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Thursday, October 17, 2013

Manovra di galleggiamento

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Non è certo la "svolta" che molti si aspettavano, tanto meno quello "shock fiscale" che molti invocano pur senza grandi speranze. E' una manovra di galleggiamento (del governo, soprattutto), dove la stabilità rischia di confondersi con l'immobilismo. La resistenza, purtroppo bipartisan, a procedere con decisione sul fronte dei tagli alla spesa pubblica ha impedito al governo di essere più coraggioso nella riduzione del carico fiscale su famiglie e imprese. Riduzione che di fatto, come vedremo numeri alla mano, è nella migliore delle ipotesi inconsistente, se non inesistente. Un calo della pressione fiscale di un punto percentuale nell'arco di tre anni, dal 44,2 al 43,3%, e una diminuzione davvero misera del cuneo fiscale (2,5 miliardi) sono davvero troppo poco per pensare di invertire il ciclo economico.

Da notare il doppio tentativo del governo di influenzare lo "spin" sulla manovra. Non si può escludere infatti che aver fatto filtrare le ipotesi dei tagli alla sanità e dell'aumento dell'aliquota sulle "rendite" finanziarie, per poi evitarli all'ultimo momento, avesse la funzione di far tirare un sospiro di sollievo sia a sinistra che a destra, predisponendo gli osservatori ad un accoglimento meno severo della legge di stabilità. Poi, l'accorgimento di presentare su base triennale l'ammontare dell'intervento sul cuneo fiscale, così da gonfiarne le cifre. Ma proviamo a triplicare anche altre grandezze di finanza pubblica: i 5 miliardi in tre anni di sgravi a favore dei lavoratori sono l'1% del gettito Irpef triennale (quasi 500 miliardi) e i 5,6 miliardi di sgravi alle imprese corrispondono ad 1/20 di quanto versano di sola Irap in tre anni. Nel 2014, in realtà, l'intervento sul cuneo fiscale vale appena 2,5 miliardi su una manovra di 11,5: il resto è per lo più una pioggia di nuove spese, come sempre.

Certo, politicamente il governo Letta sembra non aver offerto ai suoi nemici, a destra come a sinistra, il pretesto, la "pistola fumante", per cui farlo cadere. Ma nonostante questi tentativi di influenzare la copertura mediatica della manovra, la delusione è palpabile un po' in tutti gli attori politici e sociali, così come negli editoriali dei principali giornali, e vissuta con un certo imbarazzo persino tra gli "sponsor" del governo Letta e dai cantori della cosiddetta "stabilità". Davvero difficile per chiunque non riconoscere la pochezza e lo scarso coraggio di questa legge di stabilità.

Ma vediamo gli altri numeri. Il valore complessivo della manovra è di 11,6 miliardi nel 2014 (e 7,5 sia nel 2015 che nel 2016). Rispetto alla manovra del governo Monti c'è un leggero riequilibrio nelle coperture. Le maggiori entrate fiscali pesano sempre in modo eccessivo, ma in misura minore che in passato: 1,9 miliardi, anche se altri 300 milioni arrivano dalla rivalutazione delle attività delle imprese e 2,2 miliardi dalla revisione della tassazione delle svalutazioni e delle perdite su crediti degli intermediari finanziari. Dai tagli alla spesa corrente arrivano 3,5 miliardi (2,5 dal bilancio dello Stato e un miliardo dalle spese di funzionamento delle Regioni): si tratta comunque di meno dello 0,5% del totale della spesa pubblica e nel trienno solo del 2% in meno (16 miliardi). Da dismissioni e rivalutazioni di cespiti e partecipazioni arriveranno 500 milioni l'anno. I 3 miliardi restanti vengono definiti da Letta un «premio» per la chiusura della procedura di deficit eccessivo. Ci giochiamo, insomma, un minimo di flessibilità in più che ci viene concessa dall'Europa.

Ma le due manovre sono difficilmente comparabili: quella di Monti servì a correggere i conti pubblici, quella del governo Letta-Alfano serve a finanziare per 2/3 nuova spesa pubblica e solo per 1/3 riduzioni di imposte. Sono una miriade le voci finanziate: le missioni all'estero, il 5 per mille, la cassa integrazione in deroga, gli investimenti degli enti territoriali, la manutenzione straordinaria della rete autostradale, l'Anas e le Ferrovie, il Mose, il fondo per le politiche sociali, il fondo per lo sviluppo e la coesione, il fondo per le università, i fondi per le non autosufficienze, per i lavoratori socialmente utili e per la Social Card. E ancora aiuti all'editoria, agli autotrasportatori e agli agricoltori. Tra i tagli alla spesa solo limature, nessun intervento strutturale. Il nuovo "contributo di solidarietà" dalle pensioni d'oro dovrebbe valere una sessantina di milioni su un costo totale della platea individuata che si aggira sui 3,5 miliardi. La sola parte eccedente i 100 mila euro di questi redditi da pensione ci costa circa 857 milioni, quindi il contributo medio sarebbe del 7% della parte eccedente i 100 mila euro (gli 857 milioni) e nemmeno del 2% rispetto al costo complessivo degli assegni (i 3,5 miliardi).

Ma cerchiamo di capire quale sarà nel 2014 il saldo reale per i cittadini, in termini di tasse, rispetto all'annus horribilis che sta per finire, il 2013. L'aumento della detrazione Irpef sul lavoro dipendente vale 1,5 miliardi, una decina di euro in più al mese in busta paga per i redditi medio-bassi (picco di 172 euro l'anno per chi dichiara 15 mila euro). A cui però vanno subito sottratti 500 milioni di minori agevolazioni fiscali (detrazioni per spese sanitarie e istruzione di cui usufruiscono quasi tutte le famiglie), ben 900 milioni per l'incremento dell'imposta di bollo sulle attività finanziarie (la nuova "stangatina" sul risparmio), nonché il ritorno dell'Irpef sulle seconde case sfitte (questi ultimi due aumenti colpiscono una platea più ristretta di contribuenti ma sottraggono comunque potere d'acquisto).

