Anche su Notapolitica e L'Opinione
I cosiddetti retroscena - un genere letterario, più che giornalistico, tipico della stampa italiana in cui si mischiano maliziosamente fatti e opinioni - ricevono smentite più o meno credibili quasi tutti i giorni. E' capitato spesso anche che il Quirinale smentisse la Repubblica, ma il caso di oggi è particolarmente esemplare e merita una riflessione. Giorgio Napolitano, infatti, ha perso la pazienza e firmato personalmente una brutale smentita dell'ennesimo editoriale/retroscena di Massimo Giannini, il vicedirettore del Repubblica, quindi non proprio l'ultimo arrivato, non l'inesperto stagista.
Nella lettera il giornalista viene accusato di aver dato «una versione arbitraria e falsa dell'incontro» tra il presidente della Repubblica e il segretario e i capigruppo uscenti del Pdl tenutosi martedì al Quirinale. E' «falso - tuona Napolitano - che mi siano stati chiesti "provvedimenti punitivi contro la magistratura": nessuna richiesta di impropri interventi nei confronti del potere giudiziario mi è stata rivolta». «Né la delegazione del Pdl - aggiunge - mi ha "annunciato" o prospettato alcun "Aventino della destra"». Con l'aggravante che un comunicato ufficiale del giorno stesso aveva già chiarito tutti questi aspetti. «Comunicato che Giannini - rincara Napolitano - ha ritenuto di poter di fatto scorrettamente smentire sulla base di non si sa quale ascolto o resoconto surrettizio».
Il capo dello Stato imputa a Giannini, in una suprema sintesi dell'essenza dell'antiberlusconismo, una «tendenziosità tale da fare il giuoco di quanti egli intende colpire». E poi la chiusura della lettera, dalla quale ricaviamo l'impressione che per Napolitano i «sediziosi» di cui ha parlato il vicedirettore di Repubblica non militano solo nel campo berlusconiano ma anche in altri campi: nella magistratura, per esempio, nella stampa e nei partiti di sinistra. «Mi auguro che da parte di Giannini, anziché deplorare aggressivamente il Capo dello Stato per non avere manifestato lo "sdegno" e la "forza" che il bravo giornalista avrebbe potuto suggerirgli, ci siano in ogni occasione rigore e zelo nei confronti di tutti i sediziosi, dovunque collocati e comunque manifestatisi». Che Napolitano abbia voluto dare dei «sediziosi» anche ai "bravi" giornalisti di Repubblica è una lettura troppo maliziosa?
Nella sua controreplica Giannini ricorre al più classico rigirare la frittata: «Non dubitiamo», esordisce, che sia andata come dice il presidente, ma anziché dare spiegazioni nel merito della versione «arbitraria e falsa» da lui maliziosamente suggerita nel pezzo incriminato, risponde come se si fosse trattato di una sua semplice analisi politica sulla base di concetti «già espressi pubblicamente» dal Pdl, e che hanno fatto da «sfondo all'incontro», e di sue «impressioni» sul «comunicato dell'altroieri» del Quirinale. In realtà, come chiunque può verificare, nel suo editoriale/retroscena Giannini ha tratto il suo severo giudizio politico fondandolo su precise richieste e assicurazioni formulate tra il presidente e i vertici del Pdl durante l'incontro, da lui riportate come se ne fosse venuto a conoscenza: richieste e assicurazioni che Napolitano ha smentito di aver ricevuto e dato.
Il vicedirettore di Repubblica, colto in fallo, non può cavarsela come se le sue fossero solo deduzioni sulla base di un comunicato, mentre ha surrettiziamente lasciato intendere ai lettori una vera e propria versione dei fatti. Ora, delle due l'una: o Giannini cita una fonte, anche anonima, per confermare la sua versione, oppure bisogna concludere che si è inventato ciò che il Pdl avrebbe chiesto al presidente e ciò che questi avrebbe assicurato.
Cosa dicono i colleghi giornalisti? Se il vicedirettore di Repubblica non dà spiegazioni e resta al suo posto dopo una tale smentita da parte della più alta carica istituzionale del paese e nessuno dice niente, come si può, da quegli stessi pulpiti, fare la morale ai politici? E' così assurdo pensare che Giannini debba dimettersi? O forse inventarsi i pezzi fa parte del mestiere, tanto così fan tutti? Perché nessuno s'indigna e chiede le dimissioni di Giannini, sbugiardato niente meno che da Napolitano? Omertà tra colleghi di casta o semplice assuefazione alle peggiori pratiche della professione?
