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Thursday, May 19, 2016

Una grande, forse irripetibile occasione sciupata

Tante battaglie. Alcune vinte, ma troppo poche. E alcune nemmeno battaglie ma poco più che scorribande. Altre, è stata già una vittoria averle combattute, in questo Paese. Ma la guerra - e ammetterlo, riconoscerlo, non diminuisce la sua grandezza - è persa. Basta guardare all'Italia oggi, a come è ridotto questo Paese, dall'"alto" della sua classe dirigente fino al "basso" della più dimenticata periferia... Un Paese rimbambito, rammollito, assuefatto agli opposti e convergenti statalismi. Statalismi di lotta e di governo. Un Paese che probabilmente è ancora più illiberale oggi di come Pannella l'ha trovato all'inizio della sua storia politica. Un Paese in cui per tentare di far passare qualcosa di liberale bisogna far ricorso all'argomento della mera convenienza pratica, non alla forza, dirompente, dell'idea stessa di libertà, che così poco evidentemente riesce a far presa sugli italiani...

Guai quindi a lasciarsi confondere dalle commemorazioni. Celebrare conquiste e vittorie di Pannella è fuori luogo, significherebbe accontentarsi, scambiare per libertà qualche lumicino flebile e intermittente acceso nelle tenebre... Troppo poco rispetto agli sforzi, enormi, profusi. Pannella è stato sì un gigante. Ma forse più di vita e di libertà, che di politica e liberalismo. Di errori ne ha commessi, ma va detto che le forze avversarie erano soverchianti e quelle alleate non alla sua altezza. Purtroppo, l'amarezza di questo giorno è resa ancora più profonda dal dover constatare, con tutta onestà, che Pannella ci lascia più testimonianza che reale cambiamento in senso liberale. Pannella è quello che ha (quasi sempre) ragione, e con decenni di anticipo, ma non quello che vince. Resta l'amaro in bocca di una grande, forse irripetibile occasione sciupata.

Ma si sa, che la vita è un brivido che vola via
è tutto un equilibrio sopra la follia.
Forse è stato questo il senso del suo vagare, forse era giusto così...
Ed era sbagliato aspettarsi qualcosa di più e qualcosa di diverso.
Ma è stato comunque un bel rumore. Ciao Marco.

Wednesday, June 18, 2008

L'obbligatorietà alla base del "caso giustizia" in Italia

C'è da rimanere allibiti da alcune obiezioni sugli emendamenti Vizzini-Berselli sollevate da il Riformista, da alcuni senatori, tra cui ex magistrati, intervistati da Radio Radicale, e dalla vicepresidente del Senato, Emma Bonino, in aula. Si obietta che invece di accelerarli si sospendono i processi, senza tener conto del triste e pericoloso fenomeno dell'«indulto di fatto». Già oggi molti processi rischiano la prescrizione, verranno non solo sospesi, ma cancellati de facto, con l'unica differenza che ciò avverrà senza criteri, secondo il capriccio del caso o la discrezionalità birichina dei magistrati. Una politica giudiziaria significa, invece, stabilire che hanno priorità quei processi in cui gli imputati sono già in galera (quindi innocenti: presunti tali secondo la Costituzione, riconosciuti tali nella maggior parte dei casi secondo le statistiche); e quei processi con i capi d'imputazione più gravi, in modo che la prescrizione (e la scarcerazione) riguardi semmai un ladro di polli piuttosto che un mafioso. E questo riguarda eccome la sicurezza, rendendo gli emendamenti omogenei alla materia del decreto.

Si protesta per il fatto che il decreto non corrisponde più al testo firmato dal presidente Napolitano. Ma qualsiasi studente di giurisprudenza al primo anno sa che in sede di conversione i decreti diventano legge e il Parlamento ha il potere di emendarli come vuole, mentre il testo già in vigore è quello stesso firmato dal presidente e rimarrà tale, non emendato, fino alla promulgazione della legge di conversione. Toccherà comunque di nuovo a Napolitano promulgare la legge (ed effettuare il controllo di costituzionalità che gli spetta).

