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Thursday, June 21, 2007

Sua Bontà ci farà sapere, ma il sì è scontato

Walter VeltroniSi apre l'era del veltronismo "nazionale"?

Dovremo aspettare mercoledì prossimo per sapere se Sua Bontà Walter Veltroni accetterà di candidarsi alla guida del Partito democratico. Sarà un sì, perché il sindaco di Roma si è già "tradito". Vuol farsi desiderare, tutto qui, ma a chi pensa di darla a bere? La città scelta per l'"annunciazione" e il motivo addotto hanno un valore politico così preciso da non prestarsi a equivoci. Perché a Torino? «C'è una situazione difficile del Paese e c'è questo sogno del Partito democratico. E questi sono tutti elementi di valutazione che mi porteranno poi a scegliere, semplicemente e serenamente. Ho scelto di farlo a Torino perché è una grande città del Nord e del lavoro». Messaggio chiaro: la sinistra deve riconquistare la fiducia del Nord.

Perché scegliere una città in particolare, e con tale enfasi, per l'annuncio, se ci fosse la possibilità concreta di un passo indietro? Una settimana in più per alimentare il clima di attesa e creare l'evento. Ha doti di grande comunicatore, l'unico golden boy tra i suoi ingrigiti ex "compagni di scuola".

Ancora non è il leader del centrosinistra e la sua commedia zuccherosa è già diventata stucchevole: «E' una momento importante della mia vita politica e personale... Queste sono quelle cose per le quali bisogna soprattutto colloquiare con se stessi, con la propria coscienza e poi sentire le opinioni di persone che si stimano». Andiamo, caro Walter, falla breve, lo sappiamo che è una vita che aspetti l'investitura a salvatore della sinistra e della patria.

Che non sia destinata a reggere a lungo la coabitazione tra due leadership diverse - Veltroni alla guida del Partito democratico e Prodi dell'attuale governo - ne sono ben consapevoli i vertici di Ds e Margherita. Si tratta, però, o di salvare il Pd dotandolo di un leader forte e credibile, non compromesso con le politiche scellerate del governo in carica, seppure ciò significhi inevitabilmente delegittimare Prodi; o di rischiare di soffocarlo nella culla, affidando la segreteria a dei reggenti provvisori, di fatto all'ombra della fallimentare leadership prodiana. Ebbene, hanno deciso di sacrificare il Governo Prodi. Sembrano aver finalmente trovato il becchino per il cadavere di cui parliamo da mesi.

E ne sono convinti anche gli osservatori, che stavolta a licenziare Prodi, probabilmente già in autunno, sarà proprio Veltroni, una volta eletto leader del Partito democratico. Il più brillante a delineare lo scenario che si profila è Vittorio Feltri: Ds e Margherita sono ormai consapevoli che Prodi sta portando il centrosinistra alla rovina, procurando anche l'aborto del nascituro Partito democratico. Nei tre-quattro mesi d'estate, fino a metà settembre, la politica, come gli italiani, va in vacanza, e il premier non potrà fare troppe «cazzate». Ma in autunno la salma politica di Prodi verrà tumulata. Al suo posto, a Palazzo Chigi, un governo «piacione», con una decina di ministri, metà dei quali donne, che farà «un sacco di cose futili ma commoventi e popolarissime», «ammorbidirà toni e tasse, prometterà rose e fiori». Niente polemiche, parole buone per tutti.

Una volta consolidata l'immagine "buonista" della sinistra nel paese, Veltroni concorderà con il presidente Napolitano il percorso verso le elezioni politiche, il cui terreno sarà preparato da una finanziaria «elettorale, allegra, pacificatoria».

Pare che si apra, finalmente, l'era del veltronismo, da anni l'ultima, attesissima risorsa della sinistra. Chissà se da romano riuscirà a farsi nazionale.

Il veltronismo è ostentatamente compassionevole, si fonda sul buonismo, sulla cultura a portata di tutti, su un giro di relazioni vip e sullo svago cittadino come indispensabili strumenti di consenso e di governo, di soporifera egemonia. Non c'è miglior interprete di Veltroni di quella romanissima formula panem et circenses, così populistica ed ecumenica, che coniuga creazione del consenso e gestione del potere.

Il segreto del successo del Caro Sindaco nella fabbrica del consenso sta nella miscela vincente di un'immagine un po' cult, che attira l'intellettualume snob romano e "de sinistra" e il ceto impiegatizio gratificato da fugaci momenti di riscatto culturale, e un po' pop, capace di parlare al coattume delle periferie che si commuove davanti ai programmi di Maria De Filippi.

Il segreto del successo nella gestione del potere sta nell'eludere attentamente i problemi più spinosi e incancreniti della città, elargendo contentini a destra e a manca in un periodo di vacche grasse, per poi passare su tutto una mano di vernice fatta di manifestazioni culturali e sociali (cinema, musica, arte, letteratura, tempo libero) e di solidarietà in pillole. Piccoli gesti opportunamente ripresi dai fotografi e ingigantiti dai tg regionali, che in realtà rimangono occasionali e inutili. Esiste una vera e propria iconografia di soggetti deboli e umili, con i quali il Caro Sindaco ama farsi riprendere.

