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Friday, June 19, 2009

Ritorno al regime change

Il commento di oggi di David Brooks, sul New York Times, merita di essere citato, non solo per la sua solita lucidità ma stavolta anche per quella che mi sembra una contraddizione. Ci sono alcuni momenti - pochi - nella storia, in cui il potere non risiede solo nei vertici, ma è «radicalmente disperso», scrive Brooks. «La vera trama si dipana nelle strade» e «il corso futuro degli eventi è al massimo grado di incertezza», tanto da poter essere determinato da semplici «sguardi» in un senso o nell'altro:
The fate of nations is determined by glances and chance encounters: by the looks policemen give one another as a protesting crowd approaches down a boulevard; by the presence of a spontaneous leader who sets off a chant or a song and with it an emotional contagion; by a captain who either decides to kill his countrymen or not; by a shy woman who emerges from a throng to throw herself on the thugs who are pummeling a kid prone on the sidewalk.
«I cambiamenti più importanti avvengono in modo invisibile nelle teste delle persone... piccoli gesti uniscono una folla e simboleggiano un futuro diverso, come il momento in cui Mousavi teneva le mani di sua moglie in pubblico». In momenti come questi, osserva Brooks, «i politici e i consiglieri nel governo degli Stati Uniti quasi sempre si ritirano nella passività e nella cautela», in parte per prudenza giustificata dall'incertezza, in parte per deformazione professionale. Agli analisti sfugge l'irrazionalità del momento e, quindi, quanto rapido e inaspettato può risultare un cambiamento: «A posteriori, tutte le rivoluzioni sembrano inevitabili. Prima, tutte sembrano impossibili» (Michael McFaul).

Detto questo, David Brooks approva il comportamento dell'amministrazione Obama, la quale sembra aver capito che «la lezione principale di questi eventi è che il regime iraniano è fragile... Gli iraniani nelle strade lo sanno. Il mondo lo sa». «D'ora in poi - continua Brooks - la questione centrale delle relazioni Iran-Occidente non sarà il programma nucleare. Il regime è più fragile del programma. E' più probabile che cada prima del programma. Il tema centrale sarà la sopravvivenza stessa del regime». I paesi occidentali dovranno quindi elaborare «politiche a più piste non solo per affrontare l'Iran su temi specifici, ma anche per provare a minare la sopravvivenza stessa del regime». Lo stesso approccio di Reagan nei confronti dell'Unione sovietica, che «non significa non parlare con il regime; Reagan parlava ai sovietici». Le elezioni iraniane «hanno azionato un vortice che porterà, un giorno, al collasso del regime. Avvicinare quel giorno è ora l'obiettivo centrale».

La stranezza dell'argomentazione di Brooks è che se davvero adesso, come lui dice, non è più il nucleare ma la caduta del regime, l'obiettivo su cui dovrebbero concentrarsi gli sforzi politici dell'Occidente, a maggior ragione l'amministrazione Obama appare fuori strada, più preoccupata com'è di non interferire per non compromettere la tenue speranza del dialogo sul nucleare.

Il problema è che, come Charles Krauthammer, sono personalmente convinto che ci siano «zero possibilità» (o quasi) di impedire all'Iran di dotarsi di armi nucleari con i negoziati e che «la sola speranza per risolvere la questione del nucleare è il regime change, che potrebbe porre fine al programma o renderlo gestibile e non minaccioso». Dato che il bombardamento sarebbe un mezzo probabilmente inefficace per neutralizzare il programma nucleare, e il regime change usando la forza non è praticabile, che cosa ci resta come arma se non il popolo iraniano?

Wednesday, June 10, 2009

Il WSJ si ricrede: altro che Freedom Agenda

Era stato proprio il Wall Street Journal, all'indomani del discorso del presidente Obama al Cairo, a titolare "Barack Hussein Bush", sostenendo, in un editoriale che mi aveva lasciato perplesso, che ciò che stava offrendo al mondo musulmano non era né più né meno che la Freedom Agenda di Bush. E proprio il WSJ poche ore dopo si è dovuto ricredere, scoprendo che l'amministrazione sta tagliando i fondi destinati alla promozione della democrazia.

In Egitto i soldi a disposizione dei programmi sono stati ridotti da 50 a 20 milioni di dollari, a meno della metà. I fondi stanziati per i gruppi indipendenti del 70% e oltre, «nonostante la spesa record su quasi tutte le altre voci di bilancio». Lo scorso mese l'ambasciatore in Egitto ha tagliato 11 milioni ai programmi destinati alla società civile. «Da ora in poi solo i gruppi approvati dal regime di Mubarak potranno accedere a questi "fondi per il sostegno economico" - sostanzialmente un potere di veto del Cairo sugli aiuti americani».

«La bassa priorità assegnata alla promozione della democrazia è evidente in tutta l'amministrazione», dal Consiglio per la Sicurezza nazionale, dove nessuno si occupa direttamente di democrazia e diritti umani, inglobati sotto la voce "istituzioni multilaterali e sviluppo"; al Dipartimento di Stato, dove «il posto di assistente del segretario per la democrazia e i diritti umani rimane vuoto».

Nella sua prima visita in Cina, ricorda il WSJ, H. Clinton ha «eluso» il tema dei diritti umani. Il «reset» nelle relazioni con il Cremlino limita il dialogo «al controllo degli armamenti e alla difesa missilistica», sorvolando sulla «tormentata società civile» russa e sulle «minacce» alle giovani democrazie confinanti. Parlando di Afghanistan, il segretario alla Difesa Gates ha minimizzato l'obiettivo di creare una società libera.

«Queste scelte - osserva il quotidiano - riflettono l'emergere di una politica estera neo-realista... Se può consolare, Bush si fermò nel suo sostegno ai dissidenti nei paesi del Medio Oriente come l'Egitto e si accorse in ritardo del lato oscuro del regime di Putin». Ma il «migliore argomento» in favore della promozione della democrazia, come ha ricordato lo stesso Obama al Cairo, è che «le democrazie sono in definitiva più stabili, riuscite e sicure». Per questo «è nell'interesse dell'America vedere la libertà diffondersi nel mondo» e la difesa della democrazia «appartiene a una lunga tradizione bipartisan».

