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Thursday, November 29, 2012

Bersani asfaltato in tv, ma lo salveranno regole e terrore di cambiare

Con ogni probabilità le vincerà Bersani le primarie del centrosinistra. Perché l'elettorato tradizionale della sinistra è molto conservatore e diffida delle ricette dal retrogusto liberale di Renzi e persino del suo modo "moderno" di comunicare (solo perché brillante si merita l'accusa di "cripto-berlusconiano"); e perché le regole (doversi impegnare a votare il centrosinistra qualunque candidato vinca e inventare una giustificazione plausibile per votare al ballottaggio se non ci si è registrati al primo turno) hanno reso le primare molto meno aperte di quanto sarebbe servito a Renzi. Fondamentalmente il popolo "de sinistra" è terrorizzato dalla prospettiva di un proprio leader capace di attirare l'elettorato indipendente o di centrodestra, preferisce restare nel proprio rassicurante recinto, anche se minoritario.

Ma siamo seri: se il dibattito di ieri sera l'avessimo visto non su Raiuno ma sulle tv americane, tra due candidati alle primarie Usa, oggi nessuno avrebbe dubbi: Renzi ha completamente asfaltato Bersani. Al contrario del primo dibattito su Sky, a mio avviso vinto dal segretario - mai attaccato, quindi mai a disagio o irritato dalla sfida, e abile a piazzarsi come via di mezzo ragionevole e affidabile tra gli opposti "estremismi" di Renzi e Vendola - ieri sera Bersani è uscito con le ossa rotte, è stato costretto sempre sulla difensiva - con rare eccezioni - ed in generale è sembrato irritato per gli attacchi e fuori posto in un contesto così competitivo.

Sono emerse due visioni di sinistra diametralmente opposte sulla politica economica, sui soldi ai partiti, sulle alleanze e persino sul Medio Oriente. Sarebbe quindi un peccato se dovessimo assistere ad una qualche forma di "ticket", che non converrebbe di certo a Matteo Renzi. Il quale dovrebbe sedersi in riva al fiume ad aspettare che passi il cadavere politico di Bersani, dal momento che se ci arriva davvero a Palazzo Chigi, se Monti non gli soffia la poltrona, con Vendola (e Casini?) non dura più di un anno.

Ieri sera la strategia di Renzi è riuscita alla perfezione. Praticamente su ogni argomento ha sottolineato errori e mancanze del centrosinistra del passato: i poteri concessi a Equitalia da Visco-Bersani; la politica industriale pseudo-keynesiana, con i sussidi ai soliti noti e le grandi opere; il tradimento del referendum sul finanziamento pubblico ai partiti (con citazione della proposta Sposetti); la controriforma delle pensioni che ha abolito lo "scalone", costata 9 miliardi; le alleanze litigiose che hanno riconsegnato il paese a Berlusconi; la legge mai fatta sul conflitto di interessi. Su tutto questo Renzi ha picchiato duro: ogni volta che ricordava i «nostri errori» come centrosinistra si rivolgeva con il linguaggio del corpo e gli sguardi a Bersani, chiamandolo «segretario», ricordando i suoi 2.547 giorni al governo e costringendolo, nella migliore delle ipotesi, ad ammettere che si poteva fare meglio ma cose buone si son fatte, nella peggiore a farfugliare o accampare scuse patetiche. Sul conflitto d'interessi, per esempio, Bersani si è giustificato dicendo che all'epoca non era la sua materia di competenza e non aveva sufficiente credibilità per imporsi.

Ma Renzi ha davvero ridicolizzato Bersani sui soldi alla politica, quando il segretario ha chiamato in causa la democrazia ateniese («sì, ma da Pericle siamo arrivati a Fiorito»), e su una domanda riguardante il primo incontro da premier con il presidente Obama: Renzi parlerebbe al presidente Usa del ruolo e del futuro dell'Europa, e dell'Italia nell'Ue. Bersani ha farfugliato qualcosa su ritiro dall'Afghanistan ed F35. A quel punto il sindaco ha avuto gioco facile nel ricordare a «Pierluigi» che per il rientro dall'Afghanistan le tappe sono già fissate e che sui caccia F35 «non c'entra Obama, dobbiamo decidere noi, e io sono per il dimezzamento».

