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Wednesday, July 05, 2017

Il risveglio dell'Arabia Saudita: perché ora e come cambierà (forse) il Regno

Pubblicato su formiche

Cosa c'è dietro le recenti mosse di Riad, dalla rottura con il Qatar all'ascesa del nuovo principe ereditario Mohammed bin Salman

L'Arabia Saudita è storicamente uno degli attori più cauti nel teatro mediorientale e che più ha resistito alle sirene della modernità dalla sua fondazione nel 1932. Da qualche tempo, tuttavia, sembra aver sostituito la sua proverbiale cautela, quasi immobilismo, con un attivismo senza precedenti e non privo di rischi, da cui trapela un senso di urgenza. In tre settimane, i sauditi hanno concertato con altre nazioni arabe l'isolamento del vicino Qatar, posto le basi per nuovi rapporti con Israele, strigliato il Pakistan, alzato il livello del loro confronto con l'Iran e portato avanti una guerra verbale con la Turchia di Erdogan. Nel frattempo, continuano a bombardare lo Yemen a sostegno dei loro alleati locali nella guerra civile che dilania il Paese. Dopo l'ondata delle cosiddette primavere arabe nel 2011 Riad ha elevato il proprio grado di allarme per la minaccia sovversiva dell'islam politico radicale. La storica ambivalenza saudita nei confronti dell'estremismo e del terrorismo islamista, sulla base delle affinità con il wahabismo, sembra lasciare il posto alla ragion di Stato, dal momento che i piani di califfato di organizzazioni quali Al Qaeda e Isis, e l'ideologia politica dei Fratelli musulmani, che puntano a rovesciare i regimi arabi, rappresentano una minaccia esistenziale per le monarchie del Golfo.

Il recente attivismo saudita non è rivolto solo all'estero ma anche all'interno del Regno. Un altro segnale che l'Arabia Saudita si sta avviando verso un'epoca di grandi cambiamenti è la recente decisione di Re Salman di cambiare la linea di successione in favore del figlio 31enne Mohammed bin Salman, ministro della difesa, al posto del nipote Mohammed bin Nayef, potente ministro dell'interno che per un decennio ha condotto una lotta spietata contro il terrorismo e il dissenso politico, ma indebolito dal tentativo di assassinio subito nel 2009 per mano di al Qaeda. Non solo un grande salto generazionale, soprattutto una decisa rottura con la tradizione, che vuole la linea di successione saudita passare non di padre in figlio ma da un fratello all'altro, di solito non meno che settantenni, dei numerosi figli del fondatore del Regno, Abdulaziz Ibn Saud. E il Concilio Reale, in cui sono rappresentate tutte le discendenze, avrebbe approvato il passaggio a grande maggioranza, 31 a 3.

Ma cosa c'è dietro questo improvviso attivismo saudita? La paura, secondo uno dei maggiori studiosi di politica estera americani, Walter Russell Mead. Per anni proprio la paura ha reso i sauditi cauti, anche perché fiduciosi nella protezione americana. Ma con Obama è iniziata a Riad "l'età dell'insicurezza". L'apertura della precedente amministrazione Usa all'Iran – e la sua intenzione di ignorare l'approccio aggressivo di Teheran nella regione pur di non compromettere l'accordo sul nucleare – ha lasciato nei sauditi la sensazione del tradimento e dell'isolamento. Con l'egemonia iraniana che si espandeva in Iraq, Siria e Libano, i sauditi hanno concluso che la loro sicurezza non era più considerata a Washington come parte dell'interesse nazionale americano. Con la sua svolta l'amministrazione Trump sta cercando di rassicurare i sauditi che la politica filo-iraniana è finita, ma il senso di insicurezza è ormai profondo a Riad, perché la politica estera americana è diventata meno prevedibile e più incostante. In una parola, inaffidabile, per chi ha fondato la sua strategia di sicurezza nazionale sulla stabilità dell'alleanza con gli Stati Uniti.

