Si tratta di alcuni passaggi estratti dall'audio di una conversazione telefonica tra Nicola Porro e il portavoce della Marcegaglia, Rinaldo Arpisella, pubblicato sul sito del Fatto quotidiano. Non è la trascrizione integrale della telefonata (che dura più di 12 minuti), e nulla di penalmente rilevante ovviamente, un normale scambio di vedute, un po' dietrologico e cifrato, tra un giornalista e un portavoce, ma alcuni spunti mi sembravano curiosi. Lascio a voi trarre eventuali conclusioni.
Rinaldo Arpisella: "Sono incazzati con voi che se potessero impalarvi... Sono molto incazzati (a Mediaset? ndr), anche quello in alto (Berlusconi? ndr)".
Nicola Porro: "In effetti, siamo molto preoccupati".
NP: "Ma dimmi una cosa. E' una cosa intelligente far chiamare Feltri da Confalonieri? Tu non conosci Feltri..."
RA: "Sì, ma mettiti nei panni di un Confalonieri o di un Berlusconi".
NP: "Vedi i casini che gli sta facendo ora sulla questione di Fini, secondo te... quello lì... si diverte dieci volte di più..."
RA: "Ci sono sovrastrutture che ci pisciano in testa, che non ci considerano... Non hai capito una cosa. Se c'è un gioco di sponda, e credo che tu l'abbia capito, su tutta questa vicenda politica, 'il governo deve andare avanti', è chiaro che è un gioco di sponda concordato".
NP: "Lui è il padrone del suo giornale, finché non lo cacciano... cosa che non è esclusa... lo possono anche cacciare".
NP: "La questione è che vorrei che tu capissi una roba. Se, ti faccio un esempio, Riotta ha deciso di rompere con la Marcegalia, ti faccio un'ipotesi dell'assurdo, e di rompere, al contrario di quanto sta facendo Riotta, non perdendo 50 mila copie ma nel momento in cui ne ha guadagnate 60 (70? ndr) mila, in maniera tale da farsi liquidare e uscire...".
RA: "E' il suo disegno".
NP: "Eeeeh allora, Rinaldo, di che cazzo stiamo parlando...".
NP: "Ti stavo raccontando un ragionamento ampio, ti stavo dicendo che un certo piano con lui (Feltri, ndr) non serve, non perché gli editori non debbano svolgere il loro ruolo, ma perché lui sta in una fase diversa".
NP: "Devo dire che c'è un punto francamente di sottovalutazione di Confindustria nei nostri confronti che a me personalmente un po è seccato".
RA: "Ma, senti, se a un certo punto ci dicono tutti che siamo sdraiati su questo governo, ragiona, tu che cosa vai fare, vai a fare anche le interviste sul Giornale, dài, ragiona, mettiti nei nostri panni".
RA: "Tu non sai che cazzo c'è altro in giro. Secondo me, davvero scusami, ma ti parlo da amico, è un ottica corta. Allora il cerchio sovrastrutturale va oltre me, va oltre Feltri, va oltre Berlusconi, va oltre... ci sono logiche che non riguardano i Fini, i Casini, i Buttiglione, questo o quell'altro, sono altri..."
NP: "Non so cosa tu voglia dire... non capisco".
RA: "Secondo te, chi c'è dietro Fini?"
NP: "Tu lo sai? Io no".
RA: "Ci sono quelli che c'eran dietro la D'Addario, dài su...".
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Friday, October 08, 2010
Thursday, February 11, 2010
"Par condicio" tranne che nei talk amici
L'arroganza del Pd e dei superpagati anchormen politici Rai (da Vespa a Santoro passando per Floris), che si comportano come fossero a casa propria, non conosce limiti. Questa storia del regolamento approvato dalla Commissione di Vigilanza per la campagna elettorale che sospenderebbe a loro dire le trasmissioni di approfondimento politico è emblematica. Una premessa indispensabile: per me la par condicio è una legge stupida, demenziale. Una trasmissione, che sia talk show o una tribuna, in cui debbano essere presenti, e con lo stesso spazio, i rappresentanti di tutti i partiti, fino all'ultimo partitino dell'1%, non soddisfa affatto il diritto dei cittadini a essere informati, bensì crea solo confusione e realizza l'opposto dell'idea del "conoscere per deliberare".
