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Friday, April 03, 2015

La Monaco di Obama: si piega alla volontà di potenza iraniana e getta benzina sul fuoco in Medio Oriente

Un giudizio obiettivo sull'accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran è quello del Washington Post (certo non di simpatie repubblicane), che ci mette un paragrafo per smontare tutto l'entusiamo che si respira dalle nostre parti. Un paragrafo che bada al sodo, al significato politico e strategico dell'accordo, senza perdersi in tecnicismi poco comprensibili.
The "key parameters" for an agreement on Iran's nuclear program released Thursday fall well short of the goals originally set by the Obama administration. None of Iran's nuclear facilities - including the Fordow center buried under a mountain - will be closed. Not one of the country's 19,000 centrifuges will be dismantled. Tehran's existing stockpile of enriched uranium will be "reduced" but not necessarily shipped out of the country. In effect, Iran's nuclear infrastructure will remain intact, though some of it will be mothballed for 10 years. When the accord lapses, the Islamic republic will instantly become a threshold nuclear state.
La realtà è che il risultato dell'accordo, se sarà confermato entro il 30 giugno, è aver guadagnato tempo. Quanto? Quanto vorrà l'Iran, presumibilmente il tempo necessario per riassestare la sua economia vicina al collasso a causa delle sanzioni (e non solo). I 2-3 mesi che secondo le stime, ad oggi, separano l'Iran dalla sua prima bomba atomica (il break-out time), con questo accordo dovrebbero diventare 12, a partire dalla cessazione naturale (10 anni più 5) o unilaterale dell'accordo. Dunque, questo accordo consente all'Iran di mantenere capacità tali da riuscire a produrre armi nucleari in 12 mesi da quando deciderà di volerlo fare. Per essere ancora più chiari: se l'Iran dovesse decidere di non rispettare l'intesa, da quel momento ci metterebbe almeno un anno, anziché gli attuali 2-3 mesi (ma si tratta sempre di stime). Se consapevoli di questo, si può anche ritenere l'aver guadagnato questi 10 mesi di tempo un successo... ma a che prezzo?

Come sintetizza il WashPost, il programma nucleare iraniano non viene smantellato, ma semplicemente "congelato" e, in un certo senso, riconosciuto. Diversamente dall'obiettivo che si era prefissato lo stesso presidente Obama, l'Iran non sospenderà il processo di arricchimento dell'uranio. Continuerà ad arricchirlo, sia pure in misura ridotta e non fino al punto necessario per usi militari, e si terrà le quantità già arricchite oltre la soglia per usi civili. Per l'Iran si tratta di un grande successo perché si vede riconosciuto da parte della comunità internazionale, dell'Occidente con in testa gli Stati Uniti, il diritto ad arricchire l'uranio e, quindi, implicitamente a diventare una potenza nucleare.

E questa dovrebbe essere la parte dell'accordo più spiacevole per gli iraniani... Quella buona per loro è che si vedranno gradualmente revocare le sanzioni. Si vedono iraniani festeggiare nelle strade di Teheran, ma si tratta evidentemente di sostenitori del regime, che si rafforza, non certo degli oppositori.

L'accordo è stato subito definito "storico", e naturalmente è subito ripartita in grancassa sui giornali italiani ed europei la santificazione di Obama. Soprattutto sui nostri media (e social media) il conformismo pro-Obama non ha limiti. In Iran è «molto presente il pluralismo e un bilanciamento dei poteri», arriva a scrivere Alberto Negri sul Sole24Ore. Tutto ciò che tocca Obama diventa oro... Che sia un accordo storico è fuor di dubbio, per molte ragioni e almeno per il fatto che si tratta del primo dalla rottura delle relazioni diplomatiche tra Usa e Iran. Ma attenzione al significato di "storico", perché indubbiamente anche l'accordo di Monaco del 1938 che spianò la strada ai piani di Hitler passò alla storia... anche se tristemente.

Il paragone ci sta tutto: se l'accordo di Monaco riconobbe come legittima, in termini territoriali, la volontà di potenza della Germania nazista, così l'accordo di Losanna, permettendo all'Iran di mantenere quasi intatti i progressi del suo programma nucleare e, anzi, di continuare ad arricchire uranio, riconosce la sua volontà di potenza regionale in Medio Oriente. Con tutto ciò che può derivarne in termini di ulteriore instabilità nella regione: corsa all'atomica di Arabia Saudita ed Egitto (alleati nonostante tutto leali che dopo questa legnata sui denti si sentiranno più insicuri), nervosismo di Israele e ulteriori attività terroristiche iraniane... L'Iran potrà tenersi la sua pistola carica e "in cambio" le sanzioni verranno gradualmente revocate. Di storico c'è anche che è il primo accordo in cui una delle parti ottiene sia la botte piena che la moglie ubriaca...

Wednesday, March 09, 2011

In Iran cancellata l'opzione riformista

Manifestazioni e repressione in Iran continuano lontano dagli sguardi dei media, concentrati sulla guerra civile scoppiata in Libia. Dei leader dell'opposizione Moussavi e Karroubi non si hanno notizie dal 14 febbraio e ieri un pezzo da novanta del regime, ma prezioso contrappeso interno al potere quasi assoluto di Khamenei e Ahmadinejad, l'ex presidente Rafsanjani è uscito di scena. Occupava ancora una posizione chiave: la presidenza del Consiglio degli Esperti, un organo di 86 "mujtahed", o giurisperiti, con il compito di controllare l'operato del leader supremo, nominare un suo successore in caso di morte e, in casi estremi, perfino destituirlo.

