E' confortante che per il nono giorno consecutivo al Cairo e in altre città egiziane ci sia ancora chi non si piega, si vede che alcuni anticorpi democratici sono rimasti dalla "primavera araba" dello scorso anno. Ma l'opposizione laica e liberale continua ad essere frammentata, a non avere una leadership e a non essere sostenuta, mentre gli Stati Uniti minimizzano il rischio di svolta autoritaria da parte del presidente Morsi. Il quale farà quanto basta per sbloccare i fondi del Fmi, ma non quanto sarebbe necessario per rendere irreversibile il processo democratico e davvero contendibile la guida del paese.
«Gli osservatori hanno costantemente sottovalutato la forza e l'ambizione dei Fratelli musulmani», di cui Morsi è espressione, scrive Bret Stephens sul Wall Street Journal, citando il già lungo elenco di menzogne e promesse disattese dal presidente e dal suo partito dal gennaio 2011. Messo il cappello all'ultimo momento utile sulla rivoluzione di piazza Tahrir, in pochi mesi la Fratellanza ha disatteso la promessa di non correre per le presidenziali; una volta eletto Morsi ha sostituito in fretta i vertici dell'esercito e tollerato un assalto all'ambasciata Usa.
L'amministrazione Obama, presidente in testa, non sembra dare molto peso a questi inequivocabili primi segnali di inaffidabilità e, anzi, avrebbe apprezzato il pragmatismo di Morsi nel risolvere la crisi di Gaza. Ma c'è il rischio, avverte Stephens, di scambiare per «moderazione» quella che è solo «flessibilità tattica». Il tempismo perfetto della sua mossa sul fronte interno, spendendo subito il capitale politico incassato a Gaza, dimostra infatti che «il suo reale obiettivo prioritario è consolidare il potere della Fratellanza musulmana, non migliorare gli standard di vita degli egiziani».
E' ingenuo pensare che la «precisione da ingegnere» che Obama avrebbe riconosciuto in Morsi non sia messa al servizio della sua ideologia islamista, e che voglia disfarsene in nome del realismo politico. Non sarà così. Resta solo da vedere quanto tempo osservatori e Casa Bianca ci metteranno per accorgersene.
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Wednesday, November 28, 2012
Monday, November 26, 2012
Tregua a Gaza, golpe al Cairo, gli Usa ingoiano
Non basta affatto, "in questi momenti", ricordare cosa pensa il presidente Obama di Hamas, cioè che è «un'organizzazione terroristica con cui non bisogna trattare fin quando non riconosceranno Israele, rinunceranno al terrorismo e rispetteranno i precedenti accordi». Con l'organizzazione terroristica si può non trattare direttamente, si può a parole ricordare il diritto di Israele all'autodifesa, ma dalla crisi e dalla tregua di Gaza Hamas esce meno isolata di prima e rafforzata politicamente. E pazienza se militarmente ha perso quasi tutti i suoi missili, l'Iran è pronto - potete scommetterci - a spedirne quanto prima degli altri e probabilmente l'Egitto a consentire che il carico transiti per le frontiere.
Proprio sull'Egitto si sono concentrati gli sforzi diplomatici americani, affinché si dimostrasse un attore di stabilità riuscendo a far ragionare Hamas. Ma il presidente Morsi non ha esitato un secondo a sfruttare sul fronte interno il capitale politico derivante dalla prova di leadership chiesta dagli Usa, e mostrata, nel disinnescare la crisi di Gaza: appena annunciata la tregua si è attribuito pieni poteri, certo di poter contare sul silenzio/assenso degli Stati Uniti, che pochi giorni prima si erano completamente affidati alla sua gentile intercessione.
«Il presidente - si legge nel decreto - è autorizzato a prendere qualsiasi misura reputi idonea a preservare e difendere la rivoluzione, l'unità nazionale o la sicurezza nazionale». Le decisioni presidenziali non potranno essere in alcun modo giudicate o cancellate dall'autorità giudiziaria, almeno fino a quando non ci sarà una nuova Costituzione e non sarà eletto un nuovo Parlamento. In quattro righe quindi Morsi si pone al di sopra del Parlamento e del potere giudiziario, la sua parola è legge finché non ci sarà una nuova Costituzione. La quale, ovviamente, non riceverà luce verde finché non soddisferà pienamente i Fratelli musulmani, il partito del presidente egiziano. Un golpe bianco, insomma, che preannuncia la definitiva mutazione della rivoluzione della primavera del 2011 da democratica in islamica.
Lo permetteranno i cittadini egiziani? Sembra comunque che alcuni anticorpi democratici facciano ormai parte del tessuto civile del Cairo e di Alessandria, se migliaia di manifestanti hanno riempito le piazze accorrendo allo slogan "Morsi come Mubarak" e si sono scontrati con le forze di sicurezza e i militanti del partito islamico. Nei prossimi giorni, tra l'altro, la suprema autorità giudiziaria del paese dovrà pronunciarsi sui numerosi ricorsi presentati contro il decreto.
