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Tuesday, August 28, 2012

Tasse da Stato (pat)etico per fare cassa

«Bevi la coca cola che ti fa bene / bevi la coca cola che ti fa digerire / con tutte quelle, tutte quelle bollicine...». Le tasse salutiste annunciate dal ministro Renato Balduzzi ci renderanno più cari i versi di questa provocatoria canzone di Vasco Rossi. L'iniziativa del ministro rivela una concezione dello stato, della fiscalità, profondamente illiberale e anti-economica, ma con le aggravanti dell'inutilità, dell'ipocrisia e della banalità. Oltre al danno di essere governati da statalisti, la beffa (o forse la fortuna?): questi signori non mostrano la minima coerenza per esserlo fino in fondo, né il coraggio di sopportare le conseguenze del loro dirigismo.

C'è qualcuno che davvero ritiene che «un aumento di tre centesimi a bottiglietta» - questo l'aggravio quantificato ieri dal ministro - possa aiutare a «far riflettere - questo lo scopo proclamato - sulla necessità di abitudini alimentari migliori, specialmente per i più giovani»? Non solo l'aggravio è contenuto nell'entità, ma anche circoscritto nei prodotti che colpisce. Perché è stata esclusa una moltitudine di cibi e bevande - anche della nostra tradizione gastronomica - senz'altro nocivi e di cui spesso abusiamo? (...) Per cambiare davvero, in senso "salutista", i consumi alimentari degli italiani sarebbe servito un aggravio molto più pesante, e anche sui prodotti nostrani, ma avrebbe causato danni enormi all'economia e sollevato resistenze ancora più forti.

Eppure, per quanto sia "mini", questo nuovo balzello su bibite analcoliche gassate e superalcolici con zuccheri aggiunti, in ragione della loro diffusione tra i ceti popolari garantirà alle casse dello stato un gettito nient'affatto trascurabile di circa 250 milioni di euro l’anno. La nuova tassa, dunque, è inutile sul piano delle abitudini alimentari e ipocrita, perché lo scopo apparentemente nobile - la salute dei cittadini - serve a dissimulare il vero obiettivo: fare cassa. Appare talmente inappropriata allo scopo dichiarato che chiamare in causa lo stato etico o il paternalismo di stato è persino troppo lusinghiero per Balduzzi.
(...)
La tutela della salute rientra invece nelle funzioni dello stato, ma la sua accezione si sta estendendo fino a minacciare le libertà individuali. Oggi il governo pretende di esercitare la sua tutela non solo nei confronti di possibili danni arrecati da terzi, ma anche di quelli che l’individuo adulto e nel pieno delle sue facoltà può autoinfliggersi. Il diritto alla salute può diventare un dovere alla salute senza ledere la libertà individuale?

Se l'obiettivo non è "etico", ma è contrastare l’aumento dei costi per il servizio sanitario nazionale legati ai comportamenti dannosi per la salute, allora forse si dovrebbe mettere in discussione il modello di sanità pubblica: invece di tassare anche chi non abusa di cibi e bevande, far pagare ai singoli i costi sanitari dei loro stili di vita dissennati.
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Tuesday, March 23, 2010

Il male oscuro del Ventesimo secolo

Dice Antonio Di Pietro: «Chi non ha nulla da nascondere non deve temere le intercettazioni». Un'affermazione che dovrebbe far rabbrividire ogni sincero liberale e democratico e che sicuramente ha fatto rabbrividire Piero Ostellino: «Non è sorprendente che lo pensi un ex poliziotto; è anomalo che ci creda un ex magistrato; è inquietante che lo dica un parlamentare della Repubblica nata dalla Resistenza antifascista». Sul Corriere di oggi avverte che il «male oscuro di cui soffre la nostra democrazia è una "malattia dell'anima" degli italiani» ed è «la stessa sindrome della quale sono morte le democrazie, in Italia, in Spagna, in Germania, nel Ventesimo secolo».
«Si violano le libertà individuali, per il Bene comune; e si finisce con uccidere la democrazia. I cittadini della Germania comunista - come ha raccontato il film Le vite degli altri - erano preoccupati, e indignati, dell'intrusione delle intercettazioni telefoniche nella loro vita privata da parte della polizia politica (la Stasi). In Italia, gran parte degli intellettuali, dei media, della classe politica, dei cittadini comuni è entusiasta dell'idea di sapere che cosa pensano, e dicono al telefono, "gli altri". Ma la divulgazione delle intercettazioni, anche in presenza di fumus criminis, è persino una violazione della sfera privata, nonché dei suoi diritti, anche dell'inquisito, per non parlare di chi ne è esente. Da noi, si ritengono "utili" le intercettazioni e "giusta" la loro divulgazione in nome di una non meglio precisata Etica pubblica. I tedeschi orientali sognavano l'eliminazione delle intercettazioni, e l'hanno salutata come una liberazione alla caduta del Muro che aveva separato il mondo dell'oppressione da quello della libertà. Molti italiani ne auspicano l'aumento e plaudono alla loro divulgazione come una garanzia democratica. Nella loro testa non è ancora caduto il Muro che dovrebbe separare l'idea di libertà, e di moralità, individuali da quella di "Stato-papà-padrone" che veglia sui propri figli, ne punisce, e ne corregge, i difetti con le intercettazioni e la loro divulgazione».