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Thursday, March 14, 2013
Tuesday, March 05, 2013
Siamo i grillini e proponiamo cose un sacco belle
Il grillismo? Subculture sinistroidi 2.0
Anche su Notapolitica e L'Opinione
La presentazione - innanzitutto tra di loro, dal momento che in pochi si conoscevano - degli eletti del Movimento 5 Stelle alla Camera e al Senato, ieri in un hotel romano (qui il video), è stata l'occasione per capire non tanto come sia stato possibile che 8,7 milioni di italiani li abbiano votati, ma la natura, l'identità politica del movimento, poiché forse mai come in questo caso tra eletti e militanti da una parte, ed elettori dall'altra, esiste una distanza abissale, a livello quasi antropologico. Dei candidati, infatti, prima di oggi non si sapeva nulla, totalmente oscurati dalle performance di Beppe Grillo. Presentazioni individuali brevi, va detto, poche parole per descrivere se stessi, la propria attività e i propri interessi, il settore di cui ci si vorrebbe occupare in Parlamento, il tutto in perfetto stile alcolisti anonimi ("Ciao, sono tizio, mi occupo di... potrei contribuire a...").
Premettiamo subito che il problema non è quanto siano apparsi ingenui ed inesperti i neo-parlamentari grillini. Probabilmente tutti i loro predecessori lo erano, la prima volta. A sorprendere in negativo è il modo in cui non sanno descrivere loro stessi, usando definizioni standardizzate da curricula scritti male. Per non parlare della quantità di banalità, di rimasticature ideologiche, presentate con le capacità espositive, le perifrasi e la mimica tipiche delle assemblee liceali, l'astrattezza di chi tanto non deve rendere conto a nessuno delle sue sparate, ma anche con la sicumera di chi è convinto di saperne più di tutti per il solo fatto di avere un pezzo di carta in tasca e di "occuparsi" - non si sa bene a che titolo, se per hobby o poco più - di quella tal materia.
"Parlo tre lingue, studio la quarta e quindi mi candido automaticamente alla commissione esteri"; "Vorrei portare la mia passione per il web e anche per la musica"; "Sono sommelier, quindi mi occuperò di agricoltura"; "Mi vorrei occupare di trasporti pubblici e come concetto la manutenzione attuarla per l'acqua pubblica"; "Oltre a lavorare sul lavoro mi piace molto il settore dei servizi sociali e se c'è bisogno anche la sanità"; "Mi piacerebbe occuparmi sia di sociale sia di giustizia"; "Vado in bici e vorrei che si potesse andare dall'aeroporto a Montecitorio in bicicletta"; "Sono vegano, 'disiscritto' dalla Chiesa cattolica". Sono solo alcune delle perle che ci è capitato di ascoltare.
"Mi occupo di" è la frase standard utilizzata per presentarsi. Sintomatica di una certa faciloneria: questi eletti grillini non lavorano, non fanno, non sono, ma si "occupano di...". Si "occupano" tutti di un sacco di cose buone e belle, ma in pochi dicono che lavoro fanno, di cosa campano, citando un impiego, una mansione, una posizione o un profilo professionale. Della serie, "vogliamo fare cose un sacco buone e un sacco genuine". Già, sembrava di assistere alla famosa scena del film di Verdone "Un sacco bello", in cui il giovane neo-hippy Ruggero, al cospetto del papà Mario (Mario Brega) e di padre Alfio, prova a spiegare l'attività della sua comune:
L'ambientalismo ideologico (niente discariche né inceneritori, no alle centrali a biomassa), l'antimilitarismo, l'animalismo, le energie alternative, il "Nimby", ma anche i concetti-chiave della sinistra statalista e politicamente corretta: scuola pubblica, sanità pubblica, acqua pubblica, lotta alla precarietà, reddito di cittadinanza, "il sociale" e il "bene comune", la giustizia. E' proprio questa una delle più grandi contraddizioni di fondo del movimento di Grillo: voler spezzare le catene dell'ingiustizia, estirpare la corruzione, la mala politica, con più Stato, più "pubblico", quindi inevitabilmente più politica, come in una sorta di sindrome di Stoccolma.
C'è il problema dei rifiuti? Semplice, si risolve non producendoli, non consumando. C'è il problema del debito? Si può non ripagarlo, o rinegoziarlo, e al limite uscire dall'euro, perché no? C'è il problema di come far ripartire l'economia? Ecco che viene in soccorso la teoria della "decrescita felice". Non vorremmo ricorrere a paragoni sotto molti aspetti inappropriati e certamente esagerati - ce ne rendiamo conto - ma come nei movimenti totalitari della prima metà del '900, anche nel M5S convivono da una parte il rifiuto del progresso, economico e tecnologico, il mito di uno stile di vita pre-industriale, anti-consumistico e anti-materialista, persino l'eco di valori contadini, e dall'altra un approccio fideistico alle tecnologie di ultima generazione - legate al web, alle energie alternative e alla tutela dell'ambiente - con le quali l'umanità sarebbe in grado di auto-rigenerarsi.
Diversamente dai comizi in campagna elettorale, in cui Grillo ha astutamente toccato il tema dell'oppressione fiscale e della burocrazia statale, ieri nelle autopresentazioni dei grllini non abbiamo mai udito pronunciare le parole "tasse" e "spesa pubblica", e molto pochi sono stati persino gli accenni ai vizi della casta, per esempio all'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti.
