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Wednesday, March 22, 2017

Trump e la sua squadra "sorvegliati" dall'amministrazione Obama, ma per sbaglio...

Pubblicato su L'Intraprendente

Boom! Le comunicazioni del team Trump, e presumibilmente dello stesso Trump, sono state intercettate da agenzie di intelligence durante l'amministrazione Obama. E' quanto risulta al presidente della Commissione Intelligence della Camera, Devin Nunes, che lo ha riferito alla stampa leggendo una dichiarazione. Ecco quanto risulta a Nunes.

1) Tale sorveglianza sarebbe stata "legalmente autorizzata", ma non nell'ambito dell'indagine dell'FBI sulle interferenze russe nelle elezioni, bensì sulla base di un mandato FISA (Foreign Intelligence Surveillance Act) evidentemente richiesto da altre agenzie di intelligence federali. Ne avevamo parlato qui un paio di settimane fa.

2) E' "possibile" che alcune delle comunicazioni dello stesso Trump siano state intercettate.

3) Le comunicazioni sarebbero state intercettate "accidentalmente" (ma "in numerose occasioni"), nel senso che Trump e i suoi collaboratori non sarebbero stati l'oggetto del mandato di sorveglianza. Il che può accadere quando una persona comunica con un obiettivo della sorveglianza FISA. In tali casi, l'identità dei cittadini americani coinvolti dovrebbe rimanere segreta, ma può essere rivelata da funzionari di intelligence in alcune circostanze... In questo caso è stata rivelata, e comunicata alla stampa (!), anche se...

4) Le informazioni raccolte durante il monitoraggio erano secondo Nunes di scarso, o nessun valore di intelligence, ma sono state "ampiamente disseminate nella comunità di intelligence". Si tratta di "molte informazioni sul presidente eletto, il suo transition team, e su cosa stavano facendo".

5) Oltre all'ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, l'identità di altri membri del transition team intercettati è stata rivelata nei rapporti di intelligence.

Le informazioni raccolte da Nunes – pur avendo, per la carica che ricopre, una certa credibilità – andranno comunque confermate, ma tutto questo somiglia terribilmente a quanto denunciato dallo stesso Trump nei suoi tweet e a quanto avevamo ipotizzato un paio di settimane fa.

E se lo saranno, qualcuno dovrà spiegare chi ha richiesto il mandato FISA, nei confronti di quali agenti esteri, e per quali motivi. E soprattutto come è potuto accadere che le informazioni raccolte dalle comunicazioni del team Trump intercettate siano finite alla stampa anziché essere distrutte, se irrilevanti.

La cosa surreale di tutta questa vicenda, se confermata, è che si poteva in realtà desumere dalle decine di articoli pubblicati in questi mesi da NYT, WaPo e BBC, sui "contatti" tra il team Trump e la Russia. Certi "leaks" da loro riportati infatti non possono che essere il frutto di un'attività di sorveglianza. Che nelle "cuffie" delle agenzie federali guidate da Obama le comunicazioni di Trump e dei suoi collaboratori siano finite per caso, "accidentalmente", si può dubitare. Nel senso che con un po' di malizia si può sospettare che le finalità del mandato FISA siano state strumentalizzate per mettere sotto controllo il nuovo presidente e usare le informazioni raccolte per delegittimarlo, com'è poi avvenuto. Ma a questo punto poco importa, perché ammesso che tutto sia avvenuto legalmente e accidentalmente, la diffusione delle informazioni così raccolte prima all'intera comunità di intelligence e da qui alla stampa è sicuramente illegale e presenta tutti i caratteri di una cospirazione politica ai danni dell'amministrazione Trump a cui avrebbero partecipato figure di primo piano del sottogoverno di Obama.