Mi sembra sbagliata anche la vecchia idea di Berlusconi secondo cui il tempo a disposizione delle forze politiche debba essere suddiviso proporzionalmente alla loro percentuale elettorale (cosicché il Pdl avrebbe il 38 e il Pd il 26%). Per essere efficace l'informazione politica in tv, si dovrebbe tener conto delle specificità del mezzo televisivo e arrivare a una sintesi delle posizioni politiche più rilevanti nella società, concedendo eguale spazio e tempo - adesso sì - in duelli testa-a-testa a quei candidati e coalizioni politiche (due e in qualche caso tre) che si contendono effettivamente il governo e il controllo degli organi legislativi delle istituzioni per le quali si vota. Assurdo, poi, che siano vietati gli spot televisivi, dando vita così allo scempio dei manifesti che vediamo nelle nostre città. Al contrario, io abolirei i manifesti.
Detto questo, però, non si può non sottolineare che proprio il centrosinistra ha imposto la par condicio e dimostra davvero un'incredibile faccia tosta ora ad opporsi all'estensione di quelle stesse regole anche ai talk show politici, che finora hanno goduto di una deroga in ragione di una capziosissima distinzione tra "comunicazione" e "informazione" politica. Eventualmente la par condicio si può cambiare, ma va applicata a tutti. Ha ragione Beltrandi quando fa notare che la rivolta del Pd e degli anchormen dimostra che la grande maggioranza di questi talk è condotta da giornalisti di sinistra.
E' falso inoltre che il regolamento impone alla Rai di sospendere queste trasmissioni nei 30 giorni prima del voto. In realtà, lascia aperte ai conduttori tre opzioni: rispettare le regole della par condicio; ospitare al proprio interno uno spazio di tribuna; spostarsi nel palinsesto lasciando per un mese il "prime time" alle tribune. Nulla di così tremendo, a meno che non pretendano di avere loro stessi uno spazio autogestito in piena campagna elettorale per attaccare i loro nemici politici. Falso anche che il regolamento sia un favore a Mediaset. Per prassi infatti l'Agcom applica, nello stabilire le regole elettorali per le tv commerciali, il modello fissato dalla Vigilanza per la Rai.
Mi sembra sbagliata anche la vecchia idea di Berlusconi secondo cui il tempo a disposizione delle forze politiche debba essere suddiviso proporzionalmente alla loro percentuale elettorale (cosicché il Pdl avrebbe il 38 e il Pd il 26%). Per essere efficace l'informazione politica in tv, si dovrebbe tener conto delle specificità del mezzo televisivo e arrivare a una sintesi delle posizioni politiche più rilevanti nella società, concedendo eguale spazio e tempo - adesso sì - in duelli testa-a-testa a quei candidati e coalizioni politiche (due e in qualche caso tre) che si contendono effettivamente il governo e il controllo degli organi legislativi delle istituzioni per le quali si vota. Assurdo, poi, che siano vietati gli spot televisivi, dando vita così allo scempio dei manifesti che vediamo nelle nostre città. Al contrario, io abolirei i manifesti.
Detto questo, però, non si può non sottolineare che proprio il centrosinistra ha imposto la par condicio e dimostra davvero un'incredibile faccia tosta ora ad opporsi all'estensione di quelle stesse regole anche ai talk show politici, che finora hanno goduto di una deroga in ragione di una capziosissima distinzione tra "comunicazione" e "informazione" politica. Eventualmente la par condicio si può cambiare, ma va applicata a tutti. Ha ragione Beltrandi quando fa notare che la rivolta del Pd e degli anchormen dimostra che la grande maggioranza di questi talk è condotta da giornalisti di sinistra.
E' falso inoltre che il regolamento impone alla Rai di sospendere queste trasmissioni nei 30 giorni prima del voto. In realtà, lascia aperte ai conduttori tre opzioni: rispettare le regole della par condicio; ospitare al proprio interno uno spazio di tribuna; spostarsi nel palinsesto lasciando per un mese il "prime time" alle tribune. Nulla di così tremendo, a meno che non pretendano di avere loro stessi uno spazio autogestito in piena campagna elettorale per attaccare i loro nemici politici. Falso anche che il regolamento sia un favore a Mediaset. Per prassi infatti l'Agcom applica, nello stabilire le regole elettorali per le tv commerciali, il modello fissato dalla Vigilanza per la Rai.
Wednesday, December 03, 2008
Sky, Berlusconi perde consensi, il Pd la faccia
Nonostante Tremonti abbia rivelato le obiezioni dell'Ue, e l'impegno preso dal Governo Prodi; e nonostante oggi una portavoce della Commissione Ue abbia confermato che la procedura di infrazione nei confronti dell'Italia sarebbe scattata se le aliquote non fossero state allineate («a questo punto il caso è chiuso»), concordo con quanto scriveva ieri Giuliano Ferrara su Il Foglio.