Sul discorso di Obama al Cairo aveva visto giusto David Brooks, che proprio sul tema della democrazia aveva notato una «grande ritirata verso il realismo»: «Una parte del discorso era dedicata alla promozione della democrazia, e considerando le discussioni su di essa nell'amministrazione, forse dovremmo essere contenti che ci sia stata. Ma era pomposa e astratta - il tipo di prosa che uno adotta dopo una discussione interna rimasta irrisolta». Il presidente infatti non aveva veramente difeso le istituzioni democratiche. Affermare genericamente che i governi «dovrebbero riflettere la volontà della gente» e che i cittadini dovrebbero «poter dire la loro» su come sono governati, e aggiungere che comunque «ogni nazione dà vita a questi principi a suo modo, a seconda delle tradizioni del proprio popolo», è un modo per dare a tutti i regimi autocratici una scappatoia.

Oggi il Wall Street Journal nota che forse l'amministrazione Obama, viste le recenti provocazioni da parte della Corea del Nord, sta riconsiderando la politica tenuta dalle amministrazioni Clinton e G. W. Bush nei confronti di Pyongyang: H. Clinton ha ipotizzato di reinserire il regime nordcoreano nella lista degli stati terroristi. «Sarebbe l'inizio del buon senso se Obama e il suo segretario di Stato capissero che la Corea del Nord è uno stato che semplicemente non può essere comprato con gesti e dialogo». Anche Christian Rocca, su Il Foglio, vede importanti segnali di un cambio di rotta. Addirittura, nell'amministrazione Usa qualcuno comincia a parlare di regime change e a usare i toni di Bolton.

Friday, June 05, 2009

Obama rischia di restare prigioniero del suo personaggio

Quanti "nuovi inizi" dovrà offrire e auspicare Obama prima che il mondo cambi davvero? Forse dovremmo lasciare queste speranze a cantanti e poeti. Dal suo discorso all'università coranica di al Azhar, al Cairo, si direbbe proprio che Obama conosca la difficile arte del dare consigli spiegata nell'Hagakure, secondo cui va usato un approccio che aumenti le probabilità che i consigli vengano seguiti, non accontentandosi di enunciarli per stare in pace con la propria coscienza. E per fare questo occorre suscitare empatia in chi si vuole consigliare a fare la cosa giusta.

Forse nessuno come Obama è capace di blandire il suo uditorio. Ha cercato di convincere i musulmani che la sua è un'America sinceramente impegnata nella partnership e nella cooperazione, piuttosto che nel «dettare» le soluzioni, disposta ad ascoltare e persino ad imparare. Ma in definitiva - tolte alcune discutibili citazioni storiche ed equivalenze morali, alcuni giri di parole, per indorare la pillola e ammorbidire i toni - alcune unconvenient truths agli arabi Obama le ha rifilate, pur immerse nel suo "buonismo" e nelle lodi alla civiltà islamica: che oltre agli stereotipi negativi sull'Islam, non è disposto ad accettare quelli sull'America, «una delle più grandiose fonti di progresso che il mondo abbia mai conosciuto»; che gli Usa combatteranno «senza tregua gli estremisti» e che in Afghanistan «l'impegno americano non si indebolirà»; che i «forti legami» tra Israele e l'America sono «indissolubili»; che «negare l'Olocausto è senza fondamento, ignorante e odioso» e «minacciare Israele di distruzione – o ripetere vili stereotipi sugli ebrei – è profondamente sbagliato» e ostacola la pace; che i palestinesi «devono abbandonare la violenza»; che Hamas anche «deve mettere fine alla violenza, riconoscere gli accordi passati e riconoscere il diritto di Israele a esistere»; che l'Arab Peace Initiative è «un inizio importante», ma gli stati arabi devono fare di più, e che «il conflitto arabo-israeliano non può più essere usato per distrarre le nazioni arabe da altri problemi».

Tuttavia, Obama ha solo girato intorno alla unconvenient truth più importante da dire ai popoli musulmani e che Bush aveva saputo spiegare benissimo: la vostra condizione, di cui vi lamentate e di cui incolpate l'America, l'Occidente, Israele, la modernità e la globalizzazione, deriva in realtà dalla mancanza di libertà e di democrazia.

Detto questo, mi lascia comunque perplesso (il perché lo capirete più avanti), l'editoriale del Wall Street Journal, secondo cui ciò che Obama ha «offerto» al mondo musulmano è «per lo più la Freedom Agenda di Bush, sia pure in una «versione astutamente rivestita» e «per mezzo di un rebranding autobiografico». Ne è così convinto il WSJ da aver intitolato il suo editoriale "Barack Hussein Bush". Laddove infatti Obama ha spiegato che la «libertà di vivere secondo le proprie scelte», e «la possibilità di esprimere il proprio pensiero e di poter dire la propria su come si è governati», «non sono solo idee americane, ma diritti umani»; laddove ha detto che «la libertà di religione è fondamentale per la possibilità della gente di vivere insieme»; e che le donne possono anche ricoprire ruoli tradizionali nella società, ma che «dovrebbe essere una loro scelta«. In tutti questi passaggi Obama non avrebbe fatto altro che ripresentare concetti espressi ripetutamente nei suoi otto anni dal presidente Bush.

Per il quotidiano Usa ciò dev'essere inteso come un «complimento»: tanto di guadagnato, infatti, «se ciò porterà ad una maggiore condivisione tra i musulmani dei principi della Freedom Agenda di Bush, anche se non sotto il nome del suo autore». Al presidente rimprovera invece di non aver ricordato al suo uditorio che «nessun paese ha fatto più dell'America per liberare i musulmani dall'oppressione» e di aver ceduto a «facili, ma false, equivalenze morali». Tuttavia, conclude il WSJ, il «vero test» per Obama sarà l'Iran.

