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Friday, December 28, 2012

Il più grande bluff dopo la Seconda Repubblica

Anche su Notapolitica

Che Monti - con praticamente tutti i pezzi più importanti del potere vero, in Italia e nel mondo, inginocchiati dinanzi a lui a implorarlo di candidarsi, quindi con carta bianca - abbia partorito questa agenda, così generica, senza un numero, una riforma concreta, porta a concludere che l'immagine del personaggio supera di gran lunga la sua statura reale - umana, intellettuale e politica.

Da uno come lui, con il suo curriculum, che dovrebbe conoscere il bilancio dello Stato come le sue tasche, per averlo "governato" in questi mesi così critici, ci saremmo aspettati proposte concrete, corredate da numeri, ipotesi di fattibilità, effetti. O per lo meno, il coraggio intellettuale di sfidare alcuni tabù, di raccontare agli italiani le scomode verità sul nostro modello sociale ed economico ormai insostenibile.

E invece niente di tutto questo. La cosiddetta "agenda Monti" è vaga, generica, retorica come qualsiasi programma scritto in politichese. Le uniche proposte che emergono con chiarezza sono la patrimoniale e il «reddito minimo di sostentamento». Senza cifre, ovviamente. Si parla di operazioni di «valorizzazione/dismissione» del patrimonio pubblico, ma senza specificare cosa, quanto e come, anzi con il primo termine a sfumare, quasi contraddire il secondo. Si parla di spending review, ma non solo nel senso di «meno spesa», piuttosto di «migliore spesa», che quindi va riqualificata, non necessariamente ridotta per ridurre il peso dello Stato inefficiente. Si parla di ridurre le tasse su lavoro e impresa, ma solo «quando sarà possibile», o quando sarà possibile introdurre una nuova tassa patrimoniale, cioè dopo che saranno stati individuati «meccanismi di misurazione della ricchezza oggettivi e tali da non causare fughe di capitale». Tutto questo è la classica retorica delle finte dismissioni, delle finte liberalizzazioni, della spending review sulle briciole.

Poi, i soliti capitoletti di politica industriale che da qualche anno non mancano in nessun programmino: agenda digitale, economia verde, «strategia energetica nazionale», investimenti in ricerca. Nemmeno una bozza di riforma della giustizia, delle istituzioni, della sanità, della scuola e dell'università (al massimo incentivi economici ai docenti meritevoli, ma a quelli incapaci?). Silenzio totale, nessun riferimento ai mercati finanziari e al settore bancario nostrano, «omissione grave - sottolinea Alberto Bisin - non solo perché vizia l'analisi» di fondo, ma perché «essendosi Monti da sempre occupato del settore bancario, sia accademicamente che come consulente, potrebbe segnalare una sorta di sottomissione ideologica e/o psicologica» sul tema.

Alla questione fiscale, il peso delle tasse che gravano su cittadini e imprese, che dovrebbe essere al centro del programma, vengono dedicate appena 13 righe su 25 pagine, mentre una pagina intera solo alle politiche agricole (su cui spicca l'approccio protezionistico del "liberale" Monti).

L'agenda quindi se la merita tutta la stroncatura di Alesina e Giavazzi sul Corriere:
«Per diminuire in modo significativo la spesa pubblica, e quindi consentire una flessione altrettanto rilevante della pressione fiscale, è necessario ridurre lo spazio che lo Stato occupa nella società, cioè spostare il confine fra attività svolte dallo Stato e dai privati. Limitarsi a razionalizzare la spesa all'interno dei confini oggi tracciati (la cosiddetta spending review) non basta».
Il problema non è che di «ridurre lo spazio che occupa lo Stato non si parla abbastanza» nell'agenda Monti, o che «non punti abbastanza al ridimensionamento dell'intervento pubblico»; è che proprio non è individuato come priorità, come questione centrale a cui tutte le politiche dovrebbero essere ispirate. E, d'altra parte, perché aspettarselo, se «finora il governo Monti si è mosso nella direzione opposta»? «Con un debito al 126% del reddito nazionale e una pressione fiscale tra le più alte al mondo - concludono i due economisti - non si può sfuggire al problema di ridisegnare i confini fra Stato e privati. Illudersi che sia sufficiente "riqualificare la spesa" con la spending review rischia di nascondere agli italiani la gravità del problema». Ancora più lapidario sembra il giudizio di Luigi Zingales, sul Sole:
«Non ci sono né nuove idee, né proposte concrete su come realizzare questi obiettivi... Non sembra un programma di riforme per un rilancio dell'economia, ma un programma per la protezione dei diritti acquisiti e di chi vive di spesa pubblica».
Insomma, siamo nel campo della mera manutenzione. Ragionevole quanto si vuole, ma pur sempre manutenzione. Non c'è traccia di quello shock che servirebbe al paese per ripartire e di cui scriveva lo stesso Monti nella sua vita precedente: da editorialista.