Fatto sta che l'attore che solo ieri gli Stati Uniti accreditavano come "responsabile" per il ruolo di mediazione svolto nella crisi di Gaza - concedendo al suo ministro degli esteri l'onore di poter dare l'annuncio ufficale della tregua al fianco di Hillary Clinton - oggi si proclama di fatto dittatore nel paese più influente del mondo arabo, mossa che potrebbe preludere all'instaurazione di un regime islamico sunnita.
Si avrà nei prossimi mesi la prova definitiva della sincerità o del doppio gioco di Morsi: se gli arsenali di Hamas, oggi quasi azzerati, torneranno a riempirsi di missili in grado di colpire Tel Aviv e Gerusalemme, allora vorrà dire che l'Egitto resta su una posizione ambigua: cerca di rafforzare la propria centralità politica nella regione non favorendo la stabilità, bensì giocando cinicamente la carta dei gruppi terroristici palestinesi. Se questa sarà la strategia di Morsi, e se il primo presidente espressione dei Fratelli musulmani liquiderà la democrazia egiziana ancora in fasce, allora Hamas non avrà di fronte un modello di "normalizzazione" da seguire, non verrà mai costretta a scegliere tra il Cairo e Teheran, potrà continuare ad avvalersi dell'amicizia degli uni e degli altri a seconda delle convenienze del momento.
Proprio sull'Egitto si sono concentrati gli sforzi diplomatici americani, affinché si dimostrasse un attore di stabilità riuscendo a far ragionare Hamas. Ma il presidente Morsi non ha esitato un secondo a sfruttare sul fronte interno il capitale politico derivante dalla prova di leadership chiesta dagli Usa, e mostrata, nel disinnescare la crisi di Gaza: appena annunciata la tregua si è attribuito pieni poteri, certo di poter contare sul silenzio/assenso degli Stati Uniti, che pochi giorni prima si erano completamente affidati alla sua gentile intercessione.
«Il presidente - si legge nel decreto - è autorizzato a prendere qualsiasi misura reputi idonea a preservare e difendere la rivoluzione, l'unità nazionale o la sicurezza nazionale». Le decisioni presidenziali non potranno essere in alcun modo giudicate o cancellate dall'autorità giudiziaria, almeno fino a quando non ci sarà una nuova Costituzione e non sarà eletto un nuovo Parlamento. In quattro righe quindi Morsi si pone al di sopra del Parlamento e del potere giudiziario, la sua parola è legge finché non ci sarà una nuova Costituzione. La quale, ovviamente, non riceverà luce verde finché non soddisferà pienamente i Fratelli musulmani, il partito del presidente egiziano. Un golpe bianco, insomma, che preannuncia la definitiva mutazione della rivoluzione della primavera del 2011 da democratica in islamica.
Lo permetteranno i cittadini egiziani? Sembra comunque che alcuni anticorpi democratici facciano ormai parte del tessuto civile del Cairo e di Alessandria, se migliaia di manifestanti hanno riempito le piazze accorrendo allo slogan "Morsi come Mubarak" e si sono scontrati con le forze di sicurezza e i militanti del partito islamico. Nei prossimi giorni, tra l'altro, la suprema autorità giudiziaria del paese dovrà pronunciarsi sui numerosi ricorsi presentati contro il decreto.
Fatto sta che l'attore che solo ieri gli Stati Uniti accreditavano come "responsabile" per il ruolo di mediazione svolto nella crisi di Gaza - concedendo al suo ministro degli esteri l'onore di poter dare l'annuncio ufficale della tregua al fianco di Hillary Clinton - oggi si proclama di fatto dittatore nel paese più influente del mondo arabo, mossa che potrebbe preludere all'instaurazione di un regime islamico sunnita.
Si avrà nei prossimi mesi la prova definitiva della sincerità o del doppio gioco di Morsi: se gli arsenali di Hamas, oggi quasi azzerati, torneranno a riempirsi di missili in grado di colpire Tel Aviv e Gerusalemme, allora vorrà dire che l'Egitto resta su una posizione ambigua: cerca di rafforzare la propria centralità politica nella regione non favorendo la stabilità, bensì giocando cinicamente la carta dei gruppi terroristici palestinesi. Se questa sarà la strategia di Morsi, e se il primo presidente espressione dei Fratelli musulmani liquiderà la democrazia egiziana ancora in fasce, allora Hamas non avrà di fronte un modello di "normalizzazione" da seguire, non verrà mai costretta a scegliere tra il Cairo e Teheran, potrà continuare ad avvalersi dell'amicizia degli uni e degli altri a seconda delle convenienze del momento.
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