E' stato costretto dalle intimidazioni del regime a ritirare la sua candidatura per il rinnovo della carica: gli attacchi dei basiji alla figlia Faezeh; il mandato di cattura nei confronti del terzo figlio, Mehdi, esule a Londra; le pressioni che hanno indotto il figlio Mohsen Hashemi a dimettersi dalla guida della Metro di Teheran. Ahmadinejad sembra aver eliminato ogni punto di riferimento dell'opposizione "lealista" (almeno a parole) rispetto al sistema messo in piedi da Khomeini.

Gran parte di quel movimento verde che si era ribellato alla rielezione truffaldina di Ahmadinejad infatti non mirava a sovvertire la Repubblica islamica, ma a riformarla, a "democratizzarla". Ma adesso che i leader riformatori Moussavi e Karroubi sono fuori gioco, che il pragmatico Rafsanjani è stato costretto a farsi da parte, la speranza è che il venir meno per la seconda volta (dopo l'illusione Khatami) dell'opzione riformista radicalizzi il movimento di protesta, che tutti si convincano che il regime non è riformabile dall'interno e che va abbattuto.

Tuesday, February 02, 2010

L'Opa di Mousavi sul movimento "verde"

Con l'intervista apparsa sul suo sito, Kaleme.org, in occasione del 31mo anniversario dalla caduta della dinastia Pahlevi, Mousavi sembra voler lanciare un'Opa sul movimento "verde", e candidarsi a divenirne il leader. Per portarlo dove lo vedremo. Le sue parole infatti lo pongono sempre più non solo all'opposizione del presidente Ahmadinejad, suo avversario alle presidenziali del giugno scorso, ma del regime stesso, accusato di aver tradito i principi della rivoluzione che portò alla caduta della dittatura dello Scià. La rivoluzione del 1979 «ha fallito il suo obiettivo» di estirpare la dittatura in Iran. «Non credo più che la rivoluzione abbia rimosso tutte quelle strutture che possono portare alla tirannia e alla dittatura. Oggi si possono riconoscere le radici e i fattori che sono all'origine della dittatura, così come la resistenza contro un ritorno alla dittatura. Mettere a tacere i mass media, riempire le prigioni ed uccidere brutalmente gente che chiede in modo pacifico il rispetto dei propri diritti sono cose che mostrano come le radici della tirannia e della dittatura dell'epoca della monarchia esistono ancora... Non credo che la rivoluzione abbia raggiunto i suoi obiettivi». «Per preservare la libertà e la democrazia - spiega - è necessario cambiare la Costituzione».

Ricordando che Ahmadinejad definì l'estate scorsa «polvere e sterpaglia» i manifestanti scesi nelle piazze per protestare contro i risultati delle elezioni che lo vedevano rieletto, Mousavi ha ammonito che «quella interpretazione dell'Islam che definisce la gente "polvere e sterpaglia" e crea divisioni tra il popolo è influenzata dalla cultura della monarchia». L'eredità migliore, «più preziosa», delle proteste del 1979 che portarono alla rivoluzione islamica vivono oggi nell'«opposizione della gente alla menzogna, all'imbroglio e alla corruzione». Il Paese corre il rischio di essere riportato «ad un dispotismo peggiore di quello di prima della rivoluzione», perché «il dispotismo esercitato in nome della religione è il peggiore possibile». Ma «il movimento verde - assicura - non abbandonerà la sua lotta pacifica... finché i diritti del popolo non saranno rispettati».

Tuesday, August 04, 2009

L'Iran da dittatura clericale a militare

L'investitura ufficiale di Ahmadinejad sembra segnare il passaggio della Repubblica islamica da una dittatura clericale a una dittatura militare. Il potere reale è sempre più nelle mani delle Guardie rivoluzionarie e degli apparati militari e di sicurezza del regime piuttosto che del clero, che però non rinuncia a lanciare la sua sfida al presidente rieletto e a chi ne ha permesso la rielezione, ossia la Guida Suprema, Ali Khamenei. Il regime iraniano cambia volto, perde la sua fonte di legittimazione religiosa, e si trasforma in una qualunque dittatura militare del Terzo mondo, che si regge solo sulla forza bruta. Il regime ha ancora il pieno controllo del Paese, ma solo grazie alle Guardie rivoluzionarie e alla milizia Bassij, non grazie al prestigio e all'autorità della Guida Suprema.

Il fatto che lunedì scorso importanti esponenti del regime, come gli ex presidenti Rafsanjani e Khatami, ed entrambi i candidati sconfitti alle presidenziali del 12 giugno, Moussavi e Karroubi, abbiano disertato la cerimonia di investitura rappresenta l'ennesimo gesto di sfida all'autorità della Guida Suprema, e indica che ampi settori dell'establishment clericale ritengono illegittimo il governo di Ahmadinehjad e resistono alla militarizzazione della Repubblica. La crisi politica è quindi lontana dal concludersi. Domani Ahmadinejad dovrà ricevere l'investitura anche da parte del Majlis, il Parlamento iraniano. Ratifica scontata, ma non priva di insidie.

A prescindere da come si concluderà la crisi, una cosa «è già chiara», per Amir Taheri: la dottrina del walayat faqih, «pietra angolare» del sistema khomeinista, «è morta». L'elite del regime è in uno stato di «guerra civile» e rischia di trascinare il Paese intero in un periodo di conflitto. Per 30 anni il walayat faqih – ovvero «tutela del giureconsulto», principio che attribuisce alla Guida Suprema l'ultima parola su ogni aspetto del governo della Repubblica islamica – ha rappresentato una barriera invalicabile contro qualsiasi genuina riforma. Ma ora il comportamento di Khamenei, osserva Taheri, «ha alimentato un consenso crescente» nell'establishment clericale sulla necessità che sia «tempo per l'Iran di andare oltre il khomeinismo, sia come ideologia che come sistema di governo». Da qui alla democrazia il passo è troppo lungo, e probabilmente distante dalle intenzioni dei principali protagonisti, ma ormai un segmento sempre più ristretto dell'elite si aggrappa ancora al concetto di walayat faqih e questo è «forse il vero miracolo avvenuto lo scorso mese», suggerisce Taheri.

