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Monday, September 14, 2009

Le prossime mosse di Rutelli fuori dal Pd

Su il Velino OreSedici
Francesco Rutelli smentisce l'indiscrezione di questa mattina, sul Corriere, secondo cui nel pamphlet che sta per dare alle stampe ci sarebbe il suo «addio al Pd». Il libro, per il quotidiano di via Solferino, si concluderebbe con l'annuncio della «svolta» di Rutelli verso il «centro»: l'Udc. «Posso semplicemente dire che questa informazione-supposizione non è vera», replica l'ex sindaco di Roma. Il mistero sul contenuto del suo libro, e sulle sue reali intenzioni, si infittisce. Si avvicina per leader "incompiuti" come Casini, Fini e lo stesso Rutelli, l'ora di decidere cosa fare da grandi, ma lo scenario che li vede tutti insieme appassionatamente in un "Grande Centro" post-berlusconiano, alternativo sia al Pdl+Lega che al Pd, è un po' fantasioso. Fini si è già smarcato. E Rutelli, con la smentita di oggi, avverte che si sta correndo un po' troppo. Fini e Rutelli, ciascuno nel proprio campo, sono i grandi scontenti dell'attuale equilibrio di potere nei due "poli", ma con i loro movimenti cercano di riguadagnare peso politico, piuttosto che scardinare il bipolarismo, come vorrebbe Casini.

Quale, dunque, il piano di Rutelli? Non andrà al Congresso del Pd solo per uno «scioccante saluto». Aspetterà la conclusione e se Pierluigi Bersani, come sembra, dovesse uscire vincitore, solo allora, il giorno dopo, annuncerà la sua fuoriuscita dal Pd (sotto i suoi occhi diventato qualcos'altro), lancerà un soggetto suo, una "nuova Margherita", e si metterà alla finestra con uno sguardo lungo: le prossime politiche. Nella speranza che si creino le condizioni per uno spazio di centro in cui assumere, insieme a Casini, il ruolo di protagonista che nel Pd non può più recitare. In questo caso, secondo i suoi esegeti, Rutelli potrebbe persino rendersi funzionale al progetto di Bersani (e D'Alema): rifare indisturbati i Ds e allearsi con una "gamba" centrista. Al momento giusto, in Rutelli troverebbero un prezioso "pontiere".
Se questo fosse l'esito - Pd = Ds, alleato a una "nuova Margherita" - sarebbe un palese ritorno al passato e sancirebbe il definitivo fallimento del progetto originario del Pd.

Wednesday, May 30, 2007

Governo con il morto

Dal film Weekend at Bernie'sStoria di un cadavere che scotta

Ricordate quel film, "Week end con il morto"? Era spiritoso. Mi è venuto in mente guardando un film molto meno divertente. Ancor di più dopo la batosta di queste elezioni amministrative si ripropone per i Ds e per la Margherita il problema di come liberarsi del cadavere politico di Romano Prodi. E ho come l'impressione che siano costretti ancora per un po' a fingere che sia politicamente vivo. Un po' più a lungo che per un week end.

Rutelli pensa di cominciare a risolvere il problema designando subito un leader per il nascituro Partito democratico. Prodi, ovviamente, non è d'accordo, si barrica e avverte di non accelerare, perché un leader diverso dal premier in carica alla guida del Pd sarebbe come sfiduciarlo di fatto: «Il problema della leadership verrà dopo. Chi vuole accelerare rischia di mettere in difficoltà l'attuale leader e il governo».

I Ds sembrano orientati a far accettare al professore una sorta di commissariamento, ma non sarà facile, perché quello è capace anche di buttare tutto all'aria dimettendosi, mentre il Pd è ancora tutto da fare. Insomma, l'imbarazzo è totale. I principali azionisti della maggioranza non sanno come sbarazzarsi dell'unico personaggio che finora, più nel male che nel bene, ha saputo svolgere la funzione di sintesi tra i post-Pci e i post-Dc, portandoli per ben due volte al governo ma dimostrando di essere un autentico incapace.

Una soluzione potrebbe essere quella di far lavorare il Senato, dove si potrebbe fare in modo che sembri un incidente. Ma il centrodestra è in agguato e una nuova caduta del Governo Prodi potrebbe portare non a un governo istituzionale, a un semplice cambio di cavallo o a un rimpasto, ma direttamente a nuove elezioni, cogliendoli impreparati. Si prefigura, nei prossimi mesi, una vera e propria corsa a non rimanere sotto le macerie del "prodismo". Chi si salverà?