Poi ci sono due certezze e due incognite. Prima certezza: resta l'aumento dell'Iva dal 21 al 22%, che per il governo sembra ormai un capitolo chiuso (4 miliardi l'anno, 3 in più rispetto al 2013). Seconda certezza: l'aumento delle accise su carburanti (75 milioni), alcolici (130 milioni), sigarette elettroniche (117 milioni), lubrificanti e tabacchi (50 milioni). E veniamo alle incognite. Quale sarà il gettito della nuova Tasi, l'imposta che dovrebbe sostituire l'Imu sulla prima casa? Per ora sappiamo che l'aliquota base prevista è dell'1 per mille, ma non è chiaro se, e fino a quanto, ai Comuni sarà permesso di aumentarla (il tetto massimo dovrebbe coincidere con quello della vecchia Imu). Nella legge di stabilità il governo ha trasferito ai Comuni un solo miliardo (invece di due, come ipotizzato) per coprire esenzioni e detrazioni volte ad alleggerire il peso della nuova imposta, ma se le aliquote finali della componente Tasi (tra quella base e i rialzi dei Comuni) si avvicinassero a quelle dell'Imu, ecco che potrebbero restare 2/3 miliardi in più da pagare rispetto al 2013 (Confcommercio stima 2,4 miliardi di euro in più dalla "Trise"). Un vero e proprio gioco delle tre carte. Si pagherà meno (forse) del 2012, quando era in vigore l'Imu sulla prima casa, ma certamente più di quest'anno in cui l'Imu è stata cancellata.

Seconda incognita: l'Iva. Resta infatti la minaccia di un ulteriore peggioramento di alcune aliquote come risultato della rimodulazione a cui sta lavorando il governo. Per non parlare della cancellazione della seconda rata dell'Imu per quest'anno, per cui ancora non sono note le coperture. Dunque, tutto sommato e tutto sottratto, si può affermare senza timore di smentite che nel 2014 pagheremo più tasse che nel 2013 e, forse, persino più che nel 2012 (lo scopriremo solo pagando la "Trise"). Non va molto meglio alle imprese, che si vedono concedere una riduzione di 40 milioni della componente Irap relativa al costo del lavoro e un taglio dei contributi sociali di un miliardo circa.

A questo punto vi starete chiedendo come si spiega il calo della pressione fiscale di un punto percentuale in tre anni sbandierato dal governo ieri sera, se le tasse dal 2014 potrebbero addirittura aumentare. Non va dimenticato che si tratta di una grandezza percentuale in rapporto al Pil e il punto in meno è una conseguenza delle previsioni di crescita (ottimistiche) inserite nel Def, e non di chissà quali tagli di tasse.

L'impianto di questa legge di stabilità risponde ad una logica di redistribuzione del reddito (di un reddito che non c'è), piuttosto che di riduzione del peso dello Stato, e quindi delle tasse. Una logica tipica dei governi di centrosinistra per come li abbiamo conosciuti sia nella Prima che nella Seconda Repubblica.

Friday, June 28, 2013

Governo di larghi acconti e lunghi rinvii

Anche su L'Opinione e Notapolitica

Con le misure varate per il lavoro e le coperture-beffa del rinvio di 3/6 mesi dell'aumento Iva il governo Letta ha toccato vette di presa per i fondelli forse mai raggiunte prima. Innanzitutto, se si biasimava l'ultimo governo Berlusconi per la cosiddetta politica degli annunci, bisogna osservare che sia Monti che Letta non sono da meno: ormai a Palazzo Chigi si approvano comunicati, slogan, mentre per i testi si aspettano giorni, tanto che viene da chiedersi chi effettivamente abbia l'ultima parola su di essi.

Dal governo delle "larghe intese" al governo dei "larghi acconti" e dei "lunghi rinvii". E' possibile che le scelte compiute sull'Iva siano ancor più dannose per la nostra economia dell'aumento al 22% che era previsto dal primo luglio. Non essendo del tutto scongiurato, infatti, il rinvio in sé non rappresenta quel segnale di inversione di tendenza nella politica fiscale che può mutare, aumentandola, la propensione al consumo e agli investimenti. Il segnale, semmai, rischia di essere di segno opposto.

La decisione, poi, di "coprire" il rinvio aumentando in modo surreale gli acconti Irpef/Ires/Irap costringerà tutti i soggetti interessati - imprese, lavoratori autonomi, possessori di conti corrente - ad accantonare per la scadenza di novembre ulteriori 2,6 miliardi di euro, calcola la Cgia di Mestre, da anticipare all'erario. Il che vuol dire meno liquidità proprio per quei settori che più soffrono per la "stretta del credito" da parte delle banche.

Per non parlare dell'assurdità logica di acconti che ormai hanno raggiunto il 100% (Irpef), o l'hanno addirittura superato (Ires e Irap al 101% e ritenute su interessi di conti correnti e depositi al 110%). Ora, immaginate la situazione: state acquistando un abito o una lavatrice da 600 euro, e il negoziante vi chiede un acconto di 660, assicurandovi che vi restituirà la differenza dopo un anno. Quale sarebbe la vostra reazione?

Il premier Letta ci tiene a precisare che non si tratta di nuove tasse, ma solo di anticipazioni rispetto al saldo calcolato sulle dichiarazioni di giugno 2014 (ma gli eventuali rimborsi arriveranno solo tra settembre e novembre). Una beffa doppia per quelle imprese che ancora aspettano decine di miliardi di pagamenti da parte delle amministrazioni pubbliche, e che ora si vedono costrette a concedere ulteriore credito al loro debitore. Un "acconto", infatti, superiore al saldo, quindi di fatto un acconto a 2 anni, non è altro che un "prestito forzoso" allo Stato, a cui bisognerebbe applicare i relativi interessi.

