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Tuesday, July 30, 2013

La piccola mistificazione del Sole sull'Imu

Anche su Notapolitica e L'Opinione

I dati riprodotti oggi dal Sole24Ore, che hanno indotto il giornale di Confindustria a sostenere che l'abolizione dell'Imu sulla prima casa (tranne gli immobili di lusso) premierebbe i redditi più alti ("I numeri del Tesoro. Con lo stop all'Imu premiati i redditi alti", il titolo) dimostrano in realtà il contrario, e cioè «l'impatto fortemente regressivo» dell'imposta, non della sua abolizione. Se chi dichiara al fisco più di 120 mila euro l'anno versa, in media, 629 euro, cioè lo 0,5% o anche meno del suo reddito, e invece chi dichiara fino a 10 mila euro l'anno paga, in media, 187 euro, cioè quasi il 2% o anche più del suo reddito, non può esserci alcun dubbio su quale sia la fascia di contribuenti più penalizzata dall'Imu sulla prima casa.

Pesano di più 187 euro su un reddito fino a 10 mila euro (anche perché fino vuol dire che nella media dei 187 rientrano anche redditi inferiori, per esempio di soli 7-8 mila euro, rispetto ai quali l'imposta vale molto più del 2%), che 629 euro su un reddito oltre i 120 mila euro (anche perché oltre vuol dire che nella media dei 629 rientrano anche redditi molto superiori, per esempio di 150 mila euro, rispetto ai quali l'imposta vale addirittura meno dello 0,5%).

Ovvio, quindi, che il risparmio derivante dall'esenzione totale della tassa sulla prima casa sarebbe senz'altro maggiore per i redditi più alti in termini assoluti, ma al contrario in termini percentuali premierebbe i redditi più bassi, perché è su quelli che l'imposta pesa, in percentuale, maggiormente.

Detto questo, l'errore metodologico sta proprio nel voler misurare l'equità di un'imposta di natura patrimoniale con la distribuzione per classi di reddito. E' come mischiare mele con pere. Se la logica è colpire la rendita, dal momento che non siamo più nell'800 non ci si può meravigliare che a rimetterci siano anche molti contribuenti a reddito basso.

Basti considerare che mentre pensionati, operai o semplici impiegati proprietari della casa in cui vivono in città medio-grandi hanno dovuto pagare anche un migliaio di euro di Imu con redditi certamente bassi o medi, chi guadagna oltre 120 mila euro ma abita in piccoli centri o in zone isolate probabilmente se l'è cavata con 2-300 euro. Il fatto è che un'imposta patrimoniale sulla casa, che si calcola sulla rendita immobiliare, non potrà mai essere equa rispetto al reddito.

Wednesday, June 13, 2012

La giornata: Monti prova a mettere in riga i partiti ma Wsj e Ft mettono in riga lui

Mentre non si placano le tensioni sui mercati, con il rendimento del Btp a 10 anni ben al di sopra del 6%, ieri sera incontrando ABC e stamattina alla Camera Monti ha cercato di mettere in riga i partiti, ma nel frattempo Wall Street Journal e Financial Times all'unisono mettevano in riga lui.

Tre cose sono emerse chiaramente dal dibattito in aula.
1) Con tutti i mal di pancia del caso i partiti sono ancora disposti a digerire di tutto. Sulle politiche anti-crisi il governo ha avuto, ed ha, la massima libertà di manovra, ma non l'ha usata né la sta usando per cambiare radicalmente le politiche di finanza pubblica rispetto ai suoi predecessori, né per imporre riforme strutturali incisive. E nonostante Monti ci abbia provato, sobriamente e garbatamente, a scaricare le colpe sui partiti e sulla lentezza del Parlamento, la realtà è ben diversa: i provvedimenti e le riforme chiave sono usciti in ritardo e annacquati non dal Parlamento, ma già dal Consiglio dei ministri (liberalizzazioni e riforma del lavoro), o peggio non ne sono usciti affatto (dismissioni e tagli alla spesa). Insomma, il virus della paralisi è interno al governo. Non è stato forse il governo, per fare un favore al Pd, a optare per il ddl anziché per il decreto come veicolo della riforma del lavoro, pur sapendo quanto fosse decisiva per il giudizio dei mercati?

2) Gli argomenti e gli alibi cui ha fatto ricorso Monti stamattina per difenderci dall'attacco dei mercati sono identici a quelli dell'odiato duo Berlusconi-Tremonti: l'Italia ha deficit, debito privato e tasso di disoccupazione più bassi degli altri Paesi, e un sistema bancario più solido; il governo ha già fatto molto per la crescita (ma ci vuole tempo per i risultati), e bisogna mostrarsi uniti per non offrire il fianco ad osservatori esteri tutt'altro che ben disposti verso il nostro Paese.

