Da il Velino
E' quasi pronta la nuova dottrina militare russa per fronteggiare le minacce del ventunesimo secolo. Secondo il giornale governativo Izvestia, la versione aggiornata dovrebbe essere rilasciata entro la fine del mese di settembre e consisterà di due parti: una pubblica, che affronta i vari «aspetti politico-militari»; l'altra riservata, che chiarirà gli «aspetti legali» dell'impiego dell'esercito e della marina nonché delle armi nucleari come legittimo strumento di deterrenza. Secondo il generale Anatoly Nogovytsin, segretario del Capo degli Stati Maggiori riuniti e presidente del gruppo di lavoro incaricato della revisione, «la nuova dottrina, sviluppata sotto la guida del Consiglio di sicurezza, differirà da quella esistente».
«Stiamo studiando molto attentamente i documenti governativi degli altri paesi, così come la posizione degli Stati Uniti e della Nato nelle questioni militari», riferisce Nogovytsin. Anche le «dottrine» di questi paesi e della Nato, sottolinea il generale russo, hanno una sezione «riservata». Il fatto che molto probabilmente ce ne sarà una anche nella nuova dottrina russa, assicura, «non significa che la Russia voglia far salire la tensione o considerare Washington e la Nato come minacce principali».
A giudicare dai più recenti motivi di attrito con gli Usa e dalle dichiarazioni di esponenti militari e politici russi del più alto livello, a preoccupare Mosca, e quindi ad aver reso necessaria ai suoi occhi una revisione della propria dottrina militare, sono il sistema di difesa anti-missile che Washington vorrebbe posizionare in Europa orientale (Polonia e Repubblica ceca) e i possibili conflitti locali ai suoi confini, come quello della scorsa estate contro la Georgia. Ma la nuova dottrina, commissionata al gruppo di lavoro dal vicesegretario del Consiglio di sicurezza nazionale, il generale Yury Baluyevsky, con l'ampio appoggio dell'establishment militare, si inserisce nella partita tutta interna per la riforma delle forze armate.
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Monday, August 24, 2009
Tuesday, August 21, 2007
Cosa succede a Mosca?
La lotta tra liberalismo e autocrazia prosegue. Kagan rilancia l'idea di una Lega delle DemocrazieIl capo di Stato maggiore russo è arrivato a minacciare velatamente la Repubblica Ceca: «Commetterà un grave errore se deciderà di piazzare elementi dello scudo antimissile Usa sul proprio territorio». E' solo l'ultimo dei gesti ostili della Russia nei confronti dell'Occidente. Tra i più recenti ricordiamo l'intervista in cui il presidente Putin evocava la possibilità che i missili nucleari russi tornassero a essere puntati contro città e obiettivi militari europei; il giallo in Georgia, dove un aereo russo avrebbe sganciato una bomba poi rimasta inesplosa; le manovre militari coordinate con la Cina; la rivendicazione del fondale marino del Polo Nord; i due nuovi missili a lunga gittata "Bulava M" testati dalla flotta russa all'inizio del mese; l'intenzione di dispiegare una presenza permanente della marina militare nel Mar Mediterraneo; la ripresa delle ricognizioni permanenti a lungo raggio dei bombardieri strategici, che furono sospese nel 1992. Per non parlare del sistematico uso dell'arma energetica, dell'assistenza e le forniture di tecnologie nucleari all'Iran, e degli oscuri e inquietanti casi Politovskaja e Litvinenko.
Questi gesti di per sé non costituiscono un pericolo imminente per la nostra sicurezza. Sono più che altro simbolici. I bombardieri russi, per esempio, sono così antiquati che alla notizia della ripresa dei loro voli da Washington si è levato solo un commento sarcastico. Certo, si tratta di segnali, seppure dimostrativi, che messi in fila uno dietro l'altro delineano una politica di sfida della Russia nei confronti dell'Europa e degli Stati Uniti. A cosa sia dovuto questo atteggiamento aggressivo è l'interrogativo che sempre più nei prossimi mesi occuperà i pensieri degli uomini di governo e degli analisti occidentali.
