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Monday, March 06, 2017

Tutte le impronte di Obama sulla campagna di sabotaggio (e spionaggio?) ai danni dell'amministrazione Trump

Versione ridotta pubblicata su L'Intraprendente

Un caso politico gigantesco le cui prove sono fornite da settimane non dai tweet di Trump, ma dagli stessi grandi media che cavalcano il Russia-gate

Una premessa di contesto è d'obbligo per i lettori italiani: di inaudito e senza precedenti nelle prime settimane di presidenza Trump non sono i tweet del tycoon, o i contatti di alcuni membri del suo team con l'ambasciatore russo a Washington (a cosa dovrebbe servire un ambasciatore accreditato se non a tenere contatti politici in una capitale straniera?), ma gli sforzi del sottogoverno di Obama, e probabilmente dell'ex presidente in persona, per minare il cammino della nuova amministrazione e tentare addirittura di precostituire le basi legali per un eventuale impeachment del neo presidente. L'ultimo caso, che ha coinvolto l'Attorney General appena nominato Jeff Sessions, dimostra che contro l'amministrazione Trump è in corso una pura caccia alle streghe pianificata da uomini del sottogoverno di Obama, di sponda con la stampa amica, con metodi che a parti invertite si sarebbero definiti maccartisti. Che poi, se uno deve organizzarsi con il governo russo per influenzare le elezioni americane, incontrare nel proprio ufficio al Senato l'ambasciatore non è proprio una gran furbata per non essere scoperti...

Ma sono sempre più evidenti le impronte lasciate da Obama nei tentativi di vero e proprio sabotaggio e, forse, anche di spionaggio, ai danni di Trump. Solo sette giorni prima di andarsene, come riportato da Usa Today, l'allora presidente ha modificato la linea di successione al Dipartimento di giustizia in modo che un suo uomo si trovasse a supervisionare l'indagine sui legami Trump-Russia nel caso l'Attorney General Sessions fosse stato costretto a ricusarsi (come poi è avvenuto). E come riportato dal New York Times, solo 14 giorni prima di lasciare, Obama ha esteso i poteri della NSA per consentirle di condividere le "comunicazioni personali intercettate" con altre 16 agenzie federali prima di applicare le restrizioni previste dalla tutela della privacy, in modo che funzionari a lui fedeli ovunque nell'amministrazione potessero più facilmente avere accesso e passare alla stampa amica passaggi attentamente selezionati. Lo stesso NYT ha riportato che negli ultimissimi giorni di presidenza Obama alcuni funzionari della Casa Bianca si sono fatti in quattro per assicurarsi che le informazioni di intelligence sui legami Trump-Russia fossero preservate e diffuse il più possibile tra le agenzie governative, ad uso e consumo di eventuali ulteriori indagini e della stampa.

Ed è sempre il NYT a riportare, il giorno prima dell'insediamento di Trump, che FBI, CIA, NSA e unità crimini finanziari del Dipartimento del Tesoro stavano esaminando "comunicazioni intercettate e transazioni finanziarie nell'ambito di un'ampia indagine sui possibili legami" tra il team Trump e la Russia, pur "non avendo trovato alcuna prova conclusiva di illeciti". E attenzione, aggiungendo: "Un funzionario riferisce che i report dell'intelligence basati su alcune delle comunicazioni intercettate sono stati forniti dalla Casa Bianca". Boom! E' il NYT a scriverlo, non Trump nei suoi tweet. Quindi, o giornali come New York Times, Washington Post e Guardian in queste settimane hanno inventato bufale al solo scopo di infangare l'amministrazione Trump, oppure l'amministrazione Obama ha effettivamente spiato un avversario politico (la campagna Trump, il transition team, alcuni suoi collaboratori, o anche Trump in persona?) durante la campagna presidenziale e la Casa Bianca ne era a conoscenza.

