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Tuesday, November 23, 2010

I frutti avvelenati dell'appeasement

Myanmar, Corea del Nord, Iran. Tre regimi sanguinari e disumani per i popoli che opprimono, pericolosi per gli altri; tre insuccessi dell'Occidente e in particolare della strategia obamiana della "mano tesa" (o, piuttosto, del "porgere l'altra guancia"), ma anche di una certa realpolitik convinta che si possa escludere dall'analisi il fattore natura del regime.
COREA DEL NORD - Partiamo dall'ultimo e più allarmante sviluppo in ordine di tempo. Questa mattina la Corea del Nord ha attaccato la Corea del Sud colpendo con l'artiglieria l'isola di Yeonpyeong, in quello che rappresenta forse il più grave incidente dalla guerra degli anni '50.

Ma non va dimenticato che un paio di settimane fa la Corea del Nord ha rivelato l'esistenza di un nuovo grande impianto per l'arricchimento dell'uranio costruito rapidamente e in totale segretezza. Una sfida esplicita alla politica anti-proliferazione della Casa Bianca e un nuovo rilancio nel gioco di estorsioni in cui ormai sono campioni i nordcoreani. Lo scienziato Usa cui è stata mostrata, è rimasto basito dalla modernità tecnologica della centrale e ha parlato di migliaia di centrifughe. La scoperta è particolarmente inquietante, perché se l'impianto è stato tirato su in un anno e mezzo (fino all'aprile del 2009 non esisteva), è probabile che ad aiutare i nordcoreani sia stata una mano straniera, in violazione delle sanzioni Onu e in barba ai controlli internazionali.

Sono i risultati della politica di dialogo e di appeasement. Per tornare a sedersi al tavolo dei negoziati a sei, il regime di Pyongyang alza la posta, chiede nuovi e ulteriori benefit, in una rincorsa di ricatti che non avrà mai fine, mentre gli Usa, la Corea del Sud e il Giappone, coinvolgendo Cina e Russia, avrebbero la forza per una grande operazione di libertà per milioni di vite tenute prigioniere in un medioevo di fame e miseria. E' evidente ormai che Pyongyang non mira solo a estorcere soldi e benefit, ma anche ad essere riconosciuta come potenza nucleare (possiede tra le 8 e le 12 testate), e a tenere in ansia l'Occidente con l'implicita minaccia di cedere una delle sue bombe ad al Qaeda o all'Iran.

L'aggressione militare di oggi fa temere un cambio di passo. Si mette alla prova la risolutezza degli Stati Uniti nel difendere i propri alleati in Asia. Una condanna non basta. A questo punto non basta ribadire di essere «completamente impegnati nella difesa del nostro alleato, la Repubblica di Corea, e nel mantenimento della pace e della stabilità regionali». Non basta a dissuadere Pyongyang né a rassicurare i preziosi alleati, da Seul a Taiwan.

MYANMAR - In Myanmar, dopo le recenti elezioni-farsa da cui il regime militare esce rafforzato e le opposizioni democratiche divise, si festeggia la "liberazione" del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Libera per modo di dire, visto che non potrà guidare il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, sciolto d'autorità lo scorso settembre, né riorganizzarlo, e visto che la sua sarà piuttosto una libertà vigilata, sottoposta cioè a pesanti restrizioni. Inoltre, va tenuto presente che già altre volte la "Dama" è stata "liberata", vivendo brevi periodi di "libertà". Dopo i primi 7 anni di prigionia fu liberata nel 1995, per tornare in cella nel 2000. Nel 2002 fu rilasciata, ma appena un anno dopo fu di nuovo arrestata e da questa data ebbe inizio il suo secondo lungo periodo di arresti domiciliari, che si sarebbe dovuto concludere nel 2009. Senonché, a pochi giorni dalla scadenza riceve la visita di un misterioso ospite americano e subisce una nuova condanna a tre anni di prigione e lavori forzati, pena poi commutata in altri 18 mesi di arresti domiciliari.

Visti i precedenti, dunque, i festeggiamenti di questi giorni appaiono del tutto fuori luogo. Nulla ci induce a ritenere che anche questa volta non si tratti che di una breve parentesi di libertà vigilata tra due carcerazioni (qui si scommette della durata all'incirca di un anno). Inoltre, dalle elezioni richieste dalla comunità internazionale e dagli Usa in primis, il regime ha di fatto incassato una legittimazione (anche se solo formale), che nessun soggetto esterno, né tanto meno interno, avrà la forza di contestare per un lungo periodo. Tanto che la stessa leader democratica birmana sembra essersi convertita a più miti consigli.

IRAN - Per quanto riguarda l'Iran, Obama non è riuscito non dico a ottenere la rinuncia da parte di Teheran al proprio programma nucleare, ma nemmeno a convincere gli iraniani a intavolare una trattativa seria. Siamo nella fase delle sanzioni. Ne sono state approvate di stringenti dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu, e sanzioni ancora più dure sono state adottate unilateralmente da Stati Uniti e Unione europea. La sensazione, però, è che non sortiranno l'effetto sperato. E le divisioni che anche in queste ore vediamo emergere nell'establishment iraniano, il clima sempre più da resa dei conti interna (il tentato impeachment di Ahmadinejad da parte di alcuni deputati conservatori, fermati solo dall'intervento dell'ayatollah Khamenei, e il mandato d'arresto che pende sul figlio di Rafsanjani) non sono il frutto dell'isolamento internazionale, della stretta morsa di Obama, bensì della resistenza di una parte del regime, anch'essa clericale e conservatrice, alla presa totale del potere da parte di Ahmadinejad e della sua cricca, e alla militarizzazione della Repubblica islamica in corso con il beneplacito di Khamenei. Una faida interna il cui sbocco potrebbe essere tutt'altro che democratico, anche perché nel frattempo l'opposizione popolare, l'"onda verde", è stata stroncata mentre l'Occidente non muoveva un dito.

E' proprio vero, quando l'America è più debole, è distratta, o non è guidata in modo saldo, il mondo si fa rapidamente un posto più pericoloso.

Tuesday, May 18, 2010

Che fiasco il tuo engagement, caro Obama!

16:33 - Con straordinario - e sospetto - tempismo, Hillary Clinton ha appena annunciato alla Commissione Affari esteri del Senato Usa che è pronta una «forte» bozza di risoluzione per imporre nuove sanzioni all'Iran, che c'è l'accordo di Russia e Cina e che nelle prossime ore sarà fatta circolare al Palazzo di vetro. Un annuncio piuttosto impegnativo. Vedremo presto quanto c'è davvero di definito o se si tratta di un'accelerazione imposta dall'accordo annunciato ieri da Iran, Brasile e Turchia, cioè se il successo diplomatico di Teheran ha in qualche modo costretto Washington a scoprire le proprie carte nel tentativo di imbastire una reazione, soprattutto per "impegnare" Mosca e Pechino, che solo poche ore fa si erano affrettate ad accogliere positivamente l'annuncio turco-brasiliano...

14:10 - Un successo pieno di Ahmadinejad e un umiliante fallimento per Obama. Questo, in termini politici, il significato dell'accordo sul nucleare iraniano siglato ieri da Teheran con Turchia e Brasile. Il presidente iraniano con un colpo solo rompe l'isolamento; praticamente scongiura l'approvazione di nuove sanzioni Onu; e scavalca la già vantaggiosa proposta dell'Aiea. Determinante il ruolo di Turchia e Brasile, i "non allineati" dei nostri giorni di cui l'Occidente - America in testa - mostra di non comprendere ancora peso e ruolo.

