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Wednesday, May 30, 2007

L'avviso di sfratto da "casa Pannella"

Pannella e Capezzone (foto: dumplife su flickr.com)Se Anchise comincia a pesare...

Alcune cose sconcertano davvero della lettera di Pannella «a e su» Capezzone. Innanzitutto, l'invito esplicito a formalizzare la scissione, ma una scissione "alla radicale", cioè a fondare un nuovo soggetto, "suo", associazione o movimento. Lì sì, nel suo orticello, ammesso all'interno del sistema solare, dell'oligarchia radicale, potrebbe divertirsi come vuole senza fare concorrenza alla linea del sole, Pannella, o, piuttosto, alla non-linea di questi ultimi tempi. Occorre che la politica di Capezzone, pur essendo radicale (anzi, proprio per questo) non sia percepita come la politica dei radicali, ma, appunto, solo "sua", e del suo giocattolo.

Ma Capezzone aspira a qualcosa di più che a un posto nell'azienda di papà. Privato della segreteria, contende a Pannella quella leadership "di fatto", senza cariche di partito, che esercita da sempre il leader radicale. E' il primo che si sta dimostrando in grado di farlo. E ammesso che non sia stata la cellula di Torre Argentina a espellere, prima di tutto umanamente, il "corpo estraneo" Capezzone, ma sia stato egli stesso a escluderla dalle sue iniziative, Pannella dovrebbe prestare maggiore attenzione a non confondere Torre Argentina con la totalità delle compagne e dei compagni. Esclusa la prima, non è detto che siano esclusi tutti i radicali.

Non solo, come un Di Pietro qualsiasi, il leader radicale (o chi per lui) si riduce a contare le presenze in aula del presidente della Commissione Attività produttive, col rischio che qualcuno gli faccia notare che certe assenze sono più produttive delle interrogazioni di alcuni deputati radicali interessati a sapere come mai i cani di grossa taglia non possono entrare nei treni Eurostar. Sconcerta anche che Pannella rinfacci continuamente a Capezzone di essere stato "nominato" deputato, e "nominato" presidente di commissione, per grazia ricevuta dal suo partito, dalla Rosa nel Pugno, e dall'Unione.

I presidenti delle commissioni parlamentari sono eletti dai membri delle commissioni stesse, senza neanche la formalizzazione di candidature. Tutti sappiamo che dietro c'è un accordo politico di maggioranza, e a volte tra maggioranza e opposizione, su un nome. Rimanendo però sottinteso che si tratta di cariche istituzionali non sottoposte a disciplina di partito. Proprio Pannella pretende di far valere nel caso di Capezzone, chiedendogli di mostrare riconoscenza e ossequio eterni (merci che con la politica c'entrano poco), quel sostanzialismo partitocratico, contrario al formalismo delle regole, che ha denunciato per una vita? Proprio lui pretende di esercitare un potere "di fatto" che gli deriverebbe da una prassi partitocratica? Mi risulta che nessuno degli altri partiti abbia mai richiamato al rispetto della linea un presidente della Camera, o di commissione, rinfacciandogli la sua "nomina" di origine partitica. Sarebbe stato un fatto grave e Pannella il primo a insorgere.

Bisogna ricordare a Pannella che la Costituzione espressamente esclude il vincolo di mandato, proprio per ridurre il "potere" dei partiti sui rappresentanti, perché si ammette l'ipotesi teorica che non il dissenziente, ma il partito abbia violato il mandato elettorale e che gli elettori ne siano i giudici ultimi? Proprio Pannella rivendica il potere di nomina che questa legge elettorale "porcellum", grazie all'assenza delle preferenze e alla possibilità delle candidature multiple, attribuisce ai vertici dei partiti sui candidati e sugli eletti?

Il reale stato d'animo verso Capezzone, oggi abilmente dissimulato in una lettera dai toni concilianti e confidenziali, viene invece alla luce in una delle ultime direzioni, quando Pannella spiega che Capezzone è quel radicale che il regime ha scelto per liquidare definitivamente i radicali. Un clima paranoico, da bunker, in cui ogni critica, o condotta concorrente, è vissuta come tradimento e minaccia di distruzione anziché come risorsa e sfida.

