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Wednesday, February 09, 2011

L'epoca del liberalismo muscolare

Su taccuinopolitico.it e rightnation.it

Il multiculturalismo è morto e Cameron lo seppellisce
Si poteva diffidare delle avventurose teorie degli odiati George W. Bush e Tony Blair, ma persino i loro più accaniti critici dovranno riconoscere che forse un qualche fondamento l'avevano, se gli stessi discorsi oggi li pronunciano leader meno bellicosi come Angela Merkel e David Cameron. Quello pronunciato dal premier britannico lo scorso weekend alla conferenza internazionale di Monaco sulla sicurezza è uno di quei discorsi che segnano un mandato, se non addirittura un'epoca. I leader di centrodestra dei maggiori Paesi europei hanno ormai archiviato il multiculturalismo. Persino in Gran Bretagna, il Paese che più di tutti andava fiero del proprio modello multiculturale, il tabù è stato infranto. A venir meno, dopo il barbaro assassinio del regista Teo Van Gogh, furono inizialmente le certezze della liberale Olanda. In Gran Bretagna, ma non solo, il multiculturalismo finì sotto processo dopo gli attacchi terroristici che il 7 luglio 2005 sconvolsero Londra, quando si è scoperto che i kamikaze erano cittadini britannici a pieno titolo. Nati, cresciuti e ben istruiti su suolo inglese, senza particolari disagi socio-economici e integrati da più generazioni.

A dire il vero, già prima di quel tragico 7 luglio, ma ancor più energicamente dopo, l'allora primo ministro Blair aveva cominciato ad attaccare e a mettere in discussione i miti del multiculturalismo, sottolineando l'urgenza di contrastare con maggiore determinazione l'ideologia dell'estremismo islamico anche a casa nostra, sul piano dei valori – un po' sbiaditi – posti a fondamento delle nostre società occidentali. E nel suo libro di memorie, l'ex premier laburista esorta l'Occidente a scrollarsi di dosso la sua timidezza, a non dubitare dei propri valori, a non essere umile quando si tratta di difenderli e promuoverli. Se di fatto il multiculturalismo muore sotto la metropolitana di Londra, oggi Cameron lo seppellisce, annunciando l’avvento di una nuova epoca, quella del liberalismo «attivo» e «muscolare», un liberalismo cioè che non si limiti ad essere sinonimo di tolleranza, o peggio di indifferenza, solo una cornice entro cui le altre culture possono esprimersi, ma che promuova attivamente i suoi principi, sia nelle nostre città che all’estero, e che pretenda da ogni comunità e organizzazione religiosa piena adesione ad essi.

«Sotto la dottrina del multiculturalismo di Stato – è il severo bilancio di Cameron – abbiamo incoraggiato differenti culture a vivere vite separate, lontane l’una dall’altra e da quella principale. Non siamo riusciti a fornire una visione della società alla quale sentissero di voler appartenere. Abbiamo anche tollerato che queste comunità segregate si comportassero in modi che contraddicevano del tutto i nostri valori. Quando un uomo bianco sostiene delle tesi deplorevoli, razziste per esempio, noi giustamente lo condanniamo. Quando pratiche o punti di vista ugualmente inaccettabili arrivano da qualcuno che non è bianco, siamo troppo cauti, persino spaventati, di contrastarle...».
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Così Douglas Murray, sul Wall Street Journal di oggi, sgombra il campo da pesanti equivoci sul multiculturalismo:
People were led to believe that "multiculturalism" meant multiracialism, or pluralism. It did not. Nevertheless, for years anybody who criticized multiculturalism was immediately decried as a "racist". But the true character and effects of the policy could not be permanently hidden. State-sponsored multiculturalism treated European countries like hostelries. It judged that the state should not "impose" rules and values on newcomers. Rather, it should bend over backwards to accommodate the demands of immigrants. The resultant policy was that states treated and judged people by the criteria of whatever "community" they found themselves born into.