Washington è spiazzata, balbetta. Dopo tutti gli sforzi per indurre Russia e Cina a prendere in considerazione l'ipotesi di nuove sanzioni, ancora tutte da definire, e dopo tutti i rospi ingoiati da Teheran a dispetto della "mano tesa", si vede scavalcata da Turchia e Brasile, di cui non si può certo fidare nella gestione dell'uranio iraniano come di Francia e Russia, e messa all'angolo da Teheran. E in ogni caso, se si vorrà ancora far arrivare l'uranio iraniano in Francia o in Russia, a questo punto bisognerà concedere qualcosa in più agli iraniani. L'effetto dell'accordo di ieri sarà di rallentare ancor di più, se non arrestare del tutto, il già lento processo di definizione di nuove sanzioni. Insomma, la strategia iraniana di prendere tempo ottiene un grande risultato, forse decisivo nella sua corsa all'atomica.

Un «fiasco» per l'amministrazione Obama. Il Wall Street Journal definisce senza mezzi termini l'accordo annunciato ieri da Iran, Brasile e Turchia per il trasferimento e l'arricchimento all'estero dell'uranio iraniano. Il «colpaccio» di Teheran «rende istantaneamente irrilevanti 16 mesi di diplomazia obamiana» e «forse assesta il colpo di grazia agli incerti sforzi dell'Occidente per impedire all'Iran di dotarsi di una bomba atomica». «Pieno merito per questa debacle va all'amministrazione Obama e alla sua sventurata strategia diplomatica», secondo il quotidiano, che ricorda la proposta originaria del trasferimento dell'uranio iraniano per l'arricchimento all'estero, avanzata lo scorso ottobre dal gruppo 5+1 tramite l'Aiea, ma rifiutata da Teheran. Ma il presidente Obama «non considera delle risposte i "no" dei regimi canaglia e così ha mantenuto l'offerta sul tavolo».

E mentre alla fine gli Stati Uniti sembravano essersi decisi a percorrere la strada delle sanzioni, gli iraniani hanno deciso di accettare l'accordo alle proprie condizioni con lo «scudo diplomatico» di brasiliani e turchi. La «beffa» è che proprio Washington aveva «incoraggiato» la diplomazia del presidente brasiliano Lula come «passo per favorire un consenso unanime sulle nuove sanzioni Onu». Lula ha invece «usato l'apertura Usa per la propria soluzione diplomatica. Nella sua prima mano di poker diplomatico con un'alta posta in gioco - conclude il WSJ - il segretario di Stato Hillary Clinton sta lasciando il tavolo a mani vuote».

«Invece che mettere l'Iran in un angolo questa primavera, Ahmadinejad ci ha messo Obama». L'«imbarazzo» della Casa Bianca, sottolinea il WSJ, è evidente e ha cercato di mettere in luce le differenze tra l'accordo annunciato ieri e quello proposto lo scorso autunno. «Ma avendo giocato un ruolo così di primo piano» nei negoziati di allora, osserva il WSJ, gli Stati Uniti «non possono dissociarsi così facilmente da qualcosa che appare ampiamente in linea con quella cornice». In base all'accordo di ieri l'Iran «trasferirà in Turchia 1.200 chili di uranio a basso arricchimento entro un mese, e non più tardi di un anno dopo riceverà 120 chili arricchiti da qualche parte all'estero». Ma nel frattempo, in questi sette mesi, fa notare ancora il WSJ, l'Iran «ha portato le sue attività di arricchimento ad una marcia superiore». Si stima che il suo stock complessivo di uranio leggermente arricchito sia «salito a 2.300 chili dai 1.500 dello scorso autunno e il suo dichiarato obiettivo di arricchimento dal 3,5 al 20%».

«Se l'Occidente accetta questo accordo - avverte il WSJ - all'Iran sarebbe permesso di continuare ad arricchire uranio in violazione delle precedenti risoluzioni dell'Onu e il trasferimento di 1.200 chili lascerà l'Iran con una quantità di uranio a basso arricchimento ancora sufficiente per fabbricare una bomba, e una volta che l'uranio è arricchito al 20% sarà tecnicamente più facile raggiungere i livelli di arricchimento necessari per la bomba». La scorsa settimana, riporta il quotidiano Usa, diplomatici presso l'Aiea hanno riferito che l'Iran «ha accresciuto il numero di centrifughe che sta utilizzando per arricchire l'uranio». Secondo le stime delle intelligence occidentali, «continua ad acquistare componenti chiave per le bombe». Secondo la Cia, l'anno scorso Teheran avrebbe addirittura «triplicato le sue scorte di uranio» e si sarebbe avvicinata «all'auto-sufficienza nella produzione di missili nucleari».

L'accordo di ieri quasi certamente rende la via delle Nazioni Unite un «vicolo cieco». «Dopo 16 mesi di mano tesa e dopo aver ridotto al minimo l'appoggio all'opposizione democratica in Iran - conclude il Wall Street Journal - Obama ora ha di fronte un Iran più vicino alla bomba e meno isolato diplomaticamente rispetto a quando il presidente Bush lasciò l'incarico». Israele, aggiunge il giornale, «dovrà considerare seriamente le sue opzioni militari». Un esito di cui bisogna ringraziare il «doppio gioco diplomatico» del premier turco Erdogan e del presidente brasiliano Lula, ma soprattutto il presidente Usa, «la cui diplomazia è riuscita principalmente a persuadere gli stati canaglia del mondo che non ha la determinazione per fermare le loro ambizioni distruttive».

Critico anche il commento dell'editorialista Bret Stephens: nonostante il gioco che sta giocando Teheran non sia molto più complicato di una «partita a dama», «il guaio è che ci stanno battendo». L'accordo originario, ricorda, avrebbe impegnato l'Iran a trasferire all'estero 1.200 chili di uranio arricchito al 3,5% perché fosse arricchito al 20%, così da poter essere impiegato in un piccolo reattore di ricerca di Teheran. Con questo accordo l'Occidente avrebbe acquistato un anno di tempo prima che l'Iran potesse produrre i 1.900 chili di uranio a basso arricchimento da cui ottenere 20 chili ad elevato arricchimento per la produzione di una bomba. Un'offerta troppo vantaggiosa per essere rifiutata, visto che l'Iran avrebbe potuto nel frattempo continuare ad arricchire uranio in violazione delle risoluzioni Onu, ottenere una scorta significativa di uranio arricchito al 20%, con il quale produrre una bomba nell'arco di settimane piuttosto che di mesi, ed evitare ulteriori sanzioni.

Ma l'Iran ha respinto questa proposta, perché, secondo Stephens, «ha imparato che l'Occidente - e in particolare l'amministrazione Obama - non chiude mai la porta, per quanto stretto possa apparire lo spiraglio diplomatico, e non esige mai un prezzo a fronte di comportamenti sbagliati». «Quello che una volta era considerato un comportamento "deviante" da parte di Teheran - incitare alla cancellazione di Israele dalla carta geografica; arricchire uranio in violazione delle risoluzioni Onu; diventare una potenza nucleare - è visto in modo crescente come qualcosa di normale, o comprensibile, o inevitabile».

«In qualsiasi modo l'amministrazione Usa reagisca all'accordo di ieri - osserva l'editorialista del WSJ - l'Iran si è garantito che il Consiglio di Sicurezza, in cui attualmente siedono anche Turchia e Brasile, non approverà nuove sanzioni. Quelle sanzioni che non sarebbero state particolarmente efficaci, ma come minino avrebbero isolato l'Iran e generato un consenso globale» contro il suo programma nucleare. «Ora sembra che i sostenitori dell'"engagement" nell'amministrazione Obama falliranno laddove gli unilateralisti nell'amministrazione Bush riuscirono per tre volte». E sarà dura per gli Stati Uniti, riflette Stephens, spiegare come mai non ha più senso un accordo che non hanno mai ritirato dal tavolo. «La risposta, ovviamente, è che quell'accordo non ha mai avuto molto senso, ma ne ha ancor meno oggi che l'Iran ha arricchito diverse centinaia di chili di uranio in più e lo sta arricchendo ad una velocità di 78 chili al mese, molto maggiore di quanto fosse in grado l'anno scorso».