3) Confermata la strategia tutta rivolta verso Bruxelles (e Berlino) e rinunciataria sul fronte interno. Monti ha mostrato di sapere benissimo cosa chiedere all'Europa (e alla Merkel) – investimenti pubblici, Eurobond – ma di non avere le idee chiare su cosa fare in Italia.

Peccato che gli osservatori più qualificati siano invece più interessati al processo di riforme interne, dal quale sono letteralmente scoraggiati, siano preoccupati di vedere che Monti cerca la soluzione europea piuttosto che affrontare la malattia italiana, e abbiano ben chiaro che il nuovo rischio paralisi risiede all'interno dell'esecutivo. Ecco perché sono così duri con Monti sia il Wall Street Jornal che il Financial Times, gli stessi che pochi mesi fa lo avevano o paragonato alla Thatcher o acclamato come il salvatore dell'Europa, quindi non sospettabili di pregiudizi negativi nei suoi confronti. [Anche se in un'altra perla delle sue, dopo lo "Schnell Frau Merkel", il Sole 24 Ore ci vede un complotto Usa contro gli Stati Uniti d'Europa].

«L'aura di Monti svanisce mentre l'Italia combatte la crisi», titola in prima pagina il Wsj-Europe. «La luna di miele è finita. Il ritorno dell'Italia nel mirino della crisi - è l'incipit dell'articolo - ha accresciuto la pressione su Monti per accelerare la sua svolta nella moribonda economia del Paese. Lo sforzo, però, si sta scontrando con una crescente ondata di malcontento interno». Le prime misure dello scorso novembre – riforma delle pensioni e tassa immobiliare – avevano suscitato «l'ampio apprezzamento degli investitori e dei leader mondiali», ricorda il quotidiano. Poi «l'aura che circondava Monti è sbiadita», a causa delle questioni rimaste incompiute: riforma del mercato del lavoro, tagli alla spesa e modernizzazione della giustizia.

La resa di Monti ai sindacati e al Pd sulla riforma del lavoro e l'inazione sul fronte dei tagli alla spesa - l'avevamo segnalato per tempo - si confermano sempre più come il vero spartiacque per gli osservatori internazionali. «Monti ha dovuto annacquare la riforma», reintroducendo il controllo giudiziale anche sui licenziamenti per motivi economici, osserva il Wsj lasciando intendere che ciò sia avvenuto durante l'iter al Senato, mentre si è verificato ancor prima che il testo arrivasse in Parlamento. La riforma, quindi, non servirà ad affrontare le rigidità che affliggono l'economia italiana da generazioni. Il rigore è troppo basato sulle tasse piuttosto che sui tagli alla spesa pubblica. E la «tentacolare burocrazia» italiana sta resistendo apertamente ai tentativi di ridimensionare il bilancio pubblico, rileva il Wsj.

Ha citato il Financial Times il premier stamattina per ricordare i punti di forza dell'Italia, censurando guarda caso il duro editoriale in cui al governo viene rimproverato di avere perso lo slancio riformista. «Mamma mia, ci risiamo», Roma è di nuovo «nell'occhio del ciclone». Per fattori esterni, certo, ammette il quotidiano della City, ma anche per colpe sue. I partiti «devono smetterla di tirarla per le lunghe», i ministri che nutrono ambizioni politiche devono «metterle da parte», ma se «lo spirito riformista dei primi 100 giorni si è pian piano esaurito», osserva il Ft, è «a causa di un eccesso di prudenza ministeriale, che ora rischia di degenerare in completa inerzia». Preferibile il ritorno del governo al suo «zelo riformista», ma tale è la sensazione di inazione, che il quotidiano britannico arriva ad evocare le urne come soluzione migliore rispetto ad un «prolungato periodo di stasi». Anche per il Ft le cose da fare sono le solite: tagliare la spesa per tagliare le tasse su impresa e lavoro; riformare il sistema giudiziario, che «ha tempi da lumaca, ostacolo pesante agli investimenti».

ANTI-CORRUZIONE INUTILE - Proprio quello che non stanno facendo governo e Parlamento, occupati a inasprire le pene per corruzione e a introdurre nuove e sempre più confuse fattispecie di reato. Ma non è quello che si aspettano i mercati e gli osservatori internazionali: per attirare investimenti occorrono interventi per velocizzare la giustizia civile e garantire il rispetto dei contratti.

