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Monday, December 20, 2010
Chiuso per lutto
Scusate, sono letteralmente sfiancato di dolore e rabbia per questa ennesima crudele perdita. Questa mattina se n'è andato improvvisamente l'amico e il collega con cui ho pranzato quasi ogni giorno nell'ultimo anno. Un liberale e un giornalista impermeabile ai conformismi e agli odiosi tic dei mainstream media. Addio Maurizio, negli ultimi mesi eri stato sottoposto a stress insopportabili, più di quanto potessimo immaginare, ma che stavi affrontando con la tua grande passione di sempre e con il tuo stoico e "bresciano" senso del dovere. E' stato un onore e un piacere lavorare con te, una delle poche persone leali che ho incontrato in questo ambiente, che sapeva riconoscere e apprezzare il valore altrui. Sempre cari mi saranno il tuo esempio e le nostre discussioni.
Friday, September 24, 2010
Alle comiche finiane/2
Lasciatemi dire, la ricostruzione di Bocchino ad Annozero, con tanto di agenti italiani, libici e russi, tutti a Saint Lucia a cercare di incastrare Fini, con l'aiuto di un certo Lavitola, e di un'agenzia di stampa, Il Velino, e gli articoli di oggi della Sarzanini e del "commissario Davanzoni" (che tra l'altro indicano in Capezzone il «proprietario» del Velino, mentre ha venduto la quota - di minoranza - che aveva, la primavera scorsa, e sarebbe stato facile accertarlo); ebbene, tutta questa ricostruzione (che Bordin questa mattina ha sintetizzato magnificamente «a metà tra un romanzo di Ken Follett e un film della Pantera rosa») mi conferma, almeno personalmente, che i finiani stanno alla frutta, alla disperazione. Brancolano nel buio. Se pensano che dietro alla presunta patacca ci sia "Il Velino", Vittorugo Mangiavillani, allora sono alla frutta. Ci sarà da ridere, diceva Fini da Mentana. No, caro presidente, già stiamo ridendo.
E questo a prescindere dall'autenticità o meno della lettera del ministro della Giustizia di Saint Lucia che attribuisce al "cognato" di Fini, Giancarlo Tulliani, la titolarità delle società off-shore acquirenti dell'immobile ex An di Montecarlo. Non ho alcun elemento per affermare che sia vera o falsa, ma è bene mettersi d'accordo subito su alcuni criteri fondamentali: se si dimostrerà un falso, allora siamo di fronte a qualcosa che si può chiamare "dossieraggio"; ma se è vera (e contattato dal Fatto quotidiano, il ministro ha detto: «E' vera»), bisognerà finirla con queste accuse e cominciare a parlare di scoop giornalistico, indipendentemente dalle fonti. Tra l'altro, siccome conosco l'agenzia e il giornalista di cui si parla, e ai quali si attribuisce un ruolo abnorme e surreale in questa vicenda, questo mi dà personalmente la misura delle cazzate che tutti i giorni - senza poter esserne avvertito come stavolta - scrivono certi giornalisti di certi giornali e su cui ruota tutto il dibattito politico. Il mondo politico e giornalistico di questo Paese è letteralmente impazzito, rincoglionito, tutti che giriamo come criceti in una ruota.
In questa vicenda fin qui poco chiara ci sono tuttavia alcuni punti fermi. Primo, Fini nel 2008 ha svenduto una casa del suo partito ad una società off-shore, ad un prezzo da lui definito congruo: 300 mila euro. Ora, a prescindere da valori fiscali e catastali, il presidente della Camera dovrebbe andarlo a spiegare a chi con enormi sacrifici compra a quel prezzo un modesto appartamento a Centocelle, Quarticciolo, Tor Bella Monaca, per rimanere nella periferia romana. A questo punto, sono tutti dei deficienti, se non se lo sono andati a comprare a Montecarlo? Secondo, lo svende a una società off-shore di uno dei Paesi su tutte le black-list anti-riciclaggio dei Paesi occidentali (come ha avuto la faccia tosta di ricordare Flavia Perina), con il rischio concreto che dietro ci siano come minimo evasori fiscali, se non la mafia stessa. Terzo, altro che "killeraggio" e "regime". E' evidente che la magistratura sta dimostrando totale disinteresse nelle indagini, al contrario dello zelo dimostrato in altre vicende. Di solito, sui giornali leggiamo anticipazioni di indagini, se non stralci di verbali; qui, stranamente, i giornali sono avanti e la Procura di Roma non riesce neanche a farsi mandare banali documenti dal Principato di Monaco. E quotidiani come Corriere e Repubblica, se si fosse trattato di Berlusconi o di qualcuno a lui vicino, c'è da scommettere che non avrebbero smesso di titolare fino alle dimissioni: "Tizio svende casa alla Mafia".
