Pagine

Showing posts with label khatami. Show all posts
Showing posts with label khatami. Show all posts

Thursday, November 05, 2009

Iran, i leader "per caso" del movimento verde

Mentre il regime usa il "diversivo" dei negoziati sul nucleare

Nonostante divieti e minacce, ieri il movimento di opposizione iraniano è tornato a protestare nelle strade. Ma lo ha fatto in un giorno particolare, il 4 novembre. L'anniversario - il trentesimo - dell'assalto all'ambasciata americana di Teheran, celebrato come sempre con un comizio di piazza convocato dal regime da cui si sono levati i soliti slogan antiamericani («Morte all'America»), quest'anno si è trasformato in un'occasione di protesta contro il regime, nelle persone della Guida Suprema Khamenei e del presidente Ahmadinejad. Un nuovo, palese sintomo della loro debolezza e della perdita di autorità dopo le contestate elezioni del 12 giugno scorso. Grandi manifestazioni hanno preso vita non solo a Teheran, ma anche in altre importanti città come Shiraz, Isfahan, Tabriz, Kermanshah, Zahedan, Arak, Mazandaran e Rasht. Foto e video sui blog dei dissidenti testimoniano la folla e la repressione ancora una volta violenta da parte dei pasdaran e dalla milizia Bassiji, con arresti, pestaggi e spari sui dimostranti.

Un'altra giornata di imbarazzo per il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, stretto tra l'esigenza di non mostrarsi insensibile alle manifestazioni di piazza ma anche di tenere aperta la porta del dialogo con la leadership della Repubblica islamica sul programma nucleare: «L'Iran deve scegliere. Per trent'anni - ha dichiarato ieri Obama - abbiamo ascoltato a cosa il governo iraniano è contrario; ora, il problema è quale tipo di futuro vuole. Il popolo americano ha grande rispetto per il popolo dell'Iran e la sua ricca storia. Il mondo continua ad essere testimone della sua richiesta di giustizia e della sua coraggiosa ricerca di diritti universali. E' tempo per il governo iraniano di decidere se vuole concentrarsi sul passato, o se fare quelle scelte che apriranno la porta a una maggiore opportunità, prosperità e giustizia per il suo popolo».

Ma ha anche aggiunto che gli Stati Uniti «cercano una relazione con la Repubblica islamica basata sul mutuo interesse e sul mutuo rispetto» e che non intendono «interferire negli affari interni» iraniani. Il movimento di opposizione sembra percepire la difficoltà in cui si barcamena Obama, e a sua volta, a suo modo, gli chiede di decidere: «Obama, Obama, o stai con noi o contro di noi!», hanno gridato ieri i dimostranti in piazza, insieme ad altri slogan significativi come «Morte al dittatore», «Khamenei assassino, la sua leadership è finita», «Ambasciata russa covo di spie» (un'accusa rivolta dal regime a quella americana) e, infine, anche «l'Iran verde non vuole una bomba atomica».
The regime is using the Obama administration’s overweening desire to talk - and refusal to take "no" for an answer - as a way of deflecting any international pressure regarding its domestic crackdown. And the regime's strategy is succeeding. The longer the Obama administration plays this game, the more time the regime will have to crush its opponents while the West looks on in self-imposed impotence. Unpleasant as it may be for the president to hear, his policy is objectively aiding the Tehran regime and harming the opposition in their ongoing struggle. The chanters are right. The United States can either be with them or against them. Right now, President Obama is against them. But it’s not too late for him to switch sides.
Robert Kagan
I negoziati sulla bozza dell'Aiea per l'arricchimento dell'uranio iraniano all'estero sono in una situazione di stallo, dopo la non risposta da parte di Teheran, che chiede modifiche sostanziali che eluderebbero ciò che l'Occidente cerca di ottenere dall'accordo, e dopo la recente chiusura di Khamenei. Per Ray Takeyh, studioso del Council on Foreign Relations, il regime sta usando i negoziati sul nucleare come «diversivo» e l'amministrazione Obama è «alle prese con l'enigma» iraniano dovendo «bilanciare le sue preoccupazioni per la proliferazione nucleare con le sue responsabilità morali» di fronte alle violazioni dei diritti umani. La protesta per la rielezione di Ahmadinejad è tutt'altro che sopita e il regime «vede il dialogo sul programma nucleare come un mezzo per mettere a tacere le critiche che il suo comportamento interno meriterebbe». L'Iran, prevede Takeyh nella sua analisi per il Washington Post, «cercherà senza dubbio di prolungare i negoziati accettando, e poi rigettando, gli accordi pattuiti e offrendo innumerevoli controproposte».

Gli Stati Uniti e i loro alleati devono decidere come reagire dinanzi a questa tattica «che nasce dal cinico desiderio di porre un freno all'opposizione impunemente». L'attenzione internazionale, osserva Takeyh, rimane concentrata sul programma nucleare, ma «lontano dal clamore la struttura e l'orientamento delle Guardie rivoluzionarie stanno cambiando», il regime sta rafforzando la propria «infrastruttura repressiva». Negli ultimi mesi, gli ex candidati dissidenti Karroubi e Mousavi «sono stati minacciati di arresto», le università sono state oggetto di «campagne di purificazione», gli attivisti della società civile condannati sulla base di processi-farsa. E' stata mobilitata «la macchina statale per una spietata purga» all'interno del sistema.

Nel tentativo di ristabilire la sua presa sul Paese, il regime «si muove ancora una volta in modo contraddittorio», spiega Takeyh: da una parte accusa gli oppositori di essere agenti dell'Occidente, dall'altra si mostra disponibile al dialogo con le potenze straniere. Così Teheran «si offrirà sporadicamente di discutere del nucleare per stimolare l'appetito delle potenze occidentali... nella speranza che un prolungato e inconcludente processo negoziale» le induca ad abbandonare il loro atteggiamento critico e le ipotesi di nuove sanzioni. Secondo lo studioso del Council on Foreign Relations, l'errore in cui l'Occidente ha perseverato nel trattare con l'Iran è stato porre il tema del nucleare al di sopra di ogni altro.

Il problema iraniano «non è limitato alle attività nucleari illecite, ed è incomprensibile che gli Stati Uniti e le altre nazioni possano concepire transazioni sul nucleare con un regime che mantiene legami con una vasta gamma di organizzazioni terroristiche e che attua una repressione interna brutale». L'ala dura del regime, conclude Takeyh sul Washington Post, «deve sapere che il prezzo per una simile condotta può essere la fine di qualsiasi dialogo con l'Occidente. Solo con una politica simile gli Stati Uniti possono perseguire i loro obiettivi strategici allo stesso tempo non rinunciando ai loro valori morali».

Dopo quasi sei mesi dalle proteste per la rielezione di Ahmadinejad e la brutale repressione, il movimento verde è forte «come non mai», come hanno dimostrato le manifestazioni di ieri. Ma chi sono i suoi leader? Se lo chiede Mehdi Khalaji, analista del Washington Institute for Near East Policy. La sua tesi, esposta in un articolo per Foreign Policy, è che Mousavi, Karroubi e Khatami si siano ritrovati quasi «per caso, e loro malgrado», come «leader simbolici» del movimento di protesta, in realtà mantenendosi a una debita distanza. Più che guidare la piazza, la inseguono cercando di cavalcarla ma anche temendola. Questi leader «apparenti» sono tutti ex funzionari di alto livello della Repubblica islamica, ricorda Khalaji, che «vorrebbero mantenere in vita molta parte di essa», mentre «i dimostranti mirano a far cadere l'intero sistema di cui i loro leader fanno ancora parte».

«Nonostante siano lodati come modernizzatori», Mousavi e i suoi due colleghi «sono profondamente leali agli ideali dell'ayatollah Khomeini, fondatore della Repubblica islamica, e sostengono un sistema politico teocratico». Loro sono leader riformisti, mentre il popolo è «sovversivo». Se Mousavi fosse diventato presidente, sostiene Khalaji, non avrebbe modificato la posizione dell'Iran sul nucleare, o la sua politica estera, limitandosi ad introdurre riforme economico-sociali, e non politiche, all'interno dei principi della Repubblica islamica. «Come sono arrivati questi moderati alla guida di una rivoluzione? Per caso», secondo Khalaji, perché - spiega - erano gli unici cui il regime aveva permesso di candidarsi in alternativa alla rielezione di Ahmadinejad, ma nessuno di loro aveva previsto che dalle proteste di massa a seguito delle elezioni presidenziali del 12 giugno sarebbe sorto un movimento popolare.

Questi apparenti leader hanno avuto «un ruolo minore sia nella nascita che nell'organizzazione del movimento, ma sono stati catapultati alla sua testa da un'ondata spontanea e improvvisa», spiega l'analista del Washington Institute for Near East Policy. La differenza tra i leader dell'"Onda verde" e la gente nelle strade «si sta ampliando». «Mousavi e Khatami hanno ripetuto che il loro obiettivo è ritornare agli ideali di Khomenei e ai principi originali della Repubblica islamica», mentre «i manifestanti nelle strade sono consapevoli del fallimento delle riforme del passato e hanno poche speranze che la Repubblica islamica possa essere salvata». Essi ritengono che l'islamismo politico, l'esperimento di "democrazia islamica", sia ormai fallito e che sia tardi anche per un tentativo riformista calato dall'alto. L'ex presidente Khatami, in un recente discorso, riferisce Khalaji nel suo articolo, «ha cercato di distinguere i partecipanti alle attuali proteste, che rifiutano l'intero sistema esistente, e i suoi seguaci, che vogliono lavorare all'interno della struttura politica della Repubblica islamica».

«I veri leader di questo movimento, dunque - osserva Khalaji - sono studenti, donne, attivisti per i diritti umani e attivisti politici che non hanno alcun desiderio di operare in un regime teocratico, all'interno della cornice legale dell'attuale Costituzione». E il movimento di oggi, fa notare, è molto più ampio di quello riformista di Khatami degli anni '90, che non portò mai in strada più di 50 mila persone. «Ecco perché non solo il regime, ma anche i leader riformisti che pretendono di guidarlo, temono il successo del movimento verde. La democrazia in Iran - conclude Khalaji su Foreign Policy - emergerà solo attraverso una rottura con gli ideali di Khomeini e l'ideologia islamica, concetti ai quali i leader 'per caso' del movimento verde sono ancora leali».

Tuesday, August 04, 2009

L'Iran da dittatura clericale a militare

L'investitura ufficiale di Ahmadinejad sembra segnare il passaggio della Repubblica islamica da una dittatura clericale a una dittatura militare. Il potere reale è sempre più nelle mani delle Guardie rivoluzionarie e degli apparati militari e di sicurezza del regime piuttosto che del clero, che però non rinuncia a lanciare la sua sfida al presidente rieletto e a chi ne ha permesso la rielezione, ossia la Guida Suprema, Ali Khamenei. Il regime iraniano cambia volto, perde la sua fonte di legittimazione religiosa, e si trasforma in una qualunque dittatura militare del Terzo mondo, che si regge solo sulla forza bruta. Il regime ha ancora il pieno controllo del Paese, ma solo grazie alle Guardie rivoluzionarie e alla milizia Bassij, non grazie al prestigio e all'autorità della Guida Suprema.

Il fatto che lunedì scorso importanti esponenti del regime, come gli ex presidenti Rafsanjani e Khatami, ed entrambi i candidati sconfitti alle presidenziali del 12 giugno, Moussavi e Karroubi, abbiano disertato la cerimonia di investitura rappresenta l'ennesimo gesto di sfida all'autorità della Guida Suprema, e indica che ampi settori dell'establishment clericale ritengono illegittimo il governo di Ahmadinehjad e resistono alla militarizzazione della Repubblica. La crisi politica è quindi lontana dal concludersi. Domani Ahmadinejad dovrà ricevere l'investitura anche da parte del Majlis, il Parlamento iraniano. Ratifica scontata, ma non priva di insidie.

