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Monday, March 06, 2017

Tutte le impronte di Obama sulla campagna di sabotaggio (e spionaggio?) ai danni dell'amministrazione Trump

Versione ridotta pubblicata su L'Intraprendente

Un caso politico gigantesco le cui prove sono fornite da settimane non dai tweet di Trump, ma dagli stessi grandi media che cavalcano il Russia-gate

Una premessa di contesto è d'obbligo per i lettori italiani: di inaudito e senza precedenti nelle prime settimane di presidenza Trump non sono i tweet del tycoon, o i contatti di alcuni membri del suo team con l'ambasciatore russo a Washington (a cosa dovrebbe servire un ambasciatore accreditato se non a tenere contatti politici in una capitale straniera?), ma gli sforzi del sottogoverno di Obama, e probabilmente dell'ex presidente in persona, per minare il cammino della nuova amministrazione e tentare addirittura di precostituire le basi legali per un eventuale impeachment del neo presidente. L'ultimo caso, che ha coinvolto l'Attorney General appena nominato Jeff Sessions, dimostra che contro l'amministrazione Trump è in corso una pura caccia alle streghe pianificata da uomini del sottogoverno di Obama, di sponda con la stampa amica, con metodi che a parti invertite si sarebbero definiti maccartisti. Che poi, se uno deve organizzarsi con il governo russo per influenzare le elezioni americane, incontrare nel proprio ufficio al Senato l'ambasciatore non è proprio una gran furbata per non essere scoperti...

Ma sono sempre più evidenti le impronte lasciate da Obama nei tentativi di vero e proprio sabotaggio e, forse, anche di spionaggio, ai danni di Trump. Solo sette giorni prima di andarsene, come riportato da Usa Today, l'allora presidente ha modificato la linea di successione al Dipartimento di giustizia in modo che un suo uomo si trovasse a supervisionare l'indagine sui legami Trump-Russia nel caso l'Attorney General Sessions fosse stato costretto a ricusarsi (come poi è avvenuto). E come riportato dal New York Times, solo 14 giorni prima di lasciare, Obama ha esteso i poteri della NSA per consentirle di condividere le "comunicazioni personali intercettate" con altre 16 agenzie federali prima di applicare le restrizioni previste dalla tutela della privacy, in modo che funzionari a lui fedeli ovunque nell'amministrazione potessero più facilmente avere accesso e passare alla stampa amica passaggi attentamente selezionati. Lo stesso NYT ha riportato che negli ultimissimi giorni di presidenza Obama alcuni funzionari della Casa Bianca si sono fatti in quattro per assicurarsi che le informazioni di intelligence sui legami Trump-Russia fossero preservate e diffuse il più possibile tra le agenzie governative, ad uso e consumo di eventuali ulteriori indagini e della stampa.

Ed è sempre il NYT a riportare, il giorno prima dell'insediamento di Trump, che FBI, CIA, NSA e unità crimini finanziari del Dipartimento del Tesoro stavano esaminando "comunicazioni intercettate e transazioni finanziarie nell'ambito di un'ampia indagine sui possibili legami" tra il team Trump e la Russia, pur "non avendo trovato alcuna prova conclusiva di illeciti". E attenzione, aggiungendo: "Un funzionario riferisce che i report dell'intelligence basati su alcune delle comunicazioni intercettate sono stati forniti dalla Casa Bianca". Boom! E' il NYT a scriverlo, non Trump nei suoi tweet. Quindi, o giornali come New York Times, Washington Post e Guardian in queste settimane hanno inventato bufale al solo scopo di infangare l'amministrazione Trump, oppure l'amministrazione Obama ha effettivamente spiato un avversario politico (la campagna Trump, il transition team, alcuni suoi collaboratori, o anche Trump in persona?) durante la campagna presidenziale e la Casa Bianca ne era a conoscenza.

Questa sì, è una condotta senza precedenti. Proviamo a immaginare cosa sarebbe accaduto se nel 2009 l'uscente George W. Bush avesse cercato di mettere i bastoni tra le ruote a Barack Obama. E avrebbe avuto qualche pretesto, visto che con lo stesso metro di giudizio usato oggi nei confronti di Trump, allora Obama avrebbe potuto essere accusato di connivenze con Mosca e Teheran per le sue dichiarate politiche di appeasement. Trump ha cercato fino all'ultimo di non polemizzare con il suo predecessore a cui, nonostante tutti i siluri provenienti da funzionari obamiani, ha sempre riservato parole di apprezzamento. Fino alla serie di tweet di sabato mattina, in cui ha denunciato che l'amministrazione Obama ha fatto mettere sotto controllo i suoi telefoni nel pieno della campagna elettorale, evocando un nuovo maccartisimo e un nuovo Watergate ai suoi danni.

Un'accusa "semplicemente falsa", ha replicato in una nota il portavoce di Obama Kevin Lewis: "Una regola ferrea dell'amministrazione Obama era che nessun funzionario della Casa Bianca interferisse con alcuna indagine indipendente condotta dal Dipartimento di giustizia. Come conseguenza di tale prassi, né il presidente Obama né alcun funzionario della Casa Bianca hanno mai ordinato intercettazioni su alcun cittadino americano". Una smentita che non smentisce la questione centrale. Qui il tema non è se Obama ha "ordinato" le intercettazioni, dal momento che non ne avrebbe avuto il potere, ma se il Dipartimento di giustizia di Obama, nell'ambito di una sua indagine, ha chiesto e ottenuto di poter intercettare Trump e/o membri del suo team nel pieno della campagna presidenziale e se il presidente o qualcuno del suo staff alla Casa Bianca sapeva e approvava. Possibile che un'iniziativa di tale gravità, fondata sul sospetto che un candidato alla presidenza e i suoi collaboratori fossero agenti russi, sia stata presa senza una consultazione tra Dipartimento di giustizia e Casa Bianca?

Anche la smentita dell'ex direttore dell'intelligence nazionale James Clapper si riferisce solo alla lettera dei tweet del presidente Trump. Ma se, per esempio, le comunicazioni di tre suoi stretti collaboratori fossero state intercettate sulla base di un mandato FISA, sia l'accusa di Trump sia le smentite sarebbero "vere" - la prima nella sostanza, le seconde nella forma. Tecnicamente le utenze personali di Trump non sarebbero state messe sotto controllo, tuttavia ore e ore di sue conversazioni con i suoi principali collaboratori nel pieno della campagna, dunque politicamente rilevanti, sarebbero finite "accidentalmente" nella rete delle intercettazioni, quindi nella disponibilità del Dipartimento di giustizia del governo Obama guidato da Loretta Lynch, che a causa di un imprudente incontro con Bill Clinton è stata costretta a ricusarsi dall'inchiesta sull'emailgate che ha coinvolto Hillary durante tutto il 2016. Insomma, chiedendo e ottenendo un tale mandato il Dipartimento di giustizia di Obama avrebbe messo nel conto di intercettare massivamente anche il candidato alle presidenziali Trump (senza che il presidente fosse almeno avvertito?). Non sarebbe emerso nulla di illegale, ma sempre "accidentalmente", guarda caso, solo alcune settimane dopo queste intercettazioni hanno generato una gran quantità di fughe di notizie che stanno alimentando la campagna giornalistica contro il presidente Trump basata sul sospetto che sia una marionetta di Putin.

A questo punto, come è stato fatto per l'emailgate di Hillary Clinton prima del voto, l'FBI dovrebbe chiarire se queste intercettazioni esistono, chi le ha chieste e autorizzate, nei confronti di chi e se, e quando, il presidente Obama o qualcuno nello staff della Casa Bianca ne è venuto a conoscenza. Se l'esistenza di queste intercettazioni venisse confermata, resterebbe comunque improbabile che il presidente Obama abbia agito illegalmente, ma si aprirebbe un caso politico gigantesco. Un'amministrazione uscente che in piena campagna elettorale fa spiare un avversario politico in corsa per la presidenza e il suo team sulla base dell'azzardato sospetto dell'esistenza di un complotto per influenzare le elezioni con l'aiuto di una potenza straniera, la Russia, la cui azione più rilevante sarebbe stata l'hackeraggio delle e-mail del Comitato elettorale democratico. Una connivenza Trump-Mosca su cui tra l'altro mesi di indagine non hanno prodotto lo straccio di una prova (è lo stesso NYT a dover concludere: "No evidence of such cooperation"), se non qualche innocente, e forse inopportuno contatto con l'ambasciatore russo a Washington per instaurare migliori relazioni con la Russia in futuro.

Non è Trump, ma Obama, che prima della sua rielezione nel 2012 ha sussurrato all'orecchio dell'allora presidente russo Medvedev "tell Vladimir (Putin, ndr) that after the election I'll have more flexibility". E se il dimissionario consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Michael Flynn, ha avuto colloqui con l'ambasciatore russo Kislyak prima dell'insediamento, durante la campagna per le presidenziali del 2008 Obama ha addirittura spedito un ambasciatore, William G. Miller, a Teheran per discutere con i leader iraniani della sua prossima apertura diplomatica.