Wednesday, September 15, 2010

Basta indugi sul burqa

Finalmente approvato in Francia il divieto di indossare burqa e niqab nei luoghi pubblici, dopo aver già vietato (nel 2004) il velo islamico nelle scuole. Vietarli significa rifiutare che la versione più fondamentalista e ideologica dell'islam, che nega i più basilari diritti umani, venga tollerata e possa quindi radicarsi e prosperare nelle nostre società; e rifiutare di legittimarla agli occhi degli stessi Paesi musulmani. E' anche e soprattutto così, non solo con gli eserciti ma difendendo e facendo rispettare innanzitutto a casa nostra i nostri principi, che dobbiamo affrontare quella "guerra" per la civiltà iniziata con l'11 settembre. Da noi il fenomeno non è (ancora) così esteso e pressante come in Francia, ma dovremmo seguire almeno su questo l'esempio dei nostri cugini francesi. Basta scansare il problema fingendo che in Italia il divieto ci sia già di fatto grazie alla legge sull'ordine pubblico che vieta di andare in giro a volto coperto per non farsi riconoscere. Perché purtroppo, non è così.
Questo il testo della legge francese (traduzione mia):

Articolo 1
«Nessuno può, in luoghi pubblici, indossare indumenti destinati a nascondere il suo viso».

Articolo 2
«Per l'applicazione dell'articolo 1, per luoghi pubblici si intendono le vie pubbliche così come i luoghi aperti al pubblico o deputati a servizi pubblici».
«Il divieto previsto all'articolo 1 non si applica se l'indumento è prescritto o autorizzato per dispozioni di legge o regolamentari, se è giustificato per ragioni di salute o motivi professionali, o se è inserito nell'ambito di pratiche sportive, feste, o di manifestazioni artistiche o tradizionali».

Per quanto riguarda le sanzioni, una multa lieve ai trasgressori, mentre per chi obbliga altri a nascondere il proprio volto c'è la detenzione e ammende fino a 30 mila euro.

P.S.: Vedo che anche Fini ritiene ciò che ha deciso il Parlamento francese «non solo giusto ma opportuno e doveroso». Bene, perché mi era sembrato che appartenesse alla folta schiera di quanti scansano il problema ritenendo sufficiente la normativa attuale.

Monday, October 12, 2009

Burqa, la normativa vigente non lo vieta affatto

Su il Velino

Di un intervento legislativo, se si vuole impedire che burqa e niqab siano indossati in pubblico, c'è bisogno, perché la normativa vigente sull'identificazione - la legge 152/1975, a cui spesso si fa riferimento - non vieta affatto di indossarli.
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Monday, September 21, 2009

Via i burqa dall'Italia

Ci vuole una legge specifica che vieti burqa e niqab (e anche il velo nelle scuole, nelle università e in tutti gli edifici pubblici). La legge cui si è appellata ieri a Milano Daniela Santanchè, quella che vieta di girare in strada con il volto coperto, è inapplicabile al velo islamico, in quanto riconosciuto come «pratica devozionale» da sentenze sia della Cassazione che dei Tar, e da una circolare del Ministero degli Interni. Motivai il mio deciso "no" al burqa, e anche al niqab, quasi tre anni fa in questo articolo.

Che il burqa, o il niqab, sia davvero un simbolo religioso, è discutibile. Ed è ancor più discutibile che esistano donne che volontariamente li indossano. Quelle presunte volontà sono figlie di plagio, condizionamenti culturali, nel migliore dei casi, su persone che neanche sanno cosa significhi esprimere una propria volontà autonoma. A prescindere dalla presunta volontà di chi lo indossa, è un simbolo di segregazione, un modello antropologico di sottomissione della donna e, per questo, un'offesa alla sua dignità. E' incompatibile con i diritti fondamentali e l'uguaglianza dei sessi garantiti dalle costituzioni democratiche. Dietro di esso c'è tutto il sistema antropologico, giuridico, culturale e politico dell'islam integralista. Seppure in clandestinità o nel privato, verrebbe de facto legittimato l'impianto della sharia, e non saremmo in grado di tutelare i diritti delle donne islamiche che il velo invece non volessero indossarlo e che volessero liberarsi dalla condizione di sottomissione che vivono in famiglia.