In una recente analisi per il Nonproliferation Policy Education Center, Gregory Jones osserva che «l'Iran potrebbe avere abbastanza uranio a basso arricchimento da processare in modo da renderlo utilizzabile per scopi militari verso la fine di luglio e quindi potrebbe produrre quell'uranio altamente arricchito di cui ha bisogno per metà novembre». «Con l'ipocrita trionfo della diplomazia di ieri, in realtà ogni speranza di un esito diplomatico è svanita. E sul suo più decisivo test di politica estera, l'amministrazione Obama ha perso il controllo del corso degli eventi. O l'Iran - conclude Stephens - diventerà una potenza nucleare, o sarà fermato da un'azione militare. O una guerra, dunque, o una fase di proliferazione nucleare in Medio Oriente. L'amministazione si illude di poter contenere tutto questo - le ambizioni iraniane, le insicurezze arabe, la preoccupazione di Israele per la propria esistenza - attraverso una diplomazia più astuta. Ma i precedenti non ispirano molta fiducia».

Tuesday, February 09, 2010

L'Iran tira il suo cazzotto, l'Occidente all'angolo

Ci sarebbe da ridere se la situazione non volgesse al drammatico, ripensando a come media e ministri degli Esteri avevano accolto la settimana scorsa l'ennesima finta «apertura» di Ahmadinejad sul nucleare. Il balletto continua e pochi giorni dopo Teheran ha deciso di assestare il «cazzotto». Ahmadinejad l'aveva preannunciato nei giorni scorsi, e dopo la notifica formale di ieri all'Aiea, ecco l'annuncio ufficiale dell'avvio del processo di arricchimento dell'uranio al 20%, mentre Khamenei nel frattempo torna a minacciare l'Occidente e l'opposizione al regime.

L'Iran dunque rinnova la sua sfida e la comunità internazionale - l'Occidente - a questo punto è di fronte a un test di credibilità. Non procedere in tempi brevi a nuove sanzioni sarebbe un segnale deleterio. Tuttavia, se la Russia sembra ormai disponibile, evidentemente appagata dalla rinuncia Usa allo scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca, rimane l'ostacolo della Cina. Può essere anche l'irremovibilità cinese sulla questione iraniana ad aver indotto Washington ad alzare la tensione con Pechino nelle ultime settimane. Ma sono proprio curioso di vedere come l'auspicio espresso oggi (sanzioni «entro qualche settimana, non mesi») dal segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, possa coniugarsi con il veto cinese.

Teheran potrebbe aver deciso di forzare la situazione vedendo l'Occidente all'angolo, nell'impossibilità di imporre sanzioni efficaci a causa della copertura cinese, e comunque molto lontano persino dal considerare l'opzione militare. Insomma, almeno per ora agli occhi iraniani la minaccia non è credibile e a Teheran devono essersi convinti che una volta avviato l'arricchimento al 20 per cento del loro uranio al 3,5, dai 5+1 arriverà un'offerta migliore per ottenerne la sospensione.

Intanto, Usa e Ue, per la prima volta congiuntamente e così esplicitamente, condannano le violazioni dei diritti umani in Iran. Una nota formale, che suona però come un avvertimento al regime. Le potenze occidentali potrebbero davvero schierarsi attivamente - almeno a parole, ma sarebbe già qualcosa - al fianco degli oppositori. E' vero, la strategia dell'engagement ha reso evidente il fatto che sia l'Iran a non voler collaborare. Ma ora? Dopo mesi di controproposte più simili a provocazioni, segnali contraddittori, aperture e chiusure, sarebbe ora di svegliarsi e di dimostrare a Teheran risolutezza. Un fardello che pesa interamente sulle spalle di Obama, mentre si rafforza il sospetto che alla fine si voglia addossare a Israele l'onere di compiere il lavoro "sporco".

Tuesday, January 05, 2010

Obama tiri fuori il "piano B"... se ce l'ha

Anno nuovo, vecchi tentennamenti alla Casa Bianca di Obama. Il fallito attentato di Natale sul volo Amsterdam-Detroit, le minacce crescenti che giungono dallo Yemen, il panico di ieri a Newark, richiedono che il presidente mostri il suo volto più duro all'opinione pubblica, ricorrendo a una misura controversa come il "racial profiling", che neanche Bush aveva osato adottare. Ma questo genera la collera dei progressisti e delle associazioni per le libertà civili, senza placare l'opposizione dei repubblicani, che accusano l'amministrazione di debolezza. Tuttavia, è sull'Iran che il presidente dovrà far vedere al più presto di che pasta è fatto.

Come molti tra i più autorevoli analisti avevano previsto l'estate scorsa - e non avevo mancato di segnalarlo - nella Repubblica islamica si è messo in moto un processo di cui forse non è possibile anticipare gli esiti, ma che certamente non si concluderà con il mero ritorno allo status quo ante. La Repubblica islamica non è, e non sarà più la stessa, ha cambiato natura. E qualcosa si è rotto al suo interno.

Nonostante le successive ondate di sanguinose repressioni e di arresti, il movimento di protesta di giugno non si è spento. Anzi, di settimana in settimana è cresciuto e si è trasformato. E' diventato un vero e proprio movimento di opposizione temuto dal regime. Nel quale, come sempre accade in queste situazioni, convivono diverse anime e personaggi, ciascuno dei quali gioca - o crede di giocare - la sua partita, mentre è più probabile che nessuno degli attori sia in grado di influenzare più di tanto gli eventi. Che l'esito di quanto sta accadendo in Iran sia o meno una rivoluzione democratica è impossibile prevederlo, ma certo sembrano essercene le condizioni, al di là delle intenzioni dei singoli protagonisti.

Dalla «rabbia per un'elezione rubata» a una «rivolta contro il sistema iraniano di governo islamico», ha osservato qualche giorno fa Con Coughlin sul Wall Street Journal. E nonostante la brutale repressione, «il movimento di opposizione è cresciuto sostanzialmente dai disordini del giugno scorso». Sei mesi fa, nelle strade, gli iraniani gridavano "Dov'è il mio voto?!". Da lì è partita la "Rivoluzione verde". Ma ora, secondo Coughlin, «i manifestanti non cercano più solamente elezioni democratiche, vogliono il regime change». I loro slogan sono: "Khamenei è un assassino"; "Né Gaza, né Libano, offro la mia vita solo per l'Iran" e "Independenza, Libertà e Repubblica iraniana". «In altre parole, chiedono di fermare il sostegno dell'Iran ai terroristi in Palestina, Libano e in Iraq; la separazione tra stato e religione; e considerano Khamenei il nemico pubblico numero uno».

I manifestanti ora chiedono una «Repubblica iraniana, non islamica!», notava il mese scorso anche un attento osservatore come Amir Taheri. E i presunti "leader" di questa rivoluzione? Rafsanjani rimane nell'ombra, ma è significativo che non voglia in alcun modo farsi vedere vicino o "riconciliato" con Khamenei e Ahmadinejad. Mousavi e Karroubi sembrano aver abbandonato la loro precedente idea di «realizzare il pieno potenziale della costituzione esistente». Un consigliere di Mousavi ha confidato a Taheri che ormai «hanno realizzato che la gente si è mossa più rapidamente di quanto immaginassero».

Anche Obama sembra prendere atto che il movimento di opposizione tiene e che l'instabilità interna è destinata a durare, se non ad aggravarsi. Il 28 dicembre ha commentato con toni più duri ed espliciti la recente repressione del regime contro i manifestanti, ma ci aspettiamo che nei prossimi giorni muova passi concreti in una nuova direzione. Siccome l'insabilità interna non sembra aver convinto i leader della Repubblica islamica ad accettare la mano tesa di Obama sul nucleare, è arrivato per il presidente americano il momento di dimostrare di saper mutare strategia nei confronti del regime iraniano, e di avere un "piano B" con il quale rispondere all'evidente fallimento del tentativo di engagement.