Trump non ha rivelato la fonte delle sue accuse o citato prove, ha chiesto alle commissioni intelligence del Congresso di indagare se ci sia stato un abuso dei poteri dell'esecutivo nel 2016, ma vediamo cosa sarebbe potuto accadere secondo la ricostruzione di alcuni siti e le fughe di notizie riportate dagli stessi grandi media che da mesi stanno alimentando la campagna anti-Trump. Prima di giugno 2016 il Dipartimento di giustizia di Obama e l'FBI stavano considerando un'indagine penale nei confronti di collaboratori di Trump, e forse dello stesso Trump, basata sul sospetto di collegamenti illeciti con due banche russe. Anche se nulla di illegale o sospetto sarebbe emerso rispetto alla violazione di norme finanziarie, il Dipartimento di giustizia e l'FBI potrebbero aver deciso di continuare comunque a indagare, e di chiedere il permesso a intercettare, per motivi di sicurezza nazionale, in base al Foreign Intelligence Surveillance Act (FISA) del 1978, che consente al governo, se ottiene l'autorizzazione di una corte ad hoc, di mettere sotto sorveglianza le comunicazioni di quelli che ritiene essere "agenti di una potenza straniera" (un altro Paese o anche un'organizzazione terroristica). Come spiegato da Andrew C. McCarthy su National Review, un'intercettazione tradizionale in ambito penale richiede prove tali da ritenere fondata la commissione di un crimine, mentre in base al FISA solo la prova che l'oggetto dell'intercettazione sia un agente di una potenza straniera. Il procedimento per ottenere un mandato FISA è più complicato, passando per una catena di comando "più remota". In linea teorica, sarebbe più facile "fabbricare" la prova di un crimine per soddisfare il criterio del fondato motivo per una intercettazione tradizionale che la prova di una minaccia di sicurezza nazionale per ottenere un mandato FISA.

L'amministrazione Obama avrebbe quindi avanzato una prima richiesta, a giugno, di mandato FISA nella quale veniva fatto il nome di Trump, ma sarebbe stata respinta (evento molto raro). A ottobre il governo avrebbe presentato sempre alla corte FISA una nuova, più circoscritta richiesta, senza riferimenti a Trump ma ad alcuni suoi collaboratori, che stavolta sarebbe stata accolta, secondo quanto riportato anche dalla BBC. Se così fosse, il governo Obama avrebbe in modo pretestuoso usato i suoi poteri in materia di sicurezza nazionale per ottenere un mandato a monitorare le comunicazioni di Trump e dei suoi più stretti collaboratori dall'ultimo mese di campagna elettorale, traendo in qualche modo in inganno la corte FISA. L'esatto corso degli eventi ed eventuali responsabilità dovranno essere appurati da un'indagine, ma sarebbe uno scandalo politico enorme, tipo Watergate, se un'amministrazione uscente avesse cercato, e ottenuto, di mettere sotto sorveglianza per motivi di sicurezza nazionale un candidato alla presidenza del partito avversario (a meno che non fossero emerse prove evidenti che tale candidato fosse effettivamente al servizio di una potenza straniera). E per di più mentre il Dipartimento di giustizia della stessa amministrazione archiviava senza accuse il caso dell'emailgate a carico della candidata "amica" Hillary Clinton, nonostante prove significative di una condotta illecita che ha posto una seria minaccia proprio alla sicurezza nazionale.

Tuesday, November 06, 2012

Obama-Romney, la posta in gioco

La posta in gioco di queste elezioni presidenziali, forse le più gravide di conseguenze degli ultimi trent'anni, è molto alta e altrettanto chiara: è minacciata l'essenza stessa dell'America, l'"eccezionalismo" americano. Con altri quattro anni di Obama proseguirebbe a tappe forzate il processo di "europeizzazione" degli Stati Uniti. E il paradosso è che questo avverrebbe proprio nel momento in cui la crisi mostra il fallimento di un certo modello economico e sociale, quello europeo, caratterizzato da welfare generoso, scarsa crescita, livelli elevati di spesa pubblica e tassazione, e quindi di debito pubblico.

Non è la prima volta che gli Stati Uniti si trovano di fronte a questo bivio, anche se forse è dalla fine degli anni '70 che la minaccia della decadenza non è così tangibile. Appena usciti dal decennio reaganiano o dalla "terza via" clintoniana non era certo lo spettro dello statalismo e dell'assistenzialismo stile europeo a incombere sul voto per la Casa Bianca. E in realtà non sarebbe la prima volta nemmeno se oggi gli americani scegliessero il big government. Ma forse sarebbe la volta che si assumono i rischi maggiori. Perché se nei decenni passati i poteri, le dimensioni, e quindi la spesa dello Stato federale non hanno fatto altro che espandersi, più o meno sotto tutte le amministrazioni, durante questo primo mandato di Obama deficit e debito hanno ormai raggiunto livelli europei, e a legislazione invariata proseguirebbero la loro corsa verso l'alto. Insomma, potremmo essere ad un punto di svolta: altri quattro anni delle stesse politiche potrebbero completare la trasformazione in senso europeo del modello economico e sociale americano.

Il che potrebbe essere l'esito inevitabile di un mutamento profondo di mentalità della maggioranza degli americani, oppure l'innesco di un tale mutamento. Nulla è mai davvero irreversibile, per carità, ma se il numero di coloro che godono di protezioni e sussidi da parte del governo supera una certa soglia, ovviamente complicata da determinare, tornare indietro e abbandonare il big government potrebbe divenire estremamente difficile anche per gli Stati Uniti, come avverte David Malpass oggi sul Wall Street Journal. L'esperimento Obama può essere stato interessante, ma perseverare può portare gli Stati Uniti sulla stessa strada dell'Europa, quella di un lento declino. Economico e anche, inevitabilmente, geopolitico.

A prescindere dalle diverse visioni di politica estera, infatti, gli Stati Uniti, come qualsiasi superpotenza, potranno continuare ad esercitare la loro leadership mondiale, o comunque un ruolo preminente, tale da porre un argine al disordine e scoraggiare potenziali aggressori, solo se sapranno mantenere la loro economia dinamica e creativa. Senza potere economico non si tiene testa alla Cina, non si indirizzano per il meglio i cambiamenti in Medio Oriente e altrove.

Nella sua «lettera ai miei amici europei», inguaribili entusiasti pro-Obama, Michael Ledeen spiega come mai non è un caso l'amore dell'Europa per Obama (traduzione del Foglio):
«Chiunque dia il giusto valore alla libertà deve vedere Obama come una minaccia. Vuole trasformare gli Stati Uniti in una nuova versione dell'Europa: un governo centrale, invadente, livelli alti di tassazione, regolamenti intrusivi su praticamente tutto, combinati con un indebolimento sistematico e deliberato del potere militare, e una politica estera che rifiuta di prendere posizione contro i nemici della libertà. E' triste dirlo, ma questo siete voi. Quindi si può capire perché sareste a favore di Obama: è solo un altro segno della decadenza dell'Europa. (...) Mi pare che gli europei abbiano abdicato alle loro libertà a favore dei loro governi, a patto che gli stessi garantiscano una vita facile, ben fornita di assistenza sanitaria, un sacco di ferie e nessun obbligo internazionale. (...) Non vogliamo seguire il vostro esempio».

Per tenere in vita il sogno americano, insomma, occorre interrompere l'esperimento obamiano. Romney non è certo il migliore dei candidati possibili e l'incertezza è assoluta, ma la posta in gioco è alta e se, nonostante i fondamentali dell'economia così avversi, Obama riuscisse ad essere rieletto, bisognerebbe prendere seriamente in considerazione l'ipotesi che anche negli Usa sia stato superato il "punto di non ritorno", oltre il quale la spesa pubblica condiziona la democrazia.

Friday, February 18, 2011

Berlusconi travolto? Non c'è da scommetterci

Berlusconi «travolto» dalla Dolce vita? «Può essere», scrive Michael Ledeen, uno dei pochi osservatori americani che sa come vanno le cose in Italia, in un suo commento sul Wall Street Journal. Anche se ci crede poco. Ricorda che Berlusconi «mantiene un incredibile record di longevità politica». Ha presieduto negli ultimi 17 anni ben tre vertici G8 in Italia, vedendo passare davanti a sé Clinton, Bush e Obama per gli Stati Uniti; Major, Blair e Brown per la Gran Bretagna; Mitterrand, Chirac e Sarkozy per la Francia; Kohl, Schroeder e Merkel per la Germania. «I suoi oppositori sono pronti - loro stessi si esprimono in questi termini - ad ogni mezzo per farlo cadere, avendo molte poche chance di batterlo in una elezione politica». «Ma può - si chiede Ledeen - un uomo così cadere sul sesso nella patria del "Latin lover?" Può darsi».

Dopo aver riepilogato i fatti, le accuse e la difesa, per i lettori americani, evidenziato come sia le donne scese in piazza che le editorialiste che ne chiedono le dimissioni «appartengono alla sinistra», e ricordato il «generale disgusto» dell'opinione pubblica italiana nei confronti di tutti i leader politici, Ledeen si concentra sul nostro sistema giudiziario. Se non deve destare sospetti il fatto che a giudicare Berlusconi saranno tre donne («con l'eccezione del presidente, la Quarta Sezione Penale di Milano è interamente al femminile»), «più preoccupante è la composizione politica del sistema giudiziario nazionale - spiega Ledeen - per la stragrande maggioranza di sinistra per decadi. I giudici sono nominati da una commissione, quindi è una burocrazia che riproduce se stessa. Immaginate Dick Cheney subire un processo davanti a una corte della facoltà di Legge di Yale».

