Pagine

Showing posts with label cheney. Show all posts
Showing posts with label cheney. Show all posts

Thursday, September 13, 2012

Basta scuse, su la testa

L'amministrazione Obama sta davvero scadendo nel grottesco. Il segretario di Stato Hillary Clinton continua a dissociarsi da un video amatoriale che nessuno ha visto, nessuno è davvero in grado di dire chi lo abbia prodotto e di che nazionalità sia (il mistero è fitto), né se la traduzione in arabo nel trailer è corretta. Insomma, c'è puzza di montatura lontano un miglio, tanto che il video sarebbe comparso su internet a luglio ma guarda caso solo alla vigilia dell'11 settembre qualcuno s'è preso la briga di tagliare un trailer e tradurlo in arabo.

Ebbene, la Clinton continua a condannare questo ridicolo video amatoriale, quando ormai è appurato che l'attacco al consolato di Bengasi non c'entra nulla (si è trattato di un assalto militare pianificato da tempo come rappresaglia alle operazioni Usa contro gli estremisti in Libia), mentre dovrebbe rivendicare la piena libertà d'espressione garantita in America (si brucia la bandiera nazionale, non si può girare un video su Maometto?) e piuttosto chiedere conto dei cristiani quotidianamente trucidati e perseguitati nei Paesi musulmani.

A leggere l'analisi di Maurizio Molinari sulla «pista che porta ad al Qaeda», su La Stampa, e la ricostruzione di Daniele Raineri, su Il Foglio, sembra emergere una grave sottovalutazione da parte delle autorità americane della possibilità di attacchi, soprattutto in Libia. Da maggio-giugno i droni americani stanno bombardando gli estremisti islamici nell'area di Bengasi. Da uno di questi attacchi, nel giugno scorso, è stato ucciso Abu Yahia al Libi, influente capo di al Qaeda. Sempre a giugno un primo attacco al consolato americano e un attentato con lanciarazzi all'ambasciatore britannico. Insomma, i rischi di ritorsione, di rappresaglia, erano elevatissimi (in particolare in concomitanza con l'anniversario dell'11 settembre), eppure uno degli obiettivi più sensibili era praticamente indifeso. Per tentare di salvare i funzionari del consolato sono dovuti partire in aereo da Tripoli, dopo l'attacco, 8 militari, i quali senza l'aiuto dei poliziotti libici avrebbero potuto ben poco e i morti ora sarebbero 25.

Liz Cheney, oggi sul Wall Street Journal, indica con precisione chirurgica il problema di fondo: con la politica estera di Obama in troppe parti del mondo gli Stati Uniti non sono più sufficientemente affidabili per gli alleati, né sufficientemente temibili per i nemici. Ed elenca tutti i messaggi sbagliati partiti dalla Casa Bianca e gli atti che hanno indebolito l'America:
«Apologizing for America, appeasing our enemies, abandoning our allies and slashing our military are the hallmarks of Mr. Obama's foreign policy».
Certo, tra un mese e mezzo ci sono le presidenziali, ora un colpo Obama è costretto a spararlo per non mostrarsi debole. Ma dove? Verso chi?

E questo film ridicolo, che potrebbe anche essere tutta una montatura, lo continuiamo ad offrire come pretesto agli integralisti islamici, in una rincorsa folle e senza fine alle loro paranoie e alla loro malafede. Non solo l'America, tutto l'Occidente ha un grosso problema di mancanza di autostima, roba da psicoanalisi di massa.