La politica di engagement di Obama era iniziata con la rinuncia al cambio di regime, riconoscendo per la prima volta esplicitamente la natura islamica della Repubblica iraniana; era proseguita con messaggi scritti e video per invitare l'establishment al dialogo; era stata accompagnata da gesti tangibili come il taglio dei finanziamenti alle organizzazioni per i diritti umani. Obama aveva evitato di sostenere le manifestazioni dell'opposizione per non irritare Ahmadinejad e Khamenei e di intromettersi nei brogli elettorali del giugno scorso. Ma soprattutto, tramite l'Aiea, ha proposto agli ayatollah un accordo molto favorevole sul nucleare. Nulla di tutto questo è bastato.

Venerdì scorso Teheran ha respinto l'ultimatum implicito degli Stati Uniti e dei loro partner, che chiedevano di accettare entro il 31 dicembre la proposta dell'Aiea per il trasferimento dell'uranio iraniano all'estero in cambio di uranio arricchito al 19,75%. Gli iraniani hanno replicato ponendo a loro volta un ultimatum all'Occidente, perché accetti entro un mese (il 31 gennaio) la loro controproposta al piano Aiea. L'oggetto del contendere è sempre la modalità dello scambio di uranio. L'Iran infatti rifiuta di trasferire in blocco le quantità richieste del suo uranio debolmente arricchito, come prevede la proposta dell'Aiea. «Se la controparte accetta il principio dello scambio progressivo, per tappe, noi potremmo discutere gli altri dettagli», fa sapere il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Ramin Mehmanparast.

Di fronte al gioco degli iraniani, che di tutta evidenza è quello di prendere tempo, è urgente che l'America dimostri di avere un "piano B", più chiaro e minaccioso della semplice evocazione di non meglio specificate nuove sanzioni, il cui effetto è tutto da dimostrare consideranto le perplessità dei russi e, soprattutto, dei cinesi. Altrimenti, la credibilità della sua deterrenza agli occhi degli ayatollah precipiterà sotto zero.

Ray Takeyh, che continua ad essere favorevole all'engagement, suggerisce però a Obama di seguire l'esempio di Ronald Reagan quando definì l'Urss «l'impero del male». «E' prematuro - è l'analisi di Takeyh - annunciare la morte immediata del regime teocratico. L'Iran può benissimo entrare in un prolungato periodo di caos e violenza. Tuttavia - osserva - è ovvio che la durata di vita della Repubblica islamica si è considerevolmente accorciata». «Disastrosa», secondo Takeyh, si è dimostrata la decisione del regime di rifiutare ogni compromesso con l'opposizione dopo la frode elettorale del giugno scorso. Le «modeste richieste» di figure chiave dell'establishment, come Rafsanjani, sono state respinte «con arroganza». Quindi, le posizioni si sono radicalizzate e le concessioni che potevano essere fatte allora «oggi apparirebbero come un segno di debolezza e rafforzerebbero l'opposizione».

Da qui un regime senza più «orizzonte politico». Che per uno strano scherzo del destino si trova nello stesso «dilemma» dello shah, «che fece troppo tardi concessioni per rafforzare il suo potere e ampliare la base sociale» del suo consenso. La Repubblica islamica è guidata oggi da un «politico tentennante come fu lo shah». Come lo shah, oggi anche Khamenei sembra «riluttante a ordinare una repressione di massa». Il regime ha optato per una strategia repressiva ma di «contenimento». Mentre il movimento continua a sfidare le autorità, è probabile che si radicalizzi. «Al contrario del 1979, tuttavia, al movimento di opposizione mancano la coesione e leader riconoscibili». Mousavi e Karroubi agli occhi di Takeyh sembrano «più osservatori incuriositi che le menti dei recenti eventi. Ma più a lungo il movimento sopravvive, più è probabile che produca da sé i suoi leader». E' incredibile come finora senza un'ideologia, senza leader carismatici e un network organizzato, il movimento abbia potuto dar vita a manifestazioni così imponenti.

Per dirla in breve, secondo Takeyh la Repubblica islamica «è arrivata a un punto morto: non può né riconciliarsi con l'opposizione, né cancellarla di forza dalla faccia della terra». Cosa possono fare, dunque, gli Stati Uniti di fronte a questa nuova situazione che si è creata? Innanzitutto, «farebbero bene a riconoscere i cambiamenti del contesto». «L'amministrazione Obama dovrebbe prendere esempio da Ronald Reagan e sfidare con perseveranza la legittimità dello stato teocratico, denunciando gli abusi dei diritti umani. L'idea che un linguaggio duro ostacoli un accordo sul nucleare è falsa. A questo punto - spiega Takeyh - la sola ragione per cui Teheran potrebbe accettare un accordo è per attenuare le pressioni internazionali mentre deve fare i conti con l'insurrezione al suo interno».

E anche se il regime dovesse adeguarsi alle richieste internazionali sul programma nucleare, «gli Stati Uniti dovrebbero restare fermi nel sostenere i diritti umani». Reagan, ricorda Takeyh, «non ebbe scrupoli nel denunciare l'Unione sovietica come l'"impero del male", mentre firmava con il Cremlino i trattati per il controllo degli armamenti. La Repubblica islamica, come l'Unione sovietica, è un fenomento transitorio».

«Sono fiducioso - ha dichiarato Obama riguardo la recente repressione - che la storia sarà dalla parte di coloro che cercano giustizia». Ma per William Kristol il presidente Obama ripone «troppa fiducia nel corso della storia». Il popolo iraniano invece «ha bisogno di aiuto». «La storia del XX secolo, con le sue guerre, i genocidi e il terrorismo, non insegna forse che la parte di coloro che cercano giustizia non prevale facilmente? Che la giustizia ha bisogno di tutto l'energico sostegno possibile? E che l'aiuto degli Stati Uniti è cruciale? Gli Stati Uniti non hanno ancora cominciato a fare ciò che è in loro potere - a parole e concretamente, diplomaticamente ed economicamente, pubblicamente e in segreto, multilateralmente e unilateralmente - per provare ad aiutare il popolo iraniano a cambiare il regime di paura e tirannia che nega loro giustizia. Regime change in Iran nel 2010 - ora questo sarebbe il cambiamento in cui credere».

Tuesday, December 15, 2009

Teheran-Caracas, nuove prove della relazione "radioattiva"

Su il Velino

La cooperazione nel campo nucleare tra Iran e Venezuela non è un mistero, tanto da essere stata rivendicata dai due Paesi nei recenti incontri ufficiali. Ma il puzzle di questa cooperazione si arricchisce di un nuovo tassello con il memorandum d'intesa di cui è entrato in possesso - da una «credibile fonte di intelligence straniera» - l'editorialista del Wall Street Journal Bret Stephens. Le basi ufficiali della cooperazione nucleare tra Teheran e Caracas sembrano gettate in un «memorandum d'intesa» datato 14 novembre 2008 e firmato dai ministri della Scienza e della Tecnologia dei due Paesi. «Le due parti concordano di cooperare nel campo della tecnologia nucleare», si legge nella versione in lingua spagnola del documento, in cui si menziona anche «l'uso pacifico delle energie alternative». Alcuni giorni dopo, il governo venezuelano ha consegnato all'Agenzia internazionale per l'energia atomica un documento riguardante l'"Introduzione di un Programma per l'Energia nucleare"...

