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Tuesday, June 16, 2009

Il dilemma iraniano primo vero test per l'amministrazione Obama

L'amministrazione Usa era preparata all'eventualità, considerata la più probabile, della rielezione del presidente uscente, e quindi di dover tentare la stretta via del dialogo sul nucleare confrontandosi con Ahmadinejad e il suo gruppo di potere. Ciò che a Washington non si aspettavano era di trovarsi di fronte a una crisi di difficile lettura. In queste ore, infatti, nelle strade di Teheran le aspirazioni alla libertà di migliaia di cittadini, donne e giovani iraniani, sembrano confondersi (e saldarsi?) con i timori di pezzi importanti dell'establishment clericale, la cosiddetta "opposizione leale" alla Repubblica islamica (Mousavi, Karroubi e l'ex presidente Khatami). Secondo molti analisti, stiamo assistendo a uno scontro di potere tra elite interne al regime. Da una parte, la strana alleanza tra il pragmatico Rafsanjani e il "riformista" Khatami, di cui Mousavi sarebbe espressione; dall'altra, la Guida Suprema Khamenei, che avrebbe deciso di servirsi di Ahmadinejad e delle forze militari e di sicurezza a lui fedeli, per esautorare di fatto, o persino per liquidare, i suoi avversari all'interno del clero sciita. Per i primi la rielezione fraudolenta di Ahmadinejad rappresenta il compimento di questo processo.

La Casa Bianca ha risposto agli eventi in corso con due giorni di imbarazzato silenzio, stretta tra due esigenze difficilmente componibili: non compromettere il tentativo di dialogo con dichiarazioni ostili alla leadership Khamenei-Ahmadinejad, ma al tempo stesso non tradire i valori democratici in cui l'America crede, per altro difesi di recente da Obama nel suo discorso al Cairo. Tra un semplice «stiamo monitorando» la situazione di sabato scorso, e i «dubbi» sulla regolarità delle elezioni espressi dal vicepresidente Biden domenica, solo lunedì il portavoce del Dipartimento di Stato ha ammesso che gli Usa sono «profondamente preoccupati». «Non ho usato la parola "condanna"», precisava, perché «dobbiamo prima vedere come si evolve la situazione». Emblematico però lo scambio di battute con un cronista di Fox News: «Avete bisogno di vedere più teste spaccate in mezzo alla strada?». «Abbiamo bisogno di un esame più approfondito di quanto sta accadendo», rispondeva il portavoce rivelando il dilemma dell'amministrazione: «Dobbiamo guardare anche al nostro interesse nazionale – la non proliferazione è una nostra priorità».

Nella conferenza stampa di ieri al termine dell'incontro con Berlusconi un riluttante Obama si è finalmente pronunciato, esprimendo una cauta e generica simpatia per i dimostranti:
«Sono profondamente preoccupato per la violenza che sto vedendo in tv. Il processo democratico, la libertà d'espressione, la possibilità della gente di dissentire pacificamente, sono tutti valori universali e devono essere rispettati. Ogni volta che vedo usare violenza su persone che dissentono pacificamente, e ogni volta la vedono gli americani, siamo preoccupati. E' importante che qualsiasi indagine abbia luogo non provochi spargimento di sangue, non si concluda con una repressione della gente che esprime le sue opinioni. Voglio dire loro – ha aggiunto Obama rivolgendosi al popolo iraniano – che il mondo sta guardando ed è ispirato dalla loro partecipazione, a prescindere dall'esito finale delle elezioni».
Ma Obama ha anche precisato di non voler dare l'impressione che gli Stati Uniti si stanno intromettendo negli affari interni iraniani («Rispettiamo la sovranità iraniana e vogliamo evitare che gli Stati Uniti diventino oggetto di dibattito all'interno dell'Iran») e ha ribadito di voler perseguire una «diplomazia pragmatica» con qualsiasi tipo di regime iraniano. Da queste prime reazioni è evidente che Obama teme che se appoggia i dimostranti e i leader dell'opposizione, ma il regime non cade, diminuiranno le possibilità del dialogo. Non vale la pena quindi spendere l'appoggio morale dell'America, se sarà comunque con Ahmadinejad e Khamanei che dovrà avere a che fare.