La consapevolezza di vivere situazioni estreme, da decenni sotto il costante pericolo della sparizione politica e mediatica, e del genocidio culturale ad opera dell'oligarchia, ha sviluppato all'interno di un gruppo ristretto che si riconosce in un leader carismatico un senso paranoico del complotto e particolari vincoli di solidarietà, di «con-passione», forme di comunitarismo, di comunione, e di estraniamento, tipici della setta, della confraternita, o della cellula. La famiglia, il clan radicale, più che la galassia. Il sentirsi dei radicali come un'etnia è però da considerare come la vittoria del regime sui radicali stessi.

La colpa di Capezzone, in fondo, è di rappresentare un elemento di discontinuità con la natura mistica e religiosa del corpo radicale. Non per chissà quali posizioni iper-laiciste e anticlericali, ma perché quel corpo mistico, che crede nella sua diversità e superiorità antropologica, ha dovuto cedere spazio al protagonismo e all'attivismo intellettuale e politico, dall'approccio estremamente individualistico, del nuovo, e poi ex, segretario. Quel corpo ha continuato a considerare Capezzone un intruso, altro da sé, nonostante le ragioni politiche che andava esprimendo dimostrassero il contrario. Ma, appunto, lo dimostravano su un piano politico e razionale, non a livello di "affinità elettive".

L'adesione di Capezzone alle ragioni politiche dei radicali nasce da anni di ascolto di Radio Radicale non certo privo di passione, e passioni personali. Si tratta però di una condivisione su base razionale - non sentimentale o "etnica" - degli obiettivi politici. In una parola: laica.

L'estraneità a quel corpo mistico e antropologico ha permesso a Capezzone di infrangere la barriera dell'"estraniamento" radicale, di ristabilire un prezioso punto di contatto tra i radicali (tutti) e il mondo mediatico di oggi e, insomma, di far uscire la comunicazione radicale dagli anni '70, senza sacrificare i contenuti e le analisi di fondo della realtà italiana proprie dei radicali.

Non passa giorno senza che Capezzone accusi il governo di questa o quella nefandezza, e chi rimane in silenzio di esserne complice. "Anche noi - è il discorso che Pannella sembra rivolgere a Capezzone - pensiamo tutto il male possibile di questo governo, ma per senso di responsabilità nei confronti delle nostre scelte evitiamo di dirlo e siamo impegnati in altro piuttosto che nel ricordarlo tutti i giorni". Dunque, la divergenza è sull'opportunità di criticare il governo.

Rimane inevaso, nella lettera di Pannella, il nodo politico dello scontro con Capezzone, che riguarda il ruolo politico dei radicali nella maggioranza e al governo ed è profondamente avvertito tra i radicali. Non se uscirvi o meno, ma innanzitutto il *come* starci. Se subalterni, puntellando l'"alternanza" prodiana, o se cercando spazi per l'"alternativa" che era stata indicata come obiettivo in campagna elettorale, e rispetto alla quale Prodi ormai è di ostacolo, nient'affatto «buono a niente».

La formula dei «buoni a niente», con la quale in modo calzante si etichetta la compagine di governo, per spiegare che quando si è accettato di appoggiare Prodi si sapeva che si avrebbe avuto a che fare con dei «buoni a niente», e quindi che oggi «non si è delusi perché non ci si era illusi», è divenuta un alibi dietro il quale rassegnarsi alla propria irrilevanza. Ed è una formula inevitabilmente scaduta, perché scattava una fotografia che poteva essere fedele negli ultimi mesi di governo berlusconiano, ma non oggi che le parti sembrano piuttosto invertite e il «capace di tutto» Prodi. La Finanziaria "tassa e spendi"; una politica estera tra realismo e cinismo; l'affossamento dei Pacs; i giochi di potere del premier con le banche "amiche", da Telecom al nuovo, inquietante, Fondo per le Infrastrutture; e - ricordiamolo - la più grave violazione della legalità degli ultimi anni, la vicenda non ancora risolta degli otto senatori, che ha colpito il più delicato momento di una democrazia: la trasformazione dei voti in seggi.