Ma da questo punto di vista il Pd è messo ancora peggio. Avendo una posizione strumentalmente antiberlusconiana, non potrebbero certo proporre di togliere i privilegi alla Rai o ai giornali "amici", né di abbassare l'Iva al 10% per tutte le imprese del settore, favorendo così anche le aziende dell'odiato premier. Ma come anticipavo ieri, quale l'aria tiri all'interno del Pd risulta chiaro da questa intervista a Romano Prodi che sì, bel bello se ne esce che ricordava qualcosa:
Come racconta Sergio Rizzo, quando si trattò di fissare l'Iva per le pay tv, una posizione ragionevole la ebbe Rifondazione comunista. Nel lontano 1995, votando insieme al centrodestra per limitare al 10% l'aliquota che allora i progressisti del Pds/Ds/Pd avrebbero voluto portare al 19%, per fortuna i comunisti favorirono le condizioni per uscire dal duopolio Rai-Mediaset, o per lo meno per attenuarlo.
«Portare via per decreto due terzi degli utili a un editore televisivo che investe e dà lavoro, è qualcosa di molto simile a quanto per anni i dirigisti di ogni colore hanno cercato di infliggere, come punizione divina, alle tv del Cavaliere. E spingere oggi il fornitore di un servizio popolare di largo consumo, che riguarda tanti milioni di famiglie, a tassare gli utenti e contribuenti, è probabilmente una boiata pazzesca».In un nuovo efficace spot contro l'aumento dell'Iva dal 10 al 20% Sky elenca altri beni "non essenziali" che usufruiscono di un'Iva agevolata al 10 o anche meno. Il problema è che quando si rivendica di aver agito per abolire un "privilegio", i privilegi poi bisognerebbe toglierli tutti, a partire dal quel misero 4% di Iva che paga la Rai sugli "abbonamenti", per proseguire con i quotidiani (non mi pare si possa dire che il Corriere della Sera non sia un'azienda avviata).
Ma da questo punto di vista il Pd è messo ancora peggio. Avendo una posizione strumentalmente antiberlusconiana, non potrebbero certo proporre di togliere i privilegi alla Rai o ai giornali "amici", né di abbassare l'Iva al 10% per tutte le imprese del settore, favorendo così anche le aziende dell'odiato premier. Ma come anticipavo ieri, quale l'aria tiri all'interno del Pd risulta chiaro da questa intervista a Romano Prodi che sì, bel bello se ne esce che ricordava qualcosa:
«Le sollecitazioni dell'Unione europea perché fosse risolta l'asimmetria delle aliquote Iva per le televisioni in Italia ci furono. Una posizione assolutamente condivisibile, tanto che ci impegnammo a provvedere. Ma poi non entrammo mai nel merito».Altri prodiani, come la Bonino e Visco, dovevano esserne al corrente. Peccato che nessuno abbia pensato di avvisare l'"amico" Walter. Diciamoci la verità, tirando fuori la richiesta dell'Ue e l'impegno di Prodi Berlusconi e Tremonti hanno messo nel sacco un'opposizione allo sbando e giornali che non sanno fare informazione, ma sono solo capaci di fare da megafono alle risse politiche. Ma l'asso nella manica di Tremonti non ha impedito al Cavaliere una brusca caduta nei sondaggi.
Come racconta Sergio Rizzo, quando si trattò di fissare l'Iva per le pay tv, una posizione ragionevole la ebbe Rifondazione comunista. Nel lontano 1995, votando insieme al centrodestra per limitare al 10% l'aliquota che allora i progressisti del Pds/Ds/Pd avrebbero voluto portare al 19%, per fortuna i comunisti favorirono le condizioni per uscire dal duopolio Rai-Mediaset, o per lo meno per attenuarlo.
Monday, December 01, 2008
Più tasse su Sky, mossa tafazziana del governo
Come gli italiani difesero Mediaset dalla scure dei referendum del 1995, così si schiereranno dalla parte di Sky oggi che il governo, riportando l'Iva sugli abbonamenti al 20% dall'attuale 10, decide di cancellare lo sgravio fiscale di cui finora hanno goduto la pay tv di Murdoch ma anche milioni di abbonati. I cittadini hanno sete di varietà nell'offerta televisiva. E come hanno dimostrato di gradire le tv commerciali, che negli anni '80 arrivavano a svecchiare l'ingessato monopolio Rai, così oggi apprezzano Sky, che ha portato un'altra ventata d'aria fresca dopo 20 anni di asfittico duopolio Rai-Mediaset nell'analogico.
Come avrebbe reagito Berlusconi se le sue tv fossero state oggetto di un provvedimento così punitivo? Facile rispondere, perché è già accaduto in passato che le sue tv fossero in pericolo e, giustamente, Berlusconi lanciò una campagna di comunicazione che ebbe i suoi effetti. La stessa cosa farà Sky, sebbene il danno non sia certo paragonabile a quello che i referendum avrebbero inferto a Berlusconi nel '95.
