscale e il pacchetto legislativo su lavoro, occupazione e potere d'acquisto. Portate dal 20 al 40% le detrazioni sugli interessi dei mutui ipotecari nel primo anno, defiscalizzati gli straordinari e aboliti patrimoniale e diritti di successione.
Il presidente francese ha voluto nella sua commissione sia Monti sia l'ex ministro Franco Bassanini, autore della riforma della pubblica amministrazione. La commissione Attali dovrà studiare delle soluzioni «pragmatiche» per «liberare» la crescita economica. Sette gli esperti stranieri. Oltre ai due italiani, anche la spagnola Ana Palacio, ex ministro degli esteri nel governo Aznar, Pehr Gyllenhamar, ex presidente di Volvo, Peter Brabeck, presidente di Nestlé, economisti come Philippe Aghion (Harvard) e Jean Philippe Cotis, editorialisti come Yves de Kerdrel (Le Figaro) ed Eric Le Boucher (Le Monde).
Subscribe to:
Posts (Atom)










