Pagine

Showing posts with label giannini. Show all posts
Showing posts with label giannini. Show all posts

Thursday, March 14, 2013

Omertà di casta anche tra i giornalisti?

Anche su Notapolitica e L'Opinione

I cosiddetti retroscena - un genere letterario, più che giornalistico, tipico della stampa italiana in cui si mischiano maliziosamente fatti e opinioni - ricevono smentite più o meno credibili quasi tutti i giorni. E' capitato spesso anche che il Quirinale smentisse la Repubblica, ma il caso di oggi è particolarmente esemplare e merita una riflessione. Giorgio Napolitano, infatti, ha perso la pazienza e firmato personalmente una brutale smentita dell'ennesimo editoriale/retroscena di Massimo Giannini, il vicedirettore del Repubblica, quindi non proprio l'ultimo arrivato, non l'inesperto stagista.

Nella lettera il giornalista viene accusato di aver dato «una versione arbitraria e falsa dell'incontro» tra il presidente della Repubblica e il segretario e i capigruppo uscenti del Pdl tenutosi martedì al Quirinale. E' «falso - tuona Napolitano - che mi siano stati chiesti "provvedimenti punitivi contro la magistratura": nessuna richiesta di impropri interventi nei confronti del potere giudiziario mi è stata rivolta». «Né la delegazione del Pdl - aggiunge - mi ha "annunciato" o prospettato alcun "Aventino della destra"». Con l'aggravante che un comunicato ufficiale del giorno stesso aveva già chiarito tutti questi aspetti. «Comunicato che Giannini - rincara Napolitano - ha ritenuto di poter di fatto scorrettamente smentire sulla base di non si sa quale ascolto o resoconto surrettizio».

Il capo dello Stato imputa a Giannini, in una suprema sintesi dell'essenza dell'antiberlusconismo, una «tendenziosità tale da fare il giuoco di quanti egli intende colpire». E poi la chiusura della lettera, dalla quale ricaviamo l'impressione che per Napolitano i «sediziosi» di cui ha parlato il vicedirettore di Repubblica non militano solo nel campo berlusconiano ma anche in altri campi: nella magistratura, per esempio, nella stampa e nei partiti di sinistra. «Mi auguro che da parte di Giannini, anziché deplorare aggressivamente il Capo dello Stato per non avere manifestato lo "sdegno" e la "forza" che il bravo giornalista avrebbe potuto suggerirgli, ci siano in ogni occasione rigore e zelo nei confronti di tutti i sediziosi, dovunque collocati e comunque manifestatisi». Che Napolitano abbia voluto dare dei «sediziosi» anche ai "bravi" giornalisti di Repubblica è una lettura troppo maliziosa?

Nella sua controreplica Giannini ricorre al più classico rigirare la frittata: «Non dubitiamo», esordisce, che sia andata come dice il presidente, ma anziché dare spiegazioni nel merito della versione «arbitraria e falsa» da lui maliziosamente suggerita nel pezzo incriminato, risponde come se si fosse trattato di una sua semplice analisi politica sulla base di concetti «già espressi pubblicamente» dal Pdl, e che hanno fatto da «sfondo all'incontro», e di sue «impressioni» sul «comunicato dell'altroieri» del Quirinale. In realtà, come chiunque può verificare, nel suo editoriale/retroscena Giannini ha tratto il suo severo giudizio politico fondandolo su precise richieste e assicurazioni formulate tra il presidente e i vertici del Pdl durante l'incontro, da lui riportate come se ne fosse venuto a conoscenza: richieste e assicurazioni che Napolitano ha smentito di aver ricevuto e dato.

Il vicedirettore di Repubblica, colto in fallo, non può cavarsela come se le sue fossero solo deduzioni sulla base di un comunicato, mentre ha surrettiziamente lasciato intendere ai lettori una vera e propria versione dei fatti. Ora, delle due l'una: o Giannini cita una fonte, anche anonima, per confermare la sua versione, oppure bisogna concludere che si è inventato ciò che il Pdl avrebbe chiesto al presidente e ciò che questi avrebbe assicurato.

Cosa dicono i colleghi giornalisti? Se il vicedirettore di Repubblica non dà spiegazioni e resta al suo posto dopo una tale smentita da parte della più alta carica istituzionale del paese e nessuno dice niente, come si può, da quegli stessi pulpiti, fare la morale ai politici? E' così assurdo pensare che Giannini debba dimettersi? O forse inventarsi i pezzi fa parte del mestiere, tanto così fan tutti? Perché nessuno s'indigna e chiede le dimissioni di Giannini, sbugiardato niente meno che da Napolitano? Omertà tra colleghi di casta o semplice assuefazione alle peggiori pratiche della professione?

Friday, October 22, 2010

L'ultimo artificio degli idolatri della Costituzione

Di fronte a una legge costituzionale come il nuovo Lodo Alfano non c'è Consulta che tenga. Per questo ai repubblicones, ai guardiani e vari idolatri della Costituzione non resta che una possibilità: che intervenga in qualche modo il presidente Napolitano (ma non so se possa o meno rinviarla alle Camere), ritardandone e complicandone l'approvazione. Si appronta comunque un argomento per pressare ed allarmare il Colle, solo che stavolta il filo da tessere è davvero corto. La tesi è la seguente: poiché non si applica ai ministri, introducendo il Lodo Alfano il premier non è più "primus inter pares", ma "super pares", e attraverso questa innovazione si avvia di fatto «la trasformazione dell'Italia da "Repubblica parlamentare" a "Repubblica presidenziale"», equiparata più o meno ad una tirannia.

