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Thursday, July 27, 2017

EnMarche! Sul cadavere dell'Italia

Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur

Fine dei giochi, secondo schiaffone all'Italia in tre giorni... Il "liberale" ed "europeista" Macron ha deciso di nazionalizzare STX piuttosto che farla guidare a Fincantieri. Europa? Mercato? Belle parole, poi c'è l'interesse nazionale... "Il nostro obiettivo è difendere gli interessi strategici della Francia", ha spiegato il ministro dell'economia francese Bruno Le Maire. Non si tratta di cattiveria, ma all'Eliseo evidentemente non si fidano del nostro sistema-Paese. Oppure, sarà colpa del "protezionista" Trump??

Già come Italia non contavamo molto, ma dal 2011, dalla chiamata dello straniero e dai governi di inetti che sono seguiti, ci hanno azzerati completamente, ci stanno massacrando, ma i nostri governi non l'hanno ancora capito e continuano a parlarsi addosso.

O forse l'hanno capito un paio di giorni fa, e sono ancora storditi. Martedì all'Eliseo si sono incontrati i due principali rivali sul futuro della Libia, al-Serraj e Haftar, invitati dal presidente francese Macron, che ha preso in mano le redini del processo dopo aver probabilmente ricevuto via libera da Trump e da Putin (invitati anch'essi a Parigi in rapida successione). Blitz Macron, Italia fuori dai giochi. "Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur". La storia di come ci siamo di fatto auto-esclusi è ancora da scrivere. Ma si può azzardare qualche ipotesi... Indecisi a tutto, timidi, siamo andati in crisi con al Sisi cadendo nella trappola Regeni, troppi complessi - che Macron non ha avuto - nel parlare con i "cattivoni" Trump e Putin... eccetera...

E ora il presidente francese annuncia anche gli hotspot in Libia (idea poi parzialmente smentita: non subito), di cui si discute, anzi si chiacchiera da anni in Italia ovviamente senza concludere nulla. Mentre il governo italiano si occupava di migranti come una qualsiasi ONG, Macron ha semplicemente fatto politica. Non è un nostro "nemico", fa gli interessi francesi mentre noi quasi ci vergogniamo di averne.

Non provino nemmeno Gentiloni, Alfano e Renzi: non c'è modo per ridimensionare gli schiaffoni presi da Macron. Possono solo tacere e, se possibile, sparire. Per tentare di parare il colpo ora sono pronti a inviare le navi della marina militare in Libia... Dopo che per anni hanno detto che non si poteva e ridicolizzato chi lo proponeva. Pagliacci!

Sarà chiaro adesso cosa significa EnMarche! Il primo cadavere su cui Macron è passato sopra marciando, cantando la Marsigliese e sventolando la bandiera francese, non quella europea, è quello dell'Italia. Macron ha effettivamente "salvato l'Europa", intesa come burocrazia europea, ma si sta muovendo come se l'Ue non esistesse, agisce senza nemmeno avvertirla. E ha ragione: l'Europa sui temi e le crisi internazionali non esiste. Non esiste un interesse europeo. Esistono interessi francesi, tedeschi, italiani (sebbene non ce ne curiamo). Tutti legittimi.

Wednesday, April 05, 2017

Prime mosse dell'amministrazione Trump per rompere l'asse Russia-Iran-Turchia

Pubblicato su formiche

Le "cattive" opzioni sul tavolo dell'amministrazione Trump per affrontare la vera e propria "Idra a tre teste" in Medio Oriente (l'interazione Isis-Iran-Russia) ereditata dai disastri di Obama. E a chi giova la "strage chimica" di Assad


Il mondo lasciato in eredità all’amministrazione Trump da Barack Obama (e in parte dal suo primo segretario di Stato, Hillary Clinton) è un vero casino. Soprattutto il Medio Oriente, che lo storico Victor Davis Hanson, della Hoover Institution, ha paragonato ad una “Idra a tre teste” generata dagli errori delle amministrazioni Obama: il ritiro dall’Iraq nel 2011, il fallito “reset” nei rapporti con la Russia (sì, nel 2008 e nel 2012 era Obama che prometteva a Putin che sarebbe stato “più flessibile”) e l’accordo con Teheran sul programma nucleare. Dall’interazione nella regione tra il regime iraniano (con i suoi alleati siriani, Hezbollah e Assad), definito “primo sponsor del terrorismo al mondo” dal segretario alla difesa Usa Mattis, la Russia di Putin e i tagliagole dell’Isis, prende vita un “mostro” che lascia a Trump davvero poche opzioni, che vedremo più avanti.

Il primo problema è che il Medio Oriente sta scivolando, nemmeno troppo lentamente, sotto l’influenza di Mosca, grazie al “leading from behind”, in realtà il disimpegno di Obama, e i suoi fallimenti nelle guerre in Siria e in Libia, che hanno favorito la penetrazione strategica russa in entrambi i Paesi e nella regione. L’asse che Putin sta tessendo con Iran e Turchia punta a sostituire gli Stati Uniti e i suoi alleati sunniti storici come “dominus” del Medio Oriente. Se la stampa non fosse stata impegnata negli ultimi otto anni a celebrare la presidenza Obama come una serie di successi indiscutibili, oggi sarebbe l’ex presidente, e non Trump, sul banco degli imputati come inconsapevole benefattore di Putin, che proprio grazie agli errori e alla confusione di Washington ha conseguito negli ultimi anni successi militari e strategici insperati, dal Medio Oriente all’Europa orientale. Anche se nemmeno la Russia di Putin è immune dal rischio di restare impantanata nella trappola siriana, come dimostra l’attentato alla metro di San Pietroburgo.

Se confermata la responsabilità del regime di Damasco, l’uso del Sarin o di altri gas tossici su Idlib non fa che ricordarci la brutalità di cui è capace Assad e una delle tante beffe che Obama ha subito da Putin: l’accordo con la Russia sotto egida Onu, in seguito del quale dal 2014 Assad non avrebbe dovuto più possedere armi chimiche, era evidentemente scritto sulla sabbia. Quando nel 2012 l’amministrazione Obama non ha dato seguito alla sua “red line” contro l’uso di armi chimiche da parte di Damasco, è stato chiaro che non faceva sul serio in Siria e Putin ne ha approfittato. Ora in Siria, aviazione e “boots on the ground” russi collaborano da tempo con le forze armate del regime di Assad, con quelle iraniane e con gli Hezbollah. Ad Antalya si è svolto di recente un summit Russia, Iran e Turchia per coordinare le operazioni di guerra nel paese. Inoltre, è in programma l’ampliamento della base navale russa di Tartus, per far spazio a 11 navi da guerra. In Libia, Mosca sostiene l’unico vero esercito sul terreno, quello del generale Haftar, che controlla la maggior parte del territorio e le infrastrutture petrolifere della “Mezzaluna”. E, come hanno confermato fonti militari Usa e Nato, forze speciali russe sono presenti nella base egiziana di Sidi Barrani, a un centinaio di chilometri dal confine orientale con la Libia. Mosca inoltre sta rafforzando i suoi rapporti proprio con l’Egitto di Al Sisi: un accordo per il trasporto aereo civile, un accordo economico e industriale in discussione, una maggiore cooperazione nel settore energetico, con la compagnia petrolifera russa Rofsnet che sta negoziando la fornitura di gas liquido. L’obiettivo dell’incontro di Trump con il presidente egiziano Al Sisi, lunedì scorso alla Casa Bianca, è proprio rilanciare, in funzione della lotta al terrorismo e al radicalismo islamico, il rapporto con l’Egitto, raffreddatosi sotto Obama.

Ma è l’asse con l’Iran quello che desta maggiore preoccupazione a Washington, suggellato dalla visita della scorsa settimana del presidente Hassan Rouhani a Mosca (dopo quella del presidente turco Erdogan il 10 marzo scorso). Relazioni che da occasionali rischiano di trasformarsi in strategiche e che mostrano le superiori capacità di Putin nella scacchiera geopolitica rispetto alle controparti occidentali.

Si tratta della prima visita ufficiale del presidente iraniano a Mosca e del primo incontro con Putin in un vertice bilaterale e non a margine di un contesto multilaterale. L’incontro, a poche settimane dalle presidenziali iraniane del 19 maggio, non solo conferma la cooperazione Russia-Iran nel conflitto siriano, ma sembra l’avvio di una nuova, più solida fase nelle relazioni tra i due Paesi, decollate da quando l’accordo voluto da Obama sul nucleare iraniano ha portato al progressivo alleggerimento delle sanzioni contro Teheran. L’indicazione dell’Iran come uno dei tre “garanti”, insieme a Russia e Turchia, del cessate-il-fuoco in Siria denota il clima di fiducia reciproca sul dossier siriano, nonostante le differenze, e fa di Teheran – anche ufficialmente – uno degli attori in campo (della guerra e della futura pace). Ma la visita di Rouhani non solo aiuta i due Paesi a tracciare una road map condivisa sui prossimi passi in Siria, contribuisce anche a rafforzare l’asse Russia-Iran-Turchia e ad accrescere la sua rilevanza a livello regionale, a scapito degli Usa e dei suoi alleati.

I colloqui tra Rouhani e Putin vengono definiti “importanti e approfonditi”, su questioni regionali e globali così come sulle relazioni bilaterali. Durante il vertice sono stati firmati 14 documenti di cooperazione in diversi settori – politico, economico, tecnologico, militare, legale e culturale, sull’energia nucleare e le infrastrutture. L’Iran è “un buon vicino e un partner stabile e affidabile”, ha riconosciuto Putin. Il presidente iraniano Rouhani ha confermato che la cooperazione tra Teheran e Mosca non si ferma alla Siria, ma è “diretta ad incrementare la stabilità nella regione”. Inoltre, la leadership iraniana teme che il riavvicinamento tra Washington e Mosca auspicato da Trump in campagna elettorale possa indurre i russi a mollare Teheran e a coordinare le loro politiche in Medio Oriente con gli americani. Dunque, meglio giocare d’anticipo rispetto al nuovo approccio di Trump con Mosca per consolidare la propria posizione al Cremlino. Al momento, insomma, i tre Paesi hanno tutti interesse a consolidare le reciproche relazioni per controbilanciare l’ostilità occidentale.

Un’altra fonte di grande preoccupazione a Washington è che dell’asse a cui Mosca sta lavorando per accrescere la sua influenza in Medio Oriente farebbe parte anche la Turchia, un membro della Nato (!). Le crescenti tensioni di Ankara con l’Unione europea e gli Stati Uniti infatti rischiano di far passare in secondo piano la sua competizione regionale con Teheran. Prevedendo che la Turchia sia spinta a guardare verso Est per compensare le sue deteriorate relazioni con l’Occidente, Mosca è pronta a cogliere l’occasione per coinvolgere Ankara e Teheran in una partnership strategica a regia russa.

I negoziati diretti di Ankara con Mosca per acquisire il sistema russo di difesa aerea S-400 suonano come una provocazione alla Nato, o un “test” della sua reale volontà di ricucire. Il problema è che i sistemi di difesa “esterni” alla Nato potrebbero non essere integrabili con l’attuale struttura difensiva dell’alleanza, ma ecco le contro argomentazioni non proprio concilianti del presidente turco Erdogan: “Se non possiamo ottenere i mezzi di cui abbiamo bisogno all’interno della Nato, dobbiamo rivolgerci a fonti diverse… Sfortunatamente in Siria, abbiamo visto armamenti di nostri alleati Nato nelle mani dei terroristi”. Insomma, si tratta di una mossa tattica per “richiamare” l’attenzione degli alleati occidentali, e magari ottenere da loro un sistema difensivo a un miglior prezzo, al tempo stesso facilitando la normalizzazione dei rapporti con Mosca, oppure del segnale di una nuova direzione strategica. Acquisire il sistema S-400 vorrebbe dire per Erdogan aprire la porta di relazioni militari di lungo termine con Mosca, ma anche diventarne dipendente. I russi stessi sembrano scettici rispetto al reale interesse turco per il sistema S-400 e si chiedono se la membership Nato di Ankara stia davvero vacillando, se davvero abbia più interessi strategici e geopolitici in comune con Mosca che con l’Occidente. Quali che siano le reali intenzioni di Erdogan, l’esistenza stessa della trattativa provoca più di un mal di testa alla Nato. Aggiungere alle attuali tensioni con l’Unione europea un ulteriore dissidio sul sistema S-400, potrebbe aprire seriamente il dibattito sulla permanenza della Turchia nell’alleanza.

