La dura polemica dello scorso week end tra Monti e Squinzi è uno specchio della farsa italiana, di cui i due si dimostrano interpreti all'altezza. Da una parte, abbiamo un numero uno di Confindustria che anziché difendere i primi, timidi tagli alla spesa pubblica, parla come il leader della Cgil. Peggio ancora, si contraddice pur di accattivarsi le simpatie di una platea di sindacalisti e della segretaria Camusso.
(...)
Nei "taglietti" della spending review non c'è affatto il rischio di una "macelleria sociale", semmai l'opposto, dello status quo, e nell'atteggiamento di Squinzi nei confronti della Cgil s'intravede la ricerca di un quieto vivere, di un modello consociativo tra Confindustria e sindacati i cui costi sociali e fiscali storicamente sono stati scaricati sulle spalle dei contribuenti.
Dall'altra, abbiamo un presidente del Consiglio insofferente alle critiche, soprattutto a quelle dei suoi colleghi economisti (come Alesina e Giavazzi) e a quelle confindustriali.
(...)
Come brucia a Monti che alla prova dei fatti le sue previsioni si stiano rivelando più da politico (quindi eccessivamente ottimistiche) che da economista! Nel documento governativo di economia e finanza, approvato non un secolo fa ma ad aprile, il Pil veniva stimato in calo dell'1,2%, mentre ormai appare sempre più chiaro che viaggia verso il -3%.
In teoria è un tecnico, ma alle critiche Monti mostra di reagire da puro politico, anzi da politicante. Sostenere che certe dichiarazioni «fanno aumentare lo spread e i tassi d'interesse» non solo è discutibile nel merito, ma significa bollare chiunque osi criticare l'operato del governo come traditore della patria, echeggiando lo storico motto fascista "Tacete! Il nemico vi ascolta". Esattamente lo stesso fallo di reazione che veniva rimproverato all'ex premier Berlusconi, quando puntava l'indice sull'opposizione e la stampa "anti-italiane". Con l'aggravante che Monti non viene provocato tutti i giorni da una campagna mediatico-giudiziaria senza scrupoli volta a demolire l'immagine del capo del governo e delle istituzioni. Al contrario, i grandi giornali fanno a gara per accorrere in suo aiuto. Però dovrebbero mettersi d'accordo con loro stessi: contro Berlusconi un diritto di critica da difendere, anche se dannoso per l'immagine del paese, e contro Monti un "fuoco amico" da condannare?
Qualsiasi alibi è buono per Monti: la scarsa credibilità dei meccanismi anti-crisi messi in campo dall'Eurozona; l'incertezza che avvertono i mercati riguardo gli scenari della politica italiana dopo le elezioni del 2013; le affermazioni «inappropriate» di alcuni paesi del Nord Europa (Finlandia e Olanda) che «hanno avuto l'effetto di ridurre la credibilità delle decisioni prese a Bruxelles»; e, ovviamente, le dichiarazioni come quelle di Squinzi nel dibattito interno. Tutto serve a spiegare il livello ancora troppo elevato, insostenibile, dello spread e dei tassi d'interesse, tranne l'azione di governo, tranne che forse l'Italia non ha ancora fatto i suoi "compiti a casa", nonostante i "tecnici" siano in carica ormai da 9 mesi.
LEGGI TUTTO su L'Opinione
Showing posts with label squinzi. Show all posts
Showing posts with label squinzi. Show all posts
Tuesday, July 10, 2012
Thursday, May 24, 2012
La giornata: chiuse le casse nazionali, parte l'assalto alla cassa comune europea
Monti promette 8 miliardi ai giovani (dai fondi europei ancora inutilizzati), che funzioneranno per la crescita e l'occupazione come le decine di miliardi degli anni scorsi.
Il ministro Fornero vuole per il pubblico impiego «qualcosa di simile a quello che abbiamo fatto per i dipendenti privati relativamente alla possibilità di licenziare». Ma dovrà chiarirsi con il ministro Patroni Griffi, che nel protocollo con i sindacati ha messo tutt'altro.
Intanto dal nuovo presidente di Confindustria Squinzi, insediatosi oggi, arrivano critiche alla riforma del lavoro, che «non convince». Lancia l'allarme fisco - una «zavorra intollerabile» per le imprese che sopportano una pressione fiscale e contributiva del 68,5%, denuncia - e attacca la spending review, «non deve essere solo una bella analisi, servono tagli veri». Sarà «tostissima», assicura la Fornero con un nuovo slancio di slang giovanilistico, dopo «paccata». Speriamo non lo sia come doveva essere «epocale» la riforma del lavoro.
Nuova stoccata di Draghi alle politiche di consolidamento di bilancio, che vanno «riqualificate con una diminuzione della spesa corrente e del prelievo fiscale». L'esatto opposto di quanto ha fatto finora il governo Monti (in carica da 7 mesi).
Continua a distanza la polemica tra Parigi e Berlino sugli Eurobond. «Non risolvono il problema dei debiti eccessivi e della scarsa competitività», avverte Westerwelle; «ci sono dieci passi da fare prima di arrivarci», insiste la Merkel.