Monday, October 22, 2007

Critica del multiculturalismo

«Il velo islamico non è un semplice velo che una bimba di otto anni decide liberamente di mettersi sul capo perché le piace o perché giudica più comodo tenere i capelli nascosti piuttosto di metterli in mostra. E' il simbolo d'una religione nella quale la discriminazione della donna è ancora, disgraziatamente, più forte che in nessun'altra: una tradizionale tara dell'umanità dalla quale la cultura della libertà è stata capace di liberarci in grande misura, seppure non totalmente, grazie a un lungo processo di lotte politiche, ideologiche e istituzionali che sono riuscite a cambiare mentalità e comportamenti e a fissare leggi destinate a porle un freno. Tra queste importanti conquiste c'è il laicismo, uno dei pilastri su quali poggia la democrazia. Lo Stato laico non è ostile alla religione. Al contrario garantisce a tutti i cittadini il diritto di credere e praticare la propria religione senza subire interferenze, sempre che queste pratiche non infrangano le leggi poste a garanzia della libertà, dell'uguaglianza e degli altri diritti umani che sono la ragione dell'esistenza dello stato di diritto.

Il velo islamico nelle scuole pubbliche è una testa di ponte grazie alla quale i nemici del laicismo, dell'uguaglianza fra uomo e donna, della libertà religiosa e dei diritti umani pretendono di ritagliarsi spazi d'autentica extraterritorialità legale e morale all'interno delle democrazie: qualcosa che, se queste l'accettassero, potrebbe condurle al suicidio».

(Mario Vargas Llosa, El Paìs)

Lo scrittore sudamericano va fino in fondo nel suo attacco al multiculturalismo, che si fonda su un «presupposto falso che bisogna respingere, senza prestarsi a equivoci: che, cioè, tutte le culture, per il fatto stesso di esistere, siano equivalenti e degne di rispetto. Non è vero». I paladini del multiculturalismo e del comunitarismo hanno «un'idea statica delle culture, smentita dalla storia».

«Le culture si evolvono: i progressi della scienza e gli interscambi, sempre più frequenti nel mondo moderno, di idee e di conoscenze... trasformano convinzioni, pratiche, credenze, superstizioni, valori e pregiudizi». Un musulmano relativamente «moderno», libanese o egiziano, per esempio, osserva Vargas Llosa, «ha ben poco a che spartire con i musulmani integralisti», che in Darfur, per esempio, «radono al suolo villaggi e bruciano intere famiglie perché le giudicano pagane: applicare loro la stessa etichetta culturale è assurdo».

«Se i paesi democratici vogliono, in qualche modo, offrire il proprio aiuto affinché la religione musulmana sperimenti lo stesso processo di secolarizzazione che ha permesso alla Chiesa cattolica di adeguarsi alla cultura democratica [piuttosto, ci pare l'abbia obbligata], il comportamento peggiore che potrebbero tenere sarebbe rinunciare a conquiste così importanti come il laicismo e l'uguaglianza, per non apparire etnocentrici e portatori di pregiudizi».

Wednesday, October 10, 2007

Se passa il burqa, si legittima la sharia

Grave la decisione del prefetto di Treviso, secondo il quale «se per motivi religiosi una persona indossa il burqa, lo può fare, basta che si sottoponga all'identificazione e alla rimozione del velo». Se tale disposizione, avverte Magdi Allam, «dovesse accreditarsi come riferimento giuridico e amministrativo a livello nazionale, prossimamente le donne islamiche completamente velate potrebbero frequentare le scuole, essere assunte nei luoghi di lavoro e circolare liberamente ovunque in Italia».

Non consentire la circolazione con il burqa, ai sensi dell'articolo 5 della legge 152 del 1975, che vieta di fare uso in pubblico di mezzi che rendano impossibile il riconoscimento della persona, oppure tollerarlo in quanto «segno esteriore di una tipica fede religiosa» e «pratica devozionale», come si legge su una circolare del Dipartimento della polizia di Stato? Mi pare evidente il contrasto tra la legge 152/75 e la circolare del 2004, come il fatto, però, che qualora questo contrasto emerga, la legge dovrebbe prevalere sulla circolare.

Il nostro deciso "no" al burqa, e anche al niqab, l'abbiamo già motivato in questo lungo articolo per LibMagazine. Che il velo - e soprattutto il burqa - sia davvero un simbolo religioso, è discutibile. A prescindere dalla presunta volontà di chi lo indossa, è un simbolo di segregazione, un modello antropologico di sottomissione della donna e, per questo, un'offesa alla sua dignità. E' incompatibile con i diritti fondamentali e l'uguaglianza dei sessi garantiti dalle costituzioni democratiche. Dietro di esso c'è tutto il sistema antropologico, giuridico, culturale e politico dell'islam integralista. Seppure in clandestinità o nel privato, verrebbe de facto legittimato l'impianto della sharia, e non saremmo in grado di tutelare i diritti delle donne islamiche che il velo invece non volessero indossarlo e che volessero liberarsi dalla condizione di sottomissione che vivono in famiglia.