In generale il M5S - guardando agli eletti, non agli elettori - sembra il frutto della cultura anti-capitalista, antagonista, altermondista e assemblearista, no global, che la sinistra italiana, politica e intellettuale, ha coltivato e diffuso per decenni, vezzeggiandone leader e movimenti. Vi si ritrovano tutte le subculture impugnate – in sostituzione dell'ideologia comunista, ormai uscita sconfitta dalla storia – per combattere il capitalismo e qualsiasi sua "sovrastruttura", democrazia rappresentativa compresa.
Negli eletti grillini (quasi tutti laureati) vediamo probabilmente arrivare a maturazione i decenni di sfascio e fallimento del sistema educativo-universitario italiano così come la sinistra l'ha voluto e difeso. Molti, infatti, i laureati in materie tecnico-scientifiche – ingegneri ambientali, informatici, fisici, biologi – ma anche umanistiche, come lettere antiche, scienze dell'educazione e della comunicazione, psicologia. Ma colpisce di questo esercito di laureati la loro incapacità ad esprimersi, quasi al livello di disadattati, il loro totale analfabetismo economico e costituzionale, la frustrazione, probabilmente insopportabile, nel riscontrare come il loro campo di studi sia poco spendibile nel mercato del lavoro.
Ascoltandoli, ieri, veniva quasi da chiedergli, come lo strepitoso Mario Brega di "Un sacco bello": «Vabbè ma che sete... 'na setta, 'na tribbù, i carbonari, i masoni, ma che sete aho!?». Ci vuole qualcuno che abbia il coraggio di sfidare il politicamente corretto e dire "no, grazie, ci teniamo i politici che abbiamo, Scilipoti compresi".
Anche su Notapolitica e L'Opinione
La presentazione - innanzitutto tra di loro, dal momento che in pochi si conoscevano - degli eletti del Movimento 5 Stelle alla Camera e al Senato, ieri in un hotel romano (qui il video), è stata l'occasione per capire non tanto come sia stato possibile che 8,7 milioni di italiani li abbiano votati, ma la natura, l'identità politica del movimento, poiché forse mai come in questo caso tra eletti e militanti da una parte, ed elettori dall'altra, esiste una distanza abissale, a livello quasi antropologico. Dei candidati, infatti, prima di oggi non si sapeva nulla, totalmente oscurati dalle performance di Beppe Grillo. Presentazioni individuali brevi, va detto, poche parole per descrivere se stessi, la propria attività e i propri interessi, il settore di cui ci si vorrebbe occupare in Parlamento, il tutto in perfetto stile alcolisti anonimi ("Ciao, sono tizio, mi occupo di... potrei contribuire a...").
Premettiamo subito che il problema non è quanto siano apparsi ingenui ed inesperti i neo-parlamentari grillini. Probabilmente tutti i loro predecessori lo erano, la prima volta. A sorprendere in negativo è il modo in cui non sanno descrivere loro stessi, usando definizioni standardizzate da curricula scritti male. Per non parlare della quantità di banalità, di rimasticature ideologiche, presentate con le capacità espositive, le perifrasi e la mimica tipiche delle assemblee liceali, l'astrattezza di chi tanto non deve rendere conto a nessuno delle sue sparate, ma anche con la sicumera di chi è convinto di saperne più di tutti per il solo fatto di avere un pezzo di carta in tasca e di "occuparsi" - non si sa bene a che titolo, se per hobby o poco più - di quella tal materia.
"Parlo tre lingue, studio la quarta e quindi mi candido automaticamente alla commissione esteri"; "Vorrei portare la mia passione per il web e anche per la musica"; "Sono sommelier, quindi mi occuperò di agricoltura"; "Mi vorrei occupare di trasporti pubblici e come concetto la manutenzione attuarla per l'acqua pubblica"; "Oltre a lavorare sul lavoro mi piace molto il settore dei servizi sociali e se c'è bisogno anche la sanità"; "Mi piacerebbe occuparmi sia di sociale sia di giustizia"; "Vado in bici e vorrei che si potesse andare dall'aeroporto a Montecitorio in bicicletta"; "Sono vegano, 'disiscritto' dalla Chiesa cattolica". Sono solo alcune delle perle che ci è capitato di ascoltare.