"Just Like Bush" («Proprio come Bush»), anche secondo Michael Crowley, che su The New Republic osserva come «la maggior parte dei principali argomenti di Obama siano stati usati in precedenza - e non da Obama stesso, ma dal suo predecessore». «Oggi vorrei parlare direttamente ai popoli del Medio Oriente», esordiva l'ex presidente alle Nazioni Unite il 16 settembre del 2006. «Come Obama - ricorda Crowley - Bush ha spiegato che "gli Stati Uniti non sono in guerra con l'Islam". Come Obama, Anche Bush ha detto che "l'America rispetta la storia e le tradizioni del mondo musulmano". Come Obama, Bush ha condannato gli attacchi dell'11 settembre ma ha giurato di voler combattere solo la "piccola minoranza di estremisti islamici". Anche Bush rassicurava il suo uditorio che "la libertà, per sua stessa natura, non può essere imposta, ma dev'essere una scelta". Anche Bush lamentava la "quotidiana umiliazione dell'occupazione" sofferta dai palestinesi; e sempre Bush assicurava l'Iran di non essere contrario al loro uso del nucleare civile».

Tuttavia, osserva Crowley, il bel discorso di Bush del 2006 «fu immediatamente dimenticato - un non-evento senza impatto per l'immagine dell'America nel mondo, mentre quello di Obama sembra rendere possibile che milioni di musulmani rivedano la loro opinione sull'America». Il fatto è che «anche se Obama sta dicendo molte cose che Bush ha già detto prima - conclude Crowley - decisamente Obama non è Bush. E' per questo che il mondo sta ascoltando. E non è un risultato da poco».

Ma se concetti e posizioni sono nella sostanza gli stessi dell'amministrazione Bush, se i termini di delicate questioni come il conflitto arabo-israeliano e il nucleare iraniano non sono cambiati, è possibile, come sembra suggerire Crowley, che tutto dipenda da Mr. Barack Hussein Obama, che solo con la forza del suo personaggio e della sua biografia riesca davvero a creare le condizioni politiche per una soluzione pacifica a tutti i problemi del Medio Oriente? In effetti - complice una copertura mediatica unanimemente favorevole a Obama, trattato come una sorta di presidente mondiale - si respira indubitabilmente un clima nuovo, sembra tornata la speranza di una maggiore comprensione tra Strati Uniti e mondo musulmano.

Il rischio è che si riveli un'effimera luna di miele. Alcuni attori saranno sinceramente attratti dalla nuova disponibilità al dialogo dell'America di Obama, ma la maggior parte tenteranno di approfittare strumentalmente di questo momento di debolezza - così lo interpretano - degli Usa (penso a Iran, Hezbollah, Hamas).

Per l'editorialista del New York Times David Brooks, il discorso di Obama è stato un mix di «idealismo e astuzia». Da una parte, è stato «uno sforzo ispirato per creare un nuovo dialogo» in Medio Oriente, una «nuova narrazione» in cui tutte le parti in conflitto potessero vedere riconosciute e legittimate le loro aspirazioni. Ma per costruire questa «nuova narrazione», Obama ha mescolato «qualche dura verità, distorsioni storiche, eloquenti appelli e discutibili equiparazioni morali». Questa parte «idealista» del discorso, forse la più importante considerato l'uditorio, è stata «efficace», secondo Brooks.

Al contrario di quanto sostenuto dal WSJ, la «grande ritirata verso il realismo» ha riguardato invece la Freedom Agenda di Bush. E' vero, «una parte del discorso era dedicata alla promozione della democrazia, e considerando le discussioni su di essa nell'amministrazione, forse dovremmo essere contenti che ci sia stata. Ma era pomposa e astratta - il tipo di prosa che uno adotta dopo una discussione interna rimasta irrisolta». Il presidente non ha veramente difeso le istituzioni democratiche. Ha detto qualcosa di più sfumato, che i governi «dovrebbero riflettere la volontà della gente» e che i cittadini dovrebbero «poter dire la loro» su come sono governati. Il che, conclude Brooks, riporta all'ambiguità della politica estera di Obama: «Il presidente vuol essere un leader che ispira e entusiasma le masse, ma anche un realista che fa gli accordi nei palazzi».

In effetti, Obama non è sceso nel dettaglio delle istituzioni che servono per garantire e tutelare i diritti e i principi che pure ha richiamato. Affermare genericamente che i governi «dovrebbero riflettere la volontà della gente» e che i cittadini dovrebbero «poter dire la loro» su come sono governati, e aggiungere che comunque «ogni nazione dà vita a questi principi a suo modo, a seconda delle tradizioni del proprio popolo», è un modo per dare a tutti i regimi autocratici una scappatoia.

E poi in particolare una frase di Obama, che nessuno mi pare abbia notato, mi ha lasciato perplesso: «E' importante - ha detto - per i paesi occidentali non impedire ai cittadini musulmani di praticare la religione nel modo che ritengono più adeguato - per esempio, dettando quali vestiti una donna musulmana debba indossare. Non possiamo camuffare l'ostilità verso la religione dietro il pretesto del liberalismo».

Comprensibile quindi la delusione di alcuni dei più noti liberali e democratici mediorientali. «Delusa» si dice Azar Nafisi, per la «vaghezza» e le «omissioni» di Obama: «Un vero dialogo implica il diritto di criticare, anche se civilmente, l'interlocutore. Obama non l'ha fatto». Paradossale che abbia difeso il diritto delle donne a portare il velo, che nessun paese islamico tranne la Turchia minaccia. «E' stato meglio di quanto ci aspettavamo, ma non buono quanto speravamo. La sua posizione sulla democrazia era molto generica, un po' debole, speravamo più nel dettaglio», è stato il commento dell'egiziano Ayman Nour, che non si era illuso.

