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Thursday, March 13, 2008

Quelli che vogliono fare da soli

E' «l'indiretta risposta americana alle preoccupazioni di Giulio Tremonti sulla crisi globale del liberismo». Si tratta del nuovo libro di Grover Norquist, presidente dell'American Tax Reform, di cui parla oggi Christian Rocca su Il Foglio.

Il saggio del «guru del movimento antitasse» si intitola "Leave us alone – Getting the government's hands off our money, our guns, our lives" ed è il «manifesto del lasciateci in pace, del giù le mani del governo dai nostri soldi, dalle nostre armi e dalle nostre vite». Se pensate che l'America «soffra di troppo liberismo, di eccessivo mercatismo e di assenza di una sufficiente protezione dagli attacchi finanziari globali, come scrive Tremonti dell'Europa, Norquist spiega invece che è vero il contrario e che anche gli iperliberisti Stati Uniti hanno bisogno di ulteriore libertà, di più mercato e di meno regolamentazioni statali». Il motto "Leave us alone" è l'esatto opposto del neotremontismo che, invece, «chiede alla politica, quindi allo stato, di impegnarsi a promuovere i valori, la famiglia e addirittura, con la responsabilità e il federalismo, anche l'autorità e l'ordine». Altro che "identità europea", Norquist invita a «stare il più alla larga possibile dal declinante modello europeo dove la gente "dipende dal governo per le pensioni, la sanità, l'istruzione dei figli e per molti dei posti di lavoro".

Secondo Norquist, «la vera distinzione in politica non è tra destra e sinistra, ma tra la coalizione del lasciateci in pace contrapposta a quella di chi crede che il ruolo dello stato debba essere di prendere soldi, beni, potere e controllo da un gruppo di persone per andare incontro alle esigenze di qualcun altro», di chi vorrebbe «usare la propria forza politica per costringere gli altri a vivere secondo i propri stili di vita».

Insomma, Norquist teorizza la non ingerenza dei governi e della politica nella vita dei cittadini, mentre qui in Italia purtroppo amiamo essere "rassicurati" dalla politica.

Altre due segnalazioni. Una riguarda l'articolo, oggi su Liberal, in cui Carlo Lottieri si chiede sconsolato: «Il popolo c'è, ma la libertà?». Non c'è da farsi illusioni su un PdL «in cui le voci liberali – soprattutto sui temi economici – tendono a farsi sempre più fioche» e in cui prevalgono le tesi dell'ex ministro Tremonti, che «propone un progetto culturale statocentrico fondato sulla paura, e quindi sulla chiusura in se stessi». E che intorno a temi quali l'autorità, la protezione dei ceti medi, l'avversione per il modello sociale americano, e via dicendo, ha saputo edificare «una sorta di punto d'equilibrio tra le varie anime politiche (cattolica, nazionale, leghista, ecc.) che compongono la nuova alleanza politica». Certo, c'è anche «qualche ragione di ottimismo», ma nessuna «rivoluzione reaganiana» è in vista, «ed è un peccato».

Infine, Ugo Arrigo, che su Liberalizzazioni.it prova a rintracciare «i sette mali del Paese e la loro unica causa», per cui l'Italia «non funziona». La risposta sta forse in ciò che intendeva il primo ministro Cavour quando disse «L'Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani». Ecco, osserva Arrigo, «centocinquant'anni dopo, infatti, gli italiani, se li intendiamo come soggetti capaci di partecipare, rispettando regole, a giochi cooperativi reciprocamente vantaggiosi, non ci sono ancora».

Il problema è «l'incapacità a cooperare tra estranei». La cooperazione tra estranei è reciprocamente vantaggiosa, ma «noi italiani cooperiamo solo con chi conosciamo, con chi è omogeneo e coerente con le nostre caratteristiche e idee. In questo caso garantiamo di solito lealtà e, se più potente di noi, persino fedeltà acritica; chi non conosciamo e non è omogeneo rispetto a noi, invece, non è un possibile partner cooperativo ma solo qualcuno che può darci delle fregature o che è normale bidonare». Da qui provengono i «sette fenomeni negativi, classificabili come mali dell'Italia». Da leggere.

Friday, January 11, 2008

Giuliani ha il piano fiscale più convincente

Ieri l'endorsement di Grover Norquist, presidente e fondatore della Americans for Tax Reform, oggi Rudy Giuliani diffonde il suo spot sulle tasse.

Norquist - leggiamo dal blog Italian blogger for Giuliani - promuove il piano di riforma fiscale presentato, qualche giorno fa, da Giuliani e comunica che, a differenza di John McCain, Fred Thompson e di tutti i candidati democratici, ha firmato il pledge con cui si impegna ad opporsi a qualsiasi aumento delle tasse se eletto presidente. Secondo Norquist, il piano di Rudy porterebbe «al più grande taglio delle tasse nella storia americana» ed è il progetto "pro-growth" più convincente tra tutti quelli presentati dai candidati repubblicani alla presidenza.
«Il taglio alle tasse proposto da Giuliani rappresenterebbe un gigantesco salto in avanti per i contribuenti americani e per l'economia degli Stati Uniti. In particolare, il taglio della corporate income tax e dei capital gain sarebbe esattamente quello di cui abbiamo bisogno per evitare una fase di recessione. In più, il piano di tagli alle tasse proposto da Giuliani porterebbe alla creazione di un sistema alternativo (FAST: Fair and Simple Tax) che potrebbe, di anno in anno, essere scelto dalle famiglie americane e dai piccoli imprenditori; un sistema a tre aliquote (con quella massima al 30%) basato soltanto sulle deduzioni più utilizzate. La maggior parte degli americani, se liberi di scegliere questo sistema semplificato, opterebbero per esso senza più tornare indietro. Per anni Hong Kong ha utilizzato un sistema fiscale alternativo di questo tipo e la maggioranza dei cittadini lo ha utilizzato con soddisfazione».
Anche il Club for Growth, presieduto da Pat Toomey, definisce il piano di Giuliani «una proposta coraggiosa ed innovativa che ricompensa il lavoro e il merito, incoraggia gli investimenti e promuove la crescita ecomomica degli Stati Uniti».