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Thursday, August 23, 2007

Guerrieri di Dio

Da vedere la serie di documentari su religioni e politica di Christiane Amanpour, giornalista ed inviata di guerra della Cnn. God's Warrior andrà in onda in tre puntate. La prima, Jewish Warriors, è già passata ieri. Le altre andranno in onda stasera (Muslim Warriors) e domani (Christian Warriors), entrambe sia alle 13 che alle 19 GMT.

Wednesday, May 23, 2007

Qualche ombra nella grazia divina

«Certo, il ricordo di un passato glorioso non può ignorare le ombre che accompagnarono l'opera di evangelizzazione del continente latinoamericano: non è possibile infatti dimenticare le sofferenze e le ingiustizie inflitte dai colonizzatori alle popolazioni indigene, spesso calpestate nei loro diritti umani fondamentali». La doverosa menzione di tali crimini tuttavia, «non deve impedire di prender atto con gratitudine dell'opera meravigliosa compiuta dalla grazia divina tra quelle popolazioni nel corso di questi secoli».

Nel corso dell'udienza generale il Papa ha usato queste parole per correggere parzialmente quanto ebbe a dire in merito durante il suo recente viaggio in Brasile, ricevendo critiche più che giustificate per avere di fatto "ritirato" la richiesta di perdono fatta a nome della Chiesa da Papa Giovanni Paolo II.

«L'annuncio di Gesù e del suo Vangelo non comportò, in nessun momento, un'alienazione delle culture precolombiane, né fu un'imposizione di una cultura straniera... In ultima istanza, solo la verità unifica e la sua prova è l'amore. Per questo motivo Cristo, essendo realmente il Logos incarnato, "l'amore fino alla fine", non è estraneo ad alcuna cultura né ad alcuna persona; al contrario, la risposta desiderata nel cuore delle culture è quella che dà ad esse la loro identità ultima, unendo l'umanità e rispettando contemporaneamente la ricchezza delle diversità, aprendo tutti alla crescita nella vera umanizzazione, nell'autentico progresso. Il Verbo di Dio, facendosi carne in Gesù Cristo, si fece anche storia e cultura. L'utopia di tornare a dare vita alle religioni precolombiane, separandole da Cristo e dalla Chiesa universale, non sarebbe un progresso, bensì un regresso».

Se possibile, le parole di oggi, a parziale correzione di queste pronunciate in Brasile, peggiorano l'impressione che Benedetto XVI abbia ritirato le "scuse" offerte da Papa Wojtyla. Non riconoscere fatti storici precisi, ma parlare vagamente di «ombre» e genericamente di non meglio identificati «colonizzatori» sa di reticenza, quasi a voler ribadire il concetto espresso in Brasile.

Che poi con tanta facilità si ammetta che ci possano essere ombre nell'opera della grazia divina inquieta. Si è persino disposti a dare la colpa a Dio e allo Spirito Santo, piuttosto che condannare gli errori dei Papi precedenti?

Thursday, April 05, 2007

Luigi Castaldi è uscito dal gruppo

V Congresso di Radicali italiani. Il tavolo della presidenzaDopo qualche falsa partenza e qualche ripensamento, sembra essersi chiusa l'esperienza di Luigi Castaldi nella Direzione nazionale di Radicali italiani. Di un certo rilievo le motivazioni, le sue ragioni. Riassumendo si potrebbe dire che Malvino lascia imputando ai radicali scarsa laicità. Scarsa laicità dei radicali, o sarebbe meglio dire nei radicali?

Lo fa concludendo la sua mail alla segretaria, Rita Bernardini, in modo a mio avviso superlativo: «Resto liberale: per tutti voi sarà un po' di meno che radicale, per me – dopo la risposta data da Pannella a Litta Modignani – è un po' di più».

La risposta di Pannella a Litta, durante l'ultimo Comitato, è dunque la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Nel suo intervento Litta Modignani aveva ripreso felicemente alcune espressioni del precedente intervento di Sergio D'Elia, contestandone la laicità. Per esempio, obiettava, «la "compassione come teoria dell'organizzazione" è elemento estraneo alla cultura laica: nessuna organizzazione laica fonda la sua teoria politica su sentimenti, tipo la compassione...».