Thursday, March 26, 2009

Follia da stato etico + farsa tutta italiota

Perso per perso, tanto vale che la legge sul testamento biologico sia la più assurda e incostituzionale possibile, cosicché la Corte costituzionale non potrà esimersi dal bocciarla non appena gli capiterà sotto tiro.

Ciò che è successo oggi al Senato però la dice lunga sul comatoso e credo irrecuperabile stato della politica italiana.

Iniziamo col dire che quanto accaduto ci conferma ancora una volta che da cittadini faremmo meglio a esercitare tutti gli spazi di libertà esistenti in concreto senza riporre alcuna fiducia che lo Stato sappia risolvere a nostro vantaggio le ambiguità, e anche ipocrisie, che sorgono in quel gap - in una certa misura inevitabile - tra la legge e la realtà della vita quotidiana.

Nel merito, la legge che il Parlamento sta partorendo è tecnicamente nazistoide. L'articolo 32 della Costituzione è manifestatamente stato scritto avendo in mente le atrocità commesse pochi anni prima dal regime nazista. Questa legge sembra invece farci tornare al tempo in cui lo Stato etico del Terzo Reich disponeva dei corpi dei suoi cittadini malati per condurvi i suoi strani esperimenti. Tali ai miei occhi appaiono situazioni in cui un paziente, non importa quanto consapevole, è obbligato ad alcuni trattamenti sanitari che, senza alcuna speranza di migliorarne la qualità della vita, intervengono sadicamente a prolungarne l'agonia. Davvero bizzarri esperimenti che solo menti malate possono partorire.

Si confonde il diritto alla vita con un inquietante "dovere alla vita". Si parla di centralità della persona, ma si stabilisce che la persona non dispone nemmeno del proprio corpo, sul quale non è né il medico né un famigliare a dire l'ultima parola, ma lo Stato. E non lo fa neanche di volta in volta, caso per caso, ma stabilendo una volta per sempre un esito univoco a situazioni diversissime tra di loro.

La maggioranza ha dato prova di un livello di fanatismo totalitario oltre ogni più negativa previsione. Una massa di invasati, che sembrano non rendersi conto di quanto la legge che hanno votato sia folle anche nella sua palese inapplicabilità. Per assicurarsi che nessuno venga "lasciato andare" bisognerebbe mettere in campo risorse - umane e materiali - inimmaginabili per qualsiasi servizio sanitario nazionale e apparato repressivo.

Impressiona poi la compattezza della maggioranza. E' davvero impensabile che i 150 che hanno votato quel testo (o la maggior parte di loro) non lo ritengano in coscienza assurdo. Ciò ci induce a qualche riflessione su una legge elettorale che sembra aver sì determinato un esito quasi bipartitico, ma che ha praticamente adulterato il concetto stesso di rappresentanza. E' chiaro ormai che deputati e senatori riconoscono come unico loro referente colui, il partito o il leader, che li ha candidati e non coloro - i cittadini - che li hanno eletti. Siamo in una situazione di totale vincolo di mandato partitico. E' urgente, ancor di più in Italia, dove sembra che prevalga più che in altri paesi l'istinto del gregge, avere i collegi uninominali.

Non esente da colpe anche il Pd, che non ha potuto (voluto), a causa delle sue divisioni interne, condurre una limpida battaglia di libertà, cercando invece compromessi al ribasso che avrebbero portato a una legge comunque restrittiva oltre il sopportabile della libertà individuale, ma pericolosamente più passabile agli occhi della Corte. Ma è colpa anche di quanti pur in buona fede, anche contro l'evidenza della direzione favorevole che andavano prendendo le sentenze nei casi Welby ed Englaro, hanno continuato a invocare una legge che con qualunque maggioranza avrebbe ristretto gli spazi di libertà già esistenti nell'ordinamento.