Esprimendosi a favore dell'opposizione nella contesa elettorale, sostengono gli analisti vicini all'amministrazione, Obama si esporrebbe al rischio di offrire ad Ahmadinejad e a Khamenei il pretesto per derubricare le proteste di massa contro i brogli a un complotto ordito dai nemici della Repubblica islamica, giustificando così una repressione ancor più violenta. Sarebbero ben felici di «dipingere l'opposizione come il burattino dell'imperialismo americano», spiega Bruce Riedel, analista della Brookings Institution. «Possiamo condannare tutto ciò che vogliamo, ma questo non farà sentire gli iraniani molto meglio».

Cosa dovrebbe fare quindi Obama? Semplice per Kenneth M. Pollack, altro analista della Brookings Institution: «Niente». Intromettendosi Obama potrebbe solo «peggiorare la situazione» degli iraniani. «Niente di ciò che possiamo dire aiuterebbe la gente che vogliamo aiutare. E per di più, non sappiamo la verità – il governo Usa non può dire con certezza che le elezioni sono state truccate... Sarebbe un disastro se gli iraniani dovessero ratificare la vittoria di Ahmadinejad solo per dimostrare di resistere alle pressioni americane. L'unica cosa sensata da fare è aspettare».

Sono molte, invece, secondo il neoconservatore Bill Kristol, direttore del Weekly Standard, le cose che Obama potrebbe (e dovrebbe) fare. Per esempio, «dovrebbe sostenere i dimostranti, dire che rubare le elezioni è inaccettabile, che uccidere i manifestanti nelle strade di Teheran è inaccettabile. Potrebbe lavorare con gli europei per dire "mandiamo osservatori internazionali a controllare se sono state elezioni corrette. E se non lo sono state, pensiamo a nuove elezioni". Ci sono un milione di cose che gli Stati Uniti potrebbero fare simbolicamente per provare a rafforzare coloro che vogliono impedire alle Guardie rivoluzionarie e ad Ahmadinejad di conquistare completamente il potere nel paese». Jonah Goldberg, sul Los Angeles Times, ha definito quella di Obama una «non scelta». «Presidente, la prego. Prenda le parti della democrazia», ha supplicato. «Non dovremmo bombardare l'Iran, o invaderlo...», Goldberg si accontenterebbe se Obama «sollevasse almeno un dito per la democrazia».

«Anche elezioni-farsa possono a volte produrre risultati reali», osservava ieri il Wall Street Journal. «Hanno infatti rivelato la vera natura del potere dei mullah - sia agli iraniani che hanno votato nella speranza di contare, che al mondo che ha visto andare in pezzi le sue illusioni sulla democrazia in Iran». I manifestanti quindi «meritano il sostegno occidentale, non solo quello dei media». «Il minimo che dobbiamo ai dimostranti è non guardare altrove» e questo «obbligo morale», per il WSJ, «riguarda soprattutto l'amministrazione Obama». La vittoria di Ahmadinejad «dovrebbe spingere Obama a riconsiderare la ricerca di un grande accordo con l'Iran». Obama, sottolinea il WSJ, «ha l'occasione di offrire ai dimostranti iraniani il considerevole peso del sostegno morale degli Stati Uniti e di dimostrare al regime che ci sono delle conseguenze se si truccano le elezioni».

Anche a sinistra, pur ritenendo opportuna la cautela di Obama, tuttavia alcuni vorrebbero che dimostrasse una simpatia più esplicita per il popolo iraniano, se non per i leader dell'opposizione. Tra questi il senatore democratico Joe Lieberman, da sempre un "falco" sulle questioni di sicurezza nazionale, ma anche George Packer, del New Yorker, che avverte: «Il realismo non dovrebbe essere un feticcio ideologico sotto Obama più di quanto lo è stata la "libertà" sotto Bush».