Questa sì, è una condotta senza precedenti. Proviamo a immaginare cosa sarebbe accaduto se nel 2009 l'uscente George W. Bush avesse cercato di mettere i bastoni tra le ruote a Barack Obama. E avrebbe avuto qualche pretesto, visto che con lo stesso metro di giudizio usato oggi nei confronti di Trump, allora Obama avrebbe potuto essere accusato di connivenze con Mosca e Teheran per le sue dichiarate politiche di appeasement. Trump ha cercato fino all'ultimo di non polemizzare con il suo predecessore a cui, nonostante tutti i siluri provenienti da funzionari obamiani, ha sempre riservato parole di apprezzamento. Fino alla serie di tweet di sabato mattina, in cui ha denunciato che l'amministrazione Obama ha fatto mettere sotto controllo i suoi telefoni nel pieno della campagna elettorale, evocando un nuovo maccartisimo e un nuovo Watergate ai suoi danni.

Un'accusa "semplicemente falsa", ha replicato in una nota il portavoce di Obama Kevin Lewis: "Una regola ferrea dell'amministrazione Obama era che nessun funzionario della Casa Bianca interferisse con alcuna indagine indipendente condotta dal Dipartimento di giustizia. Come conseguenza di tale prassi, né il presidente Obama né alcun funzionario della Casa Bianca hanno mai ordinato intercettazioni su alcun cittadino americano". Una smentita che non smentisce la questione centrale. Qui il tema non è se Obama ha "ordinato" le intercettazioni, dal momento che non ne avrebbe avuto il potere, ma se il Dipartimento di giustizia di Obama, nell'ambito di una sua indagine, ha chiesto e ottenuto di poter intercettare Trump e/o membri del suo team nel pieno della campagna presidenziale e se il presidente o qualcuno del suo staff alla Casa Bianca sapeva e approvava. Possibile che un'iniziativa di tale gravità, fondata sul sospetto che un candidato alla presidenza e i suoi collaboratori fossero agenti russi, sia stata presa senza una consultazione tra Dipartimento di giustizia e Casa Bianca?

Anche la smentita dell'ex direttore dell'intelligence nazionale James Clapper si riferisce solo alla lettera dei tweet del presidente Trump. Ma se, per esempio, le comunicazioni di tre suoi stretti collaboratori fossero state intercettate sulla base di un mandato FISA, sia l'accusa di Trump sia le smentite sarebbero "vere" - la prima nella sostanza, le seconde nella forma. Tecnicamente le utenze personali di Trump non sarebbero state messe sotto controllo, tuttavia ore e ore di sue conversazioni con i suoi principali collaboratori nel pieno della campagna, dunque politicamente rilevanti, sarebbero finite "accidentalmente" nella rete delle intercettazioni, quindi nella disponibilità del Dipartimento di giustizia del governo Obama guidato da Loretta Lynch, che a causa di un imprudente incontro con Bill Clinton è stata costretta a ricusarsi dall'inchiesta sull'emailgate che ha coinvolto Hillary durante tutto il 2016. Insomma, chiedendo e ottenendo un tale mandato il Dipartimento di giustizia di Obama avrebbe messo nel conto di intercettare massivamente anche il candidato alle presidenziali Trump (senza che il presidente fosse almeno avvertito?). Non sarebbe emerso nulla di illegale, ma sempre "accidentalmente", guarda caso, solo alcune settimane dopo queste intercettazioni hanno generato una gran quantità di fughe di notizie che stanno alimentando la campagna giornalistica contro il presidente Trump basata sul sospetto che sia una marionetta di Putin.

A questo punto, come è stato fatto per l'emailgate di Hillary Clinton prima del voto, l'FBI dovrebbe chiarire se queste intercettazioni esistono, chi le ha chieste e autorizzate, nei confronti di chi e se, e quando, il presidente Obama o qualcuno nello staff della Casa Bianca ne è venuto a conoscenza. Se l'esistenza di queste intercettazioni venisse confermata, resterebbe comunque improbabile che il presidente Obama abbia agito illegalmente, ma si aprirebbe un caso politico gigantesco. Un'amministrazione uscente che in piena campagna elettorale fa spiare un avversario politico in corsa per la presidenza e il suo team sulla base dell'azzardato sospetto dell'esistenza di un complotto per influenzare le elezioni con l'aiuto di una potenza straniera, la Russia, la cui azione più rilevante sarebbe stata l'hackeraggio delle e-mail del Comitato elettorale democratico. Una connivenza Trump-Mosca su cui tra l'altro mesi di indagine non hanno prodotto lo straccio di una prova (è lo stesso NYT a dover concludere: "No evidence of such cooperation"), se non qualche innocente, e forse inopportuno contatto con l'ambasciatore russo a Washington per instaurare migliori relazioni con la Russia in futuro.