Friday, March 10, 2017

Dal Russia-gate al Watergate di Obama

La storia che la Russia avrebbe "hackerato" le elezioni presidenziali per far vincere Trump, con la sua complicità, sta evaporando. Ciò che resta sono le trame di Obama contro il suo successore

Si tratta di un caso tipico di conseguenze non intenzionali. Continuare ad alimentare, a forza di leaks, il sospetto che Trump fosse in combutta con i russi per "hackerare" le elezioni presidenziali, senza poter ancora, dopo mesi, esibire una prova, porta prima o poi a chiedersi chi, perché e come ha raccolto tutte queste informazioni, che possono, appunto, alimentare un sospetto, ma non costituire una prova.

Allora la serie di tweet di Trump di sabato mattina sembra aver avuto l'effetto di un colpo d'avvertimento: attenzione, perché se questa campagna continua, qualcuno si dovrà assumere la responsabilità di un'indagine politicamente scandalosa, che non ha prodotto alcuna prova, e di fughe di notizie illegali. E così, improvvisamente, sono gli stessi media ad aver costruito quella narrazione, corredata di indagini e intercettazioni riferite da fonti di intelligence e governative, a chiedere a Trump "le prove" di qualcosa che viene scritto da settimane nei loro stessi resoconti (a meno che non siano disposti ad ammettere che si sono inventati tutto di sana pianta).

Per mesi, infatti, i grandi media e i Democratici hanno spacciato la storia che la Russia avrebbe "hackerato" le elezioni presidenziali. Una vera e propria "fake news", dal momento che il processo di voto è stato perfettamente regolare, nessuno lo ha manomesso. L'azione più rilevante attribuita al governo russo sarebbe stata l'hackeraggio degli account e-mail di alcuni esponenti del Partito democratico alcuni mesi prima del voto. All'interno di questa narrazione, è stata inserita quella secondo cui la campagna Trump era complice della Russia nell'"hackerare" le elezioni. Il tutto con l'evidente obiettivo di delegittimare l'esito del voto dell'8 novembre e bollare Trump come un usurpatore.

A sostegno di questa duplice narrazione, che oggi sta letteralmente evaporando, la presunta complicità di Trump nel presunto complotto della Russia per "truccare" le elezioni, per aiutarlo a vincere, giornali come il New York Times, con articoli come quello del 19 gennaio, hanno riportato dettagli di attività investigative di "counterintelligence" da parte dell'FBI e delle agenzie di intelligence, lasciando intendere che per il solo fatto che se ne siano occupate così intensamente ci dovessero essere serie ragioni per crederci. L'indagine, hanno riportato, è "ampia", include mandati FISA, "comunicazioni intercettate", in rapporti forniti dalla Casa Bianca. Per mesi, hanno suggestionato il loro pubblico con questa teoria cospiratoria.

Se a un certo punto, come osserva Andrew C. McCarthy su National Review, "prove convincenti di una collusione tra la campagna Trump e la Russia per rubare l'elezione non si materializzano, la questione molto più interessante diventa 'come il governo ha ottenuto tutte queste informazioni passate ai media per mettere in piedi questa storia?'. E la risposta più plausibile - osserva McCarthy - è che l'amministrazione Obama, tramite il Dipartimento di giustizia e l'FBI, stava investigando sui collaboratori del candidato alle presidenziali del partito di opposizione, e forse sul candidato stesso, durante la campagna. Come spiegare altrimenti tutti i dettagli di indagine, molti classificati, quindi diffusi illegalmente, passati alla stampa? In breve - conclude McCarthy - i media e i Democratici hanno giocato col fuoco per mesi. L'uso di risorse di sicurezza nazionale e della giustizia per condurre un'indagine sull'avversario politico durante una campagna elettorale è sempre stata una storia potenzialmente esplosiva. E a parti invertite, un'amministrazione repubblicana che avesse investigato su esponenti legati alla campagna di un candidato democratico, ci saremmo trovati nel mezzo di una copertura tipo Watergate 2.0".

Ora che la condotta dell'amministrazione Obama, e dell'ex presidente in persona, è stata chiamata in causa dai tweet del presidente Trump, pur non essendoci ragioni al momento per credere che sia stato personalmente intercettato, gli stessi media sembrano cadere dalle nuvole e battere in ritirata rispetto all'indagine che loro stessi hanno riportato a sostegno della teoria cospiratoria. Ma quale sorveglianza? Quale FISA? Quali intercettazioni? Che prove avete?