L'amministrazione è stata colta di sorpresa, è impreparata, confusa, non sa con certezza cosa sta realmente accadendo a Teheran. Ed è un problema grave. Non si aspettava che emergesse una tale frattura all'interno del regime iraniano, che in qualche modo conferma le tesi di quanti - come Michael Ledeen - da tempo sostengono inascoltati la sua fragilità, la pressoché totale disaffezione, e voglia di libertà, degli iraniani, nonché la stanchezza di una parte consistente del clero stesso per la militarizzazione progressiva della Repubblica islamica.

A complicare la situazione, proprio mentre l'amministrazione fatica ad elaborare una linea sulla crisi post-elettorale in Iran, le voci del passaggio di Dennis Ross, il consigliere per la politica iraniana, dal Dipartimento di Stato alla Casa Bianca, al Consiglio per la sicurezza nazionale. Secondo fonti interne all'amministrazione, perché nei prossimi mesi la Casa Bianca assumerà sempre più la funzione di vera e propria cabina di regia nel dialogo con l'Iran ed è lì che più torneranno utili le competenze di Ross. Oppure, Dennis Ross sta (o stava, alla luce di quanto accaduto a Teheran) per essere messo da parte in quanto fa parte di coloro che sostengono il dialogo con l'Iran senza illusioni, ma contando sul fatto che è comunque in grado di creare un contesto favorevole all'uso della forza nel caso in cui dovesse fallire. C'è chi, come il direttore di The New Republic, Martin Peretz, si è convinto che ormai l'amministrazione sia disposta a rassegnarsi all'Iran nucleare e già pensa a una dottrina di deterrenza e contenimento.

Tendere la mano, ha scritto Ross sul suo ultimo libro, «non vuol dire escludere l'uso della forza, ma metterci in una posizione migliore per usarla se avremo mostrato di aver esaurito prima tutte le opzioni alternative».
«Le politiche più dure - sia militari sia di contenimento intelligente - saranno più facili da vendere internazionalmente e internamente se avremo provato di risolvere diplomaticamente le nostre differenze con l'Iran in un modo serio e credibile».
Obama sta affrontando la sua prima crisi ufficiale di politica estera, che sta mettendo in luce tutti i limiti, le ambiguità e le contraddizioni della sua politica nei confronti dell'Iran in particolare, e del Medio Oriente in generale. Una politica che pretende di tenere insieme realismo e difesa dei valori democratici, finendo puntualmente per sacrificare i secondi e, in definitiva, per legare le mani agli Usa di fronte a crisi come questa.

Mousavi sarebbe stato il tipo di "moderato" ideale con il quale convolare felicemente a un dialogo senza scadenze, che probabilmente non avrebbe portato a nulla se non l'Iran a guadagnare tempo prezioso per dotarsi dell'atomica. Adesso invece per Obama sarà più difficile far digerire il negoziato con Ahmadinejad, soprattutto dopo che queste elezioni-farsa e le manifestazioni di massa hanno definitivamente raso al suolo la sua credibilità e delegittimato il regime degli ayatollah, dimostrando al mondo intero che gli iraniani lo detestano e vorrebbero liberarsene. Obama tenterà comunque, ma la pazienza che gli sarà concesso di avere dall'opinione pubblica americana e da Israele sarà molto minore. A prescindere da come andrà a finire a Teheran, da oggi è per chiunque (persino per Obama) più difficile negare il vero volto e la minaccia del regime iraniano.

Friday, June 12, 2009

Una nuova gattopardesca "operazione Khatami"?

Ogni volta che si avvicinano le "elezioni" presidenziali in Iran si spendono fiumi di parole per illudersi che il regime degli ayatollah, che la rivoluzione islamica più radicale mai riuscita, possa essere riformabile dall'interno. Usando un po' di logica, e riconoscendo che queste illusioni derivano dalla nostra recondita speranza che siano gli ayatollah a toglierci dall'imbarazzo di decisioni difficili, capiremo che non ha senso aspettarsi dalle elezioni iraniane un leader davvero "riformista". Non lo fu Khatami. Non lo sarà, se dovesse vincere, Mousavi.