Non è Trump, ma Obama, che prima della sua rielezione nel 2012 ha sussurrato all'orecchio dell'allora presidente russo Medvedev "tell Vladimir (Putin, ndr) that after the election I'll have more flexibility". E se il dimissionario consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Michael Flynn, ha avuto colloqui con l'ambasciatore russo Kislyak prima dell'insediamento, durante la campagna per le presidenziali del 2008 Obama ha addirittura spedito un ambasciatore, William G. Miller, a Teheran per discutere con i leader iraniani della sua prossima apertura diplomatica.

Trump non ha rivelato la fonte delle sue accuse o citato prove, ha chiesto alle commissioni intelligence del Congresso di indagare se ci sia stato un abuso dei poteri dell'esecutivo nel 2016, ma vediamo cosa sarebbe potuto accadere secondo la ricostruzione di alcuni siti e le fughe di notizie riportate dagli stessi grandi media che da mesi stanno alimentando la campagna anti-Trump. Prima di giugno 2016 il Dipartimento di giustizia di Obama e l'FBI stavano considerando un'indagine penale nei confronti di collaboratori di Trump, e forse dello stesso Trump, basata sul sospetto di collegamenti illeciti con due banche russe. Anche se nulla di illegale o sospetto sarebbe emerso rispetto alla violazione di norme finanziarie, il Dipartimento di giustizia e l'FBI potrebbero aver deciso di continuare comunque a indagare, e di chiedere il permesso a intercettare, per motivi di sicurezza nazionale, in base al Foreign Intelligence Surveillance Act (FISA) del 1978, che consente al governo, se ottiene l'autorizzazione di una corte ad hoc, di mettere sotto sorveglianza le comunicazioni di quelli che ritiene essere "agenti di una potenza straniera" (un altro Paese o anche un'organizzazione terroristica). Come spiegato da Andrew C. McCarthy su National Review, un'intercettazione tradizionale in ambito penale richiede prove tali da ritenere fondata la commissione di un crimine, mentre in base al FISA solo la prova che l'oggetto dell'intercettazione sia un agente di una potenza straniera. Il procedimento per ottenere un mandato FISA è più complicato, passando per una catena di comando "più remota". In linea teorica, sarebbe più facile "fabbricare" la prova di un crimine per soddisfare il criterio del fondato motivo per una intercettazione tradizionale che la prova di una minaccia di sicurezza nazionale per ottenere un mandato FISA.

L'amministrazione Obama avrebbe quindi avanzato una prima richiesta, a giugno, di mandato FISA nella quale veniva fatto il nome di Trump, ma sarebbe stata respinta (evento molto raro). A ottobre il governo avrebbe presentato sempre alla corte FISA una nuova, più circoscritta richiesta, senza riferimenti a Trump ma ad alcuni suoi collaboratori, che stavolta sarebbe stata accolta, secondo quanto riportato anche dalla BBC. Se così fosse, il governo Obama avrebbe in modo pretestuoso usato i suoi poteri in materia di sicurezza nazionale per ottenere un mandato a monitorare le comunicazioni di Trump e dei suoi più stretti collaboratori dall'ultimo mese di campagna elettorale, traendo in qualche modo in inganno la corte FISA. L'esatto corso degli eventi ed eventuali responsabilità dovranno essere appurati da un'indagine, ma sarebbe uno scandalo politico enorme, tipo Watergate, se un'amministrazione uscente avesse cercato, e ottenuto, di mettere sotto sorveglianza per motivi di sicurezza nazionale un candidato alla presidenza del partito avversario (a meno che non fossero emerse prove evidenti che tale candidato fosse effettivamente al servizio di una potenza straniera). E per di più mentre il Dipartimento di giustizia della stessa amministrazione archiviava senza accuse il caso dell'emailgate a carico della candidata "amica" Hillary Clinton, nonostante prove significative di una condotta illecita che ha posto una seria minaccia proprio alla sicurezza nazionale.