Ma non solo acconti maggiorati. Anche una super-tassa di consumo, pari al 58,5% del prezzo di vendita, sulle sigarette elettroniche, di fatto equiparate a quelle di tabacco, e la possibilità di aumento dell'addizionale Irpef di regioni e province a Statuto autonomo. Dunque, in totale continuità con le manovre dei passati governi, il 78% della copertura, calcola il Sole24Ore, arriva da nuove tasse.

Resta bizzarro, ma diremmo politicamente ed economicamente criminale, che su oltre 800 miliardi di euro di spesa pubblica prevista nel 2013 il ministro dell'economia non riesca a trovare 4 miliardi per cancellare l'aumento dell'Iva. Prima Monti, ora Saccomanni e Giovannini, sono soprattutto i tecnici a deludere. Resterà un mistero, infatti, perché da premier e da ministri fanno l'esatto contrario delle cose, quasi sempre giuste, che suggerivano alla politica dal loro ruolo di "tecnici", alla Banca d'Italia o all'Istat.

Anche il pacchetto per il lavoro è risibile. Con l'economia in caduta, nessuna politica in atto per risollevare la domanda, e nessuna riforma in vista per rendere flessibile anche in uscita il mercato del lavoro, quale impresa si accollerebbe "a vita", cioè assumendolo con contratto a tempo indeterminato, un giovane tra i 18 e i 29 anni, quindi si presuppone privo di esperienze lavorative, per soli 18 mesi di sconti contributivi, senza la prospettiva di una diminuzione strutturale del costo del lavoro? Questi incentivi saranno d'aiuto per lo più agli imprenditori che decideranno di assumere i loro figli ventenni. Se non altro parte dei fondi potrebbero restare inutilizzati.

Le ultime stime macroeconomiche di Confindustria delineano un quadro di tale gravità della crisi in atto che le misure varate dal Governo, e il suo approccio complessivo, appaiono nella migliore delle ipotesi inadeguate. Un ulteriore calo del Pil dell'1,9% quest'anno, dopo quello già drammatico del 2012 (-2,4%), non rappresenta purtroppo nemmeno un rallentamento della caduta della nostra economia, che dovrebbe cominciare a riprendersi - ci viene assicurato, come ogni anno - nel IV trimestre. Peccato che anche nell'ultimo trimestre del 2012 avremmo dovuto riprenderci. Possibile che la ripresa arrivi sempre nel IV trimestre? Peccato non sapere di quale anno!

Disoccupazione dal 12,2% di quest'anno al 12,6% del prossimo, con 817 mila occupati in meno rispetto al 2007. E, ovviamente, una pressione fiscale effettiva insostenibile, il 53,6%, record nell'intera storia delle democrazie occidentali. Questi dati confermano che la via al risanamento attraverso l'aumento delle tasse anziché i tagli alla spesa, intrapresa dal governo Monti e non ancora invertita dal governo Letta, non solo deprime il potenziale di crescita, ma finisce per compromettere gli stessi obiettivi di bilancio che si prefiggeva. E mentre è totale il nostro immobilismo sul fronte della spesa, nel Regno Unito il governo Cameron già programma i tagli alla spesa per il 2015-2016. Altro che prendersela con i "paradisi fiscali", la politica dovrebbe preoccuparsi di combattere l'"inferno fiscale" in cui siamo.

Tuesday, May 14, 2013

L'Imu mette ko il mercato immobiliare

Anche su Notapolitica e L'Opinione

La fotografia scattata dal rapporto di Abi e Agenzia delle Entrate sul mercato immobiliare è impietosa ma non sorprendente. Che l'Imu, associata alla stretta del credito in atto, avrebbe avuto effetti devastanti, da queste parti l'avevamo previsto fin dalla sua introduzione, nel dicembre 2011.

Ora ne abbiamo solo la conferma: nel 2012 il mercato immobiliare è letteralmente crollato. Rapidamente i dati essenziali: un calo del volume degli scambi del 25,7% rispetto al 2011 e il tasso tendenziale trimestrale (-19,5% nel I trimestre 2012 e -30,5% nell'ultimo) indica un ulteriore peggioramento nel 2013; oltre 150 mila compravendite in meno, 448.364 in tutto (quasi come nel 1985), per un valore complessivo stimato di 75,4 miliardi di euro rispetto ai 101,9 del 2011. In un anno, dunque, il settore ha perso scambi per 27 miliardi. Il che significa anche meno entrate per le casse dello Stato: per circa 12 miliardi in più, rispetto alla vecchia Ici, incassati grazie all'Imu, principalmente a causa dell'Imu un minor gettito dalle imposte di registro per una cifra che dovrebbe aggirarsi tra 1 e 2,7 miliardi, per effetto del crollo delle compravendite.

Calo significativo anche dei prezzi delle case: nel 2012 del 2,7%, ma nel IV trimestre del 4,4%, il secondo peggior dato dal 1980. Si prospetta quindi un 2013 altrettanto nero. Infatti nel primi tre mesi di quest'anno l'Abi stima un calo dei prezzi dell'1,1% rispetto all'ultimo già disastroso trimestre del 2012.