Infine, vi invito a constatare voi stessi l'imprevedibile momento di lucidità - dopo almeno cinque o sei anni - del senatore Marcello Pera.

Friday, February 06, 2009

Rottura con il passato. Berlusconi sceglie lo stato etico

Su se stesso, sul proprio corpo e sulla propria mente, l'individuo è sovrano.
John Stuart Mill


Un Vaticano scatenato come mai prima, una politica in parte inginocchiata, in parte intrisa di una irriducibile ideologia statalista. Un governo che si fa coerente interprete dello stato etico in cui viviamo da 80 anni e violenta il corpo martoriato di una cittadina inerme.

Con il decreto approvato oggi in Cdm, e il disegno di legge che probabilmente verrà presentato alle Camere lunedì, per la prima volta Berlusconi ha deciso di coinvolgere formalmente il suo governo in una battaglia sulle questioni etiche, segnando la fine di quella libertà di coscienza che aveva da sempre rivendicato essere la linea del suo partito su quei temi. Una rottura con il passato che proprio alla vigilia della nascita del PdL può rivelarsi un macigno. Un partito che mira al 40% dei voti e ad essere maggioritario nel Paese non può su questi temi nascere su posizioni estremiste estranee alla maggioranza degli italiani e persino dei suoi elettori.

Il presidente Napolitano ha commesso un solo errore in questa vicenda. Inviando la lettera con il suo no preventivo al decreto mentre era in corso la riunione del Consiglio dei ministri - iniziativa in effetti assai discutibile sotto il profilo istituzionale - ha di fatto ricompattato il governo, perché a quel punto, soprassadendo, l'esecutivo avrebbe avvalorato un potere di vaglio preventivo sulla decretazione d'urgenza da parte del presidente della Repubblica. Quanto meno, è stato questo l'argomento usato per convincere i ministri più riottosi.

Per il resto il presidente ha giustamente rilevato la mancanza dei requisiti di urgenza e necessità per l'emanazione del decreto. Se infatti si sostenesse che i requisiti si siano determinati in conseguenza del caso Englaro, allora si ammetterebbe che si tratta di un decreto ad personam, confermando la sua incostituzionalità; ma viceversa, nessun fatto nuovo sarebbe emerso sulle questioni di fine vita tale da rendere un decreto urgente e necessario. A meno che il governo non sia disposto ad ammettere di essersi accorto solo oggi che nelle strutture sanitarie pubbliche migliaia di pazienti vengono "uccisi".

Ma può il presidente della Repubblica eccepire sulla costituzionalità di un decreto e rifiutarsi di firmarlo? Oppure sui decreti, in quanto atti governativi («sotto la sua responsabilità», recita l'art. 77 riferendosi al governo), la firma presidenziale è da considerarsi un "atto dovuto", notarile? La questione è quanto meno controversa.

Quanto al mancato rispetto della sentenza della Cassazione, a mio avviso è un argomento irrilevante. Il governo e il Parlamento sarebbero infatti pienamente legittimati a legiferare per riempire un vuoto normativo, o correggere una legge, che avessero determinato una certa sentenza.

Ma ciò che nessuna formulazione del decreto avrebbe mai potuto superare, pena la sua inefficacia allo scopo che si erano prefissi i proponenti, è il contrasto della norma con gli artt. 3, 13 e 32 della Costituzione.

Nella seconda bozza del decreto, hanno sostenuto Berlusconi e Sacconi, sono stati accolti i rilievi tecnico-giuridici avanzati dal costituzionalista Onida. Il quale però ha negato, e ha spiegato che porre come limite temporale del divieto di sospendere alimentazione e idratazione artificiali l'approvazione di una legge sul testamento biologico da parte del Parlamento non è comunque sufficiente a rendere costituzionale l'intervento del governo. La prima bozza, infatti, era «costituzionalmente impropria» non solo perché di fatto anticipava la volontà del Parlamento sul testamento biologico, ma soprattutto perché «contrastante con l'art. 32 della Costituzione», nel punto in cui prevedeva che l'alimentazione e l'idratazione non potessero essere in nessun caso rifiutate dai soggetti interessati.