UPDATE ore 13:47 - Ecco la risposta di Mangiavillani alla Sarzanini:
E questo a prescindere dall'autenticità o meno della lettera del ministro della Giustizia di Saint Lucia che attribuisce al "cognato" di Fini, Giancarlo Tulliani, la titolarità delle società off-shore acquirenti dell'immobile ex An di Montecarlo. Non ho alcun elemento per affermare che sia vera o falsa, ma è bene mettersi d'accordo subito su alcuni criteri fondamentali: se si dimostrerà un falso, allora siamo di fronte a qualcosa che si può chiamare "dossieraggio"; ma se è vera (e contattato dal Fatto quotidiano, il ministro ha detto: «E' vera»), bisognerà finirla con queste accuse e cominciare a parlare di scoop giornalistico, indipendentemente dalle fonti. Tra l'altro, siccome conosco l'agenzia e il giornalista di cui si parla, e ai quali si attribuisce un ruolo abnorme e surreale in questa vicenda, questo mi dà personalmente la misura delle cazzate che tutti i giorni - senza poter esserne avvertito come stavolta - scrivono certi giornalisti di certi giornali e su cui ruota tutto il dibattito politico. Il mondo politico e giornalistico di questo Paese è letteralmente impazzito, rincoglionito, tutti che giriamo come criceti in una ruota.
In questa vicenda fin qui poco chiara ci sono tuttavia alcuni punti fermi. Primo, Fini nel 2008 ha svenduto una casa del suo partito ad una società off-shore, ad un prezzo da lui definito congruo: 300 mila euro. Ora, a prescindere da valori fiscali e catastali, il presidente della Camera dovrebbe andarlo a spiegare a chi con enormi sacrifici compra a quel prezzo un modesto appartamento a Centocelle, Quarticciolo, Tor Bella Monaca, per rimanere nella periferia romana. A questo punto, sono tutti dei deficienti, se non se lo sono andati a comprare a Montecarlo? Secondo, lo svende a una società off-shore di uno dei Paesi su tutte le black-list anti-riciclaggio dei Paesi occidentali (come ha avuto la faccia tosta di ricordare Flavia Perina), con il rischio concreto che dietro ci siano come minimo evasori fiscali, se non la mafia stessa. Terzo, altro che "killeraggio" e "regime". E' evidente che la magistratura sta dimostrando totale disinteresse nelle indagini, al contrario dello zelo dimostrato in altre vicende. Di solito, sui giornali leggiamo anticipazioni di indagini, se non stralci di verbali; qui, stranamente, i giornali sono avanti e la Procura di Roma non riesce neanche a farsi mandare banali documenti dal Principato di Monaco. E quotidiani come Corriere e Repubblica, se si fosse trattato di Berlusconi o di qualcuno a lui vicino, c'è da scommettere che non avrebbero smesso di titolare fino alle dimissioni: "Tizio svende casa alla Mafia".
UPDATE ore 13:47 - Ecco la risposta di Mangiavillani alla Sarzanini:
«Le colleghe e i colleghi che hanno avuto l'amabile sensibilità di coinvolgermi, a prescindere, nello scontro fra Italo Bocchino e i giornali che da mesi indagano sulla vicenda legata alla casa di Montecarlo, dovrebbero indicarmi tempi e luoghi nei quali si sarebbe consumata la mia "amicizia" con il signor Pio Pompa. E ciò perché come ben sa anche qualche brillante signora, gaia frequentatrice di "certi ambienti", chi trova "certi amici" trova un tesoro e un'ottima tribuna dalla quale propalare affari e notizie preconfezionate».UPDATE ore 18:44 - St. Lucia ha confermato ufficialmente l'autenticità del documento. Domani Fini esporrà in un video la sua verità. A prescindere dal merito del caso Montecarlo e dalle dimissioni (che io continuo a ritenere doverose per l'incompatibilità del suo ruolo politico con la carica di presidente della Camera), a questo punto però Fini e finiani almeno una cosa dovrebbero farla: chiedere scusa ai giornalisti, ai servizi e a Berlusconi per le accuse di "dossieraggio". Solo questo, almeno questo. E forse qualcuno dovrebbe scusarsi anche con St. Lucia, su cui è stata fatta fin troppa ironia. Non conosco questa piccola isola caraibica, ma dai minimi indicatori istituzionali ed economici non mi pare un "Bananas" qualsiasi. Certo, se poi la teoria è "Berlusconi tanto si compra tutti", allora si può sostenere davvero di tutto...
