I processi politici non iniziano e non finiranno con Berlusconi
Anche su L'Opinione e Notapolitica
Tv e giornali sono pieni di commenti sull'assurdità, o quanto meno sull'eccessiva severità, della condanna inflitta dal Tribunale di Milano a Berlusconi per il caso Ruby, e di sottili analisi politiche sull'impatto che potrà avere la sentenza sulla vita del governo Letta, su quelle "larghe intese" favorite dalla promessa di un processo di "pacificazione" tra Pd e Pdl, proprio a partire dalla figura del Cav. Certo, non può non balzare agli occhi l'estrema debolezza degli elementi probatori a sostegno delle tesi dell'accusa, tanto che c'è del grottesco nel fatto che i giudici per coerenza con la loro sentenza di condanna abbiano dovuto accusare di falsa testimonianza decine e decine di testimoni, compreso il commissario di polizia Giorgia Iafrate, che ha sempre negato di aver subito pressioni per il rilascio di Ruby da parte dell'ex premier. Così come è certo che non tanto dal campo berlusconiano, quanto piuttosto da sinistra arriveranno i maggiori pericoli per il governo Letta: come si può governare insieme al partito di Berlusconi dopo questa sentenza che lo addita come criminale? Chi per ambizioni personali (vedi Renzi), chi per puro antiberlusconismo e giustizialismo, in molti si impegneranno a delegittimare, a provare l'impraticabilità politica delle "larghe intese".
Ma non si vuole qui entrare nel merito del processo Ruby o degli effetti politici della sentenza. Ciò su cui vogliamo concentrarci è la pericolosa illusione in cui molti liberali, o troppo ingenui o in cattiva fede, rischiano di indugiare. Ci si illude - molti in buona fede anche nell'area di centrodestra - che il protagonismo politico di certe procure sia dettato dall'"anomalia" Berlusconi. A torto o a ragione, ce l'hanno con lui. Una volta fatto fuori, tutto tornerà normale. Anzi, una volta spezzato questo incantesimo, rotto questo perverso equilibrio per cui berlusconiani e antiberlusconiani si sorreggono a vicenda, si potrà persino riformare la giustizia.
La realtà purtroppo è molto diversa: Berlusconi è destinato a passare (prima o poi), questa magistratura invece ce la teniamo. Proprio ora che sta riuscendo, dopo vent'anni di accanimento mediatico-giudiziario, a mettere all'angolo Berlusconi, aprendo per lui addirittura la prospettiva non più solo teorica del carcere, la magistratura è più che mai "coperta" e intoccabile politicamente. Il punto è che accrescendosi il suo ruolo politico, si accresce fatalmente anche il suo potere di interdizione rispetto a qualsiasi tentativo di riforma organica della giustizia.
Nonostante non abbia mantenuto le promesse di una riforma generale, e in senso liberale, della giustizia (non vuol essere questa la sede per soppesare colpe e attenuanti), Berlusconi ha sempre rappresentato un vero e proprio argine - quasi fisico - allo strapotere e al ricatto della magistratura sulla politica. All'orizzonte del dopo Berlusconi non si scorge l'eroe che realizzerà i "sogni" che il Cav. ha mancato di realizzare, né la normalizzazione dei rapporti tra politica e giustizia che molti auspicano.
Fuori causa Berlusconi, nessun altro leader ad oggi sembra disporre delle risorse, economiche e di consenso popolare, per resistere un solo mese agli assalti di qualche magistrato politicizzato o solo ansioso di farsi pubblicità. I futuri leader di centrodestra - in modo direttamente proporzionale alla loro determinazione nel voler riformare la giustizia - continueranno ad essere molestati giudiziariamente. E quelli di centrosinistra saranno tenuti per le palle dalla casta dei giudici e dall'estremismo forcaiolo.