"Mi occupo di" è la frase standard utilizzata per presentarsi. Sintomatica di una certa faciloneria: questi eletti grillini non lavorano, non fanno, non sono, ma si "occupano di...". Si "occupano" tutti di un sacco di cose buone e belle, ma in pochi dicono che lavoro fanno, di cosa campano, citando un impiego, una mansione, una posizione o un profilo professionale. Della serie, "vogliamo fare cose un sacco buone e un sacco genuine". Già, sembrava di assistere alla famosa scena del film di Verdone "Un sacco bello", in cui il giovane neo-hippy Ruggero, al cospetto del papà Mario (Mario Brega) e di padre Alfio, prova a spiegare l'attività della sua comune:
«Cioè, siamo un gruppo di ragazzi no, che stanno fondando una comunità agricola no, cioè come alternativa all'inquinamento urbano, cioè inteso non soltanto come scorie eccetera, no, cioè inteso anche come inquinamento morale capito in che senso? (...) Cioè allora, mentre le ragazze provvedono alla raccolta dei frutti naturali della terra no, tipo carciofi, ravanelli, insalata, piselli no, tutta robbba vegetale un sacco bbuona no, noi ragazzi invece provvediamo così alla dimensione artigggianale no, cioè tutti lavoretti così in ceramica, in cuoio no, così eccetera no, per sentirci in noi stessi in quanto entità fisico psichica a contatto con gli altri no, cioè in questo mondo cosmico pantistico naturalistico no, cioè un mondo in cui è l'amore che vince e il male che perde no, cioè un modo in cui veramente domina la fratellanza no».Ovviamente un paragone spiritoso, da non prendere alla lettera, ma il miscuglio di subculture politiche, proposte e teorie strampalate tra l'ingenuo e il complottistico, espresso dall'assemblea grillina rimanda all'idea di un mondo pre-industriale e fortemente comunitario, in piena armonia con la natura, proprio come veniva descritto dal mitico personaggio di Verdone nei lontani anni '80.
L'ambientalismo ideologico (niente discariche né inceneritori, no alle centrali a biomassa), l'antimilitarismo, l'animalismo, le energie alternative, il "Nimby", ma anche i concetti-chiave della sinistra statalista e politicamente corretta: scuola pubblica, sanità pubblica, acqua pubblica, lotta alla precarietà, reddito di cittadinanza, "il sociale" e il "bene comune", la giustizia. E' proprio questa una delle più grandi contraddizioni di fondo del movimento di Grillo: voler spezzare le catene dell'ingiustizia, estirpare la corruzione, la mala politica, con più Stato, più "pubblico", quindi inevitabilmente più politica, come in una sorta di sindrome di Stoccolma.
C'è il problema dei rifiuti? Semplice, si risolve non producendoli, non consumando. C'è il problema del debito? Si può non ripagarlo, o rinegoziarlo, e al limite uscire dall'euro, perché no? C'è il problema di come far ripartire l'economia? Ecco che viene in soccorso la teoria della "decrescita felice". Non vorremmo ricorrere a paragoni sotto molti aspetti inappropriati e certamente esagerati - ce ne rendiamo conto - ma come nei movimenti totalitari della prima metà del '900, anche nel M5S convivono da una parte il rifiuto del progresso, economico e tecnologico, il mito di uno stile di vita pre-industriale, anti-consumistico e anti-materialista, persino l'eco di valori contadini, e dall'altra un approccio fideistico alle tecnologie di ultima generazione - legate al web, alle energie alternative e alla tutela dell'ambiente - con le quali l'umanità sarebbe in grado di auto-rigenerarsi.
Diversamente dai comizi in campagna elettorale, in cui Grillo ha astutamente toccato il tema dell'oppressione fiscale e della burocrazia statale, ieri nelle autopresentazioni dei grllini non abbiamo mai udito pronunciare le parole "tasse" e "spesa pubblica", e molto pochi sono stati persino gli accenni ai vizi della casta, per esempio all'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti.
In generale il M5S - guardando agli eletti, non agli elettori - sembra il frutto della cultura anti-capitalista, antagonista, altermondista e assemblearista, no global, che la sinistra italiana, politica e intellettuale, ha coltivato e diffuso per decenni, vezzeggiandone leader e movimenti. Vi si ritrovano tutte le subculture impugnate – in sostituzione dell'ideologia comunista, ormai uscita sconfitta dalla storia – per combattere il capitalismo e qualsiasi sua "sovrastruttura", democrazia rappresentativa compresa.
Negli eletti grillini (quasi tutti laureati) vediamo probabilmente arrivare a maturazione i decenni di sfascio e fallimento del sistema educativo-universitario italiano così come la sinistra l'ha voluto e difeso. Molti, infatti, i laureati in materie tecnico-scientifiche – ingegneri ambientali, informatici, fisici, biologi – ma anche umanistiche, come lettere antiche, scienze dell'educazione e della comunicazione, psicologia. Ma colpisce di questo esercito di laureati la loro incapacità ad esprimersi, quasi al livello di disadattati, il loro totale analfabetismo economico e costituzionale, la frustrazione, probabilmente insopportabile, nel riscontrare come il loro campo di studi sia poco spendibile nel mercato del lavoro.
Ascoltandoli, ieri, veniva quasi da chiedergli, come lo strepitoso Mario Brega di "Un sacco bello": «Vabbè ma che sete... 'na setta, 'na tribbù, i carbonari, i masoni, ma che sete aho!?». Ci vuole qualcuno che abbia il coraggio di sfidare il politicamente corretto e dire "no, grazie, ci teniamo i politici che abbiamo, Scilipoti compresi".