Ciò che si propone di fare il legislatore con gli emendamenti Vizzini-Berselli l'hanno fatto a suo tempo Zagrebelsky e Maddalena. Lo stesso procuratore Maddalena racconta a il Giornale della sua discussa circolare con cui due anni fa i procedimenti «azzoppati» dall'indulto venivano messi in coda, dando la precedenza agli altri: «Il vecchio codice, seguito sul punto anche dal nuovo, dava criteri di priorità e assegnava una corsia preferenziale ai processi con detenuti» e su reati di particolare gravità. Dunque, stabilire delle priorità non sarebbe neanche in contrasto con l'obbligatorietà dell'azione penale.

Cosa dovrebbe fare un magistrato, o qualsiasi funzionario pubblico, nel momento in cui si accorgesse che una norma costituzionale è fisicamente, oggettivamente impossibile da rispettare. In attesa che cambi, opta per l'opportuno: «Ho preso atto dell'impossibilità di celebrare tutti i processi».

Il punto è proprio questo. L'obbligatorietà è un assoluto impossibile da rispettare. E' come se la costituzione imponesse l'ubiquità. Attualmente da questo non senso giuridico si esce in due modi. Ci sono magistrati come Maddalena, che responsabilmente danno a se stessi, o alle loro strutture, criteri di opportunità; ci sono magistrati che ci marciano, che approfittano della loro autonomia per trarne profitto per loro stessi o la categoria, senza esserne chiamati a rispondere in prima persona. Per costoro è più comodo pescare dal mazzo l'inchiesta sui paparazzi e le veline, che ti dà notorietà e magari ti fa trovare una bella moglie, piuttosto che rischiare le lupare; è più comodo aspettare che di intercettazione in intercettazione esca fuori il nome di un politico; è più appagante attribuirsi un ruolo politico, difendere il potere della propria corporazione dagli attacchi di un governo che ne minaccia i privilegi.

Wednesday, June 04, 2008

Il saluto di De Marchi

Qui la lettera di commiato di Luigi De Marchi agli ascoltatori di Radio Radicale. La sua rubrica del lunedì e del venerdì mattina, dopo il notiziario, è stata cancellata. Sul forum di Radicali.it il direttore Bordin ha però parlato di «trattative con De Marchi per un nuovo programma, in un'altra fascia oraria». In ogni caso, continueremo a seguire De Marchi sul suo blog, sperando che il professore non sottovaluti le potenzialità dello strumento.

Thursday, March 20, 2008

Alla manifestazione, senza illuderci né dimenticare

Da Ideazione.com

Probabilmente quanto doveva accadere in Tibet è già accaduto da un bel pezzo. Facile per Pechino soddisfare gli appelli a porre fine alla repressione, ora che non c'è più niente da reprimere. Il più è fatto e si ha il sospetto che l'ultimatum fosse poco più che un inganno per i tibetani e un diversivo per l'Occidente. Mentre tutti aspettavano la mezzanotte di lunedì (le 17 in Italia), il grosso delle retate si scatenava già tra sabato e domenica, come qualche immagine ha documentato. A meno di una settimana dall'inizio delle proteste, Pechino è già riuscita a rimettere sotto il suo tallone la testa dei tibetani, per di più al riparo da occhi indiscreti, assestando un colpo micidiale alla resistenza interna, che probabilmente non riuscirà a riorganizzarsi nei mesi, se non negli anni a venire. Segno che la lezione birmana i cinesi l'hanno imparata in fretta, mentre l'Occidente l'ha volutamente ignorata.

Le uniche immagini trapelate sono quelle pubblicate lunedì dal sito Phayul.com, e successivamente anche da altri. Si vedono cadaveri con fori di proiettili, anche alla nuca. Nel segno della nonviolenza, il Dalai Lama invita di nuovo Pechino al dialogo, nonostante lo accusino di aver organizzato gli scontri e lo insultino definendolo «un lupo sotto le spoglie di un monaco», e nonostante la Cina gli abbia dichiarato una vera e propria guerra: «Conduciamo una lotta senza quartiere contro la cricca del Dalai Lama», ha affermato il numero due del Parito comunista tibetano, Zhang Qingli. Tra manifestazioni, appelli, dichiarazioni, è bene che non ci si faccia illusioni o si dimentichino alcune cose.