Tra le varie ferite aperte, nulla infastidisce i turchi come l’alleanza di Washington con i curdi siriani in funzione anti-Isis. La recente visita del segretario di Stato Usa Rex Tillerson ad Ankara sembra si sia conclusa con un nulla di fatto, senza aver appianato nessuna delle fondamentali divergenze che stanno affondando le relazioni tra i due alleati Nato, che sembrano sempre più in “rotta di collisione”, ha osservato il WSJ. Negli incontri con il presidente Erdogan, il primo ministro Yildirim e il ministro degli affari esteri Cavusoglu, Tillerson avrebbe confermato i piani per la conquista di Raqqa, la capitale Isis in Siria, ma anche la collaborazione con le Forze democratiche siriane (SDF), dominate dalle milizie curde siriane delle YPG (“unità di protezione popolare”), ala militare del partito curdo dell’Unione Democratica (PYD), che Ankara ritiene essere ramificazione siriana del PKK. E mentre il PKK è considerato un gruppo terroristico sia da Ankara che dall’Ue e dagli Usa, solo i turchi considerano terroristi anche i miliziani delle YPG. Dal Dipartimento di Stato assicurano di “tener conto delle preoccupazioni turche”, ma anziché arrestarsi, con Trump è incrementato il sostegno militare Usa alle operazioni delle YPG. “Abbiamo discusso le opzioni disponibili. Sono opzioni difficili. Sarò molto franco, non è facile, ci sono scelte difficili che devono essere fatte”, ha avvertito Tillerson nella conferenza stampa congiunta con Cavusoglu. “Il PYD è l’estensione del regime di Assad e Assad significa Iran”, ricordano ad Ankara. Erdogan si aspettava un “reset” dall’amministrazione Trump ed è rimasto molto deluso, ma per ora sembra mordersi la lingua e voler evitare attacchi come quelli riservati agli europei, così come da Washington si evitano commenti sulla repressione e la deriva autoritaria in Turchia.

Quali dunque, secondo lo storico Victor Davis Hanson, le opzioni sul tavolo del presidente Trump per affrontare l'”Idra a tre teste” in Medio Oriente? 1) turarsi il naso e allearsi con Russia e Iran (e Assad ed Hezbollah) per distruggere innanzitutto l’Isis, e affrontare solo in un secondo momento gli altri due avversari (sul modello dell’alleanza con Stalin per sconfiggere Hitler); 2) lavorare con il “meno peggio”, la Russia di Putin (sul modello dell’apertura di Kissinger alla Cina di Mao per allontanarla dall’Urss); 3) tenersi fuori e lasciare che si indeboliscano tra di loro, ma al prezzo di continuare a perdere influenza nella regione, di una crisi umanitaria e un afflusso di profughi che può destabilizzare l’Europa.

La prima opzione, ma solo dopo il 2014, è quella timidamente e confusamente perseguita dall’amministrazione Obama, ma che ha lasciato troppo campo libero a Mosca e Teheran. La seconda opzione sembra quella di cui l’amministrazione Trump ha intenzione di “testare” la percorribilità, ma presuppone di recuperare il rapporto con Erdogan e che la Russia sia disposta a voltare le spalle al regime degli ayatollah, rinunciando all’asse che sta tentando di costruire con Teheran e Ankara per accrescere la sua influenza in Medio Oriente. Significherebbe convincere Putin che avere ai suoi confini un’ulteriore potenza nucleare, l’Iran, non è nei suoi interessi, quindi a sganciarsi dagli iraniani in Siria e smettere di vendere loro sistemi d’arma, e convincerlo a lavorare alla “stabilità” regionale con Washington, Israele e i regimi sunniti moderati. Insomma, a cambiare il sistema d’alleanze in Medio Oriente.

Nel gettare le basi di un nuovo approccio con Mosca e della sua politica in Medio Oriente, il primo passo dell’amministrazione Trump quindi è “testare” l’alleanza Russia-Iran, cercare di capire in che misura, e a che prezzo, Putin sarebbe pronto a porre fine alla sua collaborazione con la Repubblica islamica e a cooperare con gli Stati Uniti per contenere l’espansionismo iraniano in Siria e in Medio Oriente, innanzitutto impedendogli di diventare una potenza nucleare. In questa direzione vanno tutti gli attuali sforzi diplomatici dell’amministrazione Usa.

Ma cosa potrebbe offrire Trump in cambio? E’ evidente che abbandonare qualsiasi progetto di ulteriore allargamento della Nato (e dell’Ue) verso est, ridurre la presenza militare nei Paesi Nato confinanti con la Russia, cancellare le sanzioni imposte per l’annessione della Crimea, sono tutte contropartite gradite a Mosca, mentre il presidente Trump si è detto interessato ad un nuovo accordo con la Russia sul controllo degli armamenti. Secondo Matthew McInnis, ex analista DIA e ora all’American Enterprise Institute, citato da Eli Lake su Bloomberg View, “non c’è modo per cacciare gli iraniani dalla Siria”, ma è un obiettivo realistico “ridurre l’influenza e la presenza iraniana”, il che significa che la Russia “concordi nel sostenere la ricostruzione di un esercito siriano che non sia sotto l’influenza di Teheran e delle sue milizie estere”, gli Hezbollah.

Pochi giorni fa l’ambasciatore Usa all’Onu Nikki Haley ha spiegato che per risolvere la crisi siriana la testa di Assad non è più una condizione pregiudiziale per gli Stati Uniti (“la nostra priorità non è più focalizzata sui modi per cacciare Assad”, ha dichiarato all’AP). Ora la priorità dell’amministrazione, ha aggiunto, è lavorare con Turchia e Russia (non menzionato l’Iran…) per trovare una soluzione di lungo termine in Siria, piuttosto che restare fissata sulla sorte di Assad, il cui futuro di lungo periodo “sarà deciso dal popolo siriano”, ha precisato il segretario di Stato Tillerson. Un’apertura, insomma, a una soluzione di compromesso che garantisca gli interessi e l’influenza di Ankara e Mosca in Siria (ma non di Teheran). A conferma della svolta lo stop degli aiuti alle milizie siriane anti-Assad per concentrarli sulle SDF, che combattono l’Isis e avanzano verso Raqqa. Alla luce di questi sviluppi a Washington, è difficile spiegare i motivi che avrebbero indotto Assad all’attacco “chimico” su Idlib, facendo così tornare all’attenzione internazionale i suoi crimini e la sua impresentabilità, tanto da suscitare la ferma condanna della Casa Bianca (“brutali azioni di Assad” che “non possono essere ignorate”). “Su Russia e Iran gravano grandi responsabilità morali”, ha ammonito il segretario di Stato Tillerson.

Ma un’intesa con la Russia di Putin sarebbe più presentabile di quella di Obama con l’Iran? Sarebbe arduo per il presidente Trump convincere il Congresso dell’utilità di una simile intesa, proprio oggi che sono in corso indagini sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali americane e sui presunti legami tra il team Trump e il governo di Mosca.

La sensazione però, è che mentre continuano a rafforzare con una certa ostentazione l’asse con Teheran, sia Putin che Erdogan stiano aspettando dall’amministrazione Trump la proposta di un accordo più ampio rispetto ai singoli motivi di frizione con gli Usa. Gli Stati Uniti non possono pensare di contenere le ambizioni egemoniche degli ayatollah sulla regione, e assicurarsi un Iran non-nucleare, senza portare Russia e Turchia dalla loro parte, rompendo così un asse che minaccia letteralmente di scalzare la decennale influenza americana in Medio Oriente. Di sicuro, Trump non ha creato l'”Idra a tre teste”, l’ha ereditata dai suoi predecessori, ma ora ha di fronte solo “cattive opzioni” e la meno peggio presuppone un accordo, non scontato e costoso, con due governi autoritari.

Thursday, November 29, 2012

Una ignobile marchetta al mondo arabo

Un'altra brutta, ignobile pagina di politica estera (dopo l'incredibile vicenda dei due marò, da ben 288 giorni prigionieri e sotto processo in India, con il nostro governo incapace di muovere un dito!) è quella che ci regalano il presidente Napolitano, il premier Monti, e il ministro degli esteri Terzi schierando l'Italia a favore della risoluzione che riconosce alla Palestina, o meglio all'Anp, lo status di «stato non membro osservatore permanente» all'Onu.

Una posizione che lungi dal favorire il processo di pace, lo indebolisce, aumentando le tensioni diplomatiche e ponendo le premesse per ulteriori rivendicazioni che alimenteranno gli estremismi. Questo voto, infatti, rappresenta - e così lo presenteranno i palestinesi e i paesi arabi - una "validazione" de facto da parte della comunità internazionale dei confini pre-1967. Riconoscendo all'Anp lo status di "Stato", seppure non membro, l'Onu ne riconosce implicitamente il territorio, quindi i confini, su iniziativa unilaterale dei palestinesi. Il che rende praticamente carta straccia gli accordi di Oslo (quelli che Hamas disconosce e che il nuovo Egitto dei Fratelli musulmani non vede l'ora di poter disconoscere), secondo cui uno Stato di Palestina sarebbe dovuto nascere a seguito di negoziati bilaterali.

Attenzione, questo è un punto fondamentale: perché il territorio, i confini, la statualità, sono le uniche merci di scambio che Israele può offrire in cambio di pace, della fine delle minacce alla sua esistenza. Se la questione dello Stato palestinese e del suo territorio viene risolta prima, o quanto meno "pregiudicata", al di fuori di un negoziato bilaterale, si toglie a Israele l'unica arma negoziale per ottenere la pace. Ecco perché si tratta di un voto profondamente anti-israeliano e chi ai vertici delle nostre istituzioni non lo capisce è o incompetente o in malafede.

Inoltre, un governo che volesse rilanciare il processo di pace non premierebbe con un tale riconoscimento i palestinesi, che per quattro anni si sono rifiutati di riaprire i negoziati con Israele. Per non parlare, poi, delle iniziative che potrebbe avviare l'Anp presso l'Onu grazie al nuovo status, tanto che lo stesso governo Monti ha chiesto ad Abbas di «astenersi dall'utilizzare l'odierno voto dell'Assemblea generale per ottenere l'accesso ad altre agenzie specializzate delle Nazioni Unite, per adire la Corte penale internazionale o per farne un uso retroattivo». Raccomandazione indicativa di come i palestinesi tenteranno di strumentalizzare il voto di oggi.

«Siamo molto delusi dalla decisione dell'Italia», è stata la reazione dell'ambasciata israeliana a Roma. Nel comunicato del governo naturalmente si spiega la decisione con la volontà di «rilanciare il processo di pace», la soluzione "due stati per due popoli", ma la geografia del voto rivela le motivazioni reali. L'Italia ha votato sì insieme agli altri paesi europei del Mediterraneo, mentre contro si sono schierati Usa, Canada, Gran Bretagna e Germania. E' evidente, quindi, che il vero scopo è accattivarsi le simpatie dei paesi arabi, vicini dell'altra sponda del Mediterraneo, contro il diritto di Israele all'autodifesa, contro la pace, la giustizia e i diritti umani degli stessi palestinesi e degli altri cittadini del mondo arabo.