Tra i tanti micro interventi anche condivisibili, non viene messa a fuoco la questione centrale - il ruolo dello Stato, che deve ritrarsi per rilanciare l'economia - e si scorgono invece pericolosi ammiccamenti a sinistra, come la patrimoniale (per «redistribuire», non ridurre il carico fiscale), e promesse da vera e propria agenda dei sogni: «Ridurre a un anno il tempo medio del passaggio da una occupazione all'altra»; «coniugare il massimo di flessibilità delle strutture produttive con il massimo di sicurezza dei lavoratori». Bellissimo, ma come? E poi il colmo: lo stesso Monti che considera la proposta di abolire l'Imu sulla prima casa (4 miliardi) un'illusione tanto pericolosa da minacciare che un solo anno dopo dovrebbe essere reintrodotta in misura doppia, nella sua agenda propone di introdurre un «reddito minimo di sostentamento», senza tuttavia indicare i miliardi che servirebbero e dove prenderli.

Purtroppo di politico l'agenda Monti ha solo il fatto di preparare il terreno, sul piano dei contenuti, per un'apertura a sinistra dopo il voto. Monti avrebbe potuto rappresentare, e federare, un'alternativa di centrodestra liberale, degasperiano alla sinistra, e invece ha scelto un'operazione neo-democristiana di rito moroteo, di "compromesso storico" con gli eredi del Pci. I quali non vedono l'ora di coronare il loro sogno, che era quello di sostituirsi ai socialisti e ai partiti laici della Prima Repubblica nella condivisione/spartizione del potere con la Dc. Oggi ne hanno finalmente l'occasione, addirittura potendo trattare da forza egemone con una piccola Dc.

Le cose, mi pare, stanno esattamente nei termini esposti oggi da Angelo Panebianco sul Corriere, e su questo blog diverse volte nelle ultime settimane:
«Monti aveva, sulla carta, due possibilità. La prima era quella di proporsi, in polemica con un Berlusconi non più credibile in quel ruolo, come il federatore dei liberali, in alternativa alla sinistra. In nome di un bipolarismo meno "selvaggio", più civile, di quello che abbiamo conosciuto. Oppure poteva fare la scelta che ha effettivamente fatto: chiudere a destra lasciando aperta la porta, anche se a certe condizioni, al dialogo con la sinistra. Solo i fatti diranno se si è trattato di una decisione saggia. Al momento, si può solo constatare che con la sua scelta Monti ha fatto obiettivamente un grosso favore a Berlusconi. Perché gli ha lasciato aperta la strada per una rimonta. Cosa potrebbe infatti fare, a questo punto, quell'elettorato di centrodestra che è deluso, e magari anche delusissimo, di Berlusconi ma che mai, in nessun caso, potrebbe andare a braccetto con la sinistra? Quell'elettorato non ha di fronte a sé molte possibilità: o sceglie l'astensione o torna nell'ovile berlusconiano».
Dunque, rispetto ad un esito quasi scontato, cioè il dialogo o l'alleanza post-elettorale tra il centro "montiano" e il Pd di Bersani, si tratta di capire chi dalle urne potrà condurre la trattativa da una posizione di forza: se Bersani, nel caso riuscisse a conquistare la maggioranza dei seggi in entrambe le Camere, o se Monti, nel caso di pareggio al Senato. In ogni caso, il matrimonio tra centro e sinistra si farà e addio bipolarismo, è l'amara conclusione di Panebianco:
«Se Monti perde (cioè non riesce a essere determinante per la formazione del prossimo governo), vuol dire che rimarremo inchiodati al "bipolarismo selvaggio" conosciuto negli ultimi venti anni. Se Monti vince, ossia se potrà trattare con la sinistra, dopo le elezioni, da una posizione di forza, vorrà dire che avremo superato il bipolarismo, e ridato vita a qualcosa di simile a quei governi di centrosinistra, senza alternanza, che caratterizzarono la Prima Repubblica. Il bipolarismo responsabile lo faranno, se mai ci riusciranno, i nostri discendenti».