E' incredibile che proprio Berlusconi, che conosce bene l'impatto mediatico che può avere la reazione di una tv ferita, sia incappato in questo doppio errore, che non mancherà di ripercuotersi negativamente sull'immagine del governo, che vedrà calare per la prima volta in modo consistente i consensi sul suo operato. E' una decisione doppiamente sbagliata. Innanzitutto, perché aumentare l'Iva (anche se si tratta di riportarla al livello standard del 20%), significa comunque aumentare la pressione fiscale, ed è sbagliato ancor di più oggi che ci troviamo in un periodo di crisi. A pagare il 10% di Iva in più sul loro abbonamento a Sky saranno 4,6 milioni di famiglie. Tra l'altro, essendo un'imposta indiretta, pagheranno tutte allo stesso modo, senza distinzioni di reddito.
Ma è un errore anche dal punto di vista strettamente politico. Non solo Berlusconi ancora una volta presta il fianco alle accuse di conflitto di interessi - un'arma ormai quasi del tutto spuntata nelle mani di un'opposizione priva di credibilità - ma soprattutto smentisce clamorosamente la promessa elettorale enunciata con maggiore enfasi e chiarezza: il governo non metterà le mani nelle tasche degli italiani. E invece, si becca 30 spot al giorno di Sky che dimostrano il contrario, il tutto per circa 210 milioni di euro in più che forse finiranno nelle casse dello stato. Né mi pare che questa misura preluda a una risistemazione del sistema radiotelevisivo, culturale o dell'editoria che elimini distorsioni e privilegi.
Infine, è un errore dal punto di vista comunicativo. Nella delicata opera di comunicazione dei contenuti del pacchetto anti-crisi sarebbe stato meglio puntare sulle misure positive (sì, alcune ce ne sono), piuttosto che rischiare di impantanarsi in un provvedimento tutto sommato minore che porta il volto antipatico dell'esattore.
Ed è proprio facendo leva sull'argomento tasse che inizia a reagire Sky. «A partire dal primo gennaio ogni cliente di Sky avrà un aumento delle imposte sul suo abbonamento pari al 10%», ha annunciato in una nota l'azienda, spiegando che «come qualsiasi aumento dell'Iva, è integralmente a carico del consumatore». Dal punto di vista commerciale, sono convinto che non molti abbonati decideranno di disdire il contratto, ma certo tra i possibili nuovi abbonati, quelli che proprio sotto le feste stanno decidendo se sottoscrivere o regalare un abbonamento, potrebbero essere molti quelli indotti a desistere. Ma tra qualche mese Sky metterà a punto nuove offerte in cui si farà carico anch'essa dell'aumento dell'Iva. Insomma, nessuno qui "piange" per Sky.
Ma intanto, il danno è fatto. Sky sta già mettendo in onda uno spot che recita:
Chi legge questo blog sa che non sono un fanatico dell'ambientalismo, ma un'altra misura, di minore impatto, che il governo poteva risparmiarsi, è la decisione di ridurre gli sgravi fiscali per gli interventi di efficienza energetica sulle abitazioni. La spesa per montare pannelli solari, installare doppi vetri o caldaie più efficienti in casa, poteva essere detratta fino al 55% dalla dichiarazione dei redditi. Il governo ha ridotto il tetto al 36%, fino ad un massimo di 48 mila euro da ripartire in 10 rate annuali. Inoltre, la norma è retroattiva, quindi tutti coloro che hanno già avviato i lavori a casa propria confidando nel 55% si dovranno accontentare di una detrazione del 36%, sempre che venga riconosciuta dall'Agenzia delle Entrate dopo un farraginoso iter burocratico. Anche in questo caso una misura che rischia di deprimere, e non di sostenere la domanda, in un settore tra l'altro tra i più dinamici.
Come avrebbe reagito Berlusconi se le sue tv fossero state oggetto di un provvedimento così punitivo? Facile rispondere, perché è già accaduto in passato che le sue tv fossero in pericolo e, giustamente, Berlusconi lanciò una campagna di comunicazione che ebbe i suoi effetti. La stessa cosa farà Sky, sebbene il danno non sia certo paragonabile a quello che i referendum avrebbero inferto a Berlusconi nel '95.
E' incredibile che proprio Berlusconi, che conosce bene l'impatto mediatico che può avere la reazione di una tv ferita, sia incappato in questo doppio errore, che non mancherà di ripercuotersi negativamente sull'immagine del governo, che vedrà calare per la prima volta in modo consistente i consensi sul suo operato. E' una decisione doppiamente sbagliata. Innanzitutto, perché aumentare l'Iva (anche se si tratta di riportarla al livello standard del 20%), significa comunque aumentare la pressione fiscale, ed è sbagliato ancor di più oggi che ci troviamo in un periodo di crisi. A pagare il 10% di Iva in più sul loro abbonamento a Sky saranno 4,6 milioni di famiglie. Tra l'altro, essendo un'imposta indiretta, pagheranno tutte allo stesso modo, senza distinzioni di reddito.