Tuesday, July 14, 2009

I piani Cia scoperta dell'acqua calda

Questo piano della Cia tenuto nascosto al Congresso per ordine del vicepresidente Cheney mi sembra la scoperta dell'acqua calda: l'invio di team di forze speciali all'estero per l'uccisione di alti esponenti di al Qaeda (nei casi in cui la cattura avesse comportato troppi rischi per gli uomini dell'intelligence). Tutti noi, credo, abbiamo sempre pensato a qualcosa del genere interrogandoci sui vari mezzi che gli Usa avrebbero dovuto utilizzare per combattere al Qaeda: operazioni mirate per catturare o uccidere i capi meglio dei bombardamenti sulle popolazioni, si è sempre detto. La sorpresa, semmai, è che il piano non diventò mai operativo, almeno secondo le fonti citate oggi dal New York Times, a causa della «miriade di ostacoli logistici, legali e diplomatici: come nascondere il ruolo americano? Che fare se gli agenti della Cia o loro collaboratori stranieri fossero stati catturati? Avvertire o meno i paesi alleati?». L'uso delle forze speciali per uccidere i capi di al Qaeda a me sembra più chirurgico e mirato dei missili sparati da aerei senza pilota, con tutti i conseguenti e inevitabili "effetti collaterali".

Il caso comunque rischia di imbarazzare soprattutto l'amministrazione Obama. I liberal del suo partito infatti (tra cui i presidenti delle commissioni sui servizi segreti del Senato e della Camera), fomentati dalla campagna di stampa del NYT, spingono per un'inchiesta sull'amministrazione Bush e sono delusi dagli scarsi cambiamenti di linea introdotti da Obama nella politica anti-terrorismo. Ma Obama non alcun interesse ad aprire questo nido di vespe, sia perché ha promesso che rispetto alla strategia anti-terrorismo dell'era Bush avrebbe «guardato al futuro», sia perché con un'inchiesta del genere avallerebbe implicitamente un'interpretazione riduttiva dei poteri dell'esecutivo - cosa che essendo lui ora il presidente non gli conviene - sia perché rischierebbe di intimidire gli agenti nello svolgimento di operazioni spesso necessariamente al limite della legalità, nonché quindi di delegittimare e indebolire la Cia in un momento in cui non è il caso di abbassare la guardia.

Monday, May 25, 2009

L'antiterrorismo di Obama/3 Le politiche di Bush ma infiocchettate meglio

Secondo David Brooks, del New York Times, Obama e Cheney sono stati «complici nell'alimentare un mito». E' solo un «mito», infatti, «che abbiamo vissuto un periodo di otto anni delle politiche anti-terrorismo Bush-Cheney e che ora siamo entrati nel periodo totalmente diverso della politica anti-terrorismo Obama-Biden». Si tratta di «una completa distorsione della realtà». La realtà è che dopo l'11 settembre «siamo entrati in un periodo di due o tre anni che si può chiamare Bush-Cheney». Il paese è stato «colto alle spalle». L'intelligence «non sapeva quasi nulla delle minacce rivolte contro di noi». L'amministrazione Bush «ha tentato di tutto per scoprire e prevenire le minacce». I funzionari «credevano di operare nella legalità, ma hanno fatto cose che ora molti di noi trovano moralmente inaccettabili e controproducenti».