Molti economisti da salotto tv, e purtroppo anche molti economisti di scuola liberale, hanno sottovalutato l'impatto recessivo dell'Imu. Pensavano che colpendo il patrimonio non avrebbe avuto effetti troppo negativi sulla crescita, o comunque che sarebbe stata un'imposta «fra le meno dannose», molto meno dannosa e distorsiva di altre tasse, come l'Irap per esempio. In astratto poteva essere corretto, ma non si è considerato 1) che seppur calcolata su base patrimoniale, cioè in base al valore dell'immobile che si possiede, alla fine è sempre attingendo al proprio reddito personale, o ai ricavi d'impresa, che si paga l'Imu; e 2) che l'Irap deprime sì la nostra economia, le impedisce di crescere, anzi la condanna al declino, ma esiste da anni e probabilmente gli attori del sistema economico le hanno ormai preso le misure.

Il nuovo salasso, invece, si è abbattuto falciando tutto: consumi delle famiglie, utili delle imprese, valori immobiliari, quindi edilizia e banche. Il mercato immobiliare, il settore dell'edilizia erano sì in contrazione da anni, ma lentamente, mentre nel 2012 abbiamo assistito ad un vero e proprio crollo, uno "scalone", che non si può non spiegare principalmente con l'introduzione dell'Imu: solo nell'edilizia 200 mila posti di lavoro in meno in un anno.

Una riduzione piuttosto cospicua della rendita delle abitazioni comporta automaticamente anche una perdita del valore patrimoniale degli immobili degli italiani (soprattutto quelli di minor pregio e "popolari"). Su un patrimonio complessivo stimato di 5 mila miliardi, stiamo parlando di diverse centinaia di miliardi di minor ricchezza nazionale per una manciata di miliardi in più nel bilancio pubblico. A conti fatti per 10-12 in più rispetto alla vecchia Ici si rischia di infliggere un vero e proprio colpo di grazia alla nostra economia. Oltre al danno reale sul patrimonio, infatti, c'è l'effetto psicologico: la perdita di sicurezza anche nelle classi benestanti è causa di una minore propensione al consumo anche da parte di chi potrebbe permetterselo e, dunque, aggrava ulteriormente la crisi della domanda interna, portando alla chiusura di attività produttive e alla perdita di posti di lavoro.

La verità è che puoi inventarti la tassa più giusta, equa e meno distorsiva possibile, ma al livello di vera e propria spoliazione fiscale in cui siamo, anche un centesimo di euro in più di tasse, ovunque e comunque prelevato, avrebbe determinato effetti recessivi devastanti. L'Imu appariva anche a molti economisti di scuola liberale una tassa accettabile. E di fronte alla proposta propagandistica di Berlusconi di cancellarla, almeno sulla prima casa, e addirittura di restituire quanto versato nel 2012, si sono esercitati in una forma di "benaltrismo": ben altre sarebbero le tasse da tagliare. Un dibattito, purtroppo, che di fronte a questi dati rischia di rivelarsi poco più di una sterile disputa accademica.

Tra i tanti, Luca Ricolfi ha avuto l'onestà intellettuale di ammettere di aver sottovalutato l'impatto recessivo dell'Imu e di aver quindi «cambiato opinione», fino a dare ragione all'"antipatico" Brunetta, esortando su La Stampa a «parlare di tasse senza ideologie». Per esempio, considerare di tagliare l'Imu senza la riserva mentale di non dare ragione a Berlusconi, che ha imposto il tema al centro dell'ultima campagna elettorale.

L'introduzione dell'Imu nel dicembre 2011 poteva essere sostenibile se compensata da un alleggerimento del carico fiscale su altri fronti. Sarebbe dovuta essere una misura emergenziale, quindi temporanea, "una tantum", in attesa che il governo avesse il tempo di reperire dai tagli alla spesa pubblica le risorse necessarie a riequilibrare il bilancio. Peccato che una volta introdotta l'Imu, il governo Monti non abbia proceduto a tagliare la spesa in misura sufficiente ad alleggerire il carico fiscale.

Wednesday, May 08, 2013

Tagliare Imu o Irap? Un falso dilemma

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Abolire l'Imu sulla prima casa, o cominciare a tagliare il costo del lavoro, per esempio l'Irap? Un po' come chiedersi se sia preferibile un uovo oggi o una gallina domani, laddove l'abolizione dell'Imu sarebbe forse l'uovo e il taglio dell'Irap la gallina. Non c'è dubbio, infatti, che dal punto di vista razionale della teoria economica, a parità di risorse una riduzione del costo del lavoro avrebbe un effetto più virtuoso su crescita e occupazione. Sarebbe però un errore sia sottovalutare l'impatto recessivo dell'Imu - anche indiretto, psicologico - sulla domanda interna, sia sopravvalutare le cifre che vengono evocate.

Innanzitutto, se è vero che il versamento medio dell'Imu sulla prima casa è stato di 225 euro, è anche vero che dagli stessi dati ufficiali emerge che una fetta rilevante di popolazione, soprattutto nelle grandi città, ha pagato cifre ben oltre la media e che non si può stabilire una corrispondenza attendibile tra le fasce più ricche di contribuenti e coloro che hanno versato un'imposta anche molto superiore alla media. Se il 6,79% dei contribuenti ha pagato in media 961 euro, affinché il versamento medio di chi dichiara oltre i 120 mila euro (solo l'1,01%) possa fermarsi a quota 629 euro, molti di costoro devono aver pagato centinaia di euro in meno, e molte centinaia in più molti di coloro che dichiarano meno di 120 mila euro. Oltre all'aspetto numerico, poi, conta quello psicologico, dal momento che l'Imu pesa sui bilanci famigliari proprio in corrispondenza dell'inizio delle ferie estive (e i saldi) e del periodo natalizio, quando la propensione ai consumi potrebbe aumentare.

