Prodi o elezioni, era la minaccia che fino a qualche settimana fa veniva sbandierata ai quattro venti da tutti i principali maggiorenti del Pd, come prova della lealtà nei confronti del premier in carica. Un'ora dopo la caduta di Prodi, per gli stessi tornare subito alle urne diventava una sciagura, la «cosa peggiore» che si potesse pensare.
Ci vuole una nuova legge elettorale. Su questo ci sono pochi dubbi, ma su quale legge nessuno si espone. Sembra quasi che qualsiasi vada bene e che ci si divida tra sostenitori dell'attuale e promotori di una riforma, quale che sia. Se ci fosse un accordo di massima sull'assetto politico che questa nuova legge elettorale dovrebbe determinare, ci vorrebbero un paio di settimane per approvarla. Peccato che proprio il Pd sia diviso tra le correnti ad oggi più rappresentate in Parlamento (dalemiani, Popolari, rutelliani), per la bozza Bianco (sul modello tedesco), e il segretario e i suoi fedelissimi, per una versione più maggioritaria, come il vassallum. Ciascuna delle parti è spinta da un'idea diversa di Pd: per gli uni, un partito maggioritario che si allei dopo il voto, a seconda delle congiunture e delle convenienze, con la sinistra o con un "grande centro"; per gli altri, un partito maggioritario che corra e governi da solo.
Riconoscere la necessità di una nuova legge elettorale non vuol dire che vada bene una qualunque. Il modello tedesco consoliderebbe il ritorno a un sistema dagli esiti proporzionali. Dunque, se non fosse possibile approvare una legge maggioritaria e tendenzialmente bipartitica, a mio avviso sarebbe preferibile rimandare la discussione alla nuova legislatura, quando nel Pd la linea prevalente sarà quella bipartitica di Veltroni.
L'attuale legge elettorale ha accentuato l'instabilità connaturata nella coalizione prodiana, ma a ben vedere il suo effetto distorsivo ha giocato a favore di Prodi, e non contro. Non siamo partiti da una situazione in cui a fronte di una vittoria nelle urne, la legge ha prodotto una maggioranza numericamente striminzita in Senato, come erroneamente si pensa. Al contrario, l'Unione ha perso le elezioni per il Senato, ciononostante vedendosi attribuire una maggioranza, seppure risicatissima, di seggi. Dunque, Prodi e i suoi ministri dovrebbero esser grati a questa legge, che gli ha concesso di rimanere per venti mesi al governo, perché se il premio di maggioranza fosse stato assegnato a livello nazionale (come volevano Calderoli e la CdL) e non regionale (come ha voluto Ciampi), da subito il centrodestra si sarebbe trovato in maggioranza al Senato.
L'altro argomento per cui tornare subito al voto sarebbe la «cosa peggiore» è che bisogna affrontare le emergenze (le molte) che affliggono il nostro Paese, tra l'altro in un contesto economico internazionale di possibile recessione. Semmai, questo sembra un argomento a favore delle "elezioni subito", proprio per dare al Paese un governo politicamente responsabile, forte del sostegno e della legittimazione popolare per effettuare le scelte necessarie.
E tra i grandi giornali il Corriere della Sera è l'unico che si è sfilato dal coro che in questi giorni invoca un "governo per le riforme". Sergio Romano, motivando perché non si dovrebbe perdere altro tempo, ha ricordato come lo stesso Prodi abbia voluto determinare, facendosi sfiduciare dal Senato, le condizioni per una soluzione della crisi «conforme» agli interessi dell'opposizione, cioè le elezioni, mettendo così i bastoni tra le ruote a colui che ha individuato quale maggiore responsabile della sua caduta: il Pd di Veltroni.
Dal "retroscena" di Francesco Verderami, oggi sul Corriere, pare che Berlusconi e il Pd dovranno infine piegarsi dinanzi alla volontà del Quirinale di fare un tentativo, incaricando Marini o Amato per un governo "di scopo" (una nuova legge elettorale) e a termine. Aspettare un altro paio di mesi e votare a giugno sarebbe la mediazione tra le due posizioni - le elezioni subito, invocate da Berlusconi, e tra 8/12 mesi, come propone Veltroni. Certo, se Berlusconi si rifiutasse di appoggiarlo, tale governo sarebbe tutto fuorché quello che il presidente della Repubblica desidera per il Paese.