Non sappiamo se il boicottaggio delle Olimpiadi sia realistico ed efficace, ma vorremmo sapere dai politici che lo escludono a priori quali sono, in concreto, gli altri strumenti di pressione di cui si dispone. Non si nascondano dietro la veste del Dalai Lama, che per evidenti ragioni di opportunità politica non potrebbe comunque incitare al boicottaggio delle Olimpiadi, ma magari si aspetta qualche gesto da parte dell'Occidente. Esigere che il regime cinese ponga fine alla repressione; che avvi un dialogo con il Dalai Lama sulle basi dell'autonomia e dei diritti del popolo e della cultura tibetana, quindi escludendo ogni minaccia alla sovranità e integrità territoriale della Cina; che apra le porte a una missione internazionale (Ue e Onu); che conceda libertà di circolazione ai media. Sono tutte richieste sacrosante, concrete, ragionevoli. E' davvero il minimo che possiamo pretendere da Pechino, ma sarebbe già molto.

Manca però la minaccia di una sanzione che ci renda credibili, che dimostri che facciamo sul serio. In concreto, se il governo cinese rispedisce al mittente queste proposte minime e ragionevoli, cosa rischia in termini politici? Sarebbe opportuno che i politici rispondessero a questa domanda, perché solo dalla risposta si può capire se ci stiamo prendendo in giro da soli, oppure se davvero c'è almeno la volontà di agire. Si è detto, per esempio, che lo sport non dovrebbe venire coinvolto da ciò che spetta alla politica risolvere. Giusto, ma allora perché ad agosto capi di Stato e di governo non se ne restano a casa, non accompagnando le federazioni sportive alle Olimpiadi? La loro presenza non sarebbe anche quella politica che invade lo sport? Non sarebbe di fatto una legittimazione politica alle politiche repressive di Pechino?

Ma il mondo dello sport non può neanche pensare di vivere in un altro pianeta. Ciò che accade in Cina riguarda eccome anche gli atleti e lo spirito stesso dello sport. E il rischio, sentendo i toni dimessi di questi giorni, è che, consapevoli o inconsapevoli, gli atleti, le federazioni e i governi occidentali si rendano strumenti di un'immensa operazione di propaganda nazionalista orchestrata dal regime cinese. Si può svolgere serenamente una competizione sportiva in uno stadio mentre tutto intorno la dignità umana viene calpestata? I Giochi, si dice, sono una grandissima occasione proprio per mettere al centro dell'attenzione mondiale il tema dei diritti umani in Cina e quindi anche del Tibet. Ecco, qui esprimiamo la certezza, purtroppo, che ad agosto tutti se ne saranno scordati e l'evento filerà via liscio secondo quanto programmato dalle autorità cinesi (anche perché non volerà una mosca in tutto il Paese), tutti con il naso all'insù ad ammirare le spettacolari coreografie o le prodezze degli atleti.

Né possiamo dimenticare che in questi due anni molti politici hanno perso ogni credibilità per poterci venire a dire, oggi, quali siano le forme di pressione appropriate su Pechino e per esserne addirittura interpreti. Prodi e D'Alema, che hanno evitato con cura di incontrare il Dalai Lama, ad esempio; e tutti i ministri della missione in Cina del 2006, silenti mentre Prodi assicurava a Pechino il proprio appoggio per la revoca dell'embargo europeo sulle armi. Chi al governo è stato artefice o complice passivo di questa miope politica ammetta di aver sbagliato o taccia.

Prendiamo atto, infine, che l'Onu è inutile, se non dannosa; e che, boicottaggio o no, bisogna rivedere nel suo complesso la nostra politica cinese. E' fallito un certo modo di intendere la strategia dell'engagement. Qui nessuno pensa di mettere in discussione l'apertura commerciale e i rapporti economici con la Cina. Sarebbero loro a isolarci, non noi a isolare loro. Libero commercio e sviluppo economico restano fattori e presupposti di cambiamenti politici, progressi nei diritti umani e rapporti pacifici tra le nazioni. Ma il caso cinese dimostra che non è sufficiente restare a guardare, come se gli sviluppi desiderati fossero automatici e inevitabili. Non è l'istanza moralistica dell'ingenuo idealista, ma puro realismo politico, perché del nazionalismo cinese oggi sono vittime i tibetani, ma un giorno potremmo esserne vittime anche noi.