Tuesday, July 24, 2012

Smascherato il bluff-Italia

Per capire perché la ricetta Monti non sta funzionando, non riesce a sortire gli effetti sperati, "sganciando" il nostro destino da quello di greci e spagnoli, in questo articolo di Alberto Bisin, su la Repubblica, c'è tutto quello che serve. L'errore fatale sta nel tipo di rigore imposto al Paese, perché «c'è rigore e rigore», ma soprattutto ci sono le formidabili resistenze del sistema Italia, delle sue caste, al cambiamento. Riassumendo: bluff Italia, come ripeto da mesi.

Il governo Monti, osserva Bisin, «ha agito soprattutto sulle entrate pubbliche, aumentando in modo sostanziale il carico fiscale, che già era tra i più alti al mondo. Questo non può che aver contribuito a soffocare un'economia che già da anni boccheggiava». L'economista spiega quindi che tagli alla spesa pubblica e aumenti di tasse non hanno lo stesso effetto recessivo, ma i primi hanno un impatto decisamente minore perché la spesa pubblica è per lo più (soprattutto in Italia) improduttiva:
«... una diminuzione della spesa pubblica dello stesso ammontare dell'incremento delle entrate avrebbe avuto identici effetti sulla domanda aggregata. Ma questa è proprio la ragione per cui l'analisi di domanda aggregata è limitata e sostanzialmente errata: le tasse distorcono direttamente l'attività produttiva mentre la spesa pubblica è in larga parte improduttiva (non è sempre così, ma in Italia lo è). In altre parole, a limitare la spesa abbassando le tasse (o non alzandole) si liberano risorse, perché la torta non è fissa».
Riguardo al sistema Italia, cioè alle sue istituzioni fondamentali (politica, giustizia, sanità e istruzione pubbliche, industria, mercato del lavoro), che «appaiono corrotte all'interno», è ormai chiaro ai nostri creditori che «nulla di sostanziale sta cambiando nella struttura istituzionale del Paese». Insufficienti le riforme, meri palliativi o al massimo timidi correttivi: «E' come se il governo avesse chiesto al Paese di trattenere il fiato per un po', per fingere una pancia piatta: non può durare e non inganna nessuno». Occorrono, invece, scelte nette che trasmettano l'idea di un cambiamento vero, «irreversibile». Bisin fa solo un esempio, ma significativo: invece di dare alla Rai un nuovo presidente, privatizzarla.

Ora, se anche riesce il miracolo di un Monti-bis, quindi di non vederci governati direttamente dal duo Bersani-Casini (sotto ricatto della sinistra politica e sindacale), un governo sostenuto da una grande coalizione dei vecchi partiti riuscirebbe a compiere le scelte nette che ci servono, o al massimo riuscirebbe a gestire alla meno peggio l'esistente, come sta facendo oggi Monti? Sarà un caso che le forze che già si vedono trionfanti al governo insieme, Pd e Udc, sono tentate di anticipare il voto in autunno, quando la maggior parte dei tagli alla spesa hanno scadenza, cioè devono essere attuati, entro fine anno?

Friday, May 04, 2012

Altro che spending review, la spesa continuerà a crescere

Dopo oltre cinque mesi di teatrino la spending review non ha partorito alcuna ipotesi dettagliata di tagli alla spesa pubblica, come ci si sarebbe potuti aspettare, ma solo l'ennesimo rinvio e nuove chiacchiere. Le uniche decisioni sulla spesa del governo Monti sono l'istituzione di un nuovo altisonante comitato (il «comitato dei ministri per la revisione della spesa») e la nomina di Enrico Bondi alla funzione di «commissario straordinario per la razionalizzazione della spesa per acquisti di beni e servizi» e di altri due consulenti. Tutto qui. Un nuovo passaggio ricognitivo, dunque, che decreta il fallimento del lavoro del ministro Giarda, a quanto si apprende intralciato persino dalla Ragioneria generale dello Stato, e che malcela un intento a dir poco dilatorio da parte del governo. Si passa di comitato in comitato, di commissario in commissario, senza mai decidere nulla di concreto sulla spesa, mentre in un batter d'occhio vengono decisi aggravi fiscali a carico dei cittadini. Adesso ci si affida ad un "risanatore" di valore indiscusso, ma rispetto alla trentennale esperienza di Giarda totalmente digiuno di bilancio statale.

Il grande equivoco riguarda il target della spending review. Anche ammesso che il nuovo comitato e il nuovo commissario riescano nei compiti loro assegnati, l'obiettivo che il governo si è posto in termini di spesa «rivedibile» e di risparmi da ottenere è davvero ridicolo per un Paese in cui la spesa complessiva ha ormai oltrepassato il 50% del Pil.

