Anche su L'Opinione
C'è un Mario (Monti) usurpatore dei meriti dell'altro Mario (Draghi). Se, infatti, vediamo calare lo spread, per la prima volta dal marzo scorso al di sotto della soglia 300, e i rendimenti del btp decennale, il merito principale va attribuito al Mario che presiede la Bce e non al Mario presidente del Consiglio. Quest'ultimo si mostra compiaciuto del risultato, se ne attribuisce i meriti, rivela che il suo "inconfessato" desiderio è lasciare con lo spread a 287, la metà esatta dei 574 punti trovati al suo ingresso a Palazzo Chigi. I giornali mainstream hanno accreditato l'idea che sia sostanzialmente merito delle politiche del professore, anche se ancora fino al luglio scorso lo spread aveva ripreso a salire e da allora fino ad oggi non si può certo dire che il governo abbia adottato misure eccezionali.
La realtà è che il "mood", l'umore di fondo dei mercati, è cominciato a mutare dopo la ferma presa di posizione di Mario Draghi, il quale proprio nel luglio scorso ha assicurato che la Bce farà tutto il necessario («whatever it takes») per evitare la rottura dell'euro, accompagnando le sue parole con la messa a punto dello scudo anti-spread, un meccanismo d'intervento condizionato, non automatico, ma potenzialmente illimitato, a sostegno del debito dei paesi eurodeboli in difficoltà che dovessero richiederlo accettando di sottoporsi alle condizioni della Bce e del fondo Esm. Un firewall ritenuto per il momento sufficiente dai mercati, i quali in particolare in questi giorni sono rassicurati dal "buyback" di Atene e da un certo ammorbidimento delle posizioni tedesche. Insomma, oggi lo spettro di un default della Grecia e di una rottura dell'euro sembra un più lontano.
In questo senso si può dire che lo spread del novembre scorso non era solo colpa di Berlusconi, ma dipendeva per lo più da fattori esogeni. Merito indiscutibile di Monti, però, è la sua credibilità personale: senza di essa, senza un governo affidabile, con la “fedina politica” immacolata, sarebbe stato politicamente impossibile per Draghi intervenire e per la cancelliera Merkel e gli altri euromembri concederci un'apertura di credito. I meriti del professore, tuttavia, finiscono qui, perché con le politiche del governo tecnico tutti i fondamentali dell'economia italiana sono drammaticamente peggiorati. Non si pretendevano miracoli in un solo anno, ma anche le previsioni per l'anno prossimo sono piuttosto fosche. Questo perché Monti ha scelto una via al risanamento contraria a quella, virtuosa (o meno dannosa), suggerita da Draghi, agendo con tempestività ed efficacia sul lato delle entrate – ma è fin troppo facile inventare e imporre nuove tasse, chiunque può riuscirci – e fallendo, invece, nell'avvio delle riforme strutturali che avrebbero dovuto aiutare il paese a crescere: timide o fasulle liberalizzazioni e semplificazioni; una controriforma quella sul lavoro; a rischio fallimento persino quella delle pensioni, a causa del "cavallo di troia" degli esodati; risibili tagli alla spesa e dismissioni. Insomma, Monti ha – per ora – salvato lo Stato, non gli italiani.
L'economista Zingales suggerisce di sfruttare il momento favorevole per aderire al programma Omt della Bce, mettendo così in sicurezza i nostri sacrifici, proprio perché l'attuale premier gode di una credibilità, agli occhi di Berlino, di cui non godrebbe un governo Bersani-Vendola, e perché immune dai costi politici che la richiesta di aiuti comporta. A meno che Monti non coltivasse l'ambizione di tornare a Palazzo Chigi. In quel caso nemmeno lui potrebbe permetterseli.
Ma i principali fatti della settimana – quello economico, il calo dello spread – e quello politico – il successo di Bersani alle primarie del centrosinistra – rendono più o meno probabile un Monti-bis? Da una parte, aiutato dalla grande stampa, Monti può attribuirsi i meriti del primo e avvalersi del secondo come spauracchio agli occhi di un'ampia fetta di elettorato; dall'altra, lo spread in calo affievolisce il senso di emergenza favorendo il ritorno dei partiti e una doppia, forte legittimazione di Bersani – primarie e politiche – alla guida di un'alleanza Pd-Sel intorno al 30-35% renderebbe problematico negare al leader uscito vincitore dalle urne l'ingresso a Palazzo Chigi.
Se Monti rifiuterà di "politicizzarsi", di schierarsi apertamente in alternativa alla sinistra-sinistra, accontentandosi – come sembra – di fungere, al massimo, da argine o da riserva della Repubblica, le forze di centro e centrodestra si presenteranno in ordine sparso e l'Italia sarà governata da Bersani-Vendola, o ben che vada ci sarà il Monti-bis, ma sostenuto da una maggioranza a trazione Pd-Cgil con la stampella centrista Casini-Montezemolo.
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Wednesday, December 05, 2012
Friday, September 07, 2012
Ma il problema del moral hazard resta
Come prevedibile la stampa nazionale e la politica italiane (nonché i mercati) hanno celebrato enfaticamente il piano Draghi, mentre in Germania sono molto meno contenti. Le polemiche aizzate dalla Bundesbank e da alcune testate sono talmente chiassose e sopra le righe, a tal punto da ignorare gli aspetti del piano che obiettivamente vanno incontro alle preoccupazioni tedesche, da dare l'idea di una vera e propria sollevazione anti-Bce, che a ben vedere non c'è stata. Se il silenzio-assenso da parte del governo Merkel viene criticato dai falchi all'interno della stessa maggioranza, anche il mondo produttivo e la comunità degli economisti sono divisi tra falchi e colombe. Ma non siamo certo noi, con la nostra stampa che titola "IV Reich" o peggio, a poter dare lezioni di sobrietà alla stampa tedesca che parla alla pancia dei suoi lettori.