Intervenendo il giorno successivo, Pannella faceva notare a Litta - con un banale trucco retorico - che dire "questo non è laico" suona come una scomunica e, quindi, non è a sua volta laico. Ma si potrebbe continuare così all'infinito, obiettando a Pannella stesso che non è laico neanche affermare che non sia laico dire "questo non è laico". Seguendo questa logica, sarebbe "liberale" dire a Ruini "non sei liberale"? Non suonerebbe come una scomunica? Alla fine si deve arrivare a un punto in cui è il merito, evidente alla ragione, il metro di un giudizio di cui ci si assume la piena responsabilità. Altrimenti il laico e il liberale non potrebbero esprimere giudizi su nulla.

Detto questo, ciò che ci importa è che Pannella, contraddicendo Litta, chiariva che la «con-passione», il «vissuto» comune, è «l'animus che ha contraddistinto gli ultimi quarant'anni radicali (...) noi stiamo proprio superando quel limite attribuito all'individualismo, contro il quale ci siamo sempre ribellati, ma la mia storia è anche quella della grossa sintonia col personalismo».

Castaldi conclude, dunque, che i radicali sono una «setta cristiana. Anticlericale, certo, ma cristiana... fatta di annuncio, incarnazione, sacrificio, resurrezione, gloria dell'avvento, apocalisse finale». Il partito (o per lo meno il suo vertice) come un corpo mistico e antropologico, che si fonda sulla "comunione" tra i suoi aderenti e di questi con il leader. Una concezione in totale antitesi da quella, proclamata dallo stesso Pannella, delle "doppie tessere", dei "tratti di strada assieme", dell'"unione laica delle forze", e dell'iscrizione annuale (o persino della condivisione di un solo obiettivo) come unica condizione per potersi dire "radicali".

La religiosità, il credere in altro, dei radicali non è un estetismo. Né si tratta del crociano "non possiamo non dirci cristiani". Non è un problema di linea politica non abbastanza laicista. Né il difetto di laicità sta nella convinzione di poter allargare lo «scisma sommerso» all'interno della Chiesa, o nel giudizio positivo che si dà del Concilio Vaticano II, o ancora nel dialogo con esponenti della "base" cattolica e del protestantesimo.

Non sta neanche nel ritenere possibile un liberalismo "cristiano", o un cattolicesimo liberale. In questo dissento parzialmente da Luigi: sono ossimori, forse, nel momento in cui si vorrebbero accostare e fare in qualche modo combaciare le due teorie, o dottrine, quella cattolica e quella liberale. Eppure, se si esce dal territorio astratto della teoria, non credo che dirsi di religione cristiana e, allo stesso tempo, politici liberali sia un ossimoro. Possono essere caratteri specifici che presenti nella stessa persona danno luogo a contraddizioni e imperfezioni rispetto ai due modelli idealtipici, del perfetto "liberale" e del perfetto "cristiano", ma indubbiamente convivono, corrispondono all'esperienza concreta di molti, oggi e in passato.

A ben vedere non è neanche l'intensa religiosità di Marco Pannella il problema, quanto piuttosto il fatto che si teorizzi una «con-passione», un «vissuto» comune, un quid antropologico, come costitutivi del "sistema solare" radicale (non galassia, ché, come ha fatto notare Castaldi, ha più soli). E intorno a un Sole unico che «si è "sempre ribellato all'individualismo" e si è sempre trovato "in grossa sintonia col personalismo", non giro», dice bene Castaldi, richiamando, appunto, quella «dicotomia essenziale – direi fenomenologica, dunque politica, ma anche psicologica ed antropologica – tra individuo e persona».

Un conto sono le passioni di cui è animato un partito, attraverso i suoi aderenti, tutt'altro conto è se il sentirsi in "comunione" diviene la sua "costituzione" materiale, al di sopra degli statuti, delle iscrizioni, degli obiettivi. Allora sì, si pone un problema di laicità che non è della linea politica espressa, ma prima di tutto della sua vita interna.