Questo contrasto con la Costituzione è inevitabilmente rimasto anche nella bozza di decreto approvata dal CdM:
«In attesa dell'approvazione di una completa ed organica disciplina legislativa in materia di fine vita, l'alimentazione e idratazione in quanto forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze, non possono in alcun caso essere sospese da chi assiste soggetti non in grado di provvedere a se stessi».
Attenzione a laddove si dice «non in grado di provvedere a se stessi», perché con questa espressione ci si riferisce sia a soggetti incoscienti che coscienti e capaci di intendere e volere ma, per esempio, non in grado di muoversi e, appunto, di provvedere autonomamente a se stessi.

Dunque, non è affatto vero che per il governo e per i sostenitori del divieto di sospensione dei trattamenti il problema consista nell'incertezza sulla reale volontà di Eluana. Anche se potesse esprimersi oggi, questo decreto le negherebbe l'accoglimento delle sue richieste. Ed è ciò che rende il decreto incostituzionale. Non solo il decreto, ma qualsiasi legge che escludesse del tutto la possibilità per un cittadino di rifiutare alimentazione e idratazione, sia naturali che per mezzi artificiali, sarebbe incostituzionale.

Riguardo la pesante ingerenza del Vaticano, il portavoce Padre Lombardi ha smentito «nel modo più categorico» la conversazione telefonica tra il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, e il presidente del Consiglio italiano, riportata questa mattina da un quotidiano. Ma Lombardi non può non essersi accorto che su un altro autorevole quotidiano, il Corriere della Sera, si faceva riferimento ai colloqui che solo ieri Berlusconi avrebbe avuto con monsignor Betori, già segretario generale della Cei, e con il cardinale Bagnasco, presidente della Cei. Evidentemente, dobbiamo supporre, questi colloqui non era in grado di smentirli.

Monday, March 17, 2008

Londra è il buon esempio, non Roma

Negli ultimi giorni Tremonti, in interviste e interventi pubblici, sta cercando di mitigare l'accento protezionista delle idee espresse nel suo ultimo libro, "La paura e la speranza". «Il mio - giura - è un libro sul mercato e per il mercato. Il problema che mi sono posto è quello di riportare il mercato in condizioni di equilibrio. Si tratta solo di proteggere la produzione europea con strumenti temporanei per combattere la concorrenza sleale e asimmetrica. E questo è perfettamente compatibile con i princìpi del liberalismo».

Che le misure a cui pensa siano temporanee, e la concorrenza che vuole combattere sia solo quella sleale, è un chiarimento rassicurante, seppure a nostro avviso la concorrenza sleale dall'Asia non va combattuta con dazi e quote, perché inefficaci, ma con pressioni politiche e regole chiare nella cornice del Wto, che a questo serve.

Rimangono però certi giudizi di fondo che ci allarmano, come quello secondo cui la globalizzazione sarebbe responsabile del «carovita». Oppure, quando Tremonti sostiene che «il vero scontro in realtà è fra Londra e Roma. Perché Londra rappresenta l'Europa come semplice area di libero scambio. È un'idea mercantile del Continente. Nella visione giudaico-cristiana domina viceversa l'idea politica dell'Europa».

Una contrapposizione tra l'Europa continentale, giudaico-cristiana, e quella anglosassone, definita «mercantile». Invece di prendere esempio dalla Gran Bretagna, che riesce ad agganciare e a vivere con successo la globalizzazione, ad essere competitiva, Tremonti la demonizza nel nome di quella parte di Europa (Francia, Germania e Italia) che invece è più in difficoltà, è lenta e appesantita dallo statalismo.

Ma in un libro ci sono anche un clima e dei riferimenti culturali e nel suo Tremonti, scrive Piero Ostellino, capovolge l'enciclica "Populorum progressio", nella quale Papa Paolo VI prediceva che «con la globalizzazione, i Paesi più poveri sarebbero diventati sempre più poveri e quelli ricchi sempre più ricchi. Questi si sarebbero appropriati delle loro materie prime, avrebbero chiuso i propri confini alle loro esportazioni di derrate alimentati. Le economie dei Paesi poveri sarebbero state colonizzate dalle multinazionali americane». Non è accaduto, e Tremonti scrive che invece accade il contrario, che «non sono più i Paesi poveri a fare le spese della globalizzazione, bensì quelli ricchi».