Se tutto questo è vero, tuttavia il periodo Bush-Cheney «durò forse tre anni». Dal 2005 circa è cominciato il «periodo Bush-Rice-Hadley. Gradualmente, alcuni funzionari dell'amministrazione tentarono di fermare gli eccessi del periodo Bush-Cheney. Non l'hanno sempre spuntata, sono stati spronati dalle decisioni dei tribunali e dalla pubblica indignazione, ma la graduale evoluzione della politica è stata evidente», sottolinea Brooks.
«Durante il secondo mandato di Bush, i funzionari stavano cercando di chiudere Guantanamo, implorando i governi stranieri di prendersi alcuni prigionieri, supplicando i senatori di permettere il trasferimento di alcuni su territorio americano. Ma non potevano annunciare la chiusura di Guantanamo prima di capire cosa fare con i prigionieri».
Cheney e Obama «possono far finta del contrario, ma non è stata la presidenza Obama a fermare il waterboarding». Sono stati i direttori della CIA che si sono succeduti dal marzo 2003, persino prima di un «devastante» rapporto dell'ispettorato generale nel 2004.
«Quando Cheney denuncia il cambiamento nella politica di sicurezza, in realtà non sta attaccando Obama, ma la seconda amministrazione Bush. Nel suo discorso pubblico all'AEI ha ripetuto molti degli argomenti usati alla Casa Bianca mentre le politiche dell'amministrazione stavano prendendo un'altra piega. L'insediamento di Obama non ha segnato uno spostamento nella sostanza della politica anti-terrorismo, ma un cambiamento nella credibilità pubblica di quella politica».
Una conferma di questa lettura viene da Jack Goldsmith, ex consulente legale dell'amministrazione Bush, nell'articolo su The New Republic intitolato "The Cheney Fallacy". Goldsmith elenca una serie di politiche - Guantanamo, la sospensione dell'habeas corpus, le commissioni militari, le cosiddette rendition, gli interrogatori e così via - mostrando come nella maggior parte dei casi, la politica di Obama sia in continuità o rappresenti una graduale evoluzione rispetto alla politica dell'ultimo Bush.
«La differenza fondamentale tra le amministrazioni Obama e Bush riguarda non la sostanza della politica anti-terrorismo, quanto piuttosto la sua presentazione. L'amministrazione Bush si è data a lungo la zappa sui piedi, a detrimento della legittimazione e dell'efficacia delle sue politiche, disinteressandosi delle procedure e della presentazione. L'amministrazione Obama, al contrario, è seriamente concentrata su di esse».
Obama, conclude quindi David Brooks, «ha ripreso molto delle politiche che lo stesso Bush aveva abbandonato, le ha rese credibili agli occhi del paese e del mondo. Le ha mantenute e riformate in modo intelligente. Le ha inserite in un contesto più convincente. Facendo ciò non ci ha resi meno sicuri, ma più sicuri. Nel suo discorso Obama ha spiegato le sue decisioni in modo dettagliato e coerente. Ha ammesso che alcuni problemi sono difficili e non sono di facile soluzione. Ha trattato gli americani da adulti, e ha avuto il loro rispetto». Certo, ammette Brooks, magari sarebbe potuto essere più riconoscente e onesto con i funzionari dell'amministrazione Bush delle cui politiche si sta ancora avvalendo.

Anche secondo Charles Krauthammer nella sostanza Obama sta adottando le tanto vituperate politiche di Bush, ma a differenza di Brooks e di Goldsmith, per Krauthammer ciò ha a che fare con l'ipocrisia di Obama mentre i meriti sono di Bush.
«Se l'ipocrisia è il tributo che il vizio paga alla virtù, allora le inversioni di rotta su misure anti-terrorismo in passato denunciate sono il tributo che Obama paga a George W. Bush. In 125 giorni Obama ha adottato con modifiche solo marginali un'ampia parte dell'intero programma di Bush accusato di essere illegale».
L'ultima "inversione di rotta" è la riesumazione delle commissioni militari. Obama le aveva sospese dopo il suo giuramento, ma ora sono tornate. Naturalmente, non ammetterà mai a parole ciò che ha fatto nella realtà. Lo schema è quello solito, in tre mosse:
«(a) condannare la politica di Bush, (b) annunciare ostentatamente cambiamenti solo cosmetici, (c) infine, adottare la politica di Bush».
Su Guantanamo, sono i «compagni democratici di Obama che hanno ben presto scoperto la sensatezza della scelta di Bush». I senatori democratici non sono in linea di principio contrari, ma si oppongono alla chiusura «finché il presidente non chiarisce dove intende mettere i detenuti». Secondo alcuni, in ogni caso non sul suolo americano. E ciò non lascia aperte molte altre possibilità.
«I paesi di origine non li vogliono. Gli europei sono recalcitranti. L'isola di Sant'Elena dovrebbe essere rimessa a posto. L'Elba non ha funzionato molto bene la prima volta. E "l'isola del diavolo" ora è una meta turistica. Guantanamo sta ricominciando a sembrare una buona scelta».
«Osservatori di tutte le parti politiche sono sbalorditi da quanta parte della politica di sicurezza nazionale di Bush sta per essere adottata da questo nuovo governo democratico». Victor Davis Hanson (su National Review) fa un elenco parziale: il Patriot Act, le intercettazioni telefoniche e di e-mail, le commissioni militari, gli attacchi dei droni, Iraq e Afghanistan, e ora Guantanamo. Jack Goldsmith (su The New Republic) aggiunge: le cosiddette rendition; il segreto di stato; la sospensione dell'habeas corpus - e la prigione di Bagram, in Afghanistan, «non è diversa dal punto di vista concettuale e morale da Guantanamo».