Nel suo articolo l'editorialista del WSJ ricorda gli altri "indizi" della cooperazione nucleare tra Iran e Venezuela. I 22 container etichettati come "parti di trattori" scoperti dalle autorità turche...
(...)
L'Iran, inoltre, secondo quanto riporta oggi il Washington Post, è ormai virtualmente in grado di costruire una testata nucleare. Nonostante le sanzioni e l'isolamento, Teheran avrebbe infatti da tempo intrapreso con successo uno sforzo per sostituire le capacità e i materiali acquisiti dall'estero con "know how" proprio. E' la conclusione cui sarebbero giunti analisti dell'intelligence Usa e di altri Paesi occidentali, così come di quelli dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica. «L'Iran ha informazioni sufficienti per essere in grado di progettare e produrre un ordigno nucleare in grado di funzionare», si legge nel memorandum firmato dagli esperti dell'Aiea citato dal quotidiano Usa. I progressi tecnici iraniani riguarderebbero la metallurgia dell'uranio, la produzione di acqua pesante e gli esplosivi di alta precisione necessari per innescare un'esplosione nucleare. I timori sullo stato di avanzamento del programma nucleare iraniano sono avvalorati dalla recente scoperta, da parte degli ispettori dell'Aiea, di 600 barili di acqua pesante nel sito di Khonab, vicino a Isfahan, una quantità incompatibile con le capacità dell'impianto denunciato dagli iraniani.
(...)
«Piano piano stanno emancipandosi dalla dipendenza dalle importazioni di tecnologie critiche che invece stanno riuscendo a produrre da soli», ha spiegato Rolf Mowatt-Larssen, un ex funzionario della Cia ed ex direttore dell'intelligence del dipartimento dell'Energia, sentito dal Washington Post. «Stanno eliminando i colli di bottiglia del processo di costruzione di un ordigno nucleare. Non ho prove di una decisione iraniana di costruirli, ma d'altra parte, svolgere attività come quelle descritte nel memorandum è ben lungi dall'idea che l'Iran abbia completamente cessato il suo impegno nello sviluppo di testate nucleari nel 2003 e non l'abbia più ripreso», spiega David Albright, ex ispettore Aiea e ora analista dell'Isis.
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Tuesday, November 10, 2009

Obama come un disco rotto con l'Iran

Come un disco rotto la Casa Bianca continua a chiedere a Teheran una risposta in tempi brevi (nel frattempo sono passate quasi due settimane) alla bozza di accordo preparata dall'Aiea per l'arricchimento dell'uranio iraniano all'estero. L'aspetto surreale, e un po' patetico, della vicenda è che una risposta, anche se negativa, gli iraniani l'hanno già data, a tutti i livelli, ma da quest'altra parte fanno finta di non aver sentito/capito. Può non piacere, ma la risposta è un "no". Più precisamente, l'Iran offre controproposte che nella sostanza rifiutano di concedere ciò che l'Occidente sperava di ottenere con la proposta dell'arricchimento all'estero: privare Teheran della quantità di uranio a basso arricchimento necessaria per, se ulteriormente arricchito, fabbricare una bomba atomica. Si trattava di prendersi un anno di tempo per cercare, poi, un accordo complessivo. Questo retroscena del New York Times descrive piuttosto lo stato di negazione che impedisce all'amministrazione Obama di prendere la risposta iraniana per quella che è.

Il "no" iraniano ha sorpreso anche me. L'accordo non mi sembrava molto sconveniente per Teheran, visto che in un anno si sarebbero visti riconsegnare uranio arricchito gratis al 19,75%, che fa sempre comodo, potendo tranquillamente riprodurre le stesse quantità spedite all'estero per tornare al livello di scorte pre-accordo e per di più scongiurando ulteriori sanzioni. Evidentemente, ci devono essere ragioni di opportunità politica interne al regime che suggeriscono a Khamenei e Ahmadinejad di declinare comunque l'offerta. Forse il regime per sopravvivere non può permettersi di dialogare, neanche per finta, con il "Grande Satana", la cui minaccia è ingrediente fondamentale del collante ideologico che tiene insieme il sistema.

Alcuni autorevoli giornali ancora incantati dal fascino di Obama, come il New York Times e il Washington Post, hanno provato a sostenere, in realtà in modo poco convincente, che per lo meno l'apertura Usa e l'offerta dell'Aiea hanno creato un dibattito e persino delle divisioni all'interno della leadership iraniana. Un'ipotesi che un attento osservatore come Meir Javedanfar smentisce agilmente.

Di certo l'Iran sta dimostrando di non essere affatto disponibile a dialogare seriamente sul nucleare, come molti - soprattutto tra i cosiddetti "realisti" - pensavano. Si è perso un anno per soddisfare la curiosità di Obama, il quale adesso però può ancora volgere a suo vantaggio questa perdita di tempo, dimostrando alla comunità internazionale di aver dato una chance concreta alla diplomazia ma che ora è giunto il momento di agire. Certo, dovrà riconoscere che i suoi poteri da ammaliatore non hanno funzionato, ma speriamo che non pecchi d'orgoglio e che sia così pragmatico da cambiare strategia. In fretta, possibilmente.

Purtroppo, le sue ultime dichiarazioni inquietano, perché sembra che ritenga di poter aspettare ancora chissà quanto tempo: «Ci vorrà tempo, e parte dei problemi che dobbiamo affrontare consiste nel fatto che né Corea del Nord, né Iran sembrano politicamente pronti ad assumere decisioni rapide» sui rispettivi programmi nucleari. Il presidente francese Sarkozy e quello russo Medvedev sono sembrati più fermi, ricordando a Teheran che «la pazienza della comunità internazionale non è infinita». E i due leader, anche quello russo, «non hanno escluso» la possibilità di ulteriori sanzioni.

Monday, November 02, 2009

Prendere tempo, il solo vero obiettivo di Teheran

Il ministro degli Esteri Mottaki dice che l'Iran non ha mai detto "no" alla proposta di arricchimento dell'uranio iraniano all'estero avanzata dall'Aiea. E' vero. La scorsa settimana al direttore dell'Aiea ha solo espresso un «parere» e «osservazioni», che però contraddicono nella sostanza la bozza di accordo. «Abbiamo preso in esame questa proposta, ma abbiamo alcune considerazioni tecniche ed economiche in merito», ha spiegato, proponendo una «commissione tecnica» per «riconsiderare tutte le opzioni». E' evidente che il tentativo di Teheran è impantanare le controparti in una lunga ed estenuante trattativa, non sui dettagli dell'accordo, ma sul punto centrale: il trasferimento all'estero in blocco delle proprie scorte di uranio a basso arricchimento.

I ministri degli Esteri di Gran Bretagna, Russia e Francia, e il direttore dell'Aiea, El Baradei, si sono fatti sentire, intimando a Teheran di dare una risposta «rapida». Il più fermo è stato il francese Kouchner, il quale ha avvertito che «non accetteremo tattiche dilatorie». E da Washington? Al momento in cui scriviamo (19:28 ore italiane) tutto tace. L'ambasciatore iraniano presso l'Aiea, Ali Asghar Soltanieh, ha quindi chiarito che l'Iran chiede nuovi colloqui per «esprimere le sue preoccupazioni tecniche, in particolare sulle garanzie di approvvigionamento del combustibile». E' questa la «questione chiave, vista la nostra sfiducia dovuta ad esperienze del passato». «Siamo pronti ad un nuovo ciclo di discussioni tecniche», ha quindi aggiunto Soltanieh, auspicando che possa tenersi «al più presto».

Sembra un dialogo tra sordi, con l'Iran che si comporta come se la bozza fosse trattabile, e le controparti che fingono di non aver avuto una risposta da Teheran. Nessuno vuole addossarsi la responsabilità di una eventuale rottura dei negoziati, quindi gli uni sostengono di non aver risposto "no", e di volere nuovi colloqui, nonostante le loro osservazioni corrispondano sostanzialmente a un rifiuto, mentre gli altri è come se non avessero udito e continuano a chiedere una risposta.