«Chiunque abbia partecipato ad un procedimento giudiziario italiano - prosegue Ledeen sul WSJ - strizzerà gli occhi di fronte all'espressione "rito immediato", dal momento che un tipico caso giudiziario, più gli inevitabili due appelli, si trascina per molti anni». Ricorda quindi che Berlusconi ne ha superati tanti di processi, alcuni in base alle prove, altri per «tecnicismi». In questo caso, anticipa Ledeen, i legali del premier contesteranno la competenza territoriale e funzionale della Corte. «Ci sono molte altre mosse legali a disposizione sua e dei suoi nemici, così come operazioni meramente politiche. Ma non l'hanno ancora condannato, e gli appelli alle dimissioni rivelano impazienza tra i suoi oppositori. La mia impressione - conclude Ledeen - è che il processo non sarà così "immediato" come alcuni si augurano, e nessun italiano di buon senso scommetterà la villa su un verdetto di colpevolezza».

Friday, October 23, 2009

"Non hanno bisogno del nucleare per ucciderci". Intervista a Michael Ledeen

Su il Velino

Prima il "sì" di Mosca, dopo poche ore quelli di Parigi e Washington, poi la doccia gelata da Teheran: il "no" alla bozza di accordo preparata dall'Aiea per l'arricchimento dell'uranio iraniano all'estero annunciato dalla Tv di Stato, che però in serata è diventato un "ni", quando la stessa Tv si è corretta, facendo sapere che la risposta definitiva arriverà solo la prossima settimana. Una questione "marginale", la considera però Michael Ledeen, storico americano ed esperto di Iran intervistato da il Velino. Il tema del nucleare iraniano non lo appassiona. E' convinto, infatti, che gli iraniani «non abbiano bisogno dell'atomica per ucciderci». E' da trent'anni che ci fanno la guerra ovunque. «Se non stesse attivamente uccidendo americani e non invocasse la nostra distruzione, la prospettiva di un Iran nucleare non sarebbe così minacciosa».

Per Ledeen è più preoccupante che l'Occidente, e in primo luogo gli Stati Uniti, siano «paralizzati», convinti che l'Iran sia un Paese normale con il quale trattare. E' questo l'argomento centrale del suo nuovo libro, Accomplice to Evil: Iran and the War Against the West, uscito negli Usa il 13 ottobre scorso. Un duro atto d'accusa nei confronti dell'Occidente, e degli Stati Uniti in particolare, per non aver voluto riconoscere il «male». Anzi, per esserne stati «complici». «Ci rifiutiamo di vedere nell'Iran una potenza malvagia apertamente volta alla nostra distruzione». Una critica, quella di Ledeen, che non coinvolge solo l'amministrazione Obama, ma senza distinzioni anche quelle precedenti, democratiche e repubblicane, di sinistra e di destra. Michael Ledeen è da sempre convinto che la vera arma del regime iraniano non sia l'atomica, ma il regime stesso, e che sia possibile rovesciarlo «senza sparare un colpo», appoggiando l'opposizione interna e non riconoscendo il governo di Ahmadinejad.
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UPDATE ore 19:12
Mentre il direttore generale dell'Aiea, Mohamed El Baradei, si "aspettava una risposta chiara dall'Iran" entro oggi, come fatto intendere d'altra parte dagli stessi iraniani, molti analisti lo avevano previsto: Teheran prenderà tempo. E infatti, dopo il "no" annunciato questo pomeriggio, è la stessa Tv iraniana a correggersi e a far sapere che l'Iran dirà la prossima settimana se accetta o meno la bozza di accordo preparata dall'Aiea, dalla quale in serata fanno trapelare che l'Iran la starebbe comunque considerando "favorevolmente", tanto per non rischiare di scatenare le ire soprattutto di Mosca. E Washington avverte: possiamo aspettare solo pochi giorni.

Il "no" di Teheran in effetti mi aveva sorpreso. Evidentemente si è trattato di una mossa esplorativa, per sondare le reazioni. Intanto, hanno strappato qualche altro giorno, forse una settimana. Poi arriverà il sì, condito di se, e si perderanno altre settimane sui dettagli. Quell'uranio, se mai uscirà dall'Iran, sarà non prima di gennaio 2010.

Wednesday, September 30, 2009

Se 30 anni di tentativi di dialogo hanno fallito... regime change

Su il Velino

Contrariamente a quanto si crede, tutte le amministrazioni americane che si sono succedute dalla rivoluzione islamica in avanti hanno parlato, e tentato di instaurare un dialogo, con l'Iran degli ayatollah. Lo sostiene, nel suo editoriale di oggi sul Wall Street Journal, Michael Ledeen, tentando di smentire la convinzione, «quasi universalmente accettata», che accompagna i colloqui dell'amministrazione Obama con l'Iran che avranno luogo domani a Ginevra. Non è vero che le precedenti amministrazioni Usa si siano rifiutate di negoziare con i leader iraniani. La verità, scrive Ledeen, come ha spiegato nell'ottobre scorso il segretario alla Difesa, Robert Gates, alla National Defense University, è che «ogni amministrazione dal 1979 ha teso la mano agli iraniani in un modo o nell'altro, ma tutte hanno fallito».

L'amministrazione Carter ha tentato di stabilire buoni rapporti con la Repubblica islamica offrendo «aiuti, armi e comprensione», ma i colloqui sono finiti con la presa dell'ambasciata americana a Teheran. Anche l'amministrazione Reagan, ricorda Ledeen, ha cercato un «modus vivendi» con l'Iran nel mezzo della guerra con l'Iraq a metà degli anni '80. Funzionari americani di alto livello come Robert McFarlane si sono incontrati segretamente con rappresentanti del governo iraniano, ma questo sforzo è finito con lo scandalo Iran-Contra alla fine del 1986. L'amministrazione Clinton ha abolito le sanzioni imposte dai presidenti Carter e Reagan. Inoltre, sia il presidente Clinton che il segretario di Stato Albright si sono pubblicamente scusati con l'Iran per le colpe del passato, incluso il rovesciamento del governo Mossadegh da parte della Cia e dei servizi britannici nell'agosto del 1953. Un mea culpa ribadito dal presidente Obama nelle sue molteplici aperture di quest'anno.

Persino l'amministrazione Bush jr, «invariabilmente e falsamente accusata di rifiutarsi di parlare ai mullah, ha invece negoziato ampiamente con Teheran». Si sono tenuti, ricorda Ledeen, «dozzine di incontri di cui è stato riferito in pubblico, e almeno una serie molto segreta di negoziati», di cui raramente però la stampa ha parlato. Nel settembre del 2006, sembrava che un accordo fosse stato raggiunto. Il segretario di Stato, Condoleezza Rice, e Nicholas Burns, il suo massimo consigliere per il Medio Oriente, racconta Ledeen, «volarono a New York ad aspettare l'arrivo annunciato di un'ampia delegazione iraniana, per la quale erano stati appositamente concessi circa 300 visti». Il capo negoziatore sul nucleare, Larijani, «avrebbe dovuto annunciare la sospensione dell'arricchimento dell'uranio in cambio della revoca delle sanzioni» da parte Usa. Ma «Larijani e la sua delegazione non sono mai arrivati».

Tutti i presidenti da Carter in poi, oltre ai tentativi di dialogo, andati a vuoto, hanno imposto sanzioni all'Iran di svariati tipi. In questi trent'anni, osserva Ledeen, «i nostri alleati» hanno sempre insistito per continuare negli sforzi diplomatici e non con le sanzioni, finché, nel 2006, anche il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha cominciato ad adottare sanzioni nei confronti di Teheran. «Trent'anni di negoziati e sanzioni non sono riusciti a porre fine al programma nucleare iraniano e alla sua guerra contro l'Occidente. Perché si dovrebbe pensare che funzionino adesso? Un cambiamento in Iran richiede un cambiamento nel governo...».

Anche secondo Robert Kagan, gli Stati Uniti, gli europei e i media dovrebbero lasciare da parte la loro «ossessione» per l'atomica, gli impianti segreti e i missili iraniani, perché «l'obiettivo più fruttuoso è l'indebolimento del regime». Eppure, la grave crisi politica che Teheran attraversa non è nei pensieri occidentali. Le democrazie occidentali tendono a sottovalutare ciò che può accadere quando un regime è spaventato e insicuro. «In tali situazioni - spiega Kagan nel suo editoriale mensile sul Washington Post - la paura più grande di un regime autocratico, storicamente, è che gli oppositori interni possano raccogliere il sostegno delle potenze straniere. La caduta dei dittatori - Marcos nelle Filippine, Somoza in Nicaragua, i comunisti polacchi - è stata di frequente agevolata, in qualche caso in modo decisivo, dall'intervento esterno, attraverso l'appoggio alle forze di opposizioni o le sanzioni contro il governo». E' questa oggi anche la principale «fissazione» del regime iraniano.