Schierandosi apertamente dalla parte di Ahmadinejad nella disputa post-elettorale, e coprendo (se non ordinando) gli evidenti brogli, Khamenei ha compromesso l'autorità della sua figura, la Guida Suprema, su cui si regge tutto l'impianto istituzionale del sistema khomeinista. Non solo la sua autorità è stata più volte sfidata dai candidati di opposizione, da esponenti del regime dalle indubbie credenziali khomeiniste, come gli ex presidenti e ayatollah Rafsanjani e Khatami, e dalla piazza, ma persino dallo stesso Ahmadinejad, il quale, dopo aver nominato vicepresidente Rahim Mashai, per giorni ha ignorato l'ordine di tornare sui suoi passi impartito da Khamenei. Sfidando ripetutamente l'«ultima parola» della Guida Suprema, entrambi rifiutandosi di riconoscere la rielezione di Ahmadinejad e boicottando gli eventi presieduti da Khamenei, Rafsanjani e Khatami hanno dimostrato di non credere più, e comunque di non attenersi, al walayat faqih. E con essi una parte consistente del clero che conta. Khamenei appare sempre più succube dei pasdaran, la sua sorte politica legata a quella di Ahmadinejad. E il suo disagio è apparso evidente durante la cerimonia di investitura, quando ha quasi ritratto la mano mentre Ahmadinejad la cercava per baciarla.

Il principio del walayat faqih, spiega Taheri, ha sempre funzionato come il «centralismo democratico» nel leninismo. Le questioni potevano essere dibattute, discusse, all'interno del regime, ma una volta che la Guida Suprema avesse pronunciato «l'ultima parola», tutti dovevano adeguarsi ad essa rispettosamente. Così ha funzionato nei due decenni durante i quali Khamenei ha interpretato correttamente il suo ruolo di arbitro imparziale, al di sopra delle fazioni, ricorrendo in modo parsimonioso al suo diritto all'ultima parola, per chiudere i dibattiti e riunire la «ummah», la comunità di fedeli. «Ma nelle scorse settimane – osserva Taheri – è diventato chiaro che il walayat faqih non funziona più. Invece che calmare gli animi, gli interventi della Guida suprema hanno approfondito le divisioni interne». La Guida Suprema è scesa nell'agone politico.

Come mai Khamenei abbia deciso di abbandonare il suo ruolo di arbitro supremo per divenire il «sicario» di Ahmadinejad rimane un mistero. Forse perché ha la pistola delle Guardie rivoluzionarie puntata alla tempia. O forse perché terrorizzato dalla prospettiva di una «rivoluzione di velluto». In ogni caso, è evidente che «in poche settimane ha dilapidato un capitale politico accumulato in tre decenni». Nonostante rimanga un attore potente sulla scena politica iraniana, non è più al di sopra delle parti e ciò ha minato l'autorità della carica che ricopre (sia agli occhi del popolo che del clero), e con essa la legittimazione stessa del regime.

Friday, July 17, 2009

Rafsanjani rilancia la sua sfida

Devo correggermi. Il sermone pronunciato oggi all'Università di Teheran dall'ex presidente e ayatollah Rafsanjani, per la prima volta dalle contestate elezioni presidenziali, non sembra affatto suggellare un compromesso tra il fronte moderato e "riformista" e la coppia Khamenei-Ahmadinejad. Neanche una tregua. Il problema politico rimane e Rafsanjani insiste, anzi rilancia la sua sfida alla Guida suprema, la rende pubblica, anche se il suo discorso segna l'istituzionalizzazione della crisi, con la conseguente marginalizzazione del movimento popolare, e richiama l'establishment all'unità e alla fratellanza per la salvaguardia della Repubblica islamica. Ma è il massimo che ci si poteva realisticamente aspettare. A scanso di equivoci, non stiamo parlando di una rivoluzione democratica, ma di uno scontro che prosegue, all'interno del sistema khomeinista, e che ha comunque ancor di più ridotto la sua legittimazione politica agli occhi degli iraniani e che nel medio-lungo termine potrebbe evolversi fino alla caduta del regime.

Il tentativo dell'ex presidente è di riconquistare uno spazio centrale nella struttura di potere e nella politica iraniana, di porsi come mediatore e riconciliatore, senza rinunciare ad attaccare i suoi rivali. Per questo, forse, il sermone non è stato trasmesso in diretta tv, ma solo alla radio. Nel passaggio politicamente più rilevante del suo sermone Rafsanjani critica il Consiglio dei Guardiani, che «non ha usato nel miglior modo possibile» il tempo supplementare concesso dalla Guida suprema per esaminare i ricorsi presentati dai candidati sconfitti, e cita l'Imam Khomeini, quando usava ricordare le parole del Profeta Maometto al successore Alì: «Se il popolo non ti vuole, non puoi essere Wali (guida, n.d.r.)». Un monito nei confronti del governo di Ahmadinejad, ma anche di Khamenei.

Quindi, propone la sua «soluzione» a quella che definisce una vera e propria «crisi» della Repubblica. Premette di essersi «consultato» con i membri del Consiglio degli Esperti e del Consiglio per il Discernimento dell'Interesse del regime, lasciando intendere che non il Consiglio dei Guardiani, ma il Consiglio degli Esperti, di cui è presidente e sul quale può esercitare una maggiore influenza, è la sede istituzionale più qualificata a indicare la via verso la soluzione della crisi. Dopo le elezioni del 12 giugno si è creata una situazione «amara». «Un gran numero di iraniani nutre dubbi sul risultato delle elezioni», osserva Rafsanjani, sollecitando la «rimozione» di questi dubbi. «Il popolo iraniano ha perso la fiducia nel governo» e questa «fiducia» deve essere «riguadagnata», dice, elencando i suoi «suggerimenti». Innanzitutto, «dobbiamo tutti attenerci alla legge»; «dobbiamo creare le condizioni per cui ciascuno possa parlare»; «non si devono imporre vincoli ai mezzi d'informazione, entro i limiti della legge». Poi chiede di scarcerare i manifestanti arrestati durante le proteste («nella situazione attuale non è necessario avere persone in prigione, dovremmo permettere loro di tornare dalle loro famiglie») e di presentare le «condoglianze» alle famiglie che hanno sofferto delle vittime.