«Cosa dimostra tutto ciò?», si chiede Krauthammer.
«La demagogia e l'ipocrisia dei democratici? Certo, ma a Washington, l'opportunismo e il cinismo non fanno notizia. C'è qualcosa di più grande in gioco - un innegabile, irresistibile, interesse nazionale che, alla fine, al di là della cattiva politica, si afferma da sé. La genialità della democrazia è che l'alternanza al potere obbliga l'opposizione a diventare responsabile quando va al governo. Quando i "nuovi ragazzi", portati al potere dalla volontà popolare, adottano le politiche dei "vecchi ragazzi", si creano un nuovo consenso nazionale e una nuova legittimazione. E' ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi. Le politiche di Bush nella guerra al terrore non dovranno aspettare gli storici per ottenere giustizia. Obama la sta già facendo giorno dopo giorno».
Le sue smentite «non significano nulla». Contano i fatti.

Obama sta «correggendo qui e là le politiche dell'amministrazione Bush e sta cercando di fornire ad esse un più solido fondamento legale», osserva anche Clive Crook, oggi sul Financial Times. «Questa ricalibratura è significativa e saggia, ma in nessun modo si tratta dell'approccio interamente nuovo» che tutti si aspettavano. Secondo Crook, Obama «è nel giusto, ma deve ai suoi sostenitori delle scuse per averli fuorviati. E deve delle scuse anche a George W. Bush per aver detto che l'approccio della precedente amministrazione era un'offesa ai valori americani, mentre le sue politiche sarebbero state del tutto consonanti con essi». Una volta entrato in carica, Obama «ha scoperto che il problema è molto più complicato». Che il terrorismo «non è un'ordinaria impresa criminale» e sconfiggerlo richiede «misure straordinarie». «Di fatto - conclude Crook - Obama ha ammesso che su questo l'amministrazione Bush aveva ragione».

Probabilmente tra un anno il presidente Obama riuscirà a mantenere la promessa di chiudere Guantanamo, ma il fatto che per i 241 terroristi ancora detenuti abbia annunciato le stesse soluzioni giuridiche già individuate e tutte praticate dall'amministrazione Bush è la dimostrazione che comunque la si pensi non ci sono i "torturatori" da una parte e i "buoni" dall'altra; e che lo status e la detenzione dei terroristi è un problema di natura squisitamente giuridica di grande complessità, che andrebbe affrontato senza demagogie e strumentalizzazioni, in modo bipartisan, e magari trovando una soluzione il più possibile uniforme tra le democrazie.

L'antiterrorismo di Obama/2 Mezze misure, mezza sicurezza

La Brookings Institution cerca di spiegare in cosa si differenzia l'approccio di Obama sia da quello dell'amministrazione precedente che dalle richieste più radicali della sinistra e delle organizzazioni per i diritti umani:
«L'amministrazione precedente ha deciso che poteva scrivere le regole per la detenzione preventiva da sola, evitando il coinvolgimento del Congresso e cercando di marginalizzare i tribunali. La sinistra e la comunità dei diritti umani, al contrario, pretendono che la detenzione preventiva sia illegittima e che il governo non dovrebbe in alcun caso detenere qualcuno che non possa essere processato».
Quella intrapresa da Obama sarebbe quindi una saggia via di mezzo. Ma una via di mezzo sulla sicurezza, secondo l'ex vicepresidente Cheney, non sarebbe possibile. Cheney nel suo discorso all'AEI ha innanzitutto difeso i metodi di interrogatorio autorizzati sotto Bush: erano «giusti, legittimi ed efficaci»; usati solo in casi estremi, su pochi terroristi, hanno sventato una serie di attacchi. Ha tenuto a distinguere tra i metodi di interrogatorio della CIA e ciò che è accaduto ad Abu Ghraib, dove «un pugno di carcerieri sadici ha abusato dei detenuti in volazione della legge americana, delle regole militari e del semplice senso della decenza».