«Non male» invece il discorso, per Max Boot. «Poteva essere meglio. Ma anche molto peggio», scrive su Commentary. Anche Boot ha notato i tentativi di Obama di creare «false equiparazioni» storiche e morali tra l'Occidente e il mondo musulmano. In America, obietta Boot riguardo alcuni di quei passaggi, le donne che si battono per pari diritti non sono esattamente nelle condizioni delle donne nei paesi islamici; Israele non nega il diritto dei palestinesi a vivere in pace e in sicurezza allo stesso modo in cui gli estremisti islamici negano a Israele il diritto di esistere. E il trattato firmato dal presidente americano John Adams a Tripoli a fine settecento, citato da Obama come esempio di cooperazione e comprensione tra Stati Uniti e mondo islamico, nella sostanza fu una conferma dell'inaffidabilità araba.

Ma tutto ciò, ammette Boot, è servito a Obama per mostrare il «volto migliore» mentre «con tatto criticava i paesi musulmani e difendeva gli Stati Uniti», inserendo anche il tema della democrazia in modo simile a Bush. «Riconosco - conclude Max Boot - che il discorso di Obama non soddisferà quelli (come me) che una volta si emozionavano per la retorica pro-democrazia senza concessioni di Bush, ma nonostante tutte le sue destrezze retoriche e le sue omissioni, penso che Obama abbia fatto un buon lavoro nel sostenere la causa dell'America di fronte al mondo musulmano. Non c'è dubbio: è un venditore più efficace del suo predecessore. Ciò non significa che il suo uditorio acquisterà il messaggio».

E' esattamente questo il problema. Con la sola forza evocativa del suo personaggio e della sua biografia, Obama sembra raccogliere consensi, e persino suscitare entusiasmi e speranze, delle cosiddette Arab Streets e dei media internazionali, ma l'impressione è che i "cattivi" (Iran, Siria, Hezbollah, Hamas e integralisti vari, per limitarci al Medio Oriente) interpretino le sue aperture come segni di debolezza dell'America e che alla prima prova di forza cui sarà costretto finirà la sua luna di miele con le opinioni pubbliche e i media, cadrà la patina di buonismo sotto la quale saranno di nuovo evidenti i problemi di sempre. E c'è da augurarsi che in quel momento, se arriverà, Obama non rimanga prigioniero del suo personaggio, che sappia prendere atto del fallimento delle sue aperture al dialogo e non si sottragga alle necessarie prove di forza, anche se ciò dovesse significare andare incontro al destino del suo odiato predecessore.

Monday, May 25, 2009

L'antiterrorismo di Obama/3 Le politiche di Bush ma infiocchettate meglio

Secondo David Brooks, del New York Times, Obama e Cheney sono stati «complici nell'alimentare un mito». E' solo un «mito», infatti, «che abbiamo vissuto un periodo di otto anni delle politiche anti-terrorismo Bush-Cheney e che ora siamo entrati nel periodo totalmente diverso della politica anti-terrorismo Obama-Biden». Si tratta di «una completa distorsione della realtà». La realtà è che dopo l'11 settembre «siamo entrati in un periodo di due o tre anni che si può chiamare Bush-Cheney». Il paese è stato «colto alle spalle». L'intelligence «non sapeva quasi nulla delle minacce rivolte contro di noi». L'amministrazione Bush «ha tentato di tutto per scoprire e prevenire le minacce». I funzionari «credevano di operare nella legalità, ma hanno fatto cose che ora molti di noi trovano moralmente inaccettabili e controproducenti».

Se tutto questo è vero, tuttavia il periodo Bush-Cheney «durò forse tre anni». Dal 2005 circa è cominciato il «periodo Bush-Rice-Hadley. Gradualmente, alcuni funzionari dell'amministrazione tentarono di fermare gli eccessi del periodo Bush-Cheney. Non l'hanno sempre spuntata, sono stati spronati dalle decisioni dei tribunali e dalla pubblica indignazione, ma la graduale evoluzione della politica è stata evidente», sottolinea Brooks.
«Durante il secondo mandato di Bush, i funzionari stavano cercando di chiudere Guantanamo, implorando i governi stranieri di prendersi alcuni prigionieri, supplicando i senatori di permettere il trasferimento di alcuni su territorio americano. Ma non potevano annunciare la chiusura di Guantanamo prima di capire cosa fare con i prigionieri».
Cheney e Obama «possono far finta del contrario, ma non è stata la presidenza Obama a fermare il waterboarding». Sono stati i direttori della CIA che si sono succeduti dal marzo 2003, persino prima di un «devastante» rapporto dell'ispettorato generale nel 2004.
«Quando Cheney denuncia il cambiamento nella politica di sicurezza, in realtà non sta attaccando Obama, ma la seconda amministrazione Bush. Nel suo discorso pubblico all'AEI ha ripetuto molti degli argomenti usati alla Casa Bianca mentre le politiche dell'amministrazione stavano prendendo un'altra piega. L'insediamento di Obama non ha segnato uno spostamento nella sostanza della politica anti-terrorismo, ma un cambiamento nella credibilità pubblica di quella politica».
Una conferma di questa lettura viene da Jack Goldsmith, ex consulente legale dell'amministrazione Bush, nell'articolo su The New Republic intitolato "The Cheney Fallacy". Goldsmith elenca una serie di politiche - Guantanamo, la sospensione dell'habeas corpus, le commissioni militari, le cosiddette rendition, gli interrogatori e così via - mostrando come nella maggior parte dei casi, la politica di Obama sia in continuità o rappresenti una graduale evoluzione rispetto alla politica dell'ultimo Bush.
«La differenza fondamentale tra le amministrazioni Obama e Bush riguarda non la sostanza della politica anti-terrorismo, quanto piuttosto la sua presentazione. L'amministrazione Bush si è data a lungo la zappa sui piedi, a detrimento della legittimazione e dell'efficacia delle sue politiche, disinteressandosi delle procedure e della presentazione. L'amministrazione Obama, al contrario, è seriamente concentrata su di esse».
Obama, conclude quindi David Brooks, «ha ripreso molto delle politiche che lo stesso Bush aveva abbandonato, le ha rese credibili agli occhi del paese e del mondo. Le ha mantenute e riformate in modo intelligente. Le ha inserite in un contesto più convincente. Facendo ciò non ci ha resi meno sicuri, ma più sicuri. Nel suo discorso Obama ha spiegato le sue decisioni in modo dettagliato e coerente. Ha ammesso che alcuni problemi sono difficili e non sono di facile soluzione. Ha trattato gli americani da adulti, e ha avuto il loro rispetto». Certo, ammette Brooks, magari sarebbe potuto essere più riconoscente e onesto con i funzionari dell'amministrazione Bush delle cui politiche si sta ancora avvalendo.