Non meno grave, dal punto di vista istituzionale, che un governo tecnico, nato per far fronte ad un'emergenza finanziaria, ribalti la politica mediorientale italiana senza il pronunciamento del Parlamento che l'ha espressa non dieci anni fa, ma in questa stessa legislatura.

Wednesday, November 28, 2012

Precisione da ingegnere

E' confortante che per il nono giorno consecutivo al Cairo e in altre città egiziane ci sia ancora chi non si piega, si vede che alcuni anticorpi democratici sono rimasti dalla "primavera araba" dello scorso anno. Ma l'opposizione laica e liberale continua ad essere frammentata, a non avere una leadership e a non essere sostenuta, mentre gli Stati Uniti minimizzano il rischio di svolta autoritaria da parte del presidente Morsi. Il quale farà quanto basta per sbloccare i fondi del Fmi, ma non quanto sarebbe necessario per rendere irreversibile il processo democratico e davvero contendibile la guida del paese.

«Gli osservatori hanno costantemente sottovalutato la forza e l'ambizione dei Fratelli musulmani», di cui Morsi è espressione, scrive Bret Stephens sul Wall Street Journal, citando il già lungo elenco di menzogne e promesse disattese dal presidente e dal suo partito dal gennaio 2011. Messo il cappello all'ultimo momento utile sulla rivoluzione di piazza Tahrir, in pochi mesi la Fratellanza ha disatteso la promessa di non correre per le presidenziali; una volta eletto Morsi ha sostituito in fretta i vertici dell'esercito e tollerato un assalto all'ambasciata Usa.

L'amministrazione Obama, presidente in testa, non sembra dare molto peso a questi inequivocabili primi segnali di inaffidabilità e, anzi, avrebbe apprezzato il pragmatismo di Morsi nel risolvere la crisi di Gaza. Ma c'è il rischio, avverte Stephens, di scambiare per «moderazione» quella che è solo «flessibilità tattica». Il tempismo perfetto della sua mossa sul fronte interno, spendendo subito il capitale politico incassato a Gaza, dimostra infatti che «il suo reale obiettivo prioritario è consolidare il potere della Fratellanza musulmana, non migliorare gli standard di vita degli egiziani».

E' ingenuo pensare che la «precisione da ingegnere» che Obama avrebbe riconosciuto in Morsi non sia messa al servizio della sua ideologia islamista, e che voglia disfarsene in nome del realismo politico. Non sarà così. Resta solo da vedere quanto tempo osservatori e Casa Bianca ci metteranno per accorgersene.

Monday, November 26, 2012

Tregua a Gaza, golpe al Cairo, gli Usa ingoiano

Non basta affatto, "in questi momenti", ricordare cosa pensa il presidente Obama di Hamas, cioè che è «un'organizzazione terroristica con cui non bisogna trattare fin quando non riconosceranno Israele, rinunceranno al terrorismo e rispetteranno i precedenti accordi». Con l'organizzazione terroristica si può non trattare direttamente, si può a parole ricordare il diritto di Israele all'autodifesa, ma dalla crisi e dalla tregua di Gaza Hamas esce meno isolata di prima e rafforzata politicamente. E pazienza se militarmente ha perso quasi tutti i suoi missili, l'Iran è pronto - potete scommetterci - a spedirne quanto prima degli altri e probabilmente l'Egitto a consentire che il carico transiti per le frontiere.

Proprio sull'Egitto si sono concentrati gli sforzi diplomatici americani, affinché si dimostrasse un attore di stabilità riuscendo a far ragionare Hamas. Ma il presidente Morsi non ha esitato un secondo a sfruttare sul fronte interno il capitale politico derivante dalla prova di leadership chiesta dagli Usa, e mostrata, nel disinnescare la crisi di Gaza: appena annunciata la tregua si è attribuito pieni poteri, certo di poter contare sul silenzio/assenso degli Stati Uniti, che pochi giorni prima si erano completamente affidati alla sua gentile intercessione.

«Il presidente - si legge nel decreto - è autorizzato a prendere qualsiasi misura reputi idonea a preservare e difendere la rivoluzione, l'unità nazionale o la sicurezza nazionale». Le decisioni presidenziali non potranno essere in alcun modo giudicate o cancellate dall'autorità giudiziaria, almeno fino a quando non ci sarà una nuova Costituzione e non sarà eletto un nuovo Parlamento. In quattro righe quindi Morsi si pone al di sopra del Parlamento e del potere giudiziario, la sua parola è legge finché non ci sarà una nuova Costituzione. La quale, ovviamente, non riceverà luce verde finché non soddisferà pienamente i Fratelli musulmani, il partito del presidente egiziano. Un golpe bianco, insomma, che preannuncia la definitiva mutazione della rivoluzione della primavera del 2011 da democratica in islamica.

Lo permetteranno i cittadini egiziani? Sembra comunque che alcuni anticorpi democratici facciano ormai parte del tessuto civile del Cairo e di Alessandria, se migliaia di manifestanti hanno riempito le piazze accorrendo allo slogan "Morsi come Mubarak" e si sono scontrati con le forze di sicurezza e i militanti del partito islamico. Nei prossimi giorni, tra l'altro, la suprema autorità giudiziaria del paese dovrà pronunciarsi sui numerosi ricorsi presentati contro il decreto.

Fatto sta che l'attore che solo ieri gli Stati Uniti accreditavano come "responsabile" per il ruolo di mediazione svolto nella crisi di Gaza - concedendo al suo ministro degli esteri l'onore di poter dare l'annuncio ufficale della tregua al fianco di Hillary Clinton - oggi si proclama di fatto dittatore nel paese più influente del mondo arabo, mossa che potrebbe preludere all'instaurazione di un regime islamico sunnita.

Si avrà nei prossimi mesi la prova definitiva della sincerità o del doppio gioco di Morsi: se gli arsenali di Hamas, oggi quasi azzerati, torneranno a riempirsi di missili in grado di colpire Tel Aviv e Gerusalemme, allora vorrà dire che l'Egitto resta su una posizione ambigua: cerca di rafforzare la propria centralità politica nella regione non favorendo la stabilità, bensì giocando cinicamente la carta dei gruppi terroristici palestinesi. Se questa sarà la strategia di Morsi, e se il primo presidente espressione dei Fratelli musulmani liquiderà la democrazia egiziana ancora in fasce, allora Hamas non avrà di fronte un modello di "normalizzazione" da seguire, non verrà mai costretta a scegliere tra il Cairo e Teheran, potrà continuare ad avvalersi dell'amicizia degli uni e degli altri a seconda delle convenienze del momento.

Wednesday, November 21, 2012

E' una guerra regionale, media pecoroni!

Anche su Rightnation.it

E', senza forse, uno dei più grandi tumori del nostro tempo in Italia, ma anche in Europa e nell'intero Occidente: il conformismo e il politicamente corretto nel mondo dell'informazione mainstream. Un'informazione che sempre più disinforma perché relativizza, perché in nome di una ipocrita imparzialità calpesta l'obiettività, ha perso ogni riferimento valoriale nella lettura degli eventi, il cui susseguirsi viene riportato privo di nesso causa-effetto, in un flusso di notizie accompagnato da finte analisi e pervaso di un moralismo istantaneo e superficiale, dove prevale la preoccupazione di apparire equanimi e di uniformare la realtà ai propri rassicuranti tabù politicamente corretti. Va bene, non esisteranno il bianco e il nero, ma almeno riportateci le diverse sfumature piuttosto che un unico tono di grigio.

La copertura mediatica dell'ennesima crisi di Gaza è l'ennesima, lampante dimostrazione. L'incapacità di distinguere tra un'organizzazione ferocemente terrorista e barbara come Hamas, che opera non nell'interesse dei palestinesi, ma di uno stato terrorista come l'Iran, e uno stato democratico e civile come Israele, è una vergogna insopportabile, ripugnante. Se il governo israeliano decide di agire sulla spinta dei propri cittadini che in grande maggioranza chiedono un intervento militare per far cessare il lancio di missili sul loro territorio, allora è un bieco calcolo elettorale. Pelo sullo stomaco nei confronti di Israele, però ci si beve la propaganda di Hamas come nemmeno la propaganda nazista negli anni '30.

Hamas spara centinaia di missili (1.500 in pochi giorni), e indiscriminatamente, sulle città israeliane, ma sotto processo mediatico finisce Israele per raid mirati contro obiettivi militari (depositi di armi o leader terroristi). Fa vittime civili? Sicuramente (anche se a dare i numeri, a decidere chi sono i civili e chi i militanti è la stessa Hamas e i media registrano senza verificare). Ma si dimenticano di dire che Hamas non difende minimamente la sua popolazione, anzi usa i civili come "scudi umani", come strumento di propaganda politica: più vittime, più biasimo internazionale si può aizzare contro Israele. Sotto accusa finisce Israele perché la sua reazione è "sproporzionata": la contabilità dei morti a suo favore sottintende che in fondo i razzetti di Hamas sono poco più che fuochi d'artificio. Pazienza se le limitate vittime israeliane sono il risultato degli sforzi del loro governo di proteggere la popolazione, al contrario di Hamas che la usa come "scudo umano".

Ieri sera Hamas ha annunciato un accordo che di fatto non c'era, le trattative erano ancora in pieno svolgimento. Ma era strumentale ad alimentare le aspettative di una tregua imminente, così da far titolare i giornali, l'indomani, sull'accordo sfumato facendo ricadere la colpa su Israele. I media ovviamente hanno abboccato in pieno, nonostante il fatto stesso che Hillary Clinton dovesse ancora giungere nella regione avrebbe dovuto far presagire che l'accordo era ancora lungi dall'essere raggiunto.

Nonostante l'Iran non faccia mistero (anzi, lo rivendica ufficialmente) di aiutare militarmente sia il regime di Assad contro i ribelli, sia Hamas fornendogli missili di gittata sempre maggiore, che mi risulti nessuna delle assennate analisi apparse sui mainstream media si è azzardata ad interpretare quanto sta accadendo come un diversivo iraniano per alleggerire la pressione internazionale su Assad, impegnato in una durissima repressione interna. Ma non lo capite, stupidi, che non c'entrano più le rivendicazioni dei palestinesi, che la "questione palestinese" è morta e sepolta, e che Siria, Gaza, Assad, Hamas, tutto quanto sta accadendo, è parte di un'unica guerra regionale il cui attore, anzi burattinaio principale è l'Iran?

Ebbene, Hamas, che appartiene alla Fratellanza musulmana, lo stesso movimento che esprime il presidente egiziano Morsi, è a un bivio: deve scegliere se affidarsi alla mediazione dei suoi "fratelli" egiziani, se farsi "normalizzare" e moderare dall'Egitto, o se invece giurare fedeltà a Teheran, che gli fornisce i preziosi missili con i quali può ricattare Israele e proseguire la sua guerra. Egitto o Iran, insomma? Sotto esame è anche il nuovo Egitto in mano ai Fratelli musulmani: gli Stati Uniti, ma anche Israele, vogliono capire se è o no un attore di stabilità e se la sua "parentela" con Hamas è d'aiuto o un'ulteriore complicazione.

E invece niente di tutto questo, sui media, siti internet e social network compresi, prosegue lo stucchevole rito - il "terzismo" - di politici e giornalisti tweetstar: condannare la guerra sporca e cattiva, che non serve a nessuno, e mettere sullo stesso piano Hamas e Israele (semmai facendo le pulci a quest'ultimo, colpevole di accanirsi su innocenti e indifesi palestinesi). Facile starsene comodomente seduti davanti al pc in redazione o sul divano di casa e pontificare sull'inutilità della guerra. E' una posa comoda e da persone perbene, che garantisce bella figura a buon mercato, esentati dalla fatica intellettuale e anche dalla responsabilità morale e professionale di distinguere tra aggressore e vittima, di distribuire torti e ragioni.