Rafsanjani non ci sta a lasciare campo libero a Khamenei e ad Ahmadinejad, ma i numerosi richiami al rispetto della legge, a «uscire da questa situazione solo attraverso le vie legali», e gli appelli al dialogo e all'unità indicano la sua lealtà al sistema khomeinista: «Siamo tutti membri di una famiglia e spero con questo sermone che possiamo attraversare questo periodo difficile che può essere definito una crisi». Insomma, la soluzione può e deve essere trovata secondo i principi della Repubblica islamica, non contro.

In un altro passaggio importante del suo sermone infatti si concentra sul ruolo del consenso popolare e sulle parole dell'Imam Khomeini. Per governare è «necessario» il consenso popolare, «senza di esso il governo non ha legittimità», sottolinea Rafsanjani ricordando come in Iran «il potere è in mano al popolo... tutte le istituzioni vengono elette dal popolo», per volere dell'Imam Khomeini, fondatore della Repubblica islamica, che «ha sempre enfatizzato il ruolo del popolo». Facendo pesare la sua storia personale di fedeltà alla Repubblica e di protagonista della rivoluzione e della vita politica del paese al fianco di Khomeini, Rafsanjani trasforma il suo sermone in una vera e propria lezione sui fondamenti istituzionali della Repubblica islamica.
«Abbiamo organizzato lo Stato prendendo come punto di riferimento la volontà del popolo. Ecco perché è il popolo che elegge l'Assemblea degli Esperti, che a sua volta elegge la Guida, così come il popolo elegge il Parlamento ed è il popolo che deve scegliere il presidente... Se l'elemento islamico e quello repubblicano della rivoluzione non sono preservati, ciò significa che abbiamo dimenticato i principi della rivoluzione».
Ovviamente Rafsanjani non ci convincerà mai che l'Iran degli ayatollah è una democrazia, ma è chiaro - ed è ciò che qui ci interessa - chi tra le righe sta accusando di tradire la rivoluzione.

I commenti degli iraniani che si possono leggere in rete sono molto diversi tra loro. Alcuni sono molto contenti delle parole di Rafsanjani; altri sorpresi, conoscendo la sua proverbiale cautela, ma avrebbero voluto che andasse oltre; altri ancora sono rimasti delusi e credono che abbia "liquidato" il popolo. La storia politica di Rafsanjani è fatta di opportunismi e ambiguità. Ha sempre evitato di assumere posizioni che limitassero i suoi spazi di manovra e anche oggi ha tenuto fede al suo tatticismo, ma questa volta sembra intenzionato a contrastare - sia pure con i suoi metodi e credendo di salvaguardare al meglio i principi della rivoluzione khomeinista - la totale conquista del potere da parte di Khamenei, Ahmadinejad e delle Guardie rivoluzionarie.

UPDATE: Il testo in inglese del sermone (fonte: Cfr.org).

Tuesday, June 30, 2009

La repressione funziona, ma l'Iran non sarà mai più come prima

Solo chi si aspettava come esito della crisi post-elettorale in Iran una "rivoluzione di velluto" (impossibile in regimi le cui forze armate e di sicurezza sono disposte a sparare e a massacrare il proprio popolo), o comunque da un giorno all'altro il rovesciamento del regime, può sorprendersi della cruda e amara realtà che sta emergendo in queste ore e che ben conosce chi non per la prima volta si interessa di regime change e di promozione della democrazia: le repressioni funzionano.

E la repressione attuata dal regime iraniano nei giorni scorsi è andata ben oltre il sangue versato in grandi quantità sulle strade, che nonostante le censure è arrivato sotto i nostri sguardi. Ci sono gli arresti, le detenzioni segrete, le violenze fino dentro le case private, l'intimidazione dei già timidi oppositori "leali" alla rivoluzione islamica. Insomma, in una parola, un terrore generalizzato che non lascia via di scampo. Decisiva è stata la capacità delle forze di polizia, dei pasdaran e dei bassiji, di impedire ai manifestanti di occupare in massa una piazza, ergendola a simbolo della protesta, come fecero gli studenti cinesi a Tienanmen o gli ucraini della rivoluzione "arancione".

Il sequestro dei nove dipendenti iraniani dell'ambasciata britannica e l'appello a «giustiziare i rivoltosi» lanciato dall'ayatollah Khatami (da non confondere con il Khatami "riformista", che ha confermato il suo appoggio a Mousavi) preludono a un secondo atto della repressione. Domata la piazza "riformista", la lotta potrebbe spostarsi dietro le quinte, oppure potrebbe essere la volta dell'epurazione interna all'establishment per blindare il nuovo assetto di potere voluto da Khamenei, che si poggia più sulla casta dei militari, sulla coercizione e sul nazionalismo, che sulla casta clericale e sulla religione.