Ora che, improvvisamente, sembra quasi si voglia far credere che non ci sia stata alcuna reale indagine su Trump e la sua campagna, è ancora più evidente che non c'è alcuna reale prova di una collusione tra il neo presidente e la Russia, e che l'elezione non è stata "hackerata" dai russi. Si tratta di un'invenzione basata sul fiume di "leaks" arrivati selettivamente alla stampa dalla sorveglianza della campagna prima, e del transition team di Trump poi, da parte dell'amministrazione Obama.

La sinistra ha inventato il termine "fake news" per denunciare la propaganda e la disinformazione usate da Trump e dai populisti in generale, e ora il termine calza alla perfezione agli sforzi dei media di sinistra per delegittimare e demonizzare l'amministrazione Trump. "I media e i repubblicani anti-Trump - osserva Victor Davis Hanson su National Review - hanno denunciato come inappropriate ad un presidente le sconsiderate e puerili buffonate di Trump. Forse, ma possono aver dimenticato l'astuzia e l'istinto animale di Trump: ogni volta che Trump solleva impulsivamente questioni controverse in modo rozzo... il sistema mediatico insegue e conferma l'essenza degli allarmi altrimenti avventati di Trump. Stiamo imparando che Trump è impreciso e maldestro, ma spesso preveggente; i suoi avversari, di solito ponderati e precisi, ma in malafede".

Il paradosso da cui non si scappa è che le agenzie di intelligence e l'FBI dell'amministrazione Obama hanno indagato su Trump, i suoi collaboratori, il transition team, per i legami con la Russia, ricorrendo anche a intercettazioni, per motivi di sicurezza nazionale, senza trovare "evidence" di una collusione, mentre hanno deciso di non incriminare la candidata "amica" Hillary Clinton, pur essendoci prova di un comportamento illecito che ha messo certamente a rischio proprio la sicurezza nazionale, con probabilità altissima di hackeraggio di migliaia di email contenenti anche conversazioni e informazioni classificate, da parte di potenze straniere (Russia inclusa). E nonostante le "no evidence" del complotto Trump-Russia, i giornali hanno perseverato con la loro campagna proprio grazie allo stesso tipo di leaks che qui da noi condanniamo perché illegali (e perché oggi colpiscono Renzi e non più Berlusconi...).

Un altro paradosso riguarda i rapporti con la Russia. Per le sue aperture nei confronti di Mosca, per una normalizzazione dei rapporti, Trump è stato accusato di essere una marionetta di Putin. Bizzarro, dal momento che proprio Hillary Clinton per conto di Obama è andata a Mosca per premere il pulsante di "reset" nei rapporti fra le due potenze. Per non parlare dell'accantonamento dello scudo antimissile in Europa Orientale, del fuori-onda di Obama in cui raccomanda all'allora presidente russo Medvedev di riferire a "Vladimir" che dopo la rielezione del 2012 sarebbe stato ancora più "flessibile". E' lo stesso Obama che in campagna elettorale ridicolizzava gli avversari repubblicani, prima McCain poi Romney, perché consideravano la Russia il principale avversario degli Stati Uniti. Ed è durante gli otto anni di Obama che gli Stati Uniti non hanno praticamente reagito all'annessione della Crimea da parte russa e alla guerra per procura in Ucraina orientale. E ancora, che Mosca sta ottenendo successi militari e geopolitici impensabili in Medio Oriente, dalla Siria alla Libia. Al contrario, Trump ha in programma di incrementare la produzione petrolifera interna, aumentare la spesa militare e rinnovare l'arsenale nucleare, non esattamente dei "favori" alla Russia... Come ha osservato Walter Russell Mead, "se Trump è davvero una marionetta di Putin, la sua politica estera comincerà a somigliare molto più a quella di Obama".