Roma è una città ormai compiaciuta del suo caos, delle sue occasioni di svago come dei suoi problemi perennemente irrisolti. E' così che vanno le cose, almeno divertiamoci, facciamone motivo di identità e orgoglio cittadino.

«Un mondo che sappia ascoltare il grido di dolore e il desiderio di futuro dei suoi bambini». Sembra di votare un film di Frank Capra. Veltroni si fa cantore di valori meravigliosi, impossibili da non condividere, mentre scansa tutto ciò che potrebbe dividere e alimentare quel conflitto che però in democrazia è il sale della politica, perché porta al momento della decisione con responsabilità.

«Non dirà niente, o userà formule sufficientemente generiche da non creare scompiglio. La sua è la cultura dell'et et, mai dell'aut aut: Veltroni somma, concilia, usa la formula magica del coniugare, è il sindaco juventino che si mette la sciarpa giallorossa, è la suggestione che unisce e mai la scelta che divide. Magnificherà tutti i valori condivisibili...», spiega Pierluigi Battista a Il Foglio.

Di Veltroni non si può certo dire che rappresenti la nuova politica, né, con i suoi cinquant'anni suonati, gran parte dei quali trascorsi nel Pci-Pds-Ds, un effettivo ricambio generazionale. La sua è una politica da cui sembrano aboliti per decreto tutti i rischi e le scelte (così tremendamente presenti, invece, nella vita quotidiana di ciascuno), nelle quali, inevitabilmente, una o più delle ipotesi in campo vengono scartate. Ecco, questa adrenalina della politica, fatta di scelte rischiose, sfide ideali, responsabilità, è estranea al veltronismo. Un'estraneità che potrebbe spiegare con largo anticipo il suo fallimento.

Centra il problema Dario Di Vico, sul Corriere: la «sciagura dell'unanimismo». Sarebbe un guaio «bissare le finte primarie del 16 ottobre 2005 quando un numero decisamente consistente di italiani orientati a favore del centrosinistra si mise in coda sin dalle prime ore del mattino per votare Romano Prodi, senza però che fosse in campo una candidatura veramente concorrenziale». Da un nuovo plebiscito, stavolta per Veltroni, senza vere alternative, uscirebbe l'ennesimo programma di 281 pagine «fatto apposta per sommare le proposte di tutti i partiti della coalizione senza sostanzialmente sceglierne nessuna».

Per non avviarsi sulla stessa via prodiana al fallimento, Veltroni dovrebbe quindi indicare per tempo cosa intende fare. «Resti pure sindaco... usi pure ampiamente la fantasia di cui dispone... sia però netto e abbia il coraggio di scontentare qualcuno. Dalla crisi della politica si esce con impegni lineari e convincenti ma anche estendendo ai partiti e alle coalizioni le regole della concorrenza. L'Italia non può continuare a essere il Paese dove le primarie si fanno per gioco. Solo chi si espone al rischio di perdere alla fine vince davvero».

«Responsabilità, coerenza, coraggio di condurre battaglie ideali e culturali in campo aperto» sono le qualità della leadership citate da Andrea Romano parlando del blairismo, ben diverse però dal sonnacchioso galleggiamento di Veltroni, al quale si addicono di più «la dissimulazione elevata a metodo politico, il familismo come strategia, la tutela da ogni rischio come cifra della propria stagione».

11 comments:

Nihil said...

La mediocrità di Veltroni, tutto sommato non peggiore della mediocrità del resto del Palazzo, non mi dà neanche lontanamente sui nervi quanto il sentirlo osannare come il "politico giovane".

Anonymous said...