Wednesday, September 12, 2012

Il 12 settembre di Obama: la resa ideologica

Ciò che è accaduto ieri al Cairo e a Bengasi, e stamattina a Washington, è emblematico. Nulla avrebbe potuto spiegare meglio il significato del mio post di ieri sulla sensazione di un disarmo ideologico dell'Occidente di fronte alla minaccia terrorista islamica.

In mattinata viene diffusa dalle tv arabe la notizia (e subito dopo le drammatiche immagini) dell'uccisione dell'ambasciatore americano in Libia, di un altro funzionario e due marine, nell'attacco della notte al consolato Usa di Bengasi. Già ieri l'ambasciata Usa al Cairo era stata oggetto di una violenta manifestazione di protesta a causa di un film anti-islamico amatoriale, prodotto da cristiani copti espatriati in America. Bandiera strappata, violazione dell'ambasciata, qualche colpo in aria. Ma a Bengasi si è trattato di qualcosa di diverso dalla sassaiola di una folla spontanea: un assalto militare in piena regola, con armi pesanti, evidentemente pianificato (forse in coincidenza con l'11 settembre). Il consolato è dato alle fiamme, c'è almeno una vittima.

Poi si verrà a sapere che le vittime sono quattro, incluso l'ambasciatore. Ciò che più sconcerta - oltre alla sensazione che l'attacco sia stato sottovalutato e il consolato letteralmente abbandonato al suo destino da parte di Washington - è la reazione timida, cerchiobottista, di vera e propria sudditanza e resa ideologica da parte dell'amministrazione Obama.

Innanzitutto, il delirante comunicato e i tweet in cui l'ambasciata al Cairo chiede praticamente scusa per il film anti-islamico. Che sia stato diffuso prima o dopo i fatti di Bengasi poco importa a questo punto, conta il contenuto: si condannano «i continui sforzi da parte di individui fuorviati di ferire i sentimenti religiosi dei musulmani» e si rigettano «con forza gli abusi del diritto universale alla libertà d'espressione per offendere il credo religioso altrui». In pratica ci si scusa per i propri principi, e per un'offesa di cui gli Stati Uniti non hanno colpa, e che in ogni caso non avrebbe mai potuto giustificare la violenza. Un comunicato da cui solo sei ore più tardi la Casa Bianca si sarebbe dissociata («non l'abbiamo approvato»).

Poi nella notte viene ammazzato un ambasciatore statunitense e per ore la Casa Bianca tace. Sembra di rivedere lo sketch di Clint Eastwood che alla convention repubblicana parla con una sedia vuota dove dovrebbe essere seduto Obama. Un presidente assente, o dormiente. Arriverà presto un comunicato di scuse per il disagio causato ai musulmani?

Inizia a serpeggiare l'idea che Bengasi 2012 possa trasformarsi per Obama in ciò che rappresentò Teheran 1979 per Carter. Qualcuno comincia a rimpiangere Gheddafi e Mubarak. No, qui bisogna rimpiangere l'America, quella che non sapeva nemmeno cosa volesse dire abdicare ai suoi principi.

Finalmente, dopo ore, arriva una nota scritta del presidente Obama, nella quale «condanna fermamente l'ignobile attacco», ma in cui di nuovo traspare questa preoccupazione di scusarsi con i musulmani per le offese del film. Hanno appena ucciso un suo ambasciatore, ma Obama riesce a ricordare che gli Usa «respingono i tentativi di denigrare le religioni altrui», nella stessa frase in cui dichiara di «opporsi inequivocabilmente alla violenza senza senso». Il link è fatto, in qualche modo i due eventi - film offensivo e attacco - vengono accostati. Una condanna con "ma anche": Obama si oppone alla «violenza senza senso» dell'attacco, ma anche ai «tentativi di denigrare le religioni altrui».

Più convincente e presidenziale nel tono la dichiarazione successiva di Hillary Clinton rispetto a quella di Obama il patetico. Tanto che si rende necessaria una comparsata del presidente (con Hillary al suo fianco) per rafforzare il fiacco e cerchiobottista comunicato scritto qualche ora prima. Una dichiarazione di cinque minuti ben più tosta nella quale, senza rispondere a domande, il presidente ripete più volte che non può esservi alcuna giustificazione alla violenza, e promette che «sarà fatta giustizia», che «le autorità americane e quelle libiche lavoreranno per individuare e assicurare alla giustizia gli assassini».

Quello che più ripugna di questa triste storia è che molti, anche ai vertici dell'amministrazione Usa, si bevono ancora la cazzata che queste cose nascono da un film o da qualche vignetta offensiva. Certo, qualche fanatico che riesce ad aizzare una folla di suoi simili può esserci. Ma a Bengasi è accaduto qualcosa di diverso: un attacco militare, non una protesta. Secondo quanto riporta su twitter Daniele Raineri, inviato del Foglio, «c'è stata un'operazione militare di 'rescue' andata male, un aereo americano è arrivato ieri notte a Bengasi per salvare lo staff. Gli americani si erano rifugiati in una 'safe house' segreta, ma gli aggressori sapevano dov'era. E' seguito un conflitto a fuoco: due americani sono morti in questo secondo scontro, dopo la morte dell'ambasciatore». Una versione confermata da fonti Usa alla Cnn. Dunque, «un'operazione di 'rescue' andata male, spiega il ritardo nelle notizie e forse cambia anche il significato politico della storia».

Già, lo aggrava per Obama, diventa più simile a Teheran 1979: e se si è trattato di un puro e semplice attentato, e la protesta per il film amatoriale su Maometto era solo un diversivo, perché parlare ancora dei «tentativi di denigrare le religioni altrui»? Non è un problema di libertà d'espressione che ferisce i sentimenti dei musulmani, ma di terrorismo da una parte e mancanza di leadership dall'altra.

Il governo Usa conta come il due di picche al Cairo e a Tripoli (il presidente egiziano non ha ancora espresso una condanna per la violazione dell'ambasciata americana). Obama non ha affatto «guidato da dietro le quinte» le transizioni della primavera araba, le ha subite da sotto il tavolo. Leading from behind è stato solo uno slogan efficace per nascondere i suoi ritardi nella comprensione degli eventi e il suo vacillare nelle decisioni strategiche. In Libia è intervenuto per fare bella figura, perché si trattava di cacciare col minimo sforzo un pagliaccio, geopoliticamente ormai innocuo e indifeso, mentre con Assad, che ha dietro Iran e Russia, se la fa sotto, assiste immobile ad un massacro anche peggiore e al riarmo iraniano.

Thursday, October 20, 2011

Muore Gheddafi, ma l'Occidente non si è ancora risvegliato

E così anche Gheddafi ha trovato la sua fine. Fine che, come ogni altro tiranno, si è meritato e che aveva preparato negli anni quasi con ostinazione. Al contrario di Saddam Hussein, catturato da fuggitivo, a Gheddafi va almeno reso atto di essere morto come aveva promesso alla "sua" gente, cioè da soldato, combattendo. Altro che nel deserto con i tuareg, o addirittura già fuori dal Paese, è rimasto fino all'ultimo alla guida delle truppe a lui leali, a difesa dell'ultima roccaforte, la sua città natale. «Siamo tutti sorpresi dalla tenacia delle forze fedeli a Gheddafi... E' stato davvero interessante vedere quanto fiera e determinata è stata la loro resistenza», aveva ammesso pochi giorni fa il generale Jodice al New York Times.

Al momento la ricostruzione più credibile è che il convoglio su cui viaggiava Gheddafi sia stato costretto a fermarsi da un raid di forze aeree della Nato (caccia francesi, rivendicano da Parigi), che i miliziani del Cnt che lo inseguivano abbiano raggiunto e distrutto i veicoli; che il colonnello abbia tentato di nascondersi in un cunicolo sotto la strada ma che l'abbiano catturato, gravemente ferito, e poco dopo sia stato giustiziato. Immagini tremende, quelle dell'ex raìs ancora vivo nelle mani dei suoi nemici, che fanno protendere per un'esecuzione sul posto, che potrebbe persino aver invocato lui stesso. Senza voler esprimere giudizi che sarebbero troppo facili nei confronti di chi ha sopportato un'atroce dittatura non per 20, ma per 40 anni, tuttavia qualcosa si può dire alla luce della fine che hanno fatto Bin Laden, Gheddafi, e nel frattempo molti altri terroristi ricercati "dead or alive": Obama li preferisce dead, per evitare complicati dilemmi giudiziari; Bush li preferiva alive e sotto processo, nonostante le polemiche su Guantanamo e sulla sorte di Saddam. Approviamo l'indirizzo obamiano, ma gradiremmo fosse registrato dai suoi fan "de sinistra".

Le operazioni Nato terminano così come erano iniziate: con una grande ipocrisia. Un portavoce dell'Alleanza ha confermato il bombardamento del convoglio, precisando però che «dal momento che non abbiamo alcun soldato in territorio libico, non possiamo dire nulla sull'identità delle persone uccise». La forma è salva. La risoluzione Onu 1973 autorizzava un intervento umanitario, non un regime change, né tanto meno l'uccisione di Gheddafi, che per mesi ci hanno ripetuto non essere tra gli obiettivi dei raid.

La realtà ovviamente era un'altra, per fortuna. Le forze aeree della Nato non si sono limitate a proteggere i civili. Questo forse è stato vero durante i primi giorni, quando il colonnello aveva ancora frecce al suo arco, con le quali colpiva duramente la popolazione mentre i leader occidentali tentennavano, ma subito dopo hanno svolto il ruolo di vera e propria aviazione al servizio delle forze ribelli. Insomma, dopo le incertezze e le ambiguità iniziali l'intervento, comunque colpevolmente tardivo, non poteva non mirare al regime change. Lo comprendiamo e, anzi, avremmo voluto che fosse dichiarato. Sarebbe stato demenziale soltanto immaginare il contrario, perché avrebbe portato ad una situazione di stallo. Un intervento tra i più sconclusionati, almeno nella fase iniziale, e ipocriti che si ricordino: non "umanitario", quanto meno non solo, ma certamente nemmeno "multilaterale". Era meno ambigua la risoluzione sulla base della quale nel 2003 fu attaccato l'Iraq, ma allora gli Usa tentarono la via di una seconda, più esplicita. Questa volta no e nessuno ha fiatato.

«Capolavoro» di Obama, dunque, che è riuscito a deporre un dittatore laddove Bush non ha potuto evitare di suscitare proteste in mezzo mondo occidentale, spaccare l'Europa ed inimicarsi la Russia? Non direi. Obama in Libia si è trovato di fronte a una situazione enormemente meno complicata di quella irachena nel 2003, sotto molti punti di vista. Politico-militare, perché da tempo ormai Gheddafi non costituiva più una minaccia, anzi aveva da poco normalizzato i suoi rapporti con la comunità internazionale, era indebolito da una vasta ribellione e da numerose defezioni, nonché isolato nel mondo arabo. Diplomatico, perché all'Eliseo non c'era più l'antiamericano Chirac e a Berlino non più Schroeder, ma soprattutto Francia e Germania, come la Russia, hanno in Libia molti meno interessi di quanti ne avessero in Iraq. E infine mediatico, perché il primo presidente americano nero della storia, nonché icona della sinistra mondiale, e già premio Nobel per la pace, doveva per forza mantenere l'aura di santino pacifista che i media e le èlite politiche e intellettuali d'occidente gli avevano cucito addosso.