D'altra parte, le previsioni di finanza pubblica per i prossimi anni contenute nel Def parlano da sole. La linea è diametralmente opposta a quella suggerita dalla Bce e da tutti gli organismi internazionali: il risanamento, il pareggio di bilancio, vengono perseguiti attraverso l'aumento della tassazione, e facendo affidamento su stime ottimistiche di crescita del Pil, mentre la spesa corrente al netto degli interessi non solo non scende ma continua a crescere.
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Thursday, April 12, 2012

La giornata: prosegue offensiva Pdl su lavoro e piovono consigli a Giarda

E' andata malino, ma non in modo disastroso, l'asta odierna dei nostri Btp triennali: i rendimenti sono saliti al 3,89%, rispetto al 2,76% dell'asta di marzo. Il viceministro Grilli ha spiegato che nonostante la domanda fosse buona il Tesoro non l'ha accolta tutta, perché si pretendevano tassi persino superiori, ritenuti però «non giusti». Piazza affari respira (+1,23%) e lo spread sui decennali si raffredda (361).

Nel suo bollettino mensile intanto la Bce spiega che sul debito sovrano di Italia e Spagna pesano i timori sulla crescita e l'occupazione e avverte che il «contesto radicalmente mutato» dei mercati finanziari mondiali impone ai Paesi dell'area euro di tagliare i debiti pubblici a livelli «decisamente inferiori al 60%» del Pil, il che per molti (Italia compresa, ovviamente) significherà «conseguire avanzi di bilancio primario pari o superiori al 4% del Pil».

Mi sa che Giarda e i tecnici dovranno abbandonare l'idea di preservare la «way of life» italiana della spesa pubblica. Ai «profeti» dei tagli alla spesa il sottosegretario aveva ironicamente chiesto indicazioni precise su dove tagliare, visto che lui sta facendo la spending review ma non vede nient'altro da tagliare. Ebbene, è stato più che accontentato.

Prima da Oscar Giannino, che indica sanità (20 miliardi in tre anni), massa salariale pubblica (35 miliardi in tre anni, senza buttare per strada nessuno) e trasferimenti alle imprese (25 miliardi). Totale: 80 miliardi, più di 5 punti di Pil in tre anni, e si mette a disposizione per una consulenza anche gratis. Poi da Bisin e De Nicola, che su la Repubblica suggeriscono di tagliare contributi alle imprese (14 miliardi), di vendere la Rai (3-4 miliardi) e asset pubblici (20 miliardi), e in più di risparmiare altri miliardi dall'accorpamento di scuole e tribunali, dall'attuazione dei costi standard nella sanità, dal taglio dei costi della politica e dallo sfoltimeno di organici pletorici. Il loro articolo ha il pregio di escludere, sia pure ironicamente, le riforme cosiddette liberiste, e di limitarsi a segnalare quei tagli alla spesa che «non cambiano l'impianto sociale del Paese», quindi senza rinunciare ai servizi garantiti (in qualche modo) dallo Stato tanto cari a Giarda e ai suoi compagni di governo. Infine, anche Michele Boldrin vuole togliere qualsiasi alibi a Giarda e a Monti: tagliare i costi della casta politico-burocratica (5-7 miliardi), gli stipendi pubblici riportandoli ai livelli del 1995 (0,8-0,9% del Pil); e i sussidi alle imprese (20 miliardi). Per un totale del 3% del Pil.

Insomma, grasso da tagliare ce n'è, cari Giarda e Monti, non avete scuse, men che mai quella dei pericolosi "liberisti" alle porte: quella che manca è la volontà politica.

Mentre il governo fa uno sforzo e ritira l'assurda tassa sugli sms (anche se al suo posto si profila un nuovo aumento sulla benzina) e tira fuori il numero degli esodati, per i quali ci sarebbe la benedetta «copertura finanziaria», Monti è costretto a riaprire, per l'ennesima volta, il capitolo riforma del lavoro. Ovviamente il premier è contrariato, irritato, ma se la deve far passare: è stato lui a dismettere il metodo di presentare ai partiti riforme prendere o lasciare. Oggi Alfano e la presidente uscente di Confindustria si sono incontrati per mettere a punto gli emendamenti al testo e Monti ha dovuto ricevere per un'oretta il segretario del Pdl. Ha ceduto alle richieste di Pd e Cgil sull'articolo 18? Alla fine dovrà cedere anche a quelle sulla flessibilità in entrata - tra l'altro sensate - dell'asse Pdl-Marcegaglia, che può ancora fare molto male all'immagine internazionale del governo e al cammino parlamentare della riforma e degli altri provvedimenti.