Monti sembra porsi a metà strada tra Hollande (che li vuole subito, come punto di partenza) e Merkel (che li ritiene un punto di arrivo, prima ci vuole l'unione fiscale): «L'Italia è favorevole», ma «quando i tempi saranno maturi», che per Monti sarà «non fra moltissimo», non mesi ma nemmeno 5-10 anni.
La crisi sembra aver riportato il costo dei debiti dell'Eurozona ai livelli pre-euro. Ciò vuol dire che i mercati stanno prezzando i debiti nazionali come se l'euro non ci fosse. A questo punto che senso avrebbe una condivisione solo parziale del debito? Chi propone gli Eurobond per coerenza dovrebbe proporre di condividere i debiti nella loro interezza, visto il rischio di rendimenti ancora più elevati sulla rimanente parte del debito che continuerebbe ad essere emessa a livello nazionale, quindi sganciata dalla garanzia tedesca.
Altro che "federalisti" e unione politica, qui si vogliono gli Eurobond per continuare a spendere e a tenersi lo Stato e il modello sociale esattamente come sono oggi. Si parla di Eurobond e investimenti in infrastrutture per non ridurre il peso dello Stato e per aggirare vincoli e riforme scomode.
«Non può esistere un cresci-Italia senza un cresci-Europa» è una frase rivelatrice. Visto che non si può fare più spesa con i bilanci nazionali, bisogna fare più spesa a livello europeo (lì tanto c'è la garanzia tedesca). Ma ci muoviamo sempre all'interno di un'ottica secondo la quale la crescita si stimola in nessun altro modo che con la spesa pubblica. Chiuse le casse nazionali, ci si rivolge a quella comune europea. Le riforme strutturali non si fanno o si fanno male perché in fondo non ci si crede. Per Monti come per gli altri non può esistere un cresci-qualcosa senza un cresci-spesa. Di rigore se n'è fatto poco, tardi e male (solo tasse, tagli risibili).
Il ministro Fornero vuole per il pubblico impiego «qualcosa di simile a quello che abbiamo fatto per i dipendenti privati relativamente alla possibilità di licenziare». Ma dovrà chiarirsi con il ministro Patroni Griffi, che nel protocollo con i sindacati ha messo tutt'altro.
Intanto dal nuovo presidente di Confindustria Squinzi, insediatosi oggi, arrivano critiche alla riforma del lavoro, che «non convince». Lancia l'allarme fisco - una «zavorra intollerabile» per le imprese che sopportano una pressione fiscale e contributiva del 68,5%, denuncia - e attacca la spending review, «non deve essere solo una bella analisi, servono tagli veri». Sarà «tostissima», assicura la Fornero con un nuovo slancio di slang giovanilistico, dopo «paccata». Speriamo non lo sia come doveva essere «epocale» la riforma del lavoro.
Nuova stoccata di Draghi alle politiche di consolidamento di bilancio, che vanno «riqualificate con una diminuzione della spesa corrente e del prelievo fiscale». L'esatto opposto di quanto ha fatto finora il governo Monti (in carica da 7 mesi).
Continua a distanza la polemica tra Parigi e Berlino sugli Eurobond. «Non risolvono il problema dei debiti eccessivi e della scarsa competitività», avverte Westerwelle; «ci sono dieci passi da fare prima di arrivarci», insiste la Merkel.
Monti sembra porsi a metà strada tra Hollande (che li vuole subito, come punto di partenza) e Merkel (che li ritiene un punto di arrivo, prima ci vuole l'unione fiscale): «L'Italia è favorevole», ma «quando i tempi saranno maturi», che per Monti sarà «non fra moltissimo», non mesi ma nemmeno 5-10 anni.
La crisi sembra aver riportato il costo dei debiti dell'Eurozona ai livelli pre-euro. Ciò vuol dire che i mercati stanno prezzando i debiti nazionali come se l'euro non ci fosse. A questo punto che senso avrebbe una condivisione solo parziale del debito? Chi propone gli Eurobond per coerenza dovrebbe proporre di condividere i debiti nella loro interezza, visto il rischio di rendimenti ancora più elevati sulla rimanente parte del debito che continuerebbe ad essere emessa a livello nazionale, quindi sganciata dalla garanzia tedesca.
Altro che "federalisti" e unione politica, qui si vogliono gli Eurobond per continuare a spendere e a tenersi lo Stato e il modello sociale esattamente come sono oggi. Si parla di Eurobond e investimenti in infrastrutture per non ridurre il peso dello Stato e per aggirare vincoli e riforme scomode.
«Non può esistere un cresci-Italia senza un cresci-Europa» è una frase rivelatrice. Visto che non si può fare più spesa con i bilanci nazionali, bisogna fare più spesa a livello europeo (lì tanto c'è la garanzia tedesca). Ma ci muoviamo sempre all'interno di un'ottica secondo la quale la crescita si stimola in nessun altro modo che con la spesa pubblica. Chiuse le casse nazionali, ci si rivolge a quella comune europea. Le riforme strutturali non si fanno o si fanno male perché in fondo non ci si crede. Per Monti come per gli altri non può esistere un cresci-qualcosa senza un cresci-spesa. Di rigore se n'è fatto poco, tardi e male (solo tasse, tagli risibili).
Subscribe to:
Posts (Atom)