Non credo sia l'esito più probabile, ma non mi meraviglierei affatto se Khamenei ripetesse l'"operazione Khatami", se cioè avesse deciso di dare il ben servito ad Ahmadinejad. E' solo un'ipotesi tra le tante, ma la Guida suprema potrebbe aver deciso di servirsi gattopardescamente del volto apparentemente "nuovo" di Mousavi per dare sfogo a una popolazione esasperata da Ahmadinejad sul lato interno, e per illudere gli Stati Uniti e l'Occidente di una svolta moderata e riformista. L'elezione di Mousavi sarebbe interpretata a Washington e in Europa come un sì al dialogo offerto da Obama. Il tavolo sul nucleare in effetti conviene all'Iran qualsiasi siano le sue intenzioni ed è possibile che finirà per accettarlo. Un dialogo comunque utile a prendere tempo mentre il programma nucleare continua a fare progressi e Teheran ad avvicinarsi alla bomba. Quindi, il problema è come sempre capire se l'atomica è negoziabile o meno per Khamenei.

Ahmadinejad è ormai una figura del tutto screditata e odiata, sia all'interno che in Occidente, e difficilmente potrebbe essere lui il volto dialogante di cui in questa fase Khamenei potrebbe aver deciso di aver bisogno per attenuare le diffidenze e i sospetti dei suoi interlocutori. Anche il Guardian non nasconde le insidie di questa eventualità:
«La presunzione che sarà più facile per l'America negoziare con l'Iran sotto una presidenza moderata non è dimostrata. Potrebbe essere vero il contrario: una voce tranquillizzante potrebbe essere più efficace di una irrazionale nel coprire un programma atomico nascosto, se il potere reale in Iran risiede altrove».
Chi invece mostra ottimismo sulla figura di Mousavi è Michael Ledeen. Mir Hossein Mousavi fu «l'architerro degli aspetti più oppressivi della Repubblica islamica» quando fu premier mentre il paese era sotto la guida dell'ayatollah Khomeini, ma poi «è stato assente dalla vita pubblica per vent'anni». Un elemento che per Ledeen è la prova della sua conversione riformista, ma che nella nostra ipotesi potrebbe fare al caso giusto per Khamenei: chi meglio di un personaggio fedele dalla prima ora alla rivoluzione ma rimasto nell'ombra per così tanti anni potrebbe incarnare le speranze riformiste e il volto moderato e dialogante del regime, dissimulando le vere intenzioni della Guida Suprema?

Ledeen è come sempre molto attento alle manifestazioni popolari e osserva come in questi giorni, come documentato dal Times e dal Wall Street Journal, se ne siano svolte di imponenti contro il regime. E' «certamente significativo» e i reporter che definiscono tali dimostrazioni come «rivoluzionarie», o per lo meno «insurrezionali», «hanno ragione». Da tempo infatti Ledeen sostiene che «il popolo iraniano disprezza il regime, non vuole una Repubblica islamica, vuole essere parte del mondo occidentale e non di un regime fanatico».

Mousavi «può essere visto in modo simile al "riformista mancato" Khatami, che fu inaspettatamente eletto presidente nel 1997», concede Ledeen, il quale ricorda di aver scritto su Khatami che è stato «un vaso vuoto nel quale il popolo iraniano ha riversato il suo appassionato desiderio di libertà, ma che «non ha riformato quasi nulla», e finì per essere considerato un «sotterfugio per i duri e puri del regime».

Ma Ledeen è convinto che Mousavi sia «diverso» da Khatami. E che «la grande differenza» sia sua moglie e il ruolo di grande rilevanza e visibilità che ha stranamente potuto assumere in questa campagna elettorale. E' divenuta «una figura politica nazionale», niente di simile era mai accaduto nella storia della Repubblica islamica. «Il solo fatto del suo ruolo politico è esplosivo - spiega Ledeen - minaccia alle fondamenta il sistema, perché se viene garantita l'uguaglianza tra donne e uomini (e questo è un messaggio molto chiaro nella campagna di Mousavi, dimostrato dalla sua presenza al suo fianco, dalle parole che usa, e dall'entusiasmo che suscita), l'intera struttura del regime khomeinista può essere messa in dubbio».