A Casini interessa poco il merito, lui è per il compromesso "a prescindere", mentre Bersani teme «manovre dilatorie». Il Pdl non cerca la crisi con Monti, ma il risultato politico. E sa che ci sono tutte le condizioni per ottenerlo, conseguendo un successo politico e parlamentare dal quale cominciare a riaccreditarsi agli occhi dei mercati e dei suoi elettori delusi.

RIFORME O NON RIFORME - Spaventati da un nuovo tsunami di antipolitica provocata dal terremoto in casa Lega i partiti sono corsi subito ai ripari, ma è la solita pezza: trasparenza sui bilanci, controlli, sanzioni. Ma ovviamente non tagliano il vero nodo: l'abolizione del finanziamento pubblico che si nasconde dietro i cosiddetti «rimborsi» elettorali. E inoltre si prendono tutto il tempo per far calmare le acque. Dichiarato inammissibile l'emendamento al dl fiscale (manifestamente estraneo alla materia), infatti, le misure sono affidate ad una normale pdl, a firma di ABC, che nelle intenzioni dei promotori dovrebbe seguire un iter accelerato, venendo assegnata alle commissioni affari costituzionali in sede legislativa (cioè senza passaggio in aula). Ma solo in teoria, visto che ci vuole l'unanimità per procedere in questo senso.

Pronto invece il ddl sulle riforme costituzionali, che contiene però una serie di improbabili procedure che rischiano di aumentare la confusione sistemica. Il presidente del Consiglio potrà chiedere (solo chiedere) al presidente della Repubblica la nomina e la revoca dei ministri; e chiedere (solo chiedere, per carità) lo scioglimento delle Camere, o di una Camera, quando queste gli neghino la fiducia, a meno che le Camere, entro 20 giorni, non approvino a maggioranza assoluta e in seduta comune una mozione di sfiducia costruttiva, in cui cioè si indica un nuovo premier. Verrebbe ridotto di un 20% il numero dei parlamentari - 508 deputati (da 630) e 254 senatori (da 315) - e introdotta la non meglio precisata nozione di «bicameralismo eventuale».

Tuesday, July 28, 2009

Il Nord continua a pagare e il Sud a sprecare

Al di là degli stucchevoli personalismi e delle pretese dei singoli che cercano di far carriera cavalcando facili slogan per il Mezzogiorno, l'unico modo giusto di inquadrare il solito piagnisteo meridionale sugli aiuti pubblici è quello di Alberto Bisin, oggi su La Stampa, dall'emblematico titolo: "E il Nord continua a pagare". E infatti tutti i dati, come aveva già ricordato ieri Nicola Porro su il Giornale, indicano che il Nord continua a pagare e il Sud a sprecare.

Il reddito pro capite della Lombardia (dati Eurostat 2005) è da 60 anni circa il doppio di quello della Campania, della Calabria o della Sicilia, osserva Bisin. Dai dati del Ministero delle Finanze (elaborazione Centro Studi Sintesi, 2005) risulta che «l'eccesso di spesa pubblica sui tributi raccolti da Stato e Regioni (disavanzo pubblico totale per Regione) è pari a quasi duemila euro pro capite in Campania, a oltre tremila in Calabria, a tremila e cinquecento euro in Sicilia. I contribuenti lombardi invece versano allo Stato cinquemila euro pro capite in eccesso di quanto ricevano; e duemila i piemontesi».

E accanto a questi trasferimenti "ufficiali", c'è un trasferimento "sommerso", occulto. Nelle regioni meridionali l'evasione fiscale risulta maggiore che in quelle del Nord (dati Agenzia delle Entrate, medie 1998-2002): la Calabria, secondo queste stime, avrebbe un rapporto evaso/dichiarato del 93,89 per cento, la Sicilia del 65,89 per cento, la Puglia del 60,65 per cento, la Campania del 60,55 per cento, la Sardegna 54,71 per cento e il Molise del 54,61 per cento. Mentre le regioni più virtuose sono risultate la Lombardia, con un rapporto evaso/dichiarato del 13,04 per cento, l'Emilia Romagna con il 22,05 per cento, il Veneto con il 22,26 per cento e il Lazio con il 26,05 per cento.

Insomma, il flusso dal Nord al Sud, dalle regioni ricche a quelle povere, non si è mai interrotto. Giusto che sia così, ma se nel corso dei decenni nulla cambia vuol dire che qualcos'altro non va. Il problema, conclude correttamente Bisin, è che «la spesa pubblica nel Sud ha un forte carattere clientelare e ha alimentato una classe di politici e amministratori locali tra le peggiori d'Europa. La gestione della questione rifiuti in Campania, della spesa sanitaria in Calabria, Puglia, e ancora Campania sono casi eclatanti ma niente affatto anomali. Per quanto l'intero Paese sia caratterizzato da un sistema pubblico enormemente inefficiente, la situazione al Sud è addirittura indegna di un Paese sviluppato».