Ancora più grave l'appoggio al prefetto da parte del ministro per la famiglia Rosy Bindi, criticata dal ministro per le pari opportunità Barbara Pollastrini (Bonino? Non pervenuta).

Ma il caso riporta all'ordine del giorno anche il tema del federalismo. La decisione del prefetto giunge infatti dopo l'ordinanza nella quale il sindaco leghista di Treviso, Gentilini, chiedeva alla polizia municipale di arrestate le donne con il burqa. A me il sindaco leghista di Treviso, Gentilini, non piace. Però lo hanno eletto i cittadini. E il prefetto? A chi risponde? A Roma. Ecco, se non si vuole parlare a vanvera di federalismo bisogna abolire i prefetti e trasferire le loro competenze per l'ordine pubblico ai sindaci. In ogni caso non potrebbero emettere ordinanze contrarie alla legge, si tratterebbe solo di sottoporre al giudizio della cittadinanza il responsabile delle politiche per la sicurezza.

Monday, April 02, 2007

Il fascismo islamico in casa

Velo islamicoApprezzabile la puntata di Annozero sull'integralismo islamico nel nostro paese. Per una volta possiamo spendere un "bravo" per Michele Santoro, che ha mostrato al pubblico, seppure con i suoi consueti toni faziosi e i suoi schemi banalizzanti, fenomeni ampiamente e gravemente comuni, ma invisibili, nel nostro paese, sui quali colpevolmente non vogliamo aprire gli occhi. Ancora più opportuno che sia stato proprio Santoro ad occuparsene, visto che a rimanere chiusi sono soprattutto gli occhi di certa sinistra, quella più affezionata alle sue trasmissioni.

Storie di donne picchiate e segregate dai mariti, di imam che in moschee di fortuna incitano alla guerra contro gli occidentali e alla sottomissione delle donne.

Uno spaccato che corrisponde in pieno al ritratto dell'islam in Italia che veniva fuori da un film di qualche tempo fa, "Il mercante di pietre" (2005), di Renzo Martinelli. Dobbiamo ammetterlo, seppure a nostro avviso il film fosse piuttosto scadente come prodotto cinematografico. Le telecamere nascoste di Santoro hanno ripreso inquietanti scene di predicazione praticamente identiche, nella scenografia e nei contenuti, a quelle mostrate da Martinelli.

Nonostante ciò, è come se gli immigrati islamici nelle nostre città fossero trasparenti. Non li vediamo, non ci accorgiamo della loro presenza, ma ci sono. Per lo più lavorano, hanno mogli e figli, qualcuno delinque (magari fosse questo il problema), vanno in moschea, pregano, sviluppano delle idee, una concezione di se stessi e del paese in cui vivono. Tutto questo vissuto rischia di cadere sotto il controllo idelogico di imam integralisti, di restare per anni in ebollizione, come in una pentola a pressione, in "enclave" di cui ignoreremo l'esistenza finché da esse non nascerà chi un giorno si farà saltare in un vagone della metropolitana.

E' in corso sotto i nostri occhi, e sotto quelli delle autorità, una incessante erosione di fette di legalità. Troppo spesso infatti, la convivenza con le comunità islamiche all'interno delle nostre società è divenuta connivenza con una legalità, parallela a quella statuale, che impone violenze, brutalità, sottomissione.

E' sul corpo delle donne, ripete Adriano Sofri, che si sta combattendo. Nella loro condizione è la differenza «essenziale fra società islamiche e occidente». La libertà delle donne «non riguarda solo il loro destino, ma la condizione del genere umano». I nemici dell'occidente lo sanno bene, «gli occidentali se ne accorgono meno». Lo sa Souad Sbai, la combattiva presidente dell'Associazione donne marocchine, la Hirsi Ali italiana: «In Marocco le donne conoscono la nuova legge della famiglia ma le donne marocchine in Italia non la conoscono, non conoscono i loro diritti... Il maschilismo impera. Per queste donne qualcosa bisogna fare subito».