Il primo obiettivo del regime dopo le elezioni è stato quello di riprendere il controllo ed evitare interferenze dall'esterno. E Teheran ci è riuscita in «modo egregio», osserva Kagan, «anche con l'aiuto» dell'amministrazione Obama, che si è rivelata, «forse involontariamente, un partner collaborativo», rifiutandosi di «rendere la questione della sopravvivenza del regime parte della sua strategia». Obama ha trattato la crisi come una «distrazione» dal dialogo sul nucleare, «esattamente ciò che i governanti a Teheran vogliono che faccia: concentrarsi sulle atomiche e ignorare l'instabilità del regime». Al contrario, secondo Kagan, «sarebbe meglio che si concentrasse sull'instabilità del regime piuttosto che sul nucleare».

Ahmadinejad e Khamenei vedono il programma nucleare e la loro sopravvivenza al potere «intimamente collegati». Per questo, ciò di cui c'è bisogno è «un tipo di sanzioni capace di aiutare l'opposizione iraniana a far cadere questi governanti ancora vulnerabili», suggerisce Kagan. L'argomento secondo cui le sanzioni rafforzerebbero il sostegno popolare al governo non regge più dopo la crisi innescata dalle elezioni del 12 giugno, che «ha aperto una breccia irreparabile tra il regime e ampia parte della società iraniana, persino del clero». Quando le sanzioni cominceranno ad avere effetto, prevede Kagan, l'opposizione sosterrà che il regime sta portanto l'Iran alla rovina.

Non necessariamente le sanzioni porteranno alla caduta del regime, «ma le probabilità che possa cadere sotto il giusto mix di opposizione interna e pressione esterna sono maggiori delle probabilità che abbandoni volontariamente il suo programma nucleare - forse molto maggiori», conclude Kagan. Se l'amministrazione Obama rivendica il suo «realismo pragmatico», dovrebbe perseguire la politica che «ha maggiori possibilità di successo».

Thursday, June 18, 2009

Il dilemma di Obama

Il paradosso di Obama è che il presidente del "change" non vede cambiamento possibile a Teheran. Un cambiamento non certo da vedere nella figura di Mousavi, ambigua e compromessa con le peggiori atrocità del regime khomeinista, ma nelle folle oceaniche che mai dal 1979 (cioè proprio dall'ultima rivoluzione in Iran) avevano riempito le strade di Teheran e di altre importanti città iraniane per gridare il loro disprezzo nei confronti del governo. Davvero nulla di nuovo sta accadendo in Iran? Oppure, Obama non vede questa novità perché il suo sguardo è concentrato su Mousavi e non sul movimento, grande assente nelle analisi della Casa Bianca, che pur con tutte le contraddizioni al suo interno rappresenta comunque forti istanze di cambiamento e di libertà, ed esprime una critica, radicale o riformista che sia, al sistema?

E' qui l'errore d'analisi, tipica di tutti gli approcci realisti, dell'amministrazione Usa. Non considerare affatto il popolo iraniano come un potenziale attore politico (attore non equivale a vincitore), ma limitare il campo degli attori politici ai personaggi di spicco dell'establishment, come Mousavi, Ahmadinejad e Khamenei. Mousavi e Ahmadinejad «non sono poi tanto diversi», per l'amministrazione, consapevole che con qualunque presidente, la politica estera continuerebbe a farla la Guida Suprema, Khamenei, ed è con lui che bisognerà in ogni caso fare i conti.

C'è del vero ma anche una sottovalutazione degli eventi in corso, in questa analisi, perché fondata su un equilibrio tra i poteri della Repubblica islamica che comunque andrà a finire non sarà mai più lo stesso. Al punto in cui sono arrivate le cose in Iran, infatti, se dovesse cadere Ahmadinejad, è probabile che in breve tempo seguirebbe la caduta, o comunque il ridimensionamento, di Khamenei; ma anche se Ahmadinejad prevalesse, il potere di Khamenei non sarebbe più lo stesso. Dipenderebbe sempre più dalle armi dei pasdaran e delle milizie, cui dovrebbe concedere un peso maggiore nel governo del paese.

Quindi a Washington sbagliano i calcoli, sottovalutano il diverso equilibrio di potere che comunque uscirà dalla crisi. E' falso che in ogni caso è solo con Khamenei che bisognerebbe parlare. E' quasi vero il contrario, e cioè che comunque andrà a finire, Khamenei ne uscirà con un potere un po' meno assoluto. Insomma, Obama punta sulla continuità del potere di Khamenei, l'unico che comunque vada ne uscirà meno forte, mentre chi vincerà tra Ahmadinejad e Mousavi vedrà accrescere il suo potere relativo nei confronti della Guida Suprema.

Più che «schierato» dalla parte del regime, come le rimprovera Robert Kagan, l'amministrazione Obama ha puntato sul regime. Ha cioè scommesso che da questa crisi post-elettorale, in un modo o nell'altro, usciranno al comando Ahmadinejad e Khamenei. E' improbabile, ma se da qui ad alcuni mesi gli sviluppi della crisi dovessero togliere di scena prima Ahmadinejad e poi Khamenei, che ne rimarrebbe della presidenza di Obama? Quale credibilità rimarrebbe al presidente, se proprio nel momento di massimo sforzo diplomatico per legittimare il regime iraniano vedesse quella legittimità negata al regime dallo stesso popolo iraniano che ha scelto di non sostenere? Stiamo fantasticando naturalmente, ma le probabilità di successo dell'iniziativa di dialogo con Ahmadinejad e Khamenei sul nucleare sono davvero molte di più di quelle che hanno gli iraniani di rovesciare il regime? Tante di più da suggerire di non metterle a repentaglio, non tanto per appoggiare Mousavi o Rafsanjani, ma per lo meno la mobilitazione popolare?

Nel suo ultimo post Michael Ledeen scrive una cosa giusta: «E' sbagliato pensare che le chance di accordarti con il tuo nemico aumentano con l'appeasement. Reagan ha fatto molti affari con l'Unione sovietica, sebbene la denunciasse quasi ogni giorno». Ledeen non ha dubbi che «a Obama è stato detto dai servizi segreti che il regime vincerà, che i disordini non sono seri e che dovrà trattare con Ahmadinejad per i prossimi quattro anni, e che quindi farebbe meglio a stare attento a non urtarlo. Ogni servizio di intelligence dice sempre così in queste situazioni».

Ma secondo Ledeen molti opinionisti sbagliano a continuare a considerare l'Iran per quello che era cinque giorni fa, e non per il «calderone che ribolle» che è oggi. Lo stesso errore per Ledeen si commette pensando, come ha detto anche il presidente Obama, che «Mousavi, dopo tutto, è uno di loro, un membro della generazione fondativa della Repubblica islamica, e quindi non ci si può aspettare alcun reale cambiamento da lui». Ledeen pensa che sia sbagliato, perché «a questo punto Mousavi o fa cadere la Repubblica islamica, o viene impiccato. Se vince, e la Repubblica islamica viene giù, può darsi che vedremo cambiare il mondo intero», non solo «la fine di un regime fascista-teocratico», ma anche «il taglio dei soldi, delle armi, della tecnologia, dei campi di addestramento e dell'intelligence alle principali organizzazioni terroristiche e, sì, persino la fine del programma di armamenti nucleari».

Ledeen ritiene ciò possibile «a prescindere da cosa e chi fosse cinque anni fa Mousavi, perché lui adesso è il leader di un movimento di massa che chiede un Iran libero e riappacificato con il mondo occidentale. Certo, la ruota può girare di nuovo, e questa rivoluzione essere di nuovo tradita, tutti i tipi di sorpresa aspettano il popolo iraniano. Ma oggi c'è un'occasione spettacolare...».

Tuesday, June 16, 2009

Il dilemma iraniano primo vero test per l'amministrazione Obama

L'amministrazione Usa era preparata all'eventualità, considerata la più probabile, della rielezione del presidente uscente, e quindi di dover tentare la stretta via del dialogo sul nucleare confrontandosi con Ahmadinejad e il suo gruppo di potere. Ciò che a Washington non si aspettavano era di trovarsi di fronte a una crisi di difficile lettura. In queste ore, infatti, nelle strade di Teheran le aspirazioni alla libertà di migliaia di cittadini, donne e giovani iraniani, sembrano confondersi (e saldarsi?) con i timori di pezzi importanti dell'establishment clericale, la cosiddetta "opposizione leale" alla Repubblica islamica (Mousavi, Karroubi e l'ex presidente Khatami). Secondo molti analisti, stiamo assistendo a uno scontro di potere tra elite interne al regime. Da una parte, la strana alleanza tra il pragmatico Rafsanjani e il "riformista" Khatami, di cui Mousavi sarebbe espressione; dall'altra, la Guida Suprema Khamenei, che avrebbe deciso di servirsi di Ahmadinejad e delle forze militari e di sicurezza a lui fedeli, per esautorare di fatto, o persino per liquidare, i suoi avversari all'interno del clero sciita. Per i primi la rielezione fraudolenta di Ahmadinejad rappresenta il compimento di questo processo.