Ma è un errore anche dal punto di vista strettamente politico. Non solo Berlusconi ancora una volta presta il fianco alle accuse di conflitto di interessi - un'arma ormai quasi del tutto spuntata nelle mani di un'opposizione priva di credibilità - ma soprattutto smentisce clamorosamente la promessa elettorale enunciata con maggiore enfasi e chiarezza: il governo non metterà le mani nelle tasche degli italiani. E invece, si becca 30 spot al giorno di Sky che dimostrano il contrario, il tutto per circa 210 milioni di euro in più che forse finiranno nelle casse dello stato. Né mi pare che questa misura preluda a una risistemazione del sistema radiotelevisivo, culturale o dell'editoria che elimini distorsioni e privilegi.
Infine, è un errore dal punto di vista comunicativo. Nella delicata opera di comunicazione dei contenuti del pacchetto anti-crisi sarebbe stato meglio puntare sulle misure positive (sì, alcune ce ne sono), piuttosto che rischiare di impantanarsi in un provvedimento tutto sommato minore che porta il volto antipatico dell'esattore.
Ed è proprio facendo leva sull'argomento tasse che inizia a reagire Sky. «A partire dal primo gennaio ogni cliente di Sky avrà un aumento delle imposte sul suo abbonamento pari al 10%», ha annunciato in una nota l'azienda, spiegando che «come qualsiasi aumento dell'Iva, è integralmente a carico del consumatore». Dal punto di vista commerciale, sono convinto che non molti abbonati decideranno di disdire il contratto, ma certo tra i possibili nuovi abbonati, quelli che proprio sotto le feste stanno decidendo se sottoscrivere o regalare un abbonamento, potrebbero essere molti quelli indotti a desistere. Ma tra qualche mese Sky metterà a punto nuove offerte in cui si farà carico anch'essa dell'aumento dell'Iva. Insomma, nessuno qui "piange" per Sky.
Ma intanto, il danno è fatto. Sky sta già mettendo in onda uno spot che recita:
«In una fase di crisi economica, i governi lavorano per trovare una soluzione che aumenti la capacità di spesa dei cittadini e sostenga la crescita delle imprese. Il governo italiano ha annunciato invece una misura che va nella direzione opposta: il raddoppio delle tasse sul vostro abbonamento a Sky, dal 10 al 20%. Un aumento delle tasse per 4 milioni e 600 mila famiglie. Questo, anche se durante la scorsa campagna elettorale il governo aveva promesso di non aumentare le tasse alle famiglie italiane».Uno spot che ricalca il parere rilasciato al Corriere dall'ad italiano di Sky, Tom Mockridge. Intendiamoci: si tratta di una posizione evidentemente interessata. Ricordarlo è come scoprire l'"acqua calda". Ma considerando in modo obiettivo il merito degli argomenti non si possono avere dubbi: sono tutti efficacissimi. Sky difende i suoi interessi, ma è un fatto che per 4 milioni e 600 mila famiglie aumentino le tasse sull'abbonamento. Un bene non essenziale? Forse, ma non voglio arrendermi alla tipica retorica ridistributiva dei governi socialdemocratici: togliamo ai più ricchi per dare ai più poveri. Laddove i profili di questi "ricchi" e "poveri" lasciano sempre troppi dubbi.
Chi legge questo blog sa che non sono un fanatico dell'ambientalismo, ma un'altra misura, di minore impatto, che il governo poteva risparmiarsi, è la decisione di ridurre gli sgravi fiscali per gli interventi di efficienza energetica sulle abitazioni. La spesa per montare pannelli solari, installare doppi vetri o caldaie più efficienti in casa, poteva essere detratta fino al 55% dalla dichiarazione dei redditi. Il governo ha ridotto il tetto al 36%, fino ad un massimo di 48 mila euro da ripartire in 10 rate annuali. Inoltre, la norma è retroattiva, quindi tutti coloro che hanno già avviato i lavori a casa propria confidando nel 55% si dovranno accontentare di una detrazione del 36%, sempre che venga riconosciuta dall'Agenzia delle Entrate dopo un farraginoso iter burocratico. Anche in questo caso una misura che rischia di deprimere, e non di sostenere la domanda, in un settore tra l'altro tra i più dinamici.