Ma è «intellettualmente disonesto equiparare la vergogna di Abu Ghraib al lavoro legale, professionale, e del tutto onorevole, del personale della CIA addestrato a trattare con pochi uomini malvagi». Tra l'altro, «in numerose occasioni, autorevoli membri del Congresso, compresa l'attuale speaker della Camera, sono stati informati del programma e dei metodi». Alcuni «li hanno sostenuti in privato, ma si sono dileguati al primo segnale di controversia».

Cheney inoltre ha criticato Obama per aver rivelato come venivano condotti gli interrogatori ai terroristi. Ora però, gli chiede, «usi il suo potere di desecretazione in modo che il popolo americano possa rendersi conto delle informazioni di intelligence che abbiamo ottenuto, delle cose che abbiamo imparato, e delle conseguenze per la sicurezza nazionale». «Nella mia lunga esperienza a Washington - si sfoga Cheney - poche questioni hanno sollevato un'indignazione e un moraleggiare così ipocrita come i metodi di interrogatorio praticati su pochi terroristi. Chi ha costantemente distorto la verità in questo modo - ha concluso Cheney - non è nella posizione di impartire lezioni sui valori».

Per Gerald Seib, Obama e Cheney hanno pronunciato in realtà quattro discorsi diversi. Uno l'ha pronunciato Cheney, «un feroce attacco a coloro che hanno criticato i metodi di interrogatorio e di detenzione dei terroristi autorizzati dall'amministrazione Bush. Ha messo in dubbio la loro integrità e la loro saggezza, incluso l'attuale presidente, che avrebbe revocato le politiche che hanno mantenuto al sicuro l'America per oltre sette anni dall'11 settembre». Obama ha pronunciato «tre discorsi intrecciati in uno». Il primo, per rispondere alle critiche da destra, secondo cui è diventato «morbido» nei confronti del terrorismo e la chiusura di Guantanamo porterà pericolosi estremisti sul suolo americano. Il secondo, per rispondere alle critiche da sinistra, secondo cui è rimasto troppo vicino alle politiche di Bush, come dimostrano la decisione di mantenere i tribunali militari per alcuni sospetti, il rifiuto a pubblicare le immagini sul trattamento dei detenuti, e il suo annuncio di voler continuare a detenere a tempo indefinito alcuni sospetti senza processarli.

Il terzo discorso era rivolto «agli americani nel mezzo», ai quali Obama ha assicurato che «sta cercando un sensato punto d'equilibrio che tenga fuori gioco i sospetti terroristi pur continuando ad onorare i valori americani». La «fondamentale differenza» tra i discorsi di Obama e Cheney, osserva Seib, riguarda «la possibilità stessa che esista una via di mezzo nella lotta contro gli islamisti radicali». Obama «ha descritto la ricerca di una strategia appropriata come un dibattito tra chi a sinistra non fa sconti riguardo le sfide uniche poste dal terrorismo e chi a destra sostiene che qualsiasi cosa va fatta per combatterlo». E secondo Obama «entrambe le parti sono in buona fede dal loro punto di vista, ma nessuna delle due ha ragione».

Per Cheney, Obama e i democratici «possono essere confortati dalle critiche che provengono da entrambe le estremità dello spettro politico. Se a sinistra sono scontenti di alcune decisioni, e i conservatori di altre, può sembrar loro di essere sulla via di un compromesso appropriato. Ma nella lotta contro il terrorismo, non c'è via di mezzo, e le mezze misure equivalgono a una mezza sicurezza. La triangolazione è una strategia politica, non una strategia di sicurezza nazionale».