Anche secondo Charles Krauthammer nella sostanza Obama sta adottando le tanto vituperate politiche di Bush, ma a differenza di Brooks e di Goldsmith, per Krauthammer ciò ha a che fare con l'ipocrisia di Obama mentre i meriti sono di Bush.
«Se l'ipocrisia è il tributo che il vizio paga alla virtù, allora le inversioni di rotta su misure anti-terrorismo in passato denunciate sono il tributo che Obama paga a George W. Bush. In 125 giorni Obama ha adottato con modifiche solo marginali un'ampia parte dell'intero programma di Bush accusato di essere illegale».
L'ultima "inversione di rotta" è la riesumazione delle commissioni militari. Obama le aveva sospese dopo il suo giuramento, ma ora sono tornate. Naturalmente, non ammetterà mai a parole ciò che ha fatto nella realtà. Lo schema è quello solito, in tre mosse:
«(a) condannare la politica di Bush, (b) annunciare ostentatamente cambiamenti solo cosmetici, (c) infine, adottare la politica di Bush».
Su Guantanamo, sono i «compagni democratici di Obama che hanno ben presto scoperto la sensatezza della scelta di Bush». I senatori democratici non sono in linea di principio contrari, ma si oppongono alla chiusura «finché il presidente non chiarisce dove intende mettere i detenuti». Secondo alcuni, in ogni caso non sul suolo americano. E ciò non lascia aperte molte altre possibilità.
«I paesi di origine non li vogliono. Gli europei sono recalcitranti. L'isola di Sant'Elena dovrebbe essere rimessa a posto. L'Elba non ha funzionato molto bene la prima volta. E "l'isola del diavolo" ora è una meta turistica. Guantanamo sta ricominciando a sembrare una buona scelta».
«Osservatori di tutte le parti politiche sono sbalorditi da quanta parte della politica di sicurezza nazionale di Bush sta per essere adottata da questo nuovo governo democratico». Victor Davis Hanson (su National Review) fa un elenco parziale: il Patriot Act, le intercettazioni telefoniche e di e-mail, le commissioni militari, gli attacchi dei droni, Iraq e Afghanistan, e ora Guantanamo. Jack Goldsmith (su The New Republic) aggiunge: le cosiddette rendition; il segreto di stato; la sospensione dell'habeas corpus - e la prigione di Bagram, in Afghanistan, «non è diversa dal punto di vista concettuale e morale da Guantanamo».

«Cosa dimostra tutto ciò?», si chiede Krauthammer.
«La demagogia e l'ipocrisia dei democratici? Certo, ma a Washington, l'opportunismo e il cinismo non fanno notizia. C'è qualcosa di più grande in gioco - un innegabile, irresistibile, interesse nazionale che, alla fine, al di là della cattiva politica, si afferma da sé. La genialità della democrazia è che l'alternanza al potere obbliga l'opposizione a diventare responsabile quando va al governo. Quando i "nuovi ragazzi", portati al potere dalla volontà popolare, adottano le politiche dei "vecchi ragazzi", si creano un nuovo consenso nazionale e una nuova legittimazione. E' ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi. Le politiche di Bush nella guerra al terrore non dovranno aspettare gli storici per ottenere giustizia. Obama la sta già facendo giorno dopo giorno».
Le sue smentite «non significano nulla». Contano i fatti.

Obama sta «correggendo qui e là le politiche dell'amministrazione Bush e sta cercando di fornire ad esse un più solido fondamento legale», osserva anche Clive Crook, oggi sul Financial Times. «Questa ricalibratura è significativa e saggia, ma in nessun modo si tratta dell'approccio interamente nuovo» che tutti si aspettavano. Secondo Crook, Obama «è nel giusto, ma deve ai suoi sostenitori delle scuse per averli fuorviati. E deve delle scuse anche a George W. Bush per aver detto che l'approccio della precedente amministrazione era un'offesa ai valori americani, mentre le sue politiche sarebbero state del tutto consonanti con essi». Una volta entrato in carica, Obama «ha scoperto che il problema è molto più complicato». Che il terrorismo «non è un'ordinaria impresa criminale» e sconfiggerlo richiede «misure straordinarie». «Di fatto - conclude Crook - Obama ha ammesso che su questo l'amministrazione Bush aveva ragione».

Probabilmente tra un anno il presidente Obama riuscirà a mantenere la promessa di chiudere Guantanamo, ma il fatto che per i 241 terroristi ancora detenuti abbia annunciato le stesse soluzioni giuridiche già individuate e tutte praticate dall'amministrazione Bush è la dimostrazione che comunque la si pensi non ci sono i "torturatori" da una parte e i "buoni" dall'altra; e che lo status e la detenzione dei terroristi è un problema di natura squisitamente giuridica di grande complessità, che andrebbe affrontato senza demagogie e strumentalizzazioni, in modo bipartisan, e magari trovando una soluzione il più possibile uniforme tra le democrazie.

Thursday, May 07, 2009

Tea parties. In America si riapre la battaglia culturale sulla libertà di impresa

Tra la fine di marzo e la prima metà di aprile si sono tenuti negli Stati Uniti circa 2 mila tra meeting, comizi, cortei e raduni contro l'aumento delle tasse, della spesa e del debito pubblico. Iniziative che hanno preso il nome di tea parties, per richiamare alla memoria un evento storico fondativo della cultura politica americana. Era il 16 dicembre del 1773, quando i cittadini di Boston, allora coloni e sudditi di sua Maestà britannica, al grido "no taxation without representation" assalirono le navi ancorate nel porto gettando in mare il carico di te indiano sul quale gli inglesi volevano far pagare le tasse. La protesta odierna ha raggiunto il suo culmine il 15 aprile, negli Usa termine ultimo per la presentazione delle dichiarazioni dei redditi. Si calcola che siano stati migliaia (e c'è chi ha parlato addirittura di 250 mila) gli americani scesi in piazza, in centinaia di città, al grido "Give me liberty, not debt".