La questione era stata sollevata domenica scorsa sul Sole 24 Ore, ripresa in settimana da Giuseppe D'Avanzo e Carlo Galli, e oggi da Massimo Giannini, su la Repubblica. Sarebbe in corso uno «strisciante sovvertimento del nostro ordine costituzionale», è la pulce che si cerca di mettere all'orecchio del capo dello Stato. Il Lodo Alfano, sostiene infatti l'editorialista, «rischia di stravolgere la forma di governo parlamentare, sancita dagli articoli 55-69», di «alterare le prerogative del presidente della Repubblica, fissate dagli articoli 87-91» e di «squilibrare i poteri del governo, disciplinati dagli articoli 92-96». Le nuove norme, denuncia Giannini, «avviano la trasformazione dell'Italia da "Repubblica parlamentare" a "Repubblica presidenziale", attraverso la tappa impropria e intermedia del "premierato elettivo"». Come? Nella seconda versione del lodo, osserva Giannini, «l'esclusione dei ministri dalla copertura processuale, decisa dalla maggioranza il 29 settembre scorso, formalizza e costituzionalizza la "preminenza" del presidente del Consiglio, che lo rende "sovraordinato" rispetto ai suoi ministri (perché eletto dal popolo) e meritevole delle stesse "guarentigie" assegnate al Capo dello Stato». Il premier, dunque, «viene elevato di rango rispetto ai ministri del suo governo (nei cui confronti è "primus" non più "inter", ma "super pares") ed equiparato a tutti gli effetti al presidente della Repubblica», introducendo così a suo avviso «una forma spuria di "dualismo istituzionale" che non ha raffronti in nessun'altra democrazia occidentale, e che altera l'intero meccanismo di formazione e di bilanciamento dei poteri». L'editorialista di Repubblica paventa «l'avvento di un "premierato elettivo"», «l'anticamera - teme - di un presidenzialismo anomalo, in cui convivono e fatalmente confliggono un presidente del Consiglio consacrato dal popolo e un presidente della Repubblica eletto dal Parlamento. E in cui fatalmente, presto o tardi, il primo sostituirà il secondo. O renderà comunque necessario un definitivo e a quel punto forzoso "consolidamento" dei due poteri in uno solo».

Una tesi ardita, anzi campata in aria, perché ci vuole ben altro - purtroppo - per arrivare al presidenzialismo. E' del tutto evidente infatti che di per sé il Lodo Alfano non «stravolge» affatto la forma di governo (articoli 55-69), non si vede come possa «alterare» le prerogative del presidente della Repubblica (articoli 87-91) o aumentare i poteri del governo (articoli 92-96). A ben vedere il Lodo Alfano non introduce una forma di premierato, semmai si può dire che indirettamente conferma un trend in corso da anni, almeno dall'inizio della Seconda Repubblica: il rafforzamento della figura del premier, che già oggi (e non c'è certo bisogno del lodo per accorgersene) non è più "primus inter pares" ma "super pares" rispetto ai suoi ministri. Non siamo però ancora al premierato (bisognerebbe attribuire al premier la facoltà di sciogliere le Camere) e ammesso e non concesso che di premierato si possa parlare, siamo ancor più distanti dal presidenzialismo (bisognerebbe abolire il meccanismo della fiducia parlamentare). Certo, una riforma nell'uno (premierato) o nell'altro senso (presidenzialismo) rimane un esito possibile, ma il Lodo Alfano non lo rende certo inevitabile. E' comico, poi, che proprio chi ha quasi preteso l'esclusione dei ministri dal lodo, adesso si accorga del possibile rafforzamento della figura del premier e quindi la deplori.

Ma nell'articolo la mistificazione agisce in modo più nascosto. Laddove si usano i verbi «stravolgere», «alterare», «squilibrare», si parla di «strisciante sovvertimento» e di «delitto perfetto», e nessuno a fermare il «colpevole», e laddove si fa ricorso esplicito al «complesso del tiranno», si lascia intendere che quella del lodo costituzionale sia un'operazione antidemocratica nel metodo e illegittima, addirittura inconfessabile, nell'obiettivo ultimo: il presidenzialismo. Al contrario, la via è ultra democratica (quella prevista dall'articolo 138 della Costituzione), mentre l'approvazione del lodo non spalancherebbe affatto le porte al presidenzialismo, che comunque è una forma di governo perfettamente democratica. Alla base di queste reazioni scandalizzate c'è in realtà una vera e propria idolatria della Costituzione, che rifiuta di riconoscere ai cittadini italiani - quelli vivi oggi - gli stessi poteri di quelli di sessant'anni fa, quindi anche la possibilità di cambiarla, e - perché no? - stravolgerla la Carta, purché democraticamente.