Il guaio di quello che doveva essere il "motore riformista" (Ds e Margherita) della coalizione, ma che si è ingolfato in partenza, e ora anche del Partito democratico, nonostante occupi tutte le posizioni chiave del governo, è stato ben individuato da un editoriale su Il Foglio di oggi: «... senza una guida riconoscibile che ne valorizzi le autonome posizioni, finisce col subire tutti i danni delle mediazioni indispensabili in una coalizione tanto variegata, senza ottenere alcun vantaggio dall'esercizio di tutte le principali cariche pubbliche».

Non hanno un convinto approccio riformatore, né una visione chiara della società, né coraggio e statura da leader, quindi passano il tempo a sopravvivere al potere e a preservare l'unità del centrosinistra, costi quel che costi, non accorgendosi che la sfida di un Partito democratico dovrebbe essere quella di proporsi come forza di governo capace di fare a meno della sinistra conservatrice e neocomunista.

Monday, April 23, 2007

Nessun "Partito democratico" senza maggioritario

Veltroni e Rutelli, i due candidati alla leadership del Partito democraticoLe peggiori previsioni lo danno al 23%. Altre tra il 25 e il 30%. L'Ulivo alle elezioni dell'aprile scorso ha toccato quota 31,5%. Ma conta davvero scervellarsi su quale sarà il peso nelle urne del nascituro Partito democratico? Quale che sia il suo peso in proporzione al corpo elettorale, il suo peso politico all'interno del centrosinistra è destinato a non variare di molto. Al governo dovrà comunque confrontarsi con agguerrite forze di sinistra neocomunista e antagonista, intorno al 10%, e pare anche con un rassemblement socialdemocratico.

E' inspiegabile come mai i promotori del Partito democratico sembrino non accorgersi che il loro progetto, se non sarà calato in un sistema elettorale maggioritario, è destinato al fallimento, o comunque a non cambiare di molto il volto del centrosinistra. In un sistema proporzionale il Partito democratico sarà solo un partito, forse di maggioranza relativa, ma fra i tanti "pesanti" in compagnia dei quali dovrà presentarsi agli elettori ed eventualmente governare. Un altro nome con cui chiamare l'Ulivo, ma mai quella forza innovativa nel panorama politico italiano capace di assumere da sola responsabilità di governo, o di controllarne l'azione in modo coerente.

In un sistema maggioritario, invece, con il suo 30% il Partito democratico potrebbe aspirare a conquistare tutti o quasi i collegi non vinti da un partito di centrodestra. Quasi il 50% dei seggi in caso di sconfitta. Un po' di più in caso di vittoria. Ciò perché, alla lunga, gli elettori degli altri partiti alla sua sinistra, piuttosto che veder prevalere nel loro collegio il candidato della destra, sposterebbero il loro voto verso il partito di centrosinistra con maggiori possibilità di prevalere. Allo stesso modo il maggioritario converrebbe ad An e Forza Italia, se davvero fossero intenzionati a dar vita a un partito unitario "delle Libertà" o a qualcosa del genere.

Qualche timido segnale di presa di coscienza lo abbiamo registrato. A parte qualche ministro schierato a favore del referendum, il ministro degli Interni Amato si è espresso in favore dell'uninominale. Anche Fassino, timidamente: «Io preferisco il ritorno all'uninominale». E, infine, i colpi tirati da Ds e Margherita alla "bozza Chiti", causando la levata di scudi dei piccoli, da Mastella (Udeur) e Giordano (Rifondazione comunista) a Villetti (Sdi), che hanno minacciato la fine immediata del Governo Prodi.

Incredibilmente assenti dal dibattito sulla legge elettorale sono i Radicali, proprio loro che in passato sono stati i più tenaci sostenitori dell'uninominale. Tra di loro Capezzone sembra isolato nel sostenere il referendum elettorale. E' vero che il quesito non è certo esaltante, ma pur non conducendo ad un esito maggioritario, comunque difende l'assetto bipolare contro la reazione proporzionalista. Sono proprio sicuri i radicali che non sia possibile tessere di nuovo le fila di un "partito" trasversale per la riforma uninominale? Oppure hanno già dismesso la loro battaglia per la riforma "americana" delle istituzioni, delegando lo Sdi a parlare anche per loro nome e conto?