A prescindere da come si concluderà la crisi, una cosa «è già chiara», per Amir Taheri: la dottrina del walayat faqih, «pietra angolare» del sistema khomeinista, «è morta». L'elite del regime è in uno stato di «guerra civile» e rischia di trascinare il Paese intero in un periodo di conflitto. Per 30 anni il walayat faqih – ovvero «tutela del giureconsulto», principio che attribuisce alla Guida Suprema l'ultima parola su ogni aspetto del governo della Repubblica islamica – ha rappresentato una barriera invalicabile contro qualsiasi genuina riforma. Ma ora il comportamento di Khamenei, osserva Taheri, «ha alimentato un consenso crescente» nell'establishment clericale sulla necessità che sia «tempo per l'Iran di andare oltre il khomeinismo, sia come ideologia che come sistema di governo». Da qui alla democrazia il passo è troppo lungo, e probabilmente distante dalle intenzioni dei principali protagonisti, ma ormai un segmento sempre più ristretto dell'elite si aggrappa ancora al concetto di walayat faqih e questo è «forse il vero miracolo avvenuto lo scorso mese», suggerisce Taheri.

Schierandosi apertamente dalla parte di Ahmadinejad nella disputa post-elettorale, e coprendo (se non ordinando) gli evidenti brogli, Khamenei ha compromesso l'autorità della sua figura, la Guida Suprema, su cui si regge tutto l'impianto istituzionale del sistema khomeinista. Non solo la sua autorità è stata più volte sfidata dai candidati di opposizione, da esponenti del regime dalle indubbie credenziali khomeiniste, come gli ex presidenti e ayatollah Rafsanjani e Khatami, e dalla piazza, ma persino dallo stesso Ahmadinejad, il quale, dopo aver nominato vicepresidente Rahim Mashai, per giorni ha ignorato l'ordine di tornare sui suoi passi impartito da Khamenei. Sfidando ripetutamente l'«ultima parola» della Guida Suprema, entrambi rifiutandosi di riconoscere la rielezione di Ahmadinejad e boicottando gli eventi presieduti da Khamenei, Rafsanjani e Khatami hanno dimostrato di non credere più, e comunque di non attenersi, al walayat faqih. E con essi una parte consistente del clero che conta. Khamenei appare sempre più succube dei pasdaran, la sua sorte politica legata a quella di Ahmadinejad. E il suo disagio è apparso evidente durante la cerimonia di investitura, quando ha quasi ritratto la mano mentre Ahmadinejad la cercava per baciarla.

Il principio del walayat faqih, spiega Taheri, ha sempre funzionato come il «centralismo democratico» nel leninismo. Le questioni potevano essere dibattute, discusse, all'interno del regime, ma una volta che la Guida Suprema avesse pronunciato «l'ultima parola», tutti dovevano adeguarsi ad essa rispettosamente. Così ha funzionato nei due decenni durante i quali Khamenei ha interpretato correttamente il suo ruolo di arbitro imparziale, al di sopra delle fazioni, ricorrendo in modo parsimonioso al suo diritto all'ultima parola, per chiudere i dibattiti e riunire la «ummah», la comunità di fedeli. «Ma nelle scorse settimane – osserva Taheri – è diventato chiaro che il walayat faqih non funziona più. Invece che calmare gli animi, gli interventi della Guida suprema hanno approfondito le divisioni interne». La Guida Suprema è scesa nell'agone politico.

Come mai Khamenei abbia deciso di abbandonare il suo ruolo di arbitro supremo per divenire il «sicario» di Ahmadinejad rimane un mistero. Forse perché ha la pistola delle Guardie rivoluzionarie puntata alla tempia. O forse perché terrorizzato dalla prospettiva di una «rivoluzione di velluto». In ogni caso, è evidente che «in poche settimane ha dilapidato un capitale politico accumulato in tre decenni». Nonostante rimanga un attore potente sulla scena politica iraniana, non è più al di sopra delle parti e ciò ha minato l'autorità della carica che ricopre (sia agli occhi del popolo che del clero), e con essa la legittimazione stessa del regime.

Thursday, July 23, 2009

Se fosse Obama ad aiutare Ahmadinejad

Su Il Velino:
«Il presidente Obama aiuterà il regime khomeinista a riguadagnare un po' della legittimazione persa» a causa dei brogli elettorali e delle repressioni dell'ultimo mese? E' la domanda che si sarebbe posto in pubblico l'ex presidente Khatami, incontrando le famiglie di alcuni dei 5 mila oppositori arrestati durante le proteste. A riferirlo, sul New York Post di ieri, è Amir Taheri, secondo cui la strategia di Ahmadinejad per puntellare il suo potere in questo momento di crisi politica interna passa per la ricerca della legittimazione internazionale. La sua debolezza interna potrebbe spingerlo ad aperture strumentali che potrebbero trarre in inganno il presidente Obama.
CONTINUA

Thursday, July 16, 2009

Il sermone del compromesso

Mousavi ha confermato la sua presenza alla preghiera del venerdì all'università di Teheran, che sarà condotta, per la prima volta dalle contestate presidenziali, da Rafsanjani, l'ex presidente che molto si è dato da fare dietro le quinte per portare il clero di Qom su posizioni ostili alla coppia Khamenei-Ahmadinejad. Il suo sermone di domani dovrebbe sancire però il definitivo compromesso, o per lo meno una tregua duratura, tra le due fazioni del regime. Ai segnali di cui parlavamo due giorni fa, si aggiungono oggi i retroscena - non saprei dire quanto attendibili - di alcuni media arabi di proprietà saudita. Secondo fonti iraniane "ufficiali" citate dal quotidiano al Sharq al Awsat e dalla tv satellitare al Arabiya, subito dopo la preghiera sarebbe stato autorizzato un corteo guidato da Rafsanjani, Mousavi e dall'ex presidente Khatami.

Mi sembra ipotesi al quanto improbabile, ma secondo le stesse fonti suggellerebbe il compromesso che si sta profilando a Teheran: verrebbe autorizzata la formazione di un largo "Fronte d'opposizione moderata" guidato dal candidato sconfitto, Mousavi, e sostenuto dai due ex presidenti, Rafsanjani e Khatami, «in modo da garantire un ombrello politico [leale al regime, n.d.r.] per tutte le forme di dissenso». In cambio, il Fronte dovrebbe riconoscere «la legittimità del governo di Ahamdinejad». Su sollecitazione degli ayatollah di Qom verrebbero inoltre rilasciate «tutte le persone arrestate» durante gli scontri e verrebbe aperta «un'indagine su larga scala per punire i responsabili della repressione» - cose ancor più improbabili. Anzi, secondo una fonte "governativa" citata sempre da al Sharq al Awsat, sarà lo stesso Rafsanjani nel suo sermone a chiedere di «punire i responsabili delle repressioni avvenute durante le manifestazioni di protesta e di aprire una inchiesta su larga scala» e a insistere perché «non si ripeta mai più la brutalità» contro i manifestanti.

Il fratello di Rafsanjani, Mohammed Hashimi, citato dal quotidiano arabo, avrebbe spiegato che «le condizioni politiche e sociali per la formazione di un Fronte sono ormai mature perché coloro che hanno votato per Mousavi rappresentano una forza enorme» tra «le elite universitarie e gli studenti». Il quotidiano conservatore Sarmaya, citato dalla tv al Arabiya, scrive che «se Mousavi riconosce la legittimità del governo e chiede l'autorizzazione per formare un suo partito, sarà un passo positivo che accoglieremo». Staremo a vedere.

Intanto, da Washington giunge una conferma della linea dell'amministrazione Obama (condanna della repressione, ma mano tesa a Teheran), anche se il trascorrere del tempo senza risposte sembra rendere più ultimativi i toni dell'offerta da parte americana. Ieri, parlando al Council on Foreign Relations, Hillary Clinton ha ammonito l'Iran e gli altri avversari degli Stati Uniti di «non interpretate la volontà americana di dialogare come un segno di debolezza». E se il segretario di Stato ha sentito l'esigenza di chiarirlo esplicitamente, vuol dire che il rischio concreto che le aperture vengano intepretate come debolezza esiste davvero. Dopo aver definito «inaccettabile» la repressione, la Clinton ha spiegato anche che la scelta che ha di fronte l'Iran «è chiara»: «Noi rimaniamo pronti a negoziare con l'Iran, ma il momento di agire è questo». Negli ultimi tempi l'amministrazione Obama sta enfatizzando sempre di più il fatto che «l'opportunità non rimarrà aperta all'infinito».

La Clinton ha anche voluto chiarire che pur avendo scelto di aprire un momento della diplomazia, l'amministrazione rimane pronta a usare la forza: «Non esiteremo a difendere i nostri amici e noi stessi vigorosamente quando necessario, con l'esercito più forte del mondo. Non è un'opzione che cerchiamo, né una minaccia, ma una promessa al popolo americano». Un altro messaggio all'indirizzo di Teheran.

«A parte il fatto che con questo regime non ci si può fidare di negoziare nulla - commenta oggi il Wall Street Journal - più immediatamente evidente è che milioni di iraniani si rifiutano di accettare i "leader" della "Repubblica islamica" (parole della Clinton) che l'amministrazione così ansiosamente mira a coinvolgere... Perché Washington ha fretta di conferire il riconoscimento americano e internazionale a un regime che non gode della legittimazione del suo stesso popolo?». Anche il WSJ volge «occhi e orecchie» al sermone di venerdì: Rafsanjani «si opporrà apertamente al regime, o cercherà di porre fine alla faida interna?». Penso che ormai rimangano pochi dubbi: la seconda.

Tuesday, July 14, 2009

Attesa per il sermone di Rafsanjani: vietato illudersi

Durante tutta la crisi post-elettorale in Iran l'ex presidente "pragmatico" e ayatollah Rafsanjani si è mosso con discrezione dietro le quinte del regime per portare dalla sua parte - quindi contro Khamenei e Ahmadinejad - la maggioranza del clero che conta nella città santa di Qom. Rafsanjani presiede quel Consiglio degli Esperti che ha il potere di rimuovere la Guida Suprema. L'ex presidente non si è ancora complimentato con il presidente rieletto e ha disertato il sermone dell'ayatollah Khamenei. Ma quando per la prima volta ha finalmente rotto il suo silenzio le sue parole sono sembrate in sintonia con quelle di Khamenei, tanto da far pensare che il suo tentativo di fronda interna fosse fallito e che stesse per accettare un compromesso. Elogiando la decisione della Guida Suprema di prolungare i termini dell'indagine del Consiglio dei Guardiani sulle irregolarità del voto, Rafsanjani auspicava che le contestazioni fossero esaminate con accuratezza, onestà e correttezza, invitando però i candidati sconfitti a «rimuovere gli ostacoli per superare le divergenze», avvertendoli che «un atteggiamento sbagliato potrebbe portare a ulteriore odio e divisione tra i cittadini».

Questa settimana spetterà proprio a Rafsanjani condurre la preghiera del venerdì presso l'Università di Teheran, la stessa da dove, il 19 giugno scorso, Khamenei ha dato la sua benedizione alla rielezione di Ahmadinejad, ordinando la fine delle manifestazioni. Cresce quindi l'attesa per il sermone di colui che sarebbe (o sarebbe stato) il principale sponsor politico di Mousavi, e che ora ha l'occasione di chiarire la sua posizione pubblicamente. Gli attivisti dell'Onda verde sperano e già circolano su internet volantini nei quali si convoca il movimento per la preghiera di venerdì all'Università. Lo stesso Mousavi, l'altro candidato sconfitto Karroubi e l'ex presidente Khatami dovrebbero presenziare al sermone, anche se non ci sono ancora comunicazioni ufficiali. E' probabile che i tre non scioglieranno le proprie riserve prima di aver avuto dallo stesso Rafsanjani anticipazioni sul suo sermone.

Rilancerà, questa volta in pubblico, la sua sfida a Khamenei e ad Ahmadinejad, o sancirà la sua personale tregua? Niente illusioni. A giudicare dall'ultima, e unica finora, dichiarazione di Rafsanjani, e dalle parole usate dal sito di cui il figlio è direttore, Ayandeh News, che parla del sermone come di «un'occasione per la riappacificazione tra gli insoddisfatti e il sistema politico», i militanti dell'Onda verde rischiano di rimanere molto delusi. Piuttosto che rilanciare, è più probabile che Rafsanjani punti a ribadire l'adesione sua personale, e dei settori moderati e pragmatici a lui vicini, ai principi e ai valori della Repubblica islamica e a lanciare un appello alla riconciliazione, offrendo anche agli oppositori Mousavi e Karroubi un'occasione per rientrare nei ranghi. Difficile dire quanto possa essere duraturo il compromesso tra Rafsanjani e Khamenei che ispirerebbe un simile discorso.

