Due i sicuri vincitori del dibattito tv di ieri sera tra i candidati alle primarie del centrosinistra: decisamente Sky, che ha costruito un format nient'affatto male per essere la prima volta, con un ritmo serrato e coinvolgente. Pochi 90 secondi? Il numero degli oratori - cinque - imponeva tempi ristretti per le risposte (immaginate la sonnolenza a concedere più di due minuti a Vendola o alla Puppato) e in ogni caso trovo che sapere esprimere un concetto chiaro, incisivo, con il giusto mix di retorica e concretezza in un minuto circa sia un'abilità che bisogna imparare a pretendere/apprezzare in un politico e che i politici devono coltivare. E diciamola tutta: a volte 90 secondi sono sembrati anche troppi, così poco avevano da dire alcuni. Ma hanno vinto anche le primarie stesse, che obbligano tutti ad una comunicazione politica più stringente, più sul punto, meno autoreferenziale e da talk show. Ormai imprescindibili, il centrodestra ha solo da imparare.
Non ha vinto, invece, come si potrebbe pensare, l'alleanza Pd-Sel. Sì, ok, aiutata dal vuoto, dalla nullità del centrodestra, il pienone alle primarie è garantito. Ma il dibattito di ieri sera non ha certo aiutato il centrosinistra ad andare oltre il suo elettorato tradizionale, semmai a rivitalizzarlo (che comunque non è poco). Grigiore e inconcludenza generale, nessuna idea nuova, nessuna proposta concreta, numeri alla mano su debito, Pil, tagli fiscali e come finanziarli. Niente di tutto questo, ma solita sinistra tasse e welfare, l'usato sicuro (Bersani) contro il giovane furbetto (Renzi), appena più fresco; gli altri vecchissimi, salme novecentesche. Insomma, nulla che possa attrarre un elettore non di sinistra.
Il dibattito di per sé non dovrebbe nemmeno spostare molti voti tra i candidati alle primarie, non essendoci stati colpi di scena o scivoloni eclatanti. Detto questo, considerando l'elettorato di riferimento e le aspettative, e la performance comunicativa più che il merito delle politiche, direi che ha vinto Bersani (voto: 8). Ha tutto sommato consolidato la sua posizione di front-runner, non apparendo nient'affatto bollito e impacciato come ci si poteva immaginare al confronto con il giovane Renzi, mai a disagio o troppo in tensione o irritato dalla sfida (anche perché nessuno lo ha minimamente attaccato). Look ordinato, composto, pacato, sobrio, ha saputo gestire i momenti dosando retorica e concretezza, prendendosi la scena con tono assertivo, con un cambio di registro per far capire che le sfide saranno tremende e c'è bisogno di esperienza e affidabilità. Ha saputo piazzarsi come via di mezzo ragionevole tra Renzi e Vendola («cambiare senza spaventare») e con il suo fare bonario da padre di famiglia che sa ascoltare li ha neutralizzati.
Renzi (voto: 6) è apparso più fresco, il più brillante e a suo agio con il format, sue le battute più efficaci, ma non rappresentando politicamente niente di così nuovo, Bersani è apparso più solido e affidabile per la premiership. La simpatia non basta più, è stato deludente sui contenuti: nessun elemento di vera rottura con la sinistra tradizionale. Non riesce nemmeno a scaricare Vendola dall'alleanza. Riprende gli altri avversari ma non attacca mai Bersani. Renzi ieri sera ha scelto di non creare problemi, di fare "l'amico", per scrollarsi di dosso l'etichetta del guastafeste. Ha fatto il suo compitino, svolto la parte della giovane leva ma negli schemi, facendo così il gioco del segretario. In fondo la competizione vera adesso è per il secondo posto, per andare al ballottaggio, e non ha voluto rischiare. Ma è una strategia utile, appunto, per arrivare bene secondo, non per tentare di battere Bersani.
Emblematico l'appello finale: da Renzi una generica dichiarazione d'amore, di passione per la politica «bella», e di desiderio di «futuro», mentre a mio avviso Bersani ha toccato tasti più concreti e sensibili per gli elettori di centrosinistra. Basta con la «fabbrica delle illusioni», ora verità: «Non vi chiedo di piacervi ma di credermi, perché dirò le cose come stanno, con verità e semplicità», come a mettere in guardia gli elettori da chi tenta di "piacere", sottintendendo non solo Berlusconi ma anche i "compagni" Matteo e Nichi.
Vendola (voto 4) è stato disastroso, sembrava la parodia di se stesso ("acchiappanuvole"!?), look tetro, pallido, sudato, retorica oltre qualsiasi soglia di sopportabilità, ad ascoltarlo veniva voglia di toccare ferro tanto era fosca l'immagine del paese che tratteggiava (e sorvoliamo sulla figuraccia della sua fan). Gli altri in pratica si sono autoeliminati: troppo vago, democristiano e dinosauro della politica Tabacci (voto: 4); non pervenuta la Puppato, sempre a disagio, confonde la riforma del lavoro con quella delle pensioni, Brunetta con Padoa-Schioppa, evasiva e fumosa.
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Tuesday, November 13, 2012
Friday, November 23, 2007
Nel vicolo cieco del proporzionale
D'accordo, professore, conosciamo la "storia": il bipolarismo c'è sempre stato, era la conventio ad excludendum nei confronti del Partito comunista filo-sovietico che creava «l'anomalia» solo italiana di un sistema politico senza alternanza al governo. Dunque, siccome il Pci non c'è più e ora anche il maggior partito di sinistra - il Pd - è legittimato a governare il paese, il nostro bipolarismo dovrebbe essere compiuto e produrre anche l'alternanza al governo.