Draghi ha senz'altro mantenuto fede alle promesse di luglio («faremo tutto quanto necessario per difendere l'euro e, credetemi, sarà abbastanza»). I mercati festeggiano perché forse per la prima volta dall'inizio della crisi si è avuta la dimostrazione concreta della volontà delle istituzioni europee di difendere l'integrità dell'Eurozona. Il combinato disposto di ESM e OTM rappresenta un firewall che quanto meno promette di scongiurare in futuro il caos gestionale della crisi greca. Se altri Paesi entreranno in crisi, da oggi c'è una strada tracciata, una via al commissariamento - più rigido o soft a seconda dei casi, dipenderà dal negoziato politico - che allontana le prospettive di fallimenti traumatici e riduce i rischi di rottura dell'euro.
Ma se è fuori luogo strapparsi i capelli in Germania, lo è altrettanto brindare e darsi ai festeggiamenti in Italia e Spagna, fingendo di ignorare il nodo delle "condizionalità". L'attivazione del programma prevede comunque una forma di commissariamento, anche se soft. Perché il meccanismo messo in piedi da Draghi non regala nulla. Monti ha invocato più volte opportuni «riconoscimenti», in termini di interventi per "calmierare" i rendimenti, dei progressi compiuti nella politica di bilancio e nelle riforme. Ecco, lo scudo Draghi non è nulla di simile. Non è una ricompensa per i "compiti a casa" fatti, né formalmente un aiuto a fronte di condizioni, bensì uno strumento per depurare dallo spread i fattori di rischio estranei alla situazione macroeconomica del singolo Paese. Semplificando si potrebbe dire che lo scudo Draghi è concepito per far rientrare le paure di reversibilità dell'euro piuttosto che per "salvare" Spagna o Italia.
Limitare gli acquisti ai titoli a scadenza da 1 a 3 anni significa monetizzare il meno possibile il debito; evitare di quantificare ex ante i titoli da acquistare e di fissare tetti ai rendimenti vuol dire sì non dare riferimenti agli speculatori, ma anche porre un freno al moral hazard degli Stati. Così come la trasparenza sugli acquisti servirà a mantenere alta la pressione politica su di essi. La «piena sterilizzazione» svuota le critiche tedesche sul rischio inflazione, mentre lo status paritario della Bce nei confronti degli altri creditori rassicura i mercati ma rappresenta dei rischi, che in ultima analisi gravano sulle spalle dei contribuenti europei.
A voler essere onesti, l'accusa alla Bce di mettere i piedi nella politica fiscale non è del tutto infondata, ma lo era di più con il vecchio programma, l'SMP (infatti stoppato dagli euromembri più rigorosi), che con l'OMT. Non solo i tedeschi, anche il Wall Street Journal parla di «giant step into fiscal policy», che «costerà caro all'indipendenza politica della Bce». Diciamo che siamo al limite, a cavallo di un confine molto labile. Se è vera l'interpretazione secondo cui gli spread elevati incorporano distorsioni ormai non tutte dipendenti dalla situazione macroeconomica dei Paesi in difficoltà, allora si pone un problema di efficacia della politica monetaria, che va curato. Oggi sappiamo che in parte è così, ma un domani potremo esserne ugualmente certi?
Di buono c'è che a questo punto la politica non ha più alibi. Il nuovo firewall, se attivato, consentirà ai Paesi in difficoltà di guadagnare tempo per aggiustare il bilancio e approvare le riforme, ma gli acquisti di bond non potranno durare a lungo, perché sarebbe insostenibile politicamente. Ma c'è anche il rischio che, come in passato, il significato dello scudo venga equivocato dalle classi politiche e percepito come una rete di salvataggio pronta a "coprire" il loro moral hazard. La sola prospettiva degli acquisti "calmieranti" potrebbe far calare lo spread "gratuitamente", come in questi due giorni, e allentare quindi la pressione per le riforme e la disciplina di bilancio. In questo caso, i problemi di scarsa crescita e divario di competitività dei Paesi eurodeboli non verrebbero risolti e la rottura dell'euro sarebbe solo rinviata.
Dunque, tornare al business as usual perché tanto la Bce è pronta a soccorrerci sarebbe da pazzi e in caso di richiesta di intervento, che nei prossimi mesi, o settimane, il governo dovrà valutare attentamente, l'ipotesi Monti-bis diventerebbe più che probabile.
Draghi ha senz'altro mantenuto fede alle promesse di luglio («faremo tutto quanto necessario per difendere l'euro e, credetemi, sarà abbastanza»). I mercati festeggiano perché forse per la prima volta dall'inizio della crisi si è avuta la dimostrazione concreta della volontà delle istituzioni europee di difendere l'integrità dell'Eurozona. Il combinato disposto di ESM e OTM rappresenta un firewall che quanto meno promette di scongiurare in futuro il caos gestionale della crisi greca. Se altri Paesi entreranno in crisi, da oggi c'è una strada tracciata, una via al commissariamento - più rigido o soft a seconda dei casi, dipenderà dal negoziato politico - che allontana le prospettive di fallimenti traumatici e riduce i rischi di rottura dell'euro.
Ma se è fuori luogo strapparsi i capelli in Germania, lo è altrettanto brindare e darsi ai festeggiamenti in Italia e Spagna, fingendo di ignorare il nodo delle "condizionalità". L'attivazione del programma prevede comunque una forma di commissariamento, anche se soft. Perché il meccanismo messo in piedi da Draghi non regala nulla. Monti ha invocato più volte opportuni «riconoscimenti», in termini di interventi per "calmierare" i rendimenti, dei progressi compiuti nella politica di bilancio e nelle riforme. Ecco, lo scudo Draghi non è nulla di simile. Non è una ricompensa per i "compiti a casa" fatti, né formalmente un aiuto a fronte di condizioni, bensì uno strumento per depurare dallo spread i fattori di rischio estranei alla situazione macroeconomica del singolo Paese. Semplificando si potrebbe dire che lo scudo Draghi è concepito per far rientrare le paure di reversibilità dell'euro piuttosto che per "salvare" Spagna o Italia.