E intanto, se Obama pensava di barattare con Mosca la disponibilità Usa sul nuovo trattato Start e sullo scudo anti-missile con il sostegno russo a nuove sanzioni contro Teheran, dovrà ricredersi. Mosca - fa sapere una fonte del Ministero degli Esteri russo attraverso l'agenzia Interfax - non intende accettare scambi. Non accetterà di sostenere nuove e più dure sanzioni contro Teheran in cambio di un nuovo trattato per la limitazione delle testate nucleari da siglare entro il prossimo mese di dicembre, quando scadrà il Trattato Start-1 del 1991. «Il legame tra le due cose è senza fondamento. Non si accettano negoziati su questi due temi così diversi per sostanza e forma». Una chiusura così totale che non può che avvalorare le voci sulla proposta di scambio tentata da Washington e a quanto pare già rispedita al mittente.

Tuesday, June 30, 2009

La repressione funziona, ma l'Iran non sarà mai più come prima

Solo chi si aspettava come esito della crisi post-elettorale in Iran una "rivoluzione di velluto" (impossibile in regimi le cui forze armate e di sicurezza sono disposte a sparare e a massacrare il proprio popolo), o comunque da un giorno all'altro il rovesciamento del regime, può sorprendersi della cruda e amara realtà che sta emergendo in queste ore e che ben conosce chi non per la prima volta si interessa di regime change e di promozione della democrazia: le repressioni funzionano.

E la repressione attuata dal regime iraniano nei giorni scorsi è andata ben oltre il sangue versato in grandi quantità sulle strade, che nonostante le censure è arrivato sotto i nostri sguardi. Ci sono gli arresti, le detenzioni segrete, le violenze fino dentro le case private, l'intimidazione dei già timidi oppositori "leali" alla rivoluzione islamica. Insomma, in una parola, un terrore generalizzato che non lascia via di scampo. Decisiva è stata la capacità delle forze di polizia, dei pasdaran e dei bassiji, di impedire ai manifestanti di occupare in massa una piazza, ergendola a simbolo della protesta, come fecero gli studenti cinesi a Tienanmen o gli ucraini della rivoluzione "arancione".

Il sequestro dei nove dipendenti iraniani dell'ambasciata britannica e l'appello a «giustiziare i rivoltosi» lanciato dall'ayatollah Khatami (da non confondere con il Khatami "riformista", che ha confermato il suo appoggio a Mousavi) preludono a un secondo atto della repressione. Domata la piazza "riformista", la lotta potrebbe spostarsi dietro le quinte, oppure potrebbe essere la volta dell'epurazione interna all'establishment per blindare il nuovo assetto di potere voluto da Khamenei, che si poggia più sulla casta dei militari, sulla coercizione e sul nazionalismo, che sulla casta clericale e sulla religione.

Una purga che potrebbe non lasciare alcuno scampo ai Mousavi e ai Rafsanjani, i quali in queste ore dovranno decidere una volta per tutte la loro posizione. Rafsanjani sembra aver perso (almeno per ora) la partita per portare dalla sua parte - e contro Khamenei - la maggioranza del clero che conta nella città santa di Qom e nella sua prima uscita pubblica dall'inizio della crisi sembra aver afferrato la mano tesa di Khamenei. Venerdì scorso, rispetto al suo discorso del venerdì precedente, Khamenei ha ammorbidito i toni, «invitando entrambe le parti a non fomentare gli animi dei giovani e a trattanersi dal mettere gli iraniani gli uni contro gli altri. Questa nazione unita non deve essere divisa e i gruppi non devono essere spinti a muoversi l'uno contro l'altro. Ci sono vie legali per risolvere i problemi». Ieri Rafsanjani ha finalmente rotto il suo silenzio e le sue parole sono sembrate fin troppo in sintonia con quelle di Khamenei. Elogiando la decisione della Guida Suprema di prolungare i termini dell'indagine del Consiglio dei Guardiani sulle irregolarità del voto, ha auspicato che le contestazioni siano esaminate con accuratezza, onestà e correttezza, invitando però i candidati sconfitti a «rimuovere gli ostacoli per superare le divergenze», avvertendoli che «un atteggiamento sbagliato potrebbe portare a ulteriore odio e divisione tra i cittadini».

Un invito che Mousavi e Karroubi sembrano non intenzionati a raccogliere, ma che lascia intendere che la fronda interna tentata da Rafsanjani è fallita (per ora). Bisognerà vedere ora se Rafsanjani raggiungerà un compromesso stabile e soddisfacente con Khamenei, o se la sua è solo una ritirata tattica per giocare al meglio le sue carte in un altro momento, in una seconda occasione che però potrebbe anche non arrivare mai.

L'impressione è che comunque, nonostante il successo della repressione, nulla sarà più come prima. Sia perché il regime ha cambiato natura; sia perché potrebbe comunque essersi messo in moto un processo a suo modo rivoluzionario. La frattura interna è difficilmente ricomponibile e il potere accentrato nelle mani di un gruppo ancora più ristretto di ayatollah e militari, non lasciando agli altri che le briciole o la strada della cospirazione.

Secondo Reza Aslan, «la trasparente brutalità della repressione ha polarizzato la politica iraniana a tutti i livelli, obbligando le elite politiche e religiose a prendere posizione», e «la sorte dell'Iran dipende da che parte si schiera l'establishment clericale». Se si convinceranno che l'ascesa delle Guardie rivoluzionarie rappresenta una minaccia al loro ruolo di custodi e amministratori della Repubblica islamica, «allora si schiereranno dalla parte dei "riformisti" al fianco di Rafsanjani e Mousavi», se non altro per contare di più. In questo caso, l'Iran potrebbe intraprendere una strada simile a quella della Cina, di riforme interne e apertura alla comunità internazionale. Se invece il clero si schiera con Khamenei, «che ogni giorno che passa sembra sempre di più un vecchio idiota delle Guardie rivoluzionarie», allora diventerà probabilmente una dittatura militare «simile alla Corea del Nord o al Myanmar».

Anche per Amir Taheri l'elite dominante è divisa e «la frattura riguarda tutti i settori che costituiscono l'establishment khomeinista»: il clero sciita politicamente attivo, con Montazeri e altri mullah dalla parte dell'opposizione, e Yazdi e Ahmad Khatami con Khamenei, ma anche le forze armate e i tecnocrati. Sarà «interessante» vedere cosa accadrà quando si riuniranno gli «organi chiave del regime», come l'Alto Consiglio per la Difesa nazionale, «di cui sia Ahmadinejad che Mousavi sono membri d'ufficio, insieme agli ex presidenti Rafsanjani e Khatami. Metà potrebbe schierarsi con Mousavi e l'altra con Ahmadinejad». Poi c'è il Consiglio per il Discernimento dell'Interesse supremo del regime, «del quale Rafsanjani è a capo, con Rezai, uno dei tre candidati alla presidenza sconfitti, segretario generale. Ma almeno metà dei suoi membri ha espresso sostegno ad Ahmadinejad». «Simile» la situazione nel Consiglio degli Esperti. «Rafsanjani presiede l'assemblea, ma (almeno per ora) non ha la maggioranza dei due terzi necessaria per rimuovere Khamenei». La divisione in Parlamento è «ancor più evidente». Secondo alcune stime, un terzo tenderebbe verso Mousavi, un altro terzo verso Ahmadinejad, e il rimanente terzo sarebbe incline a orientarsi verso il vincitore.

«La frattura - conclude Amir Taheri - potrebbe portare a una sanguinosa resa dei conti, al termine della quale il vincitore lancerebbe una massiccia purga». Secondo Taheri, infatti, «nel sistema khomeinista non c'è spazio per il compromesso, sia all'interno che in politica estera». Che la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa è convinzione anche di analisti molto cauti e "realisti". Come Fareed Zakaria, secondo cui «per ora il regime sarà probabilmente in grado di usare armi e denaro per consolidare il suo potere», ma la sua «legittimità», osserva, è «compromessa», una «ferita fatale nel lungo termine».

Pepe Escobar, su Asia Times, scrive che «il muro di Teheran non è caduto» e che «il mondo, e in particolare l'Occidente, dovranno ancora convivere e avere a che fare con Khamenei, Ahmadinejad e l'ala dura delle Guardie rivoluzionarie per gli anni futuri». Questi vogliono liquidare la vecchia generazione dei leader della rivoluzione, come l'ex presidente Rafsanjani. «In tutto questo - osserva Escobar - ci sono degli echi dell'ex Unione sovietica, ma ciò che è accaduto nelle strade somiglia più a una Praga 1968» che al 1989. Eppure, anche per l'analista di Asia Times la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa. Schierandosi con Ahmadinejad, Khamenei si è trasformato da arbitro a capo-fazione. «Il contratto sociale tra milioni di iraniani e la rivoluzione si è rotto. Nel lungo termine, ci sarà del sangue, certo, e resistenza. Quella iraniana è una società molto complessa. Non può esserci alcuna marcia indietro. Ma sarà una strada lunga e tortuosa».

Nonostante abbia indurito i toni della sua condanna nei confronti della repressione e abbia schierato l'America dalla parte dei manifestanti, il presidente Obama è rimasto inamovibile nella sua politica di engagement con il regime iraniano, chiunque ne sia nominalmente la Guida. Eppure, alla luce di quanto accaduto e dei pochi punti fermi che abbiamo individuato, quella politica appare oggi superata e poco "realistica". Il colpo di mano autorizzato da Khamenei ha minato alle fondamenta l'autorità della Guida Suprema, che da arbitro e supremo garante di un sistema teocratico è diventato il capo-fazione di una dittatura militare; le leve del comando reale si stanno sempre più spostando dalla casta clericale (con o senza il consenso di tutto il clero sciita non ha importanza) alla casta militare. Ciò significa che il fattore religioso è destinato ad assumere un ruolo di mera legittimazione simbolica, e che il regime si regge sui pilastri del militarismo e del nazionalismo; e che, quindi, l'antiamericanismo e il ricorso alla paranoia del nemico esterno saranno d'ora in avanti ancor più indispensabili come collante ideologico per giustificare la repressione della piazza e l'epurazione tra le file dell'establishment.

Ancor più di prima, dotarsi dell'atomica e non giungere ad alcun compromesso con il "Grande Satana" saranno elementi irrinunciabili per conservare il potere. Per questo le già esigue possibilità di successo della strategia del dialogo sul nucleare perseguita da Obama appaiono oggi prossime allo zero. Non potendo sperare né in un completo isolamento internazionale, né in un embargo efficace sulle esportazioni delle risorse energetiche - essendo note le posizioni di Russia e Cina in merito - gli unici punti deboli del regime sono la sua impopolarità e la frattura che si è creata al suo interno. L'unica speranza, oltre a tentare la rischiosa "opzione Osirak", e a prepararsi a una costosa e fragile deterrenza, è il regime change.

Tuesday, June 23, 2009

La Repubblica islamica non sarà mai più la stessa

Le analisi di Amir Taheri e Reuel Marc Gerecht convergono nell'individuare negli ultimi sviluppi della crisi in Iran un salto di qualità tale da poter parlare di una vera «rivoluzione» in corso. Comunque andrà a finire, e qualsiasi siano le reali intenzioni di Mousavi e del cartello che lo sostiene, l'autorità della Guida Suprema, che è a fondamento dell'intero sistema khomeinista, è entrata in crisi, forse irreversibilmente. Gli iraniani, ma per la prima volta anche pezzi importanti dell'establishment come lo stesso Mousavi, sfidando la parola e gli ordini di Khamenei, hanno messo in dubbio la validità del principio del velayat-e faqih, su cui si fonda la Repubblica islamica. Hanno messo in dubbio, in definitiva, la natura divina della legittimazione del potere della Guida Suprema.

«Poco prima di mezzogiorno di venerdì 19 - scrive Amir Taheri - la Repubblica islamica è morta» e l'Iran si è «trasformato da una Repubblica islamica a un emirato islamico guidato da Khamenei». La sua decisione di «uccidere» la Repubblica islamica «può condurre l'Iran in acque inesplorate». L'establishment è «diviso come mai prima. Tutte le figure autorevoli dell'"opposizione leale", compresi gli ex presidenti Rafsanjani e Khatami, hanno boicottato il sermone di venerdì. Quasi metà dei membri del Parlamento, insieme alla maggior parte del Consiglio degli Esperti, erano assenti». Se Khamenei sperava di «intimidire» i manifestanti, ha dovuto presto ricredersi. «Ha cercato di dividere l'opposizione offrendo rassicurazioni a Rafsanjani», ma non c'è riuscito: Rafsanjani «ancora rifiuta di appoggiare la rielezione di Ahmadinejad». E Mousavi, nonostante l'aut-aut della Guida Suprema, e «virtualmente agli arresti domiciliari», continua a sostenere le proteste.