A suo favore hanno giocato quindi una stampa e un'opinione pubblica acquiescenti (in Italia complice il fatto che l'ex raìs fosse "amico" dell'odiato Berlusconi), quasi distratte rispetto a quanto stava accadendo in Libia, per esempio sulla contabilità dei morti sotto i bombardamenti Nato. Ma il timbro - rivelatosi falso - di guerra "umanitaria" e "multilaterale" serviva a tutti i costi, per allontanare gli spettri di Bush e Blair, evitare di dire e fare le stesse cose, mentre nei fatti si era costretti "obtorto collo" a riabilitare la loro Freedom Agenda e a cercare di proseguire alla meno peggio il lavoro da loro iniziato, inseguendo in fretta e furia le piazze arabe e persino ribelli del tutto privi di credenziali democratiche.

Il tanto decantato «leading from behind» non è una politica, una visione strategica, ma al più un pragmatico adattamento, con scarsa convinzione, alle nuove circostanze, se non un mero espediente retorico e comunicativo: fare buon viso a cattivo gioco, far credere che se la situazione in Medio Oriente appare sfuggita di mano, al di fuori del proprio controllo, è perché in realtà si è bravi a indirizzarla da dietro le quinte. Ma che senso avrebbe stare dalla parte giusta della storia senza farsi vedere? Viene il dubbio che semplicemente non ci si creda. Forse in Tunisia e in Libia le cose volgeranno al meglio rispetto ai regimi precedenti, ma in Egitto, nodo cruciale per gli equilibri dell'intera regione, si stanno mettendo male - la normalizzazione dell'esercito da una parte, che rischia di tradire lo spirito di Piazza Tahrir, e la deriva islamista dall'altra - e il presidente Obama non sembra in grado di influenzare più di tanto gli eventi.

Si è fatto cogliere alla sprovvista dalla cosiddetta "primavera araba", nel bel mezzo della sua strategia di ritorno al realismo, che in questi giorni sta naufragando anche sull'Iran. Ha saputo cavalcare l'onda anomala con pragmatismo e opportunismo, ma subendo gli eventi piuttosto che condizionandoli. Ha dovuto contaminare le proprie politiche realiste con germi di promozione della democrazia, con tutti i limiti che comporta doversi piegare a convinzioni che non si sentono proprie. Oggi scompare dalla faccia della terra un altro tiranno e questa di per sé è una notizia da festeggiare. Per il popolo libico si apre comunque una preziosa, e fino a pochi mesi fa inimmaginabile, finestra di opportunità. Ma il futuro resta più che mai incerto. E' presto per parlare di rivoluzione. I moti arabi di quest'anno sono forse l'avvio di un processo di democratizzazione, che sarà lungo e che sembra tutt'altro che irreversibile. Sarà decisivo che l'Occidente sia consapevole del suo ruolo.

Thursday, May 05, 2011

Altro che foto, è il momento di battere il ferro

«E' importante per noi fare in modo che foto molto crude di qualcuno cui è stato sparato in testa non circolino incitando ad ulteriore violenza o come strumento di propaganda. Noi non siamo fatti così. Non tiriamo fuori queste cose come trofei. (...) Non c'è alcun dubbio che Bin Laden sia morto. Di certo non c'è dubbio tra i militanti di Al Qaeda. Quindi non riteniamo che una fotografia farebbe alcuna differenza».

Il presidente Obama ha così motivato, al programma "60 minutes" che andrà in onda domenica, la sua decisione: per ora non uscirà alcuna foto di Bin Laden morto. Una decisione saggia. Sui motivi non c'è molto altro da aggiungere. Semplice buon senso, almeno per chi è disposto a soppesare i pro e i contro con serenità di giudizio e obiettività.

Lo scrivevo ieri: la pubblicazione o meno della foto non ha nulla a che fare con l'esigenza di fornire una prova dell'uccisione di Bin Laden. La Casa Bianca ha giustamente deciso valutando gli effetti che avrebbe determinato nella guerra ancora in corso contro il terrorismo islamista - una guerra fatta molto anche di immagini e simboli. L'eventuale pubblicazione recherebbe più vantaggi o più svantaggi nel conflitto? Questo è il punto. E come ha spiegato il presidente della Commissione Intelligence della Camera la conclusione è stata che «i rischi della pubblicazione superano i benefici. Tanto i complottisti in giro per il mondo direbbero lo stesso che le foto sono manipolate, mentre c'è il rischio concreto che pubblicare le immagini serva soltanto a infiammare l'opinione pubblica in Medio Oriente».

Mentre da noi tv e giornali come al solito si attardano in questo stucchevole dibattito foto sì foto no, finendo per legittimare le più strampalate teorie della cospirazione, negli Stati Uniti ci si chiede quanto Obama debba ringraziare le controverse politiche antiterrorismo dei suoi predecessori (non solo G. W. Bush ma anche Clinton). Ieri John Yoo, ex consigliere giuridico di Bush, sul Wall Street Journal:
«The bin Laden mission benefited greatly from Bush administration interrogation policies, but President Obama still prefers to kill, rather than capture, terrorists. This costs valuable intelligence».
Oggi anche il liberal Washington Post avverte «l'eco degli anni di Bush»:
«As President Obama celebrates the signature national-security success of his tenure, he has a long list of people to thank. On the list: George W. Bush».
Ma adesso l'amministrazione Obama è intenta a massimizzare gli effetti del successo dell'operazione. Sul piano militare, cercando di decifrare nel più breve tempo possibile il materiale trovato nel covo di Bin Laden, sperando che possa portare alla cattura o all'uccisione di altri capi di al Qaeda, e a scoprire le cellule nascoste, quindi assestando un colpo mortale o quasi all'organizzazione anche sul piano operativo oltre che simbolico.

Sul piano politico, invece, l'occasione va sfruttata fino in fondo per costringere il Pakistan ad abbandonare le sue trentennali ambiguità. E in questa chiave vanno lette le dichiarazioni del direttore della Cia Leon Panetta, che ieri ha puntato l'indice su quel «network segreto» pachistano che ha protetto Bin Laden e che sta proteggendo Al Qaeda e i talebani. Osama nella sua villa era protetto da poche guardie perché evidentemente contava sulla protezione dei servizi di sicurezza pachistani, o di settori deviati si direbbe da noi, che l'avrebbero avvertito di un eventuale imminente blitz. Ecco perché gli Usa non si sono fidati ad avvertire le autorità pachistane dell'operazione. In nessun caso però gli Usa possono permettersi di lasciare in Afghanistan e in Pakistan un vuoto politico e militare che verrebbe subito colmato pericolosamente da altri (Cina e Iran), ma è questo il momento per spingere il più possibile i pachistani a diventare più affidabili. Anche assicurando loro la giusta influenza in Afghanistan, ma non attraverso l'estremismo islamico.

Sempre sul piano politico, il momento favorevole dev'essere sfruttato anche per favorire il processo rivoluzionario che sta investendo i regimi del mondo arabo. Far cadere Gheddafi e Assad, e correggere la deriva che sta prendendo l'Egitto, innanzitutto. Giocando con l'assonanza tra i termini «bullet» e «ballot», scrive Thomas Friedman sul New York Times:
«We did our part. We killed Bin Laden with a bullet. Now the Arab and Muslim people have a chance to do their part - kill Bin Ladenism with a ballot - that is, with real elections, with real constitutions, real political parties and real progressive politics».
Purtroppo potrebbe rivelarsi ancor più complicato che prendere Bin Laden vivo. Nelle sue prime settimane di vita il governo transitorio egiziano in mano ai militari ha fatto solo danni. Lungi dal rendere concreto e irreversibile il processo democratico, come si chiedeva a Mubarak, ha aperto a Teheran e ha favorito la riconciliazione tra Fatah e Hamas. Nonostante il loro ruolo marginale nelle rivolte che hanno portato alla caduta di Mubarak, sono i Fratelli musulmani (e gli ayatollah iraniani) a staccare i primi dividendi. L'Egitto, paventa lucidamente Il Foglio, rischia di trasformarsi in un «secondo Pakistan». Sia nei confronti dei militari pachistanti che di quelli egiziani l'arma del ricatto finanziario - i miliardi di dollari che ricevono da Washington - può tornare utile, senza scordare che probabilmente altri dollari sarebbero pronti a sostituire quelli americani.

Il giudizio su Obama è presto detto: non è Bush, e con la sua sterzata "realista", per così dire, in Medio Oriente ha sbagliato tutto: l'approccio nei confronti dell'Iran, dei Paesi arabi - alleati e non - e del processo di pace tra israeliani e palestinesi. Ha tentennato e infine si è smarcato sulla Libia, dando vita al più sconclusionato intervento militare della Nato che si sia mai visto. Le rivoluzioni popolari della primavera araba lo hanno riportato ad una realtà che Bush e i neocon avevano già intuito, e forse lo indurranno a ricredersi e a correggere rotta.

Ma Obama non è neanche quella specie di irenista che credevano i suoi più entusiasti sostenitori di sinistra, né quel traditore dell'"eccezionalismo" americano come lo dipingono i suoi avversari più beceri. Bisogna riconoscere che proprio il suo approccio più cinico e meno ideologico, più concentrato su obiettivi ristretti di antiterrorismo, gli ha permesso di cogliere alcuni successi. Si è mosso con cautela in Iraq e ha azzeccato tutto in Afghanistan e sul Pakistan. Interrompendo una prassi negativa che con Islamabad durava fin dagli anni '80 - quando i finanziamenti per i mujaheddin dovevano passare obbligatoriamente attraverso l'Isi - ha cominciato a non fidarsi dei pachistani, anzi a prendere sempre più l'iniziativa sul loro stesso territorio. Fino al successo di questa "benedetta domenica".

Wednesday, February 16, 2011

Forse Obama s'è svegliato

Il seme della ribellione sembra diffondersi da Tunisia ed Egitto a macchia d'olio in tutto il Medio Oriente. Da Algeria e Libia fino a Bahrein ed Iran, dove l'onda verde che si era opposta alla rielezione truffaldina di Ahmadinejad si mostra viva e vegeta, rinvigorita dai successi della piazza al Cairo. Difficile prevedere gli esiti delle proteste, ma la storia anche recente ci insegna che regimi che sembrano molto solidi sono in realtà molto fragili e basta una scintilla - magari la consapevolezza della forza dei numeri nella gente - a farli crollare. Ma a Teheran è diverso. C'è un potere che è disposto a versare tutto il sangue necessario. Il paradosso di un regime che celebra le vittoriose proteste del popolo egiziano contro Mubarak, mentre nega al suo popolo il diritto a simili proteste, è solo apparente. La caduta di un alleato dell'odiata America e di Israele nella regione è un evento obiettivamente favorevole per le ambizioni egemoniche della leadership iraniana, e la propaganda imponeva che così fosse letto all'interno, ma erano inoccultabili le aspirazioni alla democrazia e alla libertà che hanno mosso le proteste egiziane, e impensabile che gli iraniani non ne cogliessero la natura anti-regime.

La rivoluzione egiziana sembra aver assestato una scossa anche ad Obama, che sembra uscito dall'intorpidimento "realista". E' naturalmente presto per dirlo e bisognerà verificare i fatti, ma le parole di queste ore indicano che forse alla Casa Bianca è in corso un aggiustamento di rotta. Subito il presidente si è pronunciato a favore dei manifestanti iraniani, con l'auspicio che «anche in Iran il popolo sia libero di esprimersi» come ha potuto fare il popolo egiziano al Cairo. Ha detto di «sperare» che l'Egitto «possa essere di esempio a tutta la regione mediorientale, anche se ogni Paese ha la propria identità». E che, come successo in Egitto, gli iraniani «abbiano il coraggio» di continuare a protestare. Un Obama comunque rimasto sul generico, avvertendo che «l'America non può dettare quello che succede in Iran, più di quanto abbia potuto dettarlo in Egitto», mentre Hillary Clinton sembra in queste ore assumere una linea più coraggiosa, dichiarando di «sostenere chiaramente e direttamente» le aspirazioni dei manifestanti iraniani contro il regime.