Monday, March 06, 2017

Tutte le impronte di Obama sulla campagna di sabotaggio (e spionaggio?) ai danni dell'amministrazione Trump

Versione ridotta pubblicata su L'Intraprendente

Un caso politico gigantesco le cui prove sono fornite da settimane non dai tweet di Trump, ma dagli stessi grandi media che cavalcano il Russia-gate

Una premessa di contesto è d'obbligo per i lettori italiani: di inaudito e senza precedenti nelle prime settimane di presidenza Trump non sono i tweet del tycoon, o i contatti di alcuni membri del suo team con l'ambasciatore russo a Washington (a cosa dovrebbe servire un ambasciatore accreditato se non a tenere contatti politici in una capitale straniera?), ma gli sforzi del sottogoverno di Obama, e probabilmente dell'ex presidente in persona, per minare il cammino della nuova amministrazione e tentare addirittura di precostituire le basi legali per un eventuale impeachment del neo presidente. L'ultimo caso, che ha coinvolto l'Attorney General appena nominato Jeff Sessions, dimostra che contro l'amministrazione Trump è in corso una pura caccia alle streghe pianificata da uomini del sottogoverno di Obama, di sponda con la stampa amica, con metodi che a parti invertite si sarebbero definiti maccartisti. Che poi, se uno deve organizzarsi con il governo russo per influenzare le elezioni americane, incontrare nel proprio ufficio al Senato l'ambasciatore non è proprio una gran furbata per non essere scoperti...

Ma sono sempre più evidenti le impronte lasciate da Obama nei tentativi di vero e proprio sabotaggio e, forse, anche di spionaggio, ai danni di Trump. Solo sette giorni prima di andarsene, come riportato da Usa Today, l'allora presidente ha modificato la linea di successione al Dipartimento di giustizia in modo che un suo uomo si trovasse a supervisionare l'indagine sui legami Trump-Russia nel caso l'Attorney General Sessions fosse stato costretto a ricusarsi (come poi è avvenuto). E come riportato dal New York Times, solo 14 giorni prima di lasciare, Obama ha esteso i poteri della NSA per consentirle di condividere le "comunicazioni personali intercettate" con altre 16 agenzie federali prima di applicare le restrizioni previste dalla tutela della privacy, in modo che funzionari a lui fedeli ovunque nell'amministrazione potessero più facilmente avere accesso e passare alla stampa amica passaggi attentamente selezionati. Lo stesso NYT ha riportato che negli ultimissimi giorni di presidenza Obama alcuni funzionari della Casa Bianca si sono fatti in quattro per assicurarsi che le informazioni di intelligence sui legami Trump-Russia fossero preservate e diffuse il più possibile tra le agenzie governative, ad uso e consumo di eventuali ulteriori indagini e della stampa.

Ed è sempre il NYT a riportare, il giorno prima dell'insediamento di Trump, che FBI, CIA, NSA e unità crimini finanziari del Dipartimento del Tesoro stavano esaminando "comunicazioni intercettate e transazioni finanziarie nell'ambito di un'ampia indagine sui possibili legami" tra il team Trump e la Russia, pur "non avendo trovato alcuna prova conclusiva di illeciti". E attenzione, aggiungendo: "Un funzionario riferisce che i report dell'intelligence basati su alcune delle comunicazioni intercettate sono stati forniti dalla Casa Bianca". Boom! E' il NYT a scriverlo, non Trump nei suoi tweet. Quindi, o giornali come New York Times, Washington Post e Guardian in queste settimane hanno inventato bufale al solo scopo di infangare l'amministrazione Trump, oppure l'amministrazione Obama ha effettivamente spiato un avversario politico (la campagna Trump, il transition team, alcuni suoi collaboratori, o anche Trump in persona?) durante la campagna presidenziale e la Casa Bianca ne era a conoscenza.