Khamenei ha ridotto a carta straccia l'autorità di cui è investito, posta dalla rivoluzione islamica al vertice del sistema. «Oggi ci sono due Iran», conclude Taheri:
«Uno pronto a sostenere il tentativo di Khamenei di trasformare la Repubblica in un emirato al servizio della causa islamica. Poi c'è un secondo Iran, desideroso di cessare di essere una causa e che aspira ad essere una nazione normale. Questo Iran non ha ancora trovato i suoi leader definitivi. Per ora, è pronto a scommettere su Mousavi. La lotta per il futuro dell'Iran è solo all'inizio».
Per Reuel Marc Gerecht «una cosa è chiara: siamo testimoni non solo di un'appassionante lotta di potere tra uomini che si sono frequentati intimimamente per 30 anni, ma anche del disfarsi della concezione religiosa che ha dato forma alla crescita del moderno fondamentalismo islamico... la volontà di Dio e la volontà popolare non sono più compatibili». Inoltre, aggiunge, «siamo testimoni» del «collasso delle fondamenta strutturali dell'intero approccio islamico» alla gestione del potere negli stati moderni.
«Dopo 9 anni da quando fu stroncato, il movimento riformista che sosteneva Khatami è diventato solo più forte. Ha portato tra le sue file Mousavi, una volta discepolo prediletto dell'ayatollah Khomeini, che oggi di tutta evidenza non ha alcun riguardo per Ahmadinejad, né per la Guida Suprema. Ciò che può sembrare più sorprendente è che così tanti preminenti rivoluzionari della prima ora si siano schierati con Mousavi. Ci sono molte ragioni, ma tra le principali c'è la crescente consapevolezza che la Repubblica islamica e la rivoluzione sono spacciate a meno che l'Iran non diventi più democratico. Può essere una speranza ingenua (come sembrava ai suoi inizi la glasnost), ma è una potente motivazione per coloro che hanno dato l'anima per rovesciare lo shah».
«Non è chiaro - ammette Gerecht - ciò che Mousavi pensa della democrazia, ma ci sono buone probabilità che voglia affidare al popolo più potere di quanto avesse intenzione Khatami, che malgrado alcune differenze non potrebbe né rompere davvero con i suoi confratelli del clero, né liberarsi della vecchia convinzione islamica secondo cui il fedele ha bisogno della supervisione da parte del clero. E anche se Mousavi non è il tipo ideale di riformatore, è circondato dai migliori e più brillanti iraniani... e anche presso il clero, le migliori menti, come il grande ayatollah Montazeri, hanno preso le distanze da Khamenei». Secondo Gerecht infatti, l'esperienza diretta della teocrazia ha convinto «brillanti chierici» della necessità della «separazione tra chiesa e stato come strumento per salvare la fede dal potere corruttore della politica».

«Che lo volesse o meno, Mousavi ha probabilmente dato inizio al conto alla rovescia finale» per la Repubblica islamica e ciò pone al presidente americano Obama una serie di «complicati problemi», di cui «dovrebbe prendere nota»: «All'interno dell'Iran, la questione nucleare non è ciò per cui la gente sta lottando. Sta lottando per la libertà. Anche se l'ayatollah Khamenei dovesse vincere questo round, il presidente dovrebbe mettersi dalla parte giusta della storia. Non ha nulla da perdere: la Guida Suprema non concederà mai nulla sul nucleare. E più il regime clericale diventerà impresentabile al suo interno, più diventerà impresentabile all'estero. Mousavi è la sola speranza di Obama», conclude Gerecht.

Sul Weekly Standard, lo stesso Gerecht approfondisce il tema: «Ci si è sempre chiesti se l'istituto del velayat-e faqih sarebbe sopravvissuto a Khamenei. Egli stesso ora ha dato abbastanza garanzie che non sopravviverà». «Non importa cosa accade - è convinto Gerecht - la Repubblica islamica come l'abbiamo conosciuta probabilmente è finita». Tutti i regimi, spiega, «hanno bisogno di una qualche legittimazione per sopravvivere, e la Repubblica islamica si reggeva su due pilastri»: la convinzione che gli iraniani continuassero a sostenere la rivoluzione islamica e le basi essenziali del suo sistema politico; l'adozione del clero come strumento di legittimazione della Repubblica. «Se nelle prossime settimane - prevede Gerecht - Khamenei commette l'errore di dare luce verde al massacro dei giovani iraniani nelle strade, probabilmente perderà il sostegno del clero, tutto tranne il più retrogrado, che però non è rappresentativo dell'establishment. Un golpe da parte delle Guardie della Rivoluzione verrebbe visto come un assoluto disastro dalla maggior parte dei mullah, che hanno gelosamente custodito la loro posizione preminente nella società».

E allora, «il più importante esperimento di ideologia islamista dalla nascita della Fratellanza musulmana si rivelerà - agli occhi del suo stesso popolo, dei guardiani della fede, e del mondo intero - un fallimento». A meno che Mousavi non si ritiri e non riporti la calma tra i suoi sostenitori, la rivoluzione islamica, «che fu uno shock per il mondo musulmano 30 anni fa, diventerà o un vero laboratorio di democrazia, o una brutale e violenta dittatura paragonabile per la sua ferocia ai regimi baathisti in Iraq e in Siria». In entrambi i casi non sarà mai più la stessa e, soprattutto, perderà la sua legittimazione religiosa.

Ma perché ci sia «qualche possibilità» che l'Iran «desista» dal nucleare, avverte Gerecht, «Mousavi deve vincere questa battaglia. Se Ahmadinejad e Khamenei trionfano, non cederanno. Per loro, e per le Guardie rivoluzionarie dietro di loro, le armi nucleari sono il mezzo per diventare attori globali e la migliore garanzia di restare al potere», non potendo più sperare di restarci con il consenso del loro popolo. «Anche se Mousavi non è nostro amico - e si rivelasse essere in molti casi nostro nemico - dovremmo tutti augurarci che vinca» e Obama «farebbe bene ad essere più determinato nel difendere la democrazia per un popolo che si è guadagnato il suo rispetto. Gli iraniani - è convinto Gerecht - perdoneranno al presidente l'intromissione».

Monday, June 22, 2009

Mousavi e Ahmadinejad un po' meno uguali

La scorsa settimana ho cercato di capire qualcosa di più su quanto sta avvenendo ed è in gioco in Iran soffermandomi sui «dilemmi» di tre personaggi (Khamenei, Obama, Mousavi). Tutti e tre negli ultimi giorni hanno mosso dei passi in una delle direzioni che indicavo, con alcune sorprese: Khamenei ha deciso di appoggiare Ahmadinejad e di appoggiarsi all'ala dura e militarista del regime; Mousavi, sorprendendoci, ha deciso di non piegarsi e di sfidare l'autorità della Guida Suprema; Obama di schierare esplicitamente l'America «al fianco di chi reclama giustizia in modo pacifico» (intervista alla CBS).

Il dato politico che mi pare emergere da questi ultimi due giorni di manifestazioni e scontri (è ragionevole sospettare che i morti siano dieci volte tanti quelli denunciati dal regime, quindi un centinaio), è che - contrariamente a quanto temevo dopo il discorso di Khamenei venerdì scorso - Mousavi oggi è un po' meno uguale ad Ahmadinejad, e che Obama sembra essersene accorto. La differenza tra Ahmadinejad e Mousavi, che pochi giorni fa il presidente Usa definiva «non tanto grande come appare», si va ingrandendo di giorno in giorno. Come ha ben spiegato Angelo Panebianco nel suo editoriale di domenica sul Corriere della Sera, l'equiparazione tra i due con la quale Obama ha inizialmente giustificato la sua cautela è superata dagli ultimi eventi: «Se, come allo stato degli atti sembra probabile... il regolamento di conti in atto mettesse completamente fuori gioco le componenti più moderate del regime, la politica estera iraniana diventerebbe ancora più pericolosa di come oggi è». Se una vittoria (ad oggi improbabile) di Mousavi non significherebbe automaticamente democrazia e abbandono del programma nucleare iraniano, il dominio assoluto di Khamenei e Ahmadinejad, in un contesto di instabilità interna e condanna internazionale, significherebbe quasi certamente una politica estera ancor più minacciosa ed aggressiva.

Ammesso che Ahmadinejad e Mousavi siano mai stati uguali, ciò non è più vero dopo le ultime prese di posizione di quest'ultimo. Sia pure mantenendo i piedi per terra, Mousavi mi ha sorpreso. Credevo che dopo il discorso di Khamenei di venerdì si preparasse a rientrare nei ranghi. E invece ha sfidato apertamente l'autorità della Guida Suprema, non accogliendo l'invito, o meglio l'ordine, impartito nel discorso di venerdì, di non appoggiare le manifestazioni; ha addirittura incoraggiato la popolazione a manifestare ed è sceso in piazza con i manifestanti; si è dichiarato «pronto al martirio» e ha continuato a chiedere l'annullamento delle elezioni, denunciando che «i brogli erano pianificati da mesi». L'arresto della figlia e di quattro suoi parenti farebbe pensare che neanche l'ex presidente Rafsanjani abbia raggiunto un compromesso con Khamenei, voltando le spalle a Mousavi, come temevo venerdì scorso.

La notizia è che nonostante tutto il peso dell'autorità di Khamenei, l'alleanza Mousavi-Rafsanjani-Khatami sembra ancora in piedi e intenzionata a lottare fino al punto di correre il rischio di assestare una ferita mortale alla legittimità dell'intero sistema. Non importa se la loro intenzione è quella di governare, e non rovesciare, la Repubblica islamica. Di fatto, insieme ai manifestanti, la stanno picconando.

Pur con tutti i dubbi sul suo passato da "duro" del regime, non si possono sottovalutare gli enormi, inaspettati e irreversibili passi compiuti da Mousavi negli ultimi giorni. Anche se da una sua eventuale (e ancora improbabile) vittoria nella prova di forza contro Khamenei e Ahmadinejad non possiamo certo aspettarci una rivoluzione democratica, sarebbe comunque realistico aspettarci l'apertura di una breccia consistente all'interno del sistema khomeinista, paragonabile alle brecce aperte da Gorbacev, che in pochi anni portarono alla caduta del Muro e alla fine dell'Urss anche al di là e contro le sue intenzioni.

Il presidente Obama sembra averlo intuito e pur sottolineando il ruolo da meri "osservatori" degli Stati Uniti e della comunità internazionale («the world is watching»; «we are bearing witness... and we will continue to bear witness»), è stato però esplicito nell'indicare da che parte sta l'America: «I diritti universali a riunirsi e la libertà d'espressione devono essere rispettati e gli Stati Uniti stanno al fianco di tutti coloro i quali cercano di esercitare questi diritti». Come prevedevamo, infatti, le pretese cautele di Obama (se davvero la preoccupazione del presidente era quella di non danneggiare le opposizioni) sono state ininfluenti. Nel senso che da giorni il regime fa ricorso al complotto internazionale per delegittimare le proteste, ma ciò non è servito a placare gli animi e a ricompattare l'establishment. L'ala "riformista" del regime, che conosce bene l'uso propagandistico del nemico esterno, non si è fatta irretire.

Friday, June 19, 2009

Il dilemma di Mousavi

Nel suo discorso di oggi - e c'è da ritenere anche in conversazioni private - Khamenei ha ultimativamente chiesto a Mousavi di abbandonare la piazza ed è molto difficile pensare che a questo punto Mousavi decida di sfidare l'ordine esplicito della Guida Suprema, che lo porrebbe al di fuori del sistema, tra i "nemici" della Repubblica islamica. A breve dovrebbe prendere una decisione sulla manifestazione di domani, per la quale le autorità hanno già negato l'autorizzazione.