E parlando alla George Washington University, il segretario di Stato ha chiarito il contributo dell'America ai processi di democratizzazione. Non era la prima volta che parlava di libertà di internet, enunciando un vero e proprio manifesto politico sulla Freedom of Internet, ma farlo di nuovo in questo momento ha una particolare rilevanza. Tanto più che ne ha parlato nei termini di un nuovo «pilastro della politica estera degli Usa», perché nella «piazza digitale» globale devono valere «gli stessi diritti universali di Times Square o Piazza Tahrir». «Le libertà di espressione, associazione, fede e petizione al governo devono essere garantite anche nel cyberspazio - ha spiegato - perché una Chiesa, una ong o un sindacato devono poter esercitare i propri diritti anche sul web». La nuova «libertà di connettersi» che molti Stati tuttavia ostacolano o negano del tutto. E la Clinton li ha nominati esplicitamente cinque, «Birmania, Cina, Cuba, Vietnam e Iran», ribadendo che come governo «spendiamo per sviluppare tecniche di comunicazione che consentano agli attivisti della libertà digitale di sviare attacchi e controlli» e dunque «ogni volta che uno Stato dispotico applica nuove contromisure noi rispondiamo con innovazioni». Sarebbe già qualcosa.

Anche perché il «domino democratico» in Medio Oriente è già scattato e il governo americano si è fatto trovare impreparato, è stato l'ultimo ad accorgersene, la sua intelligence e la sua politica estera non erano al passo con i tempi. «L'errore più grave dell'Intelligence americana - spiega Reuel Marc Gerecht a La Stampa - è stato di non accorgersi della maturazione di idee democratiche nelle nuove generazioni. E' un processo in atto da anni. Ma non ci hanno voluto credere, rimanendo aggrappati all'immagine di un mondo arabo-musulmano congelato dai dittatori». Si tratta di Paesi per molti aspetti diversi, ma per altri «hanno caratteristiche simili: carenza di libertà, repressione, problemi economici irrisolti e una nuova generazione che rappresenta gran parte della popolazione. La miccia sono le informazioni, che corrono molto veloci, più di quanto avveniva anni fa». Non solo internet: «A portare in milioni di case quanto avvenuto in Tunisia ed Egitto sono state Al Jazeera e Al Arabiya, due tv con grande seguito. Il resto lo ha fatto internet con Google, Facebook, Twitter, le email. E c'è anche un terzo fattore: gli sms. Sono uno strumento molto efficace per mobilitare. Neanche il regime può permettersi di bloccarli a lungo». Per Gerecht Obama è un presidente «con una doppia identità, realista e idealista». In questi giorni sta prevalendo la seconda. Speriamo non si tratti solo di retorica.

Friday, February 11, 2011

Adesso viene il difficile

Alla fine Mubarak ha ceduto, ha lasciato la presidenza. I poteri, secondo quanto pare di capire, passano non al suo vice Suleiman, ma allo stato maggiore dell'esercito, istituzione pilastro del regime, con in mano un terzo dell'economia. Adesso viene il difficile. Perché se in questi giorni, un po' da parte di tutti, dalla piazza del Cairo ai media, fino alla Casa Bianca, è stata enfatizzata a dismisura la sorte personale di Mubarak, come se l'addio del raìs fosse di per sé la garanzia di un reale cambiamento, adesso probabilmente le piazze si svuoteranno, l'attenzione mediatica tenderà a scemare, e si capirà finalmente che partita stanno giocando l'esercito, e le varie anime al suo interno, e i Fratelli musulmani, che fino ad oggi hanno tentato di dissimulare la loro agenda radicale (aiutati anche dai media occidentali).

Gli Stati Uniti ne escono comunque con le ossa rotte. Né modello ideale e attori del cambiamento per chi aspira ad un Egitto democratico - tardivo e strumentale è apparso il sostegno al «popolo», quando le opposizioni sono state snobbate fino a ieri; né alleati affidabili agli occhi di un eventuale nuovo autocrate e delle capitali arabe "amiche". L'amministrazione si è fatta trovare impreparata, ansiosa di inseguire gli eventi piuttosto che capace di condizionarli. Una prova di debolezza da riscattare al più presto. L'agenda di politica estera perseguita da Obama per oltre metà mandato si è rivelata per la seconda volta come minimo inadeguata, se non contraria alla corrente della storia del Medio Oriente. C'è solo da augurarsi che Obama abbia imparato la lezione, che intenda almeno provare seriamente a indirizzare la transizione, che riprenda la Freedom Agenda per cercare di sfruttare questa svolta in Egitto come la prima tessera (la seconda, a dire il vero) di un domino democratico. E che si sia convinto che la strategia vincente in Medio Oriente può davvero essere la democrazia. Altrimenti, la sua presidenza potrà davvero essere ricordata come quella di Carter.

Mubarak ha passato la nottata

Mubarak sembra aver vinto il braccio di ferro di questa notte. L'esercito (di cui fanno parte, è bene non trascurarlo, anche il vicepresidente e tutti i membri più importanti del governo) rinuncia (per ora) ad andare fino in fondo con il colpo di Stato tentato ieri e si mostra garante delle richieste della piazza. I poteri presidenziali sono di fatto nelle mani di Suleiman, mentre i militari si ergono a garanti delle «riforme legislative e costituzionali» promesse dal presidente, assicurando la revoca dello stato d'emergenza ed «elezioni libere».

Washington non nasconde la propria irritazione per quel passo indietro a lungo richiesto che non c'è stato. Servizi segreti in panne, un vero e proprio schiaffo per gli Usa, che sembrano non riuscire a toccar palla nella crisi egiziana. Mai Obama aveva parlato in modo così chiaro e vigoroso, ma potrebbe essere tardi. «Siamo con il popolo», ha scandito. E ha chiesto al governo egiziano di procedere «immediatamente», in modo «credibile, concreto e inequivocabile verso una autentica democrazia», rammaricandosi perché «non ha ancora colto questa opportunità». Un simile sostegno non l'hanno avuto gli iraniani che si sono ribellati ad Ahmadinejad.

L'errore che in molti stanno compiendo (dalla Casa Bianca ai media) è concentrarsi troppo sul destino di Mubarak, mentre il ruolo dell'esercito rimane molto ambiguo. Poiché elezioni subito sono improponibili, il punto è assicurare - chiunque sia al potere - una transizione vera, riforme vere, ed elezioni vere a settembre. Il che non è scontato, sia con che senza Mubarak.

Nella sua prima vera crisi, quella che ti piomba addosso inattesa, il presidente ha mostrato tutta la sua incompetenza. La gestione in sé è stata disastrosa. Inizialmente, nonostante l'ancora fresco precedente tunisino, l'amministrazione Usa ha sottovalutato le proteste, con Hillary Clinton che definiva «solido» il potere di Mubarak; poi, vedendo la situazione precipitare, sono passati dalla parte della piazza e hanno provato a convincere Mubarak ad andarsene, lasciando a Suleiman guidare la transizione; vedendo però che il raìs era in grado di resistere, e accorgendosi che un vuoto di potere avrebbe potuto portare ad elezioni troppo anticipate, hanno assunto un atteggiamento più cauto, meno rigido sulle dimissioni, e aspettato di vedere se Suleiman fosse stato in grado di avviare un dialogo con le opposizioni. Fallito il dialogo, hanno creduto che l'esercito avesse scaricato Mubarak e l'hanno scaricato a loro volta. Tranne accorgersi oggi che è ancora lì. I passi falsi, e il gran caos che regna a Washington, sono ben ricapitolati in questo articolo di Molinari su La Stampa.

Ma queste piroette, questi tentennamenti, non vanno attribuiti ad un'incapacità di gestione delle crisi. Ce la si potrà anche prendere con il solito fallimento dell'intelligence (anche se i rapporti di allerta sulla crescente instabilità in Egitto e in altri Paesi della regione sono innumerevoli), ma l'errore di fondo è politico, strategico. Obama si è fatto trovare impreparato perché in questi anni si è occupato d'altro. Ha ripudiato la Freedom Agenda e qualsiasi "ingerenza" democratica, concentrandosi sulla politica della "mano tesa": negoziati con gli iraniani, e tra israeliani e palestinesi. Ne abbiamo già scritto. E l'aggravante è che un primo avvertimento su quanto fosse sbagliata, semplicemente contraria alla corrente della storia, quella sua politica, Obama l'aveva ricevuto già un anno e mezzo fa, dalle rivolte di Teheran contro la rielezione di Ahamdinejad.

Il guaio è che gli Stati Uniti sono arrivati tardi a sostenere «il popolo» egiziano, hanno snobbato per anni le opposizioni, e ora da quelle parti non hanno interlocutori. Per quante belle parole possa pronunciare ora Obama, l'eventuale rivoluzione democratica non avrà mai il sigillo politico e morale dell'America agli occhi del nuovo Egitto e del mondo arabo; hanno platealmente e frettolosamente scaricato il loro principale alleato in Medio Oriente nel momento di suo maggior bisogno, perdendo in quel medesimo istante ogni possibilità di farsi ascoltare dal raìs. Visto che si era voluta percorrere la strada "realista", tanto valeva, forse, giocare la carta Mubarak fino in fondo. Comunque vada, i rapporti col Cairo e con le altre capitali arabe "amiche" non saranno mai più gli stessi. Rimanevano i militari, che prendono oltre un miliardo di dollari l'anno dagli Usa, ma negli ultimi giorni hanno visto precipitare il loro ascendente anche su di essi, dopo che la goffa minaccia di chiudere il rubinetto degli aiuti è stata rintuzzata con abile tempismo dai sauditi, che si sono subito detti pronti ad aprire il loro di rubinetto. E gli ayatollah iraniani che festeggiano l'alba di un Medio Oriente «senza il regime sionista e senza gli Usa» sono la misura esatta della perdita di influenza americana sulla regione.

In realtà, la crisi del regime avrebbe potuto essere prevista e, quindi, in qualche modo "guidata". Il processo di riforme interne - e non il negoziato israelo-palestinese - andava messo al centro dei rapporti con Mubarak, anche a costo di incrinarli; andavano sostenute politicamente e finanziariamente le opposizioni democratiche e liberali, i loro leader aiutati ad emergere. In poche parole, abbracciata la "Freedom Agenda", e perseguita con maggiore determinazione di quanto avesse fatto Bush nei suoi ultimi tre anni. L'abbandono di Mubarak al suo destino non sarebbe apparso così repentino e strumentale; e il nuovo Egitto avrebbe visto nell'America non l'ultimo amico del vecchio dittatore.

Thursday, February 10, 2011

La notte dello showdown al Cairo

A dispetto delle notizie volutamente tendenziose diffuse ieri pomeriggio da varie fonti (le opposizioni, i militari, il suo stesso partito) Mubarak non si è dimesso, né tanto meno ha lasciato il Paese («non lascerò mai questa terra»). Non è il tipo di autocrate che se la dà a gambe. E' ancora lì e intende restarci. Stasera parlando in tv alla nazione ha ribadito che intende restare in carica fino a settembre ma che non si ricandiderà; ha annunciato di aver trasferito i poteri al vicepresidente Suleiman; ha promesso la revoca dello stato d'emergenza e l'avvio del processo di revisione costituzionale; ha vigorosamente respinto i «diktat» che arrivano da Paesi «stranieri». Un chiaro riferimento agli Stati Uniti, che nelle ultime ore - dopo la maggiore cautela dei giorni scorsi - devono essere tornati a spingere con forza per le dimissioni del raìs.