Si è trattato della prima vera manifestazione di dissenso nei confronti delle politiche del nuovo presidente, Barack Obama. Un movimento per lo più spontaneo, visto che l'opposizione repubblicana è ancora afasica, stordita e incerta su come contrastare il partito avversario, che ha conquistato la Casa Bianca e detiene una solida maggioranza al Congresso. La richiesta di Michael Steele, presidente della Commissione nazionale repubblicana, di parlare al tea party di Chicago è stata gentilmente respinta dagli organizzatori: «Informiamo il presidente Steele che i funzionari della Commissione possono partecipare, ma preferiamo limitare il tempo dedicato ai discorsi a coloro che non sono politici... Questa è un'opportunità che permette all'America di parlare, e ai politici di ascoltare, non il contrario».

A dispetto della grande popolarità di Obama, e delle sue ripetute promesse (durante e dopo la campagna elettorale) di voler governare con spirito bipartisan, per "unire" gli americani, sta iniziando invece una nuova "battaglia culturale". Non sui tipici temi eticamente sensibili, come l'aborto o il matrimonio tra gli omosessuali, ma sulla libertà di impresa, principio che si trova «al cuore stesso della cultura americana». Ne è convinto Arthur C. Brooks, presidente dell'American Enterprise Institute, secondo il quale i tea parties "sbocciati" in tutto il paese ne sono la dimostrazione.

I tea parties, ha scritto sull'edizione del 30 aprile del Wall Street Journal, «non nascono dalla fredda analisi dei dati di bilancio, ma sono animati da quello che potrebbe essere definito "populismo etico"». Protagonisti dei tea parties sono infatti proprietari di case che hanno sempre pagato le rate dei loro mutui, piccoli imprenditori che non vogliono l'assistenza dello Stato, banchieri che hanno gestito nel migliore dei modi i loro investimenti e non hanno bisogno di essere "salvati". Tutti coloro, insomma, «che stavano facendo i conti come si deve e che ora assistono allo spettacolo dei loro governanti che premiano chi ha fatto malissimo i conti».

I tea parties sono stati accusati di populismo ed estremismo dai media, dal mondo accademico e dai politici di sinistra, ma «il libero mercato, lo Stato minimo e la libertà d'impresa - ricorda Brooks - godono ancora del favore della maggioranza degli americani». Secondo il presidente dell'AEI, i difensori della libertà d'impresa dovrebbero trarre una «lezione» importante dall'esperienza dei tea parties. Le politiche redistributive vanno combattute anche sulla base di «presupposti etici»: «La confisca di una parte sempre maggiore del reddito di una minoranza solamente in virtù del fatto che lo Stato ne ha la possibilità è una questione di ordine morale». Così come è una «questione morale» il debito pubblico che alimentiamo oggi e che nel prossimo futuro peserà sulle spalle dei nostri figli e nipoti.

Monday, September 08, 2008

Il fenomeno Sarah Palin. Mossa astuta ma non saggia?

Nella puntata di oggi di Think Global (qui in mp3), la mia rubrica su Velino Radio, mi sono occupato del fenomeno Palin. Una personalità forte che fa già discutere, radicalmente conservatrice ma in modo anticonformista, lontana da Washington non solo geograficamente. E' lei il personaggio di questi giorni. Dalla quantità di attacchi che riceve - spesso basati su delle vere e proprie balle - si direbbe che McCain abbia visto giusto a volerla come sua vice. I democratici sono in allarme e i sondaggi per la prima volta attribuiscono a McCain un vantaggio così consistente su Obama. Secondo Usa Today/Gallup di 4 punti percentuali (50% a 46%). Ma come leggerete qui di seguito anche tra i conservatori c'è chi non è affatto entusiasta della scelta Palin.

Sulle parole esperienza e cambiamento si gioca la campagna dei due candidati. Obama ha scelto come vice l'esperto Joe Biden per rispondere alle accuse di inesperienza; McCain ha voluto al suo fianco il volto nuovo della Palin, per mostrare di saper interpretare il cambiamento quanto Obama. La governatrice è famosa per essersi battuta con successo contro l'establishment corrotto del suo partito in Alaska e contro le compagnie petrolifere. Il dibattito sull'effetto Palin è più che mai aperto e nei commenti ho ritrovato gli stessi dubbi che avevo manifestato nel post di venerdì scorso.

Da sinistra rimproverano alla Palin le sue posizioni pro-life. Jacob Weisberg, su Slate, parla di «assolutismo anti-abortista», che «politicamente non ha mai avuto molto senso». Settori significativi del GOP – libertari, liberisti, pragmatici – non auspicano la revisione della sentenza Roe v. Wade. E a dispetto di quanto scrive oggi Giuliano Ferrara, su Il Foglio, sempre meno americani dichiarano di scegliere il proprio candidato in base a come la pensa sull'aborto. I repubblicani pragmatici stanno provando a rendere il loro partito una «grande tenda» che possa ospitare posizioni sia pro-life che pro-choice.

A quanto pare è difficile, anche per i commentatori Usa, stabilire quali potranno essere gli effetti della sua candidatura sull'elettorato, cioè se si limiterà ad eccitare gli animi della base repubblicana o se invece sarà in grado anche di allargare la base dei consensi. Perché è difficile capire se agli occhi del pubblico Sarah Palin rappresenti più le posizioni pro-life e vicine alla destra cristiana o se non sia divenuta piuttosto l'icona della lotta alla corruzione dell'establishment repubblicano, di richiamo per una sorta di anti-politica in versione Usa.