Friday, September 21, 2012
Le vere lezioni della "sprecopoli" laziale
Anche su L'Opinione
Se non riusciamo a guardare tra le pieghe dello scandalo Lazio, oltre lo squallore delle scene che ci propinano per colpire il nostro immaginario e suscitare il nostro sdegno, continuerà a sfuggirci il vero bandolo della matassa, e dovremo assistere a nuove scene di questo tipo. Se è furba, la Polverini dovrebbe dimettersi, per cercare di passare da vittima e non complice del "sistema". Una furbata che gli permetterebbe di gettare fumo negli occhi di tanti cittadini, ma non di tutti: con una sanità in dissesto e le addizionali Irpef più alte d'Italia, è una colpa imperdonabile anche solo non essersi accorta, in due anni e mezzo, di quel che accadeva.
Lo sperpero del gruppo Pdl in Regione Lazio, così sensazionale e pacchiano, vero e proprio schiaffo non solo alla miseria ma anche alla classe media che suda per portare i soldi a casa, non deve però far dimenticare che sperperi di egual misura, sebbene meno appariscenti, avvengono con poche eccezioni in tutte le regioni: stipendi stellari, governatori che guadagnano il doppio del presidente Obama, vitalizi generosi, fondi ai gruppi. E poco importa, ai fini della contabilità generale, se questi soldi vengono scialacquati in ostriche e champagne, oppure in consulenze, corsi, e in noiosi convegni su improbabili argomenti, il cui scopo è comunque saziare le proprie clientele locali: l'hotel da cui si affitta la sala, l'azienda che fornisce il catering, quella che manda le hostess, gli autorevoli oratori. La vera vergogna non è come i soldi vengono spesi, ma il fatto stesso che vengano spesi, regalati ai partiti sostanzialmente per alimentare le proprie clientele. Inorridiamo pure, ma ricordiamocene al prossimo piagnisteo dei presidenti di regione per i tagli ai trasferimenti. Se ancora non hanno abolito vitalizi e spese varie, vuol dire che grasso da tagliare ancora ce n'è. Si può obiettare che preferiscono sacrificare i servizi piuttosto che i loro privilegi, ma se qualcosa si muove anche da quel punto di vista, e se quanto meno nessuno è più disposto a chiudere un occhio, è perché abbiamo appena cominciato ad affamare la bestia. Bisogna continuare.
Nel tritacarne mediatico è finito anche De Romanis per il suo «toga-party alla vaccinara». Una festa trash, ma tutto sommato innocente (non un "festino", termine che indica ben altre e più ristrette situazioni), e fino a prova contraria pagata coi suoi soldi, non con i fondi del gruppo Pdl, come si insinua tra le righe. Ma rappresenta comunque lo specchio del sistema: si celebra un'elezione in consiglio regionale come una mega-vincita al superenalotto, eppure non dovrebbe permettere a nessuno di sentirsi "sistemato" per la vita.
Può darsi, come sostiene Serra su Repubblica, che «Fiorito siamo noi», che sia un «normotipo popolare italiano». Ogni popolo ha i rappresentanti che si merita, c'è del vero. Dunque, Fiorito «prodotto della democrazia»? Forse sì, se ci riferiamo a quel particolare e sghembo tipo di democrazia rappresentativa (la «democrazia diretta» non c'entra davvero nulla) che abbiamo in Italia. A ben vedere però Fiorito è il prodotto non della democrazia, ma delle preferenze, che non garantiscono ai cittadini alcun potere di scelta, bensì ai candidati con le clientele più numerose di essere eletti, così come i listini servono a promuovere portaborse e funzionari di partito che nessuno conosce. Fiorito è uguale a quelli che hanno espresso la preferenza per lui, cioè ai suoi "clientes", una estrema minoranza degli elettori.
Se non riusciamo a guardare tra le pieghe dello scandalo Lazio, oltre lo squallore delle scene che ci propinano per colpire il nostro immaginario e suscitare il nostro sdegno, continuerà a sfuggirci il vero bandolo della matassa, e dovremo assistere a nuove scene di questo tipo. Se è furba, la Polverini dovrebbe dimettersi, per cercare di passare da vittima e non complice del "sistema". Una furbata che gli permetterebbe di gettare fumo negli occhi di tanti cittadini, ma non di tutti: con una sanità in dissesto e le addizionali Irpef più alte d'Italia, è una colpa imperdonabile anche solo non essersi accorta, in due anni e mezzo, di quel che accadeva.