Limitare gli acquisti ai titoli a scadenza da 1 a 3 anni significa monetizzare il meno possibile il debito; evitare di quantificare ex ante i titoli da acquistare e di fissare tetti ai rendimenti vuol dire sì non dare riferimenti agli speculatori, ma anche porre un freno al moral hazard degli Stati. Così come la trasparenza sugli acquisti servirà a mantenere alta la pressione politica su di essi. La «piena sterilizzazione» svuota le critiche tedesche sul rischio inflazione, mentre lo status paritario della Bce nei confronti degli altri creditori rassicura i mercati ma rappresenta dei rischi, che in ultima analisi gravano sulle spalle dei contribuenti europei.
A voler essere onesti, l'accusa alla Bce di mettere i piedi nella politica fiscale non è del tutto infondata, ma lo era di più con il vecchio programma, l'SMP (infatti stoppato dagli euromembri più rigorosi), che con l'OMT. Non solo i tedeschi, anche il Wall Street Journal parla di «giant step into fiscal policy», che «costerà caro all'indipendenza politica della Bce». Diciamo che siamo al limite, a cavallo di un confine molto labile. Se è vera l'interpretazione secondo cui gli spread elevati incorporano distorsioni ormai non tutte dipendenti dalla situazione macroeconomica dei Paesi in difficoltà, allora si pone un problema di efficacia della politica monetaria, che va curato. Oggi sappiamo che in parte è così, ma un domani potremo esserne ugualmente certi?
Di buono c'è che a questo punto la politica non ha più alibi. Il nuovo firewall, se attivato, consentirà ai Paesi in difficoltà di guadagnare tempo per aggiustare il bilancio e approvare le riforme, ma gli acquisti di bond non potranno durare a lungo, perché sarebbe insostenibile politicamente. Ma c'è anche il rischio che, come in passato, il significato dello scudo venga equivocato dalle classi politiche e percepito come una rete di salvataggio pronta a "coprire" il loro moral hazard. La sola prospettiva degli acquisti "calmieranti" potrebbe far calare lo spread "gratuitamente", come in questi due giorni, e allentare quindi la pressione per le riforme e la disciplina di bilancio. In questo caso, i problemi di scarsa crescita e divario di competitività dei Paesi eurodeboli non verrebbero risolti e la rottura dell'euro sarebbe solo rinviata.
Dunque, tornare al business as usual perché tanto la Bce è pronta a soccorrerci sarebbe da pazzi e in caso di richiesta di intervento, che nei prossimi mesi, o settimane, il governo dovrà valutare attentamente, l'ipotesi Monti-bis diventerebbe più che probabile.
Lo scudo Draghi c'è. Ma la palla passa ai governi
Lo scudo anti-spread c'è, Draghi ha impugnato il "bazooka" che in tanti invocavano, ma il succo è che come previsto non si attiverà in automatico e "gratis", come ricompensa per i progressi compiuti nella politica di bilancio dagli stati in difficoltà, bensì su richiesta formale di questi ultimi e a «severe condizioni». I governi interessati dovranno prima chiedere l'intervento dei fondi Efsf/Esm (quest'ultimo non ancora operativo, in attesa della decisione della Corte costituzionale tedesca), che a sua volta è condizionato alla sottoscrizione di un memorandum di impegni secondo linee guida già previste.
(...)
La contrarietà del presidente della Bundesbank non implica anche quella del governo tedesco, la cui posizione coincide invece con il voto favorevole di un altro membro del direttivo, Joerg Asmussen. «La Bce agisce in modo indipendente, nel quadro del suo mandato», ha dichiarato la cancelliera Merkel apprese le decisioni, pur avvertendo che «tutte le misure necessarie per la stabilità monetaria, come quelle della Bce, non possono sostituire le azioni politiche». Un concetto più volte espresso dallo stesso governatore Draghi: la Bce non può sostituirsi ai governi. Sbagliate, quindi, tutte le ricostruzioni che leggerete e ascolterete sulla Germania «isolata», addirittura umiliata da Draghi. In realtà, il compromesso è il frutto della sintonia e dell'azione combinata di Mario e Angela. Senza la disponibilità alla mediazione di quest'ultima, Draghi avrebbe potuto ben poco.
Dalle modalità operative del programma Omts si deduce che in ultima analisi le «severe condizioni» di cui ha parlato Draghi verranno poste agli stati in sede di attivazione dei fondi Efsf/Esm, quindi in sede politica, dall'Eurogruppo. Se nei memorandum verranno previsti gli impegni già esistenti o condizioni aggiuntive, e se queste saranno severe o morbide, verrà deciso caso per caso. E ovviamente un paese che sta compiendo progressi nel consolidamento fiscale, che sta facendo i suoi "compiti a casa", è ragionevole ritenere che possa strappare condizioni non troppo gravose. Aggiustamento fiscale, riforme e controlli serrati, dunque uno schema non troppo diverso dai piani imposti a Grecia, Portogallo e Irlanda, solo più flessibile. Il nodo delle condizioni verrà sciolto dal negoziato politico, è questa la vera polizza di assicurazione dei tedeschi, e allo stesso tempo il piccolo margine di tolleranza concesso a Spagna e Italia.
Ed ecco perché ora la palla passa ai governi, in primis di Madrid e Roma. Per una duplice ragione. Primo, perché saranno loro a dover decidere se, e quando, chiedere l'intervento dei fondi Efsf/Esm, il solo modo per attivare anche gli acquisti "calmieranti" da parte della Bce; secondo, perché il "bazooka", la cui attivazione è comunque politicamente costosa, resta una toppa, un modo per guadagnare tempo, ma da solo non può risolvere tutti i problemi. Restano essenziali l'attuazione del fiscal compact e le riforme strutturali per migliorare la competitività e rilanciare la crescita.