Si scoprirà allora che la vera anomalia italiana è il protagonismo politico di certe procure, una magistratura che da ordine autonomo e indipendente come prevede la Costituzione, si è trasformata in un vero e proprio "contro-potere", del tutto fuori controllo, ab solutus, dunque tecnicamente antidemocratico e golpista, che impedirà qualsiasi riforma lo riguardi, rendendo impossibile governare a qualsiasi leader di centrodestra e tenendo in ostaggio il centrosinistra. Un'anomalia che non inizia con Berlusconi e non finirà con lui. Altri leader del campo "moderato", o semplicemente non comunisti, prima di lui, come Craxi e Andreotti, sono stati sottoposti ad una persecuzione mediatico-giudiziaria simile.
Con sentenze come quella di lunedì sul caso Ruby, le procure ipotecano la Terza Repubblica, una Repubblica delle Procure, in cui nessun Parlamento potrà permettersi neanche di discutere una riforma della giustizia sgradita alla magistratura; in cui qualsiasi governo - non credo solo di centrodestra, ma soprattutto di centrodestra - sarà letteralmente sotto il loro ricatto. La nostra rischia di diventare rapidamente, ancor più di quanto non lo sia stata dal 1992 ad oggi, una democrazia sotto tutela da parte di poteri non espressione della volontà popolare. Persino sui singoli parlamentari peserà il pre-giudizio della magistratura, basterà un avviso di garanzia o una richiesta di arresto preventivo per estrometterli dalla vita politica, quasi come in Iran, dove spetta al Consiglio dei Guardiani l'ultima parola sulle candidature.
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Wednesday, June 26, 2013
Monday, November 29, 2010
La sbronza globale per Wikiflop
... e il solito assist alle dittature
I Paesi arabi che fremono per un attacco militare contro l'Iran per fermare il programma nucleare; il governo cinese dietro gli attacchi cibernetici; la corruzione in Afghanistan e l'ansia per il controllo delle testate nucleari pakistane; la Russia «virtualmente uno Stato della mafia» o «un'oligarchia nelle mani dei servizi di sicurezza»; le offerte in denaro per convincere alcuni Paesi ad ospitare i detenuti di Guantanamo; la rinuncia allo scudo antimissile servita a ottenere la collaborazione russa nel dossier iraniano; i missili passati dalla Corea del Nord all'Iran; le armi dalla Siria ad Hezbollah e i sauditi che finanziano al Qaeda. Questi i non-segreti, anzi le cose arcinote che emergono dai cables trafugati da Wikileaks e passati alle principali testate planetarie (snobbati Corriere e Repubblica!).
Anche sui leader una serie di non-notizie e di sentito dire. E allora ecco le bizzarrie di Gheddafi, ecco che Ahmadinejad, Chavez e Mugabe sono definiti «pazzi», la salute di Khamenei è compromessa, Assad e Netanyahu non mantengono le promesse, Erdogan è influenzato da collaboratori e media islamisti, Sarkozy è permaloso e Berlusconi festaiolo. Fonti di terz'ordine, diplomatici e funzionari la cui principale attività notoriamente è di leggere i giornali (e in Italia c'è di che leggere su Berlusconi, non c'è dubbio), giudizi poco qualificati, parziali, incompleti, non definitivi, che non rappresentano le valutazioni, e ancor meno le linee politiche di Washington, ma che vengono elevati di rango, presentati come chissà quali "segreti", con il rischio concreto di gettare nel caos i rapporti tra alleati e non.
Nulla che già non sapessimo, o non avessimo comunque intuito usando la logica, ma i media tutti a fare il gioco di quel furbetto di Assange. Ma se nei contenuti il danno è piuttosto limitato, e l'evento di Wikileaks da questo punto di vista somiglia a un flop, seria è invece la turbativa politico-diplomatica, che potrebbe vanificare gli sforzi per la stabilità in varie aree del mondo, e quindi minacciare la sicurezza; è di per sé dannosa e destabilizzante la sensazione di vulnerabilità degli Stati Uniti rispetto ai loro interlocutori e avversari autocratici; ma soprattutto è grave culturalmente il malinteso su cui si basa l'intera operazione Wikileaks, ovvero uno splendido esempio di come manipolare i principi della democrazia contro di essa, che culmina con l'accusa lanciata oggi da Assange all'amministrazione Obama di essere un «regime che non crede nella libertà di stampa».