Tuesday, June 12, 2012

La giornata: ordinaria paura sui mercati, ordinario scaricabarile in Italia

Giorno di ordinaria paura sui mercati. Alla fine perdite in Borsa contenute, ma declassamenti per 18 banche iberiche, minacciate le triple-A d'Europa e spread ai massimi (quello italiano che torna in prossimità dei 500 punti). Con la Bce che rileva il rischio dell'aggravarsi della crisi dei debiti sovrani dell'Eurozona.

Monti risponde per le rime al ministro delle Finanze austriaco che aveva accennato all'eventualità di aiuti anche all'Italia (smentita arrivata dall'Eurogruppo). Per il momento il direttore di Fitch rassicura: «Improbabile», l'Italia non ha gli stessi problemi della Spagna. Però un problema ce l'ha: l'eccessivo debito pubblico, che senza crescita non si ripaga, ed è quindi complicato rifinanziare a questi tassi. In serata il premier ha convocato Alfano, Bersani e Casini per un vertice sulla crisi. Ma non sembrano i partiti il problema, non in questa fase, quanto il governo stesso, incapace di produrre alcun rilevante cambiamento di politica fiscale.

E intanto riparte lo sport nazionale preferito, scaricare sugli altri le colpe della situazione: sugli avidi speculatori (c'è addirittura qualcuno che vede negli articoli di Wall Street Journal e New York Times «le impronte digitali di un delitto in pieno svolgimento»: complotto!); e ovviamente sui tedeschi, colpevoli di non voler accollarsi i debiti contratti per varie ragioni da altri Paesi. Ma non ci hanno ordinato loro di avere spesa pubblica record, pressione fiscale record e record di intrusione normativa nell'attività economica.

Scade nello scaricabarile nazionale e, senza accorgersene, nell'autoparodia persino il Sole24Ore, che titola "Schnell Frau Merkel" (versione tedesca del "Fate presto", tra l'altro non più reiterato nei confronti del governo tecnico). Una sorta di "piove, governo ladro". Insomma, roba che può scalare la classifica degli argomenti "trendy" di twitter, ma non esattamente una fine analisi, non degna del Sole24Ore. Niente, invece, per "Monsieur Hollande", che vuole abbassare l'età di pensionamento.

La cancelliera Merkel però non cede e continua a rilanciare sia sull'unione fiscale (la discussione sugli Eurobond «ci porta assolutamente fuori strada»), sia sull'unione bancaria, e a ritenere «sbagliato rispondere alla crisi con il semplice indebitamento». Magari sull'unione fiscale i tedeschi bluffano, ma chi è in buona fede dovrebbe andare a vedere le carte, mentre chi chiede di condividere il debito senza prima una vera unione fiscale è palesemente in malafede. Certo che abbassare l'età di pensionamento a 60 anni, come si accinge a fare Hollande, è una politica manifestamente incompatibile, opposta all'unione fiscale. Come si fa a pretendere di condividere il debito se poi si procede autonomamente a concedere ai propri cittadini privilegi di spesa sociale che altri nell'Eurozona non hanno mai avuto o hanno di recente abbandonato?

Wednesday, April 11, 2012

La giornata: anche il sobrio Monti s'innervosisce; Pdl redivivo su lavoro, fisco e debito

SOLE TRA I MONTI - Dopo il tonfo di ieri quello di oggi è poco più di un rimbalzo per Piazza affari (+1,6%) e per i nostri titoli decennali (385 lo spread). Sui giornali è ripartita la caccia agli speculatori, purtroppo anche dalle pagine del Sole24Ore. Sul principale quotidiano economico del nostro Paese, organo di Confindustria, tocca leggere una inutile difesa d'ufficio di Monti, il quale non dovrebbe prendersela se per il WSJ non è una Thatcher, «come se il paragone fosse un complimento», ironizza l'autore dell'articolo. Per il quotidiano del "Fate presto" ora "La scommessa è sul lungo periodo". Vabbè.

CATTIVA AUSTERITA' - Si dà la colpa all'austerity, che aggrava la recessione nei Paesi eurodeboli e li allontana dagli obiettivi di bilancio. Vero, ma di che tipo di austerity si tratta? L'approccio austerità più riforme per la crescita è l'unico per sperare di uscire dalla crisi. Il problema sono la finta, o "cattiva" austerità (più tasse anziché tagli alla spesa pubblica) e le finte riforme. Purtroppo è l'approccio - conclamato, dopo l'intervista di Giarda e la «resa» sull'articolo 18 - del governo italiano, e i mercati lo stanno sanzionando.

ASTA - Con le aste di oggi abbiamo purtroppo già incorporato nei rendimenti l'aumento dello spread. Anche se la domanda è risultata «sostenuta, come nelle attese», osserva Bankitalia, i titoli semestrali sono andati via con un rendimento al 2,84%, ai massimi da dicembre e il doppio dell'ultima asta (1,40%); i trimestrali all'1,25% rispetto allo 0,5% del collocamento dello scorso mese, oltre il doppio quindi, e per di più con bid-to-cover in calo dal 2,23 all'1,81%.