Nel merito, mai si era sentito un esponente del Pd esporre con tale chiarezza, senza ambiguità, così tanti concetti liberali e blairiani. Dal modello di flexsecurity di Ichino al fisco (meno spesa pubblica, meno tasse); dalla de-burocratizzazione alla scuola («portare il merito nella scuola e premiare gli insegnanti più bravi è di sinistra», ha rivendicato Renzi, mentre Bersani non è riuscito ad andare oltre «almeno a parole trattiamoli bene»); dal finanziamento pubblico ai partiti (da abolire completamente) alle alleanze (no alla nuova "Unione" e no all'inciucio con Casini, un chiaro messaggio ai vendoliani).

Va dato atto a Renzi del coraggio di non aver voluto compiacere a tutti i costi gli elettori su temi in cui di solito si fa molta retorica: ecco, quindi, che la riforma delle pensioni «è ok»; che il Sud deve darsi «una scossa», cambiare mentalità (basta con «raccomandazioni e dintorni»); che il problema del Medio Oriente non è la questione israelo-palestinese, come ha ripetuto Bersani ricorrendo a una retorica di sinistra vecchia di vent'anni, ma l'Iran e i diritti umani; che bisogna ridurre il debito pubblico non perché ce lo impone l'Ue, o la Merkel, ma perché è immorale indebitare i nostri figli e nipoti.

Battuto Bersani anche nelle prime tre misure da adottare una volta al governo: per Renzi tutte e tre sul lavoro, con in testa la flexsecurity di Ichino, mentre il segretario si è limitato ad un generico «qualcosa su lavoro e impresa» (qualcosa?), come terzo punto dopo cittadinanza agli immigrati e anti-corruzione/anti-mafia.

Bersani - che per l'occasione sembrava avesse tirato fuori da un armadio di Botteghe oscure lo stesso completo marrone che indossava Occhetto contro Berlusconi nel '94 - ha puntato sull'orgoglio di partito, sulla sua esperienza, da non rottamare, e sull'insicurezza crescente dovuta alla crisi, che richiede presenza dello Stato e pochi grilli per la testa. Ma molto genericamente, non è riuscito a dire una cosa una che apparisse concreta di politica economica in tutto il dibattito, nemmeno nelle prime tre misure che adotterebbe da premier («governare vuol dire anche sorprendere»).

«Qualcosa bisognerà fare» per questo o quest'altro, è stata la sua risposta buona per tutti gli argomenti. Cose da fare qui e là, roba generica, il «saper fare italiano», «cerchiamo di dare un po' di lavoro» (come se l'economia funzionasse così, con il governo che può «dare» il lavoro), di «muovere l'economia», «mica siamo qui a suonare i mandolini». E' stato più a suo agio sulle liberalizzazioni, finalmente un sorriso rilassato, ma neanche qui ha saputo indicare di preciso cosa ci sarebbe da liberalizzare: «c'è da fare lì, ma meglio non dirlo».

Bene l'appello finale di Renzi - «oggi il vero rischio è non cambiare» - anche se si è segnato l'unico autogol del dibattito, riconoscendo a Bersani di rappresentare il «cambiamento nella sicurezza».

Friday, November 09, 2012

Fondo Giavazzi? Più che una goccia, una lacrima

Renato Brunetta è tornato a confermarlo anche ieri: nella legge di stabilità, all'esame della Camera, ci sarà spazio per un "fondo Giavazzi" – la cui formula lo stesso ex ministro ammette essere «un po' vaga» – in cui far confluire le risorse provenienti dal riordino del sistema dei sussidi pubblici alle imprese (una spesa totale di 33 miliardi annui) per finanziare un credito d'imposta per ricerca e innovazione e la riduzione dell'Irap, secondo lo schema suggerito dal professore bocconiano.