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(...)
La contrarietà del presidente della Bundesbank non implica anche quella del governo tedesco, la cui posizione coincide invece con il voto favorevole di un altro membro del direttivo, Joerg Asmussen. «La Bce agisce in modo indipendente, nel quadro del suo mandato», ha dichiarato la cancelliera Merkel apprese le decisioni, pur avvertendo che «tutte le misure necessarie per la stabilità monetaria, come quelle della Bce, non possono sostituire le azioni politiche». Un concetto più volte espresso dallo stesso governatore Draghi: la Bce non può sostituirsi ai governi. Sbagliate, quindi, tutte le ricostruzioni che leggerete e ascolterete sulla Germania «isolata», addirittura umiliata da Draghi. In realtà, il compromesso è il frutto della sintonia e dell'azione combinata di Mario e Angela. Senza la disponibilità alla mediazione di quest'ultima, Draghi avrebbe potuto ben poco.
Dalle modalità operative del programma Omts si deduce che in ultima analisi le «severe condizioni» di cui ha parlato Draghi verranno poste agli stati in sede di attivazione dei fondi Efsf/Esm, quindi in sede politica, dall'Eurogruppo. Se nei memorandum verranno previsti gli impegni già esistenti o condizioni aggiuntive, e se queste saranno severe o morbide, verrà deciso caso per caso. E ovviamente un paese che sta compiendo progressi nel consolidamento fiscale, che sta facendo i suoi "compiti a casa", è ragionevole ritenere che possa strappare condizioni non troppo gravose. Aggiustamento fiscale, riforme e controlli serrati, dunque uno schema non troppo diverso dai piani imposti a Grecia, Portogallo e Irlanda, solo più flessibile. Il nodo delle condizioni verrà sciolto dal negoziato politico, è questa la vera polizza di assicurazione dei tedeschi, e allo stesso tempo il piccolo margine di tolleranza concesso a Spagna e Italia.
Ed ecco perché ora la palla passa ai governi, in primis di Madrid e Roma. Per una duplice ragione. Primo, perché saranno loro a dover decidere se, e quando, chiedere l'intervento dei fondi Efsf/Esm, il solo modo per attivare anche gli acquisti "calmieranti" da parte della Bce; secondo, perché il "bazooka", la cui attivazione è comunque politicamente costosa, resta una toppa, un modo per guadagnare tempo, ma da solo non può risolvere tutti i problemi. Restano essenziali l'attuazione del fiscal compact e le riforme strutturali per migliorare la competitività e rilanciare la crescita.
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Wednesday, September 05, 2012
Si tratta ancora sullo scudo anti-spread: il nodo delle condizioni
L'intervento congiunto Esm-Bce dev'essere sollecitato dagli stati in difficoltà e subordinato all'accettazione di severe condizioni, come delineato nelle scorse settimane da Mario Draghi e come si aspetta la cancelliera Merkel, o deve scattare con un certo automatismo sulla base delle autonome valutazioni dell'istituzione di Francoforte? E le eventuali condizioni verrebbero poste dall'Eurogruppo o dalla Bce? Nella conferenza stampa di ieri al termine del loro incontro a Villa Madama il presidente francese Hollande e il premier Mario Monti sono stati piuttosto vaghi su questo punto, lasciando intendere di voler restare fedeli a quanto deciso al Consiglio europeo del 28-29 giugno, nelle cui conclusioni si parlava di memorandum d'intesa ma non di condizioni aggiuntive rispetto agli impegni di bilancio già assunti dai singoli paesi in sede Ue e rispetto alle riforme/manovre in via di attuazione.
(...)
L'impressione è che le modalità di attivazione e le condizioni del meccanismo anti-spread siano ancora il tema più dibattuto tra le cancellerie e all’interno del board della Bce. «Fare i compiti a casa è necessario, ma non sufficiente», ha avvertito Monti: «Occorre che via via che una paese realizza progressi nella propria politica economica ci sia un riconoscimento dell'Unione europea affinché non persistano spread privi di riferimento con l'andamento economico e finanziario sottostante». Una frase da cui sembra di capire che il premier italiano auspichi un certo automatismo nelle azioni calmieranti sui rendimenti dei titoli sovrani. La Bce «ha già dato linee guida» sui suoi eventuali interventi e deciderà in «piena autonomia», ha osservato Hollande. Ma nella sua autonomia Draghi sembra aver già deciso che le condizioni ci saranno e saranno severe.
(...)
«Non riusciamo a perseguire la stabilità dei prezzi con l'attuale frammentazione dell'area euro, perché i cambiamenti dei tassi d'interesse si riflettono solo ad uno, o due paesi al massimo», ha spiegato lo stesso Draghi in un'audizione a porte chiuse al Parlamento europeo, secondo le trascrizioni citate da Bloomberg. Nel momento in cui i differenziali, i cui livelli sono in parte ingiustificati, compromettono, se non addirittura annullano, l'efficacia della politica monetaria della Bce, ecco che gli acquisti di bond si rendono necessari, ha avvertito Draghi, hanno a che fare «con il proseguimento dell'esistenza dell'euro».
(...)
Persino i membri più rigidi del board Bce non si oppongono più alla ripresa degli acquisti, essendo ormai ritenuti essenziali per non vanificare la politica monetaria, ma quasi certamente non saranno incondizionati. Le aspettative (sui mercati e in Italia) per la riunione di giovedì del board Bce sono probabilmente eccessive. Anche se fossero messe a punto nel dettaglio le linee guida dei piani di intervento anti-spread, la quantità di titoli da acquistare e i rendimenti ritenuti "equi" per i bond italiani e spagnoli non saranno resi noti. Difficilmente Draghi dirà quando e a quali condizioni la Bce procederà agli acquisti. Perché vorrà valutare caso per caso, a seconda delle situazioni, e perché l'efficacia degli interventi richiede che siano di difficile previsione per i mercati, in modo da non dare vantaggi agli speculatori.