«Anziché completare la rivoluzione maggioritaria, abbiamo disfatto anche il poco che c'era», si rammaricava giorni fa Angelo Panebianco. Non solo «nessuna riforma della Costituzione in senso maggioritario è risultata possibile», ma «la frammentazione partitica, già elevatissima, è diventata, nel corso del tempo, selvaggia». E come se non bastasse è arrivata «la riproporzionalizzazione della legge elettorale voluta dal governo Berlusconi». In questo contesto, spiega Panebianco, il referendum elettorale è forse «l'unica carta oggi disponibile per tentare di invertire la tendenza, riavviare l'italia sulla via della democrazia maggioritaria». Una sorta di vittoria tattica: prima di tutto, bloccare la restaurazione proporzionalista.

E dovrebbe essere chiaro, sottolinea il politologo, che «c'è una sola possibilità residua per evitare di strangolare in culla il Partito democratico: giocare al rialzo (come ha capito Giuliano Amato), approfittare dell'occasione del referendum per riproporre i collegi uninominali e il sistema maggioritario». Sacrificando il Governo Prodi, se necessario.

Perché, dunque, il maggioritario rimane così poco popolare persino nei partiti che più se ne avvantaggerebbero? Oltre al fatto di dover dire addio al Governo Prodi, questa scarsa passione è dovuta a un riflesso di autoconservazione in ciascun singolo parlamentare o dirigente della classe politica. In un sistema maggioritario non ci sono collegi per i quali optare e ripescaggi. Se perdi, sei fuori. E in una democrazia post-ideologica, dove ormai la quasi totalità dei collegi si giocherebbe su pochi punti percentuali, anche gli esponenti medio-alti, quelli più famosi e telegenici, certamente i burocrati di partito, rischierebbero di andare a casa. Per i cittadini vorrebbe dire finalmente un ricambio più frequente e "meritocratico" della classe politica, ma per i trombati la perdita del posto di lavoro.

Saturday, February 24, 2007

Andate contro gli scogli, se proprio volete

Praticamente certo il rinvio di Prodi alla Camere. Per ora, acquisito il voto di Follini, come spiega lui stesso al Corriere.

Il clima che si respira però è di quelli in cui nessuno ci crede, ma per tutti è un passaggio obbligato. Ds e Margherita sanno perfettamente che Prodi è "bruciato", ma hanno bisogno di circa un anno - meglio con Prodi, ma se non fosse possibile anche senza - prima delle elezioni anticipate, per far partire il progetto del Partito democratico e presentare un nuovo leader, per esempio Veltroni.

E forse in quel nuovo centro-sinistra vedremo l'Udc al posto di Rifondazione e Pdci.

Quella di Prodi comunque pare una nave che non può essere mandata in pensione, dev'essere mandata contro gli scogli. Chissà che alla fine non sia questo il retropensiero di molti, e pure di Napolitano.

Friday, February 23, 2007

Ancora 48 ore o sei mesi

Il Presidente Napolitano crederà alle rassicurazioni che in queste ore gli stanno dando gli esponenti dell'Unione sulla tenuta di Prodi al Senato? Dalla risposta a questa domanda dipenderà la decisione di Napolitano. Se gli crederà (e qui ci auguriamo che il Presidente contatti personalmente ciascuno dei senatori che gli saranno stati indicati come "new entry" nella maggioranza), allora rinvierà alle Camere per la fiducia il Governo Prodi così com'è; se non gli crederà, probabilmente indicherà il nome di una personalità autorevole (Dini, Marini, Amato) cui affidare un incarico "esplorativo".

A questo punto Prodi potrebbe chiedere elezioni anticipate, ma l'Ulivo probabilmente si smarcherebbe accettando le «larghe intese» con Berlusconi, Fini e Casini. L'unica certezza è che Prodi - non importa se dura ancora 48 ore o sei mesi - è "bruciato", ma nessuno si vuole prendere la responsabilità del suo incenerimento. Ds e Margherita lo sanno perfettamente, ma hanno bisogno di circa un anno - meglio con Prodi, ma se non fosse possibile anche senza - prima delle elezioni anticipate, per far partire il progetto del Partito democratico e presentare un nuovo leader, per esempio Veltroni.

Tra l'altro, per come D'Alema ha sfidato in Senato i dissenzienti comunisti («è questa la politica internazionale dell'Italia, se non vi piace non votatela») non si può del tutto escludere che, spazientito, non lo abbia fatto per calcolo: se avesse vinto, si sarebbe preso i meriti dello statista, altrimenti avrebbe aperto la fase del dopo-Prodi senza prendersene la responsabilità.

Tutti, comunque, stanno già giocando la loro partita senza Prodi, tranne i radicali, gli unici a non aver ancora capito che quella partita è iniziata.