Passi il fatto che il rapporto Giavazzi non contemplava l'ennesimo credito d'imposta (semmai si limitava a "salvare" dai tagli suggeriti le agevolazioni fiscali sulle spese per ricerca e sviluppo), della proposta originaria sembra essere rimasto solo il nome del suo autore, il quale a questo punto dovrebbe dire la sua. Il rapporto che il governo stesso gli ha commissionato, infatti, si è perso per quasi sei mesi nelle stanze dei ministeri per riemergere, infine, completamente svuotato. I 10 miliardi di risparmi ipotizzati, passati al vaglio dei "tecnici" dei ministeri, sono diventati prima 3, poi 500 milioni, secondo quanto riporta Alessandro Barbera su La Stampa: un ventesimo (l'1,5% della spesa totale).
(...)
Un po' poco perché si possa ritenere credibile lo sforzo compiuto e perché si possa parlare di una vera “spending review”, che per definizione di chi l'ha inventata dovrebbe portare a rigiustificare da zero euro ogni singolo programma di spesa. E qui si tratta di mille minuscoli rivoli, alcuni tra l'altro con denominazioni talmente oscure e incomprensibili da legittimare il sospetto che chi li gestisce, nei ministeri, abbia interesse a non condividere lealmente le informazioni e a lasciare tutto com'è.

I “poteri forti” che si oppongono, evidentemente con successo, ad ogni taglio ai cosiddetti «contributi alle imprese» si possono distinguere in tre diverse categorie. Ci sono i grandi gruppi pubblici, che grazie ai trasferimenti statali si garantiscono una posizione di monopolio, o comunque di forza, nei loro rispettivi mercati. Le aziende municipalizzate, quindi gli enti locali, e le Regioni, che attraverso l'elargizione dei fondi, in forme più o meno velate, più o meno spudorate, controllano il consenso sul territorio. E infine, a livello centrale e apicale della pubblica amministrazione, i vertici dei ministeri, dove il gioco si fa più sottile e inafferrabile. E' enorme, infatti, nei decenni, accelerata dal rapido susseguirsi dei governi, la stratificazione di fondi e crediti d'imposta di cui i politici non possono avere memoria ma certo la conservano gli apparati burocratici, che li conoscono e, di fatto, li gestiscono. Il rischio è che questa miriade di minuscoli fondi, dalla denominazione incomprensibile e dagli scopi ancor più ambigui, vengano utilizzati con estrema discrezionalità, e spesso come strumenti di autopromozione presso i politici e dei ministri di turno, dagli alti e inamovibili burocrati dei ministeri. Gli stessi guarda caso chiamati a verificare la fattibilità di un rapporto che propone di tagliarli. E che con un'opacità più che sospetta, una padronanza della materia un po' “sacerdotale”, ci spiegano che servono, anche se non a cosa, e che si possono tagliare solo 500 milioni.

Possibile che il professor Giavazzi e il suo team siano stati così imprecisi nella stima dei fondi da tagliare? Sarà questa la dotazione del fondo dei "volenterosi" Brunetta e Baretta? E dei 6,7 miliardi liberati dalla rinuncia alla riduzione dell'Irpef (1 miliardo nel 2013, 3,2 nel 2014 e altri 2,5 nel 2015), cosa rimane per il taglio dell'Irap se nei primi due anni se ne spendono 2 per lavoro e famiglia, come previsto dall'accordo tra i relatori, e se restano da finanziare la salvaguardia di altri "esodati", minori tagli ai Comuni, alla scuola e al comparto sicurezza, e altre misure «per il sociale»? Resta una goccia, o piuttosto una lacrima. Nominare "Giavazzi" un fondo così finanziato e concepito sarebbe solo un modo per confondere le acque. Far credere che si è agito laddove non si è mosso un dito è il miglior modo per difendere lo status quo.
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Wednesday, September 26, 2012

Non resta che il pulsante "eject": primarie del centrodestra

Benvenuti i nuovi impegni di Berlusconi e Alfano su finanziamenti, trasparenza e candidature, ma l'unica alternativa, o meglio l'ultima speranza, per uscire da tutta questa immondizia politica che hanno in casa, è premere il pulsante "eject": convocare primarie aperte per la leadership di un nuovo centrodestra; annunciare che l'ex premier non parteciperà, ma che si concentrerà nel rinnovamento interno; e offrire totale disponibilità a discutere le modalità con i soggetti, vecchi e nuovi, interessati. L'effetto sarebbe duplice: da una parte riportare idee, contenuti e facce nuove al centro del dibattito pubblico (l'unico modo per cercare di convincere i cittadini a riavvicinarsi), relegando in secondo piano, mediaticamente, gli orrori degli scandali quotidiani; dall'altra, togliere qualsiasi alibi e pretesto a chi come condizione per discutere con il Pdl non si accontenta di operazioni di mero maquillage, ma pretende – giustamente – una cesura netta rispetto al passato.
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Monday, September 24, 2012

Prendi i soldi e... dimettiti!