Veltroni anche oggi è tornato a chiedere all'opposizione di pazientare ancora 8/12 mesi. Un modo per ricordare che se anche le forze politiche non trovassero un accordo, entro il 15 giugno verrebbe comunque votato il referendum, vero obiettivo del segretario del Pd in merito alla legge elettorale.
Al di là delle apparenze, non c'è accordo nel Pd, neanche sul proseguimento della legislatura, e confermo che mi pare di vedere la posizione di Veltroni più compatibile con quella di Berlusconi. D'Alema, Marini e Rutelli sanno che votando subito sarebbe sconfitta certa ma, quel che è peggio, gruppi parlamentari e partito "veltroniani". Per questo vogliono innanzitutto buttare la palla avanti e, prima o poi, se sarà possibile, arruolando l'Udc far approvare una legge elettorale il più possibile ricalcata sul modello tedesco. Viceversa, Veltroni vorrebbe sì, innanzitutto, arrivare al referendum, ma si prepara ben volentieri alle elezioni anticipate, perché sa che votando entro l'estate si risparmierebbe la lunga guerra di logoramento che i suoi avversari gli stanno preparando nel partito e potrebbe plasmare il partito e i gruppi parlamentari.
Probabilmente solo chi avrà la forza e il coraggio di rinnovarsi davvero e per primo, avrà l'occasione di una vittoria vera e duratura, non solo elettorale, ma anche di governo. Così oggi il Berlusconi che vediamo correre verso le urne ripresentando il centrodestra tale e quale al 2006 - se non più deteriorato di allora nei rapporti, personali e politici, tra i leader e i partiti - si offre di tenere in mano quel cerino con il quale Prodi si è già bruciato.
Le vittorie, quella vere, solide, sono di chi sa prepararle rinnovandosi durante il tempo trascorso all'opposizione. Ds e Margherita non seppero o non vollero rinnovare il centrosinistra durante il Governo Berlusconi, ripresentandosi nel 2006 con Prodi e la sinistra comunista; non ha saputo o voluto farlo il Cav. durante questi due anni. Sembrava ben intenzionato con "l'annuncio del predellino", finito però in un nulla di fatto. Adesso si prepara sì a tornare al governo, ma in un quadro instabile, sorretto da una maggioranza probabilmente meno ampia di quella della scorsa legislatura (30 senatori di margine, se va bene, invece di 50), una coalizione ancor più litigiosa, due alleati il cui obiettivo manifesto è quello di logorarlo personalmente. E se nell'arco di un paio d'anni facesse la fine di Prodi e si tornasse a votare, «noi saremmo pronti per una vittoria vera e duratura, gli unici ad esserci rinnovati», scommette Veltroni...
Lo sosteniamo da tempo: la probabilissima sconfitta elettorale equivarrebbe ad un disastro, se il Pd si ripresentasse più o meno nella stessa formula prodiana, ma addirittura palingenetica se invece corresse da solo. Fuori dell'Unione, infatti, il Pd potenzialmente può «pescare» 10 punti percentuali in più, pur perdendo le elezioni. Anche a Berlusconi, quindi, converrebbe il referendum per lanciare il PdL e correre da solo.
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Monday, January 28, 2008
Saturday, December 29, 2007
Referendum. Riflettori sulla Corte incostituzionale
Saltano le rassicurazioni interessate di quanti, come Zagrebelsky, smentiscono l'assedio di pressioni più o meno occulte sui giudici della Corte costituzionale in merito ai referendum elettorali. Le molte sentenze di inammissibilità su cui la Corte si è fatta condizionare dalla politica le ricorda oggi, sul Corriere della Sera, Francesco Verderami. Strano che non si ricordino sentenze di ammissibilità su cui siano state così determinanti le pressioni politiche.
Eloquenti, sull'ultimo quesito al vaglio della Corte a metà gennaio prossimo, le parole franche del leghista Calderoli, tra i contrari al referendum, registrate da Verderami:
Eloquenti, sull'ultimo quesito al vaglio della Corte a metà gennaio prossimo, le parole franche del leghista Calderoli, tra i contrari al referendum, registrate da Verderami:
«Rispetto al passato la Consulta oggi non esprime un blocco solido, ma è divisa tra chi appoggia il governo e auspica le elezioni nel 2011, e chi - sempre in area di centrosinistra — rappresenta un'altra linea e vede invece con favore il voto nel 2009. I primi sono contrari all'ammissibilità dei quesiti, i secondi favorevoli. E siccome sotto il profilo giuridico ci sono diverse scuole di pensiero, è chiaro che la sentenza sarà squisitamente politica. Perciò la decisione non è scontata. E chi dice che non vengono esercitate pressioni sulla Consulta, sa di dire il falso. So per certo che in questi giorni il fronte degli anti-referendari sta facendo sentire la propria voce».