Lo sperpero del gruppo Pdl in Regione Lazio, così sensazionale e pacchiano, vero e proprio schiaffo non solo alla miseria ma anche alla classe media che suda per portare i soldi a casa, non deve però far dimenticare che sperperi di egual misura, sebbene meno appariscenti, avvengono con poche eccezioni in tutte le regioni: stipendi stellari, governatori che guadagnano il doppio del presidente Obama, vitalizi generosi, fondi ai gruppi. E poco importa, ai fini della contabilità generale, se questi soldi vengono scialacquati in ostriche e champagne, oppure in consulenze, corsi, e in noiosi convegni su improbabili argomenti, il cui scopo è comunque saziare le proprie clientele locali: l'hotel da cui si affitta la sala, l'azienda che fornisce il catering, quella che manda le hostess, gli autorevoli oratori. La vera vergogna non è come i soldi vengono spesi, ma il fatto stesso che vengano spesi, regalati ai partiti sostanzialmente per alimentare le proprie clientele. Inorridiamo pure, ma ricordiamocene al prossimo piagnisteo dei presidenti di regione per i tagli ai trasferimenti. Se ancora non hanno abolito vitalizi e spese varie, vuol dire che grasso da tagliare ancora ce n'è. Si può obiettare che preferiscono sacrificare i servizi piuttosto che i loro privilegi, ma se qualcosa si muove anche da quel punto di vista, e se quanto meno nessuno è più disposto a chiudere un occhio, è perché abbiamo appena cominciato ad affamare la bestia. Bisogna continuare.
Nel tritacarne mediatico è finito anche De Romanis per il suo «toga-party alla vaccinara». Una festa trash, ma tutto sommato innocente (non un "festino", termine che indica ben altre e più ristrette situazioni), e fino a prova contraria pagata coi suoi soldi, non con i fondi del gruppo Pdl, come si insinua tra le righe. Ma rappresenta comunque lo specchio del sistema: si celebra un'elezione in consiglio regionale come una mega-vincita al superenalotto, eppure non dovrebbe permettere a nessuno di sentirsi "sistemato" per la vita.
Può darsi, come sostiene Serra su Repubblica, che «Fiorito siamo noi», che sia un «normotipo popolare italiano». Ogni popolo ha i rappresentanti che si merita, c'è del vero. Dunque, Fiorito «prodotto della democrazia»? Forse sì, se ci riferiamo a quel particolare e sghembo tipo di democrazia rappresentativa (la «democrazia diretta» non c'entra davvero nulla) che abbiamo in Italia. A ben vedere però Fiorito è il prodotto non della democrazia, ma delle preferenze, che non garantiscono ai cittadini alcun potere di scelta, bensì ai candidati con le clientele più numerose di essere eletti, così come i listini servono a promuovere portaborse e funzionari di partito che nessuno conosce. Fiorito è uguale a quelli che hanno espresso la preferenza per lui, cioè ai suoi "clientes", una estrema minoranza degli elettori.
Wednesday, June 27, 2012
La vera equità? Ricalcolare le pensioni d'oro
Com'è noto le pensioni d'oro costituiscono uno scandalo tutto italiano, che ha contribuito non poco al dissesto delle nostre finanze e all'esplosione del debito pubblico. Si tratta di assegni molto cospicui: 90 mila, 150 mila, 200 mila euro lordi l'anno e oltre (senza considerare chi cumula fino a tre trattamenti). Ne usufruiscono, spesso a partire da un'età non molto avanzata (ben prima dei 60 anni, a volte persino prima dei 50), soprattutto gli appartenenti alle varie "caste" statali: manager pubblici, uomini delle istituzioni, magistrati, professori universitari. A tutti gli effetti pensioni d'oro anche quegli assegni più modesti ma percepiti fin da una "tenera" età: le famigerate baby-pensioni ai trenta-quarantenni. Abbiamo smesso da tempo di concederne di nuove, ma un esercito di persone continua a percepirle.
Molto difficile arrivare a guadagnarsi una pensione così dorata con il sistema contributivo. La maggior parte di esse, infatti, sono maturate sotto il regime retributivo o misto.
Il modo più equo per intervenire non è certo imponendo contributi di solidarietà indiscriminati, né "tetti" validi per tutti, ma procedere ad un ricalcolo delle pensioni d'oro sulla base dei contributi effettivamente versati, fissando una soglia di esclusione (per esempio, 3-4.000 euro lordi mensili), al di sotto della quale non si effettua il ricalcolo e, per coloro che la superano, non potrà scendere il nuovo assegno. Il risultato sarebbe quello di debellare l'oscenità delle pensioni d'oro, ma secondo un criterio di merito, per cui avrà comunque di più chi ha versato più contributi.
LEGGI TUTTO su Notapolitica
Molto difficile arrivare a guadagnarsi una pensione così dorata con il sistema contributivo. La maggior parte di esse, infatti, sono maturate sotto il regime retributivo o misto.