Se di 4 miliardi si tratta, che sia l'Imu o l'Irap ad essere tagliata, cambierebbe poco. Sollievo sì, ma probabilmente più psicologico che sostanziale. Più momentaneo che duraturo. L'Italia ha bisogno di tutt'altro shock fiscale per riconomiciare a crescere. Dunque, perché accapigliarsi tra abolizione dell'Imu sulla prima casa e taglio dell'Irap? Perché i due interventi dovrebbero essere in contrasto tra di loro? Si sa che le risorse sono per definizione scarse, anzi nel nostro caso persino inesistenti. Si sente quindi parlare di "coperta troppo corta", per cui ovunque la si tiri c'è sempre una parte che rimane scoperta. E se invece la coperta fosse lunga, addirittura troppo lunga, ma ci fosse qualcuno che la tira tutta dal suo lato?

Possiamo permetterci una spesa pubblica ormai oltre la metà del Pil? Su 800 miliardi di spesa pubblica l'anno (720 circa al netto degli interessi sul debito), può spaventare un taglio dell'1, del 2 o del 3%? E lo Stato non possiede asset vendibili per abbattere in tempi congrui di un 10 o 20% lo stock di debito pubblico, così da farci risparmiare miliardi di interessi l'anno? La sensazione è che come al solito la questione sia di volontà e capacità politica e che la scelta, posta in termini quasi esistenziali, tra Imu e Irap sia un falso dilemma.

Ci si meraviglia che tutto il dibattito sugli interventi più urgenti di politica economica ruoti attorno all'Imu sulla prima casa. Ma se da una parte è vero che il tema viene usato da Berlusconi e dal Pdl come cavallo di battaglia elettorale, dall'altra la strenua opposizione alla sua abolizione sembra altrettanto ideologica, e contribuisce anch'essa a conferire al tema una centralità, rispetto alle sorti del paese, che probabilmente non merita. Forse tutta questa resistenza per non concedere una vittoria al "caimano", ma bisognerebbe considerare che eliminando l'Imu sulla prima casa si priverebbe una volta per tutte Berlusconi di un formidabile strumento di propaganda elettorale (e 4 miliardi in più tra consumi e depositi in banca non fanno certo male all'economia).

Insomma, c'è un accanimento sproporzionato sull'Imu, ma bidirezionale, da parte di chi ne propone l'abolizione, ma anche da parte di chi vi si oppone, dal momento che la cifra di cui parliamo non può far tremare un bilancio da 800 miliardi annui. Davvero tra questi 800 non se ne possono trovare 4 da tagliare (lo 0,5%)? Qualcuno iniziò la campagna elettorale minacciando che se l'Imu fosse stata abolita, sarebbe dovuta essere reintrodotta molto presto ma raddoppiata. Quello stesso candidato durante la campagna avrebbe poi corretto il tiro ammettendo la possibilità, e l'opportunità, di un alleggerimento. Ebbene, in ogni caso a quelle minacce gli italiani non hanno creduto e tuttora non credono.

Per quanto riguarda l'Irap, da tutti gli economisti definita la tassa più recessiva e distorsiva che grava sulle attività produttive, si può cominciare a tagliarla sensibilmente senza rinunciare all'abolizione dell'Imu sulla prima casa. Si può fare sfoltendo un capitolo della spesa pubblica a sua volta distorsivo e per lo più improduttivo: quello dei sussidi alle imprese. Producendo quindi un effetto doppiamente virtuoso. Da quasi un anno, dal luglio scorso, è pronto il rapporto Giavazzi che individua ben 10 miliardi di tagli ai sussidi da destinare speficamente alla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro. Perché non se ne parla più? Si può correggere, migliorare, ma dai sussidi per poche imprese (solo meglio rappresentate), non dall'Imu sulla prima casa, si possono prelevare le risorse per ridurre il costo del lavoro per tutte.

Friday, November 09, 2012

Fondo Giavazzi? Più che una goccia, una lacrima

Renato Brunetta è tornato a confermarlo anche ieri: nella legge di stabilità, all'esame della Camera, ci sarà spazio per un "fondo Giavazzi" – la cui formula lo stesso ex ministro ammette essere «un po' vaga» – in cui far confluire le risorse provenienti dal riordino del sistema dei sussidi pubblici alle imprese (una spesa totale di 33 miliardi annui) per finanziare un credito d'imposta per ricerca e innovazione e la riduzione dell'Irap, secondo lo schema suggerito dal professore bocconiano.

Passi il fatto che il rapporto Giavazzi non contemplava l'ennesimo credito d'imposta (semmai si limitava a "salvare" dai tagli suggeriti le agevolazioni fiscali sulle spese per ricerca e sviluppo), della proposta originaria sembra essere rimasto solo il nome del suo autore, il quale a questo punto dovrebbe dire la sua. Il rapporto che il governo stesso gli ha commissionato, infatti, si è perso per quasi sei mesi nelle stanze dei ministeri per riemergere, infine, completamente svuotato. I 10 miliardi di risparmi ipotizzati, passati al vaglio dei "tecnici" dei ministeri, sono diventati prima 3, poi 500 milioni, secondo quanto riporta Alessandro Barbera su La Stampa: un ventesimo (l'1,5% della spesa totale).
(...)
Un po' poco perché si possa ritenere credibile lo sforzo compiuto e perché si possa parlare di una vera “spending review”, che per definizione di chi l'ha inventata dovrebbe portare a rigiustificare da zero euro ogni singolo programma di spesa. E qui si tratta di mille minuscoli rivoli, alcuni tra l'altro con denominazioni talmente oscure e incomprensibili da legittimare il sospetto che chi li gestisce, nei ministeri, abbia interesse a non condividere lealmente le informazioni e a lasciare tutto com'è.