Pare che con Mousavi, privatamente, Khamenei abbia toccato il tasto del suo passato, per convincerlo a non unirsi a Rafsanjani contro di lui, suggerendogli che Rafsanjani e i suoi ambienti lo stanno semplicemente usando. Gli avrebbe ricordato i suoi anni da primo ministro (1981-89), quando era uno dei più radicali, un po' come Ahmadinejad oggi, e quando Rafsanjani, da presidente del Parlamento, lo boicottava sistematicamente, finché eletto presidente lo fece del tutto fuori dalla vita politica del paese.

Se a ciò si aggiunge che la Guida Suprema nel suo discorso ha lanciato un chiaro messaggio di pace a Rafsanjani, in sostanza rassicurandolo che nessuno intende toccare lui o la sua famiglia - l'unico passaggio in cui ha contraddetto Ahmadinejad («Non accetto le accuse di corruzione lanciate a Hashemi Rafsanjani. Rafsanjani è un'alta personalità che ha dato il suo sostegno alla Rivoluzione e non si può parlare male di lui») - potrebbe essere davvero riuscito a rompere il cartello dei suoi oppositori (Mousavi-Rafsanjani-Khatami).

Da pragmatico quale è, infatti, è probabile che Rafsanjani recepisca il messaggio e si ritiri nell'ombra, aspettando la prossima occasione, se ce ne sarà, e nel frattempo continuando a tessere i suoi rapporti negli apparati clericali per contenere Khamenei o giungere ad un compromesso. Senza troppi problemi potrebbe quindi voltare le spalle a Mousavi e all'ex presidente Khatami, con i quali dopo tutto aveva stretto un'alleanza tattica.

Mousavi a questo punto deve compiere la sua scelta. Se piegherà la testa, tradirà le aspettative di cambiamento di milioni di iraniani come già in precedenza Khatami; se sfiderà l'autorità di Khamenei guidando la manifestazione di domani, va incontro alla repressione, ma nonostante il suo passato oscuro sarà accaduto in Iran qualcosa di veramente nuovo: le istanze di libertà avranno finalmente trovato un leader anti-sistema e a quel punto a Washington e in Europa ho l'impressione che qualche strategia dovrà essere riconsiderata.

E' senz'altro vero che Mousavi, almeno fino ad oggi (e se domani non ci sorprende), non è un leader democratico da cui ci si possa aspettare un regime change, e che rappresenta un cartello tutt'altro che anti-sistema, come ho cercato di spiegare in tutti i post precedenti su questa crisi. Ma è pur vero che non si possono liquidare allo stesso modo le manifestazioni oceaniche viste da lunedì a ieri (per la prima volta dal 1979). Ed è quello, finora, l'unico fatto nuovo, che dovrebbe essere maggiormente considerato. Non mi sembra verosimile che i milioni di iraniani che hanno votato per Mousavi dopo quella campagna elettorale, in cui centrale è stata la figura della moglie, e il milione di persone scese nelle strade per giorni nella sola Teheran, possano considerarsi alla stregua di un esercito personale di una figura per altro semi-sconosciuta perché assente dalla scena da vent'anni.

Quelli non sono numeri da scontro tra fazioni e dignitari del regime, ma da "rivoluzione". E' probabile che quei milioni di iraniani domani mattina si ritroveranno di nuovo senza un leader, ma non c'è dubbio che le elezioni e i brogli hanno fornito lo spazio politico, il pretesto, per l'eruzione di istanze e sentimenti repressi che vanno ben oltre l'elezione di Mousavi e le sue stesse intenzioni. Sono istanze di libertà e sentimenti anti-regime, che vanno oltre il programma e il passato politico di Mousavi, che per ora è solo un accidente, un pretesto. E' una crisi che investe per la prima volta l'autorità della Guida Suprema, la legittimità del regime, e quindi la sua tenuta. Indipendentemente da come andrà a finire, oggi sappiamo che per davvero gli iraniani detestano il regime, che tra la società iraniana e la sua leadership c'è ormai una distanza incolmabile, che il fondamento stesso dell'autorità è in crisi profonda. Queste sono cose sulle quali fino a ieri forse solo Ledeen scommetteva. Forse davvero non bisogna chiedersi se, ma quando.

Wednesday, June 17, 2009

Iran, la lotta tra caste e l'ultima sfida Rafsanjani-Khamenei

Sempre più analisi confermano la tesi dello scontro tra elite all'interno del regime di cui ho già parlato in precedenti post. Nonostante indubitabilmente le manifestazioni oceaniche a Teheran e in altre città (si parla di un milione di persone, quantità "rivoluzionarie", mai così dal 1979) sono anche il segno evidente di quanto siano diffuse nella società iraniana le richieste di cambiamento e le istanze di maggiore libertà, probabilmente in gioco non c'è la democrazia. In queste ore nelle strade di Teheran l'anima più rivoluzionaria della protesta - fatta di migliaia di cittadini, donne e giovani iraniani che detestano il regime e possono sfogare i loro sentimenti sostenendo l'unica candidatura che il regime ha messo loro a disposizione - si confonde (ma non è detto che al dunque si saldi) con l'anima "riformista", pezzi importanti, i più pragmatici e moderati, dell'establishment clericale sciita (quali Mousavi, Rafsanjani, Khatami), convinti che il regime khomeinista sia riformabile dall'interno e soprattutto timorosi di perdere i propri privilegi e le proprie ricchezze, e persino di venire epurati.

Quello in atto dunque sarebbe uno scontro di potere tra due caste, quella dei sacerdoti e quella dei militari, ed in gioco ci sarebbe la natura stessa della dittatura, se cioè debba essere una dittatura clericale o militare. Da una parte, la strana alleanza tra il pragmatico Rafsanjani e il "riformista" Khatami, di cui Mousavi sarebbe espressione; dall'altra, la Guida Suprema Khamenei, che avrebbe deciso di servirsi di Ahmadinejad e delle forze militari e di sicurezza a lui fedeli, per esautorare di fatto, o persino per liquidare, i suoi avversari all'interno del clero sciita. Bisognerà vedere se le due parti riusciranno a trovare un compromesso e, in questo caso, se Rafsanjani e Mousavi tradiranno le aspettative "rivoluzionarie" di milioni di persone, o se decideranno di tenere duro e passare dall'altra parte della barricata, diventando a tutti gli effetti dissidenti.

Danielle Pletka e Ali Alfoneh, sul New Yok Times, scrivono che «la vera rivoluzione è passata inosservata... Nel più drammatico cambiamento dalla rivoluzione del 1979, l'Iran si è trasformato da stato teocratico a dittatura militare». Una rivoluzione i cui «semi sono stati piantati quattro anni fa con la prima elezione di Ahmadinejad». Nonostante abbia deluso l'opinione pubblica iraniana, con una disastrosa performance economica, le forze a lui fedeli ora controllano il paese. C'è da chiedersi perché la Guida Suprema, Ali Khamenei, abbia «deliberatamente liquidato il clero a cui egli stesso appartiene. Per sopravvivenza», è la risposta. L'ayatollah Khamenei, che non aveva i titoli religiosi per succedere a Khomeini nell'89, «ha ripetutamente dimostrato di voler liquidare l'attributo "islamica" dalla rivoluzione islamica». Nel fare ciò, concludono Pletka e Alfoneh, «si è messo in un angolo, in un'alleanza permanente con Ahmadinejad e le Guardie rivoluzionarie. E questa frode elettorale li avvicinerà ancora di più».

Robert Baer, per vent'anni agente operativo della CIA, spiega sul suo blog su The New Republic, che l'Iran «non è una teocrazia. E' una dittatura militare guidata da Khamenei con la consulenza di una consorteria di generali della Guardia rivoluzionaria e dell'esercito, nonché dell'ala dura della polizia segreta. Ahmadinejad è poco più che un portavoce di questo gruppo di potere. Può avere voce in capitolo nella gestione corrente dell'economia di altri settori dell'amministrazione iraniana - ma tutte le decisioni importanti, in particolare quelle riguardanti la sicurezza nazionale, inclusi i brogli alle elezioni presidenziali, sono prese da Khamenei».

Tuttavia, «un segnale certo della debolezza politica di Khamenei è emerso quando Ahmadinejad ha accusato l'ex presidente Rafsanjani di corruzione durante la campagna elettorale. Rafsanjani è, ed è sempre stato, una minaccia per la legittimità di Khamenei. E' presidente del Consiglio degli Esperti, che ha il potere di rimuovere Khamenei e nominare una nuova Guida Suprema. Khamenei quindi vede in Rafsanjani una minaccia permanente al suo potere. Si dice che Rafsanjani si sia recato nella città santa di Qom, dove ha sede il Consiglio, per complottare contro Khamenei, per verificare di avere sufficienti voti in seno al Consiglio, che ha 86 membri, per rimuovere Khamenei», il quale quindi all'ultimo momento avrebbe dato via libera ad Ahmadinejad autorizzando il ribaltamento dell'esito delle elezioni.

In Italia questa lettura degli eventi è sostenuta da Tatiana Boutourline, che su Il Foglio ha parlato di «resa dei conti tra due volti del regime» (Rafsanjani e Khamenei): «Se dietro alla "dolce vittoria" di Ahmadinejad c'è la mano di Khamenei, dietro all'insubordinazione di Mir Hossein Moussavi c'è la regia di Rafsanjani». «L'obiettivo visibile è quello di tornare alle urne e liberarsi di Ahmadinejad», ma dietro c'è un «disegno ben più ambizioso», come dimostrano le «febbrili consultazioni» di Rafsanjani con gli ayatollah di Qom e i membri del Consiglio degli esperti: eliminare Khamenei, sostituire la Guida Suprema «con un consiglio costituito da 3-5 leader religiosi». Una riforma costituzionale della Repubblica islamica, nel tentativo di «riequilibrare i rapporti di forza tra i turbanti e i fucili». Rafsanjani è convinto che l'«evoluzione del regime khomeinista sia possibile» e caldeggia una «riforma dottrinale» per «portare lo sciismo nell'era moderna», spiega Boutourline. Il che indebolirebbe la figura della Guida Suprema e le forze militari e di sicurezza fedeli ad Ahmadinejad e oggi al governo.

«Probabilmente - ipotizza Vittorio Emanuele Parsi su La Stampa - proprio l'ultima grande manifestazione pre-elettorale, così affollata di giovani festosi e colmi di speranza, come non se ne vedevano dai tempi dell'elezione di Khatami, ha convinto il titubante Khamenei a rompere gli indugi e a sottoscrivere la nuova alleanza tra i conservatori, i cui interessi egli rappresenta, e i radicali (armati) di Ahmadinejad». Tuttavia, «accettando di avallare brogli elettorali probabilmente giganteschi, Khamenei ha sancito la fine del regime inventato da Khomeini». Dopo due tentativi "riformisti" falliti, potrebbe riuscire un tentativo reazionario di Ahmadinejad, che «non ha mai fatto mistero della sua insofferenza per il ruolo dell'alto clero. Il paradosso è che l'operazione gli potrebbe riuscire, proprio grazie all'aiuto del supremo garante di quell'ordine che lui vuole radicalmente trasformare. Se Ahmadinejad prevarrà, se riuscirà a reprimere una rivolta che sembra sempre più una "quasi rivoluzione", il regime che sorgerà sarà cosa sostanzialmente diversa da quello fin qui conosciuto».

Quanto tempo passerà, e soprattutto quali rassicurazioni dovrà dare l'ayatollah Khamenei in persona ai settori del clero rappresentati da Mousavi e Rafsanjani, perché rientrino le proteste? Per ora Mousavi continua a ripetere che le proteste proseguiranno fino a quando non ci saranno nuove elezioni: «Noi protestiamo pacificamente contro la frode elettorale e tutto quello che vogliamo è l'annullamento del voto e nuove elezioni senza brogli». E, particolare importante, respinge con forza l'accusa di manipolazioni dall'esterno: «La protesta dell'Onda verde è solo il riflesso di una richiesta interna e indipendente... legare l'Onda verde a forze esterne è assurdo».