Il modo più equo per intervenire non è certo imponendo contributi di solidarietà indiscriminati, né "tetti" validi per tutti, ma procedere ad un ricalcolo delle pensioni d'oro sulla base dei contributi effettivamente versati, fissando una soglia di esclusione (per esempio, 3-4.000 euro lordi mensili), al di sotto della quale non si effettua il ricalcolo e, per coloro che la superano, non potrà scendere il nuovo assegno. Il risultato sarebbe quello di debellare l'oscenità delle pensioni d'oro, ma secondo un criterio di merito, per cui avrà comunque di più chi ha versato più contributi.
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Wednesday, November 16, 2011
Dopo la casta, il mito statalista
Anche su Notapolitica e taccuinopolitico
Si apre nel 2007, con la pubblicazione del best seller di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, la meritoria campagna del Corriere della Sera contro "la casta". E nel corso degli anni, in un crescendo fino alla crisi di leadership di Berlusconi, diventa martellante, facendo da cornice perfetta a inchieste giudiziarie e scandaletti sessuofobici. Non era il primo successo editoriale sui costi della politica. Prima di loro arrivarono l'ex ministro Raffaele Costa, con "L'Italia degli sprechi" (1999) e "L'Italia dei privilegi" (2002), e il duo Salvi-Villone con "Il costo della democrazia" (2005). Ma Stella e Rizzo avevano dalla loro le bocche di fuoco di Via Solferino e dell'establishment culturale, economico e finanziario di cui il quotidiano è solo una delle voci.
Da quando poi la Confindustria ha perso ogni fiducia nella capacità del governo, e della politica in generale, di affrontare la crisi con efficaci misure di rilancio dell'economia, alla campagna contro la casta si sono associati i media degli industriali. Il Sole24Ore e, in modo veemente, quotidiano, Radio24, con le sue trasmissioni di punta del mattino e "La Zanzara". Alla fine la campagna ha successo: l'opinione pubblica è disgustata ed esasperata, i politici sono costretti a umilianti atti di contrizione, ad ogni livello di governo si dimenano in diversivi per salvare il salvabile dei loro privilegi, ma la bufera finanziaria che si abbatte sui titoli di Stato italiani è la classica goccia che fa traboccare il vaso, o in questo caso l'ondata, e li manda ko. Insieme a Berlusconi tutti i partiti fanno volentieri un passo indietro, lasciando in piena curva il volante a un governo di soli tecnici guidato da Mario Monti, esito che probabilmente il Corriere – e i poteri più o meno deboli di cui è espressione – si auguravano/prefiggevano fin dall'inizio del loro attacco alla casta. Bene, bravi, bis.
I nostri politici se la sono cercata e si sono rivelati miopi e inetti. Tuttavia, ora che abbiamo vivisezionato e denunciato tutti i privilegi della casta, e ora che la politica si è dovuta accomodare sul sedile posteriore, sarebbe il momento di lanciare una campagna altrettanto spietata sui tanti privilegi della gente comune, altrimenti non ci salviamo. Gli italiani s'illudono infatti che la casta sia solo quella dei politici, che un bel taglio alle loro parcelle basti a salvare il Paese. Un'illusione pericolosa, perché quando il mondo ti avverte che non ti farà più credito a buon mercato, e ti intima di cambiare comportamenti, nessuno è disposto non dico a fare sacrifici, ma a mollare un'unghia delle proprie costose abitudini: è colpa dei nostri politici, paghino loro, o al massimo "piangano anche i ricchi". Ora che siamo sull'orlo del baratro, e che non c'è più l'alibi di Berlusconi, è forse il momento di un'operazione verità: le caste, a cominciare dai giornalisti e dal mondo dell'editoria, abbondano nel nostro Paese e tutte – nessuna esclusa – hanno contribuito al dissesto finanziario, produttivo e culturale. La cultura statalista e corporativa dominante, a partire dalle scuole fino ai mass media, ha semplicemente inculcato nella testa degli italiani l'idea che ad ogni cosa ci debba pensare lo Stato, sottintendendo la gratuità dei suoi servizi e delle sue opere.
Ebbene, oggi che l'evidenza empirica dimostra l'insostenibilità non solo del socialismo reale, ma anche dello stato sociale europeo del '900, sarebbe ora che i grandi giornali italiani si occupassero di rimediare a questo grande inganno culturale con la stessa intensità con la quale hanno combattuto la casta dei politici. Perché se gli italiani non si risvegliano dal profondo sonno statalista in cui sono precipitati, il governo dei tecnici potrebbe non avere il sostegno necessario a riparare le falle della nostra barca.
Sotto esame, dunque, insieme al nuovo esecutivo Monti, c'è tutto quel mondo editoriale, accademico, intellettuale, che da anni sui giornali bacchetta la politica – a ragione – per la sua improduttività e i suoi privilegi. Ora alcuni dei più illustri rappresentanti di quel mondo avranno la possibilità di dimostrare le loro capacità di governo (e se governare non fosse poi così facile come scrivere editoriali?), ma ancor più decisiva e urgente è l'operazione culturale contro il mito statalista. Non ci sono alternative. State certi che tutti i privilegi che la gente comune ha (e non si rende neanche conto di averli), e che non esistono in altri Paesi, verranno spazzati via uno ad uno. Da uno statista (improbabile), o da un branco di famelici creditori (ad oggi più probabile).