La Casa Bianca ha risposto agli eventi in corso con due giorni di imbarazzato silenzio, stretta tra due esigenze difficilmente componibili: non compromettere il tentativo di dialogo con dichiarazioni ostili alla leadership Khamenei-Ahmadinejad, ma al tempo stesso non tradire i valori democratici in cui l'America crede, per altro difesi di recente da Obama nel suo discorso al Cairo. Tra un semplice «stiamo monitorando» la situazione di sabato scorso, e i «dubbi» sulla regolarità delle elezioni espressi dal vicepresidente Biden domenica, solo lunedì il portavoce del Dipartimento di Stato ha ammesso che gli Usa sono «profondamente preoccupati». «Non ho usato la parola "condanna"», precisava, perché «dobbiamo prima vedere come si evolve la situazione». Emblematico però lo scambio di battute con un cronista di Fox News: «Avete bisogno di vedere più teste spaccate in mezzo alla strada?». «Abbiamo bisogno di un esame più approfondito di quanto sta accadendo», rispondeva il portavoce rivelando il dilemma dell'amministrazione: «Dobbiamo guardare anche al nostro interesse nazionale – la non proliferazione è una nostra priorità».

Nella conferenza stampa di ieri al termine dell'incontro con Berlusconi un riluttante Obama si è finalmente pronunciato, esprimendo una cauta e generica simpatia per i dimostranti:
«Sono profondamente preoccupato per la violenza che sto vedendo in tv. Il processo democratico, la libertà d'espressione, la possibilità della gente di dissentire pacificamente, sono tutti valori universali e devono essere rispettati. Ogni volta che vedo usare violenza su persone che dissentono pacificamente, e ogni volta la vedono gli americani, siamo preoccupati. E' importante che qualsiasi indagine abbia luogo non provochi spargimento di sangue, non si concluda con una repressione della gente che esprime le sue opinioni. Voglio dire loro – ha aggiunto Obama rivolgendosi al popolo iraniano – che il mondo sta guardando ed è ispirato dalla loro partecipazione, a prescindere dall'esito finale delle elezioni».
Ma Obama ha anche precisato di non voler dare l'impressione che gli Stati Uniti si stanno intromettendo negli affari interni iraniani («Rispettiamo la sovranità iraniana e vogliamo evitare che gli Stati Uniti diventino oggetto di dibattito all'interno dell'Iran») e ha ribadito di voler perseguire una «diplomazia pragmatica» con qualsiasi tipo di regime iraniano. Da queste prime reazioni è evidente che Obama teme che se appoggia i dimostranti e i leader dell'opposizione, ma il regime non cade, diminuiranno le possibilità del dialogo. Non vale la pena quindi spendere l'appoggio morale dell'America, se sarà comunque con Ahmadinejad e Khamanei che dovrà avere a che fare.

Esprimendosi a favore dell'opposizione nella contesa elettorale, sostengono gli analisti vicini all'amministrazione, Obama si esporrebbe al rischio di offrire ad Ahmadinejad e a Khamenei il pretesto per derubricare le proteste di massa contro i brogli a un complotto ordito dai nemici della Repubblica islamica, giustificando così una repressione ancor più violenta. Sarebbero ben felici di «dipingere l'opposizione come il burattino dell'imperialismo americano», spiega Bruce Riedel, analista della Brookings Institution. «Possiamo condannare tutto ciò che vogliamo, ma questo non farà sentire gli iraniani molto meglio».

Cosa dovrebbe fare quindi Obama? Semplice per Kenneth M. Pollack, altro analista della Brookings Institution: «Niente». Intromettendosi Obama potrebbe solo «peggiorare la situazione» degli iraniani. «Niente di ciò che possiamo dire aiuterebbe la gente che vogliamo aiutare. E per di più, non sappiamo la verità – il governo Usa non può dire con certezza che le elezioni sono state truccate... Sarebbe un disastro se gli iraniani dovessero ratificare la vittoria di Ahmadinejad solo per dimostrare di resistere alle pressioni americane. L'unica cosa sensata da fare è aspettare».

Sono molte, invece, secondo il neoconservatore Bill Kristol, direttore del Weekly Standard, le cose che Obama potrebbe (e dovrebbe) fare. Per esempio, «dovrebbe sostenere i dimostranti, dire che rubare le elezioni è inaccettabile, che uccidere i manifestanti nelle strade di Teheran è inaccettabile. Potrebbe lavorare con gli europei per dire "mandiamo osservatori internazionali a controllare se sono state elezioni corrette. E se non lo sono state, pensiamo a nuove elezioni". Ci sono un milione di cose che gli Stati Uniti potrebbero fare simbolicamente per provare a rafforzare coloro che vogliono impedire alle Guardie rivoluzionarie e ad Ahmadinejad di conquistare completamente il potere nel paese». Jonah Goldberg, sul Los Angeles Times, ha definito quella di Obama una «non scelta». «Presidente, la prego. Prenda le parti della democrazia», ha supplicato. «Non dovremmo bombardare l'Iran, o invaderlo...», Goldberg si accontenterebbe se Obama «sollevasse almeno un dito per la democrazia».

«Anche elezioni-farsa possono a volte produrre risultati reali», osservava ieri il Wall Street Journal. «Hanno infatti rivelato la vera natura del potere dei mullah - sia agli iraniani che hanno votato nella speranza di contare, che al mondo che ha visto andare in pezzi le sue illusioni sulla democrazia in Iran». I manifestanti quindi «meritano il sostegno occidentale, non solo quello dei media». «Il minimo che dobbiamo ai dimostranti è non guardare altrove» e questo «obbligo morale», per il WSJ, «riguarda soprattutto l'amministrazione Obama». La vittoria di Ahmadinejad «dovrebbe spingere Obama a riconsiderare la ricerca di un grande accordo con l'Iran». Obama, sottolinea il WSJ, «ha l'occasione di offrire ai dimostranti iraniani il considerevole peso del sostegno morale degli Stati Uniti e di dimostrare al regime che ci sono delle conseguenze se si truccano le elezioni».

Anche a sinistra, pur ritenendo opportuna la cautela di Obama, tuttavia alcuni vorrebbero che dimostrasse una simpatia più esplicita per il popolo iraniano, se non per i leader dell'opposizione. Tra questi il senatore democratico Joe Lieberman, da sempre un "falco" sulle questioni di sicurezza nazionale, ma anche George Packer, del New Yorker, che avverte: «Il realismo non dovrebbe essere un feticcio ideologico sotto Obama più di quanto lo è stata la "libertà" sotto Bush».

L'amministrazione è stata colta di sorpresa, è impreparata, confusa, non sa con certezza cosa sta realmente accadendo a Teheran. Ed è un problema grave. Non si aspettava che emergesse una tale frattura all'interno del regime iraniano, che in qualche modo conferma le tesi di quanti - come Michael Ledeen - da tempo sostengono inascoltati la sua fragilità, la pressoché totale disaffezione, e voglia di libertà, degli iraniani, nonché la stanchezza di una parte consistente del clero stesso per la militarizzazione progressiva della Repubblica islamica.

A complicare la situazione, proprio mentre l'amministrazione fatica ad elaborare una linea sulla crisi post-elettorale in Iran, le voci del passaggio di Dennis Ross, il consigliere per la politica iraniana, dal Dipartimento di Stato alla Casa Bianca, al Consiglio per la sicurezza nazionale. Secondo fonti interne all'amministrazione, perché nei prossimi mesi la Casa Bianca assumerà sempre più la funzione di vera e propria cabina di regia nel dialogo con l'Iran ed è lì che più torneranno utili le competenze di Ross. Oppure, Dennis Ross sta (o stava, alla luce di quanto accaduto a Teheran) per essere messo da parte in quanto fa parte di coloro che sostengono il dialogo con l'Iran senza illusioni, ma contando sul fatto che è comunque in grado di creare un contesto favorevole all'uso della forza nel caso in cui dovesse fallire. C'è chi, come il direttore di The New Republic, Martin Peretz, si è convinto che ormai l'amministrazione sia disposta a rassegnarsi all'Iran nucleare e già pensa a una dottrina di deterrenza e contenimento.

Tendere la mano, ha scritto Ross sul suo ultimo libro, «non vuol dire escludere l'uso della forza, ma metterci in una posizione migliore per usarla se avremo mostrato di aver esaurito prima tutte le opzioni alternative».
«Le politiche più dure - sia militari sia di contenimento intelligente - saranno più facili da vendere internazionalmente e internamente se avremo provato di risolvere diplomaticamente le nostre differenze con l'Iran in un modo serio e credibile».
Obama sta affrontando la sua prima crisi ufficiale di politica estera, che sta mettendo in luce tutti i limiti, le ambiguità e le contraddizioni della sua politica nei confronti dell'Iran in particolare, e del Medio Oriente in generale. Una politica che pretende di tenere insieme realismo e difesa dei valori democratici, finendo puntualmente per sacrificare i secondi e, in definitiva, per legare le mani agli Usa di fronte a crisi come questa.

Mousavi sarebbe stato il tipo di "moderato" ideale con il quale convolare felicemente a un dialogo senza scadenze, che probabilmente non avrebbe portato a nulla se non l'Iran a guadagnare tempo prezioso per dotarsi dell'atomica. Adesso invece per Obama sarà più difficile far digerire il negoziato con Ahmadinejad, soprattutto dopo che queste elezioni-farsa e le manifestazioni di massa hanno definitivamente raso al suolo la sua credibilità e delegittimato il regime degli ayatollah, dimostrando al mondo intero che gli iraniani lo detestano e vorrebbero liberarsene. Obama tenterà comunque, ma la pazienza che gli sarà concesso di avere dall'opinione pubblica americana e da Israele sarà molto minore. A prescindere da come andrà a finire a Teheran, da oggi è per chiunque (persino per Obama) più difficile negare il vero volto e la minaccia del regime iraniano.