I “poteri forti” che si oppongono, evidentemente con successo, ad ogni taglio ai cosiddetti «contributi alle imprese» si possono distinguere in tre diverse categorie. Ci sono i grandi gruppi pubblici, che grazie ai trasferimenti statali si garantiscono una posizione di monopolio, o comunque di forza, nei loro rispettivi mercati. Le aziende municipalizzate, quindi gli enti locali, e le Regioni, che attraverso l'elargizione dei fondi, in forme più o meno velate, più o meno spudorate, controllano il consenso sul territorio. E infine, a livello centrale e apicale della pubblica amministrazione, i vertici dei ministeri, dove il gioco si fa più sottile e inafferrabile. E' enorme, infatti, nei decenni, accelerata dal rapido susseguirsi dei governi, la stratificazione di fondi e crediti d'imposta di cui i politici non possono avere memoria ma certo la conservano gli apparati burocratici, che li conoscono e, di fatto, li gestiscono. Il rischio è che questa miriade di minuscoli fondi, dalla denominazione incomprensibile e dagli scopi ancor più ambigui, vengano utilizzati con estrema discrezionalità, e spesso come strumenti di autopromozione presso i politici e dei ministri di turno, dagli alti e inamovibili burocrati dei ministeri. Gli stessi guarda caso chiamati a verificare la fattibilità di un rapporto che propone di tagliarli. E che con un'opacità più che sospetta, una padronanza della materia un po' “sacerdotale”, ci spiegano che servono, anche se non a cosa, e che si possono tagliare solo 500 milioni.

Possibile che il professor Giavazzi e il suo team siano stati così imprecisi nella stima dei fondi da tagliare? Sarà questa la dotazione del fondo dei "volenterosi" Brunetta e Baretta? E dei 6,7 miliardi liberati dalla rinuncia alla riduzione dell'Irpef (1 miliardo nel 2013, 3,2 nel 2014 e altri 2,5 nel 2015), cosa rimane per il taglio dell'Irap se nei primi due anni se ne spendono 2 per lavoro e famiglia, come previsto dall'accordo tra i relatori, e se restano da finanziare la salvaguardia di altri "esodati", minori tagli ai Comuni, alla scuola e al comparto sicurezza, e altre misure «per il sociale»? Resta una goccia, o piuttosto una lacrima. Nominare "Giavazzi" un fondo così finanziato e concepito sarebbe solo un modo per confondere le acque. Far credere che si è agito laddove non si è mosso un dito è il miglior modo per difendere lo status quo.
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Tuesday, April 17, 2012

Delega fiscale, l'ennesimo bluff

Non c'è «l'ideona» per la crescita, ma la fantasia sul fronte fiscale è fervida, non passa giorno senza un nuovo balzello (scongiurata in extremis l'ultima beffa, l'Irpef sulle borse di studio). Ma svanita la luna di miele con la stampa e gli investitori, in molti ormai concordano sul peccato capitale del governo Monti: poco o nulla per la crescita, solo tasse. Nel presentare il Salva-Italia il premier aveva giustificato il ricorso quasi esclusivo all'aumento della tassazione con la necessità di agire in tempi ristretti, ma assicurato che sarebbero stati i tagli alla spesa in futuro a garantire il risanamento dei conti e una sensibile riduzione del cuneo fiscale. Lo sgravio, pur minimo, dell'Irap e l'introduzione dell'“Ace” furono inseriti nel decreto espressamente come primi segnali della direzione verso cui intendeva muoversi il governo. Così come l'aggravio delle imposte indirette e patrimoniali sarebbe stato compensato da un alleggerimento di quelle dirette. Ebbene, la delega fiscale che il Cdm ha varato ieri sera e di cui mentre scriviamo sono note alcune anticipazioni delude nuovamente tali aspettative.

L'unico contentino ai contribuenti, più una promessa che una realtà, è il fondo in cui far confluire il gettito della lotta all'evasione da destinare a sgravi fiscali. I quali però potrebbero essere una tantum: sarebbe rischioso prevedere tagli strutturali su introiti variabili di anno in anno. Inoltre, il dibattito in seno al governo su come utilizzare quel gettito è ancora aperto e l'idea prevalente sarebbe quella di poterlo destinare anche ad un'eventuale correzione dei conti o a nuove spese per lo sviluppo.

Il governo si impegna ad adottare i decreti attuativi «entro nove mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge», il che significa che li vedremo – se li vedremo – appena prima delle elezioni del 2013. Chi ci scommette?
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Friday, September 30, 2011

Cavallo di Troia per la patrimoniale?

Abbiamo dato la pagella a governo e opposizione sulla base della lettera di agosto della Bce, pubblicata ieri dal Corriere. Oggi proviamo a dare i voti al documento di Confindustria, che appare innanzitutto costruttivo nel metodo, dunque nessuna invasione di campo ma un contributo trasparente, limpido, seppur tardivo. Finalmente Confindustria si espone e dice chiaramente come la pensa, le misure che vorrebbe venissero varate dal governo. Nel merito è in larga parte condivisibile, diciamo all'80%. Bene i punti 1, 3, 4 e in parte 5. Mentre nel punto 2, quello sulla riforma fiscale, mi pare di aver capito che in sostanza si propone una tassa patrimoniale per pagare crediti d'imposta et similia. Ma vediamo le proposte nel dettaglio.

Alcuni dei dati riportati sono emblematici, soprattutto dovrebbero far riflettere chi si lamenta dei «tagli» e i cittadini che magari si convincono che si sta facendo «macelleria sociale». Dimostrano come la spesa pubblica sia aumentata esponenzialmente nell'ultimo decennio (2000-2010), ben oltre crescita del Pil e inflazione. In particolare, la spesa sanitaria è cresciuta «da 67,5 miliardi a 113,5 miliardi». Eppure non si ricordano terribili pestilenze. Possibile che dieci anni fa il sistema funzionasse in modo più o meno identico ma con il 40% delle risorse in meno? La spesa per acquisti di beni e servizi della pubblica amministrazione è salita «da 87,4 a 137 miliardi» (aumento del 56,8% in termini nominali e del 45,7% in termini reali). E sulle pensioni, fa letteralmente rabbrividire che stando agli ultimi dati disponibili, relativi al 2008, paghiamo ben 55 miliardi l'anno a persone con meno di 64 anni di età, e di questi ben 17 miliardi sono erogati a persone fra i 40 e i 59 anni!