Dite quello che volete, ma più passano i giorni e più abbiamo la conferma che il problema non è come i consiglieri Pdl hanno speso i fondi del loro gruppo. Quei soldi non dovevano proprio essere presi, né dal Pdl, né dagli altri gruppi, mentre invece se li sono presi all'unanimità, tutti i gruppi. Le dimissioni annunciate dei consiglieri Pd-Idv sono il massimo dell'ipocrisia e della viltà, suonano come un "prendi-i-soldi-e-scappa". Da un lato champagne e maschere da maiale, ma si può sapere come hanno speso i nostri soldi Pd, Idv, Sel e tutti gli altri? E perché non li restituiscono prima di andarsene?

Il concetto è ben espresso da Emma Bonino, in un'intervista a la Repubblica:
«Non dubito che con quei soldi il Pd non abbia fatto festini, magari avrà fatto concerti di musica classica. Tuttavia, vede, non è una questione - come dire - di eleganza. Il nodo è che i soldi quando arrivano al gruppo vengono utilizzati come fossero di proprietà privata. Sono destinati alle esigenze dei consiglieri, ma non a quelle della comunità. Poi se queste esigenze sono di farsi una biblioteca, pubblicare opuscoli o di ingaggiare escort questo dipende dai gusti che, per definizione, sono personali. Dire "non potevamo darli indietro" è penoso. Potevano. Anzi: dovevano».

Come anche qui ho cercato di spiegare, la questione è di etica pubblica, non di costume, o di "estetica" e gusti privati. Riguarda tutti, non solo il Lazio e non solo il Pdl. Soddisfa gli istinti più demagogici inveire sul peccatore e sul suo squallido spaccato, ma non porsi la domanda di come debellare, o almeno frenare, il peccato. Non è una differenza meramente concettuale. Nel primo caso si tende a individuare la soluzione nei controlli (quindi più spesa e più burocrazia), mentre i rimedi sono altri: abolire i finanziamenti pubblici ai partiti, in qualsiasi forma, e livellare gli stipendi degli eletti al pil pro capite degli elettori.

E responsabilizzare le autonomie, in modo che ogni euro che spendono hanno anche la responsabilità di andarselo a trovare e di farselo consegnare. Come scrive Luca Ricolfi, su La Stampa:
«Se il federalismo è vero federalismo, non può piacere al ceto politico. E se piace al ceto politico, è perché non è vero federalismo».

Monday, April 16, 2012

La giornata: ABC delirano e Monti prepara i suoi ennesimi bluff su fisco e sviluppo

Lavitola, Formigoni e ancora Lega, questi i nomi dei tre cicloni giudiziari che imperversano su giornali e siti internet. Ma qui ci interessa altro:

Piazza affari che consolida... le perdite dei giorni scorsi, lo spread sull'orlo dei 400, sulla scia di quello spagnolo, e i cds da record;

I PARTITI che difendono con le unghie e con i denti il loro tesoretto da 2,7 miliardi in vent'anni contro l'ondata di antipolitica cavalcata da Grillo:
«Cancellare del tutto i finanziamenti pubblici, drasticamente tagliati dalle manovre finanziarie del 2010-2011, sarebbe un errore drammatico, che metterebbe la politica completamente nelle mani di lobbies, centri di potere e di interesse particolare».
E' quanto si legge nella relazione che accompagna la pdl di ABC sulla trasparenza e il controllo dei bilanci dei partiti. Una spudoratezza ormai oltre ogni limite;

MONTI che 1) rimanda a mercoledì la presentazione del Def con le stime aggiornate dei conti pubblici (spera ancora di limare la previsione del Pil e di trovare un "tesoretto" per non spaventare troppo Bruxelles);

2) difende la sua pessima riforma del lavoro: il ddl è «più ampio ed incisivo» di quello annunciato a novembre. Le misure avrebbero dovuto riguardare solo i nuovi assunti, e a titolo sperimentale, - ricorda il premier - mentre nel nuovo testo «l'intervento è esteso a tutti i lavoratori ed è inserito a titolo definitivo». Meglio una vera cancellazione del reintegro limitata ai nuovi assunti piuttosto che il pastrocchio attuale: sarebbe rimasto il dualismo (che rimarrà comunque), ma almeno avrebbe favorito le assunzioni. Ma al di là della preoccupazione che non appaia come un nuovo cedimento, l'apertura del governo alle richieste delle imprese e del Pdl sulla flessibilità in entrata è più che concreta;