Friday, June 12, 2009

Una nuova gattopardesca "operazione Khatami"?

Ogni volta che si avvicinano le "elezioni" presidenziali in Iran si spendono fiumi di parole per illudersi che il regime degli ayatollah, che la rivoluzione islamica più radicale mai riuscita, possa essere riformabile dall'interno. Usando un po' di logica, e riconoscendo che queste illusioni derivano dalla nostra recondita speranza che siano gli ayatollah a toglierci dall'imbarazzo di decisioni difficili, capiremo che non ha senso aspettarsi dalle elezioni iraniane un leader davvero "riformista". Non lo fu Khatami. Non lo sarà, se dovesse vincere, Mousavi.

Non credo sia l'esito più probabile, ma non mi meraviglierei affatto se Khamenei ripetesse l'"operazione Khatami", se cioè avesse deciso di dare il ben servito ad Ahmadinejad. E' solo un'ipotesi tra le tante, ma la Guida suprema potrebbe aver deciso di servirsi gattopardescamente del volto apparentemente "nuovo" di Mousavi per dare sfogo a una popolazione esasperata da Ahmadinejad sul lato interno, e per illudere gli Stati Uniti e l'Occidente di una svolta moderata e riformista. L'elezione di Mousavi sarebbe interpretata a Washington e in Europa come un sì al dialogo offerto da Obama. Il tavolo sul nucleare in effetti conviene all'Iran qualsiasi siano le sue intenzioni ed è possibile che finirà per accettarlo. Un dialogo comunque utile a prendere tempo mentre il programma nucleare continua a fare progressi e Teheran ad avvicinarsi alla bomba. Quindi, il problema è come sempre capire se l'atomica è negoziabile o meno per Khamenei.

Ahmadinejad è ormai una figura del tutto screditata e odiata, sia all'interno che in Occidente, e difficilmente potrebbe essere lui il volto dialogante di cui in questa fase Khamenei potrebbe aver deciso di aver bisogno per attenuare le diffidenze e i sospetti dei suoi interlocutori. Anche il Guardian non nasconde le insidie di questa eventualità:
«La presunzione che sarà più facile per l'America negoziare con l'Iran sotto una presidenza moderata non è dimostrata. Potrebbe essere vero il contrario: una voce tranquillizzante potrebbe essere più efficace di una irrazionale nel coprire un programma atomico nascosto, se il potere reale in Iran risiede altrove».
Chi invece mostra ottimismo sulla figura di Mousavi è Michael Ledeen. Mir Hossein Mousavi fu «l'architerro degli aspetti più oppressivi della Repubblica islamica» quando fu premier mentre il paese era sotto la guida dell'ayatollah Khomeini, ma poi «è stato assente dalla vita pubblica per vent'anni». Un elemento che per Ledeen è la prova della sua conversione riformista, ma che nella nostra ipotesi potrebbe fare al caso giusto per Khamenei: chi meglio di un personaggio fedele dalla prima ora alla rivoluzione ma rimasto nell'ombra per così tanti anni potrebbe incarnare le speranze riformiste e il volto moderato e dialogante del regime, dissimulando le vere intenzioni della Guida Suprema?

Ledeen è come sempre molto attento alle manifestazioni popolari e osserva come in questi giorni, come documentato dal Times e dal Wall Street Journal, se ne siano svolte di imponenti contro il regime. E' «certamente significativo» e i reporter che definiscono tali dimostrazioni come «rivoluzionarie», o per lo meno «insurrezionali», «hanno ragione». Da tempo infatti Ledeen sostiene che «il popolo iraniano disprezza il regime, non vuole una Repubblica islamica, vuole essere parte del mondo occidentale e non di un regime fanatico».

Mousavi «può essere visto in modo simile al "riformista mancato" Khatami, che fu inaspettatamente eletto presidente nel 1997», concede Ledeen, il quale ricorda di aver scritto su Khatami che è stato «un vaso vuoto nel quale il popolo iraniano ha riversato il suo appassionato desiderio di libertà, ma che «non ha riformato quasi nulla», e finì per essere considerato un «sotterfugio per i duri e puri del regime».

Ma Ledeen è convinto che Mousavi sia «diverso» da Khatami. E che «la grande differenza» sia sua moglie e il ruolo di grande rilevanza e visibilità che ha stranamente potuto assumere in questa campagna elettorale. E' divenuta «una figura politica nazionale», niente di simile era mai accaduto nella storia della Repubblica islamica. «Il solo fatto del suo ruolo politico è esplosivo - spiega Ledeen - minaccia alle fondamenta il sistema, perché se viene garantita l'uguaglianza tra donne e uomini (e questo è un messaggio molto chiaro nella campagna di Mousavi, dimostrato dalla sua presenza al suo fianco, dalle parole che usa, e dall'entusiasmo che suscita), l'intera struttura del regime khomeinista può essere messa in dubbio».

Ma qualcosa non torna, sembrano troppe a Ledeen le stranezze di questa campagna. «Il vero mistero è perché le sia stato permesso di fare ciò. Per dirla chiaramente, il leader supremo Khamenei poteva fermare tutto ciò fin dall'inizio della campagna, ma non lo ha fatto. Perché?», si chiede Ledeen. Un'altra stranezza è che «di solito i dimostranti che gridano "Morte al regime delle bugie" verrebbero bastonati e picchiati immediatamente, ma in questi giorni non è accaduto». Potrebbe essere un «segnale della preferenza di Khamenei per Mousavi».

In effetti, le fonti iraniane di Ledeen confermano: Khamenei avrebbe «incoraggiato Mousavi a candidarsi, proprio perché la Guida suprema è intenzionata a concedere una più ampia libertà al popolo iraniano e a normalizzare le relazioni con l'Occidente», rendendosi conto dell'«impossibilità di continuare a governare con la repressione e che Ahmadinejhad, con la sua aggressiva politica estera e interna, costituisce una minaccia per tutto ciò che è stato costruito in questi trent'anni». C'è davvero da augurarsi che le fonti iraniane di Ledeen non si illudano.

In ogni caso, Ledeen si chiede cosa succederà all'indomani del voto: «Quelli che oggi gridano "Morte al dittatore" se ne andranno tranquillamente a casa se Mousavi uscirà sconfitto? E quelli che hanno investito le loro vite e le loro convinzioni religiose nell'odio verso l'Occidente, se ne andranno tranquillamente a casa se Mousavi sarà eletto? O l'Iran è destinato a un conflitto interno, chiunque dovesse vincere? E in tal caso, cosa dovrebbe fare l'Occidente?», si chiede Ledeen, ricordando che l'Iran ha una lunga «tradizione rivoluzionaria» e che «oggi è certamente in una condizione rivoluzionaria».

Emanuele Ottolenghi fa parte invece di coloro che nonostante la grande mobilitazione popolare di queste ore continuano a pensare che chiunque verrà eletto «le ambizioni nucleari iraniane erano precedenti ad Ahmadinejad e quindi indubbiamente continueranno anche con i suoi successori». Il problema secondo Ottolenghi è capire se «l'Iran insegue capacità nucleari solo come strumento di dissuasione nei confronti di quelli che vede come nemici potenti e minacciosi» o se invece considera la bomba come strumento per «soddisfare le sue ambizioni egemoniche in Medio Oriente». E in questo caso, «l'Iran sarebbe sensibile alla strategia della deterrenza, come lo fu l'Unione sovietica?»

Data la natura e il fanatismo dell'ideologia degli ayatollah, Ottolenghi è convinto che il regime iraniano voglia esportare la rivoluzione islamica in tutta la regione, e restituire agli sciiti la leadership sul mondo musulmano a danni dei sunniti. La bomba «permetterebbe a Teheran di raggiungere i suoi obiettivi senza usarla», solo grazie alla sua «proiezione di potenza» e all'effetto di deterrenza. Possedere la bomba è un «moltiplicatore di forza». Certo, «l'arsenale occidentale e un'esplicita minaccia di utilizzarlo può dissuadere l'Iran da un attacco nucleare». Tuttavia, avverte Ottolenghi, durante la Guerra Fredda il prezzo dell'equilibrio nucleare - mai definitivo, sempre fragile - fu il riconoscimento di sfere di influenza».

«Se l'Iran diventa una potenza nucleare - conclude Ottolneghi - il mondo occidentale dovrà negoziare una Yalta del Medio Oriente con Teheran» e «alla fine, potremmo persino non evitare un conflitto».

Infine, Jeffrey Goldberg, su The Atlantic, suggerisce che dalla minaccia iraniana potrebbe scaturire uno sviluppo positivo, di cui in alcuni post in passato avevo già parlato. «Con l'Iran sciita che diventa più forte, ebrei e arabi sunniti hanno improvvisamente solide basi per un'amicizia. Fare leva sulle paure dei sunniti per l'emergente potenza sciita potrebbe finalmente portare ad una soluzione del problema israelo-palesinese», attraverso una normalizzazione, se non una vera e propria «alleanza», tra Israele e stati arabi, con gli Stati Uniti come garante.