Friday, March 12, 2010
Rappresaglia contro Minzolini
Su il Velino
Nel mezzo di una campagna elettorale dagli animi già esasperati per il caos liste si apre una nuova offensiva mediatico-giudiziaria, lungo l'asse procure-organi di stampa e settori politici giustizialisti, volta a colpire il premier Berlusconi e a intimidire il direttore del Tg1 Augusto Minzolini. Lo strumento, ancora le intercettazioni telefoniche. Dopo il capo della Protezione civile Guido Bertolaso, questa volta a farne le spese sono Minzolini e un commissario dell'Agcom, Giancarlo Innocenzi, oltre a Berlusconi, naturalmente. Un caso che riaccende le polemiche sull'uso delle intercettazioni. Da una semplice indagine della Procura di Trani sui tassi d'usura di alcune carte di credito "revolving", di telefonata in telefonata si arriva ad ascoltare conversazioni che nulla hanno a che fare con l'inchiesta di partenza, ma che vedono protagoniste personalità ben più importanti e persino il presidente del Consiglio. Emerge un uso delle intercettazioni non come strumento per rafforzare gli elementi di prova a carico di indagati o sospettati, ma come vera e propria rete "a strascico" da cui "pescare" possibili ipotesi di reato.
Dalla procura le intercettazioni finiscono sui tavoli della redazione del giornale di Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano, che ci informa del loro contenuto e ci dice che sulla base di queste intercettazioni sarebbero indagati...
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Nel mezzo di una campagna elettorale dagli animi già esasperati per il caos liste si apre una nuova offensiva mediatico-giudiziaria, lungo l'asse procure-organi di stampa e settori politici giustizialisti, volta a colpire il premier Berlusconi e a intimidire il direttore del Tg1 Augusto Minzolini. Lo strumento, ancora le intercettazioni telefoniche. Dopo il capo della Protezione civile Guido Bertolaso, questa volta a farne le spese sono Minzolini e un commissario dell'Agcom, Giancarlo Innocenzi, oltre a Berlusconi, naturalmente. Un caso che riaccende le polemiche sull'uso delle intercettazioni. Da una semplice indagine della Procura di Trani sui tassi d'usura di alcune carte di credito "revolving", di telefonata in telefonata si arriva ad ascoltare conversazioni che nulla hanno a che fare con l'inchiesta di partenza, ma che vedono protagoniste personalità ben più importanti e persino il presidente del Consiglio. Emerge un uso delle intercettazioni non come strumento per rafforzare gli elementi di prova a carico di indagati o sospettati, ma come vera e propria rete "a strascico" da cui "pescare" possibili ipotesi di reato.
Dalla procura le intercettazioni finiscono sui tavoli della redazione del giornale di Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano, che ci informa del loro contenuto e ci dice che sulla base di queste intercettazioni sarebbero indagati...
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Monday, February 15, 2010
Tutti a scuola... di residui ideologici
Ecco la paccottiglia ideologica che finisce nelle mani degli studenti nelle nostre scuole pubbliche, mentre continua l'inganno del «pluralismo educativo».
Su il Velino:
Il testo di studio per le scuole superiori "Geografia dei continenti extraeuropei", a cura di Gianni e Francesca Sofri, è farcito di errori e omissioni tali da lasciare sbigottiti. Questo libro edito da Zanichelli, che annovera tra le sue firme anche autori come Lucia Annunziata ed Enrico Deaglio, in ossequio all'interdisciplinarità degli studi non si occupa solo di geografia, ma è corredato da ampie dissertazioni storiche sui Paesi di cui si occupa. Purtroppo, proprio in questa parte storica si trovano gravissimi errori, oltre a omissioni e inesattezze tali da porre il dubbio che talvolta intenda indirizzare gli studenti a favore di un certo credo ideologico. Ad esempio...