Per il leader radicale, il Governo Prodi «deve comunque essere aiutato a durare». Il disagio da parte di Pannella è comprensibile. Ciò che Capezzone fa e dice è pienamente inscrivibile nella storia radicale, per contenuti e per metodo, questo gli viene persino riconosciuto, ma oggi nei rapporti con Prodi e la maggioranza è stata scelta una diversa condotta, si è scelto di privilegiare alcuni temi. Tuttavia, non si può pretendere che altri non calchino una linea politica che per il momento si è deciso di non calcare, oppure che formalizzino una scissione. Da una parte, l'approccio è da "spina nel fianco", dall'altra da "ultimo giapponese", ricordando che l'ultimo giapponese, Shoichi Yokoi, ha atteso 27 anni prima di uscire dalla giungla.

Essere gli «ultimi giapponesi» di Prodi aveva senso finché si trattava di conquistare l'"alternanza" a Berlusconi. Se davvero l'obiettivo è riformare la sinistra in senso liberale; se nessuna sinistra liberale e democratica in Europa governa insieme ai neocomunisti; e se per sua definizione il prodismo non è che il tentativo di coniugare riformisti e massimalisti nell'esperienza di governo; se è vero tutto questo, la riforma della sinistra in senso liberale, l'"alternativa", passa per il fallimento dell'"utopia prodiana" e la resa dei conti con i neocomunisti, che i radicali dovrebbero accelerare e non ritardare. Quello «scontro» tra sinistra liberale e neocomunista che lo stesso Pannella negli ultimi mesi del 2005 ripeteva essere «necessario e salutare», ma che una volta nelle istituzioni i radicali non sono riusciti a innescare.

Avuta la certezza che Berlusconi fosse battuto, e l'"alternanza" ottenuta, avrebbero dovuto dimenticarsela come priorità, concentrandosi sull'"alternativa", l'obiettivo proclamato in campagna elettorale. Non spetta ai radicali la conservazione dell'"alternanza" prodiana, soprattutto perché, come prevedibile, dal rappresentare una condizione per l'"alternativa" oggi l'"alternanza" è divenuta di ostacolo.

La laicità pare assunta come unico, fragile, filo che tiene legati i radicali a una Unione che, con malcelato fastidio, null'altro concede loro se non di rinchiudersi nel recinto dei laicisti. Così, nella difficoltà strategica in cui si trovano in questa compagine governativa, la laicità diviene l'unico carattere identitario dal quale riscuotere una dose minima di accettabilità da parte dei vicini.

Si trovano ingabbiati nella lealtà a Prodi - ormai, ancor di più dopo queste elezioni amministrative, persino più zelante di quella dei Ds e della Margherita - e in una Rosa nel Pugno che esiste solo alla Camera, nelle mani del capogruppo Villetti, ridotta esattamente a ciò che dall'inizio lo Sdi voleva che fosse e che in tutti i modi Pannella voleva scongiurare che divenisse. Eppure, i radicali sembrano vittime di una strana Sindrome di Stoccolma, che li porta a rincorrere i socialisti, sostenendoli alle amministrative e mendicando qualche mobilitazione. Quegli stessi socialisti che hanno accettato di giocare il ruolo degli aguzzini dei radicali, dopo averli rinchiusi nel ghetto dei diritti civili per meglio, di fatto, neutralizzarli.

Vengono alla mente le parole di Biagio de Giovanni, rimaste senza risposta, che rimproverava ai radicali di sentirsi «sale della terra, mai terra» e di essere incapaci di una «proposta generale». Quando i radicali furono capaci di una «proposta generale» riuscirono a raccogliere nel '93 oltre 40 mila iscrizioni e nel '99 l'8,5% dei voti. E' in questa incapacità che confida il "regime" nel tenere sotto controllo l'intemperanza radicale: rinchiusi, ma felici, nel ghetto dei diritti civili, mentre Prodi e Padoa Schioppa continuano indisturbati a riempire il sacco, a perpetuare quel binomio tasse-spesa pubblica che è la principale fonte di sostentamento del regime oligarchico.