Questa sì, è una condotta senza precedenti. Proviamo a immaginare cosa sarebbe accaduto se nel 2009 l'uscente George W. Bush avesse cercato di mettere i bastoni tra le ruote a Barack Obama. E avrebbe avuto qualche pretesto, visto che con lo stesso metro di giudizio usato oggi nei confronti di Trump, allora Obama avrebbe potuto essere accusato di connivenze con Mosca e Teheran per le sue dichiarate politiche di appeasement. Trump ha cercato fino all'ultimo di non polemizzare con il suo predecessore a cui, nonostante tutti i siluri provenienti da funzionari obamiani, ha sempre riservato parole di apprezzamento. Fino alla serie di tweet di sabato mattina, in cui ha denunciato che l'amministrazione Obama ha fatto mettere sotto controllo i suoi telefoni nel pieno della campagna elettorale, evocando un nuovo maccartisimo e un nuovo Watergate ai suoi danni.

Un'accusa "semplicemente falsa", ha replicato in una nota il portavoce di Obama Kevin Lewis: "Una regola ferrea dell'amministrazione Obama era che nessun funzionario della Casa Bianca interferisse con alcuna indagine indipendente condotta dal Dipartimento di giustizia. Come conseguenza di tale prassi, né il presidente Obama né alcun funzionario della Casa Bianca hanno mai ordinato intercettazioni su alcun cittadino americano". Una smentita che non smentisce la questione centrale. Qui il tema non è se Obama ha "ordinato" le intercettazioni, dal momento che non ne avrebbe avuto il potere, ma se il Dipartimento di giustizia di Obama, nell'ambito di una sua indagine, ha chiesto e ottenuto di poter intercettare Trump e/o membri del suo team nel pieno della campagna presidenziale e se il presidente o qualcuno del suo staff alla Casa Bianca sapeva e approvava. Possibile che un'iniziativa di tale gravità, fondata sul sospetto che un candidato alla presidenza e i suoi collaboratori fossero agenti russi, sia stata presa senza una consultazione tra Dipartimento di giustizia e Casa Bianca?

Anche la smentita dell'ex direttore dell'intelligence nazionale James Clapper si riferisce solo alla lettera dei tweet del presidente Trump. Ma se, per esempio, le comunicazioni di tre suoi stretti collaboratori fossero state intercettate sulla base di un mandato FISA, sia l'accusa di Trump sia le smentite sarebbero "vere" - la prima nella sostanza, le seconde nella forma. Tecnicamente le utenze personali di Trump non sarebbero state messe sotto controllo, tuttavia ore e ore di sue conversazioni con i suoi principali collaboratori nel pieno della campagna, dunque politicamente rilevanti, sarebbero finite "accidentalmente" nella rete delle intercettazioni, quindi nella disponibilità del Dipartimento di giustizia del governo Obama guidato da Loretta Lynch, che a causa di un imprudente incontro con Bill Clinton è stata costretta a ricusarsi dall'inchiesta sull'emailgate che ha coinvolto Hillary durante tutto il 2016. Insomma, chiedendo e ottenendo un tale mandato il Dipartimento di giustizia di Obama avrebbe messo nel conto di intercettare massivamente anche il candidato alle presidenziali Trump (senza che il presidente fosse almeno avvertito?). Non sarebbe emerso nulla di illegale, ma sempre "accidentalmente", guarda caso, solo alcune settimane dopo queste intercettazioni hanno generato una gran quantità di fughe di notizie che stanno alimentando la campagna giornalistica contro il presidente Trump basata sul sospetto che sia una marionetta di Putin.