Si apre nel 2007, con la pubblicazione del best seller di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, la meritoria campagna del Corriere della Sera contro "la casta". E nel corso degli anni, in un crescendo fino alla crisi di leadership di Berlusconi, diventa martellante, facendo da cornice perfetta a inchieste giudiziarie e scandaletti sessuofobici. Non era il primo successo editoriale sui costi della politica. Prima di loro arrivarono l'ex ministro Raffaele Costa, con "L'Italia degli sprechi" (1999) e "L'Italia dei privilegi" (2002), e il duo Salvi-Villone con "Il costo della democrazia" (2005). Ma Stella e Rizzo avevano dalla loro le bocche di fuoco di Via Solferino e dell'establishment culturale, economico e finanziario di cui il quotidiano è solo una delle voci.
Da quando poi la Confindustria ha perso ogni fiducia nella capacità del governo, e della politica in generale, di affrontare la crisi con efficaci misure di rilancio dell'economia, alla campagna contro la casta si sono associati i media degli industriali. Il Sole24Ore e, in modo veemente, quotidiano, Radio24, con le sue trasmissioni di punta del mattino e "La Zanzara". Alla fine la campagna ha successo: l'opinione pubblica è disgustata ed esasperata, i politici sono costretti a umilianti atti di contrizione, ad ogni livello di governo si dimenano in diversivi per salvare il salvabile dei loro privilegi, ma la bufera finanziaria che si abbatte sui titoli di Stato italiani è la classica goccia che fa traboccare il vaso, o in questo caso l'ondata, e li manda ko. Insieme a Berlusconi tutti i partiti fanno volentieri un passo indietro, lasciando in piena curva il volante a un governo di soli tecnici guidato da Mario Monti, esito che probabilmente il Corriere – e i poteri più o meno deboli di cui è espressione – si auguravano/prefiggevano fin dall'inizio del loro attacco alla casta. Bene, bravi, bis.
I nostri politici se la sono cercata e si sono rivelati miopi e inetti. Tuttavia, ora che abbiamo vivisezionato e denunciato tutti i privilegi della casta, e ora che la politica si è dovuta accomodare sul sedile posteriore, sarebbe il momento di lanciare una campagna altrettanto spietata sui tanti privilegi della gente comune, altrimenti non ci salviamo. Gli italiani s'illudono infatti che la casta sia solo quella dei politici, che un bel taglio alle loro parcelle basti a salvare il Paese. Un'illusione pericolosa, perché quando il mondo ti avverte che non ti farà più credito a buon mercato, e ti intima di cambiare comportamenti, nessuno è disposto non dico a fare sacrifici, ma a mollare un'unghia delle proprie costose abitudini: è colpa dei nostri politici, paghino loro, o al massimo "piangano anche i ricchi". Ora che siamo sull'orlo del baratro, e che non c'è più l'alibi di Berlusconi, è forse il momento di un'operazione verità: le caste, a cominciare dai giornalisti e dal mondo dell'editoria, abbondano nel nostro Paese e tutte – nessuna esclusa – hanno contribuito al dissesto finanziario, produttivo e culturale. La cultura statalista e corporativa dominante, a partire dalle scuole fino ai mass media, ha semplicemente inculcato nella testa degli italiani l'idea che ad ogni cosa ci debba pensare lo Stato, sottintendendo la gratuità dei suoi servizi e delle sue opere.
Ebbene, oggi che l'evidenza empirica dimostra l'insostenibilità non solo del socialismo reale, ma anche dello stato sociale europeo del '900, sarebbe ora che i grandi giornali italiani si occupassero di rimediare a questo grande inganno culturale con la stessa intensità con la quale hanno combattuto la casta dei politici. Perché se gli italiani non si risvegliano dal profondo sonno statalista in cui sono precipitati, il governo dei tecnici potrebbe non avere il sostegno necessario a riparare le falle della nostra barca.
Sotto esame, dunque, insieme al nuovo esecutivo Monti, c'è tutto quel mondo editoriale, accademico, intellettuale, che da anni sui giornali bacchetta la politica – a ragione – per la sua improduttività e i suoi privilegi. Ora alcuni dei più illustri rappresentanti di quel mondo avranno la possibilità di dimostrare le loro capacità di governo (e se governare non fosse poi così facile come scrivere editoriali?), ma ancor più decisiva e urgente è l'operazione culturale contro il mito statalista. Non ci sono alternative. State certi che tutti i privilegi che la gente comune ha (e non si rende neanche conto di averli), e che non esistono in altri Paesi, verranno spazzati via uno ad uno. Da uno statista (improbabile), o da un branco di famelici creditori (ad oggi più probabile).
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