In questo governo pieno di statalisti e dirigisti, di repressione fiscale e burocratica, di manovre punitive nei confronti dei ceti produttivi, di aumento della spesa pubblica, quindi degli sprechi e dei privilegi della "casta" politica e delle sue clientele, per i radicali l'occasione è d'oro per porsi come interlocutori di quel mondo produttivo già deluso, che non trova rappresentanza neanche nei vertici di Confindustria (vedremo se Montezemolo imprimerà una svolta), e degli "outsider", gli esclusi da un assetto burocratico-corporativo in cui sono sempre i soliti privilegiati e parassiti a dividersi il bottino della spesa pubblica. La crisi della "casta" politica, la decomposizione della mai nata Seconda Repubblica, che a molti ricorda il '92, anche l'incombente appuntamento referendario, creano le condizioni per rivolgere un nuovo appello a un "Terzo Stato" dei produttori (i non protetti e i non privilegiati, nell'impresa come nel lavoro) contro le grandi burocrazie parassitarie, le corporazioni, gli assistiti, le clientele della partitocrazia.

E' condivisibile lo scrupolo dei radicali di non voler apparire "inaffidabili" come i Mastella, i Di Pietro e i Diliberto, ma tra l'inaffidabilità e i trasformismi da una parte, e il rimanere intrappolati tra Villetti e le macerie del "prodismo" dall'altra, non si poteva trovare una via di mezzo, un diverso equilibrio? Non era anche questa la sfida dei radicali nelle istituzioni?

Stupisce invece la totale assenza di consapevolezza che Prodi, oggi, rappresenta un fattore di blocco, di congelamento dello status quo della politica italiana e dello stesso Berlusconi. Tutti, anche (se non per primi) Ds e Margherita, stanno già giocando la loro partita per il dopo-Prodi, tranne i radicali, gli unici che sembrano non aver ancora capito che quella partita è iniziata. Ed è un bene, consapevoli che i nuovi scenari, probabili, possibili, o inverosimili, presentano molti rischi e strettissime opportunità, ma che proprio per questo bisognerebbe fare lo sforzo di giocare le proprie carte con spregiudicatezza.

Thursday, April 05, 2007

Luigi Castaldi è uscito dal gruppo

V Congresso di Radicali italiani. Il tavolo della presidenzaDopo qualche falsa partenza e qualche ripensamento, sembra essersi chiusa l'esperienza di Luigi Castaldi nella Direzione nazionale di Radicali italiani. Di un certo rilievo le motivazioni, le sue ragioni. Riassumendo si potrebbe dire che Malvino lascia imputando ai radicali scarsa laicità. Scarsa laicità dei radicali, o sarebbe meglio dire nei radicali?

Lo fa concludendo la sua mail alla segretaria, Rita Bernardini, in modo a mio avviso superlativo: «Resto liberale: per tutti voi sarà un po' di meno che radicale, per me – dopo la risposta data da Pannella a Litta Modignani – è un po' di più».

La risposta di Pannella a Litta, durante l'ultimo Comitato, è dunque la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Nel suo intervento Litta Modignani aveva ripreso felicemente alcune espressioni del precedente intervento di Sergio D'Elia, contestandone la laicità. Per esempio, obiettava, «la "compassione come teoria dell'organizzazione" è elemento estraneo alla cultura laica: nessuna organizzazione laica fonda la sua teoria politica su sentimenti, tipo la compassione...».

Intervenendo il giorno successivo, Pannella faceva notare a Litta - con un banale trucco retorico - che dire "questo non è laico" suona come una scomunica e, quindi, non è a sua volta laico. Ma si potrebbe continuare così all'infinito, obiettando a Pannella stesso che non è laico neanche affermare che non sia laico dire "questo non è laico". Seguendo questa logica, sarebbe "liberale" dire a Ruini "non sei liberale"? Non suonerebbe come una scomunica? Alla fine si deve arrivare a un punto in cui è il merito, evidente alla ragione, il metro di un giudizio di cui ci si assume la piena responsabilità. Altrimenti il laico e il liberale non potrebbero esprimere giudizi su nulla.