Questa non è libertà di stampa, è puro e semplice spionaggio, da cui occorre difendersi, perché mette a repentaglio la nostra sicurezza. Un conto è denunciare una malefatta governativa come lo scandalo Watergate, altra cosa è violare la necessaria riservatezza in cui opera normalmente (e a cui ha diritto, come un individuo) qualsiasi istituzione - la diplomazia, ma anche un'azienda o una procura durante un'indagine - con il rischio (o l'intenzione?) di sabotarne l'azione. Nessuna istituzione - che sia uno Stato o una normalissima famiglia - può sopravvivere alla trasparenza totale (o, piuttosto, al suo mito) senza che il sospetto e le incomprensioni ne compromettano irremediabilmente il corretto funzionamento.
Se l'11 settembre ha dimostrato che nel mondo di oggi non solo gli Stati, ma anche organizzazioni non statuali hanno capacità distruttive di massa, così Wikileaks dimostra che lo spionaggio non è più prerogativa esclusiva degli Stati. Invece di celebrare la libertà di stampa, bisognerebbe chiedersi a chi giova questa immensa operazione di spionaggio, come mai coinvolge solo gli Stati Uniti, mentre non si pretende la medesima "apertura" da regimi come Cina, Russia e Iran, solo per citarne alcuni.
Senza girarci troppo intorno, non credo che Assange sia al soldo di qualche potente dittatura, ma certo il suo è un regalo enorme alle dittature, rivela un'idea distorta - complottistica e infantile al tempo stesso - del potere, che purtroppo sembra avere sempre più presa sui media e sull'opinione pubblica, e in nome della quale rischiamo di disarmare le nostre democrazie; nonché la solita preoccupante visione che vuole gli Stati Uniti, e le democrazie occidentali, sempre su una sorta di banco degli imputati planetario. Spinti dall'irresistibile fascino dell'ignoto che circonda il 'Potere', viene naturale andare a cercare nei meandri degli Stati - solo di quelli democratici ovviamente, approfittando delle libertà che solo le democrazie garantiscono, persino contro loro stesse - la prova delle magagne, salvo poi mostrare al mondo la banalità di un potere nient'affatto inaccessibile, e nient'affatto intento ad intessere chissà quali inconfessabili piani. Insomma, è tutto qui? Dov'è questa diabolica America?
Per quanto riguarda l'Italia, dai file di Wikileaks emergono la trasparenza dell'Eni sui suoi affari in Iran e i rapporti tra il nostro Paese e la Russia, e tra Berlusconi e Putin, che non sono certo un mistero. A prescindere dal giudizio di merito, da sempre, a dispetto di analisi e retroscena che si leggono sui giornali, ritengo che non rappresentino un serio motivo di tensione tra Roma e Washington. Ovvio che gli americani siano sensibili su questo punto e cerchino di "informarsi" su cosa combinano Berlusconi e Putin, o Berlusconi e Gheddafi, ma non è un tema che mette a rischio le buone relazioni tra i due Paesi (tutt'al più Berlusconi potrebbe essere chiamato a riferire alle commissioni affari esteri, non certo al Copasir).
Gli interessi italiani sono alla luce del sole e piuttosto, come ricorda oggi Edward Luttvak al Corriere della Sera, sono stati ben altri, e ben più gravi in passato i motivi di disaccordo e sospetto degli Usa nei nostri confronti: «In Medio Oriente e in Libia con Andreotti, con Craxi in Somalia e nella vicenda dell'Achille Lauro, con il rilascio clandestino del terrorista Abu Abbas. E poi, ancora, con Dini...», o in piena Guerra Fredda con gli investimenti della Fiat in Urss. «Berlusconi parla chiaro: l'alleanza con gli Stati Uniti è strategica per lui; Libia e Russia solo tattica, in difesa degli interessi nazionali, primo tra tutti l'approvvigionamento di gas con l'Eni». Gli alleati «non sono schiavi», osserva Luttvak, capita che per certi interessi nazionali si abbiano pareri diversi. «Gli Stati Uniti - ribadisce a Cnr Media - hanno i loro interessi, l'Italia i suoi, è normale. Possiamo non esserne contenti, e infatti non lo siamo, ma non ci sentiamo traditi. Perché sono cose che l'Italia fa apertamente. Una volta, invece, c'erano tanti sorrisi e poi di nascosto gli italiani facevano i furbi. Andreotti faceva il furbo con gli arabi, Craxi tradiva. Oggi questo non succede».