Friday, October 30, 2009

La controproposta di Teheran è un sostanziale rifiuto

New York Times e Washington Post sono arrivati alle stesse conclusioni, ascoltando le loro fonti diplomatiche europee ed americane: l'Iran di fatto respinge il punto centrale della bozza preparata dall'Aiea, e ufficialmente approvata la settimana scorsa da Usa, Russia e Francia, per l'arricchimento dell'uranio iraniano all'estero. Un alto funzionario europeo definisce la risposta iraniana «sostanzialmente un rifiuto», spiegando al NYT che «il problema principale è che l'Iran non vuole esportare il suo uranio leggermente arricchito. Questo non è un dettaglio di secondaria importanza, questo è il nocciolo del problema».

Non è chiaro, però, se quella giunta ad El Baradei (pare oralmente) sia la risposta definitiva o una controproposta. Il direttore dell'Aiea avrebbe risposto all'ambasciatore iraniano all'Onu che la loro controproposta, così com'è strutturata, non verrebbe accettata da Russia, Francia e Usa, chiedendo ulteriori «chiarimenti» da parte di Teheran. Si attende una risposta formale, scritta, entro oggi, nella quale gli iraniani potrebbero ancora accettare la bozza prendendo atto dell'indisponibilità sulla loro controproposta.

Di fatto l'Iran al momento respinge l'idea di trasferire in blocco il 75% (circa 1.180 chilogrammi) del proprio uranio a basso arricchimento all'estero, una quantità che gli impedirebbe, per almeno un anno, di avere scorte sufficienti per produrre una bomba atomica. E la proposta dell'Aiea era finalizzata esattamente a dare alla diplomazia un anno di tempo per arrivare ad un più ampio accordo. Come avevamo anticipato ormai giorni fa, Teheran vorrebbe mantenere in ogni momento le attuali scorte di uranio a basso arricchimento, quindi acconsentirebbe a spedirle "a rate" per l'arricchimento all'estero, consegnando la successiva tranche solo dopo aver ricevuto, arricchito al 19,75%, l'uranio della spedizione precedente. Ma come osserva anche il WaPo, «it would mean its stockpile of enriched uranium would not be significantly reduced».

Quasi tutti i giornali italiani abboccano alle parole concilianti di Ahmadinejad («Siamo pronti a collaborare»), mentre solo il Corriere della Sera e il Giornale nei titoli avvertono che «non c'è intesa sulla bozza» e «l'imbroglio è dietro l'angolo».

UPDATE 18:34
Come quella consegnata da Teheran al direttore dell'Aiea, El Baradei, non era una risposta ma una controproposta e una richiesta di «ulteriori negoziati». Lo chiarisce l'agenzia Irna, citando fonti governative: «La Repubblica islamica non ha fatto altro che annunciare di avere un atteggiamento positivo sul negoziato, aggiungendo di essere pronta a colloqui che tengano conto di considerazioni tecniche e economiche su come fornire il combustibile necessario al reattore di Teheran». L'imbroglio continua... quanto ci metteranno a Washington a capirlo? A quanto pare di capire dalla dichiarazione del portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, non hanno neanche i dettagli della risposta iraniana all'Aiea.

Tuesday, October 27, 2009

Importanti modifiche? L'Iran vorrebbe consegnare l'uranio "a rate"

Con i suoi mezzi annunci via tv di Stato l'Iran continua a tastare il polso delle sue controparti nel negoziato di Vienna sul nucleare, per capire quanto sia "trattabile" la bozza di accordo preparata dall'Aiea per l'arricchimento dell'uranio iraniano all'estero. Che dietro l'ipotesi alternativa di acquistare combustibile nucleare direttamente dall'estero, ventilata ieri dal ministro degli Esteri Mottaki, e i giorni di riflessione in più che gli iraniani si sono presi, ci fosse in realtà l'intenzione di avanzare una nuova richiesta l'ho anticipato ieri pomeriggio in questo articolo per il Velino.

Molti, tra cui New York Times e Washington Post, interpretano il dibattito che sembra essersi aperto in questi giorni a Teheran sulla bozza come un segno di divisione interna, e quindi un "successo" della politica di Obama, come se con la sua proposta e le sue pressioni la comunità internazionale avesse messo alle strette, o "sulla difensiva" il regime, come crede Nicholas Burns. Più probabile a mio avviso che sia solo un gioco delle parti. I più "duri" spingono perché l'Iran acquisti l'uranio arricchito al 19,75% che gli serve dall'estero, senza trasferirvi il proprio, ma il vero obiettivo è ottenere «importanti modifiche» alla bozza dell'Aiea.

Quali siano le «importanti modifiche» cui alludeva oggi la tv di Stato iraniana ancora non si sa. Ma è probabile che si tratti della consegna dell'uranio "a rate", ipotesi evocata ieri dal presidente della commissione Esteri e sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, Alaeddin Boroujerdi: «Poiché l'Occidente ha ripetutamente violato gli accordi in passato, l'Iran dovrebbe spedire all'estero l'uranio a basso arricchimento gradualmente e in diverse fasi».

L'idea sarebbe quella di convincere l'Aiea e le potenze coinvolte nel negoziato ad accettare una riduzione dei quantitativi di uranio da consegnare - fissato dalla bozza dell'Aiea in un 75% del totale (circa 1.200 chilogrammi) - e soprattutto una "rateizzazione" delle spedizioni (100-200 chilogrammi in un periodo di mesi o anche anni). Teheran consegnerebbe la successiva partita di uranio solo dopo aver ricevuto, arricchito al 19,75%, l'uranio della spedizione precedente. Considerando che l'Iran, secondo gli esperti, sarebbe in grado di produrre nell'impianto di Natanz 3,175 chilogrammi di uranio a basso arricchimento al giorno, nel periodo di tempo che intercorrerebbe tra una spedizione e l'altra sarebbe in grado di riprodurre, o di acquistare all'estero, più o meno le stesse quantità di uranio spedite in Russia, così da mantenere invariato il proprio stock di uranio a basso arricchimento. Tuttavia, in questo modo verrebbe sostanzialmente aggirato l'obiettivo della bozza preparata dall'Aiea e sostenuta da Usa, Russia e Francia. Il loro scopo, infatti, è proprio quello di privare Teheran della quantità di uranio a basso arricchimento necessaria per fabbricare - dopo un processo di ulteriore arricchimento - una bomba atomica, che è all'incirca di 1.000 chilogrammi.

UPDATE ORE 16:11
E' come supponevo: l'Iran non spedirà mai all'estero l'uranio da arricchire in un'unica soluzione. Lo ha precisato all'emittente Press Tv una fonte del team negoziale iraniano che ha partecipato ai colloqui di Vienna la scorsa settimana. L'Iran darà una risposta ufficiale "entro venerdì 30 ottobre", ma a questo punto la richiesta è piuttosto esplicita: consegna "a rate". Quale sarà la risposta?

UPDATE 28 ottobre
Iran's leadership is not divided on the end-game - getting nuclear weapons - and the fact that contradictory messages appear to come out of Tehran does not mean that there are divisions. Seeing any infighting serves the purpose of those who argue that there is a sensible, reasonable, pragmatic, down-to-earth element in the regime we can do business with.
Emanuele Ottolenghi

Friday, September 25, 2009

Sarkozy il più duro con l'Iran

Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna hanno presentato alle autorità internazionali le prove che l'Iran ha nascosto per anni la costruzione di un sito per l'arricchimento dell'uranio a scopi militari nei pressi della località di Qum, vicino la capitale. Da anni in realtà i servizi di intelligence americani, inglesi e francesi, l'avevano scoperto. L'impianto nucleare segreto iraniano avrebbe dimensioni per uso militare e potrebbe entrare in funzione nel giro di pochi mesi, con una capacità produttiva di uno o due ordigni l'anno, fa sapere un funzionario della Casa Bianca. Teheran ha preferito ammetterne l'esistenza con una lettera all'Aiea, ma solo quando ha scoperto, nelle ultime settimane, che non si trattava più di un segreto per l'Occidente.