Secondo Ostellino, nel libro di Tremonti «riecheggia la caduta tendenziale del saggio di profitto (Karl Marx, ahi, ahi). La sua "speranza" sembra l'autarchica grandeur dell'Ancien Régime (Jean Baptiste Colbert, ministro delle Finanze di Luigi XIV, ahi, ahi). I rimedi a breve, nella convinzione che "a lungo saremo tutti morti", ripropongono il New Deal americano dopo la crisi del '29 John Maynard Keynes, ahi, ahi). Il richiamo ai valori della famiglia, dell'ordine, dell'identità, è la preghiera domenicale dell'Angelus (Papa Benedetto XVI, ahi, ahi). Ma che ne pensa il mondo imprenditoriale, dal quale, in ultima analisi, dipende la crescita del Paese? E' per la "distruzione creativa" del capitalismo, che accantona le aziende invecchiate per liberare capitali e farne nascere nuove; o è con Marx, Colbert, Keynes, col ministro dell'Economia del probabile prossimo governo che si dice (si dice) liberale?».

In un altro recente editoriale, Piero Ostellino affronta alla radice la cultura statalista che abita entrambi i partiti maggiori. In questa campagna elettorale PdL e Pd non stanno sottoponendo alla gente quello che anche a nostro avviso è il problema dei problemi: quello «del potere pubblico e dei suoi limiti». Certo, «non è un prodotto elettoralmente "commerciabile"». Ma il rischio è che gli italiani non saranno mai consapevoli della «differenza fra la società aperta e una chiusa».

Il paradosso, lo abbiamo scritto tante volte, è che espandendo le sue competenze e la spesa pubblica, lo Stato finisce col «non esserci dove dovrebbe esserci — garantire sicurezza, legalità, giustizia, istruzione — e ad esserci dove non deve, producendo illegalità, divieti, vincoli, sanzioni illegittime». Il pregiudizio che i due partiti maggiori, PdL e Pd, condividono è quello di «assegnare allo Stato una finalità etica (per esempio la giustizia sociale)», accrescendo così il potere della classe politica.
«Lo Stato liberale non è produttore di un'"etica pubblica", bensì di un quadro giuridico entro il quale gli individui sviluppano le loro potenzialità. L'economia di mercato dev'essere regolata dalla politica, ma non può essere piegata a un obiettivo "esterno" ai processi che ne presiedono la produzione di ricchezza. Che è neutrale. L'interventismo pubblico nell'economia di mercato è come l'intrusione della polizia nelle libertà politiche dei cittadini. Da noi la legislazione non fissa solo norme di condotta. Vuole modellare l'Uomo. Ma l'enorme produzione di leggi vanifica la certezza del diritto e paralizza la società. Pdl e Pd non capiscono che, per modernizzare il Paese, è vitale una radicale "semplificazione legislativa" che riduca la pletora di leggi vigenti».
Sotto sotto resiste il riflesso di una «mentalità totalitaria: regolamentare tutto affinché tutto sia proibito tranne ciò che è espressamente consentito». Ne consegue che rispettare le regole è praticamente impossibile, quindi si producono illegalità diffusa e falsi criminali, cittadini comuni che cercano, in qualche modo, di cavarsela. E con tutto ciò ha a che fare anche l il libro di Tremonti, con i richiami all'etica e ai valori tradizionali.

Thursday, February 08, 2007

Il concetto di natura come strumento di potere

Questa sera a 8 e mezzo Galli Della Loggia ha colto il punto della questione omosessuale: la distinzione tra ciò che è naturale e ciò che non lo è. Nel senso che è stato l'unico a sollevarlo tra i presenti alla trasmissione. Qui e da Malvino se ne parla spesso. Naturalmente Della Loggia ha concluso che l'omosessualità non è qualcosa di naturale.

Dal momento che si nega che sia naturale semplicemente tutto ciò che esiste in natura - quindi anche l'omosessualità, e un fiore che sboccia allo stesso modo di un terremoto - la domanda che nessuno ha posto a Della Loggia è chi stabilisce cosa è naturale e cosa non lo è. Di fatto, storicamente, sono gli uomini a stabilirlo. E, ovviamente, coloro che detengono il "potere", nelle sue varie forme, stabiliscono cosa è naturale e cosa no, a seconda nella migliore delle ipotesi della propria sensibilità, nelle peggiore in funzione dei propri interessi.