Fin qui ci siamo: bipolarismo e alternanza sono salvi. Ma siamo sicuri però, con il ritorno a un proporzionale puro o con il modello tedesco, di non tornare all'instabilità dei governi della Prima Repubblica? «Non è detto che ci si debba rassegnare», ci rassicura anche Giuliano Ferrara. «Siamo abituati a pensare bipolarismo, maggioritario e alternanza come tre concetti interconnessi, interdipendenti», ma è il venire meno del «bipolarismo imperfetto», con la fine della Guerra Fredda, a rendere compatibili bipolarismo e proporzionale.
La domanda di Ferrara è: senza alleanze, indicazioni del premier e premi di maggioranza, sarà ancora possibile decidere con il voto chi va al governo, «oppure la parola torna solo e soltanto al gioco dei partiti in Parlamento?». Ferrara risponde di «sì», ma aggiungendo «un cautelativo e diffidente forse».
Che i due partiti maggiori siano «entrambi abilitati a governare» è importante e le forti leadership - di Veltroni e Berlusconi - aiutano. A noi sognatori della riforma anglosassone piace sceglierci sia il Parlamento sia il governo. Non solo per gusto, ma perché funziona. Entrambi eletti direttamente dall'elettorato, ciascuno forte di una legittimità che né i partiti, né le corporazioni possono scalfire. Arrivano alla fine naturale del loro mandato e, soprattutto, decidono.
Viceversa, con una legge proporzionale, sia pure con sbarramento, i due partiti maggiori potranno ottenere il 30/35% dei voti ma essere costretti a formare governi di coalizione: abbiamo fatto tutto questo casino sul bipolarismo malato, e l'unica differenza è che gli alleati rissosi si imbarcano dopo, anziché prima? Sai che bella "coesione" che ne uscirebbe? Un vicolo cieco.
A nostro avviso vede giusto Tabacci: con un sistema proporzionale, e sbarramento fissato al 5%, ci sarebbe spazio per 6/7 partiti. I due maggiori, Lega, An, "cosa rossa" e anche "cosa bianca". E non ricatterebbero certo meno di quelli di oggi.
Del progetto "grande centro" aveva parlato giorni fa Claudio Tito, su la Repubblica, definendolo «il partito di Montezemolo», con Casini, Tabacci, Pezzotta e Mastella. Forse anche Mario Monti, anche se ci credo poco. Sembra un'ipotesi non del tutto infondata, se ne continua a parlare. A nostro avviso, per superare uno sbarramento del 5%, non essendo "trainato" dalla propria appartenenza alla CdL berlusconiana, l'Udc avrebbe bisogno di una nuova personalità che lo lanciasse verso il 7-8%. Se "cado" in politica, "cado" al centro, ha detto scherzando Montezemolo.
Un partito che per stessa ammissione di Tabacci deciderebbe solo dopo il voto, di volta in volta, con chi stare, riuscendo in un modo o nell'altro a restare sempre al governo, accumulando poteri e consensi, influenzando - forse anche ricattando - senza assumersi responsabilità, logorando, quindi, i due partiti più grossi, nell'attesa di occupare il vuoto che prima poi Berlusconi lascerà e... addio alternanza.
Oscar Giannino, su Libero, ha definito un'illusione il piano di Tabacci, non ci sarà spazio politico. Ma si fonda unicamente sulla convinzione che in fondo, sotto-sotto, Berlusconi punti alla legge che uscirebbe dal referendum o ad una con premio di maggioranza. Vorrei tanto che fosse così, che Berlusconi e Veltroni puntassero al referendum pur non potendo affermarlo.
Ma non ne sarei così sicuro. Invece, temo purtroppo che Berlusconi punti a elezioni, con qualsiasi legge, ed è comprensibile dal suo punto di vista, ma non nell'interesse del Paese. Ecco perché può esserci lo spazio per il "grande centro" sognato da Tabacci.
Tra pochi giorni sapremo se Berlusconi è davvero disposto al dialogo o ha tentato un diversivo per far dimenticare la mancata "spallata". In ogni caso, ciò che mi pare irreversibile è la decisione di mollare gli alleati - a meno di imprevedibili ripensamenti di costoro - e correre da solo, saltando l'intermediazione dei partiti e di qualsiasi ceto politico per stabilire un contatto diretto con tutto il "popolo" di centrodestra.
Diciamola tutta. La svolta di Berlusconi ha in sé tutte le potenzialità per produrre una reale novità politica. An e Udc in fondo sono i due partiti del centrodestra più legati agli interessi corporativi del pubblico impiego e del mondo delle professioni, quelli che più hanno frenato Berlusconi, quando era al governo, sulle riforme liberali, su tasse, pensioni e spesa pubblica.
E' logico che data la sua vocazione maggioritaria il PdL non potrà essere un grande partito liberale come avrebbe potuto essere Forza Italia. Tuttavia, con il proporzionale sarebbe altrettanto logico, dovendo offrire qualcosa in più dei due partiti vicini (uno post-fascista, dall'identità sempre più definita in senso conservatore, e uno moderato di ex-democristiani), che si connotasse per un approccio riformatore e politiche liberali. E però, nutriamo molti dubbi su Berlusconi: perché dovrebbe fare ora ciò che non ha saputo/voluto fare in 13 anni?
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