Non solo in Europa, le cronache ci dicono che anche in Italia vigono fatwe e sharia. La legge coranica è de facto tollerata come fonte di diritto e il clero islamico come referente giuridico di ciò che i musulmani possono fare o meno, regalando loro un potere che abbraccia la sfera della rappresentatività religiosa e politica che giustamente rifiutiamo alla Chiesa cattolica, contestando con solerzia ogni suo sconfinamento.

Abbiamo il fascismo islamico in casa. E permettere ai fascisti islamici di fare propaganda, istigazione all'odio razziale e religioso, fare proseliti, non ha nulla a che fare con la libertà d'espressione. Occorre esserne consapevoli e muoversi. Senza allarmismi, ma senza voltarsi dall'altra parte. Senza misure repressive, né cedimenti multiculturali, ma garantendo agli individui, singolarmente presi, e soprattutto alle donne e alle bambine musulmane, i loro diritti, anche e soprattutto a dispetto della propria cultura di provenienza. A partire dalla proibizione del velo nei luoghi pubblici e soprattutto nelle scuole.

Anziché integrare individui abbiamo finora cercato di integrare comunità, chiudendo un occhio su legalità parallele alla nostra che venivano creandosi al loro interno e concedendo loro, di fatto, forme di extra-territorialità. Occorre recuperare la dimensione dell'individuo come soggetto di diritti, dando minore spazio a politiche pubbliche incentrate sul riconoscimento identitario di questo o quel gruppo. Altrimenti il rischio è quello di trovarci di fronte a società tribalizzate, frammentate, prive di centro politico, dove molti gruppi culturali affermano la propria identità attraverso il vittimismo, il risentimento, l'ideologia politica.

Una questione, davvero cruciale del nostro tempo, su cui il silenzio dei radicali è assordante. Perché è una questione italiana e allo stesso tempo europea ed occidentale, è una questione sociale e di diritto, di sicurezza e di integrazione, di politica interna ed estera, di legalità democratica e di laicità da far valere e rispettare anche nei confronti dell'islam, in modo altrettanto rigoroso di quanto siamo stati disposti e siamo disposti ancora a fare con la Chiesa cattolica.

P.S. Scusate, se per me le discriminazioni che subiscono alcune razze di cani in Italia vengono dopo, molto dopo tutto questo.

Wednesday, March 21, 2007

Niente velo a scuola

Dopo il governo francese si è mosso anche quello britannico. Il Ministero dell'Istruzione ha varato una direttiva in cui si conferisce ai presidi il potere di vietare il velo islamico in classe, il niqab, che lascia solo una fessura per gli occhi. «Spetta ai capi degli istituti decidere se il velo influisce negativamente sulla capacità di apprendimento o partecipazione alla discussione degli alunni o causa problemi di sicurezza e in questi casi possono proibirlo».

Di recente due casi erano emersi dalle cronache giudiziarie: un'insegnante elementare sospesa dalla scuola perché indossava il niqab in aula, rendendo difficile ai bambini capire ciò che diceva, e un'alunna a cui era stato ordinato di venire a volto scoperto. I tribunali in primo grado hanno dato ragione ai due istituti.

«Con questa direttiva vogliamo fare chiarezza», ha detto un portavoce del Ministero. Contrastanti le reazioni della comunità islamica. Il presidente della Islamic Human Rights Commission, Massoud Shadjareh, si è detto «scioccato» e ha previsto che «molti genitori islamici potrebbero essere costretti a ritirare i figli da scuola»; altri hanno parlato di «un nuovo passo verso la demonizzazione dell'Islam in Gran Bretagna». Ma il dottor Tag Hargey, del Muslim Education Centre, ha spiegato che «quando si nasconde il volto non solo si disumanizzano le ragazze, ma si allarga il solco di ìncomprensione nelle nostre comunità, si mascherano i sentimenti».

Tempo fa Blair aveva parlato di «giusto equilibrio tra il multiculturalismo, l'identita distintiva di ogni comunità e l'integrazione nella nostra cultura». Più diretto Salman Rushdie: «Il velo è un simbolo di sottomissione delle donne, fa semplicemente schifo».

Fonte: Corriere della Sera

La nostra opinione è in questo articolo di qualche tempo fa.