Una doccia gelata per la piazza, fomentata per tutta la giornata dalle voci che volevano Mubarak intenzionato ad accogliere tutte le richieste delle opposizioni - prima fra tutte quella delle sue dimissioni immediate - e addirittura in procinto di lasciare il Paese. Persino il direttore della Cia Leon Panetta aveva venduto al Congresso come «fortemente probabile» un passo indietro del raìs.

Nel pomeriggio si era intuito il braccio di ferro in corso tra Mubarak, che per restare in sella offriva il passaggio dei poteri a Suleiman, e l'esercito (e, pare di capire, Washington), che aveva fatto capire di non essere d'accordo con questa soluzione e in un comunicato rendeva noto di aver di fatto assunto la guida del Paese. L'estromissione di Mubarak sembrava cosa fatta. Sarà quindi una notte di tensione altissima. Bisognerà vedere come i militari reagiranno alla "disobbedienza" del raìs. E' possibile che Suleiman sia riuscito a porsi come mediatore tra le varie anime dell'esercito, ma anche che quest'ultimo decida invece di andare fino in fondo con il colpo di Stato di fatto annunciato con il comunicato di questo pomeriggio.

Dalla parte del presidente egiziano resta il re saudita - gli Stati Uniti «non umilino» Mubarak, è stato il monito rivolto da Abdullah direttamente a Obama in una conversazione telefonica - e la Lega araba, che di fronte alla goffa minaccia Usa di chiudere il rubinetto degli aiuti ha assicurato il sostegno finanziario dei suoi membri al regime egiziano. Com'è ovvio, tutti i regimi della regione sono molto sensibili alla sorte del loro "simile" Mubarak, e al trattamento che gli Usa riservano ai loro alleati.

Semplicemente fallimentare la politica dell'amministrazione Obama. Comunque andrà, sarà una sconfitta. Gli Usa hanno scaricato nell'arco di poche ore il loro principale alleato in Medio Oriente nel momento di suo maggior bisogno. I rapporti col Cairo e con le altre capitali arabe "amiche" non saranno mai più gli stessi. D'altra parte, il sostegno offerto alla transizione è stato troppo tardivo, direi precipitoso, per risultare sincero agli occhi della piazza e delle opposizioni, e non assicurerà certo a Washington la benevolenza dei leader egiziani di domani. In realtà, la crisi del regime avrebbe potuto essere prevista e, quindi, in qualche modo "guidata". Il processo di riforme interne - e non il negoziato israelo-palestinese - andava messo al centro dei rapporti con Mubarak, anche a costo di incrinarli; andavano sostenute politicamente e finanziariamente le opposizioni democratiche e liberali, i loro leader aiutati ad emergere. In poche parole, abbracciata la "Freedom Agenda", e perseguita con maggiore determinazione di quanto avesse fatto Bush nei suoi ultimi tre anni. L'abbandono di Mubarak al suo destino non sarebbe apparso così repentino e strumentale; e il nuovo Egitto avrebbe visto nell'America non l'ultimo amico del vecchio dittatore.

Monday, February 07, 2011

Grosso guaio al Cairo/4 - Obama vira ancora

Mentre al Cairo le prime prove di dialogo sembrano non aver convinto i Fratelli musulmani e la piazza, che continuano a ritenere imprescindibili le dimissioni immediate di Mubarak, pare che altri gruppi di opposizione e soprattutto a Washington siano più cauti. Per ora, infatti, il raìs ha resistito sia alle pressioni della piazza che a quelle americane. Gli egiziani devono affrontare innumerevoli ostacoli nella via verso le elezioni di settembre e un'uscita di scena ora di Mubarak potrebbe complicare piuttosto che aiutare la transizione. E' questo, secondo quanto riporta il WashPo, il ragionamento che Hillary Clinton avrebbe fatto ai giornali sul volo di ritorno dall'Europa. Sembrerebbe l'ennesimo cambio di atteggiamento di chi è costretto ad adeguarsi agli eventi piuttosto che riuscire a influenzarli.

E secondo il quotidiano Usa, per i principali gruppi di opposizione le dimissioni immediate del raìs non sarebbero più la precondizione per avviare il dialogo con il governo, che, dunque, può procedere con Mubarak ancora al potere. Anche per l'amministrazione Obama una «rapida transizione» non implica più che il presidente si faccia subito da parte, anche perché pare che un'uscita di scena ora di Mubarak - Costituzione vigente alla mano - possa portare a elezioni anticipate entro 60 giorni. Troppo pochi due mesi perché possano organizzarsi partiti e gruppi politici diversi dai Fratelli musulmani.

Non è chiaro se con il cambio di linea sulle dimissioni di Mubarak Washington si sia adeguata ad un ammorbidimento di alcuni gruppi di opposizione su questo punto, oppure se l'abbia favorito per tentare di superare quella che andava delineandosi come una pericolosa situazione di stallo: con il governo pronto, almeno a parole, ad avviare la transizione, ma le opposizioni impuntate sulla cacciata del raìs.

Molto critico con Obama, in questa intervista su La Stampa, Norman Podhoretz, secondo cui i suoi errori «rischiano di far perdere all'America non solo l'Egitto ma l'intero Medio Oriente»:
«Il primo è un errore di metodo: il presidente cambia idea in continuazione sulla gestione della crisi egiziana, dimostrando quell'incompetenza che Hillary Clinton gli rimproverava durante la primarie democratiche del 2008. Il secondo è un errore strategico: ritiene che il fondamentalismo islamico sia diviso fra estremisti e moderati e che con questi ultimi sia possibile parlare».
Quella distinzione è solo «una finzione ad uso e consumo dell'opinione pubblica occidentale»:
«I Fratelli musulmani si fingono moderati per guadagnare terreno politico in Egitto. Legittimandoli, Obama pone le premesse che potrebbero consentire loro entro un anno di avere in mano l'Egitto, e dunque il Canale di Suez».
Moderati in pubblico (e in lingua inglese), la loro agenda (in lingua araba) è estremista: via il Trattato di pace con Israele e di fatto Repubblica islamica. Nella tendenza di Obama all'appeasement Podhoretz vede «un'idea negativa dell'America».
«La convinzione che gli Stati Uniti, i precedenti Presidenti, si siano comportanti male, abbiano sbagliato sempre tutto. C'è una sorta di odio di sé, di tutto ciò che l'America ha rappresentato in passato. L'"appeasement" con i nemici, il tentativo di pacificazione, ha queste radici».

Friday, February 04, 2011

Grosso guaio al Cairo/3 - Il nodo dei Fratelli musulmani

Dopo i primi giorni in cui sembrava sul punto di cadere, la sorpresa è che Mubarak non molla. Meno sorprendenti sono i suoi metodi, quelli prevedibili di ogni regime autoritario. Sta facendo ricorso a tutto l'armamentario: da un lato mostrare delle aperture, dall'altro istigare alla violenza e alimentare il caos, sia per suscitare il bisogno di ordine e sicurezza sia per provare a dividere le opposizioni tra chi accetta il "dialogo" e i violenti da reprimere; intimidire i giornalisti stranieri e gli operatori delle ong, impedendo il più possibile ai media di riprendere e trasmettere immagini, così da "accecare" l'opinione pubblica; denunciare il complotto straniero; portare dalla sua parte l'esercito. E proprio il ruolo dell'esercito è l'aspetto più indecifrabile. Non avevamo capito bene, o qualcosa è successo al suo interno. Sembrava infatti che si volesse porre come mediatore tra il regime e la piazza, quindi di fatto con quest'ultima, ma adesso pare fare il gioco di Mubarak.

In tutto questo non manca, pare, la violenza contro i giornalisti stranieri anche da parte dei manifestanti anti-governativi. Il capolavoro dell'Occidente, infatti, è che Mubarak si sente scaricato e ormai lo accusa di aver fomentato la rivolta; e le opposizioni lo accusano di appoggiare il regime. Probabilmente ha ragione Angelo Panebianco quando scrive, sul Corriere della Sera di ieri, che l'Occidente "si illude di contare" e che in realtà "è davvero poco ciò che l’America, per non parlare dell’Europa, può fare".
"Se si può fare poco per condizionare gli eventi, - aggiunge - che almeno quel poco non consista di plateali errori. Obama ne ha già fatti quando, in polemica con la politica del suo predecessore, ha demoralizzato gli oppositori democratici del regime di Mubarak e di altre dittature mediorientali, togliendo ai gruppi interessati alla democrazia appoggio morale e finanziario".

L'amministrazione Usa vive i dilemmi e sconta gli errori di cui abbiamo già parlato. Obama (con l'Europa disciplinata e spaventata al seguito) insiste nella richiesta di una transizione reale e immediata, sottintendendo che Mubarak lasci subito, ma evitando di pronunciare la fatidica parola "dimissioni". E' sincero il raìs quando dice di non volersi ricandidare e spiega perché dev'essere lui a guidare la transizione? Non si può escludere che a questo punto cerchi un'uscita di scena dignitosa, né ci si può fidare dei Fratelli musulmani. "È già cominciata sui mass media", ci avverte Panebianco, l'"operazione pubblicitaria tesa a 'vendere' i Fratelli musulmani come un interlocutore tutto sommato accettabile per noi". Ma potrebbe anche mirare solo a "passare la nottata", resistere al potere con ogni mezzo (persino il "dialogo" con le opposizioni) nella fase più critica, per poi riprendere il controllo del Paese nei mesi successivi.

Interrogativi che non credo troveranno risposte a breve. D'altra parte, il fronte dell'opposizione già sembra incapace di dare uno sbocco politico alla piazza. Forse converrebbe una tregua di qualche giorno per andare a vedere le carte di Mubarak, accettare il "dialogo" senza pretenderne dimissioni immediate, pretendere una "road map" con delle scadenze precise. Ma le proposte del vicepresidente Suleiman in questo senso sarebbero già state respinte. Forse gli islamisti hanno già estremizzato il fronte degli oppositori. Ma si tratta ancora di speculazioni. Di certo, il nodo principale da sciogliere è quello della legalizzazione dei Fratelli musulmani come partito politico. Finché Mubarak, o qualcuno al suo posto, non fa questo passo (cosa ne pensa Obama?), continueranno ad essere contrari ad ogni dialogo. Ma per il resto dell'opposizione è questione davvero così dirimente? Gli altri partiti e movimenti di opposizione sono abbastanza forti e organizzati per rendere credibile un processo di democratizzazione senza i Fratelli musulmani, ammesso che accettino in linea di principio (che ne pensa ElBaradei?) di mantenerli al bando?

UPDATE:
Se è vero - ripeto: se è vero - che Washington sta lavorando alle dimissioni di Mubarak (e non anche su altri scenari), Berlusconi è il primo e unico leader occidentale che si è espresso esplicitamente per una transizione democratica "senza rotture", guidata da Mubarak, "che tutto l'Occidente, Usa in testa, considerano un uomo saggio". Gli altri più paludati leader non si espongono. Nelle dichiarazioni ufficiali di Mubarak non si parla, tanto meno di "dimissioni".

Così Edward Luttwack sul Wall Street Journal di oggi:
... the U.S. and other well-meaning governments should be more patient. It takes at least eight months to organize a meaningful election. Waiting until September would allow parties other than the Muslim Brotherhood time to organize. If Mr. Mubarak leaves now, the result is likely to be an anarchical or Islamist Egypt, or some of both until another dictatorship emerges. In any event, Egyptian democrats should not be denied eight months to build viable opposition parties before the next election.