La reazione di Obama è stata ferma, ma piuttosto cauta politicamente e tiepida. Dal G20 di Pittsburgh il presidente americano ha accusato l'Iran di «continuare a non rispettare i suoi obblighi internazionali» e ha chiesto all'Aiea di avviare immediatamente un'indagine sull'impianto costruito segretamente. L'Iran ha diritto a perseguire il nucleare civile, ha ribadito Obama, ma la costruzione segreta di questi impianti costituisce una «violazione delle norme internazionali». Obama ha dunque intimato al governo iraniano di consentire immediate ispezioni: «Per l'Iran è arrivato il momento di agire, la notizia di oggi sottolinea la continua mancanza di volontà di mantenere i propri impegni. Ha diritto ad avere un programma nucleare pacifico, ma il programma attuale eccede tali esigenze».

Gli Stati Uniti rimangono disponibili e aperti al dialogo con l'Iran, ha assicurato il presidente Usa, ma «ora il governo iraniano deve dimostrare le sue intenzioni pacifiche con i fatti, o sarà tenuto a rispondere agli standard e alla legge internazionali». E' questa la frase più minacciosa che è riuscito a pronunciare Obama.

Molto più duro è stato il presidente francese Sarkozy, che ha dato all'Iran tempo «fino a dicembre» per conformarsi alle richieste. Altrimenti, dovranno essere assunte nuove e più dure sanzioni contro Teheran. «Non dobbiamo permettere all'Iran di prendere tempo», ha aggiunto il capo dell'Eliseo. «Il livello di inganno del governo iraniano irriterà l'intera comunità internazionale e rafforzerà la nostra determinazione», ha detto il premier britannico Brown - anche lui più duro di Obama, ma meno del presidente francese - aggiungendo che è arrivato il momento di «tracciare una linea sulla sabbia». Nessuno dei leader ha menzionato la possibilità dell'uso della forza, ma Sarkozy ci è andato molto vicino, quando ha detto che «tutto... tutto, dev'essere messo sul tavolo ora».

Secondo fonti militari, la conferma dell'esistenza del secondo impianto per l'arricchimento dell'uranio manda all'aria tutte le attuali stime delle intelligence occidentali e israeliana sulle quantità di uranio arricchito ad uso militare che l'Iran può aver accumulato per dotarsi di una bomba atomica. La stima secondo cui l'Iran potrebbe avere sufficiente combustibile per due bombe a partire dalla fine dell'anno potrebbe essere raddoppiata o addirittura triplicata.

Wednesday, September 09, 2009

Se i missili iraniani finiscono in Venezuela

Su il Velino

Nei recenti colloqui a Teheran tra il presidente venezuelano Hugo Chavez e quello iraniano Mahmoud Ahmadinejad si sarebbe discussa - come riportato lunedì scorso da il Velino - anche l'ipotesi di un "backup" del programma nucleare iraniano, cioè di trasferire o replicare in Venezuela gli impianti e le strutture chiave del programma, per salvaguardarlo da eventuali attacchi americani o israeliani. Una sorta di copia di "backup", appunto. La prospettiva di missili iraniani installati in Sud America non dovrebbe essere esclusa a cuor leggero. Lo scrive oggi il Wall Street Journal, ospitando nelle sue pagine ampi stralci di un intervento sull'"asse" Iran-Venezuela pronunciato dal procuratore distrettuale della contea di New York (Manhattan), Robert M. Morgenthau, alla Brookings Institution, think tank progressista vicino ai Democratici. Il procuratore Morgenthau è un profondo conoscitore delle attività iraniane all'estero.

Sotto le lenti attente del suo ufficio passano infatti i movimenti finanziari sospettati di riciclaggio di denaro iraniano e di violazione delle sanzioni finanziarie americane e internazionali nei confronti di Teheran. Nel maggio scorso è stato ascoltato sulla minaccia iraniana dalla Commissione Affari esteri del Senato Usa, alla quale ha riferito che il suo ufficio ha scoperto un «diffuso sistema di pratiche illegali e fraudolente impiegate da enti iraniani per muovere denaro in tutto il mondo senza essere scoperti, anche attraverso banche che operano nella mia giurisdizione - Manhattan». Quella tra Iran e Venezuela, ha spiegato Morgenthau alla Brookings, è una «cordiale partnership finanziaria, politica e militare», che si basa su di un «comune sentimento antiamericano». «E' giunto il momento di elaborare politiche per assicurare che questa partnership non produca frutti avvelenati». Le prove raccolte dal suo ufficio sui movimenti iraniani in America Latina lo inducono a lanciare l'allarme.
(...)
A preoccupare Morgenthau sono le notizie giunte al suo ufficio secondo cui «negli ultimi tre anni un certo numero di fabbriche di proprietà e controllo iraniani sono spuntate in zone remote e non sviluppate del Venezuela, ideali per ubicarvi una produzione illecita di armi». Ancora non si hanno prove precise dell'attività effettivamente condotta in queste fabbriche, ma c'è di che esserne allarmati se nel dicembre del 2008, ha aggiunto ancora Morgenthau, «autorità turche hanno trattenuto una nave iraniana diretta in Venezuela dopo aver scoperto attrezzatura da laboratorio per la produzione di esplosivi in 22 container contrassegnati come parti di trattori».
(...)
Sulla base delle informazioni in possesso del suo ufficio, il procuratore Morgenthau ritiene che gli iraniani, con l'aiuto del governo di Chavez e attraverso il sistema finanziario venezuelano, possano riuscire ad aggirare le sanzioni economiche... Secondo Morgenthau, Stati Uniti e comunità internazionale "devono considerare molto attentamente i modi per monitorare e sanzionare il sistema bancario del Venezuela", attraverso il quale l'Iran riuscirebbe a effettuare i pagamenti necessari per il suo "shopping" nucleare.
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Friday, August 14, 2009

Birmania, se il "gioco" nucleare nordcoreano fa scuola

Su il Velino

Non ci sarebbe di che meravigliarsi se i casi della Corea del Nord e dell'Iran avessero fatto scuola e se anche la giunta militare al potere nell'ex Birmania avesse avviato un proprio programma nucleare con l'aiuto dei nordcoreani. Negli anni, a fronte di accordi mai rispettati, test missilistici e continue provocazioni, la comunità internazionale, con in testa gli Stati Uniti, ha garantito al regime di Pyongyang attenzioni, dialogo, legittimazione politica, persino aiuti. Alcune settimane fa, sul Washington Post, l'ex segretario di Stato Usa Henry Kissinger ha avvertito che è giunto il momento di fare sul serio, di porre come obiettivo degli sforzi diplomatici la definitiva eliminazione dell'arsenale e del programma nucleare nordcoreano, perché altrimenti, proseguendo con un processo negoziale ormai sul punto di legittimare il "fatto compiuto", la politica di non-proliferazione perderebbe ogni credibilità.

Il rischio è che solo avviare - o far credere di aver avviato - un programma nucleare militare possa rappresentare un capitale politico da spendere sulla scena internazionale, come da anni sta facendo la Corea del Nord, e che agli occhi dei dittatori possa quindi apparire come il modo migliore per garantirsi la permanenza al potere. Inseguendo l'atomica, regimi altrimenti isolati come il Myanmar potrebbero pensare di catturare l'attenzione delle grandi potenze, e in particolare degli Usa (in prima linea negli sforzi per la non-proliferazione), portandole prima o poi ad aprire canali di dialogo più o meno diretti, che in ogni caso e alla lunga sortiscono un effetto legittimante.