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Su il Velino:
Il testo di studio per le scuole superiori "Geografia dei continenti extraeuropei", a cura di Gianni e Francesca Sofri, è farcito di errori e omissioni tali da lasciare sbigottiti. Questo libro edito da Zanichelli, che annovera tra le sue firme anche autori come Lucia Annunziata ed Enrico Deaglio, in ossequio all'interdisciplinarità degli studi non si occupa solo di geografia, ma è corredato da ampie dissertazioni storiche sui Paesi di cui si occupa. Purtroppo, proprio in questa parte storica si trovano gravissimi errori, oltre a omissioni e inesattezze tali da porre il dubbio che talvolta intenda indirizzare gli studenti a favore di un certo credo ideologico. Ad esempio...
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Monday, September 07, 2009
Una Fox News per il centrodestra
«Al centrodestra servirebbe una Fox news italiana». Da leggere il Taccuino di questa settimana di Daniele Capezzone, su il Velino:
Contrariamente a chi pensa che le tv berlusconiane siano un fucile perfettamente oliato e carico in funzione politico-elettorale... io credo che al centrodestra italiano manchi drammaticamente uno strumento televisivo (e/o radiofonico) da battaglia. Servirebbe una Fox News italiana, e forse è un triplo scandalo parlarne: perché apparirà oltraggioso, per qualcuno, il solo pensare ad un irrobustimento mediatico del centrodestra; perché i fautori del politically correct ci spiegherebbero che Fox News è più a destra di Gengis Khan; e perché - vi dirà qualche berlusconiano ortodosso - la Fox appartiene a Rupert Murdoch, il cui gruppo appare oggi globalmente orientato in modo ostile rispetto alla maggioranza politica affermatasi in Italia. Eppure il caso Fox andrebbe studiato e vivisezionato, e invece non sorprende che, con l'unica consueta eccezione rappresentata da un'attenta analisi di Christian Rocca, gli osservatori italiani sembrino così distratti rispetto a quel "paradigma".Nonostante infatti non si possa certo dire che a Berlusconi manchino tv e tg "amici", questi "amici" non fanno quasi mai informazione, e il più delle volte annoiano il pubblico, mentre Fox News sta sulla notizia, parte dai fatti e offre inchieste e approfondimenti informatissimi, fa parlare esperti, incalza i Democratici senza sconti.
Wednesday, July 29, 2009
Usa-Cina. Le prove di G-2 e la vera bolla cinese
Su Il Velino
Il vertice Stati Uniti-Cina dei giorni scorsi ha fornito ulteriori elementi di riflessione riguardo l'ipotesi G-2, una governance globale sempre più imperniata sull'asse Washington-Pechino su temi quali l'economia, il clima, la non-proliferazione nucleare. Il presidente americano Obama ha parlato di partnership strategica, spiegando che «le relazioni tra Stati Uniti e Cina daranno forma al 21esimo secolo». La natura strategica e non solo economica che Washington vuole conferire alla cooperazione con la Cina è confermata dalla definizione stessa dei due giorni di incontri come "Dialogo strategico ed economico" e dall'intervento congiunto, alla vigilia, del segretario di Stato Hillary Clinton e del segretario al Tesoro Timothy Geithner, che dalle colonne del Wall Street Journal hanno sostenuto la necessità di «discussioni di livello strategico» tra Usa-Cina.
Nel dibattito sulla natura dei rapporti da tenere con la Cina, a Washington si confrontano due scuole di pensiero: i «funzionalisti» e gli «strategici», li definisce John Lee, studioso dell'Hudson Institute. I primi ritengono che Stati Uniti e Cina sono così interdipendenti dal punto di vista economico da essere obbligati ad essere partner strategici. Una cooperazione da cui entrambi avrebbero tutto da guadagnare - invece che una competizione a "somma zero" - è a loro avviso un obiettivo fattibile. Tutti gli eventuali motivi di tensione tra le due potenze sono transitori e dovuti per lo più ad incomprensioni, mentre le profonde divergenze che ancora esistono passano in secondo piano se ci si concentra sui problemi pratici. «Quando siete sulla stessa barca, dovete attraversare il fiume in modo pacifico», è il proverbio cinese cui hanno fatto ricorso la Clinton e Geithner per spiegarsi.