Una purga che potrebbe non lasciare alcuno scampo ai Mousavi e ai Rafsanjani, i quali in queste ore dovranno decidere una volta per tutte la loro posizione. Rafsanjani sembra aver perso (almeno per ora) la partita per portare dalla sua parte - e contro Khamenei - la maggioranza del clero che conta nella città santa di Qom e nella sua prima uscita pubblica dall'inizio della crisi sembra aver afferrato la mano tesa di Khamenei. Venerdì scorso, rispetto al suo discorso del venerdì precedente, Khamenei ha ammorbidito i toni, «invitando entrambe le parti a non fomentare gli animi dei giovani e a trattanersi dal mettere gli iraniani gli uni contro gli altri. Questa nazione unita non deve essere divisa e i gruppi non devono essere spinti a muoversi l'uno contro l'altro. Ci sono vie legali per risolvere i problemi». Ieri Rafsanjani ha finalmente rotto il suo silenzio e le sue parole sono sembrate fin troppo in sintonia con quelle di Khamenei. Elogiando la decisione della Guida Suprema di prolungare i termini dell'indagine del Consiglio dei Guardiani sulle irregolarità del voto, ha auspicato che le contestazioni siano esaminate con accuratezza, onestà e correttezza, invitando però i candidati sconfitti a «rimuovere gli ostacoli per superare le divergenze», avvertendoli che «un atteggiamento sbagliato potrebbe portare a ulteriore odio e divisione tra i cittadini».

Un invito che Mousavi e Karroubi sembrano non intenzionati a raccogliere, ma che lascia intendere che la fronda interna tentata da Rafsanjani è fallita (per ora). Bisognerà vedere ora se Rafsanjani raggiungerà un compromesso stabile e soddisfacente con Khamenei, o se la sua è solo una ritirata tattica per giocare al meglio le sue carte in un altro momento, in una seconda occasione che però potrebbe anche non arrivare mai.

L'impressione è che comunque, nonostante il successo della repressione, nulla sarà più come prima. Sia perché il regime ha cambiato natura; sia perché potrebbe comunque essersi messo in moto un processo a suo modo rivoluzionario. La frattura interna è difficilmente ricomponibile e il potere accentrato nelle mani di un gruppo ancora più ristretto di ayatollah e militari, non lasciando agli altri che le briciole o la strada della cospirazione.

Secondo Reza Aslan, «la trasparente brutalità della repressione ha polarizzato la politica iraniana a tutti i livelli, obbligando le elite politiche e religiose a prendere posizione», e «la sorte dell'Iran dipende da che parte si schiera l'establishment clericale». Se si convinceranno che l'ascesa delle Guardie rivoluzionarie rappresenta una minaccia al loro ruolo di custodi e amministratori della Repubblica islamica, «allora si schiereranno dalla parte dei "riformisti" al fianco di Rafsanjani e Mousavi», se non altro per contare di più. In questo caso, l'Iran potrebbe intraprendere una strada simile a quella della Cina, di riforme interne e apertura alla comunità internazionale. Se invece il clero si schiera con Khamenei, «che ogni giorno che passa sembra sempre di più un vecchio idiota delle Guardie rivoluzionarie», allora diventerà probabilmente una dittatura militare «simile alla Corea del Nord o al Myanmar».

Anche per Amir Taheri l'elite dominante è divisa e «la frattura riguarda tutti i settori che costituiscono l'establishment khomeinista»: il clero sciita politicamente attivo, con Montazeri e altri mullah dalla parte dell'opposizione, e Yazdi e Ahmad Khatami con Khamenei, ma anche le forze armate e i tecnocrati. Sarà «interessante» vedere cosa accadrà quando si riuniranno gli «organi chiave del regime», come l'Alto Consiglio per la Difesa nazionale, «di cui sia Ahmadinejad che Mousavi sono membri d'ufficio, insieme agli ex presidenti Rafsanjani e Khatami. Metà potrebbe schierarsi con Mousavi e l'altra con Ahmadinejad». Poi c'è il Consiglio per il Discernimento dell'Interesse supremo del regime, «del quale Rafsanjani è a capo, con Rezai, uno dei tre candidati alla presidenza sconfitti, segretario generale. Ma almeno metà dei suoi membri ha espresso sostegno ad Ahmadinejad». «Simile» la situazione nel Consiglio degli Esperti. «Rafsanjani presiede l'assemblea, ma (almeno per ora) non ha la maggioranza dei due terzi necessaria per rimuovere Khamenei». La divisione in Parlamento è «ancor più evidente». Secondo alcune stime, un terzo tenderebbe verso Mousavi, un altro terzo verso Ahmadinejad, e il rimanente terzo sarebbe incline a orientarsi verso il vincitore.

«La frattura - conclude Amir Taheri - potrebbe portare a una sanguinosa resa dei conti, al termine della quale il vincitore lancerebbe una massiccia purga». Secondo Taheri, infatti, «nel sistema khomeinista non c'è spazio per il compromesso, sia all'interno che in politica estera». Che la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa è convinzione anche di analisti molto cauti e "realisti". Come Fareed Zakaria, secondo cui «per ora il regime sarà probabilmente in grado di usare armi e denaro per consolidare il suo potere», ma la sua «legittimità», osserva, è «compromessa», una «ferita fatale nel lungo termine».

Pepe Escobar, su Asia Times, scrive che «il muro di Teheran non è caduto» e che «il mondo, e in particolare l'Occidente, dovranno ancora convivere e avere a che fare con Khamenei, Ahmadinejad e l'ala dura delle Guardie rivoluzionarie per gli anni futuri». Questi vogliono liquidare la vecchia generazione dei leader della rivoluzione, come l'ex presidente Rafsanjani. «In tutto questo - osserva Escobar - ci sono degli echi dell'ex Unione sovietica, ma ciò che è accaduto nelle strade somiglia più a una Praga 1968» che al 1989. Eppure, anche per l'analista di Asia Times la Repubblica islamica non sarà mai più la stessa. Schierandosi con Ahmadinejad, Khamenei si è trasformato da arbitro a capo-fazione. «Il contratto sociale tra milioni di iraniani e la rivoluzione si è rotto. Nel lungo termine, ci sarà del sangue, certo, e resistenza. Quella iraniana è una società molto complessa. Non può esserci alcuna marcia indietro. Ma sarà una strada lunga e tortuosa».