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L'impressione è che le modalità di attivazione e le condizioni del meccanismo anti-spread siano ancora il tema più dibattuto tra le cancellerie e all’interno del board della Bce. «Fare i compiti a casa è necessario, ma non sufficiente», ha avvertito Monti: «Occorre che via via che una paese realizza progressi nella propria politica economica ci sia un riconoscimento dell'Unione europea affinché non persistano spread privi di riferimento con l'andamento economico e finanziario sottostante». Una frase da cui sembra di capire che il premier italiano auspichi un certo automatismo nelle azioni calmieranti sui rendimenti dei titoli sovrani. La Bce «ha già dato linee guida» sui suoi eventuali interventi e deciderà in «piena autonomia», ha osservato Hollande. Ma nella sua autonomia Draghi sembra aver già deciso che le condizioni ci saranno e saranno severe.
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«Non riusciamo a perseguire la stabilità dei prezzi con l'attuale frammentazione dell'area euro, perché i cambiamenti dei tassi d'interesse si riflettono solo ad uno, o due paesi al massimo», ha spiegato lo stesso Draghi in un'audizione a porte chiuse al Parlamento europeo, secondo le trascrizioni citate da Bloomberg. Nel momento in cui i differenziali, i cui livelli sono in parte ingiustificati, compromettono, se non addirittura annullano, l'efficacia della politica monetaria della Bce, ecco che gli acquisti di bond si rendono necessari, ha avvertito Draghi, hanno a che fare «con il proseguimento dell'esistenza dell'euro».
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Persino i membri più rigidi del board Bce non si oppongono più alla ripresa degli acquisti, essendo ormai ritenuti essenziali per non vanificare la politica monetaria, ma quasi certamente non saranno incondizionati. Le aspettative (sui mercati e in Italia) per la riunione di giovedì del board Bce sono probabilmente eccessive. Anche se fossero messe a punto nel dettaglio le linee guida dei piani di intervento anti-spread, la quantità di titoli da acquistare e i rendimenti ritenuti "equi" per i bond italiani e spagnoli non saranno resi noti. Difficilmente Draghi dirà quando e a quali condizioni la Bce procederà agli acquisti. Perché vorrà valutare caso per caso, a seconda delle situazioni, e perché l'efficacia degli interventi richiede che siano di difficile previsione per i mercati, in modo da non dare vantaggi agli speculatori.
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Saturday, August 04, 2012
Il "Lodo" Draghi mette in fuori gioco il Pds Bersani-Vendola
(...)
Bazooka sì, quindi, ma nessuna scappatoia per Spagna e Italia: dovranno chiedere gli aiuti e fare le riforme. Sarebbe impensabile, infatti, far digerire ai tedeschi l'acquisto di bond da parte della Bce senza allinearsi alla loro politica di stringenti condizionalità. Condizionando il proprio intervento alla richiesta di soccorso ai fondi salva-stati, quindi all'iniziativa dei leader politici dei paesi interessati, la Bce mantiene le mani libere: nessun acquisto sarà automatico o "dovuto". Un margine di incertezza che responsabilizza sia i mercati sia i politici, e che soprattutto preserva la funzione di stimolo, di pressione sui governi, esercitata dai mercati attraverso lo spread (nella cui efficacia Berlino crede fermamente).
Le condizioni che si vanno delineando per l'attivazione dello scudo anti-spread – richiesta formale e firma del memorandum – sembrano mettere in fuori gioco l'alleanza elettorale Pd-Sel, il nuovo Pds ("Polo della speranza"), a cui sta faticosamente lavorando Pierluigi Bersani. La "Carta d'intenti" del Pd (un'analisi approfondita è uscita su queste pagine due giorni fa), che getta le basi per l'intesa programmatica tra i due partiti, è un manifesto di discontinuità, nemmeno troppo sfumata, rispetto all'"agenda Monti". Certo, l'Europa è il «nostro posto», non c'è alcuna strizzata d'occhio alle pulsioni antieuro, ma Bersani è convinto di poter restare ancorato alla visione di un'Italia saldamente nell'euro, con un ruolo da protagonista nell'Ue, attuando politiche da sinistra novecentesca. Gli "intenti" del Pd, sommati a quelli ancor più esplicitamente anti-montiani enunciati da Vendola, delineano un'alleanza che esprime una politica di sinistra "identitaria" per fare il pieno di voti a sinistra, pronta eventualmente a contaminarsi con le istanze montiane dell'Udc dopo il voto, se necessario per formare una maggioranza parlamentare. Ma in questo modo rischiando una riedizione dei conflitti interni all'Unione prodiana.
Un'alleanza siffatta sarebbe "unfit" a rispettare gli impegni eventualmente assunti dall'Italia con Ue e Bce a seguito della richiesta di attivazione dello scudo, che potrebbe essere avanzata già a settembre. Ecco perché il "lodo" Draghi (bazooka della Bce sì, ma a condizioni "tedesche") mette in fuori gioco la coppia Bersani-Vendola e aumenta invece le chance di un Monti-bis dopo il voto, l'unica prospettiva, al momento, che renderebbe credibile il rispetto degli impegni da parte del nostro paese.
Se dopo le parole di Draghi possiamo essere ragionevolmente ottimisti sullo scudo europeo, ora serve immediatamente uno scudo anti-spread italiano: un programma credibile e concreto per l'abbattimento, in tempi ragionevoli, dello stock di debito pubblico e una riduzione della spesa pubblica tale da permettere di ridurre gradualmente ma sensibilmente la pressione fiscale. Una proposta di abbattimento del debito è giunta nei giorni scorsi dal Pdl e finirà sul tavolo di Monti: un piano da 400 miliardi, il quadruplo di quello di Grilli (15-20 miliardi l'anno per 5 anni), per riportare il debito sotto il 100%.