Ma qualcosa non torna, sembrano troppe a Ledeen le stranezze di questa campagna. «Il vero mistero è perché le sia stato permesso di fare ciò. Per dirla chiaramente, il leader supremo Khamenei poteva fermare tutto ciò fin dall'inizio della campagna, ma non lo ha fatto. Perché?», si chiede Ledeen. Un'altra stranezza è che «di solito i dimostranti che gridano "Morte al regime delle bugie" verrebbero bastonati e picchiati immediatamente, ma in questi giorni non è accaduto». Potrebbe essere un «segnale della preferenza di Khamenei per Mousavi».

In effetti, le fonti iraniane di Ledeen confermano: Khamenei avrebbe «incoraggiato Mousavi a candidarsi, proprio perché la Guida suprema è intenzionata a concedere una più ampia libertà al popolo iraniano e a normalizzare le relazioni con l'Occidente», rendendosi conto dell'«impossibilità di continuare a governare con la repressione e che Ahmadinejhad, con la sua aggressiva politica estera e interna, costituisce una minaccia per tutto ciò che è stato costruito in questi trent'anni». C'è davvero da augurarsi che le fonti iraniane di Ledeen non si illudano.

In ogni caso, Ledeen si chiede cosa succederà all'indomani del voto: «Quelli che oggi gridano "Morte al dittatore" se ne andranno tranquillamente a casa se Mousavi uscirà sconfitto? E quelli che hanno investito le loro vite e le loro convinzioni religiose nell'odio verso l'Occidente, se ne andranno tranquillamente a casa se Mousavi sarà eletto? O l'Iran è destinato a un conflitto interno, chiunque dovesse vincere? E in tal caso, cosa dovrebbe fare l'Occidente?», si chiede Ledeen, ricordando che l'Iran ha una lunga «tradizione rivoluzionaria» e che «oggi è certamente in una condizione rivoluzionaria».

Emanuele Ottolenghi fa parte invece di coloro che nonostante la grande mobilitazione popolare di queste ore continuano a pensare che chiunque verrà eletto «le ambizioni nucleari iraniane erano precedenti ad Ahmadinejad e quindi indubbiamente continueranno anche con i suoi successori». Il problema secondo Ottolenghi è capire se «l'Iran insegue capacità nucleari solo come strumento di dissuasione nei confronti di quelli che vede come nemici potenti e minacciosi» o se invece considera la bomba come strumento per «soddisfare le sue ambizioni egemoniche in Medio Oriente». E in questo caso, «l'Iran sarebbe sensibile alla strategia della deterrenza, come lo fu l'Unione sovietica?»

Data la natura e il fanatismo dell'ideologia degli ayatollah, Ottolenghi è convinto che il regime iraniano voglia esportare la rivoluzione islamica in tutta la regione, e restituire agli sciiti la leadership sul mondo musulmano a danni dei sunniti. La bomba «permetterebbe a Teheran di raggiungere i suoi obiettivi senza usarla», solo grazie alla sua «proiezione di potenza» e all'effetto di deterrenza. Possedere la bomba è un «moltiplicatore di forza». Certo, «l'arsenale occidentale e un'esplicita minaccia di utilizzarlo può dissuadere l'Iran da un attacco nucleare». Tuttavia, avverte Ottolenghi, durante la Guerra Fredda il prezzo dell'equilibrio nucleare - mai definitivo, sempre fragile - fu il riconoscimento di sfere di influenza».

«Se l'Iran diventa una potenza nucleare - conclude Ottolneghi - il mondo occidentale dovrà negoziare una Yalta del Medio Oriente con Teheran» e «alla fine, potremmo persino non evitare un conflitto».

Infine, Jeffrey Goldberg, su The Atlantic, suggerisce che dalla minaccia iraniana potrebbe scaturire uno sviluppo positivo, di cui in alcuni post in passato avevo già parlato. «Con l'Iran sciita che diventa più forte, ebrei e arabi sunniti hanno improvvisamente solide basi per un'amicizia. Fare leva sulle paure dei sunniti per l'emergente potenza sciita potrebbe finalmente portare ad una soluzione del problema israelo-palesinese», attraverso una normalizzazione, se non una vera e propria «alleanza», tra Israele e stati arabi, con gli Stati Uniti come garante.