Thursday, December 20, 2007
Vigilare sulla Corte costituzionale
E' attraverso l'escamotage di un diario personale che Francesco Verderami, oggi sul Corriere, fa tornare l'ex giudice della Consulta Romano Vaccarella su quelle voci «mai smentite» di pressioni esercitate dai politici per bocciare i referendum elettorali e sulle sue conseguenti dimissioni dal supremo organo nell'aprile scorso.
«Oggi come allora si torna a parlare di pressioni, oggi come allora i vertici istituzionali tacciono». Ha scritto l'ex giudice in una pagina di "diario":
«Oggi come allora si torna a parlare di pressioni, oggi come allora i vertici istituzionali tacciono». Ha scritto l'ex giudice in una pagina di "diario":
«Non sono un marziano né faccio il puritano. Lo so che molti nodi politici vengono scaricati sulla Corte, ma c'è una linea di coerenza e dì dignità che va salvaguardata. Invece niente. E il livello di credibilità è precipitato... Lo sanno tutti quali giochi politici si celino dietro i referendum. Per Veltroni e Berlusconi, se si arriva o meno alla consultazione non cambia nulla. Per Prodi sì, è l'unico che ci rimetterebbe.Dai "diari" di Vaccarella emerge anche un altro particolare a dir poco inquietante: 'Italia stava per diventare una Repubblica sotto la tutela di un "Consiglio di Guardiani". «Purtroppo, quando si affrontano questioni che hanno una valenza politica, anche minima, nella Corte gli schieramenti subito si compattano e rispondono a logiche che non hanno stretta pertinenza giuridica. Se penso che fummo a un passo dall'ammettere che il Csm potesse sollevare il conflitto di attribuzioni contro il Parlamento su questioni riguardanti la magistratura... Incredibile: il Csm voleva porsi sullo stesso piano del Parlamento... Per fortuna abbiamo resistito».
È vero che il referendum ha valenza politica, ma la Corte deve decidere in punta di diritto. Il rischio è che accettando le pressioni screditi l'istituzione, che ammetta di rispondere al fischio della politica e che lo ammetta in piazza. Sarebbe dichiarare bancarotta... Su una materia delicata come quella elettorale, una Corte che si rispetti, si attacca ai precedenti e si uniforma, per evitare che nel Paese si accrediti un'idea qualunquista e pericolosa, in base alla quale non esistono più organismi di garanzia».
Thursday, November 22, 2007
La cabina di regia c'è
L'avevamo avuto, ieri, il sospetto che l'uscita delle intercettazioni che proverebbero un'unica regia tra i vertici Rai e Mediaset nel filtrare e presentare le notizie, durante gli anni di governo del centrodestra, fosse una polpetta avvelenata confezionata tra Palazzo Chigi e la Repubblica per far saltare il dialogo tra Veltroni e Berlusconi prima che cominciasse.
E a quanto pare, leggendo i giornali e le dichiarazioni di oggi, quel sospetto dev'essere piuttosto fondato, se in poche ore si è insinuato nei pensieri di molti. Da Mario Giordano, che su il Giornale non si mostra affatto sorpreso per «siluro troppo puntuale», fino a Verderami, che raccoglie i ricordi del socialista Piazza, quando era ministro della Funzione Pubblica, non molto tempo fa: «Ogni volta che mi preparavo ad andare in Parlamento, dove all'ordine del giorno della prima Commissione c'era il conflitto d'interessi, un'ora prima mi dicevano "rinviamo". Ora la storia si ripete con la riforma del sistema tv, e ho l'impressione che certe leggi vengano scritte e riposte in un cassetto, per essere tirate fuori al momento opportuno. Perciò quando sento parlare di queste riforme, andreottianamente penso male».
E quale momento più opportuno se non all'avvio di un dialogo che se dovesse davvero approdare a un accordo sulla legge elettorale darebbe la "spallata" decisiva al Governo Prodi, ma che in ogni caso precipita il premier in un tetro cono d'ombra? Prodi sa che colpire Berlusconi sulle sue televisioni è il miglior modo per fargli passare la voglia di "dialogare" e mostrarsi amichevole. Così come sa che scatenare l'antiberlusconismo girotondino provoca non poche difficoltà anche a Veltroni, forse persino solo nell'incontrarlo, Berlusconi.