E comunque sono stati gli Usa e il Regno Unito a sdoganare Gheddafi; è stato proprio Obama a voler inaugurare con la Russia una nuova fase dopo le tensioni durante il secondo mandato di Bush; e comunque nella crisi più acuta dell'ultimo decennio, quella irachena, Berlusconi è stato al fianco dell'America quando sarebbe stato più comodo e politicamente corretto accodarsi al fronte anti-guerra Francia-Germania-Russia; e comunque in Afghanistan siamo tra i pochi alleati ad accrescere il nostro sforzo; e comunque in South Stream entreranno anche i francesi, in North Stream ci sono già tedeschi e francesi, mentre il progetto concorrente, il Nabucco, sponsorizzato da Usa e Ue è di più complessa realizzazione.
I Paesi arabi che fremono per un attacco militare contro l'Iran per fermare il programma nucleare; il governo cinese dietro gli attacchi cibernetici; la corruzione in Afghanistan e l'ansia per il controllo delle testate nucleari pakistane; la Russia «virtualmente uno Stato della mafia» o «un'oligarchia nelle mani dei servizi di sicurezza»; le offerte in denaro per convincere alcuni Paesi ad ospitare i detenuti di Guantanamo; la rinuncia allo scudo antimissile servita a ottenere la collaborazione russa nel dossier iraniano; i missili passati dalla Corea del Nord all'Iran; le armi dalla Siria ad Hezbollah e i sauditi che finanziano al Qaeda. Questi i non-segreti, anzi le cose arcinote che emergono dai cables trafugati da Wikileaks e passati alle principali testate planetarie (snobbati Corriere e Repubblica!).
Anche sui leader una serie di non-notizie e di sentito dire. E allora ecco le bizzarrie di Gheddafi, ecco che Ahmadinejad, Chavez e Mugabe sono definiti «pazzi», la salute di Khamenei è compromessa, Assad e Netanyahu non mantengono le promesse, Erdogan è influenzato da collaboratori e media islamisti, Sarkozy è permaloso e Berlusconi festaiolo. Fonti di terz'ordine, diplomatici e funzionari la cui principale attività notoriamente è di leggere i giornali (e in Italia c'è di che leggere su Berlusconi, non c'è dubbio), giudizi poco qualificati, parziali, incompleti, non definitivi, che non rappresentano le valutazioni, e ancor meno le linee politiche di Washington, ma che vengono elevati di rango, presentati come chissà quali "segreti", con il rischio concreto di gettare nel caos i rapporti tra alleati e non.
Nulla che già non sapessimo, o non avessimo comunque intuito usando la logica, ma i media tutti a fare il gioco di quel furbetto di Assange. Ma se nei contenuti il danno è piuttosto limitato, e l'evento di Wikileaks da questo punto di vista somiglia a un flop, seria è invece la turbativa politico-diplomatica, che potrebbe vanificare gli sforzi per la stabilità in varie aree del mondo, e quindi minacciare la sicurezza; è di per sé dannosa e destabilizzante la sensazione di vulnerabilità degli Stati Uniti rispetto ai loro interlocutori e avversari autocratici; ma soprattutto è grave culturalmente il malinteso su cui si basa l'intera operazione Wikileaks, ovvero uno splendido esempio di come manipolare i principi della democrazia contro di essa, che culmina con l'accusa lanciata oggi da Assange all'amministrazione Obama di essere un «regime che non crede nella libertà di stampa».