Tuesday, June 16, 2009

Il dilemma iraniano primo vero test per l'amministrazione Obama

L'amministrazione Usa era preparata all'eventualità, considerata la più probabile, della rielezione del presidente uscente, e quindi di dover tentare la stretta via del dialogo sul nucleare confrontandosi con Ahmadinejad e il suo gruppo di potere. Ciò che a Washington non si aspettavano era di trovarsi di fronte a una crisi di difficile lettura. In queste ore, infatti, nelle strade di Teheran le aspirazioni alla libertà di migliaia di cittadini, donne e giovani iraniani, sembrano confondersi (e saldarsi?) con i timori di pezzi importanti dell'establishment clericale, la cosiddetta "opposizione leale" alla Repubblica islamica (Mousavi, Karroubi e l'ex presidente Khatami). Secondo molti analisti, stiamo assistendo a uno scontro di potere tra elite interne al regime. Da una parte, la strana alleanza tra il pragmatico Rafsanjani e il "riformista" Khatami, di cui Mousavi sarebbe espressione; dall'altra, la Guida Suprema Khamenei, che avrebbe deciso di servirsi di Ahmadinejad e delle forze militari e di sicurezza a lui fedeli, per esautorare di fatto, o persino per liquidare, i suoi avversari all'interno del clero sciita. Per i primi la rielezione fraudolenta di Ahmadinejad rappresenta il compimento di questo processo.

La Casa Bianca ha risposto agli eventi in corso con due giorni di imbarazzato silenzio, stretta tra due esigenze difficilmente componibili: non compromettere il tentativo di dialogo con dichiarazioni ostili alla leadership Khamenei-Ahmadinejad, ma al tempo stesso non tradire i valori democratici in cui l'America crede, per altro difesi di recente da Obama nel suo discorso al Cairo. Tra un semplice «stiamo monitorando» la situazione di sabato scorso, e i «dubbi» sulla regolarità delle elezioni espressi dal vicepresidente Biden domenica, solo lunedì il portavoce del Dipartimento di Stato ha ammesso che gli Usa sono «profondamente preoccupati». «Non ho usato la parola "condanna"», precisava, perché «dobbiamo prima vedere come si evolve la situazione». Emblematico però lo scambio di battute con un cronista di Fox News: «Avete bisogno di vedere più teste spaccate in mezzo alla strada?». «Abbiamo bisogno di un esame più approfondito di quanto sta accadendo», rispondeva il portavoce rivelando il dilemma dell'amministrazione: «Dobbiamo guardare anche al nostro interesse nazionale – la non proliferazione è una nostra priorità».

Nella conferenza stampa di ieri al termine dell'incontro con Berlusconi un riluttante Obama si è finalmente pronunciato, esprimendo una cauta e generica simpatia per i dimostranti:
«Sono profondamente preoccupato per la violenza che sto vedendo in tv. Il processo democratico, la libertà d'espressione, la possibilità della gente di dissentire pacificamente, sono tutti valori universali e devono essere rispettati. Ogni volta che vedo usare violenza su persone che dissentono pacificamente, e ogni volta la vedono gli americani, siamo preoccupati. E' importante che qualsiasi indagine abbia luogo non provochi spargimento di sangue, non si concluda con una repressione della gente che esprime le sue opinioni. Voglio dire loro – ha aggiunto Obama rivolgendosi al popolo iraniano – che il mondo sta guardando ed è ispirato dalla loro partecipazione, a prescindere dall'esito finale delle elezioni».
Ma Obama ha anche precisato di non voler dare l'impressione che gli Stati Uniti si stanno intromettendo negli affari interni iraniani («Rispettiamo la sovranità iraniana e vogliamo evitare che gli Stati Uniti diventino oggetto di dibattito all'interno dell'Iran») e ha ribadito di voler perseguire una «diplomazia pragmatica» con qualsiasi tipo di regime iraniano. Da queste prime reazioni è evidente che Obama teme che se appoggia i dimostranti e i leader dell'opposizione, ma il regime non cade, diminuiranno le possibilità del dialogo. Non vale la pena quindi spendere l'appoggio morale dell'America, se sarà comunque con Ahmadinejad e Khamanei che dovrà avere a che fare.

Esprimendosi a favore dell'opposizione nella contesa elettorale, sostengono gli analisti vicini all'amministrazione, Obama si esporrebbe al rischio di offrire ad Ahmadinejad e a Khamenei il pretesto per derubricare le proteste di massa contro i brogli a un complotto ordito dai nemici della Repubblica islamica, giustificando così una repressione ancor più violenta. Sarebbero ben felici di «dipingere l'opposizione come il burattino dell'imperialismo americano», spiega Bruce Riedel, analista della Brookings Institution. «Possiamo condannare tutto ciò che vogliamo, ma questo non farà sentire gli iraniani molto meglio».

Cosa dovrebbe fare quindi Obama? Semplice per Kenneth M. Pollack, altro analista della Brookings Institution: «Niente». Intromettendosi Obama potrebbe solo «peggiorare la situazione» degli iraniani. «Niente di ciò che possiamo dire aiuterebbe la gente che vogliamo aiutare. E per di più, non sappiamo la verità – il governo Usa non può dire con certezza che le elezioni sono state truccate... Sarebbe un disastro se gli iraniani dovessero ratificare la vittoria di Ahmadinejad solo per dimostrare di resistere alle pressioni americane. L'unica cosa sensata da fare è aspettare».

Sono molte, invece, secondo il neoconservatore Bill Kristol, direttore del Weekly Standard, le cose che Obama potrebbe (e dovrebbe) fare. Per esempio, «dovrebbe sostenere i dimostranti, dire che rubare le elezioni è inaccettabile, che uccidere i manifestanti nelle strade di Teheran è inaccettabile. Potrebbe lavorare con gli europei per dire "mandiamo osservatori internazionali a controllare se sono state elezioni corrette. E se non lo sono state, pensiamo a nuove elezioni". Ci sono un milione di cose che gli Stati Uniti potrebbero fare simbolicamente per provare a rafforzare coloro che vogliono impedire alle Guardie rivoluzionarie e ad Ahmadinejad di conquistare completamente il potere nel paese». Jonah Goldberg, sul Los Angeles Times, ha definito quella di Obama una «non scelta». «Presidente, la prego. Prenda le parti della democrazia», ha supplicato. «Non dovremmo bombardare l'Iran, o invaderlo...», Goldberg si accontenterebbe se Obama «sollevasse almeno un dito per la democrazia».

«Anche elezioni-farsa possono a volte produrre risultati reali», osservava ieri il Wall Street Journal. «Hanno infatti rivelato la vera natura del potere dei mullah - sia agli iraniani che hanno votato nella speranza di contare, che al mondo che ha visto andare in pezzi le sue illusioni sulla democrazia in Iran». I manifestanti quindi «meritano il sostegno occidentale, non solo quello dei media». «Il minimo che dobbiamo ai dimostranti è non guardare altrove» e questo «obbligo morale», per il WSJ, «riguarda soprattutto l'amministrazione Obama». La vittoria di Ahmadinejad «dovrebbe spingere Obama a riconsiderare la ricerca di un grande accordo con l'Iran». Obama, sottolinea il WSJ, «ha l'occasione di offrire ai dimostranti iraniani il considerevole peso del sostegno morale degli Stati Uniti e di dimostrare al regime che ci sono delle conseguenze se si truccano le elezioni».

Anche a sinistra, pur ritenendo opportuna la cautela di Obama, tuttavia alcuni vorrebbero che dimostrasse una simpatia più esplicita per il popolo iraniano, se non per i leader dell'opposizione. Tra questi il senatore democratico Joe Lieberman, da sempre un "falco" sulle questioni di sicurezza nazionale, ma anche George Packer, del New Yorker, che avverte: «Il realismo non dovrebbe essere un feticcio ideologico sotto Obama più di quanto lo è stata la "libertà" sotto Bush».

L'amministrazione è stata colta di sorpresa, è impreparata, confusa, non sa con certezza cosa sta realmente accadendo a Teheran. Ed è un problema grave. Non si aspettava che emergesse una tale frattura all'interno del regime iraniano, che in qualche modo conferma le tesi di quanti - come Michael Ledeen - da tempo sostengono inascoltati la sua fragilità, la pressoché totale disaffezione, e voglia di libertà, degli iraniani, nonché la stanchezza di una parte consistente del clero stesso per la militarizzazione progressiva della Repubblica islamica.

A complicare la situazione, proprio mentre l'amministrazione fatica ad elaborare una linea sulla crisi post-elettorale in Iran, le voci del passaggio di Dennis Ross, il consigliere per la politica iraniana, dal Dipartimento di Stato alla Casa Bianca, al Consiglio per la sicurezza nazionale. Secondo fonti interne all'amministrazione, perché nei prossimi mesi la Casa Bianca assumerà sempre più la funzione di vera e propria cabina di regia nel dialogo con l'Iran ed è lì che più torneranno utili le competenze di Ross. Oppure, Dennis Ross sta (o stava, alla luce di quanto accaduto a Teheran) per essere messo da parte in quanto fa parte di coloro che sostengono il dialogo con l'Iran senza illusioni, ma contando sul fatto che è comunque in grado di creare un contesto favorevole all'uso della forza nel caso in cui dovesse fallire. C'è chi, come il direttore di The New Republic, Martin Peretz, si è convinto che ormai l'amministrazione sia disposta a rassegnarsi all'Iran nucleare e già pensa a una dottrina di deterrenza e contenimento.

Tendere la mano, ha scritto Ross sul suo ultimo libro, «non vuol dire escludere l'uso della forza, ma metterci in una posizione migliore per usarla se avremo mostrato di aver esaurito prima tutte le opzioni alternative».
«Le politiche più dure - sia militari sia di contenimento intelligente - saranno più facili da vendere internazionalmente e internamente se avremo provato di risolvere diplomaticamente le nostre differenze con l'Iran in un modo serio e credibile».
Obama sta affrontando la sua prima crisi ufficiale di politica estera, che sta mettendo in luce tutti i limiti, le ambiguità e le contraddizioni della sua politica nei confronti dell'Iran in particolare, e del Medio Oriente in generale. Una politica che pretende di tenere insieme realismo e difesa dei valori democratici, finendo puntualmente per sacrificare i secondi e, in definitiva, per legare le mani agli Usa di fronte a crisi come questa.

Mousavi sarebbe stato il tipo di "moderato" ideale con il quale convolare felicemente a un dialogo senza scadenze, che probabilmente non avrebbe portato a nulla se non l'Iran a guadagnare tempo prezioso per dotarsi dell'atomica. Adesso invece per Obama sarà più difficile far digerire il negoziato con Ahmadinejad, soprattutto dopo che queste elezioni-farsa e le manifestazioni di massa hanno definitivamente raso al suolo la sua credibilità e delegittimato il regime degli ayatollah, dimostrando al mondo intero che gli iraniani lo detestano e vorrebbero liberarsene. Obama tenterà comunque, ma la pazienza che gli sarà concesso di avere dall'opinione pubblica americana e da Israele sarà molto minore. A prescindere da come andrà a finire a Teheran, da oggi è per chiunque (persino per Obama) più difficile negare il vero volto e la minaccia del regime iraniano.

Monday, June 15, 2009

Iran, rivolta democratica o scontro tra elite?

Lotta tra caste: dittatura clericale o militare?

Qualcosa di inedito e di imprevisto sta accadendo a Teheran, se insieme a centinaia di migliaia di dimostranti, sfidando i divieti e una sanguinosa repressione, sono scesi in strada anche pezzi importanti della cosiddetta "opposizione leale" alla Repubblica islamica: l'ex premier sotto Khomeini, Mousavi, candidato alle presidenziali approvato dalla Guida Suprema; un altro candidato, membro del clero, come Mehdi Karroubi, una figura ambigua, fedele alla rivoluzione e a Khamenei ma critico nei confronti dei Guardiani e di Ahmadinejad; e persino l'ex presidente Khatami.

Nonostante le migliori aspirazioni e intenzioni di migliaia di cittadini, donne e giovani iraniani, probabilmente in gioco non c'è un futuro di democrazia, e c'è ben più che un'elezione alla presidenza di uno stato teocratico. Forse c'è in gioco il carattere, la natura dominante, della dittatura stessa, se cioè debba essere una dittatura clericale o militare. Uno scontro di potere tra due caste interne al regime, quella dei sacerdoti e quella dei militari, i cui segnali in pochi hanno saputo intravedere. Sono evidenti un colpevole difetto d'analisi da parte dell'Occidente e la sua totale assenza di iniziativa politica in un contesto nel quale forse avrebbe potuto giocare un ruolo.