Alla fine, le mosse degli artefici del sabotaggio si sono rivelate così scoperte da risultare persino maldestre. Due giorni fa l'intervista di Prodi a un giornale tedesco, in cui tornava a denunciare il controllo mediatico da parte di Berlusconi; ieri lo "scoop" di la Repubblica e subito la nota da Palazzo Chigi sull'urgenza della riforma della Rai e dell'intero sistema radiotelevisivo, naturalmente da farsi insieme alla legge elettorale e al pari delle altre riforme istituzionali. Ed ecco che, guarda un po', si ritira fuori la riforma Gentiloni dal cassetto.
Berlusconi reagisce ma non sembra recedere dai suoi propositi di dialogo. Anche Veltroni, costretto a parare il colpo sbrigandosi a denunciare «intrecci e commistioni» che «calpestano la Rai», per allontanare subito da sé ogni sospetto di inciucio col Cav., sembra però non essere intenzionato a recedere: il dialogo si tenta, anche se ancor più complicato di prima.
In attesa che inchieste, istruttorie e commissioni facciano il loro corso, per il momento l'unica cabina di regia di cui è emersa l'evidenza è quella tra Palazzo Chigi, Procura di Milano (che ha fornito verbali di intercettazioni che sarebbero dovute essere distrutte da mesi, a norma di legge) e la Repubblica. E scusate se vi pare poco...
E a quanto pare, leggendo i giornali e le dichiarazioni di oggi, quel sospetto dev'essere piuttosto fondato, se in poche ore si è insinuato nei pensieri di molti. Da Mario Giordano, che su il Giornale non si mostra affatto sorpreso per «siluro troppo puntuale», fino a Verderami, che raccoglie i ricordi del socialista Piazza, quando era ministro della Funzione Pubblica, non molto tempo fa: «Ogni volta che mi preparavo ad andare in Parlamento, dove all'ordine del giorno della prima Commissione c'era il conflitto d'interessi, un'ora prima mi dicevano "rinviamo". Ora la storia si ripete con la riforma del sistema tv, e ho l'impressione che certe leggi vengano scritte e riposte in un cassetto, per essere tirate fuori al momento opportuno. Perciò quando sento parlare di queste riforme, andreottianamente penso male».
E quale momento più opportuno se non all'avvio di un dialogo che se dovesse davvero approdare a un accordo sulla legge elettorale darebbe la "spallata" decisiva al Governo Prodi, ma che in ogni caso precipita il premier in un tetro cono d'ombra? Prodi sa che colpire Berlusconi sulle sue televisioni è il miglior modo per fargli passare la voglia di "dialogare" e mostrarsi amichevole. Così come sa che scatenare l'antiberlusconismo girotondino provoca non poche difficoltà anche a Veltroni, forse persino solo nell'incontrarlo, Berlusconi.
Alla fine, le mosse degli artefici del sabotaggio si sono rivelate così scoperte da risultare persino maldestre. Due giorni fa l'intervista di Prodi a un giornale tedesco, in cui tornava a denunciare il controllo mediatico da parte di Berlusconi; ieri lo "scoop" di la Repubblica e subito la nota da Palazzo Chigi sull'urgenza della riforma della Rai e dell'intero sistema radiotelevisivo, naturalmente da farsi insieme alla legge elettorale e al pari delle altre riforme istituzionali. Ed ecco che, guarda un po', si ritira fuori la riforma Gentiloni dal cassetto.
Berlusconi reagisce ma non sembra recedere dai suoi propositi di dialogo. Anche Veltroni, costretto a parare il colpo sbrigandosi a denunciare «intrecci e commistioni» che «calpestano la Rai», per allontanare subito da sé ogni sospetto di inciucio col Cav., sembra però non essere intenzionato a recedere: il dialogo si tenta, anche se ancor più complicato di prima.
In attesa che inchieste, istruttorie e commissioni facciano il loro corso, per il momento l'unica cabina di regia di cui è emersa l'evidenza è quella tra Palazzo Chigi, Procura di Milano (che ha fornito verbali di intercettazioni che sarebbero dovute essere distrutte da mesi, a norma di legge) e la Repubblica. E scusate se vi pare poco...
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