Gli "strategici" non hanno una visione così rosea. Per loro i rapporti tra Stati Uniti e Cina vanno letti nell'ottica di una competizione strategica, una rivalità irreversibile e già in corso. Ciò non significa che non debbano migliorare le loro relazioni e aumentare la reciproca comprensione per minimizzare le tensioni, ma che ogni cooperazione può essere solo tattica, non strategica. Dietro di essa uno scontro sostanziale di interessi e valori, che può essere gestito ma non risolto, a meno che interessi e valori dell'una o dell'altra potenza non mutino, ma è altamente improbabile. Nell'attuale amministrazione i "funzionalisti" stanno prevalendo...
(...)
la crescita economica cinese non dovrebbe essere considerata un dato scontato, una variabile indipendente. Mentre la bolla cinese di cui molti analisti finanziari temono l'esplosione è quella azionaria, secondo Vitaliy N. Katsenelson bisogna guardare altrove: è «l'intera economia cinese che si sta preparando a esplodere», ha scritto per Foreign Policy.
CONTINUA
Il vertice Stati Uniti-Cina dei giorni scorsi ha fornito ulteriori elementi di riflessione riguardo l'ipotesi G-2, una governance globale sempre più imperniata sull'asse Washington-Pechino su temi quali l'economia, il clima, la non-proliferazione nucleare. Il presidente americano Obama ha parlato di partnership strategica, spiegando che «le relazioni tra Stati Uniti e Cina daranno forma al 21esimo secolo». La natura strategica e non solo economica che Washington vuole conferire alla cooperazione con la Cina è confermata dalla definizione stessa dei due giorni di incontri come "Dialogo strategico ed economico" e dall'intervento congiunto, alla vigilia, del segretario di Stato Hillary Clinton e del segretario al Tesoro Timothy Geithner, che dalle colonne del Wall Street Journal hanno sostenuto la necessità di «discussioni di livello strategico» tra Usa-Cina.
Nel dibattito sulla natura dei rapporti da tenere con la Cina, a Washington si confrontano due scuole di pensiero: i «funzionalisti» e gli «strategici», li definisce John Lee, studioso dell'Hudson Institute. I primi ritengono che Stati Uniti e Cina sono così interdipendenti dal punto di vista economico da essere obbligati ad essere partner strategici. Una cooperazione da cui entrambi avrebbero tutto da guadagnare - invece che una competizione a "somma zero" - è a loro avviso un obiettivo fattibile. Tutti gli eventuali motivi di tensione tra le due potenze sono transitori e dovuti per lo più ad incomprensioni, mentre le profonde divergenze che ancora esistono passano in secondo piano se ci si concentra sui problemi pratici. «Quando siete sulla stessa barca, dovete attraversare il fiume in modo pacifico», è il proverbio cinese cui hanno fatto ricorso la Clinton e Geithner per spiegarsi.
Gli "strategici" non hanno una visione così rosea. Per loro i rapporti tra Stati Uniti e Cina vanno letti nell'ottica di una competizione strategica, una rivalità irreversibile e già in corso. Ciò non significa che non debbano migliorare le loro relazioni e aumentare la reciproca comprensione per minimizzare le tensioni, ma che ogni cooperazione può essere solo tattica, non strategica. Dietro di essa uno scontro sostanziale di interessi e valori, che può essere gestito ma non risolto, a meno che interessi e valori dell'una o dell'altra potenza non mutino, ma è altamente improbabile. Nell'attuale amministrazione i "funzionalisti" stanno prevalendo...
(...)
la crescita economica cinese non dovrebbe essere considerata un dato scontato, una variabile indipendente. Mentre la bolla cinese di cui molti analisti finanziari temono l'esplosione è quella azionaria, secondo Vitaliy N. Katsenelson bisogna guardare altrove: è «l'intera economia cinese che si sta preparando a esplodere», ha scritto per Foreign Policy.
CONTINUA
Tuesday, July 21, 2009
Moratti si nasce
Dallo "sfortunato" collocamento in Borsa della Saras alle «sontuose campagne acquisti» per l'Inter; dagli incidenti nella raffineria di Sarroch in Sardegna ai "buoni benzina" ai partiti. Tutto da leggere questo pregevole pezzo di Gianluigi Da Rold per Il Velino sul «fascino discreto» dei Moratti.