«Proprio nelle Regioni in cui la spesa sanitaria è maggiormente fuori controllo - nota l'economista - i servizi sanitari sono carenti e i malati sono costretti a curarsi altrove». E la situazione è del tutto simile nell'istruzione, come dimostrano la classifica degli atenei stilata dal ministro Gelmini e i test Pisa (Ocse, 2006). Più spesa, meno qualità. Non è una questione di reddito né di soldi pubblici. «La verità è che la spesa pubblica è gestita al Sud in modo spaventosamente clientelare e quindi inefficiente».
«Tali squilibri - conclude Bisin - sono insostenibili nel medio periodo, specie in un Paese gravato da un debito pubblico enorme e da un fisco tanto asfissiante quanto inefficiente. In questa situazione, il governo irrigidisce giustamente i cordoni della spesa e la classe politica che rappresenta il Sud fa quello che è stata eletta per fare: chiede finanziamenti, sussidi, e posizioni di governo da cui poter elargire finanziamenti e sussidi. Per questo la rigidità finanziaria del ministro Tremonti è tanto impopolare quanto importante. Data la situazione in cui versa l'amministrazione locale nel Mezzogiorno, il governo fa bene nel breve periodo ad accentrare i centri di spesa per investimenti al Sud. Ma una riproposizione della Cassa del Mezzogiorno sarebbe un grave errore. Nel medio periodo è necessario che gli elettori siano, in ogni parte del Paese, responsabili fiscalmente della spesa dei propri amministratori. Solo allora gli amministratori locali e i governatori regionali saranno eletti sulla base della loro capacità di favorire lo sviluppo e non di produrre sussidi. Ne guadagnerà il Nord, ma soprattutto il Sud».
Questa volta stiamo con il ministro Tremonti: si tenga stretti i soldi e li conceda solo per progetti concreti e verificabili, non per gonfiare la spesa corrente.

Thursday, October 09, 2008

Una proposta: fuori i conti

«In Europa, dove ci vantiamo di avere una governance migliore di quella americana, le banche non sono al riparo dalla crisi», fa notare Francesco Giavazzi, oggi sul Corriere, in un editoriale che smonta il mito delle "regole". «La favoletta è ormai morta e sepolta», incalza Alberto Mingardi, su il Riformista. Quella «favoletta» secondo cui le regole europee sarebbero state «un efficace paracadute contro una crisi causata da un (preteso) eccesso di deregulation negli Stati Uniti»; la «favoletta» della «diversità europea (il conservatorismo europeo) contro il greed di Wall Street».

Ma «lo spirito d'emergenza trascinerà con sé tutto» e «nulla garantisce che decisioni prese per esorcizzare la paura producano gli effetti desiderati», avverte Mingardi, perché «la frenesia dei governi rallenta il "processo di scoperta" dei prezzi. Gli acquirenti privati si allontanano e hanno la tentazione di entrare in gioco soltanto con una (remunerativa) benedizione statale». I fondi di garanzia come calamita di "speculatori".

Vi è nota la mia avversione per l'intervento statale. Ma se statalismo dev'essere, che sia serio. Ieri sera il governo italiano ha annunciato un fondo di 20 miliardi di euro che il Tesoro potrà utilizzare per ricapitalizzare quelle banche a rischio di fallimento che non riuscissero a trovare sul mercato i capitali necessari. Ma lo Stato entrerebbe nella proprietà di queste banche sottoscrivendo «azioni privilegiate prive di diritto di voto». Ciò significa che proprietà, e probabilmente management, di quelle banche rimarrebbero invariati. I denari dei contribuenti non verrebbero "regalati" ma investiti - ed è già qualcosa - ma si derogherebbe pericolosamente a una delle regole fondamentali per il buon funzionamento del mercato: chi sbaglia, paga. Se vuole giocare, lo Stato giochi sul serio.

Riguardo il taglio dei tassi da parte della Fed e della Bce, osserva Mingardi, «se l'indebitamento di aziende e privati negli ultimi anni ha raggiunto livelli insostenibili a causa del tasso d'interesse troppo basso, qui stiamo dando metadone all'economia mondiale. Non cercando di disintossicarla».