Monday, November 29, 2010

La sbronza globale per Wikiflop

... e il solito assist alle dittature

I Paesi arabi che fremono per un attacco militare contro l'Iran per fermare il programma nucleare; il governo cinese dietro gli attacchi cibernetici; la corruzione in Afghanistan e l'ansia per il controllo delle testate nucleari pakistane; la Russia «virtualmente uno Stato della mafia» o «un'oligarchia nelle mani dei servizi di sicurezza»; le offerte in denaro per convincere alcuni Paesi ad ospitare i detenuti di Guantanamo; la rinuncia allo scudo antimissile servita a ottenere la collaborazione russa nel dossier iraniano; i missili passati dalla Corea del Nord all'Iran; le armi dalla Siria ad Hezbollah e i sauditi che finanziano al Qaeda. Questi i non-segreti, anzi le cose arcinote che emergono dai cables trafugati da Wikileaks e passati alle principali testate planetarie (snobbati Corriere e Repubblica!).

Anche sui leader una serie di non-notizie e di sentito dire. E allora ecco le bizzarrie di Gheddafi, ecco che Ahmadinejad, Chavez e Mugabe sono definiti «pazzi», la salute di Khamenei è compromessa, Assad e Netanyahu non mantengono le promesse, Erdogan è influenzato da collaboratori e media islamisti, Sarkozy è permaloso e Berlusconi festaiolo. Fonti di terz'ordine, diplomatici e funzionari la cui principale attività notoriamente è di leggere i giornali (e in Italia c'è di che leggere su Berlusconi, non c'è dubbio), giudizi poco qualificati, parziali, incompleti, non definitivi, che non rappresentano le valutazioni, e ancor meno le linee politiche di Washington, ma che vengono elevati di rango, presentati come chissà quali "segreti", con il rischio concreto di gettare nel caos i rapporti tra alleati e non.

Nulla che già non sapessimo, o non avessimo comunque intuito usando la logica, ma i media tutti a fare il gioco di quel furbetto di Assange. Ma se nei contenuti il danno è piuttosto limitato, e l'evento di Wikileaks da questo punto di vista somiglia a un flop, seria è invece la turbativa politico-diplomatica, che potrebbe vanificare gli sforzi per la stabilità in varie aree del mondo, e quindi minacciare la sicurezza; è di per sé dannosa e destabilizzante la sensazione di vulnerabilità degli Stati Uniti rispetto ai loro interlocutori e avversari autocratici; ma soprattutto è grave culturalmente il malinteso su cui si basa l'intera operazione Wikileaks, ovvero uno splendido esempio di come manipolare i principi della democrazia contro di essa, che culmina con l'accusa lanciata oggi da Assange all'amministrazione Obama di essere un «regime che non crede nella libertà di stampa».

Questa non è libertà di stampa, è puro e semplice spionaggio, da cui occorre difendersi, perché mette a repentaglio la nostra sicurezza. Un conto è denunciare una malefatta governativa come lo scandalo Watergate, altra cosa è violare la necessaria riservatezza in cui opera normalmente (e a cui ha diritto, come un individuo) qualsiasi istituzione - la diplomazia, ma anche un'azienda o una procura durante un'indagine - con il rischio (o l'intenzione?) di sabotarne l'azione. Nessuna istituzione - che sia uno Stato o una normalissima famiglia - può sopravvivere alla trasparenza totale (o, piuttosto, al suo mito) senza che il sospetto e le incomprensioni ne compromettano irremediabilmente il corretto funzionamento.

Se l'11 settembre ha dimostrato che nel mondo di oggi non solo gli Stati, ma anche organizzazioni non statuali hanno capacità distruttive di massa, così Wikileaks dimostra che lo spionaggio non è più prerogativa esclusiva degli Stati. Invece di celebrare la libertà di stampa, bisognerebbe chiedersi a chi giova questa immensa operazione di spionaggio, come mai coinvolge solo gli Stati Uniti, mentre non si pretende la medesima "apertura" da regimi come Cina, Russia e Iran, solo per citarne alcuni.

