L'arroganza del Pd e dei superpagati anchormen politici Rai (da Vespa a Santoro passando per Floris), che si comportano come fossero a casa propria, non conosce limiti. Questa storia del regolamento approvato dalla Commissione di Vigilanza per la campagna elettorale che sospenderebbe a loro dire le trasmissioni di approfondimento politico è emblematica. Una premessa indispensabile: per me la par condicio è una legge stupida, demenziale. Una trasmissione, che sia talk show o una tribuna, in cui debbano essere presenti, e con lo stesso spazio, i rappresentanti di tutti i partiti, fino all'ultimo partitino dell'1%, non soddisfa affatto il diritto dei cittadini a essere informati, bensì crea solo confusione e realizza l'opposto dell'idea del "conoscere per deliberare".
Mi sembra sbagliata anche la vecchia idea di Berlusconi secondo cui il tempo a disposizione delle forze politiche debba essere suddiviso proporzionalmente alla loro percentuale elettorale (cosicché il Pdl avrebbe il 38 e il Pd il 26%). Per essere efficace l'informazione politica in tv, si dovrebbe tener conto delle specificità del mezzo televisivo e arrivare a una sintesi delle posizioni politiche più rilevanti nella società, concedendo eguale spazio e tempo - adesso sì - in duelli testa-a-testa a quei candidati e coalizioni politiche (due e in qualche caso tre) che si contendono effettivamente il governo e il controllo degli organi legislativi delle istituzioni per le quali si vota. Assurdo, poi, che siano vietati gli spot televisivi, dando vita così allo scempio dei manifesti che vediamo nelle nostre città. Al contrario, io abolirei i manifesti.
Detto questo, però, non si può non sottolineare che proprio il centrosinistra ha imposto la par condicio e dimostra davvero un'incredibile faccia tosta ora ad opporsi all'estensione di quelle stesse regole anche ai talk show politici, che finora hanno goduto di una deroga in ragione di una capziosissima distinzione tra "comunicazione" e "informazione" politica. Eventualmente la par condicio si può cambiare, ma va applicata a tutti. Ha ragione Beltrandi quando fa notare che la rivolta del Pd e degli anchormen dimostra che la grande maggioranza di questi talk è condotta da giornalisti di sinistra.
E' falso inoltre che il regolamento impone alla Rai di sospendere queste trasmissioni nei 30 giorni prima del voto. In realtà, lascia aperte ai conduttori tre opzioni: rispettare le regole della par condicio; ospitare al proprio interno uno spazio di tribuna; spostarsi nel palinsesto lasciando per un mese il "prime time" alle tribune. Nulla di così tremendo, a meno che non pretendano di avere loro stessi uno spazio autogestito in piena campagna elettorale per attaccare i loro nemici politici. Falso anche che il regolamento sia un favore a Mediaset. Per prassi infatti l'Agcom applica, nello stabilire le regole elettorali per le tv commerciali, il modello fissato dalla Vigilanza per la Rai.
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Thursday, February 11, 2010
Thursday, September 27, 2007
Gli ultimi - e i soli - kamikaze di Prodi
Marco Pannella invita il Governo a «mettere subito al centro della discussione le norme, che non conosciamo, di attuazione del protocollo sul welfare». «Noi - dice, riferendosi credo anche ai deputati radicali e al ministro Bonino - siamo soddisfatti di quell'intesa, ma abbiamo detto che l'accettiamo se resta come è stata presentata. Ora vogliamo sapere di più di quelle norme di attuazione».
Qualcuno avverta Pannella che per riequilibrare una bilancia che pende da un lato, quello della sinistra massimalista e comunista, bisogna mettersi sul piatto opposto, non accomodarsi in mezzo.
I deputati radicali dovrebbero augurarsi che il governo cada prima che arrivi alla Camera il pacchetto sul welfare con la controriforma delle pensioni, perché se poi lo votassero non c'è pdl per l'innalzamento dell'età pensionabile che regga, avrebbero perso quel poco di faccia che gli è rimasta. Dovrebbero spiegarci, infatti, per quale altra ragione, se non la sopravvivenza di Prodi, avrebbero dovuto votare a favore dell'abbassamento dell'età pensionabile da 60 a 58 anni nel 2008 pagata con i contributi dei giovani lavoratori precari.
E proprio oggi, dopo aver inavvertitamente causato il passo falso del governo alla Camera con un emendamento assai discutibile, Beltrandi ha assicurato il voto della Rosa nel Pugno a un provvedimento sulla sicurezza stradale che definire poliziesco è dire poco. Il ministro Bianchi pretende di rendere le strade più sicure con un mero inasprimento delle pene, quindi a costo zero, piuttosto che con maggiori controlli, visto che siamo gli ultimi in Europa.
Qualcuno avverta Pannella che per riequilibrare una bilancia che pende da un lato, quello della sinistra massimalista e comunista, bisogna mettersi sul piatto opposto, non accomodarsi in mezzo.