Questa non è libertà di stampa, è puro e semplice spionaggio, da cui occorre difendersi, perché mette a repentaglio la nostra sicurezza. Un conto è denunciare una malefatta governativa come lo scandalo Watergate, altra cosa è violare la necessaria riservatezza in cui opera normalmente (e a cui ha diritto, come un individuo) qualsiasi istituzione - la diplomazia, ma anche un'azienda o una procura durante un'indagine - con il rischio (o l'intenzione?) di sabotarne l'azione. Nessuna istituzione - che sia uno Stato o una normalissima famiglia - può sopravvivere alla trasparenza totale (o, piuttosto, al suo mito) senza che il sospetto e le incomprensioni ne compromettano irremediabilmente il corretto funzionamento.
Se l'11 settembre ha dimostrato che nel mondo di oggi non solo gli Stati, ma anche organizzazioni non statuali hanno capacità distruttive di massa, così Wikileaks dimostra che lo spionaggio non è più prerogativa esclusiva degli Stati. Invece di celebrare la libertà di stampa, bisognerebbe chiedersi a chi giova questa immensa operazione di spionaggio, come mai coinvolge solo gli Stati Uniti, mentre non si pretende la medesima "apertura" da regimi come Cina, Russia e Iran, solo per citarne alcuni.
Senza girarci troppo intorno, non credo che Assange sia al soldo di qualche potente dittatura, ma certo il suo è un regalo enorme alle dittature, rivela un'idea distorta - complottistica e infantile al tempo stesso - del potere, che purtroppo sembra avere sempre più presa sui media e sull'opinione pubblica, e in nome della quale rischiamo di disarmare le nostre democrazie; nonché la solita preoccupante visione che vuole gli Stati Uniti, e le democrazie occidentali, sempre su una sorta di banco degli imputati planetario. Spinti dall'irresistibile fascino dell'ignoto che circonda il 'Potere', viene naturale andare a cercare nei meandri degli Stati - solo di quelli democratici ovviamente, approfittando delle libertà che solo le democrazie garantiscono, persino contro loro stesse - la prova delle magagne, salvo poi mostrare al mondo la banalità di un potere nient'affatto inaccessibile, e nient'affatto intento ad intessere chissà quali inconfessabili piani. Insomma, è tutto qui? Dov'è questa diabolica America?
Per quanto riguarda l'Italia, dai file di Wikileaks emergono la trasparenza dell'Eni sui suoi affari in Iran e i rapporti tra il nostro Paese e la Russia, e tra Berlusconi e Putin, che non sono certo un mistero. A prescindere dal giudizio di merito, da sempre, a dispetto di analisi e retroscena che si leggono sui giornali, ritengo che non rappresentino un serio motivo di tensione tra Roma e Washington. Ovvio che gli americani siano sensibili su questo punto e cerchino di "informarsi" su cosa combinano Berlusconi e Putin, o Berlusconi e Gheddafi, ma non è un tema che mette a rischio le buone relazioni tra i due Paesi (tutt'al più Berlusconi potrebbe essere chiamato a riferire alle commissioni affari esteri, non certo al Copasir).
Gli interessi italiani sono alla luce del sole e piuttosto, come ricorda oggi Edward Luttvak al Corriere della Sera, sono stati ben altri, e ben più gravi in passato i motivi di disaccordo e sospetto degli Usa nei nostri confronti: «In Medio Oriente e in Libia con Andreotti, con Craxi in Somalia e nella vicenda dell'Achille Lauro, con il rilascio clandestino del terrorista Abu Abbas. E poi, ancora, con Dini...», o in piena Guerra Fredda con gli investimenti della Fiat in Urss. «Berlusconi parla chiaro: l'alleanza con gli Stati Uniti è strategica per lui; Libia e Russia solo tattica, in difesa degli interessi nazionali, primo tra tutti l'approvvigionamento di gas con l'Eni». Gli alleati «non sono schiavi», osserva Luttvak, capita che per certi interessi nazionali si abbiano pareri diversi. «Gli Stati Uniti - ribadisce a Cnr Media - hanno i loro interessi, l'Italia i suoi, è normale. Possiamo non esserne contenti, e infatti non lo siamo, ma non ci sentiamo traditi. Perché sono cose che l'Italia fa apertamente. Una volta, invece, c'erano tanti sorrisi e poi di nascosto gli italiani facevano i furbi. Andreotti faceva il furbo con gli arabi, Craxi tradiva. Oggi questo non succede».