Detto questo, ciò che ci importa è che Pannella, contraddicendo Litta, chiariva che la «con-passione», il «vissuto» comune, è «l'animus che ha contraddistinto gli ultimi quarant'anni radicali (...) noi stiamo proprio superando quel limite attribuito all'individualismo, contro il quale ci siamo sempre ribellati, ma la mia storia è anche quella della grossa sintonia col personalismo».

Castaldi conclude, dunque, che i radicali sono una «setta cristiana. Anticlericale, certo, ma cristiana... fatta di annuncio, incarnazione, sacrificio, resurrezione, gloria dell'avvento, apocalisse finale». Il partito (o per lo meno il suo vertice) come un corpo mistico e antropologico, che si fonda sulla "comunione" tra i suoi aderenti e di questi con il leader. Una concezione in totale antitesi da quella, proclamata dallo stesso Pannella, delle "doppie tessere", dei "tratti di strada assieme", dell'"unione laica delle forze", e dell'iscrizione annuale (o persino della condivisione di un solo obiettivo) come unica condizione per potersi dire "radicali".

La religiosità, il credere in altro, dei radicali non è un estetismo. Né si tratta del crociano "non possiamo non dirci cristiani". Non è un problema di linea politica non abbastanza laicista. Né il difetto di laicità sta nella convinzione di poter allargare lo «scisma sommerso» all'interno della Chiesa, o nel giudizio positivo che si dà del Concilio Vaticano II, o ancora nel dialogo con esponenti della "base" cattolica e del protestantesimo.

Non sta neanche nel ritenere possibile un liberalismo "cristiano", o un cattolicesimo liberale. In questo dissento parzialmente da Luigi: sono ossimori, forse, nel momento in cui si vorrebbero accostare e fare in qualche modo combaciare le due teorie, o dottrine, quella cattolica e quella liberale. Eppure, se si esce dal territorio astratto della teoria, non credo che dirsi di religione cristiana e, allo stesso tempo, politici liberali sia un ossimoro. Possono essere caratteri specifici che presenti nella stessa persona danno luogo a contraddizioni e imperfezioni rispetto ai due modelli idealtipici, del perfetto "liberale" e del perfetto "cristiano", ma indubbiamente convivono, corrispondono all'esperienza concreta di molti, oggi e in passato.

A ben vedere non è neanche l'intensa religiosità di Marco Pannella il problema, quanto piuttosto il fatto che si teorizzi una «con-passione», un «vissuto» comune, un quid antropologico, come costitutivi del "sistema solare" radicale (non galassia, ché, come ha fatto notare Castaldi, ha più soli). E intorno a un Sole unico che «si è "sempre ribellato all'individualismo" e si è sempre trovato "in grossa sintonia col personalismo", non giro», dice bene Castaldi, richiamando, appunto, quella «dicotomia essenziale – direi fenomenologica, dunque politica, ma anche psicologica ed antropologica – tra individuo e persona».

Un conto sono le passioni di cui è animato un partito, attraverso i suoi aderenti, tutt'altro conto è se il sentirsi in "comunione" diviene la sua "costituzione" materiale, al di sopra degli statuti, delle iscrizioni, degli obiettivi. Allora sì, si pone un problema di laicità che non è della linea politica espressa, ma prima di tutto della sua vita interna.

Considerazioni che non si allontanano molto da quanto ha scritto di recente, ahimé ignorato, Biagio de Giovanni, individuando come limiti dei radicali «l'oligarchismo carismatico» e l'effetto respingente di un «senso di superiorità antropologica». E' «come se i radicali si sentissero sale della terra, mai terra». Dunque, quella politica che «si confonde con la vita», che è «la forza del radicalismo italiano», è anche la sua «debolezza»: si basa sulla carica dirompente, ma momentanea, di quelle «occasioni estreme» che proclamano il superamento di forme vecchie e stanche, ma è incapace della «proposta generale».