In due articoli il Wall Street Journal ha cercato di raccontare proprio questo aspetto: «Se avete letto qualcosa di Sarah Palin, è probabile che abbiate letto parecchio sulle sue convinzioni religiose e i suoi problemi famigliari. Ma se volete sapere cosa guida la politica della Palin, e cosa ha intrigato l'America, allora dovete sapere come ha battuto» il malaffare tra l'establishment repubblicano e le compagnie petrolifere in Alaska. «Sebbene molti nei media sostengano che sia stata scelta per fare appello alla destra cristiana del partito, la Palin non ha ancora sollevato il tema dell'aborto». Se non altro perché non ha bisogno di farlo esplicitamente, visto che l'aver deciso di tenere il suo ultimo figlio, affetto da sindrome di Down, è una «prova sufficiente delle sue convinzioni pro-life». In un partito colpito negli ultimi tempi da molti casi di corruzione, sono le lotte contro il potere in Alaska che hanno reso la Palin famosa e popolare. Per questo è stata scelta, secondo il WSJ.

Bill Kristol, il direttore della rivista neocon Weekly Standard, approva la scelta di McCain, che scegliendo Sarah Palin ha dimostrato «fegato» e un «acuto senso strategico». Ha capito che correre solo con la sua esperienza l'avrebbe portato al più ad una «rispettabile sconfitta». Ha compreso le implicazioni della vittoria di Obama su Hillary... «e che il conservatorismo anti-establishment della Palin, il suo femminismo pro-family e il suo determinato riformismo aggiungono qualcosa di importante alla sua campagna».

Eppure, la scelta della Palin non convince tutti i commentatori conservatori. Charles Krauthammer si chiede se il «Palin Power» funzionerà. «Ci sono domande che non dovremo mai porci con McCain: chi è quest'uomo e se possiamo fidarci di lui per la presidenza». Parole di Fred Thompson, citate da Krauthammer per spiegare il motivo più efficace dell'intera convention repubblicana: una risonante affermazione dell'autenticità di McCain e la denuncia dell'inconsistenza di Obama. «Cosa rimane di questa linea – si chiede Krauthammer – dopo che McCain ha scelto Sarah Palin come sua vice presidente?»

Certo, è una donna «stimabile e formidabile», «ha galvanizzato la base repubblicana e unito il partito dietro McCain». Ma la strategia di McCain era di fare delle elezioni un «referendum su Obama, certamente il meno esperto, il meno qualificato candidato alla Casa Bianca che si ricordi a memoria d'uomo». La Palin «mina questa strategia di attacco». La costituzione prevede che il vicepresidente subentri al presidente in certi casi. «Come Obama, la Palin non è pronta. Con la Palin l'accusa di inesperienza nei confronti di Obama evapora». Inoltre, tentare di rubare l'immagine del cambiamento a Obama è «una manovra azzardata, temeraria e difficile». Il problema è nell'«intrinseca contraddizione di un partito in carica che corre per il cambiamento. Chi ha governato nell'ultimo decennio?»

Ancora più critico un altro esponente dei neoconservatori - e columnist del Foglio - che sul National Post arriva a definire la scelta Palin «irresponsabile». David Frum spiega che McCain ha due problemi. 1) La base degli elettori repubblicani, cioè quanti nel corpo elettorale si definiscono «repubblicani», si riduce. La percentuale è la più bassa negli ultimi 28 anni. «Il solo modo in cui McCain può vincere è fare appello agli indipendenti e al centro». Il maverick – l'anti-conformista – McCain poteva sembrare il «candidato perfetto per questo compito». Si è distinto dall'ortodossia repubblicana su temi come le tasse e il cambiamento climatico, e i suoi rapporti con Bush sono stati spesso difficili.

Ma qui sorge il secondo problema: McCain non ha il sostegno di tutto il partito. Serviva quindi «un vice gradito alla destra». Secondo Frum, Tom Ridge sarebbe stato l'ideale, soprattutto guardando al fatto che la Pennsylvania sarà uno stato chiave. Attribuisce 21 dei 270 collegi elettorali necessari per la vittoria finale, è uno stato che di solito vota democratico, ma molto inospitale per un candidato come Obama. Ridge, esperto, cattolico e di origini europee, è molto popolare in Pennsylvania, di cui è stato due volte governatore. Ma Ridge è pro-choice, osserva Frum, quindi la scelta è caduta su Sarah Palin. «Ma in politica, come nella vita, non si può avere tutto. L'inesperienza della Palin rende Obama in confronto un George Marshall. Ha zero esperienza in politica estera e di sicurezza nazionale».

Comunque vada a finire a novembre, Sarah Palin si troverà in pole position per la corsa del 2012. «Così questo è il futuro del partito repubblicano che vi aspetta», conclude Frum con rammarico e preoccupazione: «Un futuro nel quale la sicurezza nazionale sarà retrocessa nella lista delle priorità dietro temi come l'aborto, le differenze di genere e le politiche energetiche. Sarah Palin è una scelta forte, e forse astuta. Non è detto che sia stata una scelta responsabile, o saggia».

Più ottimista sul futuro del partito repubblicano è David Brooks. «Di solito i partiti – ha scritto sul New York Times – si riformano nel deserto. Patiscono qualche bruciante sconfitta, la vecchia guardia ne esce screditata» e si dà il via al turnover e al cambiamento. McCain «sta tentando di riformare il Partito repubblicano prima di una sconfitta presidenziale, con la vecchia guardia ancora intorno, e con una base che non ha ancora accettato la necessità della trasformazione». Secondo alcuni suoi consiglieri avrebbe dovuto «rompere con il passato con un colpo netto»: nominando l'ex democratico Joe Lieberman come vice, promettendo di non ricandidarsi per un secondo mandato e di adottare uno stile bipartisan alla Casa Bianca. «Un passo forse troppo lungo».

Sarah Palin come vice, secondo Brooks, è la scelta «di freschezza e di rottura di cui aveva bisogno, ma le forze del passato hanno tirato McCain indietro». Il risalto dato dai media alle scelte famigliari della Palin ha fatto riemergere le «vecchie guerre culturali» sull'aborto e la procreazione e ognuno ha rivestito i panni tradizionali. Tutto è rientrato nel clichè dei «rossi contro i blu», del «presunto conflitto tra le donne delle grandi città con un figlio e favorevoli all'aborto e le donne con 5 figli e anti-abortiste delle zone rurali». La Palin nei 40 minuti del suo discorso di accettazione, ha osservato Brooks, si è «lasciata alle spalle la maggior parte della retorica repubblicana e ha glissato sull'aborto e i temi sociali, il suo linguaggio è stato più da supermarket che da pulpito di una chiesa. Almeno per una volta le forze riformatrici hanno preso il controllo del partito».