3) sta per varare una delega fiscale tutt'altro che ambiziosa (e i cui decreti attuativi probabilmente non vedranno mai la luce);

4) sta preparando con i suoi ministri economici l'ennesimo pacchetto sviluppo da discutere al vertice di domani sera con ABC, quando il vero pacchetto sviluppo dovrebbe essere il combinato disposto spending review-delega fiscale. In totale continuità con i governi precedenti, anche Monti e i suoi ministri s'illudono di cavarsela con tre-quattro «ideine», come le chiama Bersani, roba marginale, magari sperperando altro denaro pubblico, mentre tutti ormai dovrebbero aver compreso che l'unico vero shock in grado di contrastare la recessione è un abbattimento, graduale ma cospicuo, della spesa corrente per tagliare le tasse su lavoro e impresa. Qualsiasi "pacchetto" che eludesse questo punto sarebbe poco più che un'arma di distrazione di massa. Nulla di concreto insomma, per il governo più che altro un modo per attenuare il pressing della stampa e di Confindustria e le fibrillazioni dei partiti, tutti additati come i colpevoli della caduta d'immagine del governo all'esterno.

LUNA DI MIELE OFF - L'editoriale di Alesina-Giavazzi - in cui si avverte che proprio la spending review è la «sola carta rimasta da giocare» - e la «resa» ai sindacati e alla sinistra sull'articolo 18 vengono usati ora anche da Reuters per spiegare che Monti «ha perso la sua brillantezza», ha perso il suo "momentum". Tutti sembrano improvvisamente scoprire che «le aspettative non erano realistiche» (ma va?); che a parte le pensioni, su tutti gli altri fronti, dalle liberalizzazioni al mercato del lavoro, tutto è rimasto sostanzialmente invariato; che molto modesti sono i suoi progressi nell'attuare i consigli della Bce di agosto e gli impegni assunti con l'Ue. E che ora il professore della Bocconi sta pagando con gli interessi le lodi eccessive delle prime settimane.

CONTINUITA' - Per Di Vico «il governo ha sicuramente commesso degli errori», ma si chiede se vi sia «qualcuno che in piena onestà intellettuale possa tentare un confronto con le performance dei precedenti esecutivi». Ebbene sì, la continuità con i governi precedenti, con la via al risanamento attraverso l'aumento della pressione fiscale per salvare non l'Italia o gli italiani, ma il baraccone-Stato, è talmente smaccata da essere esasperante.

Non c'è «l'ideona» per la crescita, ma la fantasia sul fronte fiscale è fervida, non passa giorno senza un nuovo balzello. Scongiurata in extremis l'ultima beffa, l'Irpef sulle borse di studio, il Pdl ha incassato il successo della rateizzazione dell'Imu sulla prima casa e si prepara a incassarne uno analogo sulla flessibilità in entrata.

DELEGA FISCALE - Nel presentare il Salva-Italia il premier aveva giustificato il ricorso quasi esclusivo all'aumento della tassazione con la necessità di agire in tempi ristretti, ma assicurato che sarebbero stati i tagli alla spesa in futuro a garantire il risanamento dei conti e una sensibile riduzione del cuneo fiscale. Lo sgravio, pur minimo, dell'Irap e l'introduzione dell'"Ace" furono inseriti nel decreto espressamente come primi segnali della direzione verso cui intendeva muoversi il governo. Così come l'aggravio delle imposte indirette e patrimoniali sarebbe stato compensato da un alleggerimento di quelle dirette. Ebbene, la delega fiscale che il Cdm varerà questa sera e di cui mentre scrivo sono note alcune anticipazioni delude nuovamente tali aspettative.