Monday, February 18, 2008
Scoppia la grana Di Pietro
Sono trascorsi pochi giorni da quando Veltroni ha annunciato l'apparentamento con L'Italia dei Valori di Di Pietro, derogando in modo discutibile all'impegno di "correre da solo", ed è già scoppiata la prima grana per il segretario del Pd. Oggi infatti Di Pietro ha diffuso il suo programma elettorale, di ben 11 punti.
Le domande sorgono spontanee: quelle di Di Pietro sono proposte a titolo personale? Veltroni le condivide? Quale programma sta sostenendo chi intende votare per Veltroni premier? Domande che si ritenevano superate per sempre con la decisione del Pd di correre da solo ma che inevitabilmente l'alleanza con Di Pietro fa tornare di attualità.
Ma sono soprattutto la legge sul conflitto di interessi, che l'ex pm torna adesso a brandire, e la sua proposta di «intervento radicale» sull'informazione a mettere in difficoltà Veltroni: «Una sola televisione pubblica, senza pubblicità; limitazione della proprietà per i concessionari privati ad una rete; eliminazione dei finanziamenti pubblici all'editoria». Al di là del merito, il rilancio della questione del conflitto di interessi e la proposta di ridurre Mediaset ad una sola rete, procedendo a quello che di fatto sarebbe un esproprio, appaiono intenti punitivi nei confronti del leader dell'opposizione Berlusconi, che rendono vani gli sforzi di Veltroni per condurre una campagna elettorale pacata, civile, rispettosa dell'avversario nella speranza in questo modo di poter conquistare i voti dell'elettorato più moderato e indipendente.
Ma anche voler ridurre la Rai ad una sola rete, senza pubblicità, rischia di far ribellare il partito-Rai, molto ben rappresentato all'interno del Pd e in generale tra gli elettori di centrosinistra. Per non parlare dell'"effetto confusione" provocato dal sovrapporsi, sui programmi, di più voci che in teoria dovrebbero confluire in una sola.
Insomma, con un colpo solo Di Pietro riesce a far perdere voti al Pd sia al centro che a sinistra. Un po' la riedizione degli autogol di Visco e Bertinotti nel 2006.
Le domande sorgono spontanee: quelle di Di Pietro sono proposte a titolo personale? Veltroni le condivide? Quale programma sta sostenendo chi intende votare per Veltroni premier? Domande che si ritenevano superate per sempre con la decisione del Pd di correre da solo ma che inevitabilmente l'alleanza con Di Pietro fa tornare di attualità.
Ma sono soprattutto la legge sul conflitto di interessi, che l'ex pm torna adesso a brandire, e la sua proposta di «intervento radicale» sull'informazione a mettere in difficoltà Veltroni: «Una sola televisione pubblica, senza pubblicità; limitazione della proprietà per i concessionari privati ad una rete; eliminazione dei finanziamenti pubblici all'editoria». Al di là del merito, il rilancio della questione del conflitto di interessi e la proposta di ridurre Mediaset ad una sola rete, procedendo a quello che di fatto sarebbe un esproprio, appaiono intenti punitivi nei confronti del leader dell'opposizione Berlusconi, che rendono vani gli sforzi di Veltroni per condurre una campagna elettorale pacata, civile, rispettosa dell'avversario nella speranza in questo modo di poter conquistare i voti dell'elettorato più moderato e indipendente.
Ma anche voler ridurre la Rai ad una sola rete, senza pubblicità, rischia di far ribellare il partito-Rai, molto ben rappresentato all'interno del Pd e in generale tra gli elettori di centrosinistra. Per non parlare dell'"effetto confusione" provocato dal sovrapporsi, sui programmi, di più voci che in teoria dovrebbero confluire in una sola.
Insomma, con un colpo solo Di Pietro riesce a far perdere voti al Pd sia al centro che a sinistra. Un po' la riedizione degli autogol di Visco e Bertinotti nel 2006.
Thursday, November 22, 2007
La cabina di regia c'è
L'avevamo avuto, ieri, il sospetto che l'uscita delle intercettazioni che proverebbero un'unica regia tra i vertici Rai e Mediaset nel filtrare e presentare le notizie, durante gli anni di governo del centrodestra, fosse una polpetta avvelenata confezionata tra Palazzo Chigi e la Repubblica per far saltare il dialogo tra Veltroni e Berlusconi prima che cominciasse.
E a quanto pare, leggendo i giornali e le dichiarazioni di oggi, quel sospetto dev'essere piuttosto fondato, se in poche ore si è insinuato nei pensieri di molti. Da Mario Giordano, che su il Giornale non si mostra affatto sorpreso per «siluro troppo puntuale», fino a Verderami, che raccoglie i ricordi del socialista Piazza, quando era ministro della Funzione Pubblica, non molto tempo fa: «Ogni volta che mi preparavo ad andare in Parlamento, dove all'ordine del giorno della prima Commissione c'era il conflitto d'interessi, un'ora prima mi dicevano "rinviamo". Ora la storia si ripete con la riforma del sistema tv, e ho l'impressione che certe leggi vengano scritte e riposte in un cassetto, per essere tirate fuori al momento opportuno. Perciò quando sento parlare di queste riforme, andreottianamente penso male».