L'antiterrorismo di Obama/1 La riabilitazione dei sette anni di Bush

In America si è riacceso il dibattito su Guantanamo, sulla detenzione dei terroristi e sui metodi di interrogatorio della Cia, e in generale sulle politiche anti-terrorismo e la sicurezza nazionale. La settimana scorsa il Senato Usa ha negato a Obama i fondi richiesti per chiudere Guantanamo e trasferire alcuni dei più pericolosi detenuti in prigioni americane. In un discorso pronunciato giovedì scorso il presidente ha cercato di spiegare cosa intende fare. Dopo pochi minuti, intervenendo a un incontro promosso dal think tank neoconservatore American Enterprise Institute, l'ex vicepresidente Dick Cheney ha replicato, difendendo l'operato dell'amministrazione Bush e attaccando le scelte di Obama sulla sicurezza nazionale. Praticamente i due si sono confrontati in diretta tv, sia pure indirettamente, uno dietro l'altro.

Obama ha spiegato di voler mantenere la sua promessa di chiudere Guantanamo, anche se rimane aperto il problema di dove trasferire i 241 terroristi ancora detenuti. Quelli che hanno organizzato o partecipato ad attentati, saranno giudicati da tribunali federali e detenuti in penitenziari di massima sicurezza. Gli altri saranno divisi in diverse categorie: alcuni verranno processati da tribunali militari «perché hanno violato le leggi di guerra»; alcuni saranno rilasciati; e una cinquantina «saranno consegnati ad altri paesi».

Ci sono poi i casi più difficili da risolvere, come ha ammesso Obama, di coloro che non possono essere perseguiti ma pongono una «chiara minaccia alla nazione». Il presidente ha assicurato che non verranno rilasciati, aggiungendo solo che l'amministrazione lavorerà con il Congresso per elaborare un appropriato regime legale. Nei confronti di essi si prospetta comunque una detenzione a tempo indeterminato senza processo, cioè uno status per lo meno molto simile a quello vigente a Guantanamo.

Ma tutti questi diversi sbocchi giuridici per le varie tipologie di detenuti sono gli stessi già individuati e praticati dall'amministrazione Bush. E' la dimostrazione che comunque la si pensi non ci sono i "torturatori" da una parte e i "buoni" dall'altra, che lo status e la detenzione dei terroristi è un problema di natura squisitamente giuridica di grande complessità, che andrebbe affrontato senza demagogie e strumentalizzazioni, in modo bipartisan e trovando una soluzione il più possibile uniforme tra le democrazie.

Se Obama ha rivendicato una «nuova direzione rispetto agli otto anni precedenti», e se c'è chi lo accusa, come Cheney, di mettere in pericolo la nazione, c'è anche chi, invece, dice che nella sostanza le sue politiche non sono molto diverse da quelle di Bush.

Così la pensa, per esempio, il Wall Street Journal:
«Nella retorica, il suo discorso si sforzava di dichiarare una direzione morale nettamente nuova. Nella sostanza, tuttavia, insieme agli altri eventi della settimana, è sembrato più una riabilitazione dei sette anni trascorsi».
Riguardo i detenuti che dovrebbero essere trasferiti negli Usa, il WSJ ricorda che lo stesso direttore dell'FBI, Mueller, ha riferito al Congresso che trasferire dei detenuti in prigioni americane «solleva serie preoccupazioni», di natura finanziaria ma anche legate all'eventualità di potenziali attacchi di singoli individui negli Stati Uniti. Per altri detenuti, osserva il WSJ, il presidente «rimane fermo alle commissioni militari del suo predecessore, sia pure aggiungendo alcuni abbellimenti procedurali come copertura politica per giustificare la sua opposizione in passato». Ma in pratica, riconoscendo che è «difficile processarli davanti a tribunali civili, perché molte delle prove contro di loro o sono segretate per motivi di sicurezza nazionale o non sono state prese all'epoca sui campi di battaglia».

Riguardo i 50 da trasferire in altri paesi (un decimo di quanti ne trasferì Bush), «gli europei che hanno contrastato così veementemente Guantanamo negli anni di Bush si sono improvvisamente accorti che questi detenuti sono pericolosi. Altri paesi non sono in grado di impedire ai terroristi di tornare sui campi di battaglia». Rimangono coloro che non possono essere perseguiti ma pongono una «chiara minaccia alla nazione». Sono i casi «più difficili che abbiamo di fronte», ha ammesso Obama, non dicendo però come intende risolverli. Ha assicurato solo che non verranno rilasciati e che sarà studiata una soluzione legale.