Si tratta del progetto americano di dislocare tra la Polonia e la Repubblica Ceca le basi per lo "scudo antimissile"? Certamente la realizzazione dello scudo è vissuta come uno smacco a Mosca. Nonostante le rassicurazioni da parte americana ed europea circa la natura difensiva del progetto, comunque non rivolto alla Russia, bensì a Stati "canaglia" come l'Iran, lo scudo anti-missile modifica l'equilibrio strategico tra Russia e Stati Uniti. Un equilibrio che in realtà, almeno dalla fine degli anni '80, è tale solo sulla carta, è fasullo, ma con lo scudo verrebbero meno anche le ultime apparenze. Gli americani d'altra parte non hanno potuto far altro che respingere la proposta russa di installarne elementi in Azerbaigian, anziché in Polonia o nella Repubblica Ceca, perché quel territorio si trova «troppo vicino all'Iran» per garantire tempi di reazione sufficienti a un ipotetico attacco.
Cos'ha in mente Putin? Lo storico Richard Pipes non crede che si tratti solo dall'installazione dei sistemi radar e antimissilistici americani in Europa. Ci dev'essere dell'altro sotto. L'avvicinarsi delle elezioni presidenziali, per esempio:
«Non sono così sicuro che voglia ritirarsi l'anno venturo. Una situazione di emergenza potrebbe consentirgli di dire al Parlamento che deve restare al comando del Paese per risolverla, e di ottenere un emendamento costituzionale al riguardo. Non penso che la Duma glielo negherebbe e che i russi protesterebbero, anzi».Dunque, Putin starebbe alzando il livello dello scontro con l'Occidente per convincere l'opinione pubblica russa dell'esistenza di un nemico esterno. L'ostentazione di potenza cui stiamo assistendo in queste settimane servirebbe a dimostrare che solo lui è in grado di fronteggiarlo, nonché a risollevare il frustrato sentimento della "Grande Russia".
Un altro aspetto di solito trascurato riguarda le reali dinamiche di potere all'interno del Cremlino. Possiamo essere davvero così sicuri che Putin abbia il totale controllo delle forze armate russe e che non subisca, invece, pesanti pressioni e ricatti dai vertici militari in grado di influenzarne la politica estera? Siamo soliti mettere sotto accusa il complesso militare-industriale americano, a vivisezionare le decisioni della Casa Bianca per scovare il minimo indizio della sua influenza, mentre non ci preoccupiamo neanche di cosa possa accadere a Mosca.
Robert Kagan, invece, offre una lettura più generale dell'atteggiamento aggressivo della Russia. Le speranze degli anni '90, di un mondo unipolare, di un nuovo ordine internazionale in cui le nazioni «potessero svilupparsi di comune accordo col venir meno dei conflitti ideologici e un maggior interscambio tra le culture», si sono rivelate pie illusioni.
«Il mondo è ridiventato normale». Le nazioni restano forti e non hanno abbandonato le politiche di potenza. «La nostra è un'epoca che non favorisce la convergenza, ma la divergenza, di idee e di ideologie... è riaffiorata l'antica concorrenza tra liberalismo e assolutismo» e le nazioni del mondo «si schierano sempre di più da una parte o dall'altra, oppure lungo la linea di frattura tra modernità e tradizione, come il fondamentalismo islamico in contrapposizione all'Occidente».
Il conflitto ideologico più duraturo che dall'Illuminismo vede contrapposti liberalismo e autocrazia prosegue. Con la fine della Guerra fredda e la «morte del comunismo» abbiamo creduto che fosse acquisito quale sia «la forma ideale di governo e società». E invece è ancora in discussione.
In particolare Russia e Cina hanno disatteso le aspettative: «La Cina non ha liberalizzato il suo governo autocratico, l'ha blindato. La Russia si è allontanata da un liberalismo imperfetto con una virata decisa verso l'autocrazia. Due delle massime potenze mondiali, con oltre un miliardo e mezzo di abitanti, si sono dotate di governi autocratici, che sembrano capaci di restare al potere anche negli anni a venire».
Non è vero che i loro leader «non credono in niente e pertanto non rappresentano alcuna ideologia... fondano il loro potere su un insieme di credenze che li guidano sia in politica interna che estera», sulla convinzione che l'autocrazia funzioni meglio della democrazia, perché assicura «ordine, stabilità e la possibilità di sviluppo economico» in territori «vastissimi ed eterogenei», impedendo «caos e disintegrazione».
Non si direbbe affatto che l'autocrazia non abbia un futuro, se due tra le più grandi potenze mondiali la scelgono come forma di governo. Dobbiamo quindi abituarci a «crescenti tensioni tra l'alleanza democratica transatlantica e la Russia» e studiare risposte strategiche efficaci.