A questo punto, come è stato fatto per l'emailgate di Hillary Clinton prima del voto, l'FBI dovrebbe chiarire se queste intercettazioni esistono, chi le ha chieste e autorizzate, nei confronti di chi e se, e quando, il presidente Obama o qualcuno nello staff della Casa Bianca ne è venuto a conoscenza. Se l'esistenza di queste intercettazioni venisse confermata, resterebbe comunque improbabile che il presidente Obama abbia agito illegalmente, ma si aprirebbe un caso politico gigantesco. Un'amministrazione uscente che in piena campagna elettorale fa spiare un avversario politico in corsa per la presidenza e il suo team sulla base dell'azzardato sospetto dell'esistenza di un complotto per influenzare le elezioni con l'aiuto di una potenza straniera, la Russia, la cui azione più rilevante sarebbe stata l'hackeraggio delle e-mail del Comitato elettorale democratico. Una connivenza Trump-Mosca su cui tra l'altro mesi di indagine non hanno prodotto lo straccio di una prova (è lo stesso NYT a dover concludere: "No evidence of such cooperation"), se non qualche innocente, e forse inopportuno contatto con l'ambasciatore russo a Washington per instaurare migliori relazioni con la Russia in futuro.

Non è Trump, ma Obama, che prima della sua rielezione nel 2012 ha sussurrato all'orecchio dell'allora presidente russo Medvedev "tell Vladimir (Putin, ndr) that after the election I'll have more flexibility". E se il dimissionario consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Michael Flynn, ha avuto colloqui con l'ambasciatore russo Kislyak prima dell'insediamento, durante la campagna per le presidenziali del 2008 Obama ha addirittura spedito un ambasciatore, William G. Miller, a Teheran per discutere con i leader iraniani della sua prossima apertura diplomatica.

Trump non ha rivelato la fonte delle sue accuse o citato prove, ha chiesto alle commissioni intelligence del Congresso di indagare se ci sia stato un abuso dei poteri dell'esecutivo nel 2016, ma vediamo cosa sarebbe potuto accadere secondo la ricostruzione di alcuni siti e le fughe di notizie riportate dagli stessi grandi media che da mesi stanno alimentando la campagna anti-Trump. Prima di giugno 2016 il Dipartimento di giustizia di Obama e l'FBI stavano considerando un'indagine penale nei confronti di collaboratori di Trump, e forse dello stesso Trump, basata sul sospetto di collegamenti illeciti con due banche russe. Anche se nulla di illegale o sospetto sarebbe emerso rispetto alla violazione di norme finanziarie, il Dipartimento di giustizia e l'FBI potrebbero aver deciso di continuare comunque a indagare, e di chiedere il permesso a intercettare, per motivi di sicurezza nazionale, in base al Foreign Intelligence Surveillance Act (FISA) del 1978, che consente al governo, se ottiene l'autorizzazione di una corte ad hoc, di mettere sotto sorveglianza le comunicazioni di quelli che ritiene essere "agenti di una potenza straniera" (un altro Paese o anche un'organizzazione terroristica). Come spiegato da Andrew C. McCarthy su National Review, un'intercettazione tradizionale in ambito penale richiede prove tali da ritenere fondata la commissione di un crimine, mentre in base al FISA solo la prova che l'oggetto dell'intercettazione sia un agente di una potenza straniera. Il procedimento per ottenere un mandato FISA è più complicato, passando per una catena di comando "più remota". In linea teorica, sarebbe più facile "fabbricare" la prova di un crimine per soddisfare il criterio del fondato motivo per una intercettazione tradizionale che la prova di una minaccia di sicurezza nazionale per ottenere un mandato FISA.

L'amministrazione Obama avrebbe quindi avanzato una prima richiesta, a giugno, di mandato FISA nella quale veniva fatto il nome di Trump, ma sarebbe stata respinta (evento molto raro). A ottobre il governo avrebbe presentato sempre alla corte FISA una nuova, più circoscritta richiesta, senza riferimenti a Trump ma ad alcuni suoi collaboratori, che stavolta sarebbe stata accolta, secondo quanto riportato anche dalla BBC. Se così fosse, il governo Obama avrebbe in modo pretestuoso usato i suoi poteri in materia di sicurezza nazionale per ottenere un mandato a monitorare le comunicazioni di Trump e dei suoi più stretti collaboratori dall'ultimo mese di campagna elettorale, traendo in qualche modo in inganno la corte FISA. L'esatto corso degli eventi ed eventuali responsabilità dovranno essere appurati da un'indagine, ma sarebbe uno scandalo politico enorme, tipo Watergate, se un'amministrazione uscente avesse cercato, e ottenuto, di mettere sotto sorveglianza per motivi di sicurezza nazionale un candidato alla presidenza del partito avversario (a meno che non fossero emerse prove evidenti che tale candidato fosse effettivamente al servizio di una potenza straniera). E per di più mentre il Dipartimento di giustizia della stessa amministrazione archiviava senza accuse il caso dell'emailgate a carico della candidata "amica" Hillary Clinton, nonostante prove significative di una condotta illecita che ha posto una seria minaccia proprio alla sicurezza nazionale.