Monday, March 23, 2009

Il dibattito dopo l'apertura di Obama all'Iran

Uno dei più critici dell'apertura di Obama all'Iran è il neoconservatore William Kristol, direttore del Weekly Standard. Se molte volte il presidente Bush ha manifestato il «rispetto» degli Stati Uniti per il popolo dell'Iran, anche in occasione del Nowruz (la festività iraniana per l'inizio del nuovo anno), Obama oggi si distingue per aver esteso quel rispetto alla dittatura clericale, agli aguzzini del giovane blogger iraniano, Omid Mir Sayafi, morto nella famigerata prigione di Evin. «Libertà» non è una parola che troverete nel videomessaggio del presidente, pieno di attenzioni verso i leader iraniani. Obama auspica «rispetto reciproco», ma gli iraniani «sentono odore di debolezza».

Ha abbandonato il regime change sia come obiettivo che come speranza di libertà per gli iraniani. Ha accantonato l'opzione militare. Ha seppellito la cosiddetta politica del bastone e della carota. Obama si è rivolto per ben due volte alla «Repubblica islamica dell'Iran», una formula a lungo evitata, auspicando che riprenda «il posto che merita nella comunità delle nazioni». L'America accetta quindi la rivoluzione islamica del 1979, si impegna a non minacciare l'esistenza del regime che ne è scaturito, e offre a quel regime un dialogo senza precondizioni, neanche la sospensione del programma nucleare, sulla «totalità dei problemi» tra Usa e Iran.

A festeggiare la svolta di Obama è Roger Cohen, secondo cui «la retorica provocatoria del regime di Teheran nasconde un sostanziale pragmatismo». Il «modo migliore» per aiutare la giovane popolazione iraniana, alla ricerca di stabilità e riforme, è proprio il «coinvolgimento», il dialogo. D'altra parte, con gli introiti del petrolio e del gas in calo, e l'economia in crisi, Khamenei – la cui missione è preservare la rivoluzione – «può essere radicale solo fino ad un certo punto». L'apertura all'Iran, secondo Cohen, determinerà un «doloroso, ma necessario», raffredamento dei rapporti tra Stati Uniti e Israele.

«Il presidente Obama ci presenta l'intenzione di sedere e parlare con i mullah come se fosse un drastico cambiamento rispetto al passato, ma l'amministrazione Bush – ricorda Michael Ledeen – ha negoziato ampiamente con Teheran», sebbene i suoi critici la accusassero di una totale chiusura al dialogo. Nell'autunno del 2006 a Washington si erano convinti che un accordo fosse stato raggiunto, e stavano preparando il testo per un annuncio pubblico, rivela Ledeen. «Si stavano illudendo, e chiunque pensi che l'Iran desideri davvero buone relazioni con gli Stati Uniti dovrebbe studiare attentamente come andarono le cose allora». L'annuncio pubblico avrebbe dovuto tenersi all'Assemblea generale dell'Onu di settembre. Larijani sarebbe venuto a New York e avrebbe annunciato la sospensione dell'arricchimento dell'uranio, e Condoleezza Rice che l'America avrebbe tolto le sanzioni all'Iran.

Ma il «lieto evento» non ebbe mai luogo. Larijani e la sua delegazione non vennero mai a New York e il presidente Ahmadinejad pronunciò il suo solito attacco contro gli Usa. Una replica del «grande accordo» fallito negli anni di Clinton. «Non c'è nulla di nuovo nella richiesta di Obama di negoziare con i mullah. Entrambi i suoi predecessori ci hanno provato, entrambi credevano di aver raggiunto un accordo, ed entrambi si accorsero del contrario. Che motivi ci sono per ritenere che oggi le cose andrebbero in modo diverso?»

Secondo John Bolton, dell'American Enterprise Institute, è possibile che l'Iran risponda positivamente. «E perché non dovrebbe? In fondo, il dialogo – avverte Bolton – permetterebbe all'Iran di nascondere le sue reali intenzioni e attività sotto la finzione dei negoziati. Inoltre, l'Iran avrebbe una conferma della debolezza americana e la prova che le sue politiche stanno dando dei frutti». In effetti l'Iran, come la Corea del Nord, sembra aver imparato che un finto interesse nella diplomazia è modo eccellente per guadagnare tempo e mietere concessioni senza concedere nulla di fondamentale.

Già prima dell'apertura di Obama, Michael Gerson, del Council on Foreign Relations, spiegava sul Washington Post come la politica dell'amministrazione nei confronti dell'Iran fosse un misto di cautela e confusione, non in grado né di persuadere, né di intimidire il regime iraniano. Nel frattempo, le forze al-Quds iraniane continuano a guidare, addestrare e armare i terroristi sciiti all'interno dell'Iraq. Non va dimenticato, ricorda Walid Phares, che il 31 agosto del 2010 è la data fissata per il piano di ritiro dall'Iraq e che Iran e Siria potrebbero decidere di approfittarne per destabilizzare la giovane democrazia irachena, trasformando il ritiro in sconfitta.

In una recente audizione, il direttore dell'Intelligence Dennis Blair ha informato la Commissione esteri del Senato che «alcuni funzionari iraniani, come il comandante in capo delle Guardie della Rivoluzione, hanno fatto capire che ci sarebbe la mano iraniana dietro attacchi contro gli interessi americani in luoghi anche molto distanti, suggerendo che l'Iran ha pronti piani terroristici e di guerra non convenzionale contro gli Usa e i loro alleati».

Amir Taheri, infine, osserva che l'incapacità dell'occidente di fermare i piani iraniani ha già innescato in Medio Oriente una corsa al nucleare. Negli ultimi cinque anni, 25 paesi – 10 arabi – hanno per la prima volta annunciato di voler avviare i loro programmi. Nel 2008 l'Arabia Saudita ha aperto negoziati con gli Stati Uniti per ottenere una «capacità nucleare», ufficialmente per «scopi pacifici». L'Egitto ha firmato un accordo di cooperazione con la Francia, così come gli Emirati Arabi Uniti. Non c'è dubbio che l'attuale corsa al nucleare in Medio Oriente sia dovuta al timore che l'Iran usi il suo arsenale nucleare per imporre la sua egemonia nella regione. Ma l'Iran stesso sta giocando un ruolo attivo nella proliferazione, fornendo aiuto a Siria e Sudan, ma anche ai regimi antiamericani del Sud America, come Venezuela, Bolivia, Nicaragua and Ecuador.

Wednesday, September 19, 2007

Chi prepara davvero la guerra

Con il suo atteggiamento dissimulatorio è Massimo D'Alema a preparare la guerra. Finge di non capire che quello di Bernard Kouchner è il grido d'allarme di chi sa che l'Europa, come spiegavamo qualche giorno fa, può fare molto per scongiurare lo scenario peggiore: la guerra, appunto.

Cosa intendesse dire il ministro degli Esteri francese era già chiaro prima delle precisazioni cui è stato costretto dall'interpretazione propagandistica che Teheran ha voluto dare alle sue parole e da quanti in Europa, compreso il nostro ministro degli Esteri, hanno ritenuto più comodo fraintenderle. E' evidente che Kouchner non auspica affatto una guerra contro l'Iran, né la minaccia. Semplicemente, intende mettere in guardia i partner europei: se l'Europa rimane immobile e si rifiuta di sostenere un serio regime di sanzioni contro il regime iraniano, anche al di fuori dell'Onu, la guerra è lo scenario, certo non desiderabile, ma senz'altro più realistico. «Il sistema per evitare la guerra sono le sanzioni». E le sanzioni che «sono efficaci sono quelle degli americani: economiche, sui grandi patrimoni, contro le banche».

Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu è reso impotente dai veti di Russia e Cina. L'unica possibilità di evitare un'azione di forza consiste nel varare un sistema di sanzioni americano ed europeo che metta in ginocchio il regime iraniano fino a farlo a cadere o almeno a costringerlo a rinunciare alla bomba. L'Europa ha bisogno del petrolio e del gas iraniano, ma ancora di più Teheran ha bisogno delle forniture, della tecnologia e del materiale industriale europeo.

Ostinandosi a far finta di niente, a nascondersi dietro l'ignavia dell'Onu, l'Europa rende praticamente certa un'azione militare. La Gran Bretagna, l'Olanda e la Francia sono determinate a procedere insieme agli Usa con le sanzioni contro Teheran per tentare di scongiurare gli scenari peggiori. Kouchner ha auspicato l'adozione di nuove sanzioni da parte del Consiglio di Sicurezza, ma ha preannunciato che la Francia sarebbe disponibile ad andare avanti anche se ciò non dovesse essere possibile: «Se ci sarà una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza, ne saremo felici». Se non ci sarà, «costruiremo sanzioni» fuori dal quadro Onu.