E quale momento più opportuno se non all'avvio di un dialogo che se dovesse davvero approdare a un accordo sulla legge elettorale darebbe la "spallata" decisiva al Governo Prodi, ma che in ogni caso precipita il premier in un tetro cono d'ombra? Prodi sa che colpire Berlusconi sulle sue televisioni è il miglior modo per fargli passare la voglia di "dialogare" e mostrarsi amichevole. Così come sa che scatenare l'antiberlusconismo girotondino provoca non poche difficoltà anche a Veltroni, forse persino solo nell'incontrarlo, Berlusconi.
Alla fine, le mosse degli artefici del sabotaggio si sono rivelate così scoperte da risultare persino maldestre. Due giorni fa l'intervista di Prodi a un giornale tedesco, in cui tornava a denunciare il controllo mediatico da parte di Berlusconi; ieri lo "scoop" di la Repubblica e subito la nota da Palazzo Chigi sull'urgenza della riforma della Rai e dell'intero sistema radiotelevisivo, naturalmente da farsi insieme alla legge elettorale e al pari delle altre riforme istituzionali. Ed ecco che, guarda un po', si ritira fuori la riforma Gentiloni dal cassetto.
Berlusconi reagisce ma non sembra recedere dai suoi propositi di dialogo. Anche Veltroni, costretto a parare il colpo sbrigandosi a denunciare «intrecci e commistioni» che «calpestano la Rai», per allontanare subito da sé ogni sospetto di inciucio col Cav., sembra però non essere intenzionato a recedere: il dialogo si tenta, anche se ancor più complicato di prima.
In attesa che inchieste, istruttorie e commissioni facciano il loro corso, per il momento l'unica cabina di regia di cui è emersa l'evidenza è quella tra Palazzo Chigi, Procura di Milano (che ha fornito verbali di intercettazioni che sarebbero dovute essere distrutte da mesi, a norma di legge) e la Repubblica. E scusate se vi pare poco...
E a quanto pare, leggendo i giornali e le dichiarazioni di oggi, quel sospetto dev'essere piuttosto fondato, se in poche ore si è insinuato nei pensieri di molti. Da Mario Giordano, che su il Giornale non si mostra affatto sorpreso per «siluro troppo puntuale», fino a Verderami, che raccoglie i ricordi del socialista Piazza, quando era ministro della Funzione Pubblica, non molto tempo fa: «Ogni volta che mi preparavo ad andare in Parlamento, dove all'ordine del giorno della prima Commissione c'era il conflitto d'interessi, un'ora prima mi dicevano "rinviamo". Ora la storia si ripete con la riforma del sistema tv, e ho l'impressione che certe leggi vengano scritte e riposte in un cassetto, per essere tirate fuori al momento opportuno. Perciò quando sento parlare di queste riforme, andreottianamente penso male».
E quale momento più opportuno se non all'avvio di un dialogo che se dovesse davvero approdare a un accordo sulla legge elettorale darebbe la "spallata" decisiva al Governo Prodi, ma che in ogni caso precipita il premier in un tetro cono d'ombra? Prodi sa che colpire Berlusconi sulle sue televisioni è il miglior modo per fargli passare la voglia di "dialogare" e mostrarsi amichevole. Così come sa che scatenare l'antiberlusconismo girotondino provoca non poche difficoltà anche a Veltroni, forse persino solo nell'incontrarlo, Berlusconi.
Alla fine, le mosse degli artefici del sabotaggio si sono rivelate così scoperte da risultare persino maldestre. Due giorni fa l'intervista di Prodi a un giornale tedesco, in cui tornava a denunciare il controllo mediatico da parte di Berlusconi; ieri lo "scoop" di la Repubblica e subito la nota da Palazzo Chigi sull'urgenza della riforma della Rai e dell'intero sistema radiotelevisivo, naturalmente da farsi insieme alla legge elettorale e al pari delle altre riforme istituzionali. Ed ecco che, guarda un po', si ritira fuori la riforma Gentiloni dal cassetto.
Berlusconi reagisce ma non sembra recedere dai suoi propositi di dialogo. Anche Veltroni, costretto a parare il colpo sbrigandosi a denunciare «intrecci e commistioni» che «calpestano la Rai», per allontanare subito da sé ogni sospetto di inciucio col Cav., sembra però non essere intenzionato a recedere: il dialogo si tenta, anche se ancor più complicato di prima.