PIL E BANCHE - Le brutte notizie non finiscono qui. Il viceministro Grilli ha confermato che il governo è pronto a rivedere al ribasso le stime del Pil per il 2012 (da -0,4% a -1,3%, un punto percentuale in meno dopo solo un trimestre) e ha reso noto che per effetto dei prestiti della Bce nella pancia delle nostre banche sono finiti ulteriori 60 miliardi di titoli di Stato (dai 209 miliardi nel dicembre 2011 ai 267 di febbraio). Il che vuol dire che i loro portafogli sono ancora più gonfi di rischio sovrano, e potrebbe essere questo uno dei motivi delle perdite in Borsa, e che il calo dello spread nelle ultime settimane è principalmente dovuto ad acquisti "nostrani", e gli investitori esteri se ne stanno accorgendo.

STRESS MONTI - Monti se l'è dovuta rimangiare quella frase pronunciata in Asia - la crisi dell'Eurozona è «superata» - e alla nuova, inattesa impennata dei rendimenti, con l'esaurirsi della spinta riformatrice del governo, affiora un certo nervosismo anche nei tecnici, aumentano le assonanze con i politici. Il sobrio, il controllato Monti reagisce nello stesso modo che rimproveravano a Berlusconi: puntando l'indice verso gli altri Paesi - oggi il «contagio spagnolo» - e persino verso le critiche interne (delle imprese e dei suoi colleghi professori, i soliti Alesina e Giavazzi). Il tecnico per eccellenza, preso dallo sconforto per i dati economici, cede anche allo strumento politico per eccellenza, il vecchio caro retroscena, per far filtrare tutta la sua arrabbiatura nei confronti della Marcegaglia per le dichiarazioni sulla riforma del lavoro («very bad»). Ma è preoccupante che possa apparire verosimile, nonostante la competenza e l'intelligenza attribuite al professore della Bocconi, che Monti creda davvero che Wall Street Journal, Financial Times, e infine gli investitori, si siano tutti fatti influenzare dalle opinioni della Marcegaglia e non abbiano, piuttosto, bocciato loro stessi la pessima riforma del lavoro varata dal governo.

In giornata Palazzo Chigi ha smentito che in questi giorni il premier abbia commentato «direttamente o indirettamente» le cause che sarebbero all'origine della risalita dello spread, ma a confermare la versione dei retroscenisti è il ministro Passera, che a margine di un convegno sul digitale chiama in causa «Germania e Spagna», a cui si sarebbero aggiunti «i dati non buoni di Usa e Cina». Fatto sta che a Madrid si sono risentiti e Rajoy, pur senza nominare Monti, ha chiesto ai leader europei di «essere prudenti» nelle dichiarazioni sulle responsabilità della crisi. Non c'entrerebbe niente, invece, assicura il ministro, la riforma del lavoro.

PDL REDIVIVO - Riforma che questa mattina ha iniziato il suo iter in commissione al Senato. Il ministro Fornero ha spiegato che «non è un testo definitivo, si possono fare dei cambiamenti per migliorare l'equilibrio nel suo complesso, senza però arretramenti», ha avvertito. Il Pdl però offre una sponda alle imprese chiedendo una «profonda revisione» del ddl. Parole che suonano come un vero e proprio stop. Nel mirino la troppa rigidità reintrodotta nei contratti di ingresso nel mercato del lavoro. Domani seguirà un incontro con gli imprenditori prima di definire gli emendamenti. Pdl attivo anche sul fronte del debito, con la richiesta di dismettere asset pubblici non strategici, immobiliari e non, e fiscale, con gli emendamenti per l'Imu rateizzabile e una tantum e per evitare l'aumento dell'Iva di due punti, previsto per ottobre. Buona fortuna.

ORA VENDOLA - Infine, si allarga il fronte giudiziario: dopo Bossi, ecco Vendola indagato a Bari, per abuso d'ufficio nella nomina di un primario. Sarà un caso che la magistratura sta decapitando i vertici delle uniche opposizioni a Monti e alla "Grande Coalizione"?