Senza girarci troppo intorno, non credo che Assange sia al soldo di qualche potente dittatura, ma certo il suo è un regalo enorme alle dittature, rivela un'idea distorta - complottistica e infantile al tempo stesso - del potere, che purtroppo sembra avere sempre più presa sui media e sull'opinione pubblica, e in nome della quale rischiamo di disarmare le nostre democrazie; nonché la solita preoccupante visione che vuole gli Stati Uniti, e le democrazie occidentali, sempre su una sorta di banco degli imputati planetario. Spinti dall'irresistibile fascino dell'ignoto che circonda il 'Potere', viene naturale andare a cercare nei meandri degli Stati - solo di quelli democratici ovviamente, approfittando delle libertà che solo le democrazie garantiscono, persino contro loro stesse - la prova delle magagne, salvo poi mostrare al mondo la banalità di un potere nient'affatto inaccessibile, e nient'affatto intento ad intessere chissà quali inconfessabili piani. Insomma, è tutto qui? Dov'è questa diabolica America?

Per quanto riguarda l'Italia, dai file di Wikileaks emergono la trasparenza dell'Eni sui suoi affari in Iran e i rapporti tra il nostro Paese e la Russia, e tra Berlusconi e Putin, che non sono certo un mistero. A prescindere dal giudizio di merito, da sempre, a dispetto di analisi e retroscena che si leggono sui giornali, ritengo che non rappresentino un serio motivo di tensione tra Roma e Washington. Ovvio che gli americani siano sensibili su questo punto e cerchino di "informarsi" su cosa combinano Berlusconi e Putin, o Berlusconi e Gheddafi, ma non è un tema che mette a rischio le buone relazioni tra i due Paesi (tutt'al più Berlusconi potrebbe essere chiamato a riferire alle commissioni affari esteri, non certo al Copasir).

Gli interessi italiani sono alla luce del sole e piuttosto, come ricorda oggi Edward Luttvak al Corriere della Sera, sono stati ben altri, e ben più gravi in passato i motivi di disaccordo e sospetto degli Usa nei nostri confronti: «In Medio Oriente e in Libia con Andreotti, con Craxi in Somalia e nella vicenda dell'Achille Lauro, con il rilascio clandestino del terrorista Abu Abbas. E poi, ancora, con Dini...», o in piena Guerra Fredda con gli investimenti della Fiat in Urss. «Berlusconi parla chiaro: l'alleanza con gli Stati Uniti è strategica per lui; Libia e Russia solo tattica, in difesa degli interessi nazionali, primo tra tutti l'approvvigionamento di gas con l'Eni». Gli alleati «non sono schiavi», osserva Luttvak, capita che per certi interessi nazionali si abbiano pareri diversi. «Gli Stati Uniti - ribadisce a Cnr Media - hanno i loro interessi, l'Italia i suoi, è normale. Possiamo non esserne contenti, e infatti non lo siamo, ma non ci sentiamo traditi. Perché sono cose che l'Italia fa apertamente. Una volta, invece, c'erano tanti sorrisi e poi di nascosto gli italiani facevano i furbi. Andreotti faceva il furbo con gli arabi, Craxi tradiva. Oggi questo non succede».

E comunque sono stati gli Usa e il Regno Unito a sdoganare Gheddafi; è stato proprio Obama a voler inaugurare con la Russia una nuova fase dopo le tensioni durante il secondo mandato di Bush; e comunque nella crisi più acuta dell'ultimo decennio, quella irachena, Berlusconi è stato al fianco dell'America quando sarebbe stato più comodo e politicamente corretto accodarsi al fronte anti-guerra Francia-Germania-Russia; e comunque in Afghanistan siamo tra i pochi alleati ad accrescere il nostro sforzo; e comunque in South Stream entreranno anche i francesi, in North Stream ci sono già tedeschi e francesi, mentre il progetto concorrente, il Nabucco, sponsorizzato da Usa e Ue è di più complessa realizzazione.