In attesa che inchieste, istruttorie e commissioni facciano il loro corso, per il momento l'unica cabina di regia di cui è emersa l'evidenza è quella tra Palazzo Chigi, Procura di Milano (che ha fornito verbali di intercettazioni che sarebbero dovute essere distrutte da mesi, a norma di legge) e la Repubblica. E scusate se vi pare poco...
Wednesday, November 21, 2007
Quanta ipocrisia su Rai e Mediaset
La Repubblica alza la palla e Palazzo Chigi schiaccia: «La riforma del sistema radiotelevisivo si dimostra una necessità per fare chiarezza sulle regole». «Non c'è dubbio che la Rai abbia bisogno di una riforma vera e democratica per tutelare la libertà di informazione e le regole aziendali e civili. Non possiamo che auspicare che le inchieste Rai facciano chiarezza su quanto rivelato dai giornali. Quando il Presidente del Consiglio parla di riforme, non si riferisce solo a riforme istituzionali, legge elettorale, regolamenti parlamentari», ma anche a quella della Rai e dell'intero sistema radiotelevisivo.
L'obiettivo? Radicalizzare di nuovo il confronto con Berlusconi per far fallire prima che cominci il dialogo con Veltroni e allungare così la vita (se questa è vita!) al Governo Prodi.
Non sappiamo se nello "scoop" di la Repubblica sulle intercettazioni che dimostrerebbero come i vertici Rai e Mediaset concordassero l'uscita di notizie sfavorevoli a Berlusconi vi sia uno scandalo di proporzioni gigantesche (può ben darsi), ma considerando com'è stata colta subito la palla al balzo, qualche dubbio che si tratti di un'abile ricostruzione giornalistica confezionata per dare un aiutino a Prodi, lo ammettiamo, ci è venuto.
Che poi, la cosa più probabile è che non si tratti di nulla che ciascuno di noi non potesse già immaginare. L'informazione tv fa schifo. Il duopolio c'è. Non c'è concorrenza, fanno tutti parte di una stessa casta. Altro che "scoop": se non verranno fuori elementi nuovi, fatti concreti, siamo all'ovvio: si conoscono, sono amici, si parlano, concordano, si influenzano, cercano di non darsi fastidio, di fare favori al potente di turno. Che sia tutto "combinato" possiamo scommetterci. Non mi si venga a dire che i leader dell'Ulivo non "disturbano" i loro "compagni" dirigenti, o direttori, o nelle redazioni, dei tg della Rai, proprio quando solo una settimana fa abbiamo assistito al caso Facci.
La Rai è preda dei partiti - tutti (e soprattutto di chi sta al governo), da sempre. Va semplicemente chiusa, smembrata e privatizzata, al pari di Mediaset.
Chi cavalca questi scandali o pseudo-scandali, senza avanzare questa soluzione per me non è credibile, usa la situazione - avvilente - come strumento di lotta politica.
L'obiettivo? Radicalizzare di nuovo il confronto con Berlusconi per far fallire prima che cominci il dialogo con Veltroni e allungare così la vita (se questa è vita!) al Governo Prodi.
Non sappiamo se nello "scoop" di la Repubblica sulle intercettazioni che dimostrerebbero come i vertici Rai e Mediaset concordassero l'uscita di notizie sfavorevoli a Berlusconi vi sia uno scandalo di proporzioni gigantesche (può ben darsi), ma considerando com'è stata colta subito la palla al balzo, qualche dubbio che si tratti di un'abile ricostruzione giornalistica confezionata per dare un aiutino a Prodi, lo ammettiamo, ci è venuto.
Che poi, la cosa più probabile è che non si tratti di nulla che ciascuno di noi non potesse già immaginare. L'informazione tv fa schifo. Il duopolio c'è. Non c'è concorrenza, fanno tutti parte di una stessa casta. Altro che "scoop": se non verranno fuori elementi nuovi, fatti concreti, siamo all'ovvio: si conoscono, sono amici, si parlano, concordano, si influenzano, cercano di non darsi fastidio, di fare favori al potente di turno. Che sia tutto "combinato" possiamo scommetterci. Non mi si venga a dire che i leader dell'Ulivo non "disturbano" i loro "compagni" dirigenti, o direttori, o nelle redazioni, dei tg della Rai, proprio quando solo una settimana fa abbiamo assistito al caso Facci.
La Rai è preda dei partiti - tutti (e soprattutto di chi sta al governo), da sempre. Va semplicemente chiusa, smembrata e privatizzata, al pari di Mediaset.
Chi cavalca questi scandali o pseudo-scandali, senza avanzare questa soluzione per me non è credibile, usa la situazione - avvilente - come strumento di lotta politica.
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