Poi c'è il tema del petrolio. Con le sue enormi riserve, l'Arabia Saudita ha sempre usato la sua posizione di forza per mantenere il più possibile la stabilità dei prezzi rispetto ai tentativi di produttori più aggressivi che avevano interesse ad alzarli. Un ruolo particolarmente apprezzato a Washington. L'interesse saudita era quello di impegnare i suoi clienti nel lungo termine ed evitare che gli investimenti prendessero la via di fonti energetiche alternative. Ma la "shale revolution" sta cambiando gli equilibri e Washington e Riad non hanno più interessi così allineati nel mercato petrolifero. Gli estrattori americani, che possono rapidamente aumentare o diminuire la produzione al variare dei prezzi, rappresentano una sfida al ruolo dell'Arabia Saudita come produttore leader. Inoltre, i progressi nell'efficienza energetica e le fonti alternative stanno spostando la curva di domanda di lungo termine degli idrocarburi.

La combinazione tra petrolio meno redditizio e pressione demografica mette a rischio il fragile contratto sociale del Regno basato sui proventi petroliferi: Riad teme che l'oro nero non basti più a sostenere il benessere dei suoi sempre più numerosi (e giovani) sudditi. Insomma, temendo di non poter più contare solo sul petrolio per la propria ricchezza e fidarsi ciecamente di Washington per la propria sicurezza, i sauditi si stanno assumendo dei rischi. L'età e il profilo riformatore del nuovo erede al trono, Mohammed bin Salman, sono il segno dell'accelerazione impressa alla vita politica e sociale del Regno. Il giovane Salman crede che le risposte a queste sfide siano una politica estera assertiva, nel contrapporre all'espansionismo iraniano un fronte sunnita compatto e determinato, e un piano di riforme interne per emanciparsi dalla dipendenza dal petrolio. Come ministro della difesa è stato l'architetto della campagna militare nello Yemen contro i ribelli Houthi sostenuti dall'Iran e uno dei sostenitori della linea dura nei confronti del Qatar.

Il principe ereditario non è stato istruito all'estero, è popolare tra i giovani sauditi che chiedono più opportunità economiche e meno restrizioni sociali. Il giovane principe Salman è l'artefice di "Vision 2030", il più ampio e ambizioso programma di riforme mai proposto per diversificare l'economia saudita ed espandere il ruolo dell'impresa privata. Al centro del piano l'aumento della quota privata dell'economia dal 40 al 65% entro il 2030 e la riduzione della dipendenza del governo dai proventi del petrolio, ora al 70%. Tra le misure, la parziale privatizzazione della compagnia petrolifera statale Aramco e una maggiore partecipazione delle donne alla forza-lavoro (il diritto alla guida sarebbe solo l'inizio). In un paese dove il 45% della popolazione, di 32 milioni, ha meno di 25 anni sarebbe una spinta decisiva alla crescita economica. Ma il nuovo erede al trono è anche un convinto sostenitore di cambiamenti culturali: concerti dal vivo vengono autorizzati e cinema aperti per la prima volta nel Regno. Il che ha già innescato scontri con il potente establishment religioso wahabita. Per gli standard sauditi un programma rivoluzionario, che implica anche un certo grado di separazione tra politica e religione.

Tutto questo, osserva WRM, indica che l'attuale turbolenza nel Golfo sia destinata a durare. Per riportare la stabilità l'amministrazione Trump "dovrebbe pensare ai problemi economici e di sicurezza dell'Arabia Saudita nel loro complesso, e in modo creativo a come questa alleanza, un pilastro della stabilità del Medio Oriente dalla Seconda Guerra Mondiale, possa essere rinnovata". Un'Arabia Saudita moderata e prospera rafforzerebbe la stabilità nel mondo arabo e sarebbe quindi nell'interesse nazionale degli Stati Uniti.

Tuesday, July 04, 2017

Perché gli Stati Uniti di Trump preferiscono l'Arabia Saudita all'Iran

Pubblicato su formiche

Perché gli Stati Uniti hanno preferito tornare all'alleanza con i sauditi anziché continuare sulla strada dell'apertura a Teheran tracciata da Obama

Nelle analisi sul Medio Oriente un fattore abusato, e spesso addirittura fuorviante, è quello dello storico conflitto tra sunniti e sciiti. Come prova anche la crisi tra il Qatar e gli altri Paesi del Golfo, interessi economici e geopolitici pesano spesso di più e, come vedremo, il mondo sunnita è a sua volta diviso molto più di quanto si pensi.