Dunque, chi nega che sia naturale semplicemente tutto ciò che esiste in natura, ha anche il dovere di spiegarci chi, o che cosa, detenga il potere di stabilirlo e come, con quali mezzi ed entro quali limiti. Qualcuno risponderebbe Dio, o la Tradizione. Ebbene, chi è l'interprete di Dio, chi il custode e l'interprete della Tradizione? Gli uomini. O, meglio, alcuni uomini.

Che siano gli uomini, in definitiva, a stabilire cos'è naturale e cosa no è la migliore dimostrazione del fatto che spesso ciò che viene definito come naturale è in realtà culturale. Natura è cultura. Tant'è che con il trascorrere delle epoche gli uomini hanno dato risposte anche radicalmente diverse su cosa fosse naturale e cosa no. Ciò che sembrava non esserlo mille anni fa magari oggi è ritenuto esserlo, oppure ciò che era ritenuto naturale mille anni fa non lo sembra più oggi.

Ricorrere alle categorie del naturale e del contro natura è dunque un imbroglio di bassa lega. Si "strumentalizza" la natura per far passare in realtà la propria concezione della società e dei rapporti umani, concezioni tutte legittime, per carità, ma anche estremamente culturali, quindi anche relative, discutibili. Introducendo il concetto di naturale si fornisce a un ordine morale e culturale una solida fonte di autorità che trascende l'uomo. Si evoca il concetto di Divinità Superiore, non importa se nella forma di un Dio confessionale o di forze profonde e misteriose dell'Universo, l'effetto è il medesimo.

Tirare in ballo il concetto di natura, che richiama direttamente quello di divino, è il più potente deterrente mai escogitato dagli uomini per scoraggiare altri uomini a contestare l'ordine costituito, per costringerli a non andare contro ciò che di volta in volta il sacerdote o il re definiscono naturale. La via più efficace per il soggiogamento.

Poi Della Loggia ha furbescamente incastrato la povera Ritanna Armeni, chiedendole cosa la frenasse dall'accettare l'incesto. Quella, ingenua, non ha trovato di meglio che motivare il suo rifiuto con «un tabù socialmente imposto», non fornendo ulteriore spiegazione sul perché accettasse il tabù dell'incesto e altri avrebbero dovuto liberarsi di quello del matrimonio omosessuale.

Accettiamo la sfida di Della Loggia. Purtroppo una vecchia norma del nostro codice penale prevede ancora la galera per l'incesto: dico purtroppo perché la norma punisce l'incesto in quanto delitto «contro la morale familiare». Non so se significhi essere favorevoli all'incesto, ma a mio modo di vedere non dovrebbe essere la «morale familiare» l'oggetto della tutela della legge (comunque non con la galera, perché anche l'adulterio, già depenalizzato, va contro la «morale familiare»), ma la libertà e i diritti dei singoli.

Se nel rapporto incestuoso non c'è violenza, c'è piena consapevolezza e un'effettiva capacità di dare o ritirare il proprio consenso, non c'è reato. Condizioni estremamente difficili da riscontrare in un rapporto genitore-figlio, ma assai probabili, per esempio, in un rapporto fratello-sorella. Dunque, il problema del rapporto incestuoso non è morale, ma l'eventuale (purtroppo frequente) sopraffazione, anche solo psicologica, oggetto però di altre leggi che puniscono i reati contro la persona e che quindi rendono inutile una legge specifica contro l'incesto.

Ecco il punto: la legge, in uno stato di diritto e non etico, interviene a tutela della libertà e dei diritti dell'individuo.

Si fa ora riferimento anche alla poligamìa. Nella nostra società c'è una poligamia di fatto, nel senso che è legale, e anzi "socialmente premiante", avere più partner sessuali (alle volte anche contemporaneamente). Non sono permessi matrimoni poligamici. Ma, anche qui, il motivo non è morale - almeno per quanto mi riguarda - c'è un problema di parità di diritti tra uomo e donna e della sopraffazione che storicamente si determina nelle famiglie poligamiche. Dunque, il divieto non risponde a un tabù, ma ancora una volta all'esigenza di tutelare la libertà individuale e l'uguaglianza tra uomo e donna. Dal punto di vista teorico non vi sarebbe alcun problema ad accettare la poligamìa, solo se potessimo essere davvero sicuri che sia una scelta libera e consapevole, che non ci sia costrizione e che ci siano pari diritti.

Per quanto riguarda noi occidentali, abbiamo capito che una moglie basta e avanza... Per quanto riguarda gli islamici, quella sicurezza non possiamo davvero averla. Anzi, abbiamo la certezza dell'opposto.