Friday, April 06, 2012

Finita la melassa, WSJ molla Monti

Dopo il Financial Times, che ieri ha dato voce allo sfogo - colpevolmente tardivo ma nel merito ineccepibile, e non solo sulla riforma del lavoro - di Emma Marcegaglia, un altro schiaffone in mondovisione a Monti arriva dal quotidiano finanziario Usa, il Wall Street Journal, costretto a rimangiarsi in tutta fretta lo spericolato paragone di Monti alla Thatcher, azzardato solo pochi giorni fa. Dietrofront: la miglior analogia "britannica" può essere con Ted Heath, lo «sventurato» predecessore conservatore della Lady di ferro. Il che però ci sembra un tantino ottimistico riguardo il successore di Monti.

Ma il WSJ boccia anche la bozza originaria della riforma Monti-Fornero, che prevedeva «una modifica relativamente modesta all'articolo 18», addirittura una «small beer» (robetta da poco, insignificante) «per un Paese con i problemi economici dell'Italia» (tasso di disoccupazione al 9,3%; tasso di occupazione al 56.9%, contro il 64.5% del Portogallo e il 66,8 degli Usa). Ma almeno si muoveva nella «giusta direzione».

La conclusione del quotidiano Usa è lapidaria, e sarcastica: «Gli ottimisti in Italia - sì, ce ne sono alcuni - diranno che una piccola riforma è meglio di niente. Forse. Ma Monti fu chiamato a fare il primo ministro per salvare il proprio Paese dal ciglio dell'abisso greco. La riforma del lavoro è una resa a coloro che lo stanno portando in quell'abisso». La sensazione è che presto, molto presto, ci ritroveremo con il problema della caduta di credibilità di Monti e allora saranno guai, di "tecnici" savatori della patria non se ne vedono più.

Duro anche il direttore del giornale di Confindustria, il Sole24Ore, che accusa Monti di scorrettezze poco da tecnico e molto da politico:
«La regola aurea che il professor Mario Monti non può non conoscere è che un presidente del Consiglio in visita all'estero parla del suo Paese, vende il titolo Italia (lui lo sa fare benissimo, è giusto rendergliene merito), ma non si occupa delle vicende interne, non risponde alle polemiche domestiche, non scrive lettere ai giornali sui rapporti tra governo e partiti. Purtroppo, tutto ciò che non doveva avvenire è successo con la missione in Asia guidata da Monti e ha trovato la sua logica conclusione in un vertice notturno, a Roma, con i segretari dei partiti che lo sostengono».
E' stato Monti a dichiarare «chiuso» l'argomento articolo 18 e poi a rimangiarsi la sua parola. E nel modo peggiore:
«Si sono inventate coperture rozze (che cosa c'entrano i rincari su casa, auto aziendali, biglietti aerei?), si è indebolita la flessibilità in uscita e sono rimasti intatti oneri contributivi e rigidità sui contratti in entrata in una dimensione tale da rischiare di ridurre le occasioni di occupazione per i giovani e i tanti (troppi) quarantenni e cinquantenni che si sono ritrovati dalla sera alla mattina senza un reddito. Non ci resta che una speranza: si rifacciano di giorno i conti maldestramente impostati di notte».
Interessante anche il commento, nel merito della riforma, di Alesina e A. Ichino sul Corriere della Sera. Premessa sugli effetti dannosi dell'art. 18:
«L'aumento dei vincoli alla libertà di impresa, riguardo ai licenziamenti per motivo economico, si riflette in perdite retributive per i lavoratori che in Italia sono state stimate nell'ordine del 5-11%. Altrettanto dimostrato è l'effetto negativo sulle assunzioni (13-15% in meno, ad esempio, nelle piccole imprese in cui la protezione contro i licenziamenti è aumentata nel 1990). Insomma, il sistema basato sull'art. 18 dà sicurezza a chi ne può godere (ormai quasi solo i lavoratori anziani, in maggioranza uomini). Ma tiene in piedi posti di lavoro poco produttivi con una perdita generale di efficienza economica e lascia briciole di precariato ai giovani».
Qual è il rischio con una riforma che si ferma «in mezzo al guado?»
«Le imprese in crisi approfitteranno immediatamente di ogni spiraglio nella diga per liberarsi dei lavoratori improduttivi. Ma quelle che potrebbero espandersi non assumeranno perché non avranno sufficienti garanzie di poter ridurre in futuro l'occupazione se e quando questa eventualità si rendesse necessaria. Il peggio dei due sistemi quindi: licenziamenti senza assunzioni».
Il giudizio quindi è tranchant: «Ci sono riforme che anche se fatte a metà sono comunque un utile passo avanti. Ce ne sono altre che, invece, se fatte a metà peggiorano la situazione e sarebbe meglio non iniziarle nemmeno. La riforma del mercato del lavoro di cui si sta discutendo appartiene a questa seconda categoria».