Wednesday, November 28, 2007

Assist troppo invitanti

Dall'intervista di Claudio Landi al senatore Lamberto Dini (Radio Radicale, 27 novembre 2007).

Intervistatore: Tra poco lei, insieme con altri senatori, presenterete un nuovo gruppo, o per meglio dire, una componente di un nuovo gruppo. Di che cosa si tratta, quali sono i vostri obiettivi...
Dini: Mah, noi vogliamo portare avanti quelle che noi consideriamo le politiche di cultura liberale, e liberaldemocratiche, di cui noi pensiamo il paese abbia bisogno, abbia fortemente bisogno, per superare il declino nel quale è caduto.
Intervistatore: In un tale gruppo ci starebbe benissimo Marco Pannella...
Dini: Come?
Intervistatore: In un tale gruppo ci starebbe benis...
Dini: Ci starebbe benissimo Daniele Capezzone. Marco Pannella non lo so. (ride)
Intervistatore: Perché dice così?
Dini: Perché è caleidoscopico Marco Pannella, quindi, con tutto l'ammirazione e il rispetto che abbiamo per lui...

L'intervistatore alza involontariamente la palla e Dini schiaccia impietosamente.

Thursday, August 02, 2007

Il dossier manca il bersaglio

Alcuni giorni fa La Stampa si è occupata del dossier radicale sull'assenteismo dei parlamentari, suscitando un certo entusiasmo in quel di Torre Argentina. Carte e dati che alcuni deputati radicali si erano adoperati per far finire nelle mani dei giornalisti finalmente venivano pubblicati.

Entusiasmo un po' fuori luogo, visto che La Stampa si è ben guardata dal cavalcare i bassi istinti anti-capezzoniani di quel dossier. Anzi, per gli autori del dossieraggio si è trattato di un buco nell'acqua, se non di un boomerang.

Ecco come l'ha messa La Stampa. Innanzitutto, una doverosa - e significativa - premessa: «La pentola è stata scoperchiata, come spesso accade, dai Radicali per nobili motivi e (va detto) anche per consumare una piccola vendetta... Una questione alta di trasparenza, insomma. E poi, en passant, intendevano dimostrare che la perdita di Daniele Capezzone, entrato in rotta con Marco Pannella, non è poi così grave dal momento che l'ex segretario del partito in aula si vede solo ogni tanto».

Poi è lo stesso giornalista a spiegare che alla Camera la maggioranza è blindata - 71 voti di margine - e da ciò «discende un'organizzazione del lavoro dove ad alcuni tocca fare la guardia al bidone. Mentre quelli che possono, cioè i grandi capi e gli aspiranti tali, con una giustificazione o con l'altra si sottraggono alla frustrazione dell'atto di presenza».

Ministri, vice-ministri e sottosegretari (Bonino compresa, dunque) hanno «una scusa eccellente: gli affari di governo». «Anche per i massimi leader si tende a fare eccezione, in passato non è che i Moro, i Berlinguer, i Nenni fossero sempre lì a votare». Piero Fassino, per esempio, è risultato assente nel 91% dei casi: «Ora, tutto si può dire a Fassino tranne che sia un lavativo... Lo stesso Capezzone, uno che letteralmente vive di politica, presiede la Commissione Attività produttive. Insomma, fanno dell'altro: riunioni, incontri, conferenze spesso autorizzate. Dunque, prima di bollarli come "imboscati" occorre controllare se fossero in missione o meno».

Così La Stampa. Ma emblematico anche il fatto che il Corriere, che pure è impegnato da mesi in una campagna contro i costi della politica, quei dati e - soprattutto - quel taglio non li abbia fatti propri.

Intanto, ieri, sul forum di Radicali.it, ha destato qualche agitazione (e questo la dice lunga sul clima in casa radicale) un intervento del direttore di Radio Radicale, Massimo Bordin, in polemica con Bandinelli: «Caro prof. penso che presto potrà confortarsi nell'ascoltare nella rassegna stampa qualcuno più disposto a seguire i suoi consigli. La cosa conforta anche me».