Considerazioni che non si allontanano molto da quanto ha scritto di recente, ahimé ignorato, Biagio de Giovanni, individuando come limiti dei radicali «l'oligarchismo carismatico» e l'effetto respingente di un «senso di superiorità antropologica». E' «come se i radicali si sentissero sale della terra, mai terra». Dunque, quella politica che «si confonde con la vita», che è «la forza del radicalismo italiano», è anche la sua «debolezza»: si basa sulla carica dirompente, ma momentanea, di quelle «occasioni estreme» che proclamano il superamento di forme vecchie e stanche, ma è incapace della «proposta generale».

L'analisi sostanzialmente corretta che i radicali fanno del regime partitocratico e dell'assenza di democrazia e stato di diritto in Italia rischia di divenire un facile alibi di fronte ai propri errori e inadeguatezze. La consapevolezza di vivere situazioni estreme, da decenni sotto la costante minaccia della sparizione politica e mediatica, e del genocidio culturale ad opera dell'oligarchia, sviluppa all'interno di un gruppo ristretto che si riconosce in un leader carismatico un senso paranoico del complotto e particolari vincoli di solidarietà, di «con-passione», forme di comunitarismo e di estraniamento, tipici della setta, della confraternita, o della cellula. La famiglia, il clan radicale, più che la galassia. Il sentirsi dei radicali come un'etnia è però da considerare come la vittoria del regime sui radicali stessi.

Negli anni della segreteria di Daniele Capezzone, osserva Castaldi - addirittura del Capezzone del "De Merode" - la natura mistica del corpo radicale si era attenuata, o comunque era meno visibile ad uno sguardo esterno. Non per chissà quali posizioni politiche iper-laiciste e anticlericali di Capezzone, ma perché quel corpo mistico e antropologico aveva dovuto cedere spazio al protagonismo e all'attivismo intellettuale e politico, dall'approccio estremamente individualistico, del nuovo segretario. Quel corpo continuava a considerare Capezzone un intruso, altro da sé, nonostante le ragioni politiche che andava esprimendo dimostrassero il contrario. Ma, appunto, lo dimostravano su un piano politico e razionale, non a livello di "affinità elettive".

L'adesione di Capezzone alle ragioni politiche dei radicali nasce da anni di ascolto di Radio Radicale non certo privo di passione, e passioni personali. Si tratta però di una condivisione su base razionale - non sentimentale o "etnica" - degli obiettivi politici.

L'estraneità a quel corpo mistico e antropologico ha permesso a Capezzone di infrangere la barriera dell'"estraniamento" radicale, di ristabilire un prezioso punto di contatto tra i radicali (tutti) e il mondo mediatico di oggi e, insomma, di far uscire la comunicazione radicale dagli anni '70. Senza sacrificare i contenuti e le analisi di fondo della realtà italiana proprie dei radicali, il suo comunicare sintetico, per spot e citazioni televisive, più adatto all'epoca degli sms e dei kilobite, ha per lo meno affiancato un certo astrattismo, un certo intellettualismo radicale. Capezzone sembra oggi in grado di "laicizzare" a colpi di humour e di cultura pop la comunicazione radicale, caratterizzata nel corso degli anni da un linguaggio sempre più da chierici, a causa dei processi poco fa menzionati.

La banalizzazione del messaggio è sempre in agguato e forse le strade da battere sono altre. In un paese spaccato dal punto di vista della "dieta mediatica" dei suoi cittadini - con un terzo di essi più informato, ma spesso anche più inquadrato, che legge i quotidiani, naviga in Internet, guarda le tv satellitari, "insegue" le fonti anche fuori dal nostro paese, e i due terzi, purtroppo i più giovani e i più vecchi, dalla "dieta mediatica" povera, prigionieri della tv generalista, sempre più impermeabili ai messaggi politici - la sfida comunicativa su cui i radicali (chi se non loro?) dovrebbero riflettere, è come raggiungere queste nuove "periferie", questo "terzo mondo" dell'informazione, dove ci si imbatte in un coacervo di istanze liberali e riflessi illiberali.

Come dare forma e contenuti politici a quei mugugni e a quei fenomeni, come l'intimismo, il nuovo edonismo "menefreghista", persino l'evasione fiscale, che possono sembrare irrazionali a uno sguardo superficiale, ma che sono altrettante domande di più libertà rivolte dal vissuto, sofferente, di ciascuno in una società dalle strutture socio-economiche e politiche illiberali?