Inutile appellarsi alla «comunità internazionale», che semplicemente non esiste (vedi Kosovo e Darfur), perché non c'è accordo sui principi fondamentali del convivere civile negli e tra gli Stati. Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu su ogni decisione importante resta «nettamente diviso tra le autocrazie e le democrazie».
La tendenza è verso «una maggiore solidarietà tra le autocrazie mondiali, come pure tra le democrazie». Per questo Robert Kagan, neocon, rilancia l'idea di due studiosi, Lindsay e Daalder, della clintoniana Brookings Institution, di una Alleanza delle Democrazie: «Gli Stati Uniti dovrebbero perseguire politiche mirate sia a promuovere la democrazia, sia a rafforzare la cooperazione tra le democrazie. Gli Usa dovrebbero unirsi alle altre democrazie per dar vita a nuove istituzioni internazionali che sappiano riflettere e valorizzare principi e obiettivi comuni, forse una nuova lega di Stati democratici, che si riunisca regolarmente per consultarsi sui temi del giorno» e, per esempio, per «dare legittimità ad azioni che i governi liberali ritengono necessarie ma che sono avversate dai Paesi autocratici».
Monday, June 04, 2007
Cos'ha in mente Putin?
«Se il potenziale nucleare americano si allarga al territorio europeo noi dovremo darci nuovi bersagli in Europa. Spetta ai nostri militari la definizione di questi bersagli così come la scelta tra missili balistici e missili da crociera. Ma questo è soltanto un aspetto tecnico».Mosca non accetterà che nuovi sistemi di difesa, che Washington dichiara volti alla tutela da possibili minacce iraniane, intervengano a modificare l'equilibrio strategico tra Russia e Stati Uniti.
Né l'amministrazione Usa né la Nato sembravano voler replicare, in un primo momento, probabilmente per non alimentare polemiche che avrebbero potuto restringere gli spazi di manovra nei colloqui diretti di questa settimana. Ma alla fine il consigliere per la sicurezza nazionale, Hadley, e un portavoce Nato si sono fatti sentire, osservando che la retorica e i toni duri usati dal presidente russo non aiutano il dialogo e la soluzione dei problemi.
Quali i motivi che hanno indotto Putin ad alzare di nuovo la tensione con l'Occidente? Lo storico Richard Pipes, sentito dal Corriere, non crede «che una crisi di questa gravità sia dettata solo dall'installazione dei sistemi radar e antimissilistici americani in Europa». Ci dev'essere dell'altro sotto, «che Putin possa averla causata a scopi elettorali»: «Non sono così sicuro che voglia ritirarsi l'anno venturo. Una situazione di emergenza potrebbe consentirgli di dire al Parlamento che deve restare al comando del Paese per risolverla, e di ottenere un emendamento costituzionale al riguardo. Non penso che la Duma glielo negherebbe e che i russi protesterebbero, anzi».
Insomma, Putin starebbe alzando il livello dello scontro con l'Occidente per accreditare nell'opinione pubblica russa l'esistenza di un nemico esterno che solo lui può fronteggiare. Ciò gli darebbe il consenso necessario per formalizzare il passaggio a un regime autoritario. Sta all'Europa e agli Stati Uniti evitare che si realizzi questo scenario, innanzitutto mettendo bene in chiaro con il presidente russo che non sarebbe accettato.
Secondo Pipes, «la colpa è anche dell'Europa, che non ha appoggiato e continua a non appoggiare il nostro presidente al cento per cento. L'Europa si sta comportando in maniera irresponsabile, ha dimenticato che l'appeasement non dà mai risultati...». L'unico modo di evitare che la crisi giunga a un punto di non ritorno è «presentare a Putin un fronte comune Ue-Usa a partire dalla riunione del G8 di questa settimana». G8, Ue e Nato dovrebbero «compattarsi e mettere Putin con le spalle al muro». Di fronte al ritorno della Russia ai metodi dell'Urss, «tocca all'Occidente in blocco dimostrarle che ciò è inaccettabile». Come? Gli strumenti non mancano:
«Condizionando l'ingresso della Russia nel Wto ai progressi della democrazia in casa e alla distensione fuori; riducendo gli investimenti nell'industria e nella finanza russa. Prendendo decisamente le parti delle ex repubbliche sovietiche in Asia».Ma i nuovi protagonisti entrati da poco nella scena europea dimostreranno di avere la stoffa da leader?
Tutti questi temi sono trattati in un articolo che uscirà domani sul nuovo numero di LibMagazine, che si presenterà con parecchie sorprese: una nuova veste grafica e novità editoriali.
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