Lo scenario di fronte al quale potremmo essere è quello di un golpe con il quale Ahmadinejad e le forze militari e di sicurezza a lui fedeli hanno conquistato il potere non contro il "riformista" Mousavi, non derubando il popolo iraniano di un presunto cambiamento democratico, ma contro l'establishment clericale sciita, o quanto meno i suoi settori più pragmatici e moderati, per relegarlo a un ruolo meno operativo, quasi simbolico.

La Repubblica islamica, fino a quattro anni fa governata dal clero sciita e protetta dalle Guardie rivoluzionarie, sotto Ahmadinejad si sta trasformando in un regime militare, non solo protetto ma anche governato dai militari. Forse al compimento di questo processo si stanno opponendo oggi Mousavi e Khatami.

Il blocco degli sms e delle e-mail, di facebook, twitter e di altri siti internet, e delle tv straniere, l'espulsione di alcuni giornalisti, così come le barriere a protezione del Ministero degli Interni, danno il senso di un qualcosa di pianificato. Ahmadinejad e i suoi, la generazione dei giovani rivoluzionari del 1979, oggi sui 50 anni, hanno fatto carriera all'interno delle Guardie della rivoluzione e degli apparati di sicurezza, assumendone l'assoluto controllo, ma non fanno parte della leadership clericale nelle cui mani risiede il potere vero della Repubblica islamica. Ora questa generazione potrebbe aver deciso di relegare il clero a un ruolo essenzialmente cerimoniale, di legittimazione ideologico-religiosa, e non di guida esecutiva del paese. In questo scenario la Guida Suprema verrebbe mantenuta come figura simbolica, carismatica, ma di fatto le strutture di potere del clero verrebbero svuotate a vantaggio dei ministeri della sicurezza.

E' questo uno degli elementi anche dell'analisi di Amir Taheri, giornalista nato in Iran ed esperto di vicende iraniane, autore del libro "The Persian Night: Iran under the Khomeinist Revolution", sulle colonne del Wall Street Journal.

Con il golpe da parte delle forze militari e di sicurezza fedeli ad Ahmadinejad contro la supremazia del clero sciita si spiegherebbero alcune anomalie di queste elezioni, fatti inediti anche per il record ben poco democratico della Repubblica islamica. Le autorità sarebbero state capaci di contare milioni di voti nell'arco di poche ore dalla chiusura dei seggi; le percentuali dei voti identiche in tutte le province, impossibile soprattutto in un paese come l'Iran; l'agenzia di stampa del regime non ha nemmeno aspettato che fossero resi noti i primi dati dal Ministero degli Interni per dichiarare Ahmadinejad vincitore. Bisogna considerare che l'intero processo elettorale è «rigidamente controllato» dal Ministero degli Interni fedele alle Guardie rivoluzionarie e ad Ahmadinejad. Non esiste commissione elettorale indipendente, il voto non è segreto, nessun osservatore a controllare lo scrutinio, e nessun meccanismo di verifica. E' «impossibile sapere quante persone hanno votato e per chi».

Un'altra anomalia riguarda il comportamento della Guida Suprema nelle prime ore dopo l'autoproclamazione della vittoria da parte di Ahmadinejad. Khamenei si è congratulato per la «storica vittoria» del presidente uscente senza aspettare, come aveva sempre fatto dal 1989, da quando cioè è la Guida Suprema, né la pubblicazione dei risultati ufficiali né la ratifica da parte del Consiglio dei Guardiani. Inoltre, uno studio dettagliato sul testo del discorso di Khamenei, insolitamente lungo, rivelerebbe un certo numero di anomalie, tali da far sospettare che non sia lui il vero autore.

Oltre ad annunciare di non avere alcuna intenzione di negoziare sul programma nucleare («Quella questione è chiusa, per sempre»), nel suo discorso della vittoria Ahmadinejad ha promesso di «smantellare la rete di corruzione» e di portare di fronte alla giustizia i «padrini della corruzione». Parole che a molti sono sembrate l'annuncio di una «purga di massa all'interno dell'elite al potere», che potrebbe coinvolgere persino gli ex presidenti moderati Rafsanjani e Khatami. Ahmadinejad ha intenzione infatti di «confiscare i beni di centinaia di mullah e dei loro soci in affari per redistribuirli ai poveri».

Rafsanjani, Khatami e altri mullah, spiega Amir Taheri, possono ancora esercitare le loro pressioni per «impedire una completa conquista del potere da parte della cricca di Ahmadinejad, che sembra determinata a sostituire il clero sciita alla guida della nazione». In tutto questo ancora «non è chiaro se la Guida Suprema intende stare a guardare mentre il suo potere e quello del clero viene eroso da un'elite emergente di radicali». Alcuni analisti a Teheran citati da Taheri ipotizzano che «questa elite di forze di sicurezza e militari, che ora controlla l'intera macchina statale iraniana, potrebbe aver persuaso lo stesso Khamenei a compiere passi senza precedenti».

Secondo Taheri, in ogni caso, le elezioni di venerdì scorso sono per molti versi «chiarificatrici». Innanzitutto, «dovrebbero porre fine all'illusione che il regime khomeinista sia capace di una evoluzione interna verso la moderazione». «Ahmadinejad - aggiunge - vede l'Iran come un veicolo per una rivoluzione globale messianica». La sua vittoria ha quindi «il merito di chiarire la situazione all'interno della Repubblica islamica. La scelta ora è tra un regime repressivo basato su un'ideologia bizzarra e oscurantista e la prospettiva di un reale cambiamento e di una democratizzazione. Non c'è spazio per una via di mezzo». Queste elezioni «eliminano gli elementi interni al regime che hanno inseguito l'idea di mantenere intatta la teocrazia dandole una verniciatura democratica». Ora questa «opposizione leale» alla rivoluzione islamica «avrebbe da riconsiderare la sua lealtà». «La stessa chiarezza - aggiunge Taheri - può essere applicata alla politica estera. Credendo di aver già sconfitto gli Stati Uniti, Ahmadinejad non sarà in vena di alcun compromesso».

Ex malo bonum, l'Iran mostra il suo vero volto

Ex malo bonum. In questi casi c'è sempre una buona notizia nella cattiva. Ed è che la Repubblica islamica dell'Iran si presenta al mondo e ai suoi interlocutori con il suo vero volto, cioè il peggiore. Non c'è trucco non c'è inganno da questo punto di vista: quelli sono. E ciò renderà più difficile a Washington e in Europa illudersi sull'esito del dialogo sul nucleare e sul ruolo di Teheran in tutto il Medio Oriente, un ruolo ad oggi e per i prossimi anni destabilizzante e di sponsor del terrorismo. Un gattopardesco ricambio alla presidenza, impersonato da un leader che oggi si presenta come moderato e riformista, avrebbe rischiato invece di alimentare illusioni come negli anni di Khatami.

Evidentemente Khamenei non ha voluto concedere neanche questo al popolo iraniano e all'Occidente. La rielezione di Ahmadinejad non è di per sé un "no" alle aperture al dialogo avanzate da Obama. E' comunque probabile che il regime veda una convenienza in un dialogo senza condizioni, che quindi gli permette di progredire senza costi politici nel suo programma nucleare. E' probabile che in qualche modo Teheran risponda a quelle aperture e che parta un negoziato, sia pure non pubblicamente. Gli Stati Uniti avrebbero invece tutto l'interesse ad avviare negoziati il più possibile pubblici e trasparenti. Ma il messaggio chiaro, inequivocabile, della rielezione di Ahmadinejad, è che l'Iran vuole l'atomica e l'egemonia nel mondo musulmano, che il nucleare non è negoziabile e che non rinuncerà ad esportare la rivoluzione islamica, e che la leadership iraniana vede nella mano tesa della nuova amministrazione Usa un segno di debolezza di cui approfittare.

Le aperture di Obama, dopo le reiterate provocazioni di Ahmadinejad nella regione e nei confronti dell'Onu, sono state presentate dal presidente uscente come un riconoscimento della potenza iraniana. Perché mollare la presa proprio ora, quando il nemico sembra alle corde?

Ciò che è accaduto venerdì è abbastanza chiaro. Abbiamo assistito ad una farsa, ad una messa in scena sotto l'abilissima regia di Khamenei, che ha fornito un candidato battuto in partenza per far sfogare l'opposizione interna e per illudere l'Occidente di una possibilità di cambiamento alle porte, guadagnandosi così una copertura mediatica che ha dato credibilità alle "elezioni" che si stavano per svolgere.

Tutti abbiamo letto nell'alta affluenza un dato favorevole allo sfidante: Mousavi. E invece era parte del piano per far trionfare Ahmadinejad e avremmo dovuto sospettarlo. Fin dal mattino del voto le autorità hanno cominciato a celebrare un'eccezionale affluenza, addirittura superiore all'80% (fin troppo sospetta per un regime che considerava un trionfo già il 60% delle passate elezioni), che in realtà dev'essere servita a giustificare le enormi quantità di schede precompilate dagli scribacchini di regime che sarebbero affluite nelle urne per garantire ad Ahmadinejad una maggioranza schiacciante.

Qualcosa però potrebbe essere andato storto. Forse questa volta la popolazione si è davvero entusiasmata per un possibile cambiamento. In queste ore il governo ha vietato le manifestazioni e la Guida Suprema ha invitato Mousavi a seguire le vie legali e a calmare gli animi dei suoi. Mousavi da parte sua sembra intenzionato a partecipare alla marcia di protesta contro i brogli vietata dal Ministero degli Interni. E' ancora da vedere, quindi, se Mousavi deciderà di mettersi ufficialmente alla testa dell'opposizione, attraversando quindi il confine tra candidato-fantoccio del regime e dissidente, o se invece deciderà di rientrare nei ranghi e deludere quei settori della popolazione che hanno creduto in lui.

Consentitemi infine una piccola polemica. Viene da ridere (verrebbe anzi da piangere) quando si leggono le lezioncine del professorino di turno, che alla vigilia del voto ci suggeriva di non essere troppo duri con Teheran, perché in definitiva, a ben guardare, pur non essendo certamente «un gioiello di democrazia», tuttavia la Repubblica islamica ha «importanti elementi democratici al suo interno». «Il Presidente e il Parlamento si rinnovano regolarmente», per esempio, e le elezioni - le ultime parole famose! - «non sembrano soggette a brogli o violenze simili a quelle dell'Iraq saddamita». Persino il titolo del post ("La dittatura dei dibattiti presidenziali in televisione") era stato pensato come scherno nei confronti di quei poveri ingenui che ancora credono l'Iran una dittatura.

Se solo i candidati approvati dal regime possono concorrere; se prima, durante e dopo il voto sono sospese tutte le comunicazioni nel paese (sms, siti internet, e-mail) e censurati i giornali; se l'esito viene deciso gonfiando l'affluenza per poter giustificare le grandi quantità di schede precompilate inserite abusivamente; se è vietato qualsiasi raduno, se vengono picchiati (e persino uccisi) i dimostranti e arrestati centinaia di oppositori (tra cui uno dei candidati alla presidenza, il principale sfidante), a chiunque riuscirebbe difficile parlare di «importanti elementi democratici» in Iran, se non a un poveretto, rimasto vittima della propaganda del regime, che tenta di far passare per dotte analisi geopolitiche una resa totale dell'Occidente rispetto alle ambizioni iraniane che nessun realista si è mai sognato di sostenere.

Friday, June 12, 2009

Una nuova gattopardesca "operazione Khatami"?

Ogni volta che si avvicinano le "elezioni" presidenziali in Iran si spendono fiumi di parole per illudersi che il regime degli ayatollah, che la rivoluzione islamica più radicale mai riuscita, possa essere riformabile dall'interno. Usando un po' di logica, e riconoscendo che queste illusioni derivano dalla nostra recondita speranza che siano gli ayatollah a toglierci dall'imbarazzo di decisioni difficili, capiremo che non ha senso aspettarsi dalle elezioni iraniane un leader davvero "riformista". Non lo fu Khatami. Non lo sarà, se dovesse vincere, Mousavi.