Ma c'è uno strano spread tra Pdl e Pd: il Pdl soffre di scarsa credibilità, paradossalmente il Pd di troppa credibilità. Nel senso che il Pdl, pur avendo di recente formulato una proposta articolata e interessante per l'abbattimento del debito e la riduzione delle tasse, ha dimostrato al governo di non saper mantenere le proprie promesse e, anzi, di fare l'esatto contrario. Il Pd, al contrario, quando minaccia la patrimoniale, quando promette investimenti e dirigismo (quindi più spesa), quando parla di "redistribuzione" e di gestione pubblica dei "beni comuni", può essere creduto sulla parola, ma se lasciato fare ci porterebbe dritti in Grecia.
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Bazooka sì, quindi, ma nessuna scappatoia per Spagna e Italia: dovranno chiedere gli aiuti e fare le riforme. Sarebbe impensabile, infatti, far digerire ai tedeschi l'acquisto di bond da parte della Bce senza allinearsi alla loro politica di stringenti condizionalità. Condizionando il proprio intervento alla richiesta di soccorso ai fondi salva-stati, quindi all'iniziativa dei leader politici dei paesi interessati, la Bce mantiene le mani libere: nessun acquisto sarà automatico o "dovuto". Un margine di incertezza che responsabilizza sia i mercati sia i politici, e che soprattutto preserva la funzione di stimolo, di pressione sui governi, esercitata dai mercati attraverso lo spread (nella cui efficacia Berlino crede fermamente).
Le condizioni che si vanno delineando per l'attivazione dello scudo anti-spread – richiesta formale e firma del memorandum – sembrano mettere in fuori gioco l'alleanza elettorale Pd-Sel, il nuovo Pds ("Polo della speranza"), a cui sta faticosamente lavorando Pierluigi Bersani. La "Carta d'intenti" del Pd (un'analisi approfondita è uscita su queste pagine due giorni fa), che getta le basi per l'intesa programmatica tra i due partiti, è un manifesto di discontinuità, nemmeno troppo sfumata, rispetto all'"agenda Monti". Certo, l'Europa è il «nostro posto», non c'è alcuna strizzata d'occhio alle pulsioni antieuro, ma Bersani è convinto di poter restare ancorato alla visione di un'Italia saldamente nell'euro, con un ruolo da protagonista nell'Ue, attuando politiche da sinistra novecentesca. Gli "intenti" del Pd, sommati a quelli ancor più esplicitamente anti-montiani enunciati da Vendola, delineano un'alleanza che esprime una politica di sinistra "identitaria" per fare il pieno di voti a sinistra, pronta eventualmente a contaminarsi con le istanze montiane dell'Udc dopo il voto, se necessario per formare una maggioranza parlamentare. Ma in questo modo rischiando una riedizione dei conflitti interni all'Unione prodiana.
Un'alleanza siffatta sarebbe "unfit" a rispettare gli impegni eventualmente assunti dall'Italia con Ue e Bce a seguito della richiesta di attivazione dello scudo, che potrebbe essere avanzata già a settembre. Ecco perché il "lodo" Draghi (bazooka della Bce sì, ma a condizioni "tedesche") mette in fuori gioco la coppia Bersani-Vendola e aumenta invece le chance di un Monti-bis dopo il voto, l'unica prospettiva, al momento, che renderebbe credibile il rispetto degli impegni da parte del nostro paese.
Se dopo le parole di Draghi possiamo essere ragionevolmente ottimisti sullo scudo europeo, ora serve immediatamente uno scudo anti-spread italiano: un programma credibile e concreto per l'abbattimento, in tempi ragionevoli, dello stock di debito pubblico e una riduzione della spesa pubblica tale da permettere di ridurre gradualmente ma sensibilmente la pressione fiscale. Una proposta di abbattimento del debito è giunta nei giorni scorsi dal Pdl e finirà sul tavolo di Monti: un piano da 400 miliardi, il quadruplo di quello di Grilli (15-20 miliardi l'anno per 5 anni), per riportare il debito sotto il 100%.
Ma c'è uno strano spread tra Pdl e Pd: il Pdl soffre di scarsa credibilità, paradossalmente il Pd di troppa credibilità. Nel senso che il Pdl, pur avendo di recente formulato una proposta articolata e interessante per l'abbattimento del debito e la riduzione delle tasse, ha dimostrato al governo di non saper mantenere le proprie promesse e, anzi, di fare l'esatto contrario. Il Pd, al contrario, quando minaccia la patrimoniale, quando promette investimenti e dirigismo (quindi più spesa), quando parla di "redistribuzione" e di gestione pubblica dei "beni comuni", può essere creduto sulla parola, ma se lasciato fare ci porterebbe dritti in Grecia.
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Friday, August 03, 2012
Il bazooka c'è, ma non gratis: su richiesta e condizionato
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Nessun automatismo nell'attivazione dello scudo anti-spread, che dipende, invece, dalla richiesta degli stati interessati con tutte le condizionalità previste. E' questo il nodo politico: lo scudo come meccanismo di stabilità che scatta in modo autonomo, o come forma di "salvataggio", quindi su richiesta e condizionato? Le aspettative innescate dal discorso di Draghi del 26 luglio a Londra - che forse perché inaspettato, o perché così volitivo («la Bce è pronta a fare tutto il necessario per preservare l'euro e, credetemi, sarà abbastanza»), aveva rassicurato i mercati e allentato le tensioni sui titoli di stato - si sono infrante ieri sulle sue parole al termine del direttorio della Bce, provocando il nuovo tonfo in Borsa (-4,6%) e il rialzo dello spread (511). «Nessuna retromarcia», assicura Draghi. Solo che i mercati avevano interpretato le sue parole di una settimana fa come il segnale di un prossimo intervento della Bce sui mercati obbligazionari di Spagna e Italia, ma in realtà, fa notare, non c’era alcun riferimento esplicito ad una ripresa degli acquisti di bond.