Proprio il Myanmar (l'ex Birmania) è al centro dell'attenzione degli analisti in questi giorni, ma non solo per la nuova condanna agli arresti domiciliari inflitta alla leader dell'opposizione democratica e Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Sospetti sulle ambizioni nucleari della giunta militare birmana esistono da tempo, ma recentemente si sono rafforzati. Alcuni segnali delle ultime settimane fanno temere che la Corea del Nord stia effettivamente aiutando il Myanmar a dotarsi dell'atomica.
CONTINUA

Thursday, May 28, 2009

Venezuela e Iran, le relazioni pericolose

L'Iran si sta facendo aiutare dai suoi alleati in Sud America per aggirare le sanzioni economiche del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. E' quanto emerge da un rapporto ufficiale del Ministero degli Esteri israeliano - di cui Ynetnews ha ottenuto una copia - secondo cui Venezuela e Bolivia forniscono uranio a Teheran per il suo programma nucleare. Si sospetta anche che Hezbollah stia fondando cellule terroristiche nel nord del paese di Chavez e sull'isola Margarita, anch'essa territorio venezuelano. Si tratta di un «dettagliato dossier sulle attività iraniane in Sud America», spiega il sito del quotidiano israeliano in un articolo del 25 maggio. E' stato preparato in vista della visita del ministro degli Esteri Lieberman nella regione e si basa su informazioni provenienti da fonti di intelligence e diplomatiche israeliane e straniere.

L'Iran ha iniziato la sua «infiltrazione» dell'America Latina nel 1982, stringendo legami con Cuba. Poi, negli anni, ha aperto ambasciate in Messico, Brasile, Colombia, Argentina, Cile, Venezuela e Uruguay. Nel rapporto si ricorda il coinvolgimento dell'Iran negli attacchi terroristici all'ambasciata israeliana a Buenos Aires nel 1992 e all'AMIA Jewish Community Center nel 1994, sempre nella capitale argentina.

«Da quando il presidente iraniano Ahmadinejad è arrivato al potere - si legge nel dossier - Teheran ha cominciato a promuovere una politica aggressiva mirata a rafforzare i suoi legami con i paesi dell'America Latina, con lo scopo dichiarato di mettere l'America in ginocchio» e comunque di allentare il suo isolamento internazionale. Ahmadinejad e Chavez hanno in comune la volontà di sfidare gli Stati Uniti. I due paesi hanno già siglato oltre 200 accordi, istituito un volo diretto che serve regolarmente i «tecnici iraniani» e un fondo di 200 miliardi di dollari per guadagnare il sostegno di altri paesi dell'America Latina alla causa della «liberazione dall'imperialismo Usa». Il presidente Chavez in persona, secondo il dossier, ha contribuito a rafforzare i legami tra l'Iran e la Bolivia, l'Ecuador e il Nicaragua, invitando Ahmadinejad alle cerimonie di insediamento dei presidenti tenute in quei paesi.

Il dossier riporta anche lo stato dei rapporti commerciali tra l'Iran e i paesi del Sud America. Il commercio con il Brasile equivale a un miliardo di dollari; l'Uruguay vende riso a Teheran per 100 milioni di dollari; mentre il Cile acquista petrolio iraniano. Anche paesi filo-americani come Honduras, Repubblica Domenicana e Guatemala, che ricevono aiuti dal Venezuela, possono essere soggetti all'influenza iraniana, e persino l'Argentina sta costantemente accrescendo le sue relazioni commerciali con Teheran. Durante la sua prossima visita nel continente, il ministro degli Esteri israeliano intende informare i paesi dell'America Latina delle violazioni dei diritti umani di cui è responsabile il regime iraniano.

Anche l'Associated Press ha ottenuto una copia del dossier israeliano che «per la prima volta accusa Venezuela e Boliva di essere coinvolti nello sviluppo dell'atomica iraniana». Mentre la Bolivia ha depositi di uranio, a quanto risulta il Venezuela non sta estraendo uranio dalle sue riserve, che vengono stimate in 50 mila tonnellate da un'analisi pubblicata nel dicembre scorso dal Carnegie Endowment for International Peace. Secondo il rapporto del Carnegie, tuttavia, la recente collaborazione con l'Iran sui «minerali strategici» ha sollevato sospetti. In effetti, il Venezuela potrebbe estrarre uranio per l'Iran.

L'agenzia di stampa ricorda anche che il Venezuela ha espulso l'ambasciatore israeliano durante l'ultima offensiva a Gaza e Israele ha risposto espellendo a sua volta l'incaricato venezuelano. Anche la Bolivia ha tagliato i suoi legami con Israele dopo l'offensiva contro Hamas.

Il ruolo dell'Iran in America Latina è ben noto anche agli Stati Uniti. Il segretario alla Difesa, Robert Gates, nel gennaio scorso ha espresso le sue preoccupazioni circa le attività iraniane nella regione: «Sono preoccupato per il livello di un'attività francamente sovversiva che gli iraniani stanno conducendo in molti luoghi dell'America Latina. Stanno aprendo molti uffici e molte attività di facciata dietro cui interferiscono negli affari di alcuni di questi paesi», ha dichiarato Gates al Senato.

In "Iran Global Ambition", un paper del marzo 2008, Michael Rubin, dell'American Enterprise Institute, metteva in guardia l'amministrazione Usa sull'influenza iraniana in America Latina e in Africa, ravvisando un'«ambizione globale» da parte dell'Iran. «Mentre gli Stati Uniti hanno concentrato la loro attenzione sulle attività iraniane nel Grande Medio Oriente, l'Iran ha lavorato assiduamente per espandere la sua influenza in America Latina e in Africa». Solo con il presidente Ahmadinejad ha fatto significativi passi avanti nel tentativo di rafforzare il blocco anti-americano costituito da Venezuela, Bolivia e Nicaragua. E anche in Africa sta stringendo forti legami. Questi sforzi, secondo Rubin, suggeriscono che la Repubblica Islamica «sta cercando di divenire una potenza globale» e di mettere un piede sulla «soglia di casa» degli Stati Uniti.

Per espandere l'influenza iraniana in quei continenti, Ahmadinejad ha dato impulso a una «coordinata strategia diplomatica, economica e militare, che ha avuto successo non solo in Venezuela, Nicaragua, e Bolivia, ma anche in Senegal, Zimbabwe, e Sud Africa». Queste nuove alleanze sono in grado di «sfidare gli interessi americani in questi paesi e nelle rispettive regioni». La pietra angolare della politica latinoamericana di Ahmadinejad è la formazione di un asse anti-americano con il Venezuela. Mentre i rapporti con gli altri paesi poveri si basano su aiuti economici più che su una comune visione strategica, Iran e Venezuela sono ricchi di petrolio e la loro relazione è più cooperativa e strategica, e insieme hanno usato i loro petroldollari per coinvolgere altre nazioni latinoamericane e africane in iniziative contro gli interessi degli Stati Uniti.

Mentre Stati Uniti ed Europa per lo più ignorano l'Africa, l'Iran è interessato ad ogni stato africano – musulmano o no – in rotta con l'Occidente in generale e con gli Stati Uniti in particolare. Appena Sudan e Zimbabwe sono stati isolati, Teheran ha subito cercato di riempire il vuoto. L'Iran, conclude Rubin, ha una «strategia globale che Washington è stata incapace di fronteggiare: per ogni tre viaggi di Ahmadinejad in America Latina, Bush ne ha compiuto uno». Le possibilità di un successo iraniano di lunga durata sono poche, essendo i rapporti con i paesi latinoamericani e africani basati per la maggior parte su aiuti economici e non su una «solidarietà ideologica».

Tuttavia, come minimo, i nuovi alleati consentono a Teheran di mitigare l'isolamento in cui si trova e potrebbero ospitare programmi militari segreti. Nella peggiore delle ipotesi, Teheran potrebbe cooperare con Caracas per destabilizzare la Colombia di Uribe o lanciare attacchi terroristici contro gli interessi americani. Il Pentagono può aver rafforzato le difese nel Golfo Persico, ma l'Iran e i suoi alleati potrebbero colpire nel centroamerica, è lo scenario evocato da Rubin. Nel frattempo, è spuntato questo dossier israeliano secondo cui Venezuela e Bolivia forniscono all'Iran l'uranio necessario per dotarsi di armi nucleari.