Dunque, secondo l'editorialista conservatore del NYT, McCain ha scelto come vice la Palin più per il suo volto nuovo e fresco, in una campagna in cui il senso del cambiamento giocherà un ruolo determinante, che per mettere al centro della sua agenda i temi cari alla destra religiosa.

La vede in modo opposto il settimanale britannico The Economist, che ha bocciato la scelta di McCain. «Il principale problema di McCain non è galvanizzare la sua base: gode di maggior supporto tra i repubblicani di quanto Obama ne goda tra i democratici. Il suo problema è ottenere voti dagli indecisi e dagli indipendenti in un momento in cui il numero di quanti si dichiarano repubblicani è di dieci punti inferiore del numero di quanti si definiscono democratici. McCain ha bisogno di attrarre circa il 55% degli indipendenti e il 15% di democratici per vincere. Ma è difficile che possa aiutarlo una donna che sostiene l'insegnamento del creazionismo piuttosto che la contraccezione». Per la verità, a noi risulta che la Palin si sia dichiarata favorevole alla contraccezione: «I'm pro-contraception, and I think kids who may not hear about it at home should hear about it in other avenues».

Secondo un sondaggio Rasmussen, la Palin «ha reso meno propensi a votare McCain il 31% degli indecisi e più propensi solo il 6%». Per non parlare della sua mancanza di esperienza. Non solo «vanifica il più convincente argomento di McCain contro Obama, ma fa sorgere serie domande circa il modo in cui prende decisioni», osserva l'Economist. La sua scelta è «ancora una volta la dimostrazione di come il tema dell'aborto distorca la politica americana, a destra come a sinistra». Ma i repubblicani sembrano essere «andati oltre nel subordinare considerazioni di competenza e merito alla purezza pro-life». Uno dei più grandi problemi dell'amministrazione Bush è stato proprio la nomina di incompetenti sulla base della loro posizione riguardo la sentenza Roe v. Wade. La scelta della Palin suggerisce che invece di rompere col passato, McCain «sta ripetendo i suoi errori».

Ancora una volta vengono sottolineate le posizioni pro-life e vicine alla destra cristiana di Sarah Palin, ma è probabile che agli occhi dell'opinione pubblica americana prevalga piuttosto l'immagine da eroina della lotta alla corruzione dell'establishment.

Monday, February 04, 2008

Verso il Super-Tuesday

Si avvicina il Super-Tuesday. Nel campo democratico Obama lancia la sua sfida a Hillary e sembra scaldare di più i cuori dei Democratici, con la sua retorica suggestiva che fa leva sulla speranza di un "change", anche se la sua linea su diversi temi è ancora incerta. Si va dall'appoggio convinto del gruppo radical-pacifista MoveOn.org alle analisi di un intellettuale di sinistra come David Rieff, per il quale la politica estera di Obama non sarebbe poi così diversa da quella di Bush e Cheney.

Nel campo repubblicano John McCain non può più nascondersi ormai. Dovrà essere in grado di far compiere alla sua candidatura un salto di qualità, e di credibilità: da perdente in partenza a favorito. Da ribelle dovrà diventare «il leader di un'ampia coalizione di centrodestra», cui dovrà saper offrire una «visione unitaria» del Paese. «Dalla prossima settimana potrebbe ritovarsi ad essere il leader de facto del Partito repubblicano», osserva David Brooks sul New York Times, avanzando a McCain i suoi suggerimenti.

Innanzitutto, dovranno cambiare i «toni» della campagna. Oggi la campagna di Obama somiglia alla campagna di McCain del 2000 molto più della campagna odierna dello stesso McCain. Sembra in grado di trasmettere speranza nella politica. McCain, invece, rischia di rimanere «confinato» nella gravità del sacrificio nella guerra in Iraq. Per poter essere competitivo, McCain dovrà «riconnettersi allo spirito del momento, che non è di rabbia», ma rivela «sete di speranza».

Secondo, dovrà «chiarire la sua visione per il futuro». Parla della lotta contro l'estremismo islamico come della «sfida del nostro tempo», ma sul fronte interno? Sui temi dell'istruzione, della sanità, del reddito, della religione, dello stile di vita? Su questi argomenti il Paese è profondamente diviso.

In passato McCain ha posto l'accento sulla riforma delle istituzioni federali, sulla promozione della competitività e della mobilità sociale, «un misto tra Theodore Roosevelt e Ronald Reagan». Ma la sua «filosofia di governo» quest'anno si è «riparata nel passato». Ora McCain dovrà renderla esplicita, declinarla nel presente, per convincere la nazione.

Infine, McCain dovrà «rinforzare» le sue proposte concrete. Ha qualche «idea eccellente, come il piano per controllare i costi della sanità, che però non ha ancora spiegato bene». E «non si è ancora sufficientemente concentrato su un elettorato chiave nel determinare il successo o il fallimento dei Repubblicani: i lavoratori delle periferie, famiglie dal reddito tra i 40 e 60 mila dollari l'anno». La definizione di "ceto medio" si è fatta più incerta e le difficoltà sono aumentate. «Chi non sapesse parlare dei problemi del "ceto medio" si condannerebbe alla sconfitta».

Se McCain vincerà il Super-Tuesday, da allora in poi «verrà giudicato con standard differenti». «I Repubblicani si stanno chiedendo come competerà contro Hillary o contro Obama. Per unire il partito, McCain dovrà rassicurare i diversi settori della coalizione». E dovrà dimostrarsi capace di battere i candidati democratici. «Ottenere la nomination è una cosa; arrivare alla Casa Bianca e unire una nazione è un'altra», conclude Brooks.