Intanto, Alberto Bisin, Lakeside Capital e Phastidio.net propongono tutti la stessa soluzione: obbligare le banche ad aprire i libri contabili, in modo che si sappia chi ha commesso errori e di quale gravità, e l'erogazione di crediti possa riprendere tra chi non li ha commessi, o ne ha commessi meno. Perché di una soluzione apparentemente così semplice neanche si sente parlare? Phastidio.net individua un primo ostacolo:
«Da questa operazione-trasparenza i regolatori uscirebbero con le ossa rotte, e si avrebbe la definitiva conferma della loro cattura da parte dei regolati».
«Vi è una forte reticenza a rendere pubbliche tali informazioni e ad agire in base ad esse», osserva anche Michele Boldrin, su noiseFromAmeriKa:
«La ragione mi sembra chiara, anche se triste: rendere le informazioni pubbliche forzerebbe ad agire su di esse, portando al fallimento di alcune banche (non tutte, alcune). Le potenziali vittime non gradiscono, sperano di salvarsi ed il regolatore (parzialmente o totalmente catturato da un'industria che protegge se stessa) si adatta cercando di salvare tutte le banche. Pessima idea: solo alcune banche possono essere salvate, qualsiasi ipotesi sia vera. Tentare di salvare tutte le banche potrebbe portare alla distruzione del sistema nel suo complesso. Questo mi sembra il rischio, serio, che stiamo correndo. È necessario accettare che vi siano dei morti per evitare la strage...»
Con una efficace metafora Boldrin spiega come la crisi di fiducia tra gli istituti di credito, che potrebbe portare a una stretta creditizia anche per le imprese, e quindi causare una recessione, richieda un'operazione trasparenza:
«Il cavallo non intende bere perché teme che l'acqua sia avvelenata. L'unica soluzione, quindi, è convincere il cavallo, provandoglielo, che l'acqua avvelenata non è. Semplice no? Occorre far esaminare l'acqua e, mano a mano che arrivano i risultati, farli vedere ed intendere al cavallo, facendogli capire sia quale parte del ruscello non è avvelenata sia quale lo sia e come si intenda bonificarla».
Ciò che sta accadendo, conclude Boldrin, è che «un fatto reale relativamente piccolo (-500 miliardi in equities) ed una serie di segnali credibili e pessimisti da parte delle autorità politiche e monetarie, hanno convinto tutti di gettare al vento le aspettative ottimistiche e di assumere quelle super pessimistiche, portando l'economia su un nuovo sentiero di equilibrio, un sentiero da depressione».

Tuesday, September 16, 2008

Il libero mercato è vivo e in mezzo a noi

Almeno una generazione di italiani ha girato il mondo come se Alitalia non fosse esistita

«Il fallimento, nel libero mercato, è la giusta sanzione che condiziona positivamente la condotta degli attori, e contribuisce a lenire il rischio di comportamenti opportunistici. Che si lasci cadere nell'abisso una grande banca d'affari come Lehman è una prova di maturità, proprio come non lo è, simmetricamente, considerare inconcepibile il fallimento di una compagnia aerea di medie dimensioni. Se, nella tragedia, possa essere un segnale persino incoraggiante, per ristabilire i corretti incentivi di mercato, lo sapremo solo fra un po'». Parole come al solito condivisibili, quelle di Alberto Mingardi su il Riformista di oggi.

I salvataggi a spese dello stato sono sempre un «azzardo», economico prima che «morale». Se gli operatori economici avvertono che «i costi vengono sostenuti dalla collettività», allora «possono sentirsi incentivati ad intraprendere comportamenti eccessivamente rischiosi».

C'è chi assistendo alla bancarotta della Lehman Brothers crederà di vedere la fine di un mondo, il fallimento del libero mercato e del capitalismo. "Finalmente", esclamerà tirandosi qualche sega (scusate la volgarità). Altri con un sorrisetto compiaciuto da professorini, alla Tremonti, osserveranno che il mercato da solo non basta, ci vuole l'intervento statale, o in modo più politicamente corretto "la" politica.

Eppure la bancarotta della Lehman Brothers non è il segno del fallimento, bensì del corretto funzionamento del libero mercato in un passaggio di crisi. Gli impiegati della Lehman non si arroccano nei loro uffici chiedendo l'intervento pubblico, come accadrebbe in Italia, ma raccolgono in uno scatolone i loro effetti personali e se ne vanno, pure con una certa fretta, che' nuove opportunità sono dinanzi a loro.