Semplicemente in vacanza o fatto fuori anche lui? Di questi tempi a qualcuno il dubbio è venuto, ma il direttore non è intervenuto a chiarire. Dopo la perdita di Capezzone la domenica mattina (approdato a Radio24), privarsi anche di Bordin significherebbe gettare nel fiume il più prezioso gioiello di famiglia. La sua lettura dei giornali è ormai una bussola irrinunciabile per orientarsi nella caotica politica italiana. Non credo che ci sarà alcuna "deposizione", ma solo un temporaneo avvicendamento agostano per dar modo al direttore di rifiatare e, con l'occasione, magari per allenare colui che è annunciato da gennaio, quel «qualcuno più disposto a seguire i consigli» di Bandinelli: Marco Cappato.

Thursday, June 28, 2007

La domenica mattina senza Capezzone

«Domenica prossima la rassegna stampa di Radio radicale non sarà più condotta da Daniele Capezzone, al quale tra oggi e domani sarà comunicato ufficialmente che la sua ormai abituale trasmissione di lettura dei giornali domenicali non è più gradita. Questo capiterà a due giorni dal lancio della nuova avventura politica capezzoniana, un network di cui ancora non si conoscono né nome né simbolo né proposte, ma che ai radicali di stretta osservanza pannelliana pare con ogni evidenza un'eresia». Così, stamattina, il piccolo scoop di Christian Rocca.

Ma che prima o poi sarebbe accaduto era nell'aria da giorni. Da quando Bordin, sul forum di Radicali.it, rispondeva, a chi gli chiedeva a che titolo Taradash, dirigente dei Riformatori Liberali, continuasse a condurre la rassegna stampa il sabato mattina, che solo molti anni dopo la sua separazione dalla "casa madre" era stato richiamato a condurre la trasmissione. Il caso di Taradash, avvertiva quindi il direttore, lungi dal rappresentare un indizio di permanenza di Capezzone alla lettura della rassegna stampa domenicale, stava a indicare che appena avesse lanciato un suo progetto, sarebbe stato allontanato.

Bordin ha scelto di annunciare tramite Il Foglio la sua decisione: «Non se ne può più. La rassegna stampa e Radio radicale non possono diventare la cartina di tornasole del rapporto tra Daniele e il partito, sono altre le sedi e gli strumenti del confronto e del dibattito, ma Capezzone non partecipa più alle riunioni degli organi di cui è ancora membro e usa la radio per dire che è necessario superare tutti i partiti, compresi i radicali».

Leggendo l'articolo di Rocca, stamani alla radio, Bordin ha così motivato la sua decisione: si sa del «lancio di una nuova avventura... si sa che non ci saranno radicali, e che mira al superamento di tutti i partiti, radicali compresi. Ma non è detto che il superamento dei radicali debba passare per la rassegna stampa di Radio Radicale».

Una sola domanda: sicuro che «non ci saranno radicali» nel network che lancerà Capezzone?

Oggi pomeriggio la polemica è divampata in rete: su Corriere.it finisce la replica di Capezzone: «Apprendo dalla stampa la mia estromissione. Che dire? La cosa si commenta da sè, e spiace che una persona stimabile come Massimo Bordin debba ricorrere ad alibi e pretesti per "giustificare" quel che è sotto gli occhi di tutti, e cioè la chiusura di due spazi di parola e di comunicazione. Ci sarà da ridere, amaramente, la prossima volta che sentiremo parlare di "bavagli"... Siamo dinanzi a una brutta pagina, mi pare: e segni evidenti di settarismo e intolleranza si manifestano e si affermano proprio dove, e cioè in casa radicale, si è tante volte insegnato a combatterli».

Chi prenderà il posto di Capezzone nella lettura dei giornali la domenica mattina? Probabilmente, in un primo momento, uno dei redattori della radio. Poi si vedrà.

UPDATE ore 23,07: precisi come guardie svizzere Beltrandi, Turco e D'Elia aprono il fuoco di fila contro Capezzone. In realtà, a leggere, sembra più che si dimenino nel vuoto. E non ci resta che ridere.