Non credo sia l'esito più probabile, ma non mi meraviglierei affatto se Khamenei ripetesse l'"operazione Khatami", se cioè avesse deciso di dare il ben servito ad Ahmadinejad. E' solo un'ipotesi tra le tante, ma la Guida suprema potrebbe aver deciso di servirsi gattopardescamente del volto apparentemente "nuovo" di Mousavi per dare sfogo a una popolazione esasperata da Ahmadinejad sul lato interno, e per illudere gli Stati Uniti e l'Occidente di una svolta moderata e riformista. L'elezione di Mousavi sarebbe interpretata a Washington e in Europa come un sì al dialogo offerto da Obama. Il tavolo sul nucleare in effetti conviene all'Iran qualsiasi siano le sue intenzioni ed è possibile che finirà per accettarlo. Un dialogo comunque utile a prendere tempo mentre il programma nucleare continua a fare progressi e Teheran ad avvicinarsi alla bomba. Quindi, il problema è come sempre capire se l'atomica è negoziabile o meno per Khamenei.

Ahmadinejad è ormai una figura del tutto screditata e odiata, sia all'interno che in Occidente, e difficilmente potrebbe essere lui il volto dialogante di cui in questa fase Khamenei potrebbe aver deciso di aver bisogno per attenuare le diffidenze e i sospetti dei suoi interlocutori. Anche il Guardian non nasconde le insidie di questa eventualità:
«La presunzione che sarà più facile per l'America negoziare con l'Iran sotto una presidenza moderata non è dimostrata. Potrebbe essere vero il contrario: una voce tranquillizzante potrebbe essere più efficace di una irrazionale nel coprire un programma atomico nascosto, se il potere reale in Iran risiede altrove».
Chi invece mostra ottimismo sulla figura di Mousavi è Michael Ledeen. Mir Hossein Mousavi fu «l'architerro degli aspetti più oppressivi della Repubblica islamica» quando fu premier mentre il paese era sotto la guida dell'ayatollah Khomeini, ma poi «è stato assente dalla vita pubblica per vent'anni». Un elemento che per Ledeen è la prova della sua conversione riformista, ma che nella nostra ipotesi potrebbe fare al caso giusto per Khamenei: chi meglio di un personaggio fedele dalla prima ora alla rivoluzione ma rimasto nell'ombra per così tanti anni potrebbe incarnare le speranze riformiste e il volto moderato e dialogante del regime, dissimulando le vere intenzioni della Guida Suprema?

Ledeen è come sempre molto attento alle manifestazioni popolari e osserva come in questi giorni, come documentato dal Times e dal Wall Street Journal, se ne siano svolte di imponenti contro il regime. E' «certamente significativo» e i reporter che definiscono tali dimostrazioni come «rivoluzionarie», o per lo meno «insurrezionali», «hanno ragione». Da tempo infatti Ledeen sostiene che «il popolo iraniano disprezza il regime, non vuole una Repubblica islamica, vuole essere parte del mondo occidentale e non di un regime fanatico».

Mousavi «può essere visto in modo simile al "riformista mancato" Khatami, che fu inaspettatamente eletto presidente nel 1997», concede Ledeen, il quale ricorda di aver scritto su Khatami che è stato «un vaso vuoto nel quale il popolo iraniano ha riversato il suo appassionato desiderio di libertà, ma che «non ha riformato quasi nulla», e finì per essere considerato un «sotterfugio per i duri e puri del regime».

Ma Ledeen è convinto che Mousavi sia «diverso» da Khatami. E che «la grande differenza» sia sua moglie e il ruolo di grande rilevanza e visibilità che ha stranamente potuto assumere in questa campagna elettorale. E' divenuta «una figura politica nazionale», niente di simile era mai accaduto nella storia della Repubblica islamica. «Il solo fatto del suo ruolo politico è esplosivo - spiega Ledeen - minaccia alle fondamenta il sistema, perché se viene garantita l'uguaglianza tra donne e uomini (e questo è un messaggio molto chiaro nella campagna di Mousavi, dimostrato dalla sua presenza al suo fianco, dalle parole che usa, e dall'entusiasmo che suscita), l'intera struttura del regime khomeinista può essere messa in dubbio».

Ma qualcosa non torna, sembrano troppe a Ledeen le stranezze di questa campagna. «Il vero mistero è perché le sia stato permesso di fare ciò. Per dirla chiaramente, il leader supremo Khamenei poteva fermare tutto ciò fin dall'inizio della campagna, ma non lo ha fatto. Perché?», si chiede Ledeen. Un'altra stranezza è che «di solito i dimostranti che gridano "Morte al regime delle bugie" verrebbero bastonati e picchiati immediatamente, ma in questi giorni non è accaduto». Potrebbe essere un «segnale della preferenza di Khamenei per Mousavi».

In effetti, le fonti iraniane di Ledeen confermano: Khamenei avrebbe «incoraggiato Mousavi a candidarsi, proprio perché la Guida suprema è intenzionata a concedere una più ampia libertà al popolo iraniano e a normalizzare le relazioni con l'Occidente», rendendosi conto dell'«impossibilità di continuare a governare con la repressione e che Ahmadinejhad, con la sua aggressiva politica estera e interna, costituisce una minaccia per tutto ciò che è stato costruito in questi trent'anni». C'è davvero da augurarsi che le fonti iraniane di Ledeen non si illudano.

In ogni caso, Ledeen si chiede cosa succederà all'indomani del voto: «Quelli che oggi gridano "Morte al dittatore" se ne andranno tranquillamente a casa se Mousavi uscirà sconfitto? E quelli che hanno investito le loro vite e le loro convinzioni religiose nell'odio verso l'Occidente, se ne andranno tranquillamente a casa se Mousavi sarà eletto? O l'Iran è destinato a un conflitto interno, chiunque dovesse vincere? E in tal caso, cosa dovrebbe fare l'Occidente?», si chiede Ledeen, ricordando che l'Iran ha una lunga «tradizione rivoluzionaria» e che «oggi è certamente in una condizione rivoluzionaria».

Emanuele Ottolenghi fa parte invece di coloro che nonostante la grande mobilitazione popolare di queste ore continuano a pensare che chiunque verrà eletto «le ambizioni nucleari iraniane erano precedenti ad Ahmadinejad e quindi indubbiamente continueranno anche con i suoi successori». Il problema secondo Ottolenghi è capire se «l'Iran insegue capacità nucleari solo come strumento di dissuasione nei confronti di quelli che vede come nemici potenti e minacciosi» o se invece considera la bomba come strumento per «soddisfare le sue ambizioni egemoniche in Medio Oriente». E in questo caso, «l'Iran sarebbe sensibile alla strategia della deterrenza, come lo fu l'Unione sovietica?»

Data la natura e il fanatismo dell'ideologia degli ayatollah, Ottolenghi è convinto che il regime iraniano voglia esportare la rivoluzione islamica in tutta la regione, e restituire agli sciiti la leadership sul mondo musulmano a danni dei sunniti. La bomba «permetterebbe a Teheran di raggiungere i suoi obiettivi senza usarla», solo grazie alla sua «proiezione di potenza» e all'effetto di deterrenza. Possedere la bomba è un «moltiplicatore di forza». Certo, «l'arsenale occidentale e un'esplicita minaccia di utilizzarlo può dissuadere l'Iran da un attacco nucleare». Tuttavia, avverte Ottolenghi, durante la Guerra Fredda il prezzo dell'equilibrio nucleare - mai definitivo, sempre fragile - fu il riconoscimento di sfere di influenza».

«Se l'Iran diventa una potenza nucleare - conclude Ottolneghi - il mondo occidentale dovrà negoziare una Yalta del Medio Oriente con Teheran» e «alla fine, potremmo persino non evitare un conflitto».

Infine, Jeffrey Goldberg, su The Atlantic, suggerisce che dalla minaccia iraniana potrebbe scaturire uno sviluppo positivo, di cui in alcuni post in passato avevo già parlato. «Con l'Iran sciita che diventa più forte, ebrei e arabi sunniti hanno improvvisamente solide basi per un'amicizia. Fare leva sulle paure dei sunniti per l'emergente potenza sciita potrebbe finalmente portare ad una soluzione del problema israelo-palesinese», attraverso una normalizzazione, se non una vera e propria «alleanza», tra Israele e stati arabi, con gli Stati Uniti come garante.

Wednesday, May 21, 2008

Libano, test iraniano sulla fermezza dell'Occidente

Ancora 24 ore di tempo sono state concesse ieri alle forze politiche libanesi per trovare un'intesa. Proseguono anche oggi, quindi, i negoziati in corso a Doha tra la maggioranza parlamentare anti-siriana e l'opposizione guidata da Hezbollah. «Una delle parti ha chiesto più tempo per esaminare alcune proposte e il comitato della Lega araba ha concesso una proroga fino a domani (oggi, n.d.r.)», ha riferito il ministro qatariota per le Relazioni estere, rivelando anche che i mediatori arabi guidati dal primo ministro del Qatar, Sheikh Hamad bin Jassem al-Thani, hanno avanzato due nuove proposte, ritenute le «soluzioni migliori». «Si spera» che possano colmare il divario tra le parti, le quali però sembrano parlare di cose diverse.

Le trattative sono bloccate sulle modifiche alla legge elettorale, in particolare su come ridisegnare le circoscrizioni a Beirut. Un tema cruciale, perché influenzerà in modo significativo l'esito delle elezioni parlamentari del 2009. Hezbollah si rifiuta di chiudere qualsiasi accordo sulle altre questioni prima che sia sciolto il nodo della legge elettorale.

Per quanto riguarda la formazione di un nuovo governo, di unità nazionale, Hezbollah rivendica per sé un vero e proprio potere di veto sui provvedimenti dell'esecutivo, il che vuol dire almeno 11 ministri. La prima ipotesi di compromesso avanzata dal primo ministro qatariota – un governo di 30 ministri, 13 alla coalizione di governo, 10 all'opposizione e 7 scelti dal nuovo presidente – è stata rispedita al mittente da Hezbollah, che insiste per una composizione che registri a livello politico i nuovi equilibri di forza a suo favore determinati sul terreno dall'esito della crisi della settimana scorsa. I mediatori avrebbero dunque avanzato una ulteriore proposta, che assegnerebbe 16 ministeri alla maggioranza, gli 11 richiesti all'opposizione e 3 a candidati scelti dal futuro presidente. Ma in cambio l'opposizione dovrebbe accettare le modifiche alla legge elettorale proposte dai partiti della maggioranza. «Vogliono condividere il governo con noi per 11 mesi e prendersi governo e presidenza per i prossimi 4 anni», ha protestato Michel Aoun, leader dei cristiani maroniti alleati di Hezbollah.

I due provvedimenti del governo Siniora che hanno innescato la crisi erano forse i primi passi per il disarmo di Hezbollah, in accordo con le risoluzioni dell'Onu, che però il gruppo sciita ha sempre rigettato, minacciando di combattere contro chiunque avesse tentato di disarmarlo. Con la revoca delle decisioni del governo Hezbollah ha dimostrato di poter imporre la sua volontà con la forza. Per quanto riguarda il movimento sciita, ci sono due vie d'uscita dalla crisi: un governo dominato da Hezbollah, che gli altri partiti non accetteranno mai; o l'accettazione di Hezbollah come "uno stato nello stato" libanese. L'ex presidente iraniano Khatami, che molti chiamano "riformista", ha chiarito che «non ci sarà mai Libano senza Hezbollah».

Negli ultimi tre anni, ricorda l'analista Amir Taheri, «Washington ha indicato il Libano come esempio della democratizzazione nella regione, ma ora sembra che l'Iran abbia deciso di dimostrare che il Libano fa parte della sua sfera d'influenza nella più ampia guerra contro gli Stati Uniti e Israele». Secondo Taheri, Teheran ha voluto il "coup de force" a Beirut «per testare la determinazione americana», nel momento in cui la presidenza Bush si avvia al termine. La «debole» risposta Usa e la «veloce resa» del governo Siniora «potrebbero aver mandato un segnale sbagliato» a Teheran, convincendo forse gli iraniani a lanciare nei prossimi mesi una sfida diretta per prendere il controllo del Libano, con gli Usa sotto elezioni.

Ciò obbligherebbe le altre comunità libanesi ad opporsi con la forza, trovando certamente alleati tra i Paesi arabi che vedono come una minaccia le ambizioni egemoniche iraniane. Quindi, conclude Taheri, Hezbollah «potrebbe trovarsi a pagare un prezzo strategico per la sua vittoria tattica. Mentre nel 2006 era visto dai Paesi arabi come un campione nella lotta contro Israele, oggi è visto come una pedina di Teheran per il dominio del Medio Oriente».