Nonostante abbia indurito i toni della sua condanna nei confronti della repressione e abbia schierato l'America dalla parte dei manifestanti, il presidente Obama è rimasto inamovibile nella sua politica di engagement con il regime iraniano, chiunque ne sia nominalmente la Guida. Eppure, alla luce di quanto accaduto e dei pochi punti fermi che abbiamo individuato, quella politica appare oggi superata e poco "realistica". Il colpo di mano autorizzato da Khamenei ha minato alle fondamenta l'autorità della Guida Suprema, che da arbitro e supremo garante di un sistema teocratico è diventato il capo-fazione di una dittatura militare; le leve del comando reale si stanno sempre più spostando dalla casta clericale (con o senza il consenso di tutto il clero sciita non ha importanza) alla casta militare. Ciò significa che il fattore religioso è destinato ad assumere un ruolo di mera legittimazione simbolica, e che il regime si regge sui pilastri del militarismo e del nazionalismo; e che, quindi, l'antiamericanismo e il ricorso alla paranoia del nemico esterno saranno d'ora in avanti ancor più indispensabili come collante ideologico per giustificare la repressione della piazza e l'epurazione tra le file dell'establishment.

Ancor più di prima, dotarsi dell'atomica e non giungere ad alcun compromesso con il "Grande Satana" saranno elementi irrinunciabili per conservare il potere. Per questo le già esigue possibilità di successo della strategia del dialogo sul nucleare perseguita da Obama appaiono oggi prossime allo zero. Non potendo sperare né in un completo isolamento internazionale, né in un embargo efficace sulle esportazioni delle risorse energetiche - essendo note le posizioni di Russia e Cina in merito - gli unici punti deboli del regime sono la sua impopolarità e la frattura che si è creata al suo interno. L'unica speranza, oltre a tentare la rischiosa "opzione Osirak", e a prepararsi a una costosa e fragile deterrenza, è il regime change.

Wednesday, June 24, 2009

La Repubblica islamica non sarà mai più la stessa/2

E' bene intendersi sulle aspettative che è realistico nutrire riguardo la crisi in corso in Iran, soprattutto alla luce delle ultime tragiche notizie che ci giungono da Teheran. Se è l'immagine romantica della piazza che in una notte rovescia la dittatura degli ayatollah che aspettiamo, prima di chiamarla rivoluzione democratica, o prima di riconoscere qualche possibilità di un cambiamento effettivo, rimarremo sempre delusi. Il regime ha la forza per reprimere i manifestanti e lo sta facendo. Il movimento popolare deve spingere, accompagnare, ma si deve aprire una breccia dall'interno, nell'elite. Una breccia simile a quella aperta da Gorbacev, che con le sue riforme voleva conservare il regime comunista e di certo non far crollarel'Urss, ma proprio quello è stato l'inevitabile esito della sua glasnost. Solo in questo modo un regime spietato come quello degli ayatollah può cadere, e non dall'oggi al domani.

Bisogna ammettere che in una sola settimana Mousavi (personaggio dal curriculum nient'affatto democratico) ha fatto molto di più di Khatami in quattro anni. Ha sfidato in modo inaudito e impensabile l'autorità della Guida Suprema e del Consiglio dei Guardiani. Ha offerto per dieci giorni uno sbocco politico alla frustrazione e alle istanze di libertà popolari. E questo rimarrà nella memoria degli iraniani. La mia impressione è che sì, magari Mousavi e Rafsanjani usciranno battuti oggi, e saranno costretti ad abbassare il livello dello scontro, ma che la fronda interna continuerà. Bisognerà vedere se il regime avrà la forza di compiere una repressione, e un'epurazione al suo interno, pari a quelle di cui fu capace il Partito comunista cinese dopo Tienanmen, ma ho i miei dubbi.

Dopo Taheri e Gerecht nei giorni scorsi, oggi altri due autorevoli analisti che difficilmente rientrano nella categoria degli illusi, vedono una spaccatura reale e non facilmente ricomponibile nell'elite che ha gestito il potere in Iran fino ad oggi in modo compatto. Anche secondo Edward Luttwak, comunque si concluderà questa crisi, «il regime iraniano non sarà mai più lo stesso».

«A questo punto, solo il futuro di breve termine del regime è in dubbio. Le attuali proteste potrebbero essere represse, ma le istituzioni non elette del regime clericale sono state fatalmente minate». In ogni caso, «non è un regime che può durare per molti anni ancora», secondo Luttwak. Le forze di sicurezza possono controllare e reprimere la piazza, ma «ciò che ha minato la struttura stessa della Repubblica islamica è la frattura nella sua elite dirigente. Le stesse persone che crearono le istituzioni del regime clericale stanno distruggendo la loro autorità». Anche per Luttwak è molto significativo che per la prima volta importanti esponenti del regime abbiano sfidato apertamente l'autorità di Khamenei e del Consiglio dei Guardiani, le due istituzioni su cui si regge tutta l'impalcatura di potere khomeinista e senza le quali l'Iran «sarebbe una normale democrazia».

«E' evidente che dopo anni di umiliante repressione sociale e cattiva gestione dell'economia, i settori più istruiti e produttivi della popolazione hanno voltato le spalle al regime». Ciò che però ancora manca a questo movimento è un leader carismatico. Se il suo «coraggio» nel resistere alle pressioni «ha certamente accresciuto la sua popolarità, tuttavia Mousavi è ancora niente di più che il simbolo involontario di una rivoluzione politica emergente». Nonostante questo, dice Luttwak, «se Mousavi avesse vinto», anche modeste aperture avrebbero «innescato richieste di un maggiore cambiamento, alla fine facendo cadere l'intero sistema del regime clericale». Quindi, per Luttwak, anche se uomo interno all'establishment, Mousavi avrebbe potuto svolgere (e potrebbe in un futuro prossimo svolgere) un ruolo simile a quello svolto, suo malgrado, da Gorbacev, le cui riforme «molto caute, pensate per perpetuare il regime comunista, finirono per distruggerlo in meno di cinque anni». In Iran, osserva Luttwak, «il sistema è molto più giovane e il processo sarebbe stato probabilmente più rapido».