I deputati radicali dovrebbero augurarsi che il governo cada prima che arrivi alla Camera il pacchetto sul welfare con la controriforma delle pensioni, perché se poi lo votassero non c'è pdl per l'innalzamento dell'età pensionabile che regga, avrebbero perso quel poco di faccia che gli è rimasta. Dovrebbero spiegarci, infatti, per quale altra ragione, se non la sopravvivenza di Prodi, avrebbero dovuto votare a favore dell'abbassamento dell'età pensionabile da 60 a 58 anni nel 2008 pagata con i contributi dei giovani lavoratori precari.
E proprio oggi, dopo aver inavvertitamente causato il passo falso del governo alla Camera con un emendamento assai discutibile, Beltrandi ha assicurato il voto della Rosa nel Pugno a un provvedimento sulla sicurezza stradale che definire poliziesco è dire poco. Il ministro Bianchi pretende di rendere le strade più sicure con un mero inasprimento delle pene, quindi a costo zero, piuttosto che con maggiori controlli, visto che siamo gli ultimi in Europa.
Sunday, May 13, 2007
Rai, privatizzare unica via
Prodi si è guardato bene dal difendere il suo ministro dell'Economia mentre veniva attaccato sulle pensioni dalla sinistra massimalista, ma è accorso alla svelta quando si è trattato di sostenere la lettera con la quale Padoa-Schioppa ha sfiduciato il consigliere di amministrazione della Rai Angelo Maria Petroni, "in quota" Forza Italia.
Nella lunga storia della lottizzazione partitocratica della Rai mai si era giunti alla revoca di un consigliere da parte di un ministro, atto che lascia aperti molti dubbi di incostituzionalità.
Il CdA non funziona, si dice, e viene cacciato un solo consigliere, "in quota" all'opposizione al Governo Prodi, guarda caso. Strana logica. Se la situazione è «di stallo», se c'è «crisi gestionale», semmai dovrebbe essere tutto il consiglio a dimettersi e l'azienda ad essere commissariata. Ma anche tutto questo, e l'ennesima riforma alla ricerca dell'alchimia vincente per il CdA, non risolverebbe nulla. La gestione della Rai resterebbe quella guerra tra bande che è oggi, senza differenze se al governo ci sono gli uni o gli altri.
Il problema della Rai è che aprendo le pagine dei giornali ci si trova di fronte a una grafica con un bel tavolo rotondo - il CdA - a cui siedono degli omini stilizzati ciascuno rappresentante di un partito ormai in modo più che acclarato. Non ci sono diaframmi, «stanze di raffreddamento» che possano reggere alla lottizzazione. L'unica soluzione è privatizzare.
E ci è davvero sfuggito il passaggio in cui la proposta dei radicali per la Rai dalla privatizzazione è diventata una non meglio precisata «riforma della governance». Pensavamo che una volta deputato, in Commissione di Vigilanza, Beltrandi parlasse di privatizzazione e non si mettesse a scrivere contratti di servizio. Adesso al consigliere Petroni attribuisce la colpa di «votare in Consiglio di amministrazione sempre concordemente con gli esponenti nominati dalla Casa della Libertà». E gli altri membri (di Ds, Margherita, Rifondazione comunista, An, Udc, Lega) con che criteri votano?
Nella lunga storia della lottizzazione partitocratica della Rai mai si era giunti alla revoca di un consigliere da parte di un ministro, atto che lascia aperti molti dubbi di incostituzionalità.
Il CdA non funziona, si dice, e viene cacciato un solo consigliere, "in quota" all'opposizione al Governo Prodi, guarda caso. Strana logica. Se la situazione è «di stallo», se c'è «crisi gestionale», semmai dovrebbe essere tutto il consiglio a dimettersi e l'azienda ad essere commissariata. Ma anche tutto questo, e l'ennesima riforma alla ricerca dell'alchimia vincente per il CdA, non risolverebbe nulla. La gestione della Rai resterebbe quella guerra tra bande che è oggi, senza differenze se al governo ci sono gli uni o gli altri.
Il problema della Rai è che aprendo le pagine dei giornali ci si trova di fronte a una grafica con un bel tavolo rotondo - il CdA - a cui siedono degli omini stilizzati ciascuno rappresentante di un partito ormai in modo più che acclarato. Non ci sono diaframmi, «stanze di raffreddamento» che possano reggere alla lottizzazione. L'unica soluzione è privatizzare.
E ci è davvero sfuggito il passaggio in cui la proposta dei radicali per la Rai dalla privatizzazione è diventata una non meglio precisata «riforma della governance». Pensavamo che una volta deputato, in Commissione di Vigilanza, Beltrandi parlasse di privatizzazione e non si mettesse a scrivere contratti di servizio. Adesso al consigliere Petroni attribuisce la colpa di «votare in Consiglio di amministrazione sempre concordemente con gli esponenti nominati dalla Casa della Libertà». E gli altri membri (di Ds, Margherita, Rifondazione comunista, An, Udc, Lega) con che criteri votano?
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