Su Formiche abbiamo già parlato della svolta a 180 gradi impressa dall'amministrazione Trump alla politica americana in Medio Oriente rispetto agli otto anni di presidenza Obama. Dal non disturbare l'Iran nei suoi disegni egemonici al ritorno al fianco dei tradizionali alleati nella regione, Israele e i Paesi arabi sunniti, per contenere e isolare il regime degli ayatollah.

L'ex presidente Obama ha pensato che facendo uscire Teheran dal suo isolamento, con un accordo sul nucleare che prevedesse il progressivo alleggerimento delle sanzioni occidentali, di fatto riconoscendo il suo status di potenza regionale, l'Iran potesse trasformarsi in un fattore di stabilità e gli Stati Uniti avrebbero potuto finalmente ridurre il loro dispendioso impegno in Medio Oriente. Per non pregiudicare quella storica intesa, Obama ha chiuso più di un occhio sull'endemico ruolo destabilizzante degli iraniani nella regione, persino accettando che fosse travolta la sua "linea rossa" sull'uso di armi chimiche in Siria da parte del regime di Assad.

Ma l'idea che i problemi del Medio Oriente si potessero risolvere riammettendo Teheran nel gioco tra le potenze regionali si è rivelata una pericolosa illusione, come dimostra il passato e presente comportamento degli iraniani. Al contrario, il tentativo di "appeasement" ha incoraggiato Teheran a perseguire con maggiore spregiudicatezza i suoi disegni egemonici, dall'Iraq e la Siria allo Yemen, passando per il Libano. E come una scintilla nella polveriera ha infiammato le tensioni regionali: i tradizionali alleati arabi sunniti, sentendosi traditi da Washington e spaventati, hanno reagito anche flirtando con i gruppi jihadisti in Siria in funzione anti-iraniana. Una tentazione in cui è caduta persino la Turchia di Erdogan, un paese Nato.

La realtà è che non ci sono partner ideali in Medio Oriente. Nessun regime nella regione ha interessi, tanto meno valori, identici a quelli americani e occidentali. Premesso che gli Stati Uniti (e l'Occidente) non possono permettersi di non avere una politica in Medio Oriente, e che la disastrosa situazione ereditata nella regione non offre molte altre scelte, si tratta di scegliere tra il male e il peggio. E allora perché, in questo conflitto per procura in corso tra l'Arabia Saudita e i suoi alleati sunniti del Golfo da una parte e l'Iran sciita e alcuni alleati (come il regime di Assad e Hezbollah in Siria, gli Houthi in Yemen) dall'altra, gli Stati Uniti hanno preferito tornare all'alleanza con i primi anziché continuare sulla strada dell'apertura a Teheran tracciata da Obama?

L'aspetto decisivo è che al contrario degli iraniani, i sauditi fino ad oggi hanno dimostrato di accettare di muoversi all'interno di un ordine caratterizzato dalla leadership americana, mentre Teheran intende sfidarla e sostituirsi ad essa, esportare la rivoluzione khomeinista ed estirpare Israele dalle mappe del Medio Oriente. Per il regime degli ayatollah il terrorismo è parte integrante dell'arte del governo e della sua politica estera. Fu il primo in Libano, negli anni '80, a sperimentare con successo le missioni suicide, facendo scuola dai gruppi palestinesi fino ad Al Qaeda e all'Isis. E quando c'è un nemico comune da abbattere anche il dissidio con i sunniti passa in secondo piano. Noto il sostegno iraniano ad Hamas (movimento sunnita della Fratellanza musulmana) contro Israele. Così come il permesso concesso ad Al Qaeda di attraversare il territorio iraniano come strategica via di collegamento tra l'Afghanistan, a est, e l'Iraq, a ovest. Tra gli stati, l'Iran è ancora oggi il principale sponsor del terrorismo al mondo.