Sotto la voce riforma delle pensioni, Confindustria propone di «eliminare rapidamente le pensioni di anzianità», «accelerare l'aumento dell'età di pensionamento di vecchiaia», «equiparare l'età di pensionamento delle donne a quella degli uomini anche nel settore privato», e «abrogare tutti i regimi speciali». Voto: 10.

Riguardo la riforma fiscale, chiede nuove deduzioni Irap, crediti di imposta per gli investimenti in ricerca e innovazione delle imprese, decontribuzione dei premi produttività e l'«avvio della revisione dell'Irpef». Interventi che costerebbero 6 miliardi, calcola Confindustria, da finanziare interamente con una tassa patrimoniale ordinaria: un prelievo annuale sul patrimonio delle persone fisiche ad aliquota contenuta (1,5 per mille) e con una soglia di esenzione (1,5 milioni di euro). In pratica, la proposta Abete. Per combattere l'evasione fiscale le associazioni delle imprese propongono di abbassare a 500 euro il limite per l'utilizzo del contante e di ricorrere a misure di contrasto di interessi, cioè altre detrazioni, come quelle del 36% per gli interventi in edilizia e del 55% per l'efficienza energetica. Voto: 4.

Al punto 3) del documento Confindustria suggerisce privatizzazioni immobiliari e dei servizi pubblici locali. Voto: 10. Al punto 4) la liberalizzazione delle professioni e semplificazioni normative e amministrative. Voto: 10. Infine, il punto 5) è dedicato alle «grandi priorità infrastrutturali» e agli incentivi alle fonti di energia rinnovabili e alle tecnologie per l'efficienza energetica. Voto: 6.

La parte fiscale è quella meno convincente. Se reperire da una vera riforma delle pensioni le risorse per ridurre la pressione fiscale su lavoro e impresa è la cosa giusta da fare, del tutto superflua invece, anzi pericolosa, è una patrimoniale di 6 miliardi che finanziarebbe solo per 1/3 l'«avvio della revisione dell'Irpef» (costo previsto 2 miliardi) e per 2/3 nuovi sgravi Irpef e Irap. E' pur sempre vero che si tratterebbe di finanziare meno tasse su famiglie e imprese, ma sarebbe in realtà una mera redistribuzione del carico fiscale, non una sua riduzione netta. Trovo che anche quei 6 miliardi di nuovi sgravi dovrebbero venire da tagli alla spesa. Considerato l'elevatissimo livello generale di pressione fiscale, soprattutto dopo le ultime due manovre, non un euro in più dovrebbe arrivare da nuove entrate. Anche perché il rischio, con questo Stato rapace, è che una volta introdotta la patrimoniale alla prima occasione se ne faccia un altro uso.

Vista la resistenza tetragona dei sindacati, della Lega e degli altri partiti di opposizione sulle pensioni, e quella degli enti locali e delle corporazioni sulle liberalizzazioni, il punto del documento che rischia di conquistarsi l'attenzione della politica e dei commentatori nei prossimi giorni, anche perché l'unica novità di rilievo nelle posizioni di Confindustria, è l'apertura degli industriali alla tassa patrimoniale. Il ruolo politico che rischia quindi di giocare questo documento - al di là delle intenzioni dei promotori ovviamente - è quello di cavallo di Troia per la patrimoniale e basta. Nonostante ciò, al governo converrebbe comunque farsi forte sia della lettera della Bce, sia del documento di Confindustria, per riproporre riforma delle pensioni e liberalizzazioni. Può prendere atto dei due interventi con fastidio, oppure aggrapparsi ad essi per non lasciarsi sfuggire forse l'ultima occasione per cambiare il Paese.

Friday, October 23, 2009

Tagliare le tasse tenendo a bada i conti si può

Gli elettori hanno votato il berlusconismo, non il tremontismo

Il Corriere della Sera riferisce di un «colloquio tesissimo» tra Berlusconi e Tremonti: «O la linea europea, quella del rigore e della ragionevolezza sui conti pubblici, o quella della spesa», sarebbe l'aut aut del ministro. Ma davvero un taglio delle tasse è incompatibile con una linea di «rigore e ragionevolezza sui conti pubblici»? Davvero un taglio delle tasse non si può che finanziare in deficit, oppure presterebbe una buona occasione anche per sforbiciare propria la spesa? La «graduale riduzione dell'Irap fino alla sua soppressione» è nel programma di governo e sfido chiunque a sostenere che con i livelli attuali di spesa pubblica e spreco il taglio dell'Irap determinerebbe inesorabilmente più deficit. No, c'è anche l'opzione di ridurre gradualmente l'Irap tagliando qualche spesa di troppo con qualche riforma. Questione di volontà politica. Non una cura shock, thatcheriana, quindi, ma soft. Non si capisce perché, rispetto a un'ipotesi così moderata, Tremonti arrivi a minacciare le dimissioni.

Parli chiaramente, il ministro, denunci pubblicamente il partito della spesa e faccia i nomi di chi c'è dietro, ma a chi gli dice - e sono tanti - giù le tasse e giù la spesa, dica "sì". «Giù le tasse, ma giù anche le spese», si conclude l'editoriale di oggi del Sole 24 Ore, affidato a Guido Gentili. E anche Francesco Forte, su il Giornale, parla di «doppio compito» per Berlusconi, quello di «attuare la promessa di rivoluzione fiscale», ma anche quello di «assicurare la tenuta della finanza pubblica italiana e la sua credibilità internazionale», e propone una sua ricetta, che prevede, tra l'altro, riforma delle pensioni Cazzola-Della Vedova e privatizzazioni. Per il taglio dell'Irap, quindi, tutti concordano che servirebbero altrettanti tagli di spesa pubblica. E le aree dove intervenire abbondano. A questo punto una scelta va fatta: o una stabilità sociale di cui però in pochi, e sempre i soliti, si avvantaggiano; o una crescita più sostenuta che potrebbe favorire molti (creando risorse per riformare il welfare).