Monday, October 30, 2006

Il velo è un simbolo di segregazione: va proibito

Velo islamicoUn'opinione che ho maturato nelle ultime settimane e che ho affidato all'VIII numero di LibMagazine, pubblicato proprio oggi e pieno come sempre di altri contributi interessanti

Dopo la Francia e la Gran Bretagna, e alcuni paesi del Maghreb, la battaglia sul velo islamico investe anche l'Italia. A dare fuoco alle polveri un acceso dibattito televisivo tra Daniela Santanchè, deputato di An, e l'imam di Segrate, Ali Abu Shwaima. Sulla questione è intervenuto, con una lettera al Corriere della Sera, il 25 ottobre scorso, Gianfranco Fini, incorrendo tuttavia in una serie di gravi imprecisioni.

Al leader di An, che già su altri temi ha saputo differenziarsi da molti suoi "colonnelli", bisogna riconoscere di aver adottato un approccio liberale al tema del multiculturalismo, affermando che "solo i singoli individui possono essere titolari di diritti, ma mai, in nessun caso, i gruppi o le entità collettive. Perché la concessione di diritti collettivi determinerebbe una sorta di feudalizzazione del nostro diritto positivo". Il problema è applicare questo principio nelle politiche dell'integrazione.

Per quanto riguarda il velo, invece, Fini ha sostenuto che "andare con il volto coperto è già vietato dalle leggi italiane vigenti". Se è proibito andare in giro con il volto coperto, per esempio con un casco o un passamontagna, si direbbe che non è importante quale sia l'oggetto che lo copre. Dunque, anche veli islamici che coprono interamente il viso (il niqab) e il corpo (il burka) dovrebbero essere già proibiti dalla legge italiana in quanto impediscono il riconoscimento della persona.

Tuttavia, se andiamo a prendere il testo della legge in questione, la 152/1975 sulla tutela dell'ordine pubblico, ci accorgiamo che questa sua interpretazione estensiva non regge: "È vietato l'uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato in occasione di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico". Il "giustificato motivo" nel caso del velo c'è tutto. Si tratta di motivi religiosi e culturali, come riconosce una sentenza della Cassazione del 2004: "La religione musulmana impone alle credenti di portare il velo".

Il Tar del Friuli Venezia Giulia, il 18 ottobre scorso, ha confermato che la legge 152/1975 è inapplicabile al velo indossato dalle donne musulmane e conclude che "... un generale divieto di circolare in pubblico, indossando tali tipi di coperture, può derivare solo da una norma di legge che lo specifichi". Anche l'ex ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, il 23 agosto 2004 aveva espresso il medesimo parere sull'inapplicabilità di tale norma al velo.

Dunque, che il Corano ne disponga o meno l'obbligo, il velo è permesso dallo Stato italiano, o quanto meno ha argomenti più che fondati chi sostiene che lo sia.

Con la mal riposta certezza di aver risolto il problema dei veli più radicali, come il niqab o il burqa, Fini chiarisce che a suo avviso "vietare l'ostentazione di simboli religiosi, quali essi siano, è profondamente sbagliato" e richiama l'articolo 18 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo, il quale sancisce "la libertà di manifestare la propria religione, da sola o in comune, tanto in pubblico quanto in privato, con l'insegnamento, le pratiche, il culto e l'adempimento dei riti".

Ma il velo è davvero un simbolo religioso? La questione è quanto meno controversa, ma si direbbe di no. Solo le più fondamentaliste e recenti visioni dell'islam, che si basano sul rispetto letterale dei testi sacri, ritengono che indossare il velo sia un obbligo prescritto dal Corano, e che sia, quindi, legge immutabile di Dio. Per secoli, come dimostra anche l'iconografia araba medioevale, le donne musulmane, soprattutto del Maghreb e della Persia, hanno vissuto senza velo o, quanto meno, senza l'obbligo di indossarlo. Non è quindi, come fa intendere Fini, la libertà di culto in gioco, né la libertà di vestirsi come si crede.

Di recente Re Mohamed VI sembra aver impresso una svolta "kemalista" al Marocco. Nelle scuole e nelle università, negli uffici pubblici, in polizia e nelle linee aeree, non si potrà più indossare l'hijab, che sparirà anche dalle raffigurazioni dei libri di testo. Il problema è che anche l'hijab, infatti, che copre solo i capelli, sarebbe diventato simbolo di quell'islam politico ed estremista che Mohammad VI tenta di sostituire con una lettura moderna e moderata del Corano. "La faccenda – ha dichiarato il ministro dell'Istruzione, Aboulkacem Samir – non è religiosa, ma politica. L'hijab per le donne è diventato quello che è la barba per gli uomini, un simbolo politico. E noi dobbiamo stare attenti, tra l'altro, che i libri scolastici rispettino l'intera società, non una fazione politica".