Fede, condivido - come sempre - la tua analisi, ma mi permetto di aggiungere 3 cose. 1) Ho sentito molte volte Veltroni. L'ultima volta una settimana fa all'assemblea della confcommercio romana: era un Veltroni un po' diverso, molto più deciso del solito, molto meno incline a farsi tutti amici, con piglio che mi ha stupito proprio perchè mi aspettavo la solita bellissima e gustosissima melassa. non so se è un caso oppure no, ma quello che ho sentito io una settimana fa è un Veltroni migliore di quello solito. 2) In definitiva non sarà certo un'argomentazione favolosa, la mia, ma lo reputo comunque migliore di qualsiasi altro personaggio oggi sul panorama politico: eccetto uno, del quale entrambi siamo amici, ma che è troppo giovane (e ancora un po’ inesperto) per fare il premier. Va bene evitare i settantenni e anche i sessantenni, ma a 35 anni Daniele non è ancora pronto per Palazzo Chigi: lo sarà in futuro, speriamo presto. 3) credo che in questo povero Paese l’unico modo per uscire dalle secche sia farlo con il buonismo di Uòlter. Intendo dire che non è certo che ci si riesca così, ma che se c’è un modo per farlo (e non è detto che ci sia) oggi è quello. Una volta domandai a Montanelli se sarebbe mai potuta esistere una Thatcher italiana, e mi rispose amaramente che non sarebbe accaduto mai e poi mai: ed erano tempi in cui una rivoluzione doveva ancora venire, non ci eravamo già sprecati la nostra (almeno ipotetica) possibilità di cambiare. D’altronde parliamo di un Paese in cui il governo peggiore della storia della Repubblica (ed è un primato davvero arduo, visti i precedenti) è retto da una parte in cui almeno si prova a cambiare qualcosa: male, con oligarchie anche trombone, smussando le possibilità migliori, ma ci si prova un po’; ma dall’altra parte, che sarebbe poi la mia parte, c’è il solito settantenne con Apicella e una signorina del grande fratello sulle ginocchia, che combatte - a fianco di gente che occupa il Parlamento e che si fa rappresentare da Calderoli - contro un Forlani in sedicesimo tutti insieme inginocchiati di fronte al primo cardinale che alzi la voce. E’ inutile pensare a Blair, Aznar, Sarkozy, Giuliani (Monatnelli docet) … ogni Paese ha il governo che si merita, diceva De Maistre. E aveva ragione. Il problema non sono i leader: non ci piace quello che dice, per esempio, Draghi? Certo che ci piace. Ma mettilo a capo di una coalizione, e guarda come te lo smontano in poco tempo tra sindacati, confindustria, partiti già esistenti e altri poteri statali o parastatali. Non ci rimarrebbe più nulla diu quello che coraggiosamente (e potrebbe anche osare di più) dice oggi.
Mixumb

JimMomo said...

Grazie per l'intervento, Umberto.

Anch'io penso che Veltroni dovrà cambiare atteggiamento. Per questo il post era tutto orientato a dire: se è il Veltroni che conosciamo sarà un fallimento.

Staremo a vedere. Siamo qui eventualmente pronti ad annunciarlo con squilli di tromba.
;-)

ciao

Zamax said...

Su questo eventuale cambio a Palazzo Chigi ci sarebbe anche da sentire il parere delle cenciose plebi italiche, o no?

John Christian Falkenberg said...

Veltroni deciso? L'ho visto deciso una volta sola: quando smentiva di essere mai stato comunista..
Scherzi a parte, Veltroni è un ottimo comunicatore ed è capace di compromessi degni della peggior DC, per questo è tanto temuto dal centrodestra a Nord; vedremo a questo punto chi gli scriverà i contenuti da comunicare.Tanto ve lo voterete voi, non certo io.

Anonymous said...

Veltroni si è fermato a Kennedy che è morto 40 anni fa...

ephrem said...

Veltroni è un'operazione d'imbellettamento, di cosmesi politica dopo un'esperienza che fallimentare è dir poco. Altrochè fabbrica del programma, programma di 281 pagine, dodecalogo... un tale disastro politico non può non lasciare strascichi politici e non è certo il "buon" Ualter a poter porre rimedio, se non come dicevo con un'operazione di Make Up politico, dunque molta apparenza e poca sostanza, poichè è nella sostanza che esistono i principali nodi di questa coalizione...

adriano said...

Se per cambiamento intendete che Veltroni debba seguire la vostra sete di sangue e dichiarare legittimo l'intervento in Iraq, guerra al terrorismo e appoggio ai kriminali della Casa Bianca, penso che siate dei pii illusi. Ed è bene che l'Italia abbia quel Veltroni, quello che va in Africa e non a cena con il Molosso femmina di Bush.

Vi segnalo, voi così informati e conquistadores, un'ottima quanto tardiva inchiesta del Washington Post sul malefico Dick Cheney e il suo fottuto potere occulto. Credo che l'Italia, da Veltroni in poi, dovrà essere la perfetta anti-tesi a tutto ciò che sono gli Usa attuali. Farsi baluardo europeo di contro-cultura contro tutto ciò che quei mefistofelici Arconti rappresentano. Sarebbe bello che partisse proprio da qui la nascita di un nuovo mondo, e la sconfitta di quello vecchio.
Leggete, informatevi e illudetevi di meno.

adriano
www.faceonmars.splinder.com

Anonymous said...

INFORMARSI ADRIANO?
DI CHE COSA MI INFORMI TU ?A PARTE LE SOLITE IDIOZIE COMPLOTTARDE SUL GRANDE SATANA AMERICANO?
FORSE SUI CONCERTI DI CUI A VLEGGERE IL TUO BLOG SEI UN GRAN ESPERTO.
MA MI FACCIA IL PIACERE........

Anonymous said...

Veltroni manco lo conosce Cheney, per lui il vicepresidente è Lyndon Johnson :-))))

adriano said...

anonymous si dice grande esperto
l'italiano non è una convenzione
capisco che a forza di leggere christian rocca e giuliano ferrara qui sopra si regredisce, ma insomma...