Consapevole che gli spread sono «eccezionalmente alti», a livelli «inaccettabili», a causa delle paure di reversibilità dell'euro, Draghi ha ribadito che la moneta unica è «irreversibile» e che l'intenzione di «fare di tutto» per preservarla c'è ed è «unanime». Questo solenne impegno dovrà bastare a dissuadere gli speculatori nel mese di agosto, perché la «decisione finale» sugli interventi della Bce sarà presa solo «nelle prossime settimane» (a settembre). L'accordo con i tedeschi sulle modalità ancora non c'è. Draghi ha ripetuto che la Bce «nell'ambito del suo mandato per mantenere la stabilità dei prezzi nel medio termine e in osservanza della sua indipendenza nel determinare la politica monetaria, può eseguire operazioni di mercato di una dimensione adeguata a raggiungere il suo obiettivo». Ma sugli acquisti di bond, ha avvertito, restano le note «riserve» della Bundesbank, forse un vero e proprio veto. Quindi i negoziati continuano. Al momento, la situazione è che prima deve arrivare la richiesta formale di assistenza da parte di Spagna e Italia, e solo dopo la Bce si affiancherebbe al fondo salva-Stati (Efsf o Esm) con gli acquisti di bond sul mercato secondario, i quali sarebbero concentrati sui titoli a breve scadenza e non sui decennali. Da qui la raccomandazione ai governi di «tenersi pronti» a inoltrare la richiesta.
Come riferito dalla "Sueddeutsche Zeitung", Draghi pensa ad una «doppia strategia», «un'azione concertata» tra Bce e fondo salva-stati. Quest'ultimo acquisterebbe i titoli direttamente dai governi, alle aste, mentre la Bce sul mercato secondario. Dalle parole di Monti pare di capire che il nostro governo spera nella seconda opzione, senza passare per una richiesta esplicita, ma il premier, alla vigilia del vertice del 29 giugno, e da allora in altre occasioni, non ha nemmeno escluso la richiesta d'aiuto. L'Italia, ha detto ieri da Madrid, «non ha bisogno di alcun salvataggio», ha i conti a posto, e al momento «non c'è alcuna intenzione» di chiedere l'attivazione dello scudo, ma «ci riserviamo di valutare azioni di accompagnamento» per far calare gli spread.
Ricapitolando: Monti distingue tra salvataggio, di cui l'Italia non ha bisogno, e strumento per raffreddare lo spread, per la stabilità dell'Eurozona. Per i tedeschi invece è la stessa cosa, da attivare previa richiesta formale di aiuto e firma del memorandum d'intesa, che porta al monitoraggio Commissione Ue-Bce. La posizione di Monti - compiti a casa da una parte, «soluzione europea» per calmierare lo spread dall'altra, per dare tempo alle riforme di produrre i loro effetti - sembra ragionevole. Il problema è che non abbiamo ancora compreso che i soldi della Bce non sono la soluzione alla crisi, ma solo uno strumento per guadagnare tempo. Strumento che non può durare all'infinito. Fino ad oggi, purtroppo, ad ogni calo dello spread si è puntualmente registrato un rallentamento, o annacquamento, delle riforme, a conferma dei pregiudizi tedeschi.
Nessun automatismo nell'attivazione dello scudo anti-spread, che dipende, invece, dalla richiesta degli stati interessati con tutte le condizionalità previste. E' questo il nodo politico: lo scudo come meccanismo di stabilità che scatta in modo autonomo, o come forma di "salvataggio", quindi su richiesta e condizionato? Le aspettative innescate dal discorso di Draghi del 26 luglio a Londra - che forse perché inaspettato, o perché così volitivo («la Bce è pronta a fare tutto il necessario per preservare l'euro e, credetemi, sarà abbastanza»), aveva rassicurato i mercati e allentato le tensioni sui titoli di stato - si sono infrante ieri sulle sue parole al termine del direttorio della Bce, provocando il nuovo tonfo in Borsa (-4,6%) e il rialzo dello spread (511). «Nessuna retromarcia», assicura Draghi. Solo che i mercati avevano interpretato le sue parole di una settimana fa come il segnale di un prossimo intervento della Bce sui mercati obbligazionari di Spagna e Italia, ma in realtà, fa notare, non c’era alcun riferimento esplicito ad una ripresa degli acquisti di bond.
Consapevole che gli spread sono «eccezionalmente alti», a livelli «inaccettabili», a causa delle paure di reversibilità dell'euro, Draghi ha ribadito che la moneta unica è «irreversibile» e che l'intenzione di «fare di tutto» per preservarla c'è ed è «unanime». Questo solenne impegno dovrà bastare a dissuadere gli speculatori nel mese di agosto, perché la «decisione finale» sugli interventi della Bce sarà presa solo «nelle prossime settimane» (a settembre). L'accordo con i tedeschi sulle modalità ancora non c'è. Draghi ha ripetuto che la Bce «nell'ambito del suo mandato per mantenere la stabilità dei prezzi nel medio termine e in osservanza della sua indipendenza nel determinare la politica monetaria, può eseguire operazioni di mercato di una dimensione adeguata a raggiungere il suo obiettivo». Ma sugli acquisti di bond, ha avvertito, restano le note «riserve» della Bundesbank, forse un vero e proprio veto. Quindi i negoziati continuano. Al momento, la situazione è che prima deve arrivare la richiesta formale di assistenza da parte di Spagna e Italia, e solo dopo la Bce si affiancherebbe al fondo salva-Stati (Efsf o Esm) con gli acquisti di bond sul mercato secondario, i quali sarebbero concentrati sui titoli a breve scadenza e non sui decennali. Da qui la raccomandazione ai governi di «tenersi pronti» a inoltrare la richiesta.