Monday, January 16, 2012

L'Italia in serie B e la caccia ai fantasmi

Anche su Notapolitica

Un Paese, l'Italia, e un continente, l'Europa, in preda allo sconforto, allo psicodramma, che piuttosto che guardare in faccia alle proprie inadeguatezze gridano al complotto. Prima il governo Berlusconi, adesso anche a Bruxelles e nel governo Monti si fa strada la tentazione di parlare di un «attacco politico» alla Ue, all'euro, per mano dei perfidi anglo-americani naturalmente. Fosse mai che chi è al potere preferisce sempre letture autoassolutorie? Con l'euro noi italiani saremmo dovuti diventare sempre più "europei" e invece vediamo come sia l'Europa a imbarcare le cattive abitudini della politica nostrana. Il morbo italiano del cialtronismo economico e dell'indecisionismo politico si diffonde.

AGENZIE DI RATING - E' che proprio quando ci sembrava di aver intrapreso la strada giusta, è arrivata la mazzata di Standard & Poor's, e in molti ci hanno visto un fumus persecutionis. C'è chi festeggia perché il supponente Sarkozy ha perso la sua tripla A, mentre noi scivoliamo meritatamente in serie B. Se non altro questo doppio downgrade dovrebbe far tornare il senno - ma non c'illudiamo affatto - a chi nell'azione delle agenzie di rating vede di volta in volta, a seconda delle proprie preferenze/appartenenze politiche, complotti o bocciature "politiche" in senso stretto. Quando al governo c'era Berlusconi, i suoi amici vi vedevano un complotto ai suoi danni e i suoi nemici una bocciatura personale, tanto che solo le sue dimissioni dovevano valere - stabilmente - chissà quanti punti di spread in meno; oggi i ruoli si sono invertiti e questo spiega perché i primi festeggiano, vedendo il governo Monti raggelato dal doppio declassamento, mentre i secondi si chiudono a riccio a difesa del professore e cominciano ad adombrare ipotesi di complotto, a delegittimare le agenzie di rating laddove prima le usavano come clave contro Berlusconi. Sul Corriere il solito Mucchetti, ma persino sul Sole24Ore fioccano le dietrologie («chi c'è dietro», le «nuove superpotenze», «qualcosa di marcio») e si invoca una riforma per «tagliare» il loro «strapotere». Ovviamente la credibilità di letture dettate dal pregiudizio politico è comunque inferiore a quella delle agenzie di rating. Il problema dell'Italia non era (almeno non principalmente) l'uomo Berlusconi, così come oggi sarebbe idiota sostenere che il grande bocciato sia Monti.

Se alle agenzie di rating si possono muovere delle critiche, queste riguardano le fughe di notizie a mercati aperti, lo stillicidio incontrollato di voci che durano a volte per settimane, e il tempismo delle loro decisioni, che quasi sempre ormai non anticipano le mutate condizioni di rischio, ma giungono quando sono state già scontate dai mercati, contribuendo solo ad aumentare nervosismo e pessimismo. Può darsi, insomma, che questi declassamenti giungano con un ritardo di due mesi, mentre non tengano in debito conto dei miglioramenti in prospettiva. Ma se si limitano a ratificare le sentenze già emesse dai mercati e sono sempre meno capaci di prevedere, di anticipare e quindi in parte influenzare le dinamiche, dov'è il complotto? Giusto quindi mettere in dubbio l'attendibilità delle agenzie di rating, criticare i loro giudizi, ma demonizzarle equivale in realtà a divinizzarle. E soprattutto, da parte dei politici suona come uno scaricabarile.

L'ANALISI DI S&P - Proprio perché in ritardo di un paio di mesi, nel merito l'analisi di S&P sull'Europa, e sull'Italia in particolare, è difficilmente contestabile. Potrebbe sembrare contraddittoria, laddove da un lato rimprovera le istituzioni Ue di riconoscere «soltanto parzialmente la vera causa della crisi, cioè la sregolatezza fiscale alla periferia dell'Eurozona», e dall'altro che la crisi è «altrettanto una conseguenza dei crescenti squilibri esterni e delle divergenze di competitività tra il cuore dell'unità monetaria e la cosiddetta periferia». In realtà è semplicemente il quadro di una realtà complessa, in cui «sregolatezza fiscale» e scarsa competitività sono due facce della stessa medaglia. Da ciò ne deriva che ridotte all'osso le conclusioni di S&P appaiono abbastanza banali: senza la crescita non c'è austerità fiscale che tenga, anzi può rivelarsi persino «controproducente», rendendo possibile l'ulteriore deterioramento delle finanze statali come conseguenza di un contesto macroeconomico maggiormente recessivo.