Tenendo in considerazione, poi, che con la stabilità il debito pubblico si può al massimo contenere, ma a meno di non voler aumentare le tasse ai soliti noti che le pagano (magari ritrovandosi per le mani un gettito deludente), l'unico modo per uscirne è con più crescita, come ricorda giustamente Francesco Giavazzi nel suo editoriale di oggi sul Corriere. Cominciare riducendo l'Irap è un buon punto di partenza, perché si tratta di un'imposta che colpisce le attività produttive: e si badi bene, non solo le imprese, ma anche lavoratori e occupazione. L'Irap è una tassa suicida perché anziché premiare la produzione e il lavoro, li punisce. E bisogna inoltre considerare che il mondo produttivo tedesco con tutta probabilità usufruirà di un consistente taglio di tasse, nelle intenzioni del nuovo governo democristiano-liberale di Angela Merkel (forse per una cifra che supera il gettito della nostra Irap: 50 miliardi).

Quella che Giavazzi definisce una «minoranza mal sopportata» finora all'interno del governo, tra cui i ministri Gelmini e Brunetta, non ha preferito la stabilità alle riforme, e gode comunque di ampia popolarità, soprattutto nel Pdl e tra gli elettori di centrodestra, quelli che ti consentono di vincere le elezioni. Ma in conclusione, condivido l'appello di Feltri: «Ora giù le tasse, ma salvate Tremonti». Anche se un paio di differenze, rispetto al 2004, quando il ministro fu costretto alle dimissioni, ci sono: Fini non è al governo e l'Udc non fa parte della maggioranza. Anche il quotidiano di Confindustria, pur favorevole a tagliare le tasse, tuttavia non ce l'ha con Tremonti. Oggi Guido Gentili scrive che «non c'è spazio né per restare fermi né per bruciare, oltre il sostegno decisivo della Lega Nord, la credibilità internazionale che Tremonti ha costruito in questa fase di crisi difficilissima».

Stavolta anche Stefano Folli mi pare interpreti bene quando scrive «nessuna sfiducia a Tremonti, ma da Berlusconi viene un preciso segnale». Per quanto sia "intoccabile", e per quanto il premier non voglia effettivamente privarsi di lui, è Palazzo Chigi «che decide la rotta». Il premier lo ha ricordato e Tremonti dovrebbe accettarlo. Gli elettori hanno votato il berlusconismo, non il tremontismo.

Per favore, quindi, il ministro dell'Economia la smetta di raccontarci che non c'è spazio per ridurre le tasse (ridurle facendo quadrare i conti è il suo mestiere), e lui e quello del Welfare non insistano sul fatto che il nostro modello è il migliore del mondo. Così facendo, anzi, non si accorgono di sminuire il loro operato durante la crisi. Se verso l'uscita del tunnel siamo ancora in piedi (conti pubblici entro limiti accettabili, disoccupazione sotto la media Ue), è anche per merito della responsabilità fiscale di Tremonti e Sacconi, ma certo non di un modello socio-economico fatto di elevata spesa pubblica ed elevata tassazione, e di cassa integrazione, che va riformato.

E' proprio questo il momento migliore per affrontare la questione fiscale e tentare di dare slancio alla nostra ripresa.

Monday, November 17, 2008

Meno tasse e riforme contro la crisi

La crisi può essere una straordinaria occasione per abbassare le tasse e riformare lo stato sociale.

Per il piano anti-crisi italiano saranno stanziati 80 miliardi di euro, di cui oltre 40 da fondi europei. Secondo quanto trapela in queste ore, l'approccio verso cui sarebbe orientato il governo è tipicamente keynesiano: la maggior parte di questa somma verrebbe destinata a investimenti in infrastrutture, mentre solo una minima parte alla riduzione del carico fiscale che grava sulle imprese e sulle famiglie.

Peccato, però, che siamo in Italia, non negli Stati Uniti d'America di Roosevelt, e a causa delle lungaggini burocratiche prima che i lavori per un'opera pubblica siano avviati possono passare anche anni. Sul piano fiscale, le misure di cui si parla - un taglio dell'acconto Irpef-Ires di fine anno e un qualche alleggerimento dell'Irap - rischiano di rivelarsi impercettibili. Un pacchetto di stimolo così congegnato risulterebbe quindi inadeguato a sostenere la produzione e i consumi in un periodo di recessione.

Mentre un sollievo reale lo arrecherebbe la possibilità di pagare l'Iva non al momento dell'emissione della fattura, ma al momento dell'incasso, servirebbe una politica fiscale molto più coraggiosa.

Due interventi, soprattutto, potrebbero attenuare sia dal punto di vista economico che sociale il peso della recessione: la riduzione del costo del lavoro, tagliando il cuneo fiscale a beneficio sia delle imprese che dei lavoratori; e l'abolizione della cassa integrazione, che ad oggi copre circa il 17% dei lavoratori (soprattutto della "grande industria", favorita com'è dai suoi stretti rapporti con la politica), sostituendola con un sistema di ammortizzatori universali, che aiuterebbero anche le piccole e medie imprese a ristrutturarsi, a patto che siano fondati sui principi del welfare to work e finanziati estendendo fino a 65 anni sia per gli uomini che per le donnne l'età di pensionamento.