Per la Spagna e l'Italia, invece, l'unico scenario davvero inaccettabile sembra quello delle sanzioni, che danneggerebbe il business (oltre a Eni, Snam, Ansaldo e Banca Intesa) con gli ayatollah. Se la scelta è fra un Iran nucleare e l'uso della forza, Usa, Israele, Gran Bretagna, e probabilmente anche Francia, preferiscono la seconda opzione. Il problema è che l'Italia e la Spagna (la Germania è ancora incerta) non solo si rassegnerebbero all'Iran nucleare piuttosto che all'uso della forza, ma lo preferiscono persino rispetto a sanzioni economiche europee, anche se alla fine, ci auguriamo, potrebbero essere costrette ad adeguarsi alla volontà maggioritaria degli altri partner Ue. In caso contrario, di fronte all'eventualità di una bomba iraniana non faranno certo salti di gioia, ma D'Alema sa bene che qualcuno si prenderà comunque la responsabilità di un attacco. E in quel caso avrà anche la faccia tosta di condannarlo, dopo aver contribuito a renderlo inevitabile.

Inoltre, l'influenza iraniana in Iraq è ormai apertamente considerata uno dei fattori decisivi del caos iracheno... Insomma, i fatti sempre più stanno dando ragione a Michael Ledeen: quella in Medio Oriente è una guerra regionale già da molto tempo e il nemico numero uno è l'Iran.

Giorni fa, Fiamma Nirenstein ha apprezzato le parole di Kouchner:
«Nemico» per noi europei è un concetto tabù. Noi «parliamo», «dialoghiamo», convinti che la pace sia raggiungibile purché la si persegua. Ripetiamo la sciocchezza che «con i nemici si dialoga»: attenzione, si parla con chi è determinato a diventare tuo amico anche se ci sono conflitti in atto, non con chi vuole semplicemente distruggerti in nome di Dio.

Wednesday, June 20, 2007

Il solito, realista Ledeen

Recuperiamo alcuni stralci dell'intervista che Alain Elkann ha fatto a Michael Ledeen nella sua rubrica domenicale su La Stampa.

Lei si considera ancora un Neocon?
«Non ho mai saputo che cosa volesse dire, sono sempre stato e sono ancora un rivoluzionario democratico».
Che intende dire?
«Vuol dire che ogni Paese dovrebbe sempre aiutare elementi democratici specialmente quando sono oppressi da tirannie brutali».
Non sostiene più il governo di George W. Bush?
«Non è il mio lavoro, non ho mai fatto parte del governo. Mi è piaciuta la reazione alla guerra dell'11 settembre ma non mi è piaciuta la strategia della guerra in Iraq che ho criticato prima ancora dell'invasione».
E ora che bisognerebbe fare in Iraq?
«Non esiste, in quanto tale, l'Iraq. Fa parte di una guerra regionale e per vincerla bisogna far cadere il regime iraniano. Una rivoluzione democratica, con appoggi esterni».
(...)
«Tutti i progressisti piangono il Darfur dove i musulmani del Nord combattono anche i neri del Sud utilizzando elicotteri e piccoli aerei. Noi potremmo distruggere quella flotta in quindici minuti, invece di discutere per anni all'Onu mentre i neri del Sud vengono ammazzati. Nessuno dice che il Nord, quindi il Sudan, è uno stato fascista».
Lei è contro l'Onu?
«Sì. Ho definito l'Onu la più grande intesa criminale dei nostri tempi. Sarei favorevole a una Lega di Paesi democratici».
L'Italia vista dall'America?
«Non posso essere obiettivo a questo proposito. Mi pare che l'Europa in generale sia sempre più marginale. L'antiamericanismo italiano è un sentimento che non riguarda la massa degli italiani, è un pregiudizio della sinistra».
Che cosa succederà in Israele?
«Penso che ci sarà un'altra guerra, e presto, già in questa estate».

Già, l'offensiva militare di Hamas a Gaza, e presto anche in Cisgiordania, sembra uno dei preparativi della guerra "estate 2007" contro Israele, per procura di Iran e Siria.

Thursday, February 15, 2007

E' il momento di approfittare delle difficoltà iraniane

L'ayatollah Khamenei sarebbe gravemente malato«Se non fossi presidente della Camera, andrei alla manifestazione di sabato a Vicenza contro l'allargamento della base americana». Ma dire così è come esserci andati...

Mentre Bertinotti dà l'ennesima prova di scorrettezza istituzionale, chissà cosa avrà stavolta da ridire D'Alema di Bush, che in un discorso all'American Enterprise Insitute ha annunciato l'offensiva di primavera contro i Talebani ed è tornato a ribadire la richiesta di un maggiore impegno degli alleati in Afghanistan, con più uomini e meno limiti operativi.

Ma l'attenzione di questi giorni è puntata sull'Iran. Avevamo sottolineato, quando Bush presentò il suo nuovo piano per l'Iraq, quanto oltre l'invio di circa 20mila soldati fosse centrale la novità strategica: tornare a combattere sul terreno le varie milizie e, soprattutto, affrontare l'influenza destabilizzante dell'Iran.

Finalmente Bush si è convinto di qualcosa che ha sempre sostenuto Michael Ledeen, cioè che sia impensabile risolvere qualsiasi crisi in Medio Oriente, dal Libano al conflitto israelo-palesinese, per non parlare del confinante Iraq, senza prima sciogliere il nodo iraniano.

Così la Casa Bianca ha finito di autocensurarsi e sempre più apertamente, in un crescendo, accusa l'Iran di armare le milizie irachene con l'obiettivo di destabilizzare il paese a vantaggio degli sciiti radicali e di provocare il ritiro americano. «Sappiamo che queste bombe arrivano dall'Iran, sappiamo che la Forza Al Quds fa parte del governo ma non sappiamo se chi guida il governo è a conoscenza dell'invio di esplosivi», ha denunciato Bush, aggiungendo: «Non so davvero dire cosa sia peggio, se ne sono a conoscenza o meno».

Il presidente Bush sembra finalmente convinto - anche perché si è aperta a Teheran la lotta per la successione a Khamenei, gravemente malato - che l'Iran sia destabilizzabile da una parte attraverso le sanzioni e il blocco economico, finanziario, bancario, dall'altra fornendo appoggio agli oppositori interni, alla diffusa ribellione studentesca e ai moti di protesta dei lavoratori e delle minoranze etniche. Anche se non è da escludere un blitz di "fine mandato" contro le installazioni nucleari, contro il regime iraniano Washington non pensa a una soluzione di forza, a una nuova guerra, ma a operazioni di destabilizzazione interna tramite l'intelligence e la diplomazia, sfruttando le sue stesse crepe.

Non è ancora chiaro se l'amministrazione Usa abbia apertamente optato per il regime change, ma la destabilizzazione conviene in ogni caso.

Riguardo il dossier nucleare iraniano usciamo da una settimana in cui uno scoop del Financial Times ha portato alla luce in Europa quello che Franco Venturini oggi, sul Corriere, ha chiamato «partito della rassegnazione davanti alla bomba atomica iraniana».

Pochi giorni fa il presidente francese Chirac si era lasciato scappare di bocca che in fondo uno o due ordigni in mano a Teheran non sarebbero così preoccupanti, poiché quand'anche li utilizzasse la capitale iraniana verrebbe rasa al suolo all'istante. Non potendo escludere che il regime degli ayatollah, una volta ottenute le bombe, attacchi davvero Israele, Chirac evidentemente ritiene accettabile che Stati Uniti o Israele ricorrano al loro arsenale nucleare provocando milioni di vittime. Uno scenario per scongiurare il quale non varrebbe la pena sacrificare qualche accordo commerciale.

Intervenendo sempre sul Financial Times, i due analisti Reuel Marc Gerecht e Gary Schmitt, dell'American Enterprise Insitute, avvertono gli europei: se volete davvero evitare una nuova guerra, siate disposti a sacrificare i vostri rapporti commerciali con Teheran e accettate di imporre le sanzioni che, viste le precarie condizioni economiche iraniane, potrebbero rivelarsi fatali al regime degli ayatollah.
«Do the Europeans really want to prevent a war between the US or Israel and Iran? If they had to choose between curtailing trade with the Islamic republic, or seeing either America or Israel preventatively strike Iran's nuclear facilities, which would London, Paris and Berlin prefer?»
Stati Uniti e Israele «non desiderano attaccare l'Iran», ma se gli europei precludono l'opzione delle sanzioni economiche e finanziarie, «le probabilità di attacchi aumenteranno in modo significativo».

Gli Stati Uniti hanno inviato nel Golfo una nuova portaerei, deciso di fermare le infiltrazioni iraniane in Iraq, interrompere il flusso di contante delle banche iraniane, e andare avanti nel proporre un rigido regime di sanzioni contro Teheran alle Nazioni Unite. Insomma, si comincia a fare sul serio.

Le pressioni su Teheran aumentano e rischiano di avere un effetto destabilizzante sul regime. E' ovvio quindi, che l'oligarchia iraniana stia cominciando a farsi due conti sui risultati di una politica aggressiva come quella del presidente Ahmadinejad, che sembra sempre più criticato e indebolito. Accantonata per il momento la solita retorica minacciosa, cominciano a filtrare verso l'esterno segnali di moderazione e pragmatismo. Potrebbero significare un'inedita attitudine al dialogo, ma anche rivelarsi i soliti diversivi tattici per alleggerire la pressione e tentare di evitare altri danni all'economia, ulteriore benzina sul fuoco del dissenso interno.

In ogni caso, sembra questo il momento propizio per affondare il colpo delle sanzioni, tentare la spallata al regime, l'unico modo realistico per scongiurare una nuova guerra.