«Il che - conclude il WSJ - ci riporta a Guantanamo. E' un fatto - sottolinea il quotidiano - che negli oltre sette anni in cui è stata operativa, il territorio americano non è stato attaccato». E secondo un rapporto del Pentagono, citato dal New York Times, «non meno di un settimo dei detenuti rilasciati da Guantanamo sono tornati alla jihad». Il «vero caos» non è quello che Obama dice di aver ereditato, ma quello creato da lui, annunciando la chiusura di Guantanamo «senza avere un piano su cosa fare dei detenuti più pericolosi, e dove metterli».
«Ora ha scoperto che i suoi alleati della prima ora al Congresso e gli europei non vogliono avere nulla a che fare con essi. Ci spieghi ancora perché Guantanamo dovrebbe essere chiusa?»

Thursday, September 11, 2008

Molto più di un lapsus, è l'Anschluss russo

Altro che il falso lapsus di Obama, quello dell'autoproclamato presidente sudosseto è molto più di un lapsus. Rivela, per quelli che ancora nutrissero qualche dubbio, le reali intenzioni russe in Georgia e dimostra quanto fosse diverso il caso di Abkhazia e Ossezia del Sud da quello del Kosovo.

«Non vogliamo creare un'Ossezia indipendente. Perché così vuole la storia», aveva affermato Kokoity a un convegno di politica estera organizzato dal Cremlino a Soci, sul Mar Nero, esprimendo l'aspirazione alla «riunificazione» con l'Ossezia del Nord e, quindi, il desiderio di tornare a far parte della Russia: «Sì, certo, noi diventeremo parte della Russia». Una dichiarazione scomoda persino per il Cremlino. Poco dopo, infatti, la "diplomatica" marcia indietro: «Ovviamente sono stato frainteso».

«A oggi pensiamo che il riconoscimento dell'Ossezia del Sud fosse un passo necessario e sufficiente. Non ci sono altri piani o alternative», si è affrettato a dichiarare il premier russo Putin, mentre il presidente Medvedev ricorre alla minaccia della piccola e militarmente impotente Georgia, occupata in tre soli giorni da poche migliaia di soldati russi, per giustificare un riarmo («si pone tra le più alte priorità dello Stato per i prossimi anni») in corso già da qualche anno.

Intanto, l'ambiguità della posizione italiana durante la crisi russo-georgiana non sembra aver incrinato i rapporti con Washington. Sarà vero? Così parrebbe dalle dichiarazioni ufficiali dopo l'incontro tra il premier Berlusconi e il vicepresidente Usa Dick Cheney. Eppure, oggi il Financial Times offre un'analisi diversa e francamente più convincente:
«... The US delegation, in Italy for five days, had pushed for clear endorsement of its position from Mr Berlusconi. Once a favoured ally rewarded for his support of the US invasion of Iraq, Mr Berlusconi has seriously irritated the Bush administration by his handling of Russia's invasion of Georgia... Concerns grew in Washington that Italy was undermining unity when Franco Frattini, Italy's foreign minister, went to Moscow last Thursday - when Mr Cheney was in Georgia and Ukraine, and ahead of European Union peace efforts by Nicolas Sarkozy, the French president, now among Washington's favourites».
Mentre noi temiamo che Berlusconi subisca il fascino della sua amicizia con Putin, il FT fornisce alla posizione italiana uno straccio di motivazione razionale:
«Bush administration hawks are alarmed by Italy's close energy relationship with Russia, particularly the "strategic partnership" between Moscow's Gazprom and Italy's part state-owned Eni, and the South Stream pipeline they intend to build to take Russian gas across the Black Sea. Gazprom's entry into Libya is being facilitated by an asset-swap with Eni where Gazprom will take half of Eni's take in the Elephant oil field in exchange for Eni taking part of Russia's Arctic Gas».