Come riferito dalla "Sueddeutsche Zeitung", Draghi pensa ad una «doppia strategia», «un'azione concertata» tra Bce e fondo salva-stati. Quest'ultimo acquisterebbe i titoli direttamente dai governi, alle aste, mentre la Bce sul mercato secondario. Dalle parole di Monti pare di capire che il nostro governo spera nella seconda opzione, senza passare per una richiesta esplicita, ma il premier, alla vigilia del vertice del 29 giugno, e da allora in altre occasioni, non ha nemmeno escluso la richiesta d'aiuto. L'Italia, ha detto ieri da Madrid, «non ha bisogno di alcun salvataggio», ha i conti a posto, e al momento «non c'è alcuna intenzione» di chiedere l'attivazione dello scudo, ma «ci riserviamo di valutare azioni di accompagnamento» per far calare gli spread.
Ricapitolando: Monti distingue tra salvataggio, di cui l'Italia non ha bisogno, e strumento per raffreddare lo spread, per la stabilità dell'Eurozona. Per i tedeschi invece è la stessa cosa, da attivare previa richiesta formale di aiuto e firma del memorandum d'intesa, che porta al monitoraggio Commissione Ue-Bce. La posizione di Monti - compiti a casa da una parte, «soluzione europea» per calmierare lo spread dall'altra, per dare tempo alle riforme di produrre i loro effetti - sembra ragionevole. Il problema è che non abbiamo ancora compreso che i soldi della Bce non sono la soluzione alla crisi, ma solo uno strumento per guadagnare tempo. Strumento che non può durare all'infinito. Fino ad oggi, purtroppo, ad ogni calo dello spread si è puntualmente registrato un rallentamento, o annacquamento, delle riforme, a conferma dei pregiudizi tedeschi.
Thursday, August 02, 2012
Il difficile equilibrio dello spread
Non ha tutti i torti Mario Monti quando, da Helsinki, avverte che se lo spread dovesse rimanere a questo livello per qualche tempo, rischieremmo di vedere al potere in Italia un governo euroscettico e non orientato alla disciplina di bilancio. Il discorso ha senso economicamente, perché tassi troppo alti rischiano di vanificare l'effetto positivo delle riforme, e politicamente, perché se i cittadini non toccano con mano i frutti dei loro sacrifici, c'è il rischio di una crisi di rigetto della terapia. Però è innegabile l'esistenza di un'altra faccia della medaglia, come ammette lo stesso Monti: solo i tassi di interesse alti, quindi sotto la costante minaccia del default/commissariamento, sembrano costringere i governi a fare le riforme e le opinioni pubbliche ad accettarle. E non è, purtroppo, una storia del passato, come vorrebbe far credere il nostro premier. E' accaduto fino allo scorso marzo. Appena lo spread è calato di un centinaio di punti (per effetto dei presiti della Bce e non delle riforme), rimanendo comunque a livelli tali da non permettere una ripresa dell'economia e quindi l'uscita dalla crisi, il governo e i partiti si sono "rilassati". Da qui, in particolare, il cedimento ai sindacati e al Pd sulla cruciale riforma del mercato del lavoro, pesantemente sanzionato dai mercati e dai media della finanza internazionale.
La tesi secondo cui non è l'Italia, che sta facendo bene i suoi "compiti a casa", ad aver bisogno di aiuto, ma sono i mercati a non funzionare al meglio perché non riconoscono i progressi compiuti, è molto pericolosa. Perché di solito sono i politici a sovrastimare il loro operato e a identificare al di fuori del governo le cause del problema. La Commissione Ue può anche promuovere a pieni voti le politiche di un Paese, ma a rifinanziare il debito di quel Paese sono i mercati, non Bruxelles.
La strategia definita nell'incontro con il premier finlandese Katainen del «doppio binario» - da una parte «sforzi indefessi nel fare i compiti a casa nel proprio Paese», dall'altra, allo stesso tempo, una «soluzione europea» per calmierare lo spread, in modo da dare tempo alle riforme di produrre i loro effetti - sembra ragionevole ed equilibrata. Il punto, però, è che i politici, e le opinioni pubbliche, dei Paesi interessati - Spagna e Italia - devono aver ben chiaro che i soldi della Bce non sono la soluzione alla crisi, ma solo uno strumento per guadagnare tempo. Strumento che non può durare all'infinito. Fino ad oggi, purtroppo, sembrano non averlo ancora compreso e ad ogni calo dello spread si è puntualmente registrato un rallentamento, o annacquamento, delle riforme, a conferma dei pregiudizi tedeschi.
La tesi secondo cui non è l'Italia, che sta facendo bene i suoi "compiti a casa", ad aver bisogno di aiuto, ma sono i mercati a non funzionare al meglio perché non riconoscono i progressi compiuti, è molto pericolosa. Perché di solito sono i politici a sovrastimare il loro operato e a identificare al di fuori del governo le cause del problema. La Commissione Ue può anche promuovere a pieni voti le politiche di un Paese, ma a rifinanziare il debito di quel Paese sono i mercati, non Bruxelles.
La strategia definita nell'incontro con il premier finlandese Katainen del «doppio binario» - da una parte «sforzi indefessi nel fare i compiti a casa nel proprio Paese», dall'altra, allo stesso tempo, una «soluzione europea» per calmierare lo spread, in modo da dare tempo alle riforme di produrre i loro effetti - sembra ragionevole ed equilibrata. Il punto, però, è che i politici, e le opinioni pubbliche, dei Paesi interessati - Spagna e Italia - devono aver ben chiaro che i soldi della Bce non sono la soluzione alla crisi, ma solo uno strumento per guadagnare tempo. Strumento che non può durare all'infinito. Fino ad oggi, purtroppo, sembrano non averlo ancora compreso e ad ogni calo dello spread si è puntualmente registrato un rallentamento, o annacquamento, delle riforme, a conferma dei pregiudizi tedeschi.
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