Souad Sbai, presidente dell'Associazione Donne Marocchine in Italia, si è detta "entusiasta". Sappiamo, ha spiegato ai microfoni di Radio Radicale, che quel velo è portato con violenza, è un velo politico, simbolo di sottomissione, che portato in questo modo non fa parte della tradizione marocchina". Non è più un foulard, come una volta, ma un velo più avvolgente, più pesante e invasivo, fa inoltre notare.

Sempre sul Corriere, il 24 ottobre scorso, Magdi Allam ci ha spiegato la strategia internazionale messa a punto dai Fratelli Musulmani, ufficializzata in un'assemblea del 12 luglio 2004, per la protezione del hijab: sostenere a livello europeo e internazionale la legittimità del velo islamico rivendicando il diritto alla "libertà religiosa", consapevoli che gli occidentali sono ad essa sensibili, e incaricando dei comitati pro-hijab "di istruire i mass media, i politici, gli insegnanti e l'opinione pubblica sulla questione del velo e della libertà religiosa".

Al contrario di quanto afferma l'ex vicepremier sembra proprio che l'integralismo consista nel portare la barba o far indossare il velo come obbligo coranico. Ammesso, e non concesso, che sia anche un simbolo religioso e culturale, il velo è di certo, ad oggi, un simbolo di segregazione. Rappresenta un modello antropologico di sottomissione della donna. Essendo inferiore, la donna non riesce a gestire la sua sessualità e lancia segnali che inducono in tentazione gli uomini. Da qui l'esigenza di coprire il corpo e il volto, in alcune sue parti o completamente. Implicitamente il messaggio che passa, e di cui la donna che indossa il velo si convince per prima, è il suo essere inferiore.

Una sconvolgente prova di questo meccanismo, che porta alla menomazione della libertà di coscienza delle donne, per noi occidentali inafferrabile, inconcepibile, l'abbiamo avuta in una puntata della scorsa settimana a "Porta a Porta", la trasmissione di Bruno Vespa. "E' giusto o ingiusto che una donna che tradisce il marito sia lapidata?", ha chiesto il conduttore alla giovane musulmana con il velo presente in studio. "Preferisco non rispondere", ha replicato più volte la ragazza. Al di là dei modi bruschi di Vespa, della sua affermazione falsa quando ha fatto notare che "noi da duemilasei anni non lapidiamo più le donne", mentre fino a poco più di un secolo fa tagliavamo le teste e in tempi ancora più recenti tolleravamo il delitto d'onore, al di là dell'incapacità dei presenti di spiegarle che da noi peccato e reato sono cose diverse, il dato più sconcertante è un altro.

Si rimane atterriti nel constatare che una ragazza diciannovenne, la cui scelta di indossare il velo ci era stata presentata come libera, si sia invece dimostrata del tutto incapace di esprimere un "suo" giudizio personale non su un dettaglio, sul velo, o su una questione di costume, ma sulla lapidazione di una donna adultera. Vespa non le stava chiedendo cosa dicesse il Corano in merito, o se fosse giusto disobbedire, ma solo se "secondo lei" era giusta o no la lapidazione.

Sarah sembrava aver abdicato dalla sua libertà di coscienza, bloccata dalla paura di dire qualcosa che contraddicesse il Corano. Il suo insistito rifiuto di rispondere ci ha rivelato un baratro: quella ragazza non sa cosa significhi esercitare il proprio spirito critico, non ha la nozione del suo pensiero come funzione autonoma e distinta dal Corano. Si meravigliava persino di come si potesse stare lì a discutere ciascuno con le proprie opinioni, senza fare riferimento ai testi sacri. "Quella è la legge di Dio e nessuno può intromettersi", tagliava corto, alla fine.

E' venuta fuori tutta la potenza simbolica e culturale del velo, talmente in grado di trasmettere, innanzitutto alle donne, l'idea della loro inferiorità, che le priva persino della consapevolezza di possedere una coscienza in grado di formulare giudizi autonomi. "Su se stesso, sul proprio corpo e sulla propria mente, l'individuo è sovrano" (J. S. Mill). Purtroppo, Sarah non è sovrana.