Per il momento, come dimostrano anche gli ultimi sviluppi, Khamenei sembra avere saldamente in mano il potere, ma è anche «nella posizione insostenibile a lungo di dover sostenere un presidente la cui autorità non è accettata da molte delle istituzioni di governo. Quindi, anche se rimane in carica, Ahmadinejad non può funzionare come presidente». Per esempio, Luttwak ipotizza ostruzionismo parlamentare da parte degli oppositori: non è detto, per prima cosa, che il Parlamento ratifichi le sue nomine ministeriali. Insomma, «anche se Khamenei non viene rimosso dal Consiglio degli Esperti e Ahmadinejad non viene rimosso da Khamenei, il governo continuerà ad essere paralizzato», sempre che la frattura all'interno dell'elite persista. «La buona notizia - conclude Luttwak - è che sotto il meccanismo di erosione del regime clericale, le istituzioni essenzialmente democratiche in Iran sono vive e vegete e necessitano solo di nuove elezioni».

Un altro che non fa certo parte dei sognatori democratici è Robert Kaplan, che sul Washington Post addirittura si spinge oltre l'Iran: «Le manifestazioni a Teheran e in altre città hanno la capacità di preludere a una nuova era politica in Medio Oriente e in Asia centrale». Kaplan ricorda la storica capacità dell'Iran (e della Persia) di influenzare tutta la regione, che risale nei secoli a molto prima della rivoluzione khomeinista; inoltre, per molti aspetti la società iraniana è più evoluta di quelle dei suoi vicini arabi:
«Il movimento democratico in Iran è sorprendentemente occidentale nella sua organizzazione e nel sofisticato uso della tecnologia. In termini di sviluppo, l'Iran è più vicino alla Turchia che non alla Siria o all'Iraq. Mentre questi ultimi vivono nella possibilità dell'implosione, l'Iran ha una coerenza interna che gli permette di esercitare una forte pressione sui suoi vicini. Nel futuro, un Iran democratico potrebbe esercitare su Baghdad un'influenza tanto positiva quanto è stata negativa quella delle squadracce assassine dell'Iran teocratico».
Dunque, osserva Kaplan, «l'Iran è così centrale per le sorti del Medio Oriente che anche un cambiamento parziale nel comportamento del regime - e un maggior grado di sfumature nel suo approccio nei confronti dell'Iraq, del Libano, di Israele e degli Stati Uniti - potrebbe avere un effetto drammatico sulla regione. Proprio come un leader radicale iraniano può fomentare le Arab streets, un riformatore può stimolare l'emergente, ma stranamente opaca, borghesia araba». Per questo Kaplan non è d'accordo con Obama quando dice che tra Mousavi e Ahmadinejad in fondo non c'è tutta questa gran differenza. Questa «rappresentazione» di Mousavi come di «un radicale, sebbene all'apparenza più gentile e affabile di Ahmadinejad, non coglie il punto». Anche Kaplan ricorre al paragone con la ex Unione sovietica. Come nell'Urss, anche in Iran infatti «il cambiamento può arrivare solo dall'interno; solo da un insider, sia un Mousavi o un Gorbacev».

Tuesday, June 23, 2009

La Repubblica islamica non sarà mai più la stessa

Le analisi di Amir Taheri e Reuel Marc Gerecht convergono nell'individuare negli ultimi sviluppi della crisi in Iran un salto di qualità tale da poter parlare di una vera «rivoluzione» in corso. Comunque andrà a finire, e qualsiasi siano le reali intenzioni di Mousavi e del cartello che lo sostiene, l'autorità della Guida Suprema, che è a fondamento dell'intero sistema khomeinista, è entrata in crisi, forse irreversibilmente. Gli iraniani, ma per la prima volta anche pezzi importanti dell'establishment come lo stesso Mousavi, sfidando la parola e gli ordini di Khamenei, hanno messo in dubbio la validità del principio del velayat-e faqih, su cui si fonda la Repubblica islamica. Hanno messo in dubbio, in definitiva, la natura divina della legittimazione del potere della Guida Suprema.

«Poco prima di mezzogiorno di venerdì 19 - scrive Amir Taheri - la Repubblica islamica è morta» e l'Iran si è «trasformato da una Repubblica islamica a un emirato islamico guidato da Khamenei». La sua decisione di «uccidere» la Repubblica islamica «può condurre l'Iran in acque inesplorate». L'establishment è «diviso come mai prima. Tutte le figure autorevoli dell'"opposizione leale", compresi gli ex presidenti Rafsanjani e Khatami, hanno boicottato il sermone di venerdì. Quasi metà dei membri del Parlamento, insieme alla maggior parte del Consiglio degli Esperti, erano assenti». Se Khamenei sperava di «intimidire» i manifestanti, ha dovuto presto ricredersi. «Ha cercato di dividere l'opposizione offrendo rassicurazioni a Rafsanjani», ma non c'è riuscito: Rafsanjani «ancora rifiuta di appoggiare la rielezione di Ahmadinejad». E Mousavi, nonostante l'aut-aut della Guida Suprema, e «virtualmente agli arresti domiciliari», continua a sostenere le proteste.