E comunque sono stati gli Usa e il Regno Unito a sdoganare Gheddafi; è stato proprio Obama a voler inaugurare con la Russia una nuova fase dopo le tensioni durante il secondo mandato di Bush; e comunque nella crisi più acuta dell'ultimo decennio, quella irachena, Berlusconi è stato al fianco dell'America quando sarebbe stato più comodo e politicamente corretto accodarsi al fronte anti-guerra Francia-Germania-Russia; e comunque in Afghanistan siamo tra i pochi alleati ad accrescere il nostro sforzo; e comunque in South Stream entreranno anche i francesi, in North Stream ci sono già tedeschi e francesi, mentre il progetto concorrente, il Nabucco, sponsorizzato da Usa e Ue è di più complessa realizzazione.
Thursday, June 11, 2009
Mi vergogno anche della politica estera degli anni '80
Fortunatamente, in extremis, è stata risparmiata al nostro Senato una pesante umiliazione. E Schifani almeno ha auspicato il «pieno rispetto dei diritti umani riconosciuti dalla Comunità internazionale». Ma abbiamo comunque offerto a Gheddafi una tribuna per la sua retorica anti-americana, cosa di cui a Washington non saranno contenti.
Torno sulla visita di Gheddafi anche per segnalare un commento, quello di Roberto Perotti, sul Sole 24 Ore di oggi, che mi pare condivisibilissimo per quanti, come me, non ritengono scandalosi il trattato di amicizia e gli accordi con la Libia ma hanno trovato francamente eccessivi e stomachevoli gli onori tributati in queste ore al leader libico. Aggiungo però che uno scandalo ancora maggiore avrebbero dovuto suscitarlo, e dovrebbero suscitarlo tuttora, le politiche andreottiane e craxiane nei confronti della Libia negli anni '80 - quando addirittura abbassavamo la testa di fronte a un Gheddafi aggressivo e minaccioso - e nei confronti del mondo arabo in generale e persino delle organizzazioni terroristiche. Della politica estera italiana di allora nessuno si vergogna?
Perotti osserva che a non parlare con i dittatori, «alla fine, a rimetterci sono i paesi più piccoli, contro i quali si fa una bella figura a ergersi a paladini dei diritti umani, senza però subire troppe conseguenze sul piano economico... così come sarebbe ipocrita rifiutarsi di fare affari con il colonnello». Se da una parte c'è questa ipocrisia, è anche vero che «quanto avviene in questi giorni va però ben al di là del necessario», che sono il trattato, gli accordi, i rapporti commerciali.
Perotti ben individua i motivi di questa calorosa accoglienza: nel suo piccolo, il fondo sovrano libico ci torna utile per ricapitalizzare banche e aziende (è ovvio che l'etica di impresa di cui straparlando ministri e industriali va a farsi fottere); il secondo motivo è che «vorremmo rifilargli un po' d'immigrati illegali». Vanno bene i respingimenti, meno bene disinteressarci di come a pochi chilometri dalle nostre coste vengono trattati gli immigrati ma anche gli stessi cittadini libici. Poi Perotti spiega perfettamente le cause della debolezza e dell'irrilevanza della nostra politica estera:
Torno sulla visita di Gheddafi anche per segnalare un commento, quello di Roberto Perotti, sul Sole 24 Ore di oggi, che mi pare condivisibilissimo per quanti, come me, non ritengono scandalosi il trattato di amicizia e gli accordi con la Libia ma hanno trovato francamente eccessivi e stomachevoli gli onori tributati in queste ore al leader libico. Aggiungo però che uno scandalo ancora maggiore avrebbero dovuto suscitarlo, e dovrebbero suscitarlo tuttora, le politiche andreottiane e craxiane nei confronti della Libia negli anni '80 - quando addirittura abbassavamo la testa di fronte a un Gheddafi aggressivo e minaccioso - e nei confronti del mondo arabo in generale e persino delle organizzazioni terroristiche. Della politica estera italiana di allora nessuno si vergogna?