L'analisi sostanzialmente corretta che i radicali fanno del regime partitocratico e dell'assenza di democrazia e stato di diritto in Italia rischia di divenire un facile alibi di fronte ai propri errori e inadeguatezze. La consapevolezza di vivere situazioni estreme, da decenni sotto la costante minaccia della sparizione politica e mediatica, e del genocidio culturale ad opera dell'oligarchia, sviluppa all'interno di un gruppo ristretto che si riconosce in un leader carismatico un senso paranoico del complotto e particolari vincoli di solidarietà, di «con-passione», forme di comunitarismo e di estraniamento, tipici della setta, della confraternita, o della cellula. La famiglia, il clan radicale, più che la galassia. Il sentirsi dei radicali come un'etnia è però da considerare come la vittoria del regime sui radicali stessi.

Negli anni della segreteria di Daniele Capezzone, osserva Castaldi - addirittura del Capezzone del "De Merode" - la natura mistica del corpo radicale si era attenuata, o comunque era meno visibile ad uno sguardo esterno. Non per chissà quali posizioni politiche iper-laiciste e anticlericali di Capezzone, ma perché quel corpo mistico e antropologico aveva dovuto cedere spazio al protagonismo e all'attivismo intellettuale e politico, dall'approccio estremamente individualistico, del nuovo segretario. Quel corpo continuava a considerare Capezzone un intruso, altro da sé, nonostante le ragioni politiche che andava esprimendo dimostrassero il contrario. Ma, appunto, lo dimostravano su un piano politico e razionale, non a livello di "affinità elettive".

L'adesione di Capezzone alle ragioni politiche dei radicali nasce da anni di ascolto di Radio Radicale non certo privo di passione, e passioni personali. Si tratta però di una condivisione su base razionale - non sentimentale o "etnica" - degli obiettivi politici.

L'estraneità a quel corpo mistico e antropologico ha permesso a Capezzone di infrangere la barriera dell'"estraniamento" radicale, di ristabilire un prezioso punto di contatto tra i radicali (tutti) e il mondo mediatico di oggi e, insomma, di far uscire la comunicazione radicale dagli anni '70. Senza sacrificare i contenuti e le analisi di fondo della realtà italiana proprie dei radicali, il suo comunicare sintetico, per spot e citazioni televisive, più adatto all'epoca degli sms e dei kilobite, ha per lo meno affiancato un certo astrattismo, un certo intellettualismo radicale. Capezzone sembra oggi in grado di "laicizzare" a colpi di humour e di cultura pop la comunicazione radicale, caratterizzata nel corso degli anni da un linguaggio sempre più da chierici, a causa dei processi poco fa menzionati.

La banalizzazione del messaggio è sempre in agguato e forse le strade da battere sono altre. In un paese spaccato dal punto di vista della "dieta mediatica" dei suoi cittadini - con un terzo di essi più informato, ma spesso anche più inquadrato, che legge i quotidiani, naviga in Internet, guarda le tv satellitari, "insegue" le fonti anche fuori dal nostro paese, e i due terzi, purtroppo i più giovani e i più vecchi, dalla "dieta mediatica" povera, prigionieri della tv generalista, sempre più impermeabili ai messaggi politici - la sfida comunicativa su cui i radicali (chi se non loro?) dovrebbero riflettere, è come raggiungere queste nuove "periferie", questo "terzo mondo" dell'informazione, dove ci si imbatte in un coacervo di istanze liberali e riflessi illiberali.

Come dare forma e contenuti politici a quei mugugni e a quei fenomeni, come l'intimismo, il nuovo edonismo "menefreghista", persino l'evasione fiscale, che possono sembrare irrazionali a uno sguardo superficiale, ma che sono altrettante domande di più libertà rivolte dal vissuto, sofferente, di ciascuno in una società dalle strutture socio-economiche e politiche illiberali?