Anche la nazionalizzazione di Fannie Mae e Freddie Mac da parte del governo Usa ha galvanizzato politici e commentatori statalisti. Ma quanti sanno, e quanti hanno taciuto, che Fannie Mae e Freddie Mac erano colossi para-statali, e che la loro bancarotta è un fallimento non del libero mercato, bensì proprio di quel po' di interventismo statale e di politica sociale che c'è in America? A chi è capitato di leggere o ascoltare sui mainstream media le considerazioni di Marco Taradash?
«... sono nate da una scelta politica, per favorire la diffusione più ampia possibile della proprietà immobiliare negli Usa, con miliardi di dollari di linee di credito garantite dallo stato, tassi di credito di favore da parte della Fed, esenzione fiscale a livello statale e federale, e soprattutto, una garanzia di fatto assoluta di non fallire. L'effetto di questo sistema è la crisi finanziaria in corso da mesi. Freddie e Fannie sono state gestite irresponsabilmente, hanno diffuso irresponsabilità nell'intero sistema bancario americano, hanno fatto dilagare l'irresponsabilità fra i cittadini americani. Questi due istituti sono stati tenuti in vita artificialmente grazie a un enorme e costosissimo lavorio di lobby, grazie al loro essere una gallina dalle uova d'oro per decine di uomini politici, quasi tutti democratici, in attività o in pensione, e soprattutto, grazie ai falsi in bilancio».
Una versione confermata da Alberto Bisin, tra i pochi a raccontare la vera storia di Fannie Mae e Freddie Mac. Sebbene formalmente società private, si sono comportate come istituti para-statali:
«La loro origine è pubblica. Fannie Mae è stata creata nel 1938 dal governo per rendere liquido il mercato secondario dei mutui. Ha operato in condizioni di monopolio fino alla fine degli anni '60, quando è stata privatizzata, e Freddie Mac è stata fondata dal Congresso per garantire una qualche forma di concorrenza nel mercato. Nonostante entrambe le società fossero private dagli anni '70 in poi, la loro origine pubblica ha fatto sì che esse ricevessero notevoli vantaggi ed esenzioni fiscali, stimate in circa 6,5 miliardi di dollari l'anno. Ma soprattutto, l'origine pubblica delle due società ha fatto sì che esse godessero di una generalmente riconosciuta "implicita garanzia pubblica". Questa implicita garanzia si è manifestata nella loro capacità di indebitarsi ad interessi passivi vicini a quelli pagati dal governo federale americano sul debito pubblico; interessi quindi notevolmente inferiori a quelli pagati da qualunque altra società privata. Un esempio da manuale di quello che in Italia si chiama privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite. Naturalmente, ogni società che operi in regime di socializzazione delle perdite tende a prendere rischi eccessivi e decisioni inefficienti... Fino alla crisi dei mercati finanziari e immobiliari del 2007 (che non hanno saputo prevedere e che hanno sottovalutato), Fannie Mae e Freddie Mac si sono ingrandite indebitandosi enormemente, hanno arricchito un management fallimentare, hanno generosamente remunerato i propri azionisti, e hanno ripetutamente commesso falso in bilancio... Le vicende di Fannie Mae e Freddie Mac e di Alitalia dimostrano solo che società cui sia garantita la socializzazione delle perdite finiscono inevitabilmente per fare grosse perdite. Questo è vero negli Stati Uniti come in Italia».
Ma che c'è di male, allora, a salvare Alitalia? Il fatto è che non si tratta di alcun «salvataggio», a ben vedere. Nazionalizzando i due colossi dei mutui il governo degli Stati Uniti ha di fatto evitato che un danno provocato nel corso dei decenni da sbagliate politiche pubbliche avesse effetti ancor più catastrofici su una crisi finanziaria che proprio la condotta irresponsabile delle para-statali Freddie e Fannie ha contribuito a innescare.

Il fallimento di Alitalia non avrebbe alcun contraccolpo sulla nostra economia. Ogni anno migliaia di lavoratori in Italia perdono il posto senza ricevere le attenzioni che stanno ricevendo i piloti della nostra compagnia di bandierina ed esiste almeno una intera generazione di italiani (diciamo chi ha avuto tra i 20 e i 30 anni negli anni '90 e 2000), che non ha mai neanche lontanamente immaginato di volare con Alitalia. Sarebbe potuta anche non esistere affatto, ma quelle generazioni avrebbero comunque girato l'Europa e il mondo a prezzi bassissimi come nessuna generazione prima di loro. In effetti il governo italiano non sta operando alcun «salvataggio», ma sta piuttosto garantendo «ad una nuova compagnia privata condizioni di monopolio sulle rotte interne che sarebbero altrimenti state coperte da altre compagnie in condizioni di concorrenza», ha osservato Bisin.