Alla governance dell'Ue, e alle classi politiche degli Stati membri, si rimprovera di non riconoscere fino in fondo questo rischio, quindi di agire con «un approccio a senso unico che enfatizza l'austerità fiscale senza un forte e consistente programma per aumentare il potenziale di crescita delle economie dell'Eurozona». Ecco perché non si ritiene che il cosiddetto fiscal compact possa bastare a far tornare la fiducia. Tra le riforme necessarie si citano le liberalizzazioni del mercato del lavoro e dei settori dei servizi, che però non sembrano coordinate a livello sovranazionale come dovrebbero. Mentre per alcuni Paesi l'alto debito pubblico è il fattore chiave della crisi, per l'Eurozona nel suo complesso è una crescente divergenza di competitività tra centro e periferia.

L'ITALIA - Purtroppo l'Italia soffre di entrambi i mali, dunque la sua terapia è più problematica. L'analisi di S&P viene accusata di «incoerenza», perché a settembre, viene ricordato dal Corriere della Sera, «gli analisti dell'agenzia motivarono una bocciatura in arrivo con "rischi per gli obiettivi di bilancio", con "incertezze sull'attuazione di misure a favore della crescita" e con il "blocco della situazione politica" che potrebbe "ritardare le risposte alle sfide"». Ma chiediamoci: è proprio vero, come scrive Fubini, che «da allora tutti questi elementi di vulnerabilità sono stati ridotti o eliminati dall'Italia»? No, è falso, persistono tutti. Persistono i "rischi per gli obiettivi di bilancio", dal momento che con i pesanti effetti recessivi di una manovra tutta tasse, e senza ancora riforme per la crescita, il calo del Pil quest'anno sarà molto peggiore di quello previsto (-2% e non -0,5), rendendo l'azzeramento del deficit nel 2013 una chimera. Né al momento appaiono sgombrate le "incertezze sull'attuazione di misure a favore della crescita", visto che siamo sotto schiaffo dei tassisti e i sindacati pare siano riusciti a far uscire l'art. 18 dall'agenda del governo. Insomma, c'è poco o nulla nell'attuale quadro politico italiano che renda ottimisti sulla realizzazione delle liberalizzazioni e di una riforma pro-crescita del mercato del lavoro.

Ciò non contraddice affatto l'apertura di credito che l'agenzia concede al governo Monti, elogiato anziché bocciato. E' indubbio che Monti venga visto come più autorevole e credibile di Berlusconi, e S&P lo riconosce esplicitamente, come mesi fa riconosceva le politiche nella giusta direzione del precedente governo. Riconosce a Monti (e Rajoy) di aver «avviato iniziative per modernizzare l'economia e assicurare la sostenibilità delle finanze pubblice nel lungo periodo»; riconosce che «la gestione politica interna della crisi è notevolmente migliorata in Italia»; e addiritttura che «l'indebolimento del quadro politico europeo viene in sufficiente misura compensato dalla più forte capacità dell'Italia di formulare e implementare politiche anticrisi». Ma era, ed è evidente che ciò non basta, perché come ripetiamo da settimane il problema italiano è un blocco sistemico, che va al di là dei singoli partiti e delle personalità politiche, e i mercati l'hanno ben presente. Avrebbero commesso un grave errore Monti, e con lui tutti i suoi sostenitori, politici e mediatici, se avessero creduto che potesse bastare l'autorevolezza della sua figura per ottenere uno sconto sui tassi d'interesse.

Ricapitolando: 1) S&P non dice che non ci voglia austerità fiscale, ma che "solo" quella sarebbe controproducente. E non è certo Berlino che impedisce agli altri Stati di accompagnare il rigore con riforme strutturali pro-crescita, o di conseguire il pareggio di bilancio tagliando la spesa pubblica improduttiva invece che a suon di tasse, che hanno effetti ben più recessivi; 2) S&P riconosce la diversità da Paese a Paese dei fattori chiave della crisi: ci sono Paesi il cui problema principale è il debito elevato, altri per cui è il gap di competitività. Si dà il caso che per l'Italia siano entrambi. Appare incomprensibile quindi come l'Italia possa sostenere di aver fatto i "compiti a casa" se: 2a) non ha toccato lo stock di debito e pare si rifiuti di farlo; 2b) invece di tagliare la spesa aumenta le tasse accrescendo l'impatto recessivo dell'austerità fiscale; 2c) sulla crescita siamo ancora ai tavoli e alle concertazioni, cioè alle chiacchiere, e non saranno certo i farmaci di fascia C venduti all'Ipercoop a rilanciare il nostro Pil, semmai liberalizzazioni radicali: lavoro, professioni, municipalizzate, reti.