Wednesday, May 15, 2013

Tre Watergate per Obama

Anche su Rightnation.it

Tre scandali ciascuno dei quali, preso singolarmente, somiglia terribilmente ad un Watergate per il presidente Obama. A differenza di Nixon, manca (ancora) la "pistola fumante" che lo collega personalmente ai misfatti della sua amministrazione, ma politicamente ne è comunque responsabile: il "cover up" (l'insabbiamento) dell'attentato al consolato americano di Bengasi; la condotta persecutoria dell'Irs (l'agenzia delle entrate Usa) nei confronti dei suoi avversari politici; lo spionaggio ai danni dell'agenzia di stampa Ap. Ma le polemiche infuocate che oltreoceano si stanno abbattendo su Obama in Italia vengono relegate nelle ultime pagine dei giornali, o in fondo alle homepage dei siti internet, e solo accennate nei notiziari tv e radio, mentre si è letto di tutto, e viene discusso ogni singolo aspetto, della decisione di Angelina Jolie di farsi asportare i seni per "prevenire" il tumore. L'effetto è quello di una gigantesca operazione di distrazione di massa, che non sarebbe riuscita così bene se fosse stata orchestrata, mentre è solo il frutto del conformismo dei mainstream media.

SPIONAGGIO AP - Per due mesi (aprile-maggio 2012) il Dipartimento di Giustizia ha tenuto sotto controllo 20 utenze telefoniche dell'Associated Press, intercettando a loro insaputa le conversazioni di un centinaio di giornalisti, a caccia della talpa che dall'interno dell'amministrazione passava informazioni riservate all'agenzia di stampa. Un'azione così prolungata e invasiva, per altro non autorizzata dal procuratore generale in persona, Eric Holder, come da regolamento, ma dal suo vice Jim Cole, è senza precedenti. Che funzionari del governo abbiano messo sotto controllo un centinaio fra reporter, caporedattori e direzione, in pratica l'intera redazione centrale della maggiore agenzia di stampa Usa, ha il sapore del Watergate.

Se Hunt e Liddy erano i cosiddetti "plumbers" del presidente Nixon, un team ristretto incaricato di dare la caccia alle talpe interne all'amministrazione, Obama ha usato a questo scopo il Dipartimento di Giustizia, deputato a questo tipo di indagini. Peccato però che abbia fatto ricorso a metodi sporchi, a rischio di incostituzionalità, tanto da suscitare la vibrante indignazione anche del leggendario reporter del caso Watergate Carl Bernstein: «E' vergognoso, pericoloso, non ci sono scuse». Un «evento nucleare», l'ha definito Bernstein, secondo cui il vero scopo dell'indagine era intimidire chi parla con i giornalisti. Ed è irrilevante che la Casa Bianca non ne fosse al corrente, dal momento che scovare e punire le talpe è una politica centrale della presidenza Obama: ne ha perseguite penalmente già sei, più di tutti i predecessori messi insieme. Stavolta anche la stampa amica del presidente, dal Washington Post al New York Times, non ha potuto far altro che esprimere forti preoccupazioni e biasimare i metodi dell'amministrazione, che rischia di trovarsi in violazione del I emendamento (che tutela la libertà di stampa) e del IV (che garantisce i cittadini contro indebite violazioni della sfera personale). Niente di lontanamente paragonabile al caso dell'agente Valerie Plame per cui fu messo in croce Bush.