Khamenei ha ridotto a carta straccia l'autorità di cui è investito, posta dalla rivoluzione islamica al vertice del sistema. «Oggi ci sono due Iran», conclude Taheri:
«Uno pronto a sostenere il tentativo di Khamenei di trasformare la Repubblica in un emirato al servizio della causa islamica. Poi c'è un secondo Iran, desideroso di cessare di essere una causa e che aspira ad essere una nazione normale. Questo Iran non ha ancora trovato i suoi leader definitivi. Per ora, è pronto a scommettere su Mousavi. La lotta per il futuro dell'Iran è solo all'inizio».
Per Reuel Marc Gerecht «una cosa è chiara: siamo testimoni non solo di un'appassionante lotta di potere tra uomini che si sono frequentati intimimamente per 30 anni, ma anche del disfarsi della concezione religiosa che ha dato forma alla crescita del moderno fondamentalismo islamico... la volontà di Dio e la volontà popolare non sono più compatibili». Inoltre, aggiunge, «siamo testimoni» del «collasso delle fondamenta strutturali dell'intero approccio islamico» alla gestione del potere negli stati moderni.
«Dopo 9 anni da quando fu stroncato, il movimento riformista che sosteneva Khatami è diventato solo più forte. Ha portato tra le sue file Mousavi, una volta discepolo prediletto dell'ayatollah Khomeini, che oggi di tutta evidenza non ha alcun riguardo per Ahmadinejad, né per la Guida Suprema. Ciò che può sembrare più sorprendente è che così tanti preminenti rivoluzionari della prima ora si siano schierati con Mousavi. Ci sono molte ragioni, ma tra le principali c'è la crescente consapevolezza che la Repubblica islamica e la rivoluzione sono spacciate a meno che l'Iran non diventi più democratico. Può essere una speranza ingenua (come sembrava ai suoi inizi la glasnost), ma è una potente motivazione per coloro che hanno dato l'anima per rovesciare lo shah».
«Non è chiaro - ammette Gerecht - ciò che Mousavi pensa della democrazia, ma ci sono buone probabilità che voglia affidare al popolo più potere di quanto avesse intenzione Khatami, che malgrado alcune differenze non potrebbe né rompere davvero con i suoi confratelli del clero, né liberarsi della vecchia convinzione islamica secondo cui il fedele ha bisogno della supervisione da parte del clero. E anche se Mousavi non è il tipo ideale di riformatore, è circondato dai migliori e più brillanti iraniani... e anche presso il clero, le migliori menti, come il grande ayatollah Montazeri, hanno preso le distanze da Khamenei». Secondo Gerecht infatti, l'esperienza diretta della teocrazia ha convinto «brillanti chierici» della necessità della «separazione tra chiesa e stato come strumento per salvare la fede dal potere corruttore della politica».

«Che lo volesse o meno, Mousavi ha probabilmente dato inizio al conto alla rovescia finale» per la Repubblica islamica e ciò pone al presidente americano Obama una serie di «complicati problemi», di cui «dovrebbe prendere nota»: «All'interno dell'Iran, la questione nucleare non è ciò per cui la gente sta lottando. Sta lottando per la libertà. Anche se l'ayatollah Khamenei dovesse vincere questo round, il presidente dovrebbe mettersi dalla parte giusta della storia. Non ha nulla da perdere: la Guida Suprema non concederà mai nulla sul nucleare. E più il regime clericale diventerà impresentabile al suo interno, più diventerà impresentabile all'estero. Mousavi è la sola speranza di Obama», conclude Gerecht.

Sul Weekly Standard, lo stesso Gerecht approfondisce il tema: «Ci si è sempre chiesti se l'istituto del velayat-e faqih sarebbe sopravvissuto a Khamenei. Egli stesso ora ha dato abbastanza garanzie che non sopravviverà». «Non importa cosa accade - è convinto Gerecht - la Repubblica islamica come l'abbiamo conosciuta probabilmente è finita». Tutti i regimi, spiega, «hanno bisogno di una qualche legittimazione per sopravvivere, e la Repubblica islamica si reggeva su due pilastri»: la convinzione che gli iraniani continuassero a sostenere la rivoluzione islamica e le basi essenziali del suo sistema politico; l'adozione del clero come strumento di legittimazione della Repubblica. «Se nelle prossime settimane - prevede Gerecht - Khamenei commette l'errore di dare luce verde al massacro dei giovani iraniani nelle strade, probabilmente perderà il sostegno del clero, tutto tranne il più retrogrado, che però non è rappresentativo dell'establishment. Un golpe da parte delle Guardie della Rivoluzione verrebbe visto come un assoluto disastro dalla maggior parte dei mullah, che hanno gelosamente custodito la loro posizione preminente nella società».

E allora, «il più importante esperimento di ideologia islamista dalla nascita della Fratellanza musulmana si rivelerà - agli occhi del suo stesso popolo, dei guardiani della fede, e del mondo intero - un fallimento». A meno che Mousavi non si ritiri e non riporti la calma tra i suoi sostenitori, la rivoluzione islamica, «che fu uno shock per il mondo musulmano 30 anni fa, diventerà o un vero laboratorio di democrazia, o una brutale e violenta dittatura paragonabile per la sua ferocia ai regimi baathisti in Iraq e in Siria». In entrambi i casi non sarà mai più la stessa e, soprattutto, perderà la sua legittimazione religiosa.

Ma perché ci sia «qualche possibilità» che l'Iran «desista» dal nucleare, avverte Gerecht, «Mousavi deve vincere questa battaglia. Se Ahmadinejad e Khamenei trionfano, non cederanno. Per loro, e per le Guardie rivoluzionarie dietro di loro, le armi nucleari sono il mezzo per diventare attori globali e la migliore garanzia di restare al potere», non potendo più sperare di restarci con il consenso del loro popolo. «Anche se Mousavi non è nostro amico - e si rivelasse essere in molti casi nostro nemico - dovremmo tutti augurarci che vinca» e Obama «farebbe bene ad essere più determinato nel difendere la democrazia per un popolo che si è guadagnato il suo rispetto. Gli iraniani - è convinto Gerecht - perdoneranno al presidente l'intromissione».