Wednesday, November 16, 2011

Dopo la casta, il mito statalista

Anche su Notapolitica e taccuinopolitico

Si apre nel 2007, con la pubblicazione del best seller di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, la meritoria campagna del Corriere della Sera contro "la casta". E nel corso degli anni, in un crescendo fino alla crisi di leadership di Berlusconi, diventa martellante, facendo da cornice perfetta a inchieste giudiziarie e scandaletti sessuofobici. Non era il primo successo editoriale sui costi della politica. Prima di loro arrivarono l'ex ministro Raffaele Costa, con "L'Italia degli sprechi" (1999) e "L'Italia dei privilegi" (2002), e il duo Salvi-Villone con "Il costo della democrazia" (2005). Ma Stella e Rizzo avevano dalla loro le bocche di fuoco di Via Solferino e dell'establishment culturale, economico e finanziario di cui il quotidiano è solo una delle voci.

Da quando poi la Confindustria ha perso ogni fiducia nella capacità del governo, e della politica in generale, di affrontare la crisi con efficaci misure di rilancio dell'economia, alla campagna contro la casta si sono associati i media degli industriali. Il Sole24Ore e, in modo veemente, quotidiano, Radio24, con le sue trasmissioni di punta del mattino e "La Zanzara". Alla fine la campagna ha successo: l'opinione pubblica è disgustata ed esasperata, i politici sono costretti a umilianti atti di contrizione, ad ogni livello di governo si dimenano in diversivi per salvare il salvabile dei loro privilegi, ma la bufera finanziaria che si abbatte sui titoli di Stato italiani è la classica goccia che fa traboccare il vaso, o in questo caso l'ondata, e li manda ko. Insieme a Berlusconi tutti i partiti fanno volentieri un passo indietro, lasciando in piena curva il volante a un governo di soli tecnici guidato da Mario Monti, esito che probabilmente il Corriere – e i poteri più o meno deboli di cui è espressione – si auguravano/prefiggevano fin dall'inizio del loro attacco alla casta. Bene, bravi, bis.

I nostri politici se la sono cercata e si sono rivelati miopi e inetti. Tuttavia, ora che abbiamo vivisezionato e denunciato tutti i privilegi della casta, e ora che la politica si è dovuta accomodare sul sedile posteriore, sarebbe il momento di lanciare una campagna altrettanto spietata sui tanti privilegi della gente comune, altrimenti non ci salviamo. Gli italiani s'illudono infatti che la casta sia solo quella dei politici, che un bel taglio alle loro parcelle basti a salvare il Paese. Un'illusione pericolosa, perché quando il mondo ti avverte che non ti farà più credito a buon mercato, e ti intima di cambiare comportamenti, nessuno è disposto non dico a fare sacrifici, ma a mollare un'unghia delle proprie costose abitudini: è colpa dei nostri politici, paghino loro, o al massimo "piangano anche i ricchi". Ora che siamo sull'orlo del baratro, e che non c'è più l'alibi di Berlusconi, è forse il momento di un'operazione verità: le caste, a cominciare dai giornalisti e dal mondo dell'editoria, abbondano nel nostro Paese e tutte – nessuna esclusa – hanno contribuito al dissesto finanziario, produttivo e culturale. La cultura statalista e corporativa dominante, a partire dalle scuole fino ai mass media, ha semplicemente inculcato nella testa degli italiani l'idea che ad ogni cosa ci debba pensare lo Stato, sottintendendo la gratuità dei suoi servizi e delle sue opere.

Ebbene, oggi che l'evidenza empirica dimostra l'insostenibilità non solo del socialismo reale, ma anche dello stato sociale europeo del '900, sarebbe ora che i grandi giornali italiani si occupassero di rimediare a questo grande inganno culturale con la stessa intensità con la quale hanno combattuto la casta dei politici. Perché se gli italiani non si risvegliano dal profondo sonno statalista in cui sono precipitati, il governo dei tecnici potrebbe non avere il sostegno necessario a riparare le falle della nostra barca.

Sotto esame, dunque, insieme al nuovo esecutivo Monti, c'è tutto quel mondo editoriale, accademico, intellettuale, che da anni sui giornali bacchetta la politica – a ragione – per la sua improduttività e i suoi privilegi. Ora alcuni dei più illustri rappresentanti di quel mondo avranno la possibilità di dimostrare le loro capacità di governo (e se governare non fosse poi così facile come scrivere editoriali?), ma ancor più decisiva e urgente è l'operazione culturale contro il mito statalista. Non ci sono alternative. State certi che tutti i privilegi che la gente comune ha (e non si rende neanche conto di averli), e che non esistono in altri Paesi, verranno spazzati via uno ad uno. Da uno statista (improbabile), o da un branco di famelici creditori (ad oggi più probabile).