CASO IRS - E sa di Watergate anche il caso dell'Irs, l'agenzia delle entrate Usa, che ha preso intenzionalmente di mira, trattandole come sospetti evasori, associazioni di destra, del movimento anti-tasse o che proclamano di voler difendere la Costituzione, ossia i più acerrimi nemici dell'amministrazione Obama, per la sola presenza di parole come "tea party" o "patriot" nel loro nome. Le loro pratiche per l'esenzione dal pagamento delle tasse hanno subito un deliberato ostruzionismo da parte dell'Irs (ritardi e controlli non necessari). Per oltre 18 mesi dal 2010, afferma un rapporto del Dipartimento del Tesoro citato dalla Cnn, l'Irs ha sviluppato e applicato una politica scorretta per determinare se i richiedenti fossero o meno coinvolti in attività politiche.

Condotta «inappropriata», ha ammesso il portavoce della Casa Bianca Jay Carney. «No, usare per il piatto principale la forchetta per l'insalata è inappropriato. Usare l'Irs per scopi politici è un reato», ha osservato l'editorialista del WaPost George Will, che parla di «echi di Watergate». Ecco quanto si legge, infatti, tra gli articoli per l'impeachment contro Nixon, adottati nel 1974 dalla Commissione giudiziaria della Camera. «He (Nixon, ndr) has, acting personally and through his subordinates and agents, endeavored to... cause, in violation of the constitutional rights of citizens, income tax audits or other income tax investigations to be initiated or conducted in a discriminatory manner».

BUGIE SU BENGASI - Amministrazione Obama sotto accusa anche per la gestione dell'attentato al consolato di Bengasi dell'11 settembre scorso. Dalle audizioni del Congresso sta emergendo che non solo c'è stata una vera e propria operazione di insabbiamento della natura dell'attacco e della ricostruzione degli eventi, ma che si poteva fare molto di più per salvare la vita dell'ambasciatore e delle altre tre vittime americane. La testimonianza dell'ex vice ambasciatore Gregory Hicks, secondo cui le forze speciali americane sarebbero potute intervenire ma avrebbero ricevuto l'ordine di non muoversi, contraddice quanto detto in precedenza dall'amministrazione, e in particolare dall'ex segretario di Stato Hillary Clinton. La matrice terrorista dell'attacco al consolato, inoltre, fu chiara fin dai primi momenti e a Washington ne erano perfettamente al corrente, ma giorni dopo ancora si sosteneva la versione delle proteste per un video amatoriale su Maometto.

Le e-mail scambiate durante e dopo la crisi fra Dipartimento di Stato, Cia, direttore dell'intelligente e Casa Bianca, e consegnate al Congresso, avvalorano la tesi di Hicks. L'ufficio sicurezza del Dipartimento comprese subito, ad assalto in corso, che si trattava di jihadisti. Il primo rapporto della Cia parlava di «estremisti di Al Qaeda», alcuni «legati ad Ansar al Sharia», ma queste frasi vennero fatte sparire nelle versioni successive su richiesta di una portavoce del segretario di Stato Clinton. Nell'ultima, al posto di «attacco» si parla di «violente dimostrazioni», e ogni riferimento ad Al Qaeda è sostituito da un generico «estremisti». Non solo, dunque, un insabbiamento mediatico nei giorni immediatamente successivi all'attacco e - ricordiamo - vicinissimi al voto per le presidenziali, ma anche un insabbiamento, dinanzi al Congresso, degli errori commessi dall'amministrazione.

Nessun altro presidente americano, probabilmente, ha beneficiato come Obama di una narrazione, e di conseguenza di una copertura mediatica, così positiva. Si può dire che sia addirittura diventato presidente grazie a quella narrazione così carica di passione e speranza. Ora però pesantissimi dubbi si stanno addensando sui metodi con cui Obama e la sua amministrazione "curano" la narrazione degli eventi e si occupano degli avversari politici: manipolazione, intimidazione e violazione dei diritti costituzionali.