Lo spiega chiaramente il filosofo Raphaël Lellouche: "Se si tira il filo del velo, è tutto il sistema antropologico, giuridico, culturale e politico dell'islam che affiora". E' sul corpo delle donne, non smette di ricordarci anche Adriano Sofri, che si sta combattendo. E' nella loro condizione la differenza "essenziale fra società islamiche e occidente". La libertà delle donne "non riguarda solo il loro destino, ma la condizione del genere umano". I nemici dell'occidente lo sanno bene, mentre "gli occidentali se ne accorgono meno". Ci stiamo forse scordando, da laici, liberali, radicali, di applicare nei confronti dell'islam europeo altrettanto anticlericalismo intransigente di quanto siamo stati disposti, e siamo disposti ancora, ad applicare nei confronti della Chiesa cattolica per tutelare la libertà di coscienza e il principio di autodeterminazione dell'individuo? Diffondere libertà e democrazia in Medio Oriente è la migliore strategia contro il fondamentalismo, ma tutto sarà vano se non avremo il coraggio e la forza di cominciare qui, in Europa, a porre i musulmani di fronte alla scelta se essere leali al Re o all'Imam-Re. Proprio come il cattolico cent'anni fa si trovò a scegliere se essere leale al Re o al Papa-Re.

Dovremmo liberarci delle timidezze del politically correct. Non possiamo rinunciare, per necessità e dovere morale, alla Riforma per lo meno dell'islam europeo. A convincere i musulmani che vivono in Europa che attenersi al diritto positivo e al principio di separazione fra reato e peccato, fra politica e religione, non è apostasia. La libertà religiosa non c'entra, ma comunque deve conciliarsi con il diritto, per ogni singolo individuo, uomo o donna, di emanciparsi dai riti della propria comunità.

Ebbene, credo che sia il momento di farla quella legge, di proibire burqa e niqab e, solo negli uffici pubblici e nelle scuole, anche l'hijab, che copre solo i capelli. Anni fa fui perplesso quando in Francia fu introdotto il divieto di portare il velo nelle aule scolastiche, ma leggendo il rapporto della Commissione Stasi ebbi chiaro il fenomeno. Il Parlamento italiano dovrebbe istituire una commissione di studio sull'islam in Italia, per verificare quanto siano diffusi abusi, sottomissione, arretratezze, e quanto estesi siano i perimetri di legalità paralleli. Una volta compiuta questa indagine, si potrebbe legiferare avendo di fronte un quadro più preciso. Eventuali norme restrittive dovrebbero essere transitorie e sottoposte a un continuo monitoraggio.

Il velo non è un simbolo religioso, ma di segregazione, e come tale va proibito. Altrimenti arriviamo al paradosso di uno Stato che spende fiumi di denaro pubblico per assicurare servizi che potrebbero benissimo essere offerti da privati, ma non è in grado di tutelare quelle poche libertà fondamentali dei cittadini.

Da liberali, laici, non temiamo di affermare, con Dino Cofrancesco (il Riformista, 26 ottobre) che "per quanti credono che debbano esserci agenzie - lo stato, la comunità dei fedeli, i custodi della sharia - autorizzate a imporre agli individui modelli di vita buona, pur se ripugnanti alla loro natura, non può esserci tolleranza, ma solo strategie di acculturazione". Come per le mutilazioni genitali femminili, anche se apparentemente in modo meno violento, l'obbligo del velo ha a che fare con l'arretratezza, il pregiudizio, l'oppressione, non è un aspetto folcloristico da tollerare di una cultura diversa dalla nostra, ma il simbolo di una condizione da cui le donne musulmane devono potersi emancipare, come avvenuto per le donne italiane negli ultimi decenni.

Credo anche che non ci sia chi più dei radicali, e in particolare di Emma Bonino, possa spendere la propria credibilità liberale in favore di una legislazione restrittiva che dovrebbe impedire all'islam politico e integralista di attecchire e diffondersi anche in Italia. La sconfitta delle visioni fondamentaliste dell'islam passa per la liberazione delle donne musulmane, ma non vorrei che per rincorrere gli ultimi colpi di coda ratzingeriani dell'integralismo cattolico in una società comunque dotata degli anticorpi della secolarizzazione perdessimo di vista un islam che non ha ancora conosciuto i benefici dell'illuminismo.