Wednesday, February 02, 2011

Un errore ripudiare la Freedom Agenda di Bush

Su taccuinopolitico.it

Andava invece perseguita con maggiore determinazione e oggi avremmo temuto meno il post-Mubarak
Neanche l'amministrazione Bush è riuscita a ottenere da Mubarak le riforme politiche ed economiche che chiedeva, né che favorisse l'emergere di partiti politici non islamici, e forse la colpa di questa situazione è solo sua, di Mubarak, come ha scritto Stephen J. Hadley, consigliere per la sicurezza nazionale dell'ex presidente repubblicano, sul Wall Street Journal. Ma i fatti di questi giorni sembrano dimostrare che Bush aveva visto giusto, che l'idea alla base della Freedom Agenda del contestatissimo ex presidente, che faceva propria la visione dell'area neocon, era corretta. In centinaia di migliaia – dalla Tunisia all'Egitto, dal Libano allo Yemen, come due anni fa in Iran – marciano non per la Jihad, come vorrebbe al Qaeda, non per la causa palestinese contro Israele, né contro l'America. Marciano per la libertà e per migliori condizioni economiche. In una parola: per la modernità. E questa aspirazione era, ed è, la migliore arma in mano all'Occidente per combattere la minaccia dell'estremismo islamico. Anziché nutrire questa aspirazione, tuttavia, i leader occidentali, e persino quelli americani, l'hanno trascurata: per allontanarsi il più possibile dalle impopolari politiche di George W. Bush; nell'illusione che i regimi autoritari avrebbero svolto il lavoro sporco al posto nostro; e in attesa che la soluzione del conflitto israelo-palestinese, prima o poi, scrivesse magicamente la parola fine su tutti i mali del Medio Oriente.
(...)
Non sempre la sua amministrazione ha agito coerentemente con la Freedom Agenda, ma Bush ne era consapevole quando affermava che «aver giustificato per sessant’anni la mancanza di libertà in Medio Oriente non ci ha resi più sicuri, perché nel lungo periodo la stabilità non può essere ottenuta a scapito della libertà» e «finché il Medio Oriente rimane una regione in cui la libertà non fiorisce, rimarrà una regione di stagnazione, risentimento e violenza pronti per essere esportati».
(...)
Per l'Occidente, e l'America soprattutto, mostrarsi «amici» di tali regimi, molto più che le guerre combattute contro i talebani e Saddam Hussein, ha significato perdere la battaglia per le menti e i cuori di gran parte delle "piazze arabe". E ad approfittarne sono stati proprio gli islamisti, che invece hanno saputo cavalcare il malcontento. Non solo sui ceti più popolari...

Da un articolo di Leon Wieseltier su The New Republic, ripreso e tradotto da Il Foglio, risultano chiari i limiti del cosiddetto "realismo" e della politica di Obama:
«Ciò che appare molto chiaro è che l'amministrazione Obama – e più in generale la galassia liberal americana – si è fatta cogliere del tutto impreparata da questa crisi... Le paure dell'amministrazione riflettono la svalutazione della "democratizzazione" come uno dei principi fondamentali della politica estera americana, specialmente nei confronti del mondo musulmano... Il rifiuto totale della politica estera di Bush implicava l'abbandono di qualsiasi cosa che potesse assomigliare alla sua "Freedom agenda", che appariva come un pretesto per la guerra. Ma qualsiasi cosa si pensi della guerra in Iraq, non sarebbe esagerato chiedere ai liberal di considerare con meno severità la politica della democratizzazione – non solo per il suo significato etico, ma anche per la sua importanza strategica. Una delle prime lezioni che si possono trarre dalla rivolta contro Mubarak è che il sostegno americano ai dissidenti democratici è una questione strategica. La mancanza di tale sostegno può determinare un disastro. E' questo il prezzo del realismo... Il realismo non consente di giungere a un'adeguata comprensione delle forze storiche che promuovono la democratizzazione. Da questo punto di vista, il realismo è sorprendentemente irrealistico. Sembra un'opzione intelligente soltanto finché i dittatori rimangono al potere senza essere disturbati dai propri popoli; ma non appena questo accade, risulta incredibilmente stolta».
«Obama ha sostituito la "Freedom agenda" con "l'agenda della accettazione". La sua politica estera è stata caratterizzata da uno spirito vigorosamente multiculturalista. Ha giustamente compreso che porre l'accento sulla democratizzazione significava esprimere una severa condanna dei sistemi di governo in paesi retti da regimi autocratici o dittatoriali; ma Obama non era diventato presidente per condannare e rimproverare, bensì per "restaurare la posizione e il prestigio dell'America". E ha cercato di farlo esaltando la diversità e la legittimità di tutte le religioni e le civiltà... Facendo sembrare la democratizzazione una sorta di "imposizione", con tutte le sue connotazioni imperialiste, e facendola coincidere con l'invasione militare, Obama ha commesso un terribile errore... Senza dubbio, ci sono casi in cui i nostri interessi e i nostri valori possono non coincidere, perché forze antidemocratiche e antiamericane possono giungere al potere per mezzo di un processo democratico; ma non esiste sistema più sicuro per portarli al potere che trascurare l'illegittimità dei governi tirannici e ignorare le proteste delle popolazioni oppresse. La bizzarra ironia del multiculturalismo globale di Obama sta proprio nel fatto che ha avuto l'effetto di allineare l'America al fianco dei regimi autocratici e contro le popolazioni... La cosa che più colpisce della "mano tesa" di Obama è la sua assoluta irrilevanza rispetto agli eventi epocali che si stanno svolgendo».

Monday, January 31, 2011

Grosso guaio al Cairo/2 - Chi aveva ragione e chi ha avuto torto

«La crisi dell'Egitto è, per i politologi, l'equivalente di ciò che il crollo di Lehman Brothers è stato per gli economisti». Lo scrive oggi Marta Dassù, su La Stampa, e ci pare una giusta riflessione. Ma non è la prima volta. Come all'epoca dell'Urss, in pochissimi sul finire degli anni '70 e all'inizio degli '80 ne prevedevano il crollo imminente. Anzi, la maggior parte degli analisti e dei commentatori erano persuasi che Mosca stesse prevalendo nella sfida con gli Usa o comunque che occorresse rassegnarsi a convivere con un potente blocco sovietico. Non mancava, però, chi - inascoltato - continuava a vederne la fragilità, e ad essere convinto che sarebbe bastata una spallata dall'esterno, o una scintilla dall'interno, a far crollare tutto. Ed è così che andò. Penso ai tanto vituperati neocon e a dissidenti come Sharansky, e a Reagan, che ha saputo fare tesoro delle idee e delle analisi giuste, sia pure minoritarie.

Così in questi anni c'è chi andava ripetendo che le dittature "laiche" del mondo arabo bisognava sostenerle in funzione anti-islamica, e che persino con gli ayatollah era il caso di mettersi d'accordo perché non avrebbero mai perso il potere in Iran. Ebbene, la realtà sembra invece dare ragione a quanti sostenevano che il cambiamento era alle porte, che quei regimi avevano le ore contate perché le società mediorientali, pur tra mille contraddizioni, non ne potevano più, e che l'Occidente avrebbe dovuto farsi carico di indirizzare, influenzare per il meglio questo processo anziché ritardarlo rischiando di esserne travolto. «Questa scarsa capacità di prevedere ha molto a che fare - scrive Dassù - con la nostra abitudine a studiare i regimi, più che i Paesi. Se decidessimo che anche i Paesi contano - la gente, non solo i potenti - le nostre analisi sarebbero migliori, probabilmente. E con loro, anche scelte di politica estera per troppi anni rivolte a sostenere regimi amici, ma nemici della loro gente».

In realtà, da una parte, mentre si perde tempo con la politica della «mano tesa», il potere degli ayatollah in Iran non è affatto così saldo e la società iraniana è tra le più pronte a sostituire la dittatura con qualcosa di simile alla democrazia; dall'altra, i «regimi amici» come quello di Mubarak si dimostravano sì preziosi alleati dell'Occidente, per esempio nelle crisi arabo-israeliane, ma lungi dal rappresentare un vero argine, con la loro oppressione e il loro malgoverno hanno gonfiato le file dell'estremismo islamico. Per l'Occidente, e l'America soprattutto, mostrarsi «amici» di costoro ha significato perdere la battaglia per le menti e i cuori della gente. E ad approfittarne sono stati proprio gli islamisti, che invece hanno saputo cavalcare il malcontento. Non solo sui ceti più popolari, ma anche sulla cosiddetta "borghesia", sugli imprenditori e i professionisti, come medici, avvocati, ingegneri, hanno più presa le organizzazioni integraliste islamiche come i Fratelli musulmani.

A questo punto, la via per Obama è obbligata - scaricare Mubarak - ma non facile, anche perché i preziosissimi alleati nella regione (come i sauditi) sono alla finestra per valutare il trattamento che l'America riserva ai suoi «amici». Purtroppo, però, l'accelerazione verso una transizione piena di opportunità, ma anche di incognite, rischia di essere un evento subìto dagli Usa piuttosto che favorito e, se non guidato, almeno in qualche modo bene indirizzato. Scarsa lungimiranza ed errori di prospettiva, come è già accaduto, lasciano Washington in balìa degli eventi (e dei suoi nemici). Parlare solo adesso di «transizione ordinata», «democrazia reale» e di «libere elezioni» suona come una toppa tardiva più che una strategia per la regione. L'errore di tutte le sinistre, a cui non fa eccezione quella americana, è credere che il conflitto israelo-palestinese sia la causa prima di tutti i mali del Medio Oriente, e quindi la sua soluzione la chiave di tutto. Al contrario, il problema vero sono i governi della regione: o spietate dittature islamiche e terroriste, o regimi autoritari la cui impopolarità favorisce l'estremismo islamico.

Anziché sostenere questi regimi, concentrarsi sul processo di "pace" tra israeliani e palestinesi - inevitabilmente in stallo da anni - occorreva preparare la trasformazione politica del Medio Oriente, favorire la crescita di nuove classi dirigenti, stringere legami con esse. Il risultato di questo errore di "visione" è che le classi sociali più preziose, quelle che dovrebbero essere il motore di un cambiamento in senso liberale e democratico, sono oggi lontane dall'Occidente, e la domanda di libertà, di modernità, pur maggioritaria, rischia di restare senza una guida, accende la protesta per esasperazione, ma senza avere un progetto di società, che invece gli islamisti hanno.

E' vero che il movimento che sta detronizzando Mubarak è per la stragrande maggioranza democratico, esprime un desiderio di libertà e buon governo, ma come quasi sempre accade ne fanno parte gruppi organizzati e fortemente ideologizzati che chiedono libertà oggi per negarla domani, se o piuttosto quando saliranno al potere. E questo rischio, cui scampammo in Italia nel dopoguerra grazie alla Guerra Fredda, oggi in Egitto è alto e a causa della miopia dell'Occidente non ci sono argini, se non gli egiziani stessi. Che vogliono modernità, social network, non uno Stato islamico. Eppure è proprio uno Stato islamico ciò che rischiano di ottenere. Oltre che un'associazione religiosa, i Fratelli musulmani sono l'unico partito politico di massa egiziano, l'unica forza organizzata e ramificata territorialmente, con una dirigenza indottrinata e combattiva, con forti legami all'estero.

Guai a fidarsi di quel ElBaradei troppo morbido con gli iraniani da direttore dell'Aiea, cui ora i Fratelli musulmani offrono il loro appoggio come «guida nel cammino verso il cambiamento». «Comprendiamo la sensibilità, specialmente in Occidente, nei confronti degli islamisti, e al momento non vogliamo essere in prima linea», dichiara uno dei leader egiziani del movimento. Sanno che un loro ruolo di primo piano in questo momento aiuterebbe Mubarak, ma sono pronti a prendere il potere e Teheran vede avvicinarsi un'insperata vittoria che potrebbe spalancargli la via verso l'egemonia incontrastata nella regione.