L'obiezione è che anche l'Arabia Saudita è un regime dispotico la cui religione ufficiale è una delle versioni più fondamentaliste dell'islam, il wahabismo (che a suon di petrodollari i sauditi si sforzano di diffondere, anche in Europa, attraverso moschee e scuole coraniche), e che la loro condotta nei confronti dell'estremismo e del terrorismo islamista presenta ancora troppe ambiguità. Nonostante tutte le sei monarchie del Golfo abbiano sottoscritto nel 2014 la Dichiarazione di Jeddah, in cui si impegnano a non tollerare finanziamenti ai gruppi terroristici e a "ripudiare la loro ideologia d'odio", ci sono ancora delle omissioni nelle liste delle organizzazioni bandite e nel perseguire i finanziatori privati sul loro territorio.

Tuttavia, dal 2003 al 2006 la monarchia saudita ha combattuto duramente per sedare una ribellione interna di Al Qaeda e dopo l'ondata delle cosiddette primavere arabe nel 2011 ha elevato il proprio grado di allarme per la minaccia sovversiva dell'islam radicale, mentre il Qatar offriva il suo generoso sostegno ai movimenti politici e militari della Fratellanza musulmana (tra cui Morsi in Egitto e Hamas a Gaza) in tutto il mondo arabo, nel tentativo di sfidare l'ordine esistente. Ed è proprio questo uno dei motivi fondamentali della rottura con Doha.

Oltre al conflitto con gli sciiti, infatti, c'è uno scontro per l'identità e la leadership politica dell'islam sunnita che vede Arabia Saudita e Qatar su fronti contrapposti. Entrambe le famiglie regnanti si ritengono i veri discendenti del fondatore del wahabismo, quindi dal punto di vista dottrinario si richiamano alle origini dell'islam, ma con intenzioni e implicazioni molto diverse dal punto di vista politico. Per i sauditi il vero islam, la versione wahabita, si deve rafforzare e diffondere preservando le realtà statuali arabe formatesi negli ultimi cento anni, mentre per i Fratelli musulmani (di cui fa parte anche il partito di Erdogan) che i qatarini sostengono è necessario abbattere i regimi esistenti per unificare le nazioni arabe sotto la stessa guida islamica.

Questo spiega l'ambivalenza di Riad. Dal punto di vista strettamente teologico l'Isis, Al Qaeda e la galassia dei gruppi jihadisti si richiamano evidentemente al wahabismo saudita, ma dal punto di vista dell'ideologia politica, derivata dai Fratelli musulmani, rappresentano una minaccia esistenziale per il Regno dei Saud, dal momento che puntano a una qualche forma di califfato, di unificazione della "umma", la comunità musulmana sunnita, e muovono guerra all'Occidente, non solo agli sciiti.

Negli ultimi anni sembra però che a Riad la ragion di Stato stia prevalendo sulle affinità religiose. Se moschee e centri culturali sia del wahabismo saudita che dei Fratelli musulmani, in competizione tra loro, pullulano anche in Europa ed è un nostro problema limitare, anzi respingere, sia gli uni che gli altri, in quanto portatori di una versione dell'islam incompatibile con i valori occidentali, dal punto di vista geopolitico i recenti sviluppi inducono a propendere verso l'alleanza con i sauditi. Le monarchie del Golfo durante il summit di Riad con il presidente Trump hanno risposto positivamente alla richiesta americana di fare di più per sradicare l'estremismo e il terrorismo islamista.

Le ultime mosse suggeriscono anche che il Regno, uno dei regimi più dispotici e retrivi del mondo islamico, sia alla vigilia di una stagione di profondi cambiamenti, socio-economici e culturali, che potrebbero far entrare il paese nella modernità, fino ad oggi respinta, spingendo gli altri paesi arabi sunniti a seguire lo stesso percorso. E in tal senso va letta la recente decisione di Re Salman di cambiare la linea di successione in favore del figlio 31enne Mohammed bin Salman, giovane e riformatore, sostenitore del piano di riforme "Vision 2030" per diversificare l'economia saudita, ma anche di cambiamenti culturali, che implicano un certo grado di separazione tra politica e religione. Vedremo alla prova dei fatti il riformismo saudita, ma finora quello iraniano incarnato dal presidente Rouhani, che aveva suscitato forse eccessive aspettative nelle capitali occidentali, si è rivelato inconsistente, solo retorico e cosmetico.