Thursday, July 02, 2009
Altro che sanzioni, ancora voglia di engagement
«La valutazione del ministro Frattini è corretta: gli Stati Uniti non sembrano avere alcun "appetito" per nuove sanzioni contro l'Iran». Emanuele Ottolenghi, direttore del Transatlantic Institute, condivide questa valutazione, fatta dal ministro degli Esteri riferendo sull'Iran in Parlamento, e la necessità di coinvolgere la Russia sul dossier nucleare iraniano. Mosca, secondo Ottolenghi, «a differenza dei Paesi occidentali crede che l'Iran sia lontano dalla realizzazione di armi nucleare. La Russia gioca un ruolo ambiguo, fornendo a Teheran la tecnologia della quale ha bisogno», ma facendolo in sostanza «al rallentatore».
Del resto della relazione di Frattini, invece, non condivide nulla. D'altra parte tutti i paesi europei stanno aderendo - sia pure con toni diversi - alla voglia americana di engagement con l'Iran, nonostante tutto. «Gli americani sono convinti che ci sia ancora spazio per continuare sulla strada del dialogo con l'Iran», ha spiegato Ottolenghi a Il Velino. Una posizione «pragmatica», che persiste nonostante la consapevolezza, in America come in Italia, che alla luce di quanto è successo dopo la contestata rielezione di Ahmadinejad «un negoziato con gli ayatollah sul nucleare è oggi più difficile di ieri», come dicevamo su questo blog qualche giorno fa.
Quindi, dal G8 dell'Aquila uscirà solo una dichiarazione sul modello di quella già adottata dai ministri degli Esteri a Trieste. Con Francia, Gran Bretagna, Germania, Canada e Giappone duri con Teheran, Mosca sul fronte opposto e in mezzo Italia e Stati Uniti, più concilianti, a mediare. «Ma non si adotteranno, credo, meccanismi punitivi o operativi contro l’Iran». Anch'io come Ottolenghi credo che «la politica dell'engagement oggi non ha più ragione d'essere». Per i seguenti motivi: «In Iran è in corso uno scontro di potere: inutile quindi aspettarsi un aggiustamento diplomatico sul nucleare finché lo scontro non sarà concluso; «se vince il fronte di Ahmadinejad – come è probabile succeda sempre che il governo non perda l'appoggio delle Forze armate e delle milizie "rivoluzionarie" – sarà molto difficile che l'esecutivo scelga poi una linea compromissoria. Al contrario un governo debole che si regge sulla repressione violenta del proprio popolo vedrà complotti stranieri ovunque».
Del resto della relazione di Frattini, invece, non condivide nulla. D'altra parte tutti i paesi europei stanno aderendo - sia pure con toni diversi - alla voglia americana di engagement con l'Iran, nonostante tutto. «Gli americani sono convinti che ci sia ancora spazio per continuare sulla strada del dialogo con l'Iran», ha spiegato Ottolenghi a Il Velino. Una posizione «pragmatica», che persiste nonostante la consapevolezza, in America come in Italia, che alla luce di quanto è successo dopo la contestata rielezione di Ahmadinejad «un negoziato con gli ayatollah sul nucleare è oggi più difficile di ieri», come dicevamo su questo blog qualche giorno fa.
Quindi, dal G8 dell'Aquila uscirà solo una dichiarazione sul modello di quella già adottata dai ministri degli Esteri a Trieste. Con Francia, Gran Bretagna, Germania, Canada e Giappone duri con Teheran, Mosca sul fronte opposto e in mezzo Italia e Stati Uniti, più concilianti, a mediare. «Ma non si adotteranno, credo, meccanismi punitivi o operativi contro l’Iran». Anch'io come Ottolenghi credo che «la politica dell'engagement oggi non ha più ragione d'essere». Per i seguenti motivi: «In Iran è in corso uno scontro di potere: inutile quindi aspettarsi un aggiustamento diplomatico sul nucleare finché lo scontro non sarà concluso; «se vince il fronte di Ahmadinejad – come è probabile succeda sempre che il governo non perda l'appoggio delle Forze armate e delle milizie "rivoluzionarie" – sarà molto difficile che l'esecutivo scelga poi una linea compromissoria. Al contrario un governo debole che si regge sulla repressione violenta del proprio popolo vedrà complotti stranieri ovunque».
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