Perotti osserva che a non parlare con i dittatori, «alla fine, a rimetterci sono i paesi più piccoli, contro i quali si fa una bella figura a ergersi a paladini dei diritti umani, senza però subire troppe conseguenze sul piano economico... così come sarebbe ipocrita rifiutarsi di fare affari con il colonnello». Se da una parte c'è questa ipocrisia, è anche vero che «quanto avviene in questi giorni va però ben al di là del necessario», che sono il trattato, gli accordi, i rapporti commerciali.
Perotti ben individua i motivi di questa calorosa accoglienza: nel suo piccolo, il fondo sovrano libico ci torna utile per ricapitalizzare banche e aziende (è ovvio che l'etica di impresa di cui straparlando ministri e industriali va a farsi fottere); il secondo motivo è che «vorremmo rifilargli un po' d'immigrati illegali». Vanno bene i respingimenti, meno bene disinteressarci di come a pochi chilometri dalle nostre coste vengono trattati gli immigrati ma anche gli stessi cittadini libici. Poi Perotti spiega perfettamente le cause della debolezza e dell'irrilevanza della nostra politica estera:
«Una conseguenza inevitabile del susseguirsi incessante di governi improvvisati, e di tante piccole furberie che a noi sembravano sottili equilibrismi di statisti consumati ma che all'estero apparivano solo come frutto di politici inesperti e inaffidabili. Per rifarsi una patina di rispettabilità internazionale, il punto di partenza più naturale è il teatro dietro casa, il Mediterraneo. Purtroppo per noi, a tutti gli altri una tale politica appare terribilmente provinciale. Queste aspirazioni si saldano con il terzomondismo dormiente in molti ambienti italiani, secondo cui Gheddafi, con tutti i suoi problemi, è un interlocuotre accettabile perché proviene pur sempre dalla parte "politicamente corretta" del mondo. E' questa una motivazione che ha svolto un ruolo fondamentale negli anni '80 e '90, quando diversi governi di centro-sinistra hanno corteggiato Gheddafi per fare uno sgarbo all'alleato americano e mettersi a posto la vecchia coscienza militante, e che forse spiega il coinvolgimento anche di certi ambienti della sinistra (come la Fondazione Italianieuropei) nello spettacolo di questi giorni».Si riferisce al nostro al-Dalemah. Infine, il «degrado» dell'università italiana. Perotti osserva come l'intervento del dittatore libico a La Sapienza e la laurea honoris causa a Sassari non abbiano sollevato indignazione e proteste paragonabili a quelle contro la visita di Papa Benedetto XVI.
Wednesday, March 21, 2007
A nome di chi parlano Intini e Craxi?
Prosegue la ricreazione di viceministri e sottosegretari agli Esteri che parlano a vanvera facendo danni forse senza neanche rendersene conto. Dopo Intini, anche Bobo Craxi, se è vero quanto afferma il premier palestinese di Hamas al Corriere («Craxi mi ha assicurato di appoggiare lo stop all'embargo»), avrebbe posto il nostro paese al di fuori della linea del Quartetto nei rapporti con il governo palestinese.
Mentre nelle stesse ore, all'Onu, il ministro degli Esteri D'Alema dichiarava che «il nuovo governo palestinese deve rispettare le richieste del Quartetto».
Ribadiamo la domanda che vale per Intini: l'Italia si sta sfilando da quella linea? E se sì, sono Craxi e Intini a doverne esprimere un'altra? O sono entrambi degli incompetenti?
Mentre nelle stesse ore, all'Onu, il ministro degli Esteri D'Alema dichiarava che «il nuovo governo palestinese deve rispettare le richieste del Quartetto».
Ribadiamo la domanda che vale per Intini: l'Italia si sta sfilando da quella linea? E se sì, sono Craxi e Intini a doverne esprimere un'altra? O sono entrambi degli incompetenti?
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