Niente tagli alle tasse, né dell'Irpef né dell'Irap. Al massimo qualche sgravio dagli introiti della lotta all'evasione, ma il dibattito in seno al governo su come utilizzarli è ancora aperto, e potrebbero anche essere destinati almeno in parte a tappare nuovi buchi o a finanziarie nuove spese, per lo sviluppo s'intende. Dovrebbe essere a saldo invariato, ma la riforma del catasto è roba da far tremare i polsi e non manca l'ennesima tassa che rischia di far schizzare ancora più in alto il prezzo dei carburanti: la cosiddetta "carbon tax". Su tutto l'incertezza dei tempi: nove mesi dall'approvazione della delega per adottare i decreti attuativi, il che significa che li vedremo appena sotto le elezioni del 2013. Chi ci scommette?

Thursday, April 12, 2012

La giornata: prosegue offensiva Pdl su lavoro e piovono consigli a Giarda

E' andata malino, ma non in modo disastroso, l'asta odierna dei nostri Btp triennali: i rendimenti sono saliti al 3,89%, rispetto al 2,76% dell'asta di marzo. Il viceministro Grilli ha spiegato che nonostante la domanda fosse buona il Tesoro non l'ha accolta tutta, perché si pretendevano tassi persino superiori, ritenuti però «non giusti». Piazza affari respira (+1,23%) e lo spread sui decennali si raffredda (361).

Nel suo bollettino mensile intanto la Bce spiega che sul debito sovrano di Italia e Spagna pesano i timori sulla crescita e l'occupazione e avverte che il «contesto radicalmente mutato» dei mercati finanziari mondiali impone ai Paesi dell'area euro di tagliare i debiti pubblici a livelli «decisamente inferiori al 60%» del Pil, il che per molti (Italia compresa, ovviamente) significherà «conseguire avanzi di bilancio primario pari o superiori al 4% del Pil».

Mi sa che Giarda e i tecnici dovranno abbandonare l'idea di preservare la «way of life» italiana della spesa pubblica. Ai «profeti» dei tagli alla spesa il sottosegretario aveva ironicamente chiesto indicazioni precise su dove tagliare, visto che lui sta facendo la spending review ma non vede nient'altro da tagliare. Ebbene, è stato più che accontentato.

Prima da Oscar Giannino, che indica sanità (20 miliardi in tre anni), massa salariale pubblica (35 miliardi in tre anni, senza buttare per strada nessuno) e trasferimenti alle imprese (25 miliardi). Totale: 80 miliardi, più di 5 punti di Pil in tre anni, e si mette a disposizione per una consulenza anche gratis. Poi da Bisin e De Nicola, che su la Repubblica suggeriscono di tagliare contributi alle imprese (14 miliardi), di vendere la Rai (3-4 miliardi) e asset pubblici (20 miliardi), e in più di risparmiare altri miliardi dall'accorpamento di scuole e tribunali, dall'attuazione dei costi standard nella sanità, dal taglio dei costi della politica e dallo sfoltimeno di organici pletorici. Il loro articolo ha il pregio di escludere, sia pure ironicamente, le riforme cosiddette liberiste, e di limitarsi a segnalare quei tagli alla spesa che «non cambiano l'impianto sociale del Paese», quindi senza rinunciare ai servizi garantiti (in qualche modo) dallo Stato tanto cari a Giarda e ai suoi compagni di governo. Infine, anche Michele Boldrin vuole togliere qualsiasi alibi a Giarda e a Monti: tagliare i costi della casta politico-burocratica (5-7 miliardi), gli stipendi pubblici riportandoli ai livelli del 1995 (0,8-0,9% del Pil); e i sussidi alle imprese (20 miliardi). Per un totale del 3% del Pil.

Insomma, grasso da tagliare ce n'è, cari Giarda e Monti, non avete scuse, men che mai quella dei pericolosi "liberisti" alle porte: quella che manca è la volontà politica.

Mentre il governo fa uno sforzo e ritira l'assurda tassa sugli sms (anche se al suo posto si profila un nuovo aumento sulla benzina) e tira fuori il numero degli esodati, per i quali ci sarebbe la benedetta «copertura finanziaria», Monti è costretto a riaprire, per l'ennesima volta, il capitolo riforma del lavoro. Ovviamente il premier è contrariato, irritato, ma se la deve far passare: è stato lui a dismettere il metodo di presentare ai partiti riforme prendere o lasciare. Oggi Alfano e la presidente uscente di Confindustria si sono incontrati per mettere a punto gli emendamenti al testo e Monti ha dovuto ricevere per un'oretta il segretario del Pdl. Ha ceduto alle richieste di Pd e Cgil sull'articolo 18? Alla fine dovrà cedere anche a quelle sulla flessibilità in entrata - tra l'altro sensate - dell'asse Pdl-Marcegaglia, che può ancora fare molto male all'immagine internazionale del governo e al cammino parlamentare della riforma e degli altri provvedimenti.

A Casini interessa poco il merito, lui è per il compromesso "a prescindere", mentre Bersani teme «manovre dilatorie». Il Pdl non cerca la crisi con Monti, ma il risultato politico. E sa che ci sono tutte le condizioni per ottenerlo, conseguendo un successo politico e parlamentare dal quale cominciare a riaccreditarsi agli occhi dei mercati e dei suoi elettori delusi.

RIFORME O NON RIFORME - Spaventati da un nuovo tsunami di antipolitica provocata dal terremoto in casa Lega i partiti sono corsi subito ai ripari, ma è la solita pezza: trasparenza sui bilanci, controlli, sanzioni. Ma ovviamente non tagliano il vero nodo: l'abolizione del finanziamento pubblico che si nasconde dietro i cosiddetti «rimborsi» elettorali. E inoltre si prendono tutto il tempo per far calmare le acque. Dichiarato inammissibile l'emendamento al dl fiscale (manifestamente estraneo alla materia), infatti, le misure sono affidate ad una normale pdl, a firma di ABC, che nelle intenzioni dei promotori dovrebbe seguire un iter accelerato, venendo assegnata alle commissioni affari costituzionali in sede legislativa (cioè senza passaggio in aula). Ma solo in teoria, visto che ci vuole l'unanimità per procedere in questo senso.

Pronto invece il ddl sulle riforme costituzionali, che contiene però una serie di improbabili procedure che rischiano di aumentare la confusione sistemica. Il presidente del Consiglio potrà chiedere (solo chiedere) al presidente della Repubblica la nomina e la revoca dei ministri; e chiedere (solo chiedere, per carità) lo scioglimento delle Camere, o di una Camera, quando queste gli neghino la fiducia, a meno che le Camere, entro 20 giorni, non approvino a maggioranza assoluta e in seduta comune una mozione di sfiducia costruttiva, in cui cioè si indica un nuovo premier. Verrebbe ridotto di un 20% il numero dei parlamentari - 508 deputati (da 630) e 254 senatori (da 315) - e introdotta la non meglio precisata nozione di «bicameralismo eventuale».

Friday, February 02, 2007

Dai Ladroni al Pantheon

Banda BassottiSi riuniscono come una banda di ladroni per studiare il colpo, al riparo da orecchie indiscrete, davanti a un piatto di pastasciutta. Di finanziamento pubblico ai partiti non si discute in Parlamento, alla luce del sole e davanti agli occhi vigili dell'opinione pubblica, ma nel chiuso di un ristorante, da Fortunato al Pantheon, tra i tesorieri, tutti concordi nel far approvare un disegno di legge secondo cui i partiti potrebbero costituire «fondazioni politico-culturali».

Di per sé nulla da dire, se non che queste fondazioni potrebbero ricevere «contributi pubblici per il finanziamento di programmi culturali e di formazione». Ma non è tutto: secondo quanto prevede il ddl, infatti, potrebbero anche utilizzare dipendenti pubblici scaricando sullo Stato tutti i costi, compresi quelli previdenziali.

Personale in aspettativa di aziende private, o dipendenti «di ruolo e non di ruolo dell'amministrazione statale, di enti pubblici e società con capitale interamente o parzialmente pubblico» (cioè anche di Poste, Eni o Enel) potranno lavorare per le fondazioni dei partiti e il tempo che vi trascorreranno sarà computato «ai fini della progressione di carriera, dell'attribuzione degli aumenti periodici di stipendio e del trattamento di quiescenza e assistenza». Anche i contributi pensionistici, quindi, saranno a carico dello Stato. Le aziende private che concederanno l'aspettativa avranno «la possibilità di assumere personale sostitutivo con contratto a tempo determinato».

Insomma, dallo Stato-Partito siamo ai Partiti-Stato, ma sempre di una vera e propria forma di totalitarismo si tratta.

Chi non ne vuole sapere, e chiede di ridiscutere pubblicamente l'intero meccanismo di finanziamento ai partiti è